lunedì 16 luglio 2018

Mentre Putin e Trump, sotto tiro del Deep State tecno-bio-fascista, dialogano... Squadre africane fuori subito, ma Coppa del Mondo in mano africana STO CON LA CROAZIA . E CON I SERBI SEPOLTI SOTTO QUEL PRATO E Mattarella dov’è? Ma nel giardino Nato, no? Estonia e Georgia



Brevemente, sugli splendidi (più per organizzazione, atmosfera, che per gioco) Mondiali 18 di Russia, riflessioni di uno spaparanzato al sole, irradiato da un incontro Putin-Trump che, riprendendo i toni positivamente alternativi del ciuffone di polenta nei suoi trascorsi elettorali e anche prima (rapporti con la Russia, Nato, messa in discussione della False Flag 11 settembre), incontrando quelli, da sempre saggi e corretti, di Putin, non ha potuto che trasformarsi in puntura di speranza per i giusti e onesti del mondo. Ma come i vaccini con i residui di metalli pesanti e altro, dal cui morso coatto ora pare voglia almeno parzialmente liberarci la ministra 5 Stelle, anche questa fialetta, al promesso bene, aggiunge un fondo rancido.

E qui le riflessioni escono dall’area di luce per disperdersi nel buio di un’ombra affollata dai ectoplasmi neri  della mediacrazia uccidentale, dall’Huffington Post al manifesto, attraverso le sette montagne di Mordor popolate dai giornaloni e televisionone. Frustrata oltre ogni limite da un  rapporto cazzate-cose buone del governo, che l’ha fatta sbroccare già solo per museruola ai biscazzieri, sindacato dei militari, riposo domenicale degli esercizi, possibile veto alle sanzioni alla Russia, freno al precariato, tagli alle borse gonfie d’oro sottratto, approccio culturale anziché mercantile alla Cultura, il Comandante della Forestale all’Ambiente, sabbia negli ingranaggi dello spostamento indotto di popoli, mazzate ai delocalizzatori (d’accordo, lo so, non ci basta, vorremmo tutto subito, ma la marcia delle donne su Versailles non è ancora partita, per ora le fanno fare la guerra ai maschi), l’élite, subiti questi graffi, ha scatenato i suoi media.

Rottweiler da mansion nobiliare e, formicolando e latrando nella rincorsa, botoli da tinello che, a loro volta, frustrati dal non poter eccepire neanche un mozzicone per terra, un hooligan, un crollo di tribuna, un sedile sporco, un arbitro al soldo della GPU, un transessuale torturato ai bordi del campo, una rivolta colorata sotto il Cremlino, si sono dovuti attestare sulla Caporetto delle Pussy Riot, le eleganti pornosorosette delle ammucchiate in chiesa, e della loro invasione di campo di 13 secondi nella finale della Coppa. Come sempre, il coro è unanime, letto con disciplina sull’Ordine di Servizio: “E ora vorremmo proprio sapere che cosa faranno a quelle là !!!” e, sugli schermi, i punti esclamativi sostituivano quelli interrogativi, i sopraccigli si alzavano gravemente, e gli occhi roteavano significativamente. Il resto era tremebondo silenzio.


Silenzio assordante quanto rombante erano i guaiti e ululati contro il rischio di disfacimento del mondo e la notte del pianeta che sarebbero derivati da un rapporto men che a calci nelle palle tra Trump e Putin. Per costruire quel ring si erano adoperati i britannici con quelle bufale dei gas nervini, poi rimbalzate in faccia ai servizi segreti, e l’uomo della legge dello Stato Criminale Usa, Mueller, con i suoi missili a salve a incriminare 12 russi di aver danneggiato, a loro insaputa, come lo è tutta la farsa Russiagate cara al manifesto, la marcia trionfale, con treno a trazione di dollari sauditi, di Hillary Santa subito. Trump non ne ha tenuto conto e, pensando ai Kennedy e a Nixon, a Malcom X e John Lennon, ai 3000 delle Torri Gemelle, all’Isis e a Gheddafi, ci vuole fegato. Magari sarà tutta fuffa. L’uomo con la banana è imprevedibile. I cobra al suo inseguimento meno. Magari uno dei due avrà fatto fesso l’altro. Chi vivrà vedrà. Intanto respiriamo.

Con la Croazia? Ma sei matto?
Dal fumo all’arrosto. Dissentendo da bravissimi e politicamente titolati amici che in merito alla finale Francia-Croazia, sventolavano il tricolore ex-Bastiglia (ma oggi, assorbito da stelle e strisce e stelle in campo azzurro, in testa alle legioni armate ed economiche che insanguinano e depredano mezza Africa, con qualche effettuccio sugli sradicamenti), mi sono acconciato a tifare Croazia. Con soddisfazione, alla luce come quella ha dominato il gioco, e con disappunto per come gli altri hanno dominato il culo. E con qualche riserva che dirò.
Dove sono i serbi di quella terra?

Piano, ragazzi, non alzate subito la voce. So bene di quell’imbecille con il codino degli imbecilli che, per sfottere una Russia presidio del diritto internazionale, ha inneggiato all’Ucraina, da USA e UE affidata ai nazisti. E so bene cosa hanno fatto certi croati, all’ombra della tiara di Giovanni Paolo II e della mimetica di Marco Panella, ai serbi protetti da Storia, morale, giustizia internazionale, ma non dai devastatori uccidentali di tutto ciò. So di Vucovar, delle Krajne. So anche parecchio dell’espulsione di 300mila italiani, lì da secoli, perché italiani, non perché fascisti come quelli dello stupro di croati e sloveni, comunisti e non. So di come vengono ostracizzati, emarginati, esclusi, i 30mila italiani rimasti abbarbicati alle loro terre, case, cimiteri. So della Jugoslavia fatta a pezzi insignificanti (salvo per il calcio e la pallanuoto) e della Serbia amatissima, persa per scelleratezze uccidentali, ma anche per eccesso di democrazia, elezioni, tolleranza, buonafede di Milosevic.

Guardate, io queste vicende le ho vissute in buona parte in prima persona, per vederle, filmarle, demistificarle, comunicarle. Non eravamo in tanti, sommersi e  sbeffeggiati da infiltrati pacifisti della guerra, casariniani accasati a Belgrado (e tollerati dal “governo totalitario”) nella redazione della radio di Soros, B-92, degenerati di Lotta Continua che, su falsi pretesti, invocavano “bombe Nato finalmente!” (Langer, Sofri), missionari del sopruso alla Zanotelli, sempre pronti a tingere di rosa il rosso carminio del sangue fatto fluttuare dai millenari compari, soci nel Potere. Anche sotto le bombe, certo molto meno di quelle inflitte a milioni di serbi uccisi, deportati, avvelenati. E poi, per tutta Italia, a Belgrado, a Francoforte, a Bristol, alla Sorbona, onorati dalla partecipazione di due grandi protagonisti della verità serba: Diana Johnstone e Peter Handke (leggeteli!). I documentari che ho dedicato a quella storia si chiamano “Il popolo invisibile”, “Serbi da morire” e “Popoli di Troppo”). Mi costarono la cacciata da “Liberazione”, il meritato ostracismo di Bertinotti e di soggetti oggi rifugiatisi nella sinistra di Sua Maestà, tipo tale Piero Maestri, di “Guerre e Pace”, che mi redarguì alla Statale di Milano per non seguire la vulgata Nato sulla Serbia.
Dunque calma e gesso prima di parlare di “sostegno ai fascisti croati”.

Francia, una nazionale?
Quanto alla squadra dei transalpini, propriamente così non dovrebbe chiamarsi. Circa metà, tra campo e banchina, erano africani, pure qualche magrebino. Quei quattro immigrati emersi dalla banlieu. Come il nostro Balotelli, scampato ai campi di pomodoro, o ad Amazon. Vale per la nazionale inglese e altre europee. Quelle dei grandi predatori colonialisti d’antan e de retour oggi. Dubitate che uno Zanotelli, di nuovo emerso per dare dei dittatori ai governi africani, (Eritrea, Sud Sudan: bel prodotto, questo scampolo petrolifero di Sudan, di carne umana macinata, di cui i suoi comboniani portano la corresponsabilità) e incitare alla carica la nota truppa dei giornalisti itagliani indipendenti (dalla verità), a fianco degli interventi Nato e delle Ong che traghettano coloro che da chi dirige Nato e Ong sono stati spossessati, cacciati nella nuova tratta dell’accumulazione capitalista. Tratta degli schiavi? Esattamente la stessa, in forme diverse, ma con gli stessi intenti di oppressione e sfruttamento di quella che partiva da Calabria, Veneto, Senegal, Irlanda. Schiavi a dispetto delle foglie di fico sull’emarginazione, alla sindaco di Londra, a dispetto dei milioni che pochissimi prendono per farsi modelli di miscioni culturali senza storia né carattere, all’insegna delle più alienanti forme della depravazione consumistica.

E così i vari Ciotti, Nogaro, Saviano, Veronese, Zoro,  tutta la processione di muselidi in maglietta rossa, a dirigenziale componente talmudista, appresso al pifferaio col Triregno (regno terreno, regno celeste, regno papale!), tutto il concentrato di ipocrisia che vorrebbe “mettere i suoi corpi a far da ponte per i rifugiati” (Veronese), corpi di influencer di Miami, di barbare d’urso, di pariolini che fetono di Armani, di naviganti che dal panfilo dovrebbero trasbordare verso Save the children (“Ghedafi distribuiva Viagra per far stuprare bambini ai suoi soldati”), tutto il cucuzzaro dell’accoglienza senza se e senza ma, dell’integrazione e assimilazione nella superiore civiltà delle crociate che non finiscono mai.


Prima del Naufragio? Niente.
Pensate che costoro abbiano speso un attimo per riflettere che la componente immigrata della vittoria francese avrebbe potuto, dovuto, essere la forza protagonista dello sviluppo dello sport e del calcio nel proprio paese perduto e, magari, delle sue vittorie nei tornei internazionali? Raccogliendo centinaia di migliaia di giovani, impegnati anche per questo verso a costruire la propria nazione dopo lo spogliamento coloniale, contro governi asserviti e corrotti dall’impero e dalle sue multinazionali? Avranno mai pensato che se quattro mosche cocchiere milionarie fanno inneggiare al multiculturalismo, milioni di rinchiusi, peggio che nei sovrastimati campi libici, nel perenne sottosviluppo o mezzo sviluppo, o comunque esclusione, delle isole etniche di Notting Hill a Londra, del Bronx, di Berlino. E che in duecentomila hanno dovuto lasciare la valle dell’Omo in Etiopia, risucchiati dalle Ong, dopo che il loro habitat e le loro millenarie abitazioni, colture, i loro costumi, sono stati spazzati via dalla diga che il governo etiopico ha fatto costruire all’Impregilo, “Orgoglio d’Italia” (Renzi), e dai milioni di ettari concessi al land grabbing saudita, italiano, cinese.



Croazia, una nazionale? Si, ma chi manca?
I croati, per quanto dispersi dalle mafie del calcio d’azzardo tra tante grandi squadre straniere, nella Nazionale erano tutti croati. E si sentiva. Cose di cui molti invece si ri-sentono perché giù, nel buio, sentono di esseri fatti fottere qualcosa di importante. C’è lo chiede l’Europa… ce lo chiede il cosmopolitismo, dove di diverso e solido ci deve essere solo il carciofone finanz-militar-securitar-globalista, con le foglie esterne dalle punte nucleari e il cuore saporito nel caveau blindato.

Ma qui vanno messe, in grassetto, le riserve. Le mie. Per essere la rappresentanza di quella terra, da farci dire che bello, ne sono tutti figli, mancava il giocatore serbo e anche quello italiano (se qualche jugoslavista con le tre narici me lo consente), mancava soprattutto il giocatore jugoslavo.  Avremmo potuto dire che era la Nazionale di una bellissima comunità di popoli che era stata di esempio al mondo, a ovest come a est, da cui nessuno era escluso e in cui tutti condividevano un progetto di giustizia, sovranità, libertà, felicità. Quelli che guidano il bulldozer mondialista con il supporto dei Saviano, Zanotelli, manifesto, sinistre reali che sgomberano il campo dai ciottoli rompi-cingoli, che tutto deve frantumare, frammentare, dividere per imperare da soli, sono gli stessi che cianciano di multietnicismo, multiculturalismo, multitutto. In questo caso ne è uscito una bella squadra tutta croata, solo croata. Con dentro i serbi e gli altri jugoslavi, chissà se avrebbe vinto. Ma sarebbe stata ancora più bella. Molto più bella. Ed è questo che oscura lo scintillio della coppa ai vicecampioni del mondo. E che non dovrebbe cessare di pesare sui bravi Manzukic, Modric, Peresic,  forse non  idioti fascisti come Vida, che a ogni mossa che fanno, a ogni gol, su ogni campo, di fronte a qualsiasi avversario dovrebbero sentirsi addosso il freddo soffio dei loro fratelli di nazionale cui, insieme alla nazionale, alla patria, fascisti, papi e impero hanno tolto la vita.

La ruspa israeliana che sta per uccidere Rachel Corrie in Palestina

Ogni cittadino di quel paese aveva contribuito a farne professionisti e campioni, a partire dalle scuole e, poi, valorizzandoli come made in Croazia. L’avrebbero fatto anche il Senegal, la Nigeria, l’Egitto la Tunisia, il Marocco, se qualcuno non gli avesse portato via i figli promettendogli mari e monti purchè vestissero un’altra casacca. Senza alcun Ronaldo da 100 milioni più trenta ogni anno, in Croazia. Giocatori tutti di quel paese e, nelle squadre locali, spesso tutti di quel luogo. Come da noi quando il campo della Roma era al Testaccio. Totti è morto. Sarà perché non se lo possono permettere, ma tant’è. Sovranismo? Ben venga. Fino a quando il filantropo George Soros non glielo compra lui, il Ronaldo, sapendo bene ciò che fa….


Ci pensano Mattarella e Saviano. Buon sangue non mente.
Frustrati e scornati i nostri botoli ringhianti, con penna, maglietta rossa e scapolare (mai visti contro genocidi Nato o sociocidi domestici) si sono rifatti con un attimo di conforto. Il presidente custode della costituzione (che intendeva affossare), che il golpetto anti-governo parlamentare ha ringalluzzito fino a indurlo a mettere becco e artiglio su qualunque cosa competa a governo e parlamento (Napolitano docet), ha riequilibrato una bilancia appesantita dai successi russi ai Mondiali e dal bon ton di Trump con Putin. Dopo la visita in Estonia, dove, nel tripudio dei militari Nato, si erigono monumenti alle armate di Hitler, è venuta quella allo scorpioncino nella Partnership Nato, Georgia. E’ il paese attraverso il quale deve passare il TAP, quello della distruzione del Salento e del crinale appenninico, quello amerikkano che deve rimpiazzare il gasdotto logico, logistico e meno costoso russo. Mattarella è andato a incoraggiare. Ma anche a lenire la sberla ricevuta dello scorpione quando ha spuntato il suo pungiglioncino contro uno scarpone russo. Chissà quanto il presidente avrà rimpianto i bei tempi in cui, da ministro della Difesa, poteva bombardare Belgrado!

sabato 14 luglio 2018

Pacificazione nel Corno. Bye bye Eritrea. LA STELLA DELL’AFRICA NEL BUCO NERO DELLA NORMALIZZAZIONE? Cambia la geopolitica nel nervo scoperto del mondo


Afeworki e Ahmed

Questa storia sarà lunghetta, ma trattandosi di una svolta geopolitica e sociale epocale in un’area cruciale del mondo e che sconvolgerà assetti e opinioni consolidate….

Nel docufilm “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa”, nelle presentazioni che ne ho fatto in giro in Italia e in Europa (ne esistono anche le versioni inglese e francese) e negli articoli scritti sull’argomento, oltre a raccontare il vissuto di questo piccolo ed eroico paese, per mio fortunato caso così intimamente intrecciato al mio, ho insistito sul formidabile ruolo di resistente antimperialista e anticolonialista assunto da quel popolo e dalla sua dirigenza nei sessant’anni della sua lotta di liberazione e della sua esistenza indipendente.  Unico paese, sui 52 (o 53, se includiamo la repubblica Saharawi), ad aver rifiutato sia presenze militari statunitensi, francesi o neocoloniali di qualunque natura, sia ricatti condizionanti di organismi sovranazionali tipo FMI, BM o WTO. Avevo senz’altro ragione. Ma ce l’ho ancora?

Nell’affrontare le campagne di diffamazione e menzogne condotte dai media e governi della “comunità internazionale” a sostegno del revanscismo colonialista euro-atlantico, tutte basate su ignoranza o/e malafede e nelle quali si distingueva ancora una volta la mosca cocchiera del ritorno coloniale in Africa, Alex Zanotelli, ho ovviamente fatto leva su realtà conosciute, dati oggettivi, ma anche, non impropriamente credo, su una mia quasi cinquantennale condivisione delle vicende eritree. Credo, dunque, di esserne un testimone, oltreché indubbiamente appassionato, credibile.





Con la guerriglia eritrea
Autunno 1977. Da un piccolo centro yemenita sul Mar Rosso, Mokha, poco a Sud del grande porto di Hodeida, che oggi la coalizione Saudi-UAE a madrinaggio franco-Usa sta cercando di occupare per togliere al popolo yemenita massacrato l’ultima via di rifornimento, mi imbarcai con un gruppo di donne eritree rifugiatesi in Yemen per sfuggire ai bombardamenti etiopici e che ora rientravano al loro paese, Barasole, in Dancalia. Allora lo Yemen, governato da un presidente illuminato, Ibrahim el Hamdi (poi fatto fuori dai sauditi, anche lui), aveva accolto migliaia di profughi eritrei. Attraversato nel nero della notte lo stretto braccio di mare, dribblando motovedette e pattugliatori etiopici, arrivammo a Barasole, un villaggio di maestose e antiche capanne di legni intrecciati che viveva di capre, pesca e resistenza all’invasore dalla vicina Assab, ancora non liberata. Qualcuno aveva seguito le nostre mosse e, poco dopo la festosa cerimonia di accoglienza dei profughi e degli ospiti, Phantom del colonello Mengistu, dittatore “rosso” dell’Etiopia, rasero al suolo quasi tutto: capanne, capre, barche. Con le donne ci salvammo scampando nelle grotte laviche alle spalle del villaggio.



Dopo Franco Prattico, collega che aveva fatto una capatina in Eritrea negli anni ’60, prima fase di una guerra contro l’annessione compiuta dall’imperatore Haile Selassiè, fiduciario degli angloamericani, nel 1971 ero stato l’unico, e per molto tempo l’ultimo, giornalista italiano a visitare e partecipare all’impari lotta di un popolo di 4 milioni contro uno di 100.
Accompagnati, protetti, nutriti da un gruppo di guerriglieri del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo, non ancora scissosi con la nascita del FPLE), per 1000 km tra andata e ritorno (a piedi) da Kassala, al confine con il Sudan, attraverso Tesseney, Barentu,  Agordat, Keren, sfidammo le bombe e  le pattuglie etiopiche fino alle colline sopra Asmara.

Dopo la spedizione in Dancalia del 1977, un anno dopo tornai nelle zone ormai liberate del bassopiano occidentale, per constatare come il combattente con il Kalashnikov si fosse mutato in contadino con la zappa, in insegnante con la penna, in medico nell’ambulatorio improvvisato, in muratore della ricostruzione, in urbanista tra le macerie. La nascita di una società libera, equa, emancipata, il recupero di valori propri e la marcia verso nuovoeconsapevolezze. Tornai ancora, nel ’90, con una troupe della Rai, sperando di poter documentare l’offensiva vittoriosa finale, la presa di Asmara e Massaua, la definitiva liberazione compiuta nel 1991. Ma mi venne negato l’ingresso. Troppo pericoloso, mi dissero.

Forse la ragione era un’altra. Negli anni precedenti, la divisione tra le due organizzazioni, FLE e FPLE, fondata non tanto su intransigenze ideologiche (in entrambi era presenta la componente marxista), quanto su riferimenti internazionali e composizione confessionale (musulmani  e animisti del bassopiano, FLE, cristiani nell’Altopiano, FPLP), aveva prodotto due sanguinose guerre civili. Forse dovevo scontare i mie rapporti con il FLE, per quanto nati ai tempi dell’unione, che poi mi avevano visto comunicatore e propagandista della vicenda eritrea in Italia e fuori durante gli anni della guerra, dell’indipendenza, della demonizzazione.

Ritorno nell’Eritrea liberata e… satanizzata
Con Sandra Paganini, nella primavera di due anni fa, realizzammo il documentario sopra ricordato. Girammo un paese in piena evoluzione, attraversammo una società che ci dette l’impressione della serenità e dell’impegno collettivo, con tanto di volontariato civile dei giovani (dai media interpretato come servizio militare perenne), in piena effervescenza culturale, artistica, cinematografica, letteraria, sanità e istruzione avanzate e per tutti,con sacche di arretratezza infrastrutturale nelle comunicazioni e nell’energia, ma con poli di sviluppo industriale di tutto rispetto e con un’enorme sensibilità ecologica di chi presiede allo sviluppo. Tutto questo tanto più meritevole alla luce delle feroci sanzioni imposte dai soliti Usa e UE, per presunte violazioni di diritti umani, violazioni che andavano tradotte essenzialmente in rifiuto alla subordinazione coloniale. E da valutare anche tenendo conto della condizione di non pace-non guerra, che i padrini dell’Etiopia imponevano alla piccola nazione multietnica e multiconfessionale attraverso le ricorrenti incursioni militari del potente vicino, riluttante a rassegnarsi a un accordo di pace, Algeri 2000, sancito dall’ONU e che assegnava all’Eritrea le aree di confine disputate.

Nel percorrere l’Eritrea dai fantastici fondali del Mar Rosso all’estremo est semidesertico di Barka, attraverso le città, ottimamente conservate, dei grandi architetti razionalisti italiani, incontrando costantemente un popolo ospitale, ciarliero, sorridente, pregno delle sue diverse tradizioni e costumi, musiche, mercati, abitazioni, non si poteva non stupire di fronte alla sua resilienza, pari solo all’incredibile sofferenza subita dalla violenza coloniale. La violenza dell’apartheid italiana, con i giovani assoldati a forza tra gli “ascari” per le nostre guerre di sterminio, del tiranno etiopico Hailè Selassiè, al cui paese l’ONU aveva associato l’Eritrea senza tener conto dell’univoca volontà popolare contraria, e poi del successore gradito all’URSS, colonello Mengistu Haile Mariam, entrambi impegnati in un genocidio cui, per sopravvivere, l’Eritrea ha dovuto opporre trent’anni di lotta di Davide contro Golia. E i nostri media, i nostri politici, i nostri missionari colonialisti alla Zanotelli osavano infliggere a questo popolo l’oltraggio della diffamazione e delle menzogne imperiali! Ributtante.

Il presidente eritreo e il primo ministro etiope

Davide e Golia: riconciliazione
Ora è successo quanto avrebbe potuto succedere cinque lustri fa evitando, tra le tante distruzioni e tragedie, anche i 70mila morti della guerra. Il nuovo primo ministro etiope, capo di uno dei più armati e tormentati paesi dell’Africa, Abiy Ahmed, dopo aver proceduto a una pacificazione interna del colosso del Corno, liberando prigionieri politici e fermando la repressione nei confronti della maggioranza Oromo (la sua), ha dichiarato di accettare il verdetto di Algeri e quindi di restituire all’Eritrea l’area di Badme e altre, occupate al termine della guerra 1998-2000. Subito dopo, ha ulteriormente fomentato la sorpresa di osservatori e governi in tutto il mondo precipitandosi ad Asmara, capitale del paese nemico, osteggiato e martirizzato dalla fine della colonizzazione italiana (1943) per lo stupefacente abbraccio della riconciliazione. Più che altro, della fine delle mire abissine sul piccolo, ma strategicamente cruciale, vicino.  



Di colpo, sembra, che un dissidio feroce, senza remore, si sia tramutato in pace, amicizia e, come hanno ripetuto quasi ossessivamente ad Asmara i due presidenti, Abiy Ahmed e Isaias Afeworki: “amore”. E, sembra, che la popolazione, accorsa in massa a festeggiare l’abbraccio nella capitale e nelle piazze del paese, con i suoi padri, fratelli, madri, sorelle, figli sacrificati per la  libertà dall’aggressore, abbia condiviso questi sentimenti e propositi (salvo qualche protesta anti-eritrea nelle zone restituite). Ristabilite le relazioni diplomatiche, le telecomunicazioni, progettati scambi e collaborazioni a tutti i livelli. Tutto bene per l’Eritrea, che ha ricuperato il territorio sottratto, esce dall’incubo, dalle pesanti incombenze economiche, del non pace-non guerra e, forse, sarà riammessa, senza condizioni e senza sanzioni (l’ha detto il segretario ONU, pappagallo di Washington, Guterres) nel concerto della “comunità internazionale”. Tutto bene per l’Etiopia che si toglie dal fianco la spina di un modello politico, sociale, economico e ambientale pericolosamente contagioso e, soprattutto, riacquista accesso al mare nei porti di Massaua e Assab.


 Etiopia-Eritrea, tutto bene per il mondo?
Tutto bene pere il mondo, nel punto più cruciale del pianeta per i passaggi da Sud a Nord e da est a ovest? Qui la questione si fa geopolitica  e presenta risvolti che, non si sa come, si inseriranno nel progetto strategico dell’Eritrea, come l’abbiamo conosciuta:  faro di indipendenza, libertà, non allineamento, giustizia sociale. L’Etiopia, ora potente amica, è da sempre guardiano nel Corno e nell’Africa degli interessi occidentali, ora tornati virulentemente predatori e militaristi. Non vi sono per ora segni che il governo Abiy Ahmed, pur sempre espressione di una coalizione in cui il Fronte Popolare Rivoluzionario del Tigray, avverso all’indipendenza eritrea da sempre, ha un peso determinante, voglia abbandonare questo ruolo che gli ha permesso di diventare il paese più armato del continente e che continuano a farlo incombere, con pressione enorme, sui vicini  problematici per l’Occidente, Eritrea, appunto, e Somalia. Ma anche Sudan e Egitto, di cui controlla le vitali acque del Nilo. Vai a vedere se chiederà a Usa e Israele di sgomberare le proprie numerose basi puntate contro ogni eventualità sgradita in Africa, Oceano Indiano e Golfo. Quelle da cui droni e caccia Usa vanno sistematicamente a bombardare i villaggi somali, col pretesto di colpire gli Shabaab, guerriglia  della resistenza detta terrorismo. Vai a vedere se porrà un freno ai predatori e devastatori del land-grabbing, sauditi o cinesi, o desertificatori di terre e acque, come i digaioli di Impregilo.

Etiopia, Saudia, EAU, amici del giaguaro
Se tutto questo sta per ora in grembo a Giove, di certo ne è precipitata sullo stretto di Bab el Mandeb, sul Mar Rosso e sul vicino Yemen, la base militare che Asmara ha permesso agli Emirati Arabi Uniti (EAU) di costruire ad Assab, concedendogliela in affitto per molti anni e ricavandone evidentemente un buon guiderdone per la sua economica asfissiata dalle sanzioni. La cosa risale all’anno scorso. Ne avevamo chiesto ragione ai diplomatici eritrei che avevano negato il fatto. Ma l’unanime informazione della stampa e le fotografie satellitari confermano il desolante sviluppo.  E ora, da quella base partono pure i voli e i contingenti di Abu Dhabi (dio non voglia, di nuovi ascari eritrei), che ha già occupato il Sud dello Yemen, per completare l’assassinio  perpetrato dalla coalizione franco-statunitense-saudita del disgraziato paese (niente magliette rosse per questo genocidio?). Un paese poverissimo, ma strategico, da sempre sottoposto alle sevizie saudite, che aveva sperato di sollevarsi da colonialismo, dispotismo e sottosviluppo con la rivolta di popolo, nel 2011, contro regimi fantocci impostigli dai nemici storici al pari di quanto succede in Somalia.

 Isaias Afeworki e Mohammed bin Zayed

mercoledì 11 luglio 2018

COMMENTI SPARITI

Cari amici e interlocutori, mi viene segnalato che i commenti ai miei articoli non compaiono più. La cosa si spiega in questo modo: ogni commento va da me moderato. Quando mi trovo in viaggio, stavolta in ferie, non frequento il mio sito e su computer altrui da me utilizzati per qualche strano motivo non appaiono i commenti. Quindi non posso pubblicarli.
Ora, tornato a casa, ho ritrovato archiviati i commenti che non mi erano stati sottoposti e li ho pubblicati tutti, tranne qualche spam commerciale e qualche insulto che non serve a voi, a me e all'autore.
Nei tanti commenti, dei quali vi ringrazio con affetto e stima, alcuni ponevano delle domande, alle quali ora non ho più tempo per rispondere. Probabilmente non vi prendereste nemmeno ormai il fastidio di andare a cercare una mia risposta. Spero che nei prossimi post saprò dare qualche risposta indiretta ai vostri quesiti e, comunque, me li potete riproporre se vi va.
Chiedo scusa e vi auguro serene e attente settimane, magari di ferie.
Fulvio

venerdì 22 giugno 2018

HELLINIKO, disperazione ed eroismo


Manifestazione dei volontari di Helliniko

Seguito dell’articolo precedente su Grecia, Troika, migranti e ipocriti

Ho appena appreso che una delle più valide, coraggiose e utili  manifestazioni del volontariato greco, la Clinica autogestita di Helliniko ad Atene, è salva.
 Opera da quando è precipitata la crisi greca e con essa la sanità del paese, rimasta privilegio di pochi, privata di fondi, personale, mezzi, in virtù dei memorandum della Troika e della subalternità del governo Tsipras. Medici, infermieri, farmacisti e volontari di varia professionalità si sono impegnati a sopperire, per quanto possibile e con  l’aiuto di donatori anche stranieri, alle spaventose carenze della sanità pubblica fornendo tutti i servizi clinici e farmacologici a un numero incalcolabile di pazienti senza mezzi.

Ho descritto questa situazione e lo straordinario lavoro di questi miei generosi amici nel documentario “O la Troika o la Vita”.

 A inizio giugno agli operatori di Helliniko era stato intimato lo sgombero entro la fine del mese onde consentire ai proprietari dei terreni di rientrarne in possesso ai fini evidenti di una speculazione edilizia. Un soprassalto di coscienza del governo ha impedito questo esito scandaloso e tragico per le migliaia di persone soccorse. Agli eroici operatori di Helliniko verranno assicurati nuovi spazi e nuove strutture. Una vittoria della Resistenza.

 Chi ne è in grado concorra a mantenere in vita questa grande espressione della solidarietà umana che è, insieme, un’implacabile denuncia dell’assalto criminale alla Grecia, al Sud d’Europa e del mondo, condotto dall’Europa delle rapine bancarie, dello sfruttamento delle risorse umane ed economiche, della distruzione dei patrimoni storici, del debito abusivo che arricchisce i pochi  e uccide i tanti, dell’arma nichilista delle migrazioni indotte, dell’annientamento di sovranità e costituzioni e delle guerre di sterminio. http://www.mkiellinikou.org/en/2018/06/21/solidarity-is-the-strongest-weapon/

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La catastrofe della sanità e i suoi eroi
Polixeni Papalexi, farmacista con studi anche in Italia, mi ha fatto da guida nel percorso attraverso l’ambulatorio Helliniko. I magazzini dei farmaci donati da mezzo mondo, i reparti pediatrico, odontoiatrico, psicologico, radiologico, ortopedico… la segretaria con migliaia di cartelle cliniche. Ha chiuso la sua farmacia per impegnarsi nel volontariato a favore di chi, in Grecia, da Bruxelles, Berlino, Francoforte e dal FMI è stato privato del diritto alla salute, spesso al diritto alla vita, sempre al diritto alla dignità. Mi spiega la sua scelta.

“In piazza Syntagma c’è un albero dipinto di rosso: simboleggia il sangue di Dimitri, un mio collega farmacista che lì davanti s’è sparato un colpo in testa. Ha lasciato una lettera al governo in cui ha scritto che, essendo troppo vecchio per combattere in un paese tradito dai suoi dirigenti, sconfitto, non voleva neanche più viverci.”

Abbiamo messo su questa cosa perché si stava disfacendo l’intero sistema sanitario pubblico. C’era da coprire medicalmente e farmacologicamente queste persone che morivano. Milioni non poteva più permettersi cure e medicine. Sosteniamo anche col latte per i bambini 350 famiglie al mese. Sono tantissimi i malati di cancro. Gli ospedali non potevano offrire terapie perché le multinazionali vendevano i farmaci a prezzi inarrivabili. Dilaga anche il consumo di psicofarmaci, siamo un popolo in depressione collettiva…
..
La mia esperienza la metto al servizio di gente che ha bisogno, è finita la storia del lucro, per tutti noi qui è una scelta di vita e, nella Grecia di oggi, è una scelta profondamente politica…

Questa crisi è stata provocata deliberatamente, sappiamo chi sono i responsabili. Ridurci a lavorare per mezzo tozzo di pane, rubarci tutto. Ed è la stessa cosa che sta avvenendo piano piano anche in Italia. La gente viene messa in condizione di non avere il tempo per pensare più di tanto, perché deve sopravvivere- E questa è la cosa più tremenda, secondo me.”

 
Intervisto il Prof. Babis Zambakis, primario del Polo Oncologico di Atene


Non c’è soltanto Helliniko con i suoi volontari. I medici ospedalieri, ridotti all’osso dalla fuga dei cervelli – tanti giovani medici greci sono oggi in Germania -  e dal negato turnover, sono straordinari, lavorano in turni impossibili, sopperiscono alle infinite carenze umane e materiali. Ho incontrato il Prof. Babis Zambakis, primario del Polo Oncologico di Atene.

“Il memorandum della Troika ci ha imposto di tagliare i costi di ogni cosa, farmaci, materiali, apparecchiature, salari, il personale, tutto. Nel mio reparto l’età media dei medici è di 56 anni, il più anziano ne ha 69. I giovani se ne vanno tutti all’estero. L’UE ci dice che nessuno di noi deve lavorare più di 48 ore, ma ora, con questa riduzione dei numeri, lavoriamo volontariamente 60 ore alla settimana. Abbiamo sempre più pazienti e sempre meno medici. Pensi  che  si è costretti a operare pazienti dopo 36 ore di lavoro ininterrotto. A volte questo è fatale, non solo per il paziente….

Negli anni passati noi greci eravamo al traino degli eventi, Ora ci hanno posto in testa agli eventi. Siamo l’esperimento e a voi toccherà dopo di noi….

Certo potremmo tutti andare nel privato, c’è ancora qualcuno che ha i mezzi per curarsi a livelli alti. Potresti farti pagare riccamente, ma a me questo fa senso. Non si diventa medici per farsi rifilare dei soldi….

Il futuro? Nessun futuro. Nel mio reparto ci dovrebbero essere 11 dottorandi. Ne ho solo due. Quando avranno fatto gli esami di specializzazione non ne avrò più nessuno…. Se vogliamo avere un futuro, dobbiamo dare lavoro ai nostri figli. Ho un figlio, voglio che lavori in Grecia, vogliamo stare qua. Non perché sarei un nazionalista. Credo che ognuno debba vivere e contribuire al paese in cui è nato”,

mercoledì 20 giugno 2018

Sovranità, nazione, patria, identità, confini .… La Destra? Accoglienza, no borders, integrazione, Europa…. La Sinistra? --- LA RISPOSTA DELLA GRECIA IN COMA (VIGILE)



Cari amici, interlocutori, compagni, ora ci sarà una pausa di qualche settimana. Forse incontrerò qualcuno di voi nelle valli o sulle pareti delle Dolomiti. Mi perdonerete la lunghezza (prolissità?) di questo testo, forse, considerando che non di quisquilie spero si tratti e che il tempo per leggerlo è da qui a metà luglio. Buon tutto.

Atene, le voci dei leader della Resistenza greca.

“Dico con tutta la forza della mia anima che il nostro paese realmente fa parte del quadro occidentale, appartiene all’Unione nEuropea, alla NATO e questo non si mette in discussione” (Alexis Tsipras, Antenna TV, maggio 2014)

Voci Bilderberg per tenere a galla i negrieri
L’altra sera ho aperto la finestra di destra del canale di Urbano Cairo, quella che la sua conduttrice e autrice definisce “progressista” alla maniera con cui il PD si definisce di centrosinistra, Saviano di sinistra tout court, Fratoianni di estrema sinistra e “il manifesto”  quotidiano comunista. Mi riferisco alla trasmissione della signorina Lilli-Bilderberg-Gruber “Otto e mezzo”, che tutte le sere e anche il sabato ci dà la misura della professionalità con la quale il giornalismo bilderberghiano e quello subordinato affrontano le questioni dirimenti del nostro tempo. Tipo gli eroi MSF di Aquarius, che ormai pescano migranti sul bagnasciuga libico, per risparmiare costi e fatiche ai colleghi in terra. C’erano i soliti tre ospiti; due a far squadra con la conduttrice, l’altro a fare da vaso di coccio, dovendosi guardare dai due lati e anche da davanti. Equilibrio divenuto fisso nelle tv, non solo della signorina Lilli, in queste temperie di terrorizzanti cambiamenti  di uno Status quo rimasto tale, con interruzioni, dal Congresso di Vienna del 1815 (restaurazione) e allargato al Sud del mondo dalla Conferenza di Berlino del 1884-5 (spartizione delle colonie).

Bilderberg e giornalismo: compatibili?


Nell’occasione, a farsi sostenere dal tacco 15, dalla tinteggiatura ramata della chioma e dalla boccuccia di rosa gonfiata dell’estasiata Gruber, testè reduce dall’annuale convention acchiappamondo della conventicola bancario-globalista a Torino, c’erano, a completare la triade “progressista”, Massimo Giannini, frammento laico, ma sanamente anti-5Stelle, di Eugenio Scalfari, santone che divide le sue devozioni tra due divinità, Bergoglio e Draghi, e tale Diego Bianchi, detto Zoro. Uno che, se non lo avete visto, siete distratti di molto, dato che nei suoi programmi quel faccione rustico, da paracomico rurale e cripto-agitprop “progressista”, lascia ad altre immagini lo spazio del raccattapalle alla finale di Wimbledon tra Federer e Nadal.  Accomunati, tutti e tre,  da una viscerale avversione ai 5Stelle, che si direbbe al limite della psicopatia, se non la si riconoscesse subito di stampo bilderberghiano. Poi c’era, fuori dal coro, Andrea Scanzi, arguto editorialista del Fatto Quotidiano.

L’argomento era Aquarius, le nefandezze di Salvini-Toninelli, l’eroismo dei soccorritori Medici Senza Frontiere, la disperazione di 630 sottratti al naufragio. E non c’era partita. Con i tre progressisti che si lisciavano il pelo  a forza di umanità, generosità, donne incinte e bambini abbandonati; con lo Zoro che innescava addirittura la bomba del Regeni torturato e ucciso  da Al Sisi, tanto per far capire che hic sunt leones: a sud del Canale di Sicilia in mano a libici ed egiziani e in quell’inferno che è tutta l’Africa (ma anche il Medioriente, l’Asia, tutto quello che non è Occidente), cosa poteva dire il povero Scanzi, fatto camminare sui carboni ardenti dei migranti a rischio annegamento?  L’occasione sarebbe stata d’oro perché i tre professionisti della comunicazione si togliessero la curiosità di conoscere, da una protagonista che c’è stata, cosa diavolo si fosse detto, letto, scritto, combinato, deciso, nella riunione dei fenomeni dotati di superpoteri, capeggiati dai Rothschild. I vertici di quell’1% dell’umanità che detiene il 48% delle risorse mondiali, di quel 10% che ne detiene l’80%, avendolo rubato a quel 50%  che non detiene una mazza (tra i quali anche 5 milioni di nostri concittadini che non hanno da mangiare, i 17 milioni che ne hanno poco, i 12 milioni che non possono curarsi).
 


Occasione sfuggita ai giornalisti ospiti, né offerta dalla giornalista ospitante. E’ la nuova caratura della categoria. Della Gruber e della qualità professionale di una che partecipa a segreti consessi di portata planetaria e poi non dice nulla a quelli che dovrebbero essere i suoi utenti, s’è detto. Su Giannini, scriba scalfarian-debenedettiano, nulla c’è da aggiungere. Zoro, fattosi una credibilità politica in testate bolsceviche come “Il Riformista”, “il Venerdì di Repubblica” e Canale 5 del Berlusca, dalla nicchia di Serena Dandini (“Parla con me”), sfottendo benevolmente le evoluzioni del PCI-PDS-DS-PD, si guadagna i galloni per una prima serata griffata buonismo ridanciano, migrazionista, femminista, genderista, antipopulista, di alto gradimento sorosiano. Con Mattarella, dopo il noto episodio di sapore golpista, si complimentano a vicenda di aver salvato l’Italia.

Mi sono dilungato su questo esempio di impeccabile deontologia perché si tratta di una mera tessera, neanche tanto clamorosa, nel mosaico urlante dei media, cioè dei padroni dei media, compostosi nei giorni  in cui la chiusura dei porti ai negrieri del moderno schiavismo coincideva con l’epifania nei cieli d’Italia del sole Soros, maitre à penser et à financier  del fenomeno migrazioni. Uno schiavismo frutto del nuovo colonialismo che non occupa più terre, ma ne estrae le ricchezze e non deporta più persone, ma  le induce ad autodeportarsi e poi le convoglia dove servono meglio. Magari là dove, per abbattere le anacronistiche pretese di diritti, sovranità, pane e libertà degli autoctoni, c’è bisogno  dei collaudati eserciti industriali (logistici e agricoli) di riserva.

Licantropi in veste di agnelli


Il raziocinio, la chiaroveggenza, la memoria storica degli italiani è stata travolta in questi giorni da uno strapparsi i capelli e un lacerarsi delle vesti sulle scelleratezze anti-migranti tali da rendere bisbigli gli strepiti di 20 secoli di prefiche calabresi. Il parossismo dell’ipocrisia nel quale, ancora una volta, eccelleva “il manifesto” (sostituto volenteroso della defunta “L’Unità” nella disinformazione umanitarista pro-PD), con metà del giornale dedicata  a santificare i negrieri Ong e l’altra a sostegno delle operazioni Cia-Soros anche in America Latina (Nicaragua) e alle escursioni culturali della tribù degli eletti. Una specie di catarsi collettiva, una lavacro, risoltosi in  un riciclaggio gigantesco della cattiva coscienza, finalizzato a seppellire, sotto un’immensa fioritura di diritti umani profumati all’iride, i macigni delle proprie frustrazioni e impotenze. Ma anche i sensi di colpa, maceranti anche se non ammessi.

Frustrazioni e impotenze per aver subito, subito ancora, risubito e non essere stati capaci di reagire, di concepire, proporre, far passare l’alternativa alla tirannia del pensiero e modo unico. Alternativa che si sa bene indispensabile per prolungare il cammino della specie, delle specie, su questo pianeta. Sensi di colpa per essere stati e voler continuare ad essere registi e attori di un cannibalismo dall’esito letale per tutti (ma per loro un po’ dopo), per aver celato sotto una teatrale virulenza anti-razzista, il razzismo vero, genocida, delle guerre Nato condotte in combutta con l’UE buro-oligarco-fasciocratica, strumento continentale della cupola mondialista.

Diceva Alexis de Tocqueville che la storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie. Non per caso mi sono riferito prima al Congresso di Vienna. Sconfitto il messaggio napoleonico, pur sanguinario, della legge uguale per tutti e della costituzione dei popoli in nazioni, le monarchie assolute imperiali, compresa quella ecclesiale,  provano a riavvoltolare la Storia. A ogni decennio successivo moti popolari, memori dell’89, alzano barricate contro la restaurazione: anni ’20, ’30, il ’48 in tutta Europa e a Roma con Garibaldi. Risorgimento italiano, tedesco, Comune di Parigi. Ne saranno eredi, un secolo dopo, le nazioni in lotta di liberazione dal colonialismo, Algeria, Cuba, Vietnam, mezza Africa, Egitto, Libia, Siria, Iraq, Afghanistan…. Tutte nello sconveniente nome di “patria”.

E’ la solita storia: quelli del Congresso di Vienna contro quelli della Repubblica Romana
Le comunità omogenee, unite da storia, lingua, cultura, progetto sociale, desiderio di democrazia e sovranità si stabilizzano in nazioni. Le monarchie si estinguono. Ma non quelle forze, in costante cospirazione per la rivincita, oggi come allora costituitesi sulla base della ricchezza rapinata. Il mundialismo si è dotato di tecnologie di persuasione e controllo senza precedenti dai tempi di inferni e paradisi minacciati e promessi, di armi di sterminio, di formidabili quinte colonne nel campo avverso. Ma ha conservato e aggiornato l’arma della tratta degli schiavi,  oggi anche di 68 milioni di migranti, sfollati, bombardati, rapinati, pronti a essere spostati e riposizionati dove occorra annientare resistenze fondate su coscienza di sé, del proprio passato e del proprio futuro. E’ in vista un nuovo Congresso di Vienna, la restaurazione si chiama mondialismo e guarda al Sud del mondo come gli spartitori di Berlino 1884.

Da noi gli facilitano il compito gli assist agli zombie del PD e della “sinistra sradicale” di un trucidone come Matteo Salvini e dei suoi detriti parafascisti, della cui identità e del cui ruolo vero resta da dubitare fortemente. Del resto, più questo energumeno vernacolare viene spernacchiato dai Lerner, Boldrini, Zucconi, Speranza, noti  combattenti per il proletariato, e più il furbo bifolco cresce. E’ questa l’intenzione? Se ne diano una ragione i 5 Stelle, se qualche bagliore in quegli astri è rimasto e saltino il fosso prima che quello ve li faccia affogare.

Basta vedere, ascoltare i greci


La Grecia, che ho raccontato nel docufilm “O la Troika o la vita – Non si uccidono così anche i paesi?” ha subito, grazie a quelle famose quinte colonne, la sorte che in America Latina viene attualmente riservata alle nazioni dell’arco antimperialista. E’ stata la prima e ci sono tutti i segni che noi se ne debba seguire la sorte. Forse, a dare la precedenza ai figli dei classici, è la saldezza e la forza di una civiltà che ha insegnato all’uomo e alle comunità coesione, dignità e bellezza e che non rinuncia ad ergersi, come Zeus padre, a denunciare la ferinità dei barbari. Il boia della Grecia, idolo delle eurosinistre migrantifere e genderiane, ha ridotto il suo popolo allo stremo. Ne ha svenduto tutto. Giorni fa, ligio al diktat della Troika, Tsipras ha dato un altro giro al cappio sulla gola dei pensionati e lavoratori. Ma stavolta, innescato anche dalla rabbia del cedimento tsiprasiano alla Macedonia slava del nome usurpato al greco per eccellenza Alessandro Magno,  rinuncia finalizzata a permettere al vicino del Nord l’ingresso nei lager UE e Nato, il popolo greco, nelle sue varie componentidi popolo, si è mosso. Manifestazioni imponenti come quelle del grande ciclo 2010-2015 si sono riviste nelle maggiori città. Le guida una sinistra vera, qualcuno direbbe populista. L’abbiamo ascoltata.

ATENE

Alekos Alavanos, economista, psicoterapeuta, già presidente di Synaspismos e poi capogruppo di Syriza, oggi segretario della formazione “PLAN B”, staccatasi da Syriza dopo il referendum.

F.G. Cos’è il Plan B?
A.A. E’ un’idea alternativa per una politica totalmente diversa rispetto a quelle dettateci da Bruxelles, Francoforte e Berlino e che hanno distrutto la società e l’economia della Grecia. Non siamo io e altri compagni che abbiamo cambiato idea, è stata Syriza a cambiare totalmente. La rottura avviene nel 2011 quando Syriza sostiene che non era possibile avere una linea autonoma nel quadro dell’eurozona e dell’UE.

F.G. Che Grecia sarebbe quella del Piano B?
A.A. Nessuno può pensare che ogni cosa possa essere fatta senza correre rischi, trappole, difficoltà. Proponiamo una cosa molto semplice: le politiche che la maggioranza dei paesi evoluti ha attuato dopo una prolungata recessione. Significa liquidità, domanda, salari e pensioni in grado di far girare la ruota. Significa un ruolo diverso dello Stato, creativo e dinamico, una politica di bilancio opposta a quella dell’UE.

F.G. Pensi che ci possa essere vita fuori dall’UE?
A.A. Certamente c’è vita fuori dall’Europa. Ma non c’è alcuna Europa, non è Europa. Per oltre vent’anni sono stato un membro del Parlamento europeo, amo l’Europa, tengo al confronto con gli altri paesi, le altre forze politiche. Abbiamo bisogno di cooperazione in Europa. Ma deve essere una cooperazione basata sulla solidarietà, sul mutuo beneficio, sul rispetto. Se vuoi essere filo-Europa devi essere contro l’UE e la sua valuta. Siamo all’ennesimo memorandum: ancora tagli, riduzione delle pensioni, più tasse, meno esenzioni. Tutto questo mentre già stiamo in una gravissima depressione.

F.G: Il popolo greco aveva deciso diversamente…
A.A. Il venerdì, prima del referendum della domenica in cui vinse il no alla Troika, vidi la Merkel in tv che diceva che se i greci avessero votato no, il lunedì non sarebbero più stati membri dell’UE e dell’euro. Ci minacciò. Usano campagne terroristiche, ora anche in Italia, di fronte alla rivolta della gente. I greci non si fecero intimidire: oltre il 60% votarono no. Poi furono traditi, ingannati. Se io voto no e il governo il giorno dopo dice sì, ciò che si perde sono l’autostima, la fiducia, la prospettiva, la dignità morale.

F.G. E adesso?
A.A. Credo che ci siano dei buoni segni, che non ci vorrà molto prima che il popolo greco si svegli e riprenda in mano il fucile, il fucile della politica.

F.G. Anche noi abbiamo vinto un referendum contro i desideri della Troika. Credi che l’UE abbia per l’Italia un progetto come quello imposto a voi?
A.A. Spero che i poteri sistemici in Italia non si comportino come i nostri e le sinistre come le nostre sinistre. In effetti l’Italia è un boccone grosso. Ma potrebbe anche essere la leva per cambiare l’intera Unione. Le recenti elezioni, chiunque governi ora, hanno espresso una chiara volontà della maggioranza contro quanto all’Italia viene imposto. L’Europa non può sopravvivere nella forma e con i contenuti di adesso. Brexit è la soluzione. Spero che i popoli italiano e greco ritrovino la propria autostima e lottino, insieme ai francesi, ai tedeschi, a tutti, per un’Europa diversa, senza la BCE, senza questa valuta tossica. Un’Europa della libertà, creatività e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi.

F.G. Vedi un filo che corre dalla vostra guerra contro i nazifascisti, alla guerra civile, a quella partigiana contro i britannici, alla dittatura Nato di Papadopulos, fino alla Troika?
A.A. C’è un filo, un filo assai pericoloso. E’ il filo della dipendenza, della subordinazione, militare, politica, anche psichica. La Grecia, inizio e simbolo della nazione che resiste, fin dall’800, è un simbolo increscioso, intollerabile. Dobbiamo farla finita. Non siamo agli inizi dell’800, quando qui comandavano i sultani. Sai, non c’è più sovranità nazionale. Una sovranità che non sarebbe  in contraddizione con la collaborazione internazionale. Anzi. C’è sovranità nazionale quando il popolo si autogoverna e quando la cooperazione internazionale rispetta e favorisce una sovranità nazionale democratica. Il frutto è sull’albero. Lasciamolo maturare. Arriverà sulle nostre tavole.


Panagiotis Lafazanis,  segretario di “Unità Popolare”, già dirigente del KKE (PC greco) e ministro nel primo governo Tsipras, poi staccatosi da Syriza

F.G. Sembra che in Grecia rinasca una resistenza.
P.L. Per la prima volta dopo molto tempo si sono viste manifestazioni popolari di massa davanti al parlamento e in molte città contro la Troika, l’alleanza con Israele di un paese da sempre vicino ai palestinesi, la cessione del nome Macedonia (“Macedonia del Nord”), nome greco di terra greca, al vicino slavo. E si è vista la brutalità della repressione di un governo che si dice di sinistra, per quanto alleato all’estrema destra. Pensiamo che il movimento risponderà e si rafforzerà, in vista anche di una data molto importante, quella del referendum vittorioso contro l’austerità e la Troika, il 5 luglio.

F.G. Come siete messi, dopo l’ennesimo memorandum?
P.L. La condizione della società greca è catastrofica, una situazione in cui non ci si vuol far vedere nessun futuro. Il 34,6% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, 3.796.000 persone su 10 milioni. E il debito che dovremmo pagare con questo strangolamento continua a crescere. E’ ancora forte la sensazione che tutto è perduto. Ma c’è anche l’altra faccia della luna: resta un potenziale sociale in grado di riprendere in mano la situazione e reagire. Insomma, c’è un corpo sociale che si convince di essere fottuto e un altro che è deciso a uscire dal vicolo cieco impostoci da Tsipras.

F.G. Basteranno le sole forze greche, o ci vorrà il concorso di altri paesi?
P.L. In effetti, perché il popolo greco possa liberarsi, gli occorre il concorso di altri popoli europei, in prima linea di quello italiano. Però a noi tocca l’impegno di non aspettare che si muova un popolo vicino. Dovremo comunque essere i primi a rompere le sbarre del carcere tedesco. Forse saremmo l’ispirazione per altri, fino all’affondamento di tutta l’eurozona, come di questa Unione Europea.

F.G. Qual è il progetto strategico dei vostri nemici?
P.L. Per la Grecia è la distruzione del paese, non c’è dubbio. Per l’Europa si tratta di una nuova feudalizzazione che elimini i soggetti nazionali in modo da riunire sotto il controllo dell’oligarchia tutte le ricchezze dei singoli paesi. Per noi del Sud si tratta dell’applicazione di classici criteri colonialisti. Sono questi i caposaldi del progetto europeo. Sono caposaldi razzisti, ma a dispetto del suo razzismo, l’Europa sta conoscendo l’inserimento massiccio nel suo seno di altre popolazioni spodestate e sradicate e chi nutre dubbi sull’onestà del fenomeno, che non nasconda qualcosa di letale, viene accusato di xenofobia.

F.G. Potrebbe trattarsi di una strategia dei globalisti finalizzata a svuotare delle proprie generazioni giovani il Sud del mondo, ricco di risorse appetite dall’imperialismo?
P.L. Evidentemente. Ma si noti che i paesi costretti a ricevere queste masse di migranti sono la Grecia e l’Italia. Non è un caso. E si prevede che queste masse aumenteranno man mano che l’Africa viene impoverita e si diffondono altre guerre. Non per nulla gli Usa e la Nato hanno intensificato in questi giorni i bombardamenti su Iraq e Siria, mentre si accentua la militarizzazione dell’Africa. Di questi sviluppi Grecia e Italia sono le grandi vittime.
F.G. Siamo tutti figli della civiltà greca. E’ per questo che la Grecia deve essere punita?
P.L. E’ da qualche secolo che ci si vendica della nostra civiltà. Poi, per le élite euro-atlantiche punire la Grecia alla vista di tutti gli altri ha lo scopo di fornire un esempio. Se voi non accettate incondizionatamente l’impero, sarete puniti come i greci. Ma potrebbe anche succedere che la Grecia si riveli il tallone d’Achille di questo progetto.


Grigoriou Panagiotis, antropologo, sociologo, economista,  giornalista, autore di “Asimmetrie” sulla vicenda UE-Grecia,  intellettuale di punta della sinistra greca
F.G. Anche qui per certe finte sinistre del neoliberismo globalista la parola sovranità è diventata reazionaria e sovranismo sinonimo di destra?

G.P. Posso solo dirti che il governo Tsipras ha ceduto controllo e sovranità del paese, compresi i beni pubblici, ai creditori, titolari di un debito sistematicamente creato da dominanti esterni e complici interni. E questo per 99 anni. Si è perso il 40% dell’industria, il 40% del commercio, il 30% del turismo, tutti i porti, tutti gli aeroporti. Il 30% dei greci sono esclusi dalla sanità pubblica e al 30% è anche la disoccupazione reale. Per un po’ si è ricevuta un’indennità di 450 euro, poi più niente. Tutto questo si chiama effetto Europa, effetto euro. L’ingresso della Grecia nell’UE e nell’euro ha comportato il progressivo smantellamento della nostra economia produttrice. Importiamo addirittura gran parte dei nostri viveri. E’ una condizione di totale dipendenza. Non c’è patria, non c’è autodeterminazione e, ora con il vicino slavo titolato “Macedonia del Nord”, non ci sono più neppure gli spazi e confini della nazione greca. Un processo che interessava a UE e Nato che ora possono incorporare anche Skopje.

F.G. Come e più dell’Italia  questo massacro sociale ed economico è stata aggravato dall’afflusso di decine di migliaia di migranti da Siria e altri paesi.
G.P. Un gravame terribile, insostenibile e sicuramente non innocente da parte della Turchia e di coloro che hanno messo queste persone in condizione di dover fuggire. E’ sconcertante come a questi profughi sia garantita, giustamente, un minimo di copertura sociale, mentre a milioni di greci è stata tolta. Le Ong straniere sollecitano l’immigrazione, per esempio affittando abitazioni a basso prezzo e riempiendole di migranti, cui pagano anche elettricità, gas e acqua. Migliaia di greci rimangono senza casa e senza niente.

F.G. Stavo filmando un gruppo di persone dell’OIM (Organizzazione Internazionale Migranti), un organismo a metà tra Onu e privati. Non gradivano essere ripresi. Poi mi è piombato addosso un arcigno poliziotto che mi ha intimato di cancellare quelle riprese, se no mi avrebbe addirittura arrestato. Cosa significa tutto questo?

G.P. Non appena si affrontano queste cose si viene accusati di razzismo. Qui abbiamo una strategia contro certi paesi del Sud. Da un lato la gente viene indotta a lasciare casa sua dalla violenza o dalla miseria importate a forza; dall’altro, chi li riceve non deve sentirsi più padrone a casa sua. Tanto meno, in quanto forze ed enti esterni assumono il controllo della tua economia nazionale. E qui, a difenderla, sei tacciato di nazionalismo. I greci pensano a ragione di aver perduto la loro sovranità. E’ come essere sotto occupazione. Di nuovo un’occupazione tedesca. Pensa che in tutti i settori dello Stato ci sono dei controllori della Troika!  Ricevono i ministri all’Hotel Hilton. Della Costituzione non c’è più traccia e neppure i diritti fondamentali del lavoro sanciti dall’UE sono rispettati.

F.G. Perché si impedisce di filmare migranti e chi se ne occupa? Cosa si vuole nascondere?
G.P. Il fatto è che altri decidono sulle sorti del tuo paese e che devi fare o non fare quello che vogliono loro. Sempre di più la vicenda dei migranti, come in Italia, diventa un segreto.  Un segreto delle ONG e dei loro finanziamenti occulti o, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato nazionale, uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, delle persone che vuole o può accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le Ong che gestiscono un fenomeno, in effetti nella piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico entro le quali farle agire. Dobbiamo integrare chi non lo vorrebbe quando dalla nostra comunità nazionale, costituzionale, espelliamo tre quarti dei greci? A cosa ti fa pensare un paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva?

F.G. All’Italia.

Abbiamo sentito parole come sovranità, nazione, patria, identità, confini .… Che i dirigenti della Sinistra radicale greca, quella che lotta contro UE, euro, BCE, Berlino, Nato, FMI, ONG speculatrici, per salvare la Grecia, possano essere di destra, nazionalisti, razzisti, xenofobi, compari di Orban?