domenica 17 febbraio 2019

Secondo gli scienziati atomici siamo a 2 minuti dall’apocalisse....... SE SETTE GUERRE VI SEMBRAN POCHE, NE FACCIAMO ALTRE DUE



Qui si parla dell’Iran. L’abbiamo girato in lungo e in largo, ne abbiamo conosciuto i giovani, gli operai, le donne, gli artisti, gli storici, i politici. Ne abbiamo visitato le bellissime città antiche, i siti archeologici. Ne abbiamo incontrato la sofferenza per le atrocità del terrorismo che colpisce alla cieca e delle sanzioni che puntano ad affamare per sottomettere. E’ un Iran civile e ospitale, il rovescio di quello che ci viene raccontato. Un paese che non ha mai aggredito nessuno. Ora lo vorrebbero annientare. Conviene conoscerlo per sostenerlo. Il mio docufilm “TARGET IRAN” ve ne offre l’occasione. Per sapere come riceverlo scrivete a visionando@virgilio.it.  Il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=haEQNk6gE8M&feature=youtu.be

Da discorsi dell’odio a fatti dell’odio
Quelli che, da quando li ha inventati Hillary Clinton e da noi li ha rilanciati Renzi, per poi passarli a Boldrini, onde ne coprisse paginate su “Repubblica” “Foglio” e “manifesto”, ci scassano le gonadi con la campagna contro i  “discorsi dell’odio”, gli hate speeches, se fossero onesti dovrebbero gettare un’occhiata su quanto è successo a Varsavia e ritirarsene con orrore. Dopo l’abbandono  USA del Trattato ABM già nel 2002, e ora di quello sui missili a corto e medio raggio (INF) che coinvolgono l’Europa e in vista dell’abbandono anche del trattato New START che scade nel 2021, siamo alla più demenziale corsa al riarmo nucleare dai tempi di Eisenhower. Una corsa che ha fatto spostare l’orologio degli scienziati atomici a 2 minuti da mezzanotte, dove era stato solo temporaneamente nel 1953 e nel 1960, nei momenti più acuti della guerra fredda.

Ma dei fatti dell’odio pochi si curano. Sono i discorsi che contano. E i discorsi dell’odio, i rancori, le invidie sociali, li facciamo solo noi. Noi che non sappiamo adattarci al migliore dei mondi possibili e non comprendiamo la bellezza e la bontà dei diritti umani esercitati sui fregati dalle banche, su coloro che producono a un costo più alto del ricavato, sui migranti che, tolti dall’inferno di casa loro e dei campi libici, vengono trasformati in cavernicoli della plastica, in formiche operaie e poi in torce umane, sui popoli da liberare dai “dittatori” che avevano liberamente eletti….Dopo averci negato la lotta di classe, anzi dopo averne promossa solo una, dall’alto verso il basso, hanno marchiato l’inverno del nostro scontento di “discorso dell’odio”. E Boldrini e Facebook stanno li, acquattati, pronti a coglierci in fallo.

Varsavia-Gerusalemme, vertici di una nuova coalizione RtP


A Varsavia, nei giorni scorsi, altro che “discorso dell’odio”. Dell’odio c’è stato una kermesse, un festival, una fiera, un’apoteosi. Ma nessuno la definira mai tale.  Essendo quei sentimenti tutti diretti contro l’Iran, sentina mondiale massima dell’odio, andavano classificati come “vertice della pace e della cordialità”. Ci si sono messi in tanti, i migliori: i quattro del Gruppo di Visegrad, fino a ieri brutti xenofobi sovranisti, i tre cavalieri dell’apocalisse trumpiana (Pence, vicepresidente, Bolton, Sicurezza Nazionale, Pompeo, Segretario di Stato), i tre semistati baltici, i sauditi con le grandi democrazie del Golfo  e, a coronamento, l’eccellenza assoluta dei buoni e pacifici sentimenti, Benjamin Netaniahu. Razzisti con antirazzisti, nazionalisti con globalisti, sovranisti con antisovranisti (colonizzati), semiti con antisemiti. Tutto fa brodo se ci si fa bollire l’Iran. Per fargli la guerra ci voleva la solita “coalizione dei volenterosi”, sa di “comunità internazionale”, l’ente che è buono per definizione. Quella che si assume la RtP, Responsibility to Protect.

Come potevano mancare i radicali!
E non finisce qui, giacchè pochi giorni dopo a Gerusalemme, la stessa compagnia dei buoni sentimenti torna a riunirsi per dare la limatina finale all’armageddon che dovrà abbattersi sull’Iran, definito, con umorismo necrofilo, “centro mondiale del terrorismo”, appena dopo aver subito un attentato costato la vita a 40 Guardie della rivoluzione (ultimo di una serie ininterrotta israelo-americana dal 1979 a oggi). Tutto questo serva da avvertimento all’arroganza di un paese che si permette di festeggiare, con tutto un popolo, salvo frange in vendita, i quarant’anni della sua uscita dal girone occidentale e da una tirannia monarchica che, quanto a ferocia repressiva, fa sembrare la Spagna di Torquemada un parco giochi per bimbi. Non per nulla, seguendo una vocazione congenita ai diritti umani, si sono precipitati a Parigi i radicali, ad omaggiare l’erede dell’ultimo Shah e farneticare insieme di ritorno della monarchia a Tehran. Gli iraniani, è evidente, non aspettano altro.

Come, del resto, i venezuelani che, dalle immagini presso di noi trasmesse, affluiscono in masse oceaniche a ogni fischio dell’autentico presidente. Quello che, dopo aver fatto saltare un po’ di teste di motociclisti chavisti sui cavi stesi attraverso la strada (tecnica delle guarimbas, ricordate), tanto è piaciuto a Trump e al veterano delle macellerie in Salvador, Guatemala e Nicaragua, Abrams, da nominarlo presidente del Venezuela. Come potevano, Mattarella e il suo portalettere Moavero, non essere d’accordo? Quanto alle immagini, vedrete prima un Guaidò  con un capannello di gente e poi, a stacco, un’immane folla. Guardate bene: c’è un sacco di rosso chavista. Vecchio trucco, facevano così anche con le dimostrazioni contro Assad.

Un po’ di photoshop

Sette guerre di Obama, altre due di Trump
 Qualcuno dovrebbe ricordare a Trump la lezione del maestro Von Klausewitz e, andando più indietro, del sommo Sun Tsu. Mai aprire due o più fronti. Ora, Obama ne ha aperti ben sette, tra piccoli e grandi, tra fatti condurre da terzi e mercenari e quelli condotti direttamente, con stivali sul terreno, o solo con guerra dall’aria: Afghanistan, Libia, Siria, Iraq, Yemen, Somalia, Ucraina. In quasi tutte queste ci siamo di mezzo anche noi, in quanto Nato. Guerre guerreggiate, al netto delle destabilizzazioni con rivoluzioni colorate, o regime change da colpi di Stato, che poi sono guerre anche quelle. Trump ha ereditato e continuato tutte queste guerre, anche se, ora, dalla siriana pare voglia tirarsi fuori, se quelli che lo portano al guinzaglio lo lasciano fare. Magari in cambio dei due nuovi fronti appena aperti: Venezuela e Iran.

Alla vista del protagonismo di un sovra-eccitato Netaniahu che, pressato da una caterva di inchieste per ladrocinio e corruzione suoi e della consorte, deve trovare la molla che lo proietti verso l’ennesima vittoria elettorale, c’è da porsi una domanda: è il cane americano che agita la coda israeliana, o è la coda israeliana che agita il cane americano? A favore della seconda ipotesi milita anche il fatto che senza il supporto degli evangelici statunitensi, difficilmente Trump sarebbe arrivato alla Casa Bianca. E per questi cristiani rinati la Grande Israele è in qualche modo la chiave  che aprirebbe i cieli alla seconda venuta di Cristo. Gente, questa, da non sottovalutare, come s’è visto in Brasile.

Grande Israele o mondo?
Vecchia questione, quella del cane e della sua coda, dalle risposte non univoche. Anche perché di sionismi non ce n’è solo uno. C’è quello ipernazionalista dello Stato per soli ebrei che punta all’impero dal Nilo  all’Eufrate e che poco si interessa al progetto del dominio globale sul mondo, tramite strumenti più economico-finanziari che militari, fondamento invece della strategia dell’altra componente. Che questi due scenari non si siano reciprocamente simpatici parrebbe segnalato anche da come lo speculatore George Soros, campionissimo del mundialismo, sia malissimo visto in Israele e dagli amici di Israele. Qualcuno dirà che vado farneticando quando individuo anche nel “manifesto”, gazzettino dello Stato Profondo in Italia, la linea sorosiana. Da sempre filo-palestinese e duramente critico di Israele, con un bravo corrispondente, Michele Giorgio, per tutto il resto e specialmente nelle sue pagine “culturali”, quasi per intero appaltate alla tribù, sostiene con passione le campagne del globalismo imperiale (migrazioni, terrorismi strumentali, “dittatori” e diritti umani, gender e femminismi, russo- e sinofobia, #metoo, Bonino, Hillary, Troika…)ù


Se forse qualcuno a Washington  si pone il problema che oltre ai conflitti minori, suscettibili alla peggio di causare diverticoli, due bocconi insieme. come Venezuela e Iran, possano anche strozzarti, non è questione che pare turbare Netaniahu. E’ l’unico da quelle parti che tiene l’indice sul bottone di 200-400 bombe atomiche. E ora che, intorno a questo arsenale ha fatto inginocchiare anche Arabia Saudita, Emirati, Kuweit, Bahrein, Oman, con i palestinesi accalappiati dal piano di pace Trump-Kushner che li riempierà di dollari in cambio della resa, tiene anche le spalle coperte.

Delle riluttanze europee, di cui a Varsavia non si sono visti né quelle del Sacro Romano Impero, e nemmeno delle loro periferiche marche, né Usa, né Israele terranno alcun conto. L’esercito comune franco-tedesco e la relativa industria delle armi sono di là da venire. Come parrebbe di là da venire la fiera risposta alle sanzioni Usa contro l’Iran, che l’UE aveva detto di voler dribblare.


Il trio di Astana a Sochi: prova e riprova....
La stampa nostrana parla di flop a Varsavia.Ne dubito, forse è un esorcismo di fronte alla prospettiva di una conflagrazione generale. Intanto sta in piedi, ed è nucleare, la Nato-arabo-israeliana. Di nulla di fatto si parla anche dell’altro vertice, a Sochi, con Putin, Rouhani ed Erdogan.  tenuto quasi in contemporanea, che vedeva riuniti per la quarta volta i tre brutti e cattivi, compreso quello preso di mira a Varsavia. Sotto le apparenze di concordia e serenità tra i tre protagonisti-concorrenti del conflitto siriano, si sono confermate le differenze tra Iran e Russia, in particolare sull’atteggiamento da tenere verso la sempre più impunita aggressività israeliana. E non si è fatto neanche un passo avanti sulla questione di Idlib, vasta provincia siriana  di cui i turchi hanno fatta una ridotta jihadista, affidata ad Al Nusra, Isis e altre milizie, spesso in lotta tra loro, ma che insistono, contro ogni accordo russo-turco di demilitarizzazione, ad attaccare la provincia di Aleppo. Ne si è venuto a capo di cosa fare della regione di confine, ora in mano ai curdi , ma di cui Erdogan, d’accordo con Washington, vorrebbe fare in profondità la sua “zona di sicurezza”. Ovviamente senza curdi. E senza Damasco.

Intanto i curdi, sotto forma di Forze Democratiche Siriane, assediano Baghuz,  l’ultima città in mano all’Isis, sul confine con l’Iraq, con copertura aerea Usa. Si tratta di territorio arabo siriano come quello di tutto il Nord Est, un terzo della Siria, occupato e pulito etnicamente dai curdi. Ai civili intrappolati a Baghuz e nei villaggi vicini, il governo siriano aveva fatto arrivare una colonna di soccorsi, da utilizzare anche per l’evacuazione. Ma i curdi l’hanno bloccata e rispedita indietro.

giovedì 14 febbraio 2019

Per i 5 Stelle un minuto a mezzanotte....... FOIBE, TAV, MIGRANTI, VACCINI, SCIENZA, ITALIA IN FRANTUMI, VENEZUELA… NEGAZIONISTI ALLA COLONNA INFAME !




Negazionisti brutti, affermazionisti belli
Viaggiamo nei paradossi. A ogni negazionista corrispondono inevitabilmente uno o più affermazionisti. A loro volta questi, a dispetto loro, risultano negazionisti  riguardo a quanto affermano i negazionisti, divenuti a loro volta affermazionisti. Ma lo Zeitgeist imperante fa sì che agli affermazionisti che si confrontano con i negazionisti vengono attribuiti a priori la ragione, il vero e il giusto, così come vengono assicurati consenso e buona ragione ai negazionisti delle affermazioni dei negazionisti. E’ tutto questione di prospettive. Ma di una cosa possiamo tutti essere certi: che dei negazionisti gli affermazionisti hanno una paura fottuta. La caccia alle streghe negazioniste si spiega solo con il terrore che degli affermazionisti si possa scoprire cose gravissime. Ricordate che cosa succedeva a certi nostri temerari antenati che, con ancora granelli di libertà classica nelle vene, mettevano in discussione, che so, la transustanziazione dal corpo di Cristo nell’ostia, o, al Concilio di Nicea I, che padre e figlio fossero della stessa sostanza, in senso aristotelico, o non piuttosto due distinti esseri divini? Anche lì la paura dei dogmatici in fieri si estrinsecava in “eretici” bruciati o sepolti vivi da imperatori cristiani o vescovi. Oggi al negazionista, in sempre più paesi, ci si limita col carcere. Cosa si teme?

Giornata del ricordo…strabico
Confusione? Passiamo a un esempio, uno di tendenza: le foibe. Chi nega che in quei buchi sul Carso siano stati gettati, solo dai feroci partigiani titini, solo innocenti cittadini, solo perchè italiani e, magari, non comunisti, è un negazionista messo alla gogna dall’affermazionista che invece sancisce quella narrativa e, inesorabilmente diventa a sua volta negazionista della versione affermata dalla controparte. La quale versione  potrebbe, per modo di dire, essere fondata su documenti che, grazie alla ricerche di storiche eminenti come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, mai contraddette e non contraddicibili perché documentate, che nelle foibe finirono per primi sloveni e croati rastrellati dai fascisti nelle loro terre. O che tra il 1941 e il 1943 il regime di Mussolini invase e si annettè vasti territori di questi due popoli, che i fascisti condussero in Istria e Dalmazia sanguinarie pulizie etniche, che i campi di concentramento in cui chiusero chi, per esempio, non rinunciava a parlare la sua lingua, non avevano niente da invidiare a quelli tedeschi, o a quelli di Graziani in Libia che dettero un cospicuo contributo, insieme a pozzi avvelenati e villaggi inceneriti, all’eliminazione di un terzo della popolazione di quel paese. O che i partigiani slavi, o anche solo i civili di quelle nazioni in lotta di liberazione dai nazifascisti sotto la guida del maresciallo Tito, catturati dagli oppressori fascisti, venivano sommariamente passati per le armi.



E che, in risposta a tutto ciò e del dato storico che nessuna rivoluzione, o guerra di liberazione può essere un pranzo di gala, quella di Tito e degli jugoslavi, per la loro parte delle foibe, fu reazione, risposta, contrapasso rispetto a un immenso torto subito. Cosa che i patriottardi a corrente alternata, a partire dal loro capo istituzionale supremo, animato dal Sacro Fuoco di Vesta, preferiscono ignorare, occultare, sottacere. Un conto è sdraiarsi ai piedi di Trump, Macron e addirittura di un tagliagole delle guarimbas venezuelane, sostenere una tratta di merce umana sottratta alla sua terra, messa da potenti operatori a servizio di mafie e grandi distribuzioni (di cui i caporali sono i terminali) a scapito degli autoctoni; e un conto è raddrizzarsi ed ergersi fieri contro la barbarie slava, in nome della civiltà “dell’Istria e della Dalmazia italiane”.

Chi partì, chi rimase: la mia Istria
Di questa storia delle terre ex-irridente, me ne intendo un po’. Ci sono stato e ristato. Ci ho girato servizi e scritto articoli (che, se fossero usciti oggi nel TG3, avreste avuto modo di sentire rabbrividire l’intero Quirinale). Sono rimasti in circa trentamila, nei centri lungo le coste. In alcuni paesi, come San Gallicano, sono addirittura la maggioranza ed esprimono il sindaco. In altri, Parenzo, Rovigno, Pola, Fiume, sono ridotti al lumicino e si battono per l’identità, specie se erano rimasti perché comunisti e Tito gli andava meglio di De Gasperi o Andreotti. Anche perché Tito, con i serbi che da soli si erano liberati dal nazifascismo, andava costruendo una nazione fieramente indipendente dai vassallaggi mafio-atlantici a cui veniva destinata l’Italia. Nel rispetto di tutte le minoranze. Erano i tempi della bella Jugoslavia. Dopo Tito, Milosevic. Al Centro Italiano di Rovigno ho conosciuto due bravissimi deputati italiani, comunisti. Nella Croazia di oggi non sono più ammessi. Gli chiudono i circoli, gli devastano i cimiteri, gli proibiscono eventi culturali, fosse anche solo un coro di vecchie canzoni. Sotto Tito e Milosevic non succedeva.

Sono quelli che sono rimasti, quando altri 300mila sono partiti, un po’ per paura del comunismo, ad arte indotta da voci della madrepatria che poi di loro, spiaggiati in Italia, nei campi, abbandonati alla cattiva o buona sorte, se ne sono fregati due volte. Un po’ per non diventare stranieri a casa loro. Non lasciavano terre italiane, quelle erano perlopiù abitate da slavi, contadini; lasciavano città italiane, quelle dove s’erano impiantate prima Roma e poi Venezia per garantire le proprie rotte. Nessun ricordo della vergogna di come fossero stati indotti all’esodo, vicenda sempre straziante, tragica, degna della massima solidarietà, cura, del massimo rimedio e della massima ricompensa all’amor patrio. Fu diversa l’accoglienza, l’assistenza riservata dalla Germania ai suoi 12 milioni (dodici)  di espulsi da terre tedesche, Slesia, Pomerania, Prussia Orientale, Brandeburgo….

L’Italia si volta dall’altra parte, Simone Cristicchi no.
Del risentimento tramutatosi, nei lunghi anni dell’imbarazzo e della trascuratezza di regime, in tristezza e poi in rassegnata ma mai sopita malinconia, dell’amara dolcezza della nostalgia, qualcosa traspira nelle bellissime canzoni del polano Sergio Endrigo.  Ma chi ne ha tratto il racconto più vero, tragico e di condanna nei confronti dell’ignavia italiota, è stato Simone Cristicchi con lo spettacolo “Magazzino 18”: un accorato, sensibile, sacrosanto itinerario nelle vite dimenticate di questo esodo, mediato dagli oggetti, carte, mobili, fotografie, ammassati in un deposito triestino e mai più recuperati. Forse per evitare altro dolore.

Sinistre ottusità

Curiosamente mi è rimasto vivo nella memoria, tra tanti impalliditi, il ricordo di due manifestazioni di ottusità “sinistra”. Quanto un dotto esploratore dei testi sacri del marxismo-leninismo definì “coglione fascista” , il più intelligente e rivoluzionario  indagatore dell’animo umano della prima metà del secolo scorso, il più spietato demolitore della borghesia italiana e della sua sclerosi, Luigi Pirandello. Per il mio interlocutore contava solo che avesse indossato la camicia nera. Il resto, cioè il tutto, non lo capiva. E poi quando, pubblicato in Facebook e nel blog il mio apprezzamento per il lavoro di Cristicchi, una canea “sinistra” mi investì con indignato biasimo per non avere denunciato la sostanziale omertà dell’autore perché non aveva detto dei crimini fascisti. Come se la tragedia di un esodo potesse essere in qualche modo inquinata, forse addirittura ridimensionata dal fatto che tra gli esuli e in chi li accompagnava narrandoli, potevano  esserci connivenze, vicinanze con le atrocità nazifasciste. Erano 300mila sradicati e dispersi, porco mondo! Come i palestinesi. Cristicchi, benevolo e paziente, aggiunse al copione una sequenza su quelle colpe.

Politeismo della libertà, monoteismo del dogma
Torniamo al fenomeno del negazionismo, anatema dei tempi che corrono. Non crimine in sé, ovviamente,  dato che è una scienza inoppugnabile come la storiografia che lo giustifica. Ma crimine per colui che afferma, sostiene e impone il dogma, pensiero unico, in ciò facilitato dal pensiero unico globale partito qualche millennio fa dalla Palestina, lì poi ribadito e infine sussunto anche da altre fedi monoteiste. Colonna portante del capitalismo. Parliamo della catastrofe umana che ha posto fine alla civiltà greco-romana, quando alla molteplicità delle religioni e degli dei, tutti reciprocamente tollerati, anzi cooptati in un pluralismo che, anziché annullare le identità, le esaltava nel rispetto e nello scambio, senza livellare nulla in quello che oggi demenzialmente si auspica nel cosiddetto meticciato multiculturale. Alla filosofia sostituirono la teologica, all’ umano si impose il metafisico,  al corpo di terra il divino del cielo, alla dialettica il dogma.



E i negazionisti? Già allora al rogo. Massacri inauditi per secoli. Per ora a negare qualcosa, i vaccini, le foibe, si viene seppelliti dal discredito. Ma anche solo ad avanzare il dubbio, connaturato alla storiografia e alla scienza, in molti paesi si rischia l’esclusione, il dimensionamento, il carcere, la morte civile. La storiografia, o è compatibile con chi dirige l’orchestra, o è cacofonia da sopprimere. La scienza, ontologicamente ricerca tra opzioni diverse, è diventata tavola della legge quando favorisce un sentire comune indotto da pubblicità e consensi comprati o imposti. E’ discutibile, opponibile, addirittura rigettabile quando non lo fa. Tipo quando delude e blocca i mazzettari e speculatori del TAV. O incide con le rivelazioni nel blocco mafie-Stato.

Con uno sforzo immane di poche intelligenze eravamo riusciti, in felici momenti storici, a rompere il dogma e a recuperare la dignità del confronto insegnatoci dai classici. E fu l’umanesimo e il rinascimento in Italia, l’età dei lumi  e della rivoluzione in Francia, quella dei filosofi in Germania, le lotte di liberazione laiche e socialiste dei colonizzati nel nome dell’unica verità e dell’unica civiltà, tutti i momenti alti di laicità e secolarismo. Momenti in cui, disobbedendo al dogma, sottraendoci a quanto altri pretendevano da noi, avevamo ritrovato l’anima. Esattamente come Vitangelo Moscarda nel Pirandello dell’ “Uno, nessuno, centomila”, quando si libera della “verità” costruitagli addosso da coloro a cui conveniva.

Ora le tenebre tornano. E la Chiesa non può non stare con i golpisti del pensiero unico neoliberista, diritto-umanista, globalista nel quale si avvolgono l’imperialismo, i suoi scherani, i suoi sacerdoti, i suoi sguatteri..E’ dogma, come piace ad essa e a chi ne sta fuori può essere impartito di tutto, come praticava e imponeva l’Inquisizione di Torquemada. Così il negazionismo trionfa, brandito dagli affermazionisti succedutisi da Mosè fino al processo di Norimberga e al prof. Borioni.

TINA, l’arma fine del mondo
I negazionismi criminosi e criminogeni assediano la società civile. Qualsiasi dubbio sull’accertato e accettato rasenta il terrorismo. Non gli si può che rispondere che con l’undicesimo comandamento, che oggi è anche il primo: TINA, There is no alternative, non esiste alternativa. Viene, come al solito, dal protagonista della commedia scritta e diretta dal grande burattinaio, gli Stati Uniti di cui l’UE si fa eco. TINA per il latte o il pomodoro pagato il costo di produzione dai grandi distributori,  a costo di schiavi africani e pastori sardi; TINA per il TAV, devastazione inutile, tanto che, per bocca della commissaria UE Violeta Bulc, la impongono anche le lobby che la tengono al guinzaglio; TINA per la democrazia nel senso di golpe, dall’Ucraina all’Honduras, dal Paraguay al Venezuela. TINA, dunque, per le nostre massime autorità, custodi della Costituzione, quando riconoscono e glorificano la disintegrazione della costituzione altrui. Bel precedente per il futuro della nostra di costituzioni. TINA per le banchi centrali in mano ai bancarottieri e speculatori di quelle private. TINA per RtP, Responsibility to Protect, la responsabilità di proteggere, come gli Usa definiscono gli interventi  che culminano nei genocidi. TINA per il gruviera ammuffito che è la versione dei mandanti dell’11 settembre.


TINA  per la scienza, che è solo quella quando sacralizza e impone dieci vaccini, ma è pseudoscienza quando ne sottolinea i pericoli e danni. TINA contro i  negazionisti che, in memoria e onore di Galileo, Copernico e Madame Curie, come un tempo le femministe per l’utero, osano ancora pretendere, con la Costituzione, “il corpo è mio e lo gestisco io” (alla faccia di Grillo, squinternato firmatario del manifesto Borioni, il Landini dei vaccini). TINA per le migrazioni di deportati da Ong e illusioni  per lasciare il posto a Exxon, Monsanto e dalla Legione mineraria di Macron; TINA per petrolio, trivelle, gas- e oleodotti e, dunque TINA, per la fine della vita tra 10 anni;  TINA per l’UE, che sennò si rompe il meccanismo del travaso dal basso in alto di ogni bene e, al posto dell’etero- determinazione per volere di abusivi obbedienti a lobbisti, potrebbe tornare l’autodeterminazione dei popoli; TINA per la cancellazione dell’INF, il trattato che rimuoveva i missili USA mirati dall’Europa ai russi, e i missili russi da lanciare sull’Europa. Vuol dire TINA ad Armageddon.

Italia rotta e regalata ai cavernicoli
TINA, e questa è la sciagura suprema, per la fine dell’Italia. Dai migranti che preludono allo schiavismo di tutti, alla secessione dei ricchi, con tre regioni in mano a rinnegati della Costituzione, dello sforzo millenario di una grande, tormentata, indomita comunità e dei suoi sacrifici per darsi un nome, un volto, un’unità, l’anima. Tre avvoltoi, con altre regioni becchine che sbavano all’idea di appropriarsi anch’esse della mostruosità di farsi più soldi, la propria sanità, cementificare il proprio suolo, sterminare la biodiversità a fucilate, inquinare il proprio ambiente, aeroporti, porti, strade e ferrovie pagate dagli italiani tutti, insegnare a scuola una subcultura da clava del neolitico, perpetuare il sogno di Cavour che relegava il Meridione a serbatoio di manodopera a basso costo per l’industria del Nord, di soldati  per le guerre del Nord, di valvola di sfogo emigratorio da una miseria che doveva restare tale. L’egoismo all’ennesima potenza come regola del vivere incivile. TINA, perciò, all’aggregazione, in funzione di cane da guardia periferico, di un pezzo d’Italia al neo-impero carolingio sancito ad Aquisgrana da Merkel e Macron. I due euro-imperatori per grazia della Banca, che oggi brindano all’uccisione del padre.

E così, a forza di TINA, siamo arrivati a un minuto da mezzanotte. E mi fanno ridere quelli che in questi anni mi sbertucciavano per le mie simpatie per il M5S e andavano  favoleggiando sui fili tirati da oscuri potentati, da nefaste conventicole del finanzcapitalismo mafiomassonico, ai quali sarebbero appesi i Cinque Stelle. Spesso bene, spesso male, spesso così così, i 5Stelle sono gli unici  che al TINA hanno provato a dire no, a volte ni. Sono negazionisti. Al rogo! Quelli dell’affermazionismo, invece, sono tutti gli altri, stanno tutti lì, addosso a loro, con in pugno il TINA, a mo’ di ghigliottina.


Amici 5Stelle, avete già accettato un miserabileTINA sul Venezuela democratico, emancipato, progressista e per questo affamato fino alla morte. Se mollate sull’Italia unita e sulla sovranità nazionale siete fritti.

mercoledì 13 febbraio 2019

BUONE LUPERCALIA



Dall’amico James Hansen, in vista della ricorrenza di San Valentino, ricevo questa puntualizzazione su cosa si celi dietro la festa dei fidanzati, o innamorati, intitolata a San Valentino. Si faccia il confronto tra la becera occasione di una coazione al consumo, che, copiando feste, tradizioni, simboli, miti, espressi da spontanee istanze popolari e coesioni culturali di comunità, tutto riduce in termini di commercio, di scambio, di profitto, di materia. E si rifletta su cosa abbiamo guadagnato nel passaggio dal mondo classico a quello dei dogmi dettati sul Sinai, camminando sul Lago di Tiberiade, o da Amazon.


I tre giorni di Lupercalia furono una simpatica festa d’epoca romana che si celebrava dal tredici al quindici di febbraio in onore del dio della fertilità Luperco. Essendo molto gradita tra la popolazione ancora non del tutto convinta del cristianesimo, fu tra le ultime festività ad essere stata “ri-posizionata” dal paganesimo all’allora nuova fede. La soppressione avvenne solo alla fine del 5° secolo ad opera di Papa Gelasio I, il 49° Vescovo di Roma.
È facile supporre che la popolarità dei Lupercàli derivasse dalla conduzione - la festa era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia, e consisteva sostanzialmente nel molestare per strada giovani donne compiacenti e in età fertile. C’entravano delle fruste, però non utilizzate con l’intenzione di infliggere dolore…
La festa fu spostata sulla figura di San Valentino, vescovo e martire a 97 anni la cui testa sarebbe stata mozzata da un soldato, tale Furius Placidus. Il milite fu mandato per volontà dell’Imperatore Aurelio, irritato per la celebrazione da parte del Santo di un matrimonio tra la cristiana Serapia e il legionario romano Sabino, un pagano. I due sarebbero morti insieme proprio mentre Valentino li benediceva. Il Santo è anche venerato come il Patrono degli epilettici per motivi che sfuggono.
.

sabato 9 febbraio 2019

Venezuela, 5S e quant’altro..... NON BASTA UN CLIC




Da anni ricevo, sul blog, in Facebook e in posta, commenti, a volte di consenso, a volte di virulente dileggio, sulla mia posizione sul Movimento 5 Stelle. Che, come i meno strabici, hanno perfettamente capito, è di frequentazione da fuori (resto iscritto esclusivamente all’Ordine dei Giornalisti), di condivisione in parola e immagine di molte sue battaglie, di sostegno alle cose che mi paiono buone (e a volte senza precedenti, le più osteggiate dall’unanimismo globalista destra-sinistra) e di critica a quelle che considero meno buone, o del tutto sbagliate. Il lancio della prima pietra, però, lo lascio ad altri. A quelli, dotati di grande humour, che si dicono senza peccato.

Landini, molto rumore per nulla
Viene in mente, per la portata anche simbolica di tutta una sinistra terrorizzata dal minimo bagliore esterno al quadro delle compatibilità, tale Landini Maurizio. Lo ricorderete da mille comparsate tv, agitato fracassone in maglietta della salute, a testa bassa contro i padroni e una segretaria CGIL troppo remissiva. Ricorderete la sua “coalizione sociale”, fondata a Bologna in un mattino del 2015 e svaporata prima che calasse il sole e prima che potesse, come anticipato, spostare di 180 gradi a sinistra la barra del barcone Italia zeppo di naufraghi, che però non se li fila nessuno, non fanno parte di nessuna filiera di trafficanti. Poi le cose andarono nel verso giusto sindacato unitario e patto dei produttori con la Confindustria. Tarallucci e vino tra Landini e Camusso sulle spoglie di un ceto lavoratore cui erano passati sopra, mentre il sindacato assisteva dalla Tribuna,  gli scarponi chiodati dei tempi che corrono: guerre, neoliberismo, austerity, i salari più bassi d’Europa, spazzati via tutti i diritti costati secoli, carcere. botte e morti.




Con l’immancabile e ferma durezza, il sindacalista, da rivale divenuto principe consorte e, infine, sovrano CGIL, è passato dal bluff alla linea seria: manifestazione unitaria sindacato-Confindustria contro questo governaccio del Reddito di Cittadinanza, del decreto Dignità, della Spazzacorrotti, dei supermercati chiusi la domenica, della riduzione e del taglio ai parlamentari, della fratellanza con gli eccellenti Gilet Gialli, degli schiaffazzi al socio spaventapasseri del neo-impero carolingio e al suo ministro di polizia (ma dove li scovano questi ministri di polizia? Vedi foto di quando Monsieur Castaner giocava a poker con certa gente a Marsiglia), del no alle trivelle, della denuncia del colonialismo migrazionigenico e, soprattutto, del riscatto dal gangsterismo fascistoide occidentale con, almeno, il rifiuto di riconoscere il golpe Usa in Venezuela…. A questo “regime di ultra destra” andava fatto quel che a Monti, Letta, Renzi, Gentiloni era stato risparmiato: lotta dura senza paura e manifestazione kolossal a San Giovanni. Così, cazzo, imparano.
Scongiuriamo invece, da parte nostra, che non imparino a forza di alti tradimenti di ognuna delle cinque stelle e dell’intera Repubblica quali sarebbero, dopo quelli minori dei banditeschi Tap e Terzo Valico, il TAV e la secessione dei ricchi con l’autonomia alle regioni del Nord.



 Ma sto digressando.

Sui temi 5 Stelle ho ricevuto il messaggio qui sotto, relativo a un mio pezzo sul Venezuela (reperibile in www.fulviogrimaldicontroblog.info ) che mi ha sollecitato le considerazioni aggiunte in fondo.


Subject: Dalla Cesarina Branzi: RIFLESSIONI CHE SI IMPONGONO
 Riflessioni che si impongono.  Quanto inviato da Grimaldi tocca, a mio avviso, tutti i punti fondamentali. Comunque, per quanto riguarda la “questione Venezuela”, alcune riflessioni si impongono, anche in vista delle scelte che a breve saremo chiamati a fare: le prossime elezioni.
Fino a qualche settimana fa pareva che questo governo fosse comunque da sostenere, sia pure con un appoggio critico puntuale e di stimolo a scelte suscettibili – e sia pur con la dovuta gradualità - di un’inversione di tendenza, in particolare riguardo la politica internazionale. Che non è poca cosa.
Sospendo il giudizio sui 5S, che non mi appaiono assimilabili alla Lega, nonostante alcuni atteggiamenti ambigui e incertezze imbarazzate proprio su una “questione” dirimente, com’è appunto quella del Venezuela (né, del resto, è l’unico tema che presenti oscillazioni, ma è sicuramente il piú grave). Si starà a vedere; ma non aspettando, per quanto mi riguarda , le calende greche.
A questo governo, si diceva, non esistono alternative, pena un salto nel buio.. Ma, sic stantibus rebus, e senza una riscossa da parte dei 5S, che cosa ci aspetta se non appunto un salto nel buio? Con l’Ue, la Nato e gli Usa, i nostri “migliori alleati” alle cui scelte dovremmo uniformarci, secondo gli “illuminati consigli” che ci vengono propinati ad horas, quale futuro ci aspetta? Come scritto poco sopra, nei prossimi giorni dovrebbe chiarirsi (mi pare inevitabile) la posizione dei 5S: vedremo. Per ora sollevo alcuni interrogativi, e auspicherei che si cercasse di darvi risposta, ciascuno con i propri mezzi e le proprie convinzioni. Contrastare duramente la posizione del presidente della Repubblica Mattarella - dice Grimaldi, e ha ragione - può essere considerato vilipendio del capo dello Stato; chiedo sommessamente se pretendere di imporre a un altro capo di Stato di levarsi di mezzo, con le buone o con le cattive (per il bene di chi? Sarebbe il caso di chiarire), sotto la minaccia di finire a Guantanamo dopo averne invaso il paese con truppe mercenarie (perché tali sarebbero, per usare un termine “pesato”), questo non è reato, ma, anzi, senso di responsabilità, difesa della democrazia e del benessere dei cittadini di quel paese. Grimaldi cita una serie di interventi predatori a opera degli Stai Uniti in America Latina. Ma si può andare anche piú indietro: tale spirito di rapina nei confronti dei territori che gli Usa hanno da sempre considerato il «cortile di casa loro», data fin dall’inizio dell’800. Infatti è del 1823 la famigerata dottrina Monroe, ulteriormente definita in seguito daTheodore Roosvelt (1906), volta a sottomettere le culture, l’economia e infine l’assetto politico dell’intero sub-continente latino-americano, sfruttandone la forza-lavoro, le ricchezze naturali e quant’altro, per capitalizzare quanto possibile, a tutto vantaggio delle proprie oligarchie attraverso politiche di sciacallaggio. È nel loro Dna. Tutto questo dopo che, inizialmente, avevano fatto piazza pulita delle popolazioni indigene al Nord e incamerato - tramite annessione - varie centinaia di kmq di territorio messicano.
«Il lupo perde il pelo ma non il vizio», recita un noto adagio. E perché mai dovrebbe perderlo l’impero, in declino, sí, ma ancora perfettamente in grado di vibrare micidiali colpi di coda?
In un frangente analogo, qualche decennio fa ci sarebbero state probabilmente manifestazioni di protesta e di solidarietà con il Venezuela: oggi siamo solo subissati dalle ciarle inconcludenti, sguaiate e servili dei media, perfettamente allineate alle dichiarazioni ufficiali dei nostri cosiddetti e sedicenti “rappresentanti”. Dai quali non mi sento affatto rappresentata. Non solo dall’Ue, ma neppure dalla Lega, che vellica gli istinti piú meschini, per cui non voterò più per questo partito: ha fatto della candidatura di Bagnai il suo fiore all’occhiello, ma credono di darla a bere proprio a tutti? Per dirla chiara e senza fronzoli, “la merda è merda anche se avvolta nel cellofan”. E puzza. E se i 5S non andranno al governo, potranno fare opposizione e forse ritroverebbero una maggior unità di visione strategica e una prospettiva di percorso piú qualificante e tale da attrezzarli meglio per battaglie future.

Cesarina Branzi

********************************************************************************
 Riparto io.

Mi permetto di aggiungere a questa sintesi critica una riflessione che potrebbe sembrare marginale, o tirata per capelli bianchi, superati, d’altri tempi. Ma non credo che lo sia.
Quando tutto viene scelto, deciso, elaborato (poco) e poi realizzato, per via digitale, virtuale, senza scambio fisico, senza confronto di corpi, sguardi, espressioni, pensieri e relative sintesi solidificate, culture avanzate, coscienze maturate e armonizzate, basi ideologiche definite, programmi concordati, esclusioni e inclusioni materializzate, si gioca d’azzardo. E si disumanizza, quando invece si è usciti dalla convenzione per ricuperare umanità (verità, coerenza, coraggio, onestà, sincerità, rispetto, giustizia, solidarietà, amore: alterità). Nel M5S non esistono sedi, assemblee, comitati, confronti pubblici di gruppi di militanti-attivisti-simpatizzanti-interessati-curiosi, tra loro e con la società. Esistono per benevolenza del caso alcune figure, emerse fortuitamente sui binari tracciati da Grillo e dalla revulsione per l’esistente, con dentro un bel po’ di anticorpi formatisi nelle battaglie di generazioni (guai a prescinderne! Zoppichiamo da sempre, sarebbe come buttare la protesi vinta a chi ci ha mutilato).

Nella formazione di base del Movimento non contano molto i corpi e, con loro, le menti e con queste le anime, una di fronte all’altra. Si va molto di clic. Ma corpi, menti e anime non si trasmettono  per via elettronica. E neanche sorrisi, o sguardi corrucciati, o pieghe dolorose. Triste rimedio gli emoticon. Da cui, malintesi, superficialità, errori di scelte e di idee, frantumazione negli orientamenti, quella carenza strutturale che poi porta a essere tragicamente liquidi, alla Bauman, facili da bersi come un bicchier d’acqua. Frequentando da anni il MoVimento, da fuori ma insieme in comuni battaglie, e volendogli bene, tanto più quanto più orridi sono coloro che, a larghe intese fasciste 2.0, ne sono terrorizzati e gli vomitano addosso dileggi, calunnie e falsità, soprattutto per le cose buone che riesce a fare, ho appunto conosciuto di tutto. Valori umani e morali altrove introvabili. Impegni mirati ai più deboli, agli esclusi, sfigati, depredati, impegni di fondamentale umanità e urgenza. Autenticità.

Ma anche tipi fuori da ogni contesto, spuntati da un curriculum spedito a chi, essendo all’oscuro degli occhi, del linguaggio, delle espressioni, delle storie del mittente, non dovrebbe sapere che farsene del curriculum. Spuntano e formicolano opportunisti, naives, svalvolati, vagabondi delle convinzioni, volponi, gente che ci è capitata facendo testa o croce, quaquaraquà. E sulla luce che avevamo intravvisto e che brilla nelle torce di tanti parlamentari, bravissimi, spesso per caso, si stendono ombre. Per cui, dopo, ecco deviazioni, dissidenze, imbarazzi, espulsioni. Tardive e controproducenti. (*).



Non tutto va cambiato. Sono i gruppi omogenei, individui unitisi su un’idea magari vaga, ma fuori dal coro, e poi cresciuti insieme, non solo per aver ascoltato o seguito un taumaturgo (quelli vengono e vanno), ma per essersi visti e toccati, per essersi fusi nel progetto di cambiare il mondo.

Qui, o ci si dà una regolata e si fa qualcosa fuori dal circuito sacralizzato del digitale e delle piattaforme, da utilizzare solo nella fase complementari alle sedi, agli incontri, alle sacrosante scuole quadri, o chiamatele di cultura politica, alle feste, mica solo quella nazionale, alle cene, alle conferenze, alle proiezioni, o anche un circolo delle bocce, dove otto vecchietti si incontrano nei pomeriggi sapendo che volere e che fare, ci mangia vivi. Come dire, costruiamo lo scheletro, ossa con ossa. La mano si muove perché un pensiero ha manovrato un omero, dei nervi, muscoli, spinto sangue. Senza quelli, a ticchettare sui tasti è solo l' Al.di Kubrick.

Ok, non si può tornare indietro. La comunicazione digitale facilita, velocizza, razionalizza processi. Ma va ridimensionata, come il consumo di Nutella. Totalizzata decerebra, cioè uccide. Mi ripetono in tanti che sono sempre troppo lungo. Giusto, chiedo perdono. Ma non mi  ridurrete a dire sì o no, a scegliere un nome piuttosto che un altro per l’inchiesta su una legge, o su un candidato, o su un’iniziativa. Qui tutti viaggiano a sms, chat, like, fotine, whatsapp. Ci interessa di più mostrare il nostro grugno, che passare qualche informazione. Il linguaggio si riduce e si elementarizza. E se lo fa il linguaggio, lo fa conseguentemente il pensiero. E se lo fa il pensiero, ne discende un’azione monca, rinsecchita. Confrontate l’interno di una noce, con la sua complessità, le sue volute, gli strati, gli arabeschi degli orli, con il nocciolo di un’arachide. E così che siamo diventati analfabeti funzionali al 48% e che facciamo tilt appena ci si presenta, da dire, o da scrivere, o da leggere, una subordinata. Passiamo dalla ricchezza musicale e cromatica di un “se avessi potuto, mi sarei precipitato”, al misero “se potevo, mi precipitavo”. O, orrore!, da un “ti voglio bene”, piccola sinfonia, a un TVB, acronimo all’americana. E per non scrivere tre lettere, mettiamo uno sgorbio: al posto di “per” X.  Abbiamo impigrito qualche cellula, ma abbiamo guadagnato tempo. A che scopo?


Vanno bene il blog, la piattaforma Rousseau, ma va ancora meglio la pizza a taglio tutti assieme in sede, o, almeno, a casa tua, a parlarci addosso.


(*) Per inciso, attribuisco a una fauna di questo tipo gli attacchi che vengono mossi in questi giorni a un’assoluta eccellenza del MoVimento, Nicola Morra, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, e che vedono protagonista un altro parlamentare 5 Stelle, Mario Michele Giarrusso. Morra è laureato in filosofia e specializzato in Bioetica. Insegna Storia e Filosofia. Giarrusso è avvocato. Il che, secondo lui,  gli darebbe maggiori titoli per presiedere l’Antimafia. A me pare che storia, filosofia e bioetica ne diano altrettanti, se non di più. Questione di prospettive, forse.



Comunque, il nodo del contendere è quello che agita i 5Stelle per la faccenda “Diciotti”: dire si o dire no all’apertura di un procedimento sul vicepremier Salvini. Morra si è espresso, in coerenza con lo storico assunto dei 5Stelle, che non vi debbano essere differenze davanti alla Giustizia tra cittadini comuni e cittadini meno comuni, per quanto travestiti da poliziotti, o da soccorritori civili. Personalmente la penso così, anche se, oggi come oggi, regalare un’assoluta fiducia alla magistratura, mi convince meno delle altrettanto sacre tavole della legge tirateci addosso dal Sinai.

Mi balenano vicende come quelle della Procura di Caltanisetta (Processo Borsellino) e del finto pentito Scarantino, o quelle di De Magistris, Robledo, Woodcock, i vecchi “pretori d’assalto”, il “Porto delle Nebbie” di Gallucci a Roma, ricomparso nell’accanimento sulla Raggi, tipi come Violante o Carnevale, Amato nella Corte Costituzionale, Bruti Liberati che, invitato da Renzi, sospende la giustizia sull’Expo, Cantone che se ne va a omaggiare Obama e tutta la Washington che conta, con l’allegra comitiva neocraxiana di Renzi-Elkan, un CSM guidato  da chi, il giorno prima o il giorno dopo, si candidava per quel partito…. E, poi, due procure che chiedono l’archiviazione di Salvini e il Tribunale dei ministri che le sconfessa,  non vi fanno pensare a una guerra tra legulei di varie tendenze?
In ogni modo, parrebbe che, con l’assunzione da parte di Conte e Di Maio di una pari responsabilità con Salvini per la “Diciotti” (episodio sotto ricatto UE e Ong), il problema sia stato, appropriatamente, superato.



Generosamente, Morra ha accolto ripetutamente di venire dalle mie rurali e rupestre parti da relatore su temi domestici e internazionali, sulle quali ha dimostrato grande apertura, analisi penetranti, conoscenza profonda e, dunque, quelle competenze, anche etiche vivaddio, che ci auguriamo possano estendersi a tutti i rappresentanti la sua parte politica.
Di Giarrusso non ho avuto il privilegio di un’esperienza diretta. Da me invitato a un convegno sulla legge anticorruzione ha cortesemente accettato, salvo darci buca il giorno stesso, mentre il pubblico già affluiva da varie provenienze.