lunedì 20 luglio 2009

"SMART POWER" DI OBAMA IN CENTROAMERICA: POLIZIOTTO BUONO E POLIZIOTTO CATTIVO. Il golpe per riprendersi l'America Latina che imbarazza i sinistri.








Uomini avidi e feroci, insoddisfatti della loro condizione, sono anche uomini che ambiscono al comando militare e sono portati a provocare e prolungare le ragioni delle guerre, a innescare scontri e sedizioni. Giacchè non esiste onore per il militare che nella guerra, né speranza di aggiustare qualcosa che non va se non provocando nuovi sconvolgimenti.
(Thomas Hobbes, Leviatano, Parte 1, capitolo 11)

Ho un’idea grave della stampa. E’ il tappetino sotto il letto della democrazia.
(A.J. Liebling)
Nulla è più facile dell’autoinganno. Perché ciò che un uomo desidera, lo ritiene anche vero.
(Demostene)

Finchè la gente crede in assurdità continuerà a commettere atrocità.
(Voltaire)

Notiziola sinistra 1. Per giorni dopo il colpo di Stato fascista in Honduras, la stampa sinistra (e sappiamo di chi parliamo) ha dedicato a questa controffensiva imperialista in America Latina trafiletti dalle 8 alle 12 righe. Il resto della pagina magnificava gli ultimi sussulti della rivoluzione yuppie a Tehran. Nessuna menzione della notizia, del tutto credibile alla luce della tradizione, che i servizi segreti israeliani avrebbero complottato con l’opposizione iraniana (I Mujaheddin del Popolo, oggi mercenari degli Usa) per uccidere il presidente Mahmud Ahmadinejad, già complice degli USraeliani nel massacro dell’Iraq, ma ora rivale da nuclearizzare per l’egemonia nella regione. Sinistri e destri italioti hanno praticato il silenzio-assenso.
Notiziola sinistra 2. Sul “manifesto” (e dove se no) appare una manchette della rivista bertinottian-fagioliana “Left”. Il Capo dello Stato ha appena firmato il passo più lungo verso lo Stato di mafio-polizia fatto dal governo con il Pacchetto Sicurezza: reato di clandestinità e ronde. Siamo al modello Iraq: criminalizzazione e sterminio dei sunniti (qui migranti e non omologhi), milizie di ras locali a persecuzione dei diversi e alla frantumazione del paese nella corsa al bottino. Ma “Left” ritiene che tutto questo meriti inni, osanna, standing ovations e dedica tutto il suo numero a quello che “Obama ha definito un grande leader” (e non ti pareva) e che “Left” definisce “l’unica difesa della nostra democrazia: ecco chi è il presidente Napolitano”. Mi cojioni!
Notiziona tout court: Tito Stagno riesumato, celebrazioni, ovazioni, commozioni, grande promozione yankee, per l’anniversario della truffa nixoniana del “primo uomo sulla luna”, di portata di poco inferiore a quella paolina di Gesù e a quella bushiana dell’11 settembre. Chi parla più dell’ ”inconveniente” Honduras, o dell’organizzazione con licenza di torturare e uccidere di Cheney e Cia che Obama caccia sotto il tappeto? Sulla luna non ci è mai arrivato nessuno. Troppo tardi la Nasa si è accorta delle fotoelettriche all’orizzonte delle riprese lunari che, oltre tutto, rovesciavano le ombre degli “astronauti” in direzione contraria a quella del sole. Di queste prove ce ne sono decine e tutte documentate in ampia letteratura. Ma, come sulle Torri Gemelle e sull’Obama del “cambio”, è più comodo navigare nel flusso.

Non importa se, come alcuni speculano, ansiosi di non interrompere il processo “Obama, santo subito!”, il presidente degli Stati Uniti, troppo preso dalle sue mattanze in Af-Pak (“Il manifesto” le chiama Exit strategy) e dal suo sostegno a nazisionisti e color-rivoluzionari qui e là, sia stato tenuto all’oscuro del golpe dei suoi gorilla honduregni. Personalmente non credo che, dopo guerre, immunità ai torturatori, conferma del massacro delle libertà civili da questo Zio Tom con gli artigli concesse ai presunti congiurati neocon, John McCain e Hillary Clinton in testa, costoro abbiano potuto e voluto aggirarlo su una questione così strategica per gli Usa. Dopotutto chi ha messo al loro posto i sicuri mandanti diretti del golpe, direttamente in controllo di tutti i corrispondenti apparati honduregni: il ministro della difesa, Gates, il capo della Cia, Panetta, la capa del Dipartimento di Stato Clinton? E da questi suoi fiduciari massimi si sarebbe lasciato trappolare?
Roba da dimissioni immediate per inettitudine politica e sputtanamento pubblico, o da messa alla porta dei presunti colpevoli (di alto tradimento!) di un tentativo di sostituire allo smart power (potere brillante) diplomatico-militare dell’ “uomo della svolta”, il vecchio sistema Usa delle operazioni sporche, dei colpi di Stato, delle mazzate militari. Del resto non era, Obama, chiassosamente dietro a qualcosa di molto simile a un golpe come la jacquerie borghese iraniana, la guerra al governo di Hamas a Gaza e tramite Abu Mazen, il ricatto al presidente pakistano : O massacri la tua gente Pashtun, ribelle al dominio Usa, o ti freghiamo le atomiche e ti tagliamo i viveri ? C’è forse ancora autodeterminazione in Pakistan? Non fa molta differenza che Obama si sia fatto gabbare (o abbia fatto finta), o che sia stato il mandante diretto dei fascisti honduregni. Nel primo caso è uno sprovveduto flaccidone che non ha saputo imporre la presunta autorità del presidente degli Stati Uniti. Nel secondo è quello che tutti, tranne i sinistri, sanno. In ogni caso, di questo presidente taumaturgo e onnipotente si è parlato fin troppo e a vanvera. Qualsiasi cosa faccia o non faccia, rimane appeso ai fili dei burattinai di Wall Street, delle corporations e del Pentagono e, nel caso dell’Honduras, dei predatori agroalimentari, armaioli e farmaceutici che da un secolo stanno attaccati alla giugulare di quel paese. In questo caso per ammazzare l’Honduras si è scelto il classico del poliziotto buono e di quello cattivo. Da un lato le operazioni sporche e il colpo militare, dall’altro la diplomazia, le cortine di fumo, la simmetria del cicaleggio sul “dialogo”. Straparlare di Obama, per la spinta di pancia che ai sinistri e non fa sempre cattolicamente sognare il “capo buono e onnipotente”, ideale per deleghe deresponsabilizzanti, significa sparare a un “falso scopo” e occultare il bersaglio vero. “Il governo è il reparto intrattenimento del complesso militar industriale", diceva Frank Zappa.

Ma per inserire Obama nel complotto teso a schiavizzare e spremere fino al midollo il popolo honduregno e, a seguire, tutti gli altri divergenti o disobbedienti dell’America Latina, i motivi e i fatti ci sono. Anche se “il manifesto”, sbilanciatosi oltre ogni contegno e lucidità a favore dell’ “uomo del cambio” e ammucchiate sotto il tappeto le migliaia di civili afgan-pakistan da lui polverizzati, l’aumento del bilancio militare, il salvataggio dei banchieri briganti, tenta di esimere il suo idolo nero addossando la mossa honduregna per intero ai cattivoni post-bushiani che lo avrebbero incastrato nel fatto compiuto. Un po’ come quel fantoccio-gangster di Saakashvili quando volle tirarsi dietro gli Usa nell’attacco all’Ossezia. O come Netaniahu con gli espropri e le colonie a Gerusalemme, “eterna capitale unita di Israele”, a dispetto delle perorazioni obamiane di non “allargarsi”. Fosse anche vero, e non credo lo sia, tutto quello che hanno fatto la coppia Obama-Clinton dal giorno dopo il golpe li rende responsabili della sua riuscita e del suo consolidamento. Obama, al di là di deplorare una indistinta “violenza” (di tutte le parti) e auspicare il ripristino dell’ordine costituzionale e il dialogo tra assassino e vittima, con una simmetria drasticamente asimmetrica che ricorda quella tra Stato ebraico e Stato palestinese, NON ha definito ufficialmente golpe il golpe. Di conseguenza NON ha applicato una legge che, come ha subito fatto Chavez con il petrolio, imporrebbe il taglio immediato di tutta l’assistenza economica e militare all’Honduras, taglio che farebbe crollare il regime come un castello di carte. NON ha interrotto la collaborazione tra il Pentagono e le forze armate honduregne. NON ha ritirato l’ambasciatore USA. NON ha pronunciato la minima condanna o presa di distanza dai crimini dalla repressione successivi al golpe: rapimenti, uccisioni, sparizioni, fuoco sui manifestanti, blocco di internet e chiusura dei piccoli media critici. Ha rifiutato ripetutamente l’incontro con Zelaya. Non ha mai smentito il superfalco Hillary Clinton nella sua affermazione che non si tratta di golpe e che “vanno considerati entrambi gli aspetti della storia”. NON ha mai preteso il ritorno di Zelaya alla presidenza. NON ha affermato che non c’era niente da negoziare tra golpisti e destituiti, ma ha consentito, con la truffa della “mediazione” del fantoccio costaricano Oscar Arias, Premio Nobel per meriti analoghi a quelli di Kissinger, Begin, Sadat, che la cricca di Tegucigalpa guadagnasse tempo e implicitamente si consolidasse. Magari fino ad avvicinarsi alla scadenza di novembre, quando una nuova elezione del Capo di Stato spariglierebbe l’intera partita costituzionale e le elezioni, in presa diretta golpista, potrebbero essere manipolate alla messicana. NON ha trovato nulla da ridire quando la costola della Lega in Honduras ha nominato suo vice – ministro della Presidenza - nientemeno che un vecchio serial killer delle campagne genocide di Reagan in Centroamerica: Billy Joya.

Niente poteva essere più indicativo della direzione impressa al loro progetto dai golpisti e dai loro mandanti Usa che la scelta del fidato, esperto, Billy Joya. A capo di due squadroni della morte, B3-16 e “Lince” dal 1984 al 1991, l’ex-borsista di Pinochet e istruttore dei generali argentini venne accusato di una serie agghiacciante di assassini, stragi, torture. Fu salvato per grazie della normalmente fascisteggiante Chiesa Cattolica honduregna e sistemato al Collegio San José de los Sagrados Corazones di Siviglia. L’uomo giusto al posto giusto, specie se si pensa alla sua rinnovata partnership con elementi come John Negroponte, inventore e duce di squadroni della morte propri lì, ai tempi dei Contra, e poi in Iraq, e il terrorista mafiocubano Otto Reich, assurto al rango di sottosegretario agli affari latinoamericani, entrambi incaricati dall’amministrazione Obama di occuparsi della cosa. Auguriamoci che la promessa del presidente rapito e espulso di rientrare nel paese in tempi ravvicinati, per insediare in zona sottratta alla giunta il suo governo legittimo, possa realizzarsi. Ciò costringerebbe la vasta compagnia dei deprecatori del golpe, dall’Assemblea dell’ONU all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), da organismi internazionali come FMI e BM ai numerosi governi che hanno ritirato gli ambasciatori, a marcare il punto e boicottare come fuorilegge il regime del bergamasco Micheletti (chissà gli orgasmi intanto procurati ai suoi corregionali ed emuli verdi). Sarà divertente vedere come gli Usa si trarrebbero d’impiccio.

In campo ci sono ora due debolezze e due forze. Una debolezze è la “mediazione” imposta allo spodestato Manuel Zelaya, con il corredo di compromessi a perdere (amnistie per tutti, governi di unità nazionale...) che traspirano dalle mene di Arias, la dove non c’era assolutamente niente da mediare, nella speranza che Zelaya si riduca a un Abu Mazen qualsiasi, ritirando le misure per i poveri (sanità, scuola, salari, latte ai bambini, elettricità ai vilaggi) e le intese con gli Stati progressisti (ALBA, Petrocaribe) e abbandonando la chimera di tagliare le unghie all’oligarchia e alle corporations Usa con una nuova costituzione. Costituzione progressista che, sull’esempio venezuelano, boliviano, ecuadoriano, ridesse sovranità a questa marca Usa, vita e diritti a un popolo depredato e insanguinato più e per più tempo di qualsiasi altro nel continente. Di fronte c’è la debolezza di una giunta scaturita da una sedizione di militari, usciti dalla stessa base in cui è collocato il comando Usa per l’America Centrale (Soto Cano), che è stata condannata e isolata dall’intera comunità latinoamericana. Governi rivoluzionari, progressisti, socialdemocratici e liberali hanno tutti condannato il golpe e preteso il reinsediamento di Zelaya, ben sapendo che gli Usa possono cambiare faccia al manichino nella vetrina della Casa Bianca, ma che, a dispetto di distrazioni temporanee, la politica dei bottegai di quel paese non cambia da duecento anni. E dunque dal successo o insuccesso del golpe ne può domani andare anche della loro pelle.

La forza in campo più importante è il popolo dell’Honduras che, dal 28 giugno, non ha smesso un giorno di manifestare. In centinaia di migliaia nel paese dai 7,5 milioni di abitanti (60% senza lavoro e sotto il dollaro al giorno), continuano a sfidare truppe e polizia, anche con il rinnovato coprifuoco (segno di crisi per la giunta), beccandosi ripetute fucilate e registrando un numero di morti e, soprattutto, di desaparecidos tra i leader della lotta, che nessun mezzo d’informazione o organo ufficiale si preoccupa di contare. Qui ci si dilania le vesti per l’uccisione in Cecenia dell’erede della giornalista filo-Usa e amica di Eltsin, Politovskaja, Natalia Estemirova (subito attribuita a Mosca a dispetto del fetore di provocazione Cia-Mossad), intima amica, come già la padrina, dei mezzi d’informazione occidentali di destra e oggi pianta rumorosamente da apripista delle destabilizzazione come le congreghe mediatiche prezzolate, i Radicali e Reporters Sans Frontieres del manutengolo Cia Robert Menard. E per la ragazza iraniana Mena, fatta martire “verde” nonostante sia stata uccisa da ignoti, lontana dagli scontri, mentre era in compagnia di associati Cia, si è strappato i capelli il mondo. Ma chi ha menzionato anche solo il fatto, se non il nome, di Isis Obed Murillo, ferito mortalmente dagli sgherri honduregni, di cui pure le foto sono apparse su tutti i giornali e in tutte le tv dell’America Latina? Neanche mezzo fiato enfisematoso viene sprecato per la chiusura in Honduras di tutti i giornali non golpisti e l’azzeramento dell’etere per ogni trasmissione non disciplinata, o per i giornalisti desparecidos denunciati dal neocostituito Fronte Nazionale di Resistenza.

L’altra forza sarebbe, appunto, l’isolamento internazionale, le sanzioni già adottate e forse a venire, e la pronuncia dei 192 paesi dell’Onu (a quando un risveglio del Consiglio di Sicurezza ?), le pressioni, anche militanti, dei paesi vicini, il Nicaragua tra tutti (per questo subito diabolizzato dal solito Beretta del "manifesto", simpatizzangte dei golpisti) ma anche Guatemala e Salvador, che temono a ragionissima il contagio. Intanto continuano a essere bloccate, da sindacati, associazioni professionali, donne organizzate, studenti di ogni ordine, gente comune, le maggiori strade che attraversano l’Honduras e lo collegano con il Nord e con il Sud, sta per partire uno sciopero generale ad oltranza e Tegucigalpa, come quasi tutti i centri del paese, è continuamente attraversata da masse bene organizzate con la parola d’ordine “con i golpisti non c’è niente da negoziare”. Il modello è quello affermatosi negli ultimi dieci anni in America Latina. Le masse indigene boliviane, minatori dinamitardi in testa, che, scesi dalle Ande e dalle terre basse, hanno retto gli scontri e le stragi del caudillo amerikano Sanchez de Lozada. Gli studenti, professionisti, lavoratori di Quito e gli indigeni dell’Amazzonia ecuadoriana che hanno, battuto gli sbirri a pietrate, invaso il parlamento e cacciato lo sciuscià amerikano Lucio Gutierrez. Il niagara sottoproletario che, unendosi agli studenti, si è riversato dalle favelas nel centro di Caracas, assediando il palazzo di Miraflores fino a quando reparti fedeli non hanno rimesso al proprio posto il presidente rivoluzionario democraticamente eletto. Tutti, nei limiti di un esercizio di forza che quando si tratta di rivoluzioni colorate è giudicato sacrosanto oltre che legittimo, ma che nel caso che infastidisca i padroni del mondo diventa “terrorismo”, hanno trionfato semplicemende bloccando lo Stato, chiudendogli i rifornimenti e le vie di comunicazione. Impedendogli di funzionare. Bella lezione per tutti.

La linea statunitense è un continuum che assomiglia alla ripetizione negli evi, mutatis mutandis, delle puntate di Beautiful. Nel perseguire una secolare strategia colonialista, oscilla solo tra “operazioni Condor”, che ricordano l’analoga “Phoenix” vietnamita, nella quale si usano colpi di Stato, squadroni della morte, assassinii mirati, sparizioni, terrorismo e dittature militari, è il cosiddetto smart power, dove l’aggettivo sta, oltreché per “in gamba”, per “astuto”, “scaltro”, “paraculo”. Non è una novità in America Latina: cadute le dittature fasciste degli anni ’70 e ’80, si era passati alla parademocrazia delle oligarchie locali; rotta con le carneficine la resistenza popolare al brigantaggio di passo detto “neoliberismo”, sono arrivati i Menem, gli Uribe, i Carlos Andrés Peres, i Cardoso, i Lagos, insomma gli esperti di furto con destrezza, portati per mano da Fondo Monetario e Banca Mondiale. Ma smart blow significa anche “colpo micidiale”. Il tentativo di rovesciare Hugo Chavez nel 2002, di dimostrata matrice Usa, i complotti secessionisti e terroristici diretti a La Paz contro Evo Morales dall’ambasciatore Usa, poi espulso, l’analogo secessionismo di Guayaquil in Ecuador contro Rafael Correa e, due anni fa, l’attacco terroristico colombiano-statunitense contro i dirigenti FARC accampati in Ecuador, dove trattavano la liberazione della Betancourt, precedono il golpe di Roberto Micheletti come nel Cuba libre la coca-cola precede il rum. Solo che il pupazzo spaccatutto aveva fallito, mentre Obama c’è, per ora, riuscito. Smart power significa instupidirti di chiacchiere su dialogo, democrazia e diritti umani, mentre ti si mena, o si menano altri. Significa allestire catastrofi e voltarsi, corrucciati, dall’altra parte. Significa far sprigionare enormi ed eleganti volute di fumo che occultino gli arrosti di popoli e terre. In Afghanistan Obama ha raddoppiato fino a 70mila gli effettivi e ha lanciato un’offensiva tesa allo sterminio della popolazione di Helmand. In Iraq lascerà almeno 50mila nelle basi e, come “consiglieri”, in ogni anfratto dell’apparato statale, più 138mila “contractors”, delinquenti mercenari fuori da ogni legalità, tutti garanti che una sovranità vera l’Iraq dei fantocci non l’avrà mai.

La posta in gioco per coloro che hanno mandato alla Casa Bianca un nero dallo scilinguagnolo sciolto, come per tutti i corifei che gli marciano dietro in attesa di caduta di bocconcini, è enorme. Visto che si tratta dell’uomo del “cambio”, change inciso col martello pneumatico della propaganda nella coscienza di milioni di minchioni, che cambio sia, ma all'incontrario di quanto previsto: si torna alle maniere spiccie. Quelle per le quali l’Honduras è da sempre la base privilegiata per gli interventi Usa nella regione. Nel 1954 vi originò il colpo di Stato Usa contro il presidente progressista guatemalteco Jacobo Arbenz, Nel 1961 da lì fu lanciata l’invasione della Baia dei Porci a Cuba. Da lì si assaltò Grenada. Tra il 1981 e il 1989 gli Usa, con l’aiuto di Khomeini e del già allora fido premier Musavi, lì finanziarono e addestrarono 20mila “Contras” e gli squadroni della morte incaricati di macellare sandinisti, proprio con gli stessi personaggi ora riapparsi sul proscenio honduregno. Visto che la soluzione “democratica” concessa ai paesi latinoamericani non aveva soffocato le turbolenze politiche e sociali di popoli che incominciavano ad averne viste troppe e, anzi, il vulcano in risveglio stava incenerendo i presidi Usa e del Nord del mondo, c’era da rilanciare una strategia d’attacco meno inguantata. Fatte le prove in Honduras si poteva passare a provare in Salvador, dove hanno vinto gli antichi guerriglieri del “Farabundo Martì”, in Guatemala, dove c’è un presidente che pencola anche lui a sinistra e, naturalmente, a seguire, gli obiettivi grossi. Con Perù e Colombia in tasca, Argentina, Cile e Brasile che, già non un granchè socialdemocratici, ma insidiosamente gelosi della sovranità e solidali con il bubbone Cuba, paiono avviati a far vincere la destra alle prossime elezioni, restano i poco rilevanti e neanche tanto intemperanti Uruguay e Paraguay e naturalmente i quattro moschettieri nemici di Richelieu: Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua. A quel punto circondati. E vista la tranquilla indifferenza con cui la “comunità internazionale”, sinistri inclusi, ha accompagnato il colpo di Stato che ha instaurato in America Latina un altro proconsolato fascista dell’imperialismo, fino a sperticarsi in apprezzamenti per il trucco della “mediazione tra le parti” affidata al valvassino Arias, si può prevedere che l’Honduras non resterà un caso isolato.

Il Centroamerica e i Caraibi sono il ponte della droga tra Colombia e mercato nordamericano. Quel ponte frutta dazio ed è gestito da operativi della Cia che controllano la massima parte del traffico. Si contano a dozzine i gorilla impiantati per la bisogna nelle famigerate repubbliche delle banane. Basta pensare a quel Noriega, presidente narcotrafficante del Panama sotto padrone Cia, poi messosi in capo di far di testa sua e indi prelevato e chiuso a marcire in un carcere Usa. Sono frequenti gli incidenti ad aerei delle compagnie appaltate dalla Cia che, dopo cadute o atteraggi forzati, vengono trovati zeppi di cocaina. Fu decisivo il finanziamento da Khomeini e da cocaina che la Cia smistò alla Contra per la sua guerra ai sandinisti del Nicaragua. Con il fiduciario Uribe e i suoi paramilitari in Colombia la produzione e l’export sono garantiti. Resta da assicurarsi un salvacondotto statale oltre l’istmo, verso il sicuro Messico. Quale candidato migliore al rango di narcostatarello delle banane che il derelitto e spolpato Honduras, con al centro la più grande base e il più grosso contingente Usa del Centroamerica, con una casta militare coltivata nella Scuola delle Americhe e pronta da sempre a ogni nequizia ordinata dagli istruttori Usa? Non ricorda il Kosovo sotto controllo della nuova megabase Bondsteel, oggi posto di smistamento principale dell’eroina che sotto l’occupazione Usa dell’Afghanistan è arrivata a soddisfare il 90% della richiesta mondiale? Istituti seri come L’Osservatorio Mondiale della Droga calcolavano l’utile da narcotraffico mondiale, un lustro fa, in un trilione di dollari, quasi tutto finito nella voce “utili” dei moloch finanziari Usa che, si sa, per contenere il galattico debito pubblico si venderebbero pure mamma e figli. Volete che le banche statunitensi, svuotate dalle proprie bulimie speculative, si accontentassero dei due volte 800 miliardi regalatigli da Obama e rinunciassero a quella sorgente di vita? Cosa volete che conti la democrazia dell’Honduras, non fateci ridere. Si veda dunque come la partita Honduras, tanto schizzata dalle teste d’uovo di piccione impegnate a reincollare i cocci di un ceto politico sinistro spappolato, si inserisca in uno scenario planetario di guerra dei ricchi ai poveri, tramite mafia, dittatura, invasioni, genocidi, rivoluzioni colorate, papi e pacchetti sicurezza. Per l’America Latina, l’Honduras era l’anello debole da spezzare. Forse le masse scese in campo nell’occasione dimostreranno che l’anello non è poi tanto debole. Resta essenziale che Zelaya non molli.

Agli obamaniaci ricordiamo che il Dipartimento di Stato sapeva in anticipo del golpe e non ha mosso un dito. Lo hanno dichiarato i portavoce dello stesso Dipartimento in una conferenza stampa del 1. luglio. L’ambasciatore a Tegucigalpa, Hugo Llorens, di origine mafiocubana, coordinò l’espulsione del presidente Zelaya in combutta con il sottosegretario di Stato Thomas Shannon e il macellaio John Negroponte, oggi assistente di Hillary Clinton. Hugo Llorens, che arrivò negli Usa con l’Operazione Peter Pan, è un esperto di terrorismo e destabilizzazione che, alla vigilia del golpe contro Chavez, Bush nominò suo consigliere speciale per il Venezuela. Viene spedito in Honduras nel quadro di una serie di recenti nomine ad ambasciatore nei paesi vicini: Robert Blau in Salvador, dopo essere stato a Cuba accanto al cospiratore, incaricato d’affari, James Cason, all’epoca degli attentati e complotti della “dissidenza”; LLorens e Blau sono antichi compagni di merende sotto il patronato terroristico di Otto Reich; Stephen McFarland in Guatemala, un ex-marine che collaborò con l’ambasciatore William Brownfield in Venezuela nella preparazione dei vari tentativi di eliminazione di Chavez; Robert Callaghan in Nicaragua, dopo essersi fatto le ossa nell’invasione dell’Iraq e nelle sedizioni di destra in Bolivia, e dopo essere stato capo dell’Ufficio Stampa e Propaganda della Direzione Nazionale dell’Intelligence Usa. Un organismo che sta ai golpe e alle rivoluzioni colorate come la polenta sta alle salsicce. Dal primo giorno Obama e i suoi hanno nominato un “mediatore”, parlato di “parti in conflitto” e di “dialogo”, permettendo così il trinceramento dei golpisti e rigorosamente escludendo dai discorsi il termine “colpo di Stato”. Ovviamente con i cosiddetti “negoziati” tra ladri e derubati si puntava a screditare la figura di Zelaya agli occhi dei suoi sostenitori. Tutto l’apparato di Washington onora Roberto Micheletti del titolo di “presidente ad interim”, anziché di golpista, e lo riceve in pompa discreta. Massimo lobbista per il riconoscimento della cricca honduregna è tale Lanny Davis, principale avvocato di Clinton e intimo amico di Hillary. Quelli che hanno elaborato la sceneggiatura a Washington per i generali honduregni e il loro burattino presidente del Senato, sono Otto Reich, padrino di tutti i grandi terroristi latinoamericani, Posada Carriles compreso, e Robert Carmona-Borjas, un venezuelano collaudato nel golpe contro Hugo Chavez, parente e avvocato di quel Pedro Carmona, presidente della Confindustria venezuelana, che, sciolta l’assemblea nazionale, per 72 ore occupò il posto di Chavez. Se il giorno si vede da questo mattino…

E’ spettato ai soliti enti, definiti ong o fondazioni, preparare l’ambiente sociopolitico per il golpe in Honduras. Proprio il mese prima, con il patrocinio e i dobloni di NED, Freeedom House, International Republican Institute, UsAID e simili, si era formata una coalizione di varie organizzazioni non governative, associazioni imprenditoriali, sindacati gialli, frazioni politiche, i maggiori media, gruppi dei diritti umani e la Chiesa cattolica. Coalizione degli oligarchi intitolata, sul modello dei secessionisti di Santa Cruz in Bolivia, “Unione Civica Democratica”. Suo obiettivo, cancellare le riforme sociali di Zelaya, impedire la convocazione di un’assemblea costituente, uscire dall’ALBA (l’unione economica e sociale tra i paesi progressisti del Cono Sud), rompere con Chavez e Ortega. E all’ “Unione Civica” che NED e UsAid, gli stessi di Tehran, hanno indirizzato stavolta lo stanziamento annuale di 50 milioni di dollari per lo “sviluppo democratico” dell’Honduras. Un’informativa di UsAid afferma che, per “sostenere la credibilità di questa organizzazione come autentica e autoctona è necessario che UsAid mantenga un profilo basso e non faccia pensare a un braccio di UsAid”. Più chiaro di così.

Concludendo, in America Latina non c’è anima viva o morta, da Simone Bolivar e José Martì in qua, che non colleghi gli Usa a ogni dittatura, a ogni colpo di Stato, a ogni cospirazione reazionaria. Decenni di bagni di sangue, torture, assassinii, squadroni della morte, terrorismo paramilitare, guerre, tutti con il marchio Usa, hanno preceduto e ostacolato i progressi sociali, civili, politici finalmente realizzati. Per chiunque laggiù è impensabile che il golpe dell’Honduras abbia potuto attuarsi senza l’appoggio dei massimi vertici degli Stati Uniti, del suo apparato militare, di intelligence e politico. Ed è altrettanto impensabile che i golpisti abbiano potuto restare in sella senza quell’appoggio per tutte queste settimane, dal 28 giugno, di fronte all’ostracismo internazionale, la sanzione di 2,3 miliardi di dollari dell’OSA, e la grandiosa resistenza del popolo honduregno, pur massacrato dalla repressione armata. In Latinoamerica si sa che questo esperimento, se funziona, potrebbe incoraggiare gli Usa ad estenderlo ad altre nazioni. Nel momento di una crisi gravissima e probabilmente irrisolvibile con i metodi tradizionali, in una fase di collasso dell’ordine economico capitalista, ci si può attendere di tutto dalla belva ferita. Nel frattempo c’è da osservare che il confronto diseguale tra le forze armate e la popolazione in Honduras dimostra una volta di più che i popoli sono indifesi davanti a colpi di Stato, governi di polizia e militari sediziosi. In Venezuela e Bolivia l’hanno capita e hanno saputo prevenire un esito che si dava per scontato attraverso la formazione all’autodifesa, il rafforzamento delle organizzazioni di base, il volontariato militante e l’intensificazione e l’allargamento della solidarietà internazionale.

Autodifesa, solidarietà internazionale, imperialismo, che roba è?
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mercoledì 15 luglio 2009

POGROM IN IRAN E CINA, GOLPE IN HONDURAS: BRAVO OBAMA, SANTO SUBITO (dopo Michael Jackson però)









Sei qua perché sai qualcosa. Non lo sai spiegare, ma lo senti. L’hai sentito per tutta la tua vita che c’è qualcosa di sbagliato con questo mondo. Non sai cos’è, ma c’è, come una scheggia nella tua testa che ti fa impazzire. E’ questa sensazione che ti ha portato qui. Sai di cosa parlo?
- Di Matrix?
Lo senti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. Si tratta del mondo che ti hanno steso sugli occhi per renderti cieco alla verità.
- Quale verità?
Che sei uno schiavo, Neo, come tutti gli altri, che sei nato per essere incatenato, nato in una prigione che non riesci a toccare, assaporare, odorare, una prigione per la tua mente.
Purtroppo a nessuno si può dire che cosa è Matrix. Lo devi provare da te.

(The Matrix, 1999)

14 luglio 2009. E’ il giorno in cui questo Stato ha fatto morire in Afghanistan un suo cittadino messosi al servizio di predoni per non finire nel ghetto dell’esclusione. E’ il giorno in cui questo Stato ha concesso 6 anni, da non passare in galera, a un suo masnadiero, assassino di un cittadino in viaggio verso la gioia di una partita. E’ il giorno che segue a un altro giorno, in cui tre miliziani al servizio di questo Stato, per aver ucciso a botte un diciottenne innocente e innocuo, sono stati definiti “colposi” e risparmiati al carcere grazie a una sentenza di tre anni. Tutti in servizio. Lo Stato di polizia è come Israele: immune e impunito. Non per nulla Israele è il laboratorio del nostro futuro, già quasi presente.

Prendiamo il “quotidiano comunista” di questi giorni torridi. Ti viene da chiederti se gli è preso un colpo di sole. Ma poi, se ci pensi, trovi incongrua la domanda. Da quanto tempo ti esaspera questo giornale, che pure a volte, grazie soprattutto a interventi esterni e a poche resistenze interne, manda gli ultimi bagliori di una sinistra che, come un sole marino nel crepuscolo, si sdilinquisce dal carminio al rosa, all’ arancione, all’ocra, al giallino, fino a sprofondare nel buio? Paghi 1.30 euro per questo giornale che, pure, si è visto garantire quei contributi statali la cui minacciata cancellazione gli aveva fruttato oltre un milione di nostri talleri. Abbiamo sopportato l’esosità, quattro pagine in meno e 30 centesimi in più, quattro costole tolte a un organismo già scheletrico, ogni giorno abbiamo rimandato giù l’esondazione di bile per il fuoco “amico” sparato sui fatti dalle Sgrene, Rossande, Forti, dai Parlato e dagli orridi vivandieri del collateralismo in Asia di “Lettera 22”. Ci siamo incerottati con Michele Giorgio dal Medio Oriente e Manlio Dinucci sull’imperialismo e i suoi lanzichenecchi. Abbiamo redarguito le turbe di transfughi della cui diserzione “il manifesto” mai si chiede la ragione, balbettando: è il meno peggio, non c’è altro, Giorgio sulla Palestina, Matteuzzi sull’America Latina, Dinucci, Dal Lago, Vauro…


Ma dell’Honduras, di cui qui si parlerà nel prossimo pezzo, non hanno fatto scrivere a Matteuzzi o a Gianni Minà. Hanno fatto scrivere a uno, di nome Beretta, dall’inchiostro intinto nella simpatia per i golpisti e nell’astio per il presidente rapito e per le masse che lo sostengono. Un golpe di torturatori fascisti al soldo di Washington che, rinnovando i fasti degli squadroni della morte, vorrebbe iniziare il roll-back Usa in un’America Latina uscita dal cortile di casa, lo hanno ridotto a trafiletti di otto righe, zattere sbattute da un’alta marea che elevava sulla cresta dei diritti umani i pogrom stragisti telecomandati da Washington e Tel Aviv in Iran e Cina. Dopo lo scellerato sostegno al tentativo di golpe morbido degli yuppie filo-Usa e filo-mercato a Tehran, prodromo all’attacco per cui si agitano i nazisionisti di Tel Aviv, eccoli avventarsi, bertinottianamente bulimici di apprezzamenti di cosca, di loggia e di regime, sulla parallela (astutamente parallela anche al G8) manovra destabilizzatrice del nemico strategico cinese. E, guarda un po’, dopo che l’idiotismo attorno a Bush aveva detto cattivi tutti i musulmani, ecco che dalle eleganti elissi retoriche di Obama saltano fuori dei musulmani buoni. Quelli, appunto, che, coordinati a Washington da Rebiya Khadeer (una specie di Aung San Suu Khi uiguri, capo della Uyghur American Association, finanziata al solito da dependances Cia), iniziano a rosicchiare pezzi delle regioni di confine cinesi. Ieri i tibetani, poi le madames di Tehran Alta, oggi gli islamici buoni uiguri. Il manuale è sempre lo stesso: pogrom stragisti, incendi di negozi, devastazioni di case, ammazzamenti di passanti, assalti alle istituzioni, martiri autoprodotti, che però per le “sinistre” diventano “rivolte per i diritti delle minoranze”, “lotte per la democrazia”, una nuova “rivoluzione di velluto”. Chissà perché queste, che nascono a Washington, vanno bene, mentre quella dei baschi, di colore rosso, o quella degli irlandesi, no. Naturalmente i “bagni di sangue” vengono attribuiti istantaneamente alle forze di governo (governi, tutti questi, a me per nulla simpatici, ma non per questa da gettare nelle fauci di USA-UE-Israele), prima ancora che sul posto sia apparsa la polizia: “Gli han a caccia di uiguri nelle strade di Urumqi”. Ed era vero il contrario, perfino per il New York Times, tanto che tutti hanno parlato di un governo cinese “preso di sorpresa”. Chissà come si orienterebbe questo manipolo redazionale se domani scendessero dalla Val Brembana gli schioppi verdi di Calderoli a manifestare, dando fuoco a marocchini, “il disagio di giovani stranieri in casa loro”, come lo attribuisce il “manifesto” agli uiguri con il “PeaceReporter” (quelli della cantonate) Battaglia. Alla fine il dato che dei 156 morti ammazzati solo il 20% erano uiguri sparacchioni colpiti dalla repressione e tutti gli altri civili han massacrati dagli attivisti dell’amerikana Rebiya Khadeer, annega negli strepiti di nuovi orgasmi.

Quello per Michael Jackson su tutti, un nero che ha insegnato ai suoi fratelli di serie C come sentirsi bravi bianchi trasformandosi in grotteschi surrogati del padrone: “Jackson in black, quella popstar che divenne leader dei neri”, “Nasce una nuova era per il popolo dei blues”: Malcolm X, nella sua tomba, è una trottola impazzita. E poi l’altro orgasmo, per il protagonista della truffaldina e fallimentare kermesse del G8, grondante sangue per le carneficine in Iraq, Afghanistan e Pakistan, presentato così: “Obama in camicia incanta l’Aquila, la città lo attende per ore ed esulta”. Non avevano finito di ballare l’hallygally per colui che aveva appena detto nisba alla salvezza climatica del pianeta e a un’uscita dalla crisi che evitasse 200 milioni di disoccupati e un miliardo di morti per fame e che aveva ripromesso all’Africa i vecchi e mai pagati 20 miliardi di dollari (quanto i “Grandi” spendono per eserciti e armi in due giorni), che lo hanno incoronato salvatore di quel continente. “Il messia nero in Ghana” , “Yes you can Africa”. Sono i titoli sull’ennesima fuffa retorica, dopo quella dei “cari musulmani” al Cairo, esufflata dal campo di un lurido satrapo che aiuta Israele nel genocidio di Gaza. Fuffa tossica ma scintillante di paillettes, riversata sui depredati africani nella visita in Ghana, ovviamente “storica” come ogni suo peto, dal continuista messo da Wall Street e dal Pentagono al posto dello zannuto mentecatto Bush. Pentagono, Wall Street, Cia e Cheney resi incensurabili per crimini degni di Vlad di Transilvania, è naturale, come lo furono gli aguzzini argentini con la legge del “Punto final”). Solo che per l’elite Usa non ci sarà mai spazio per un Kirchner che rimedi agli orrori dei predecessori punendoli. C’è anche, su questa aporia detta “comunista”, un occhiello che ha fatto l’invidia del “Giornale”: “Barack Obama nel primo, storico (e dagli) viaggio da presidente in un paese dell’Africa sub-sahariana: basta prendersela col colonialismo (ti pareva!), è ora di dare al continente governi efficienti. La ricetta per lo sviluppo: pace, democrazia, sanità e opportunità. Traduzione: o ci fornite un Karzai, un Al Maliki, un Micheletti honduregno, un Uribe, un Abu Mazen, un Napolitano tanto “integro e nobile” da strizzare i coglioni a ogni opposizione e da mettere all’asta in Afghanistan altri “eroi caduti nella guerra al terrorismo”, o è meglio che pensiate a Gaza, Abu Ghraib e ai massacri dei nostri droni sulla Frontiera del Nord-Ovest.

Gli analisti manifestini del “basta prendersela col colonialismo” si compiacciono commossi che il loro “Yes we can Africa”, abbia “scelto non a caso il Ghana, il paese dalle tradizioni democratiche più consolidate… esempio per altri stati… da celebrare per essere riuscito a realizzare la speranza che siano realizzati i progressi nel mondo multipolare da lui immaginato”. E qui è stato Kwame Nkrumah, i liberatore di un Ghana poi rimasticato da venditori e compratori, a rivoltarsi nella tomba. Non poteva mancare un riferimento ai reprobi, tipo lo Zimbabwe di Mugabe, massacrato da un decennio di sanzioni punitrici della riforma agraria che ha ridato la terra ai neri, ma “della cui economia devastata l’Occidente non è responsabile, come non è responsabile delle guerre nelle quali bambini vengono arruolati per combattere”. Nessuna responsabilità dell’Occidente, né del colonialismo, giura “il manifesto” con Obama, in quelle guerre per diamanti, petrolio, uranio, che dalla Guinea al Darfur, dal Congo alla Somalia, dalla Liberia alla Nigeria, hanno visto bambini macellarsi per grazia di Shell, De Beer, la City, Wall Street, e per Israele e Usa massimi esportatori d’armi del mondo. Per carità. Del resto nel coro della satanizzazione di Mugabe la voce del “manifesto”, siccome del tutto inusitata, è particolarmente gradita a chi sogna la Rhodesia di Ian Smith.

Che gliene viene al “manifesto”, alle sinistre omologhe, oltre al salasso di lettori e consensi, da questa epistemofobia embedded ? Bella domanda. Sorprende Pierre Rimbert, in “Le Monde diplomatique”, “la capacità dell’elite editoriale di stupire e poi addomesticare alcuni dei suoi critici tendendo loro il più irresistibile degli specchi, quello che trucca l’immagine con una patina di cultura (vedi i paginoni “colti” del giornale)". Pare che parli della nostra stampa di “sinistra”. Che questo cammino verso le vette dell’intelletto sia andato di pari passo con un allineamento ideologico sulle posizioni delle classi dirigenti, ci ricorda fino a che punto il sapere, l’informazione, costituiscano un’arma a doppio taglio che finge di emancipare e invece assoggetta, che pretende di temprare vocazioni contestatarie e forgia conformismi. Parlando del settimanale “Charlie Hebdo”, Rimbert scrive: “Ancora nel 1998 conbatteva contro il libero scambio e denunciava il pensiero unico nei media, ma poi ha ridispiegato le punte delle sue matite sul fronte della guerra di civiltà”. Pare che di nuovo parli della nostra stampa di “sinistra”, matita di Vauro esclusa.

Già, il Ghana, tanto caro e tanto democratico. E’ il Ghana l’unico paese africano che abbia accettato di ospitare “AfriCom”, il comando strategico degli Usa (con diramazioni nella colo0nia Italia, a Vicenza e Napoli) creato dallo “svoltone” Obama, con lo stesso ministro della guerra di Bush, per la riconquista di un’Africa che, tra interventi cinesi, iraniani, venezuelani, russi e un minimo di autostima post-coloniale, è riuscita ad almeno porre un freno a rapine e stragi di quel “colonialismo senza colpe” che Obama è venuto a rilanciare. Gli ufficiali del Ghana si sono formati nel Centro di Studi Strategici per l’Africa istituito dal Pentagono. Il programma Usa “Acota” ha addestrato in Ghana 50mila soldati e istruttori africani, pronti a fare “peacekeeping” per gli interessi occidentali quanto lo fanno gli ascari etiopici contro l’autodeterminazione della Somalia, o quelli dei valvassini Ruanda e Uganda per trasferire a Nord le ricchezze del Congo. L’esercito e la marina Usa hanno ottenuto accesso alle basi militari e ai porti del Ghana che diventa così il gendarme del Golfo di Guinea, da dove gli Usa importeranno entro il 2015 il 25% del loro petrolio. Il paese è governato da una cricca di notabili ladroni e corrotti che hanno concesso alle compagnie Usa una manomorta assoluta sulle proprie ricchezze di diamanti, oro, bauxite, manganese, cacao. Con la conseguenza che la bilancia commerciale del paese è in deficit catastrofico e, sotto il sottile strato di fantocci predatori Usa, langue una massa di disperati. Democrazia esemplare per “il manifesto”, il portatore di felicità e prosperità al continente, l’afroamericano Obama, non poteva non sceglierla.

Sul “manifesto” e in innumerevoli convegni, feste, seminari, i detriti della sinistra italiana, mentre sottobanco continuano ad azzannarsi, sgranano il rosario dell’ unità delle sinistre. Vi si avvicenda uno stormo di grilli tanto parlanti quanto spennati. E più hanno le antenne tarpate da misfatti parlamentari e connubi inverecondi - penso per esempio allo Svendola praticante di Padre Pio, Casini e reperti neofascisti, o a quell’Alberto Burgio, reduce borioso da efferati voti pro-guerre ai poveri interni ed esterni - e più pretendono di erudire il pupo. L’ho già detto: dov’è il santo martello di Pinocchio? E Valentino Parlato, inebriato dagli insuccessi del suo anoressico giornale, lo definisce “più utile di qualsiasi partito di sinistra”, invita dall’alto a “interrogarsi sul che fare”, a “individuare le cause della sconfitta”, a “fare inchieste, individuare come siamo cambiati nei venti, trent’anni che sono alle nostre spalle”, a smettere di “continuare a leggere con le stesse lenti”. Conclude collocandosi in vetta a questo monte di cocci: “E’ da trentotto anni che cerchiamo di assolvere a questi compiti modesti e molto ambiziosi. Aiutateci a insistere”.
C’è qualcosa di ottuso, di paradossale e di patologicamente presuntuoso nelle esternazioni di questo anziano dirigente di un giornale in disarmo ideologico e deontologico. Non ricordo bene com’era trent’anni fa, ma so che da molti anni quei “compiti modesti e molto ambiziosi” sono stati sepolti nella trousse d’epoca delle gentildonne e dei gentiluomini che si sono succeduti alla sua testa. In parallelo con un PCI, il cui seme gramsciano è stato soffocato da proliferazioni gramignose, giù giù fino agli araldi della convenienza-connivenza con l’orrore esistente: D’Alema, Fassino, Veltroni e tutto lo scipito cucuzzaro capitalcompatibile, questo gruppetto di “antagonisti” dandy ha partorito i Riotta, Barenghi, Annunziata, Maiolo, Mineo, per citarne solo alcuni. E altri, vedrete, seguiranno il percorso che porta dalle angustie del “quotidiano comunista” ai riconoscimenti di mamma Rai, della Confindustria, o della Fiat. Sono particolarmente graditi dal pastore del gregge i ritorni delle pecorelle smarrite, al capotribù quelli dei figlioli prodighi.

A Paolo Flores d’Arcais, chierico di punta della “società civile”, viene consentito di diffondere le seguente formula per la salvezza della sinistra: “Invitare decine di personalità che rappresentano il meglio della società civile a iscriversi simultaneamente al PD, in modo da dar luogo a un piccolo Big Bang capace di mobilitare centinaia di migliaia di cittadini e di rifondare questo partito… sarebbe una nemesi… insomma un protagonismo organizzato a geometria variabile (?) cui potrebbero fare da catalizzatore quotidiani, riviste, siti web, associazioni della società civile (sicuramente del tipo di quelle che fanno le “rivoluzioni colorate”), immetterebbe massiccio ossigeno democratico in una morta gora…” La trovata è strepitosa. Sistema tutti. Vendola in testa. Basta qualche pugno di ingegni eletti dentro a quel tritacarne storico che è l’accoppiata PCI-DC, oggi PD, ed è fatta: niente più guerre coloniali, papi e zoccole, mafia onnipervasiva come lo spirito santo, scuola e acqua mangiate da preti e multinazionali, cemento su ogni margheritina… Fa ancora meglio, addirittura con un editoriale di prima pagina, un altro “venerando maestro”, Alberto Asor Rosa, che da qualche tempo, abbandonati i meritevoli saggi di letteratura, si è autonominato cattedratico del corso accademico di "Salvataggio nazionale". Espressa la sentenza per cui gli italiani sono geneticamente inadatti a fare da soli, visto che, da Carlo Magno al Risorgimento, dalla prima alla seconda guerra mondiale, dal 1945 a oggi, o Francia o Spagna (leggi Usa) purchè se magna, per il riscatto nazionale suggerisce la soluzione Savoia: salvi grazie a francesi e inglesi. Però aggiornata ed estesa all’ intera cupola di sponsor e padrini: “Sarebbe bello, sarebbe sufficiente che venisse lanciato qualche modesto messaggio (al collega mafiofascista italiano) da parte degli ospiti stranieri. Basterebbe voltare le spalle nel corso di una pubblica esibizione, declinare dignitosamente ma fermamente qualche invito, rifiutarsi di stringere qualche mano servilmente protesa, esibire una grave serietà quando ci si trovi di fronte a una risata troppo ghignante ed esibita. Al resto penserebbero la stampa, i fotografi, le televisioni. Fra i Grandi del G8 qualche personalità capace di questo dovrebbe pur esserci, dal sobrio laico laburista inglese Brown (sic), al multietnico e libero pensatore Obama (sic), all’onesta luterana tedesca Merkel (sic)…” Simpatiche descrizioni dei baroni del capitalismo imperialista cui, sprovveduti che siamo, non avevamo pensato. Quando si dice la fiducia in se stessi… quando si dice la delega… Del resto al colto e intelligente Alberto la speranza Obama ha subito dato soddisfazione: “Silvio? Ecco una forte leadership per l’Italia!” E giù pacche sulle spalle di papi da parte del "libero pensatore".

Questo scrisse il 5 luglio l’illustre maestro Asor Rosa. Un’autentica rivoluzione affidata a coloro che, secondo l’autore, vantano una “superiorità di comportamenti” morale, quasi antropologica, nei nostri confronti, visto che a rapinare, divorare popoli, devastare terre, sono secoli che sanno fare da soli. Per i “superiori” Obama, Brown, Sarkozy, Merkel non c’è priorità più pressante che liberare il popolo italiano dal guitto mannaro, dal suo mafiastato e dai nazisti verdi. Intanto, mentre si preparano a salvarci voltando le terga a Berlusconi, o rifiutando di fare cin cin con Frattini, fanno le prove generali in Afghanistan, Pakistan, Honduras e ovunque ci siano paesi che, come le nostre sinistre, non ce la fanno da soli. Logicamente per Napolitano, il tagliaunghie dell’opposizione, omaggiato di meriti di saggezza ed equilibrio da Asor Rosa e “manifesto”, è doveroso il sacrificio di quell’ennesimo militare italiano caduto in Afghanistan nella “lotta al terrorismo”. Qualche volta neanche gli Usa, a quanto pare, ce la fanno da soli. Vien da vomitare, presidente. Finchè si limitava a far da punta avanzata dell’ammorbamento etico-ideologico di un partito di cui i suoi “miglioristi” sono entrati a gamba tesa in tangentopoli, transeat. Finchè, da buon membro del collegio di difesa, incollava foglie di fico sulle vergogne di papi e compagni di merenda, agevolando passo passo la frana democratica del paese, pazienza. Ma trarre da quel cadavere ventenne l’ascia per continuare a menare un popolo con cui non c’entriamo una minchia, se non per dovere di solidarietà con la sua resistenza, bè, mancano le parole. Forse le avrebbe sapute Pertini.

Asor Rosa si deve dare pazienza. La sua questua da lustrascarpe deve mettersi in fila. I nostri salvatori sono impegnati in altri soccorsi ai bisognosi. Per prime le banche che hanno assalito il mondo gridando: dateci i soldi o noi disintegriamo milioni di posti di lavoro e distruggiamo le condizioni di vita di miliardi di persone. Come non ascoltare quell’invocazione disperata? Asor Rosa non se ne avrà a male se la sua prece viene accolta più in là. Molto più in là: nei tempi iperuranici in cui lupo avrà imparato a mangiare lupo. Tutto questo ciabattare di vegliardi, decrepiti nelle sinapsi prima ancora che nel fegato, non é che il tropismo da cui deriva una concezione della democrazia come dispotismo dei colti. “Noi siamo i rappresentanti perchè parliamo al posto della gente”. Come dice Deleuze: “Lo scrittore parla per le bestie”. Quelle che leggono “il manifesto”, dove qualcuno si ostina ancora a ripetere che tutto deve partire “dal basso”.

Non ci resta che piangere.

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lunedì 6 luglio 2009

EUROCENTRISMO: LA STAMPELLA DEL BOIA (su sinistri, Islam e Obama)









La pura e semplice verità raramente è pura e mai è semplice.
(Oscar Wilde)
Un tempo a nessuno era permesso di pensare liberamente. Ora è consentito, ma nessuno ne è più capace. Ora si desidera pensare solo ciò che viene ritenuto si debba pensare. Lo chiamano libertà.
(Oswald Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”)

I più grandi mali inflitti dall’uomo all’uomo sono venuti da gente che si diceva certa di qualcosa che invece era falso.
(Bertrand Russell)

A uno che gli suggerì di creare una democrazia a Sparta, Licurgo rispose ‘Per favore, prima metti su una democrazia a casa tua’.
(Plutarco)

Non credere a niente solo perché un cosiddetto saggio l’ha detto. Non credere a niente solo perché è un’opinione generale. Non credere a niente solo perché è scritto in antichi libri. Non credere a niente solo perché lo si dice di origine divina. Non credere a niente solo perché qualcun altro lo crede. Credi solo a ciò che tu stesso hai sperimentato e giudicato vero.
(Gautama Siddharta)
Prologo dell’adunata all’Aquila dei 7 morti viventi. A Vicenza le ronde in divisa di Manganelli massacrano di botte chi vuole sottrarre la città al ruolo di bunker di stragisti planetari. Manifestare è sovversiivo e antidemocratico. A Torino il terrorismo di Stato marca Maroni-Alfano-De Gennaro incarcera 21 manifestanti contro l’adunata dei manipolatori G8 della conoscenza. Manifestare è criminoso. A Tehran viene scatenata la sedizione vandeana di manifestanti innescati e diretti dall’imperialismo e dal necrocapitalismo contro la sovranità e l’autonomia del paese. Manifestare è nobile e giusto. Nello Xinjang, Cina, pogrom dei musulmani secessionisti sul modello dei monaci fascisti tibetani: assalti, incendi, devastazioni, omicidi. Anche questo è nobile è giusto. Sono nobili e giusti tutti coloro che hanno la loro rappresentanza estera e i conti in banca a Washington. Per essere delinquenti basta non averli e non volerli. Così i media e tutta la politica italiana. Così le consorterie degli pseudomarxisti. Vi vengono le vertigini?

Ci sono quelli che giurano che il loro cane dice “mamma”, che “sorride”, che “sembra un bambino”, che è fiero del cappottino griffato, che saluta con la zampetta, che deve evitare di mescolarsi ad altri cani. Più è “umano” e più è gradito. Se poi ringhia all’ospite che sa di gatto, insegue una pecora, o fa a pezzi una pantofola perché lasciato solo, privo della misura del tempo, si sente abbandonato per sempre, cioè se fa il cane tout court, finisce facilmente legato a un paletto sull’autostrada. Parliamo dei padroni dei cani. Sono gli antropocentrici. Poi ci sono quelli che cercano di disumanizzarsi e caninizzarsi, di capire cosa vuol dire uno scodinzolo, un ringhio, un latrato, un mugolio, un movimento delle orecchie, uno snusamento, un’occhiata disperata o allegra, un rimbrotto, onde correggere in termini canini il loro rapporto con l’ecosistema, con gli altri, il tempo, la morte, l’amore, la giustizia, la differenza. E sono i famigliari dei loro cani. Parallelamente c’è quel grillo parlante, grondante laicità e sicumera, che manifesta il suo disgusto per i taliban che impongono il burka, o per Hamas che fa della religione l’asse portante della sua visione del mondo e della sua lotta di liberazione, magari rispondendo con i petardi Kassam ai bombardamenti al fosforo e a tappeto israeliani. Con ogni probabilità lo si può scoprire, sventolante perbenismo integralista bianco, magari cattolico, in capannelli ove si satanizza Ahmadi Nejad, si fanno a pezzi veli, e si lubrifica la penetrazione “democratica” in Iran del tiro a tre dei pupazzi Cia. Se ha un cane farebbe parte della prima categoria. E’ un eurocentrico, un euroimperialista dal pensiero che, inconsapevole e subordinato, fiancheggia gli euroimperialisti con le bombe, un euro-onanista quanto al suo contributo alla battaglia degli oppressi. E’ la stampella del boia. Immancabilmente, in queste manifestazioni, lo trovi con in mano lo strascico della coppia USraeliana che avanza calpestando popoli nel nome della propria “verità”, del proprio dio.


Dalle nostre parti siamo eurocentristi, eurototalitari ed euroimperialisti, senza distinzione di classe, da quando ci siamo dotati di verità assolute e abbiamo abbandonato il relativismo degli egizi e romani che si facevano greci e assorbivano gli dei altrui, dei “barbari” che si facevano romani, dei sancoulottes che bruciavano chiese che bruciavano donne, perfino di certi missionari che, ignorando gli effetti collaterali, si facevano indigeni, per arrivare ai brigatisti internazionali che si facevano rivoluzionari repubblicani di Spagna e ai cubani che si facevano africani. Siccome Marx ed Engels, nell’Europa industrializzante delle sollevazioni di soldati e operai, avevano escluso il lumpenproletariat, i “sottoproletari” (basterebbe la parola!), dall’armata dei soggetti rivoluzionari, non si aveva alcuna esitazione a prendere le distanze ed arricciare il naso quando Lotta Continua trovava fertilità rivoluzionaria tra carcerati, periferici e “sottoproletari”, anche cattolici irlandesi, o quando oggi la rivoluzione la fanno gli invisibili delle favelas venezuelane e le turbe senz’arte né parte delle bidonville indiane o africane.

Altro che aviaria o febbre suina. Il virus del pensiero unico, dunque totalitario, intollerante e cieco, è un privilegio tutto nostro, rifilatoci dai vari scriba delle truffe per gonzi intitolate bibbia e vangelo. Al punto da diventare nei millenni componente antropologica, intellettual-cultural-politica, strumento di dominio e sterminio psicofisico. Non sono però, si badi bene, un fattore genetico, le ratzingeriane basi “naturali”, i destini inesorabilmente fissati nei geni, secondo la scienza imperiale voluta dai capifila capitalisti Usa per occultare i disastri inflittici da un assetto sociale copiato dall’alveare della regina, del fuco e dei milioni di api operaie.

In tal modo abbiamo assorbito, come fossero le sostanze tossiche iniettate nella carne della mucca pazza, assiomi e valutazioni propri di chi ci infinocchia, precipuamente quelli che vanno a detrimento della lucidità di classe. Sullo scambio postogli tra i binari dagli stereotipi della storiografia patrizia, feudale, borghese, ha deragliato perfino l’onestà intellettuale di un Nobel come José Saramago, quando ha paragonato Berlusconi al Catilina demonizzato da Cicerone - quo usque tandem, Catilina, abutere patientia mea - rovesciando i termini di quello scontro nel loro contrario. Semmai era Cicerone, guru della cosca usuraia attestata nel Senato della Repubblica, ad anticipare il massacro sociale del nostro guitto rigurgitato dal Ventennio, quando ha soffocato nel sangue il tentativo rivoluzionario di Catilina che, riprendendo la legge democratica agraria bocciata a Cesare e Crasso dal console Cicerone, aveva voluto che la terra fosse di chi la coltiva. E anche grazie a questi equivoci epistemologici che, da allora, qui e nel mondo, si continua ad aspettare la riforma agraria e l’eliminazione dei terratenientes , la rivoluzione degli sfruttati e la liquidazione dei pecuniatenentes.

In questo contesto si inseriscono oggi due categorie strettamente imparentate: quella degli obamamaniaci e l’altra degli ultrà sinistro-laicisti. Entrambi dotati di un tasso di dabbenaggine accoppiata a presunzione che ne fa protagonisti di uno staio di polli inconsapevoli, ma con pesanti infiltrazioni di volpi da pollaio. Ho sottomano un velenoso pamphlet, pomposamente intitolato “L’espansione dell’Islam politico e la guerra imperialista”, che per ignoranza e protervia, rappresenta una summa di quella spocchia eurocentrista e autoreferenziale che da secoli accompagna le efferatezze della civiltà occidentale, cristiana e bianca. In perfetta continuità con i crociati e con Andrea Doria, con Cortez e i generali Custer o Gordon, che nel nome di Cristo depredavano e massacravano gli “infedeli” e i “selvaggi”, gli eurocentrici si avventano sui colpevoli di non mettere le posate in tavola come insegnato dal nostro galateo. La loro virulenza ideologica accompagna, a dispetto delle intenzioni dichiarate, gli stormi stragisti degli F-16 e le colonne dei carri Markava con la stella di Davide. E se la croce sui vessilli dei conquistadores, sui centuroni della Wehrmacht e negli appelli alla guerra santa della banda imperialista anglosassone aveva il compito di nobilitare rapine e genocidi, le insegne pseudo-sinistre e pseudo-laiciste degli imperialisti culturali eurocentristi hanno il carattere intrinseco dell’onanismo e quello estrinseco della protezione dei fianchi a chi formalmente deprecano. Ne discende il teorema assurdo di un’opposizione a chi macella palestinesi, affiancata alla condivisione del giudizio dato dei macellati: l’oscurantismo integralista di Hamas. Pretendono di sostenere la causa palestinese e si affiancano a coloro che demonizzano chi tale causa oggi difende, o, peggio a coloro che la tradiscono, o ha smarrito la capacità di combattere. Provano a estrarsi dalla melma dell’implicito collaborazionismo, assicurando di stare con i resistenti “veri”, anche se si tratta di formazioni un tempo significative, ma poi sostanzialmente emarginate dalla decimazione israeliana e da errori, carenze, accomodamenti. Ha dello sketch del Bagaglino vederli in piazza oggi contro i terminator imperialisti e, il giorno dopo, contro coloro che a questi si oppongono, magari gridando lo sconveniente Allah U Akhbar.


E’ la classica via all’inferno lastricata di intenzioni più cretine che buone, scaturite da narcisismo e autoreferenzialità. Nel percorrere tale strada assumono via via tutti i paradigmi più infami della propaganda nemica: Hamas e Hezbollah non sono che l’articolazione dell’ egemonismo oscurantista iraniano, Hamas è stata favorita se non creata dal Mossad, Hamas (nella delazione di un Arafat minato dalla senilità e aggrappato alla sopravvivenza tra cosche di corrotti e venduti, peraltro da lui allevati) ottiene “da Israele finanziamenti per 700 sue istituzioni, scuole, università, moschee”, per cui è in grado di attuare una “politica di assistenza sociale che gli procura consensi tra la popolazione”. Quanto all’agente Mossad-Cia, Hussein Musavi, massacratore di comunisti e iracheni tra il 1980 e il 1988 per conto di USraele, sarà pure islamico e magari corrotto e rappresentante del FMI, ma, contrario al velo e coutourier di signore bene, Israele fa bene a sostenerlo e facciamo bene tutti noi, laici e democratici.
E perché mai farebbe tutto questo Israele, che pure vede nell’Iran un nemico mortale e pure individua, dall’invasione del Libano nel 1982 in qua, nelle formazioni islamiche gli obiettivi privilegiati da annientare? Ma è chiaro: per “opporre a una leadership orientata al socialismo una formazione dichiaratamente anticomunista”. Che la leadership di Arafat e la congrega di opportunisti e satrapi al vertice di Fatah fossero “orientati al socialismo” è un inedito storico di notevole curiosità; che i patrioti islamici fossero visceralmente anticomunisti è ovviamente dimostrato dagli ottimi rapporti di Hezbollah con il Partito Comunista Libanese e dalla comune resistenza delle sinistre palestinesi e di Hamas sia alle aggressioni israeliane, sia ai tradimenti di Abu Mazen e agli arbìtri repressivi dell’Autorità Nazionale Palestinese. La classica tattica del colonialista di dividere il fronte della resistenza, attaccando prima la fazione più forte e lasciandone germogliare un’altra cui toccherà la stessa sorte successivamente, viene tramutata, secondo i canoni della diffamazione sionista, in un Hamas che puzza di Israele, si fa strumento del massacratore del suo popolo. Che questo valga anche per i caporioni della cospirazione Cia contro il legittimo governo iraniano, in questo caso assimilato ai parrucconi di Hamas, non imbarazza più di tanto.

Nel libello citato, e in chi lo pubblica in rete e vi affianca altri funambolismi della coerenza politica, si arriva a vertici di delazione che il milieu non esiterebbe a bollare di infamia. Hamas, di cui si ignora l’autofinanziamento attraverso il sistema della colletta sociale islamica, “si strangolerebbe da sola se non ricevesse finanziamenti oltre che dall’Iran, suo patrono dichiarato, anche dagli Stati Arabi alleati degli Stati Uniti, con il beneplacito dell’Amministrazione americana e… con singolare tolleranza di Israele” (poche righe dopo l’autrice si contraddice clamorosamente dichiarando “esclusivamente verbale” l’aiuto iraniano a Gaza). Peccato che Hamas ha elettoralmente dimostrato di essere sostenuto dalla maggioranza del migliore popolo del Medioriente. Peccato che quei milioni di dollari che il primo ministro palestinese, Ismail Hanjeh, aveva raccolto nel mondo arabo, gli siano stati sequestrati dai gabellieri egiziani di Israele al valico di Rafah e fatti finire nelle banche di Mubaraq. Peccato che gli Stati Uniti, il vassallo europeo e i regimi arabi, abbiano negato al governo legittimo di Gaza anche un solo dollaro dei 4 miliardi e mezzo promessi dopo la carneficina di Gaza a Sharm el Sheikh e assicurano che non partirà un soldo fino a quando a Gaza City non tornano a insediarsi i gerarchi palestinesi a stelle e strisce dell’ANP. Peccato che da tre anni Israele, pronubi gli Usa e compiacenti i regimi arabi che con Israele trafficano, strangola nel suo blocco e ammazza il popolo palestinese di Gaza onde provocare una rivolta che rovesci Hamas e faccia rientrare i collaborazionisti. Peccato che, al di là di qualche comunicato di protesta, le sinistre palestinesi in Cisgiordania si vedano costrette ad assistere dalla finestra, per sopravvivere, allo sterminio degli attivisti e militanti islamici da parte degli ascari ANP di Netaniahu. Non bastassero queste cadute politiche, oltreché di intelligenza e buongusto, si arriva al parossismo di rivalutare, in odio ad Hamas, la sporca figura di Mohammed Dahlan, agente Cia e Mossad, emissario di Abu Mazen in Gaza, squalo arricchitosi rubando agli affamati, che per conto dell’ANP e di Israele doveva realizzare un colpo di Stato contro il governo di Hamas, democraticamente eletto, ma fallì e riuscì a sottrarsi alla giusta punizione che è poi spettata a quelle spie di Fatah che comunicavano alle forze israeliane gli obiettivi da colpire, centrali elettriche, ospedali, scuole, depositi di viveri, dirigenti della Resistenza. Analogamente, in odio a Hezbollah, ecco la vergogna senza fine di attribuire a Hezbollah, sulla falsariga del magistrato inquirente al soldo degli Usa, l’attentato contro il premier libanese Rafiq Hariri, operazione antisiriana con un marchio Mossad che più evidente non si può e che è stata ampiamente provata dalla confessione dei sicari, nonché dagli obiettivi stessi dell’impresa. Un 11 settembre alla libanese.

Che Hamas si faccia aiutare dall’Iran, oltreché dalla Siria (paese che l’autrice scaltramente non menziona tra i sostenitori della resistenza islamica, visto che il suo carattere laico, progressista e panarabo, ne annichilirebbe il teorema) bisogna avere idee come flatulenze per esecrarlo. Non c’è Stato al mondo che rompa il tremendo isolamento del popolo palestinese e dell’unica sua resistenza alla definitiva scomparsa. Tutti tributano onori e onorari al quisling Abu Mazen e alla svendita della sua gente, magari nel momento, anche quello attuale, in cui rastrella e assassina militanti della Resistenza in Cisgiordania. E qui il FPLP, diversamente da questi suoi presunti tifosi in Italia, ha dichiarato senza ambiguità di stare incondizionatamente con Hamas e contro il lavoro sporco che i venduti fanno per conto di chi li ha comprati. Eppure, tra le nubi lnere di questa apocalisse, svolazzano cornacchie che negano il diritto dei naufraghi di rivolgersi a chiunque non partecipi al gioco dello spingerli al fondo, fosse anche, leninisticamente, il diavolo. I palestinesi sono patrioti, dal FPLP al FDLP, da Hamas alla Jihad, da Mustapha a Marwan Barghuti e presto o tardi la faranno finita con la fanghiglia dei traditori. L’Iran è quello che è. Una potenza che si vuole regionale e che con tale obiettivo gioca la sua cinica realpolitik su tutti i tavoli disponibili. In Iraq, tra collisioni e collusioni, ha condiviso con gli Usa la distruzione del massimo polo antimperialista ed antisionista, ma anche antipersiano e anti-integralista, e ha conquistato posizioni di forza nel confronto con Israele e gli Usa. In Libano e Palestina gioca la stessa partita sostenendo Hezbollah e Hamas. E’ una colpa di Hamas e Hezbollah? Dovrebbero dire “meglio soli che male accompagnati”? Dovrebbero tagliarsi le palle?

C’è qualcosa di paradossale e di osceno in chi, presumendosi portatore di tavole mosaiche in salsa comunista, naviga nel fiume di sangue alimentato da nequizie coloniali secolari. Un oligofrenico del PRC mi dichiarò una volta, arricciando il naso, “La resistenza irachena non ci parla”. Non gli parlava, certo, perché usava il suo di linguaggio, incomprensibile a orecchie invase dal cerume della superiorità occidentale. Un linguaggio entrato in campo quando altri discorsi erano venuti a mancare, o avevano fallito, o erano fuori contesto e irrispettosi delle intelligenze e sensibilità maturate in condizioni storiche e culturali che con quelle con cui si è misurato Marx e con cui non sanno più misurarsi i suoi epigoni, tanto saccenti quanto inetti, hanno a che fare come la falce con le palme.

A dare addosso all’Iran attingendo al risentimento per quello che gli Ayatollah hanno fatto all’Iraq dal 1980 al 2009 in combutta con l’Occidente, si finisce come quell’orbo che con l’unico occhio vede ciò che gli arriva da destra e ignora quanto occorre a sinistra. Lanciando anatemi contro la resistenza palestinese e libanese in armi, questi sinistri restano sospesi tra le fumigazioni di un ideologismo solipsista, sterile, masturbatorio, imbacuccati come rabbini in formule apodittiche valide ovunque e sempre. Gli sfila sotto il naso una congiuntura che non vedono e non comprendono. Come la circostanza che, oggi come oggi, il fronte islamico ha per comune denominatore il fatto di essere in Medioriente e Asia l’unica trincea che blocca l’olocausto planetario programmato dall’imperialismo. O come il far parte di un’armata che ha per comander in chief il presidente del più criminale Stato del mondo.
Obama arma e sostiene le barbarie del killerstato sionista, ha giurato fedeltà e obbedienza alla lobby che ne assicura il retroterra; minaccia di risistemare le cose andate a male per i suoi mandanti di Wall Street in America Latina; appoggia con i suoi scherani golpe in America Latina, li tenta in Iran; con il pretesto di eliminare l’apparato Cia chiamato Al Qaida, stermina popoli renitenti alla loro morte in Afghanistan e Pakistan; finge di lasciare l’Iraq, mantenendo ad eternum 50mila soldati in basi che fanno dell’Iraq quello che le stesse basi fanno della Colombia, e lasciando sguinzagliati in “ordine pubblico” 138mila tagliagole mercenari (contractors); massacra la classe operaia Usa con il pretesto di salvare le corporation e tira fuori dalle bancarotte fraudolente, con i soldi di lavoratori mandati al macero, le banche che lo hanno fatto eleggere; rilancia, facendo leva sull’operato di Bush e Cheney alle Torri Gemelle e di altri affini a Londra, Madrid, Amman, Bali, la “guerra infinita al terrorismo”; dice di chiudere Guantanamo, ma non la chiude e ne potenzia il mattatoio gemello a Bagram; conferma la detenzione senza limiti per “combattenti nemici”, raccattati a caso su offerta di lenoni locali, e i tribunali speciali militari; non ha rimosso una virgola dei vari Patriot Act con i quali i suoi predecessori di prima del change hanno cancellato l’habeas corpus, la costituzione americana e gran parte delle libertà civili e dei diritti umani. Il tutto infiorettato da scintillanti bolle di sapone, piene di gas esilarante, insufflate nei nostri crani scoperchiati dall’elegantone che è stato scelto per rimediare ai rutti alla nitroglicerina del troglodita Bush.

Questo è dunque il comander in chief della svolta: un pupattolo finto nero manovrato dagli squali che vedono il mondo come un acquario pieno di sardine. Questo è il taumaturgo della “svolta” omaggiato dal “manifesto” e da tutta la sinistra istituzionale. Potrei andare avanti per ore, ma giustamente mi si è già rimproverato di essere prolisso. Concludo, chiedendo ai missionari della sinistra dura e pura come ci si trova a nuotare in formazione con Obama e Netaniahu in testa, a fianco di Minzolini, Cicchitto, Calderoli, Fiamma Nirenstein (quella che organizza chiassate contro Hamas e per Musavi), tirando con loro fiocinate alle sardine nei mari della mezzaluna.

C’è bisogno disperato di un fronte antimperialista che ci colleghi a tutti coloro che, dall’Iran alla Palestina, dal Libano all’America Latina, dalla Somalia al Sudan e all’Africa tutta, scavano fosse comuni per i boia in arrivo dal Nord. Ma la fortezza del tenente Drogo (*) è sguarnita. Dagli spalti spettri acchittati da vivi guardano dall’alto in basso verso chi, soprattutto a Sud, pur lottando contro l’ecatombe, indossa altri abiti, cammina con passo diverso ma che lascia impronte nella sabbia, guarda ad altre stelle. Si sono rottamati i cannoni della dialettica e dell’obiettività. Osservando con sufficienza e disdegno, commiserazione e disgusto, questi ologrammi restano con le mani in mano, sotto un vessillo su cui non c’è scritto o dipinto più niente, dislavato dalle piogge dell’arroganza e della vacuità. Se quelli laggiù non si mettono le nostre divise, non inalberano le nostre insegne, che si fottano. E’ su questo inconscio precipitato di razzismo e sciovinismo che dal deserto avanzano i tartari.

(*) Dino Buzzati, Il deserto dei tartari, Mondandori

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sabato 4 luglio 2009

GAZA-IRAN:FIGLIE DI UN DIO MINORE E FIGLI DI ZOCCOLA






Sopra: Hiyam Abu Ayish, 17enne studentessa palestinese uccisa da Israele a Gaza. Sotto: Neda Agha-Soltan, 26enne studentessa iraniana uccisa dalla Cia a Tehran.


Leggi ogni giorno qualcosa che nessun altro legge. Pensa ogni giorno qualcosa che nessun altro pensa. Fai ogni giorno qualcosa che nessun altro sarebbe tanto sciocco da fare. Fa male alla mente essere costantemente parte dell’unanimità.
(Gotthold Ephraim Lessing, letterato tedesco (1729-1781)

Come le pecorelle escon del chiuso / a una, a due, a tre, e l’altre stanno / timidette atterrando l’occhio e ‘l muso / e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, / addossandosi a lei, s’ella s’arresta, / semplici e quete, lo ‘mperché non sanno…
(Dante, Purgatorio, Canto III, 79-84)

Giovedì 2 luglio, le truppe israeliane hanno sparato una cannonata contro la casa della famiglia Abu Ayish, al centro di Gaza. L’attentato terroristico dei massacratori di altri 400 minorenni a Gaza e di torturatori di minorenni nelle carceri degli 11mila palestinesi detenuti, perlopiù senza difesa e senza processo, ha causato la morte della 17enne Hiyam Abu Ayish e ha ferito altri tre membri della famiglia, compreso un bambino di 3 anni. Israele ha attribuito l’uccisione di Hiyam a un proiettile di RPG palestinese. A parte l’idiozia di un colpo tirato dalla Resistenza in pieno centro di Gaza contro la casa di propri connazionali, si noti che i proiettili RPG fanno buchi nei blindati e nei muri: la casa degli Abu Aiysh è stata invece totalmente distrutta.

Se qualcuno ha visto anche un solo presidio di protesta, picchetto, manifestazione, comunicato, anche una sola notizia nei media, una sola deplorazione di esponenti politici e istituzionali, magari una foto appesa al Campidoglio (in incoerente successione a brave signore come le due Simone, Giuliana Sgrena, Ingrid Betancourt), una vociferazione scioccata e irosa delle ginocrate in carriera che si autodefiniscono femministe, per questa icona del sessantennale martirio del popolo palestinese e contro la pratica genocida dello Stato infanticida israeliano, vincerà un viaggio-premio a scelta tra Auschwitz e Gaza. Hiyam, studentessa 17enne, uccisa a Gaza da gente che porta magliette con incitazione a colpire madri incinte perché così son due piccioni con una fava, è figlia di un dio minore. E’ palestinese. E’ figlia di nessuno.

Quella combriccola di Socialismo Rivoluzionario, dalle losche sintonie con i pronunciamenti della cattedra imperialsionista, fin dal plauso all’assalto alla Serbia, non ha ripetuto il suo appello alla “manifestazione nazionale al fianco delle donne in lotta per la libertà in Iran”, sostituendo stavolta all’Iran la Palestina. La radio di Stato e le televisioni tutte, potenziate dal coro concorde delle ginocrate impegnate nella guerra santa contro l’Islam, mentre blaterano di “centinaia di donne lapidate in Iran ogni anno”, di rivolte contro la schiavitù maschilista del velo, hanno infilato la testa nella fangazza della disinformazione imperialsionista e così non si sono accorte né dell’assassinio di Hiyam, né hanno potuto dar retta alle denunce di due donne d’eccellenza come la deputata Usa Cynthia McKinney e il Premio Nobel per la pace, l’irlandese Mairead Maguire. Insieme agli altri 19 volontari a bordo della “Spirit of Humanity”, il battello del “Free Gaza Movement” in navigazione verso Gaza con un carico di aiuti, bloccato e sequestrato in acque internazionali dalle navi militari dei pirati israeliani, le due straordinarie donne sono state rapite e incarcerate in Israele, per poi essere espulse. Silenzio tonitruante dei media e delle “femministe”. Avevano già speso tutto il loro mal diretto livore contro Ahamdi Nejad per la 26enne iraniana uccisa a Tehran al fine di alimentare la rivolta yuppie contro la vittoria elettorale di altri figli di puttana persiani. Livore non perché colpevoli della complicità con Usa e Israele nei genocidi in Iraq e Afghanistan, dio ce ne scampi e liberi, ma perché impermeabili alle sirene anti-velo della deregolamentazione e privatizzazione ambita dalle multinazionali occidentali e dai loro sicofanti locali e, soprattutto, perché, stavolta, concorrenti di USraele nella questione palestinese e nella gara per l’egemonia regionale. Se qualcuno di noi, leggendo il solitamente inqualificabile “manifesto”, ha saputo del crimine commesso in acque internazionali dallo Stato Canaglia, lo deve al solito Vittorio Arrigoni, nostro implacabile e resistente vanto nazionale a Gaza.

Tanto amano le donne, i bambini, la maternità, le sinistre “femministe” da buvette, che al loro tsunami periodico contro qualsiasi aspetto dell’ ”oscurantismo islamico”, non hanno saputo sostituire neanche una lieve brezza sul terrorismo cristiano anti-donne "irregolari"e loro figli di un pacchetto-sicurezza che a questi nega la cittadinanza umana, senza neanche parlare dell’obliterazione fisica che ne fa il terrorismo ebraico. Una donna che voci incontrollate vogliono essere stata lapidata in un oscuro villaggio iraniano, una studentessa di Tehran presunta martire della “rivoluzione verde”, l’offesa di veli sgargianti messi sul capo di laccate signorine dell’opulenta e avida di liberismo Tehran Nord, vuoi mettere quanto contano di più rispetto a 900 donne, bambini e civili vari massacrati in tre settimane a Gaza?

E pensare che sia che Hiyam che Neda sono stato stroncate in piena giovinezza dalla stessa mano! Ah no? Vedetevela, voi che mi bersagliate con le tossiche panzane delle destabilizzazioni ordite a Washington, con alcuni dati e alcune considerazioni che devo a ricercatori fuori dal circuito di velinari e pappagalli. Nel video fasullo dello sparo a Neda, diffuso istantaneamente attraverso Twitter e Facebook a tutti i membri dell’informazione imperialista, insaziati di bufale, appare un signore di nome Arash Hejazi, iraniano. Si dice medico ma si confessa “non praticante” da almeno dieci anni. Invece scrive di fiction, è il fondatore ed editore della Caravan Books e fa il pendolare tra Londra e Tehran. Versata, secondo testimoni oculari, una fiala di finto sangue sul viso della giovane, dice di averla deposta in una macchina che poi l’ha portata, morta, in ospedale. Questo personaggio ha subito dato all’universo mondo la seguente versione: “Neda è stata colpita da un cecchino Basij che, da un tetto, mirò dritto al cuore”. Nessuno ha visto il cecchino, nessuno può sapere che si è trattato di un militante Basij, nessuno può dire dove mirasse questo fantasma. La storia non regge e Hejazi conseguentemente la cambia. A BBC e CNN la racconta così: un gruppo di manifestanti scopre un motociclista Basij, lo blocca, lo circonda urlando “l’abbiamo preso”, “l’abbiamo preso”. Il motociclista praticamente confessa: “Non l’ho voluta uccidere, volevo colpire alle gambe. Poi la folla gli sottrae il tesserino di riconoscimento e lo fa andar via”. Bum! Hai per le mani l’assassino di una compagna manifestante e lo mandi a casa?

Sullo sfondo dell’operazione, che doveva far svettare sui rivoltosi di Tehran l’immagine di una ragazza trucidata dal regime e dunque convogliare la collera dell’universo mondo contro i governanti usciti vincitori dalla contesa elettorale, insieme al più appassionato dei sostegni alla “rivoluzione verde”, si staglia un’altra figura. E’ un amico intimo del medico persiano che ne traduce e pubblica i libri in farsi. Si tratta del noto scrittore brasiliano new age, Paulo Coelho. L’amico brasiliano è un dichiarato e riconosciuto esponente e promotore della massoneria. Vale la pena citare un suo brano (da “Lo Zahir”) che illustra la nobile filosofia e gli efficaci criteri operativi, fondati sul do ut des e sul ricatto, dell’antica confraternita del dominio e del crimine. "Che cos’è la Banca dei Favori? Un giorno ti chiedo qualcosa: tu potrai rifiutarmelo, ma saprai di essermi debitore. Se farai ciò che domando, io continuerò ad aiutarti. Gli altri sapranno che sei persona leale, effettueranno versamenti sul tuo conto, saranno sempre tuoi contatti, perché questo ambiente vive di essi e solo di essi. Un giorno chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato. Con il passare del tempo, la tua rete si estenderà al mondo, conoscerai quelli che avrai bisogno di conoscere, e la tua influenza aumenterà sempre più… Oppure potrai non fare ciò che ti chiedo… Da quel momento, senza che ci sia bisogno di dire niente, tutti sapranno che non meriti alcuna fiducia…” (Da un documento inviatomi da Vittorio Arrigoni). Principi di mafia, di Santa Romana Chiesa, di ogni merdosa conventicola segreta antidemocratica, della massoneria, appunto.

Coelho, anche da Wikipedia definito “uno dei maggiori esponenti della massoneria moderna”, lo potete incontrare al Forum Economico di Davos. A brindare con Kissinger, Bill Gates, Shimon Peres, Gordon Brown, Riuper Murdoch, George Soros, Berlusconi, molti dell’associazione a delinquere “Bilderberg” che raccoglie in un progetto di dominio mondiale gli elementi più criminali dell’élite capitalista. Fa parte della combriccola di Robert Menard, noto manutengolo della Cia, a capo di “Reporters sans frontieres” e del Doha Center for Media Freedom con base in Qatar. Infine è membro della “Maybach Foundation” che coltiva "contatti in tutto il mondo tra mentori e allievi" ed è finanziata da Silverstein Properties, del magnate Larry Silverstein, che pochi mesi prima dell’11 settembre acquistò le Torri Gemelle, divenute inservibili perché tracimanti amianto, e le assicurò per sette miliardi. Instancabile e proteiforme, ma sempre sotto la stessa cupola, Coelho è anche socio dell’ “International Negotiative Initiative” che si occupa di "approcci nuovi e psicologicamente sofisticati ai conflitti contemporanei", approcci collaudati nelle varie rivoluzioni colorate contro vincitori di elezioni non graditi.

Cosa lega questo figuro al testimone della morte di Neda, oltre al fatto che sono intimi da anni e che il secondo pubblica tutti i libri del primo? Intanto entrambi sono innestati nei progetti dell’imperialismo Usa di destabilizzazione di Stati sovrani. La “Caravan Books”, come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran, riceve fondi dal Congresso Usa tramite i noti organismi “National Endowment for Democracy”, “Freedom House”, “International Republican Institute”. Sul sito e sul blog di Hejazi abbondano le foto dell’ex-medico con il suo autore Coelho, ma appare anche la promessa di raccontare ai lettori ciò che davvero aveva visto mentre soccorreva il povero agnello sacrificale. Ma ora sia il sito che il blog sono spariti. Ed è sparita, anche da Youtube, Google e Myspace, la parte dell’intervista alla BBC in cui Hejazi dava la seconda versione dell’uccisione della ragazza, quella del “sicario Basij”, che smentisce totalmente quella fresca di assassinio.

Dopo i fatti di Tehran, Coelho si rivolge per email all’amico con toni di preoccupazione per la sua sorte (è già a Londra) e gli dà assicurazioni circa la diffusione planetaria del video della morte di Neda e di un suo articolo a sostegno.. Esprime anche sorpresa perché al cellulare di Hejazi continua a rispondergli un funzionario della CNN. Lo scrittore di puttanate esoteriche teme che il suo amico possa essere fatto sparire? Forse Coelho sa che il video di Neda è un falso pacchiano e che le versioni in contraddizione hanno già screditato l’operazione “di gestione psicologica dei conflitti” ? A questo punto assumono aspetti interessanti una serie di affermazioni di Hejazi nella sua lunga intervista alla BBC. Con linguaggio in codice, non difficile da decrittare, l’uomo lancia avvertimenti a chi potrebbe avere un interesse a eliminarlo, lui protagonista primo di un’operazione criminale mezza fallita. Quando riferisce la seconda versione, quella del miliziano Basij che grida “non volevo ucciderla”, potrebbe mandare un messaggio tipo: “Siete voi ad aver voluto la faccenda. Io ho accettato solo perché in debito con la “Banca dei favori” (quella di cui Coelho parla spiegando i meccanismi massonici). Altre frasi, messe in bocca al Basij, che però ora pare diventato il suo alter ego, possono tutte essere interpretate come una richiesta di venir lasciato in pace (“lo lasciarono andare a casa”) e un monito ai mandanti che pensassero di farla franca a sue spese: so chi siete ma non dirò niente (“ne presero il tesserino di riconoscimento…. Non so chi ce l’abbia ora”).

Si tratta di forzature interpretative? Può darsi. Ma non c’è niente di forzato nel quadretto che illustra le fisionomie di questi iperambigui personaggi infeudati al peggio del peggio del sistema cospirativo imperialista, né nel fetido retroterra di operazioni sporche in cui si muovono. Il testimone principe cambia radicalmente le sua versione dell’accaduto. Risulta smascherato il getto di sangue finto sul viso di Neda, ma, nelle angustie di un’operazione andata male, il "medico lì per caso" trova nel compare Coelho e nei contatti di Londra gli strumenti per rilanciare a livello mondiale la bufala corretta, destinata a incastrare il governo iraniano e, al tempo stesso, fa arrivare a chi di dovere messaggi di avvertimento e di rassicurazione sulla sua affidabilità e riservatezza. Fatene quel che volete, ma tappatevi il naso contro il fetore. Intanto si è saputo che l’arresto dei nove dipendenti dell’Ambasciata di Londra a Tehran ha fatto seguito alla riprese di una telecamera nascosta che li hanno esibiti a capo delle manifestazioni violente della jacquerie verde. Comportamento incompatibile con lo status di dipendente di ambasciata e segno evidente di una manina britannica nell'intero complotto. Il Regno Unito non si è ancora rassegnato alla perdita della colonia persiana.

Eva Golinger, una grande compagna, avvocato, giornalista investigatrice, collaboratrice stretta di Hugo Chavez, autrice di libri che hanno documentato, sulla base di inoppugnabili documenti ufficiali desecretati su sua pressione, le operazioni golpiste e di destabilizzazione condotte dal governo Usa contro il Venezuela bolivariano, contro Cuba e altri paesi latinoamericani, non ha dubbi. Elenca con precisione, anche questa documentata, i protagonisti della sollevazione chic a Tehran: studenti e giovani della classe media e alta, dirigenti dell’opposizione filo-occidentale, mezzi di comunicazione internazionale, nuove tecnologie – Twitter, Youtube, cellulari, sms, Internet – attivati e manipolati alla grande nei giorni della rivolta. Ne elenca gli attori dietro le quinte: Ong internazionali dei diritti umani, Dipartimento di Stato, Freedom House, Centro per l’Applicazione dell’Azione Non Violenta (ex-Otpor, gli istruttori serbi della rivoluzioni colorate rivelati dal sottoscritto nel 2001 e da “Report” nel 2008), UsAid, Istituto Republicano Internazionale, Istituto Democratico Nazionale, l’Istituto neocon Albert Einstein, il Pentagono, la NED, la Missione Speciale della Direzione Nazionale dell’Intelligence Usa per l’Iran. Poi la tecnica: denuncia di frodi elettorali, convocazione in piazza di gruppi organizzati tramite sms anonimi e con il compito di effettuare devastazioni (che le emittenti estere occulteranno scrupolosamente) in modo da provocare una repressione dura, denunce ai media internazionali di violenze e violazioni di diritti, ripetuta definizione di Ahmadi Nejad come “dittatore”. Obiettivi assegnati: promuovere una sollevazione di opinione pubblica internazionale, prefigurare un intervento della “comunità internazionale”, arrivare all’ingovernabilità attraverso scioperi, boicottaggio, disobbedienza civile, fino a indebolire e distruggere i pilastri istituzionali e sociali di sostegno al governo.

Tutto questo lo potete leggere in termini dettagliati e scientifici in “La lotta non violenta: 50 punti critici”, un libro elettronico di gusto grafico e redazionale giovanile, pubblicato dall’Istituto Statunitense della Pace su mandato e con finanziamento del Dipartimento di Stato Usa. Scritto in serbo e stato poi tradotto in inglese, spagnolo, francese, arabo e…farsi. Il libro riprende buona parte degli spunti offertigli dal precedente “Sconfiggendo un dittatore” (c’è anche il film), scritto da Gene Sharp, il guru della “lotta civile” per il cambiamento di regimi non obbedienti a Washington. E’ uscito in farsi due mesi prima delle elezioni presidenziali in Iran. In spagnolo alla vigilia del referendum costituzionale in Venezuela.

Degli stanziamenti di Bush e della National Endowment for Democracy (NED) s’è detto ripetutamente. Ebbero un’accelerazione nel 2005, quando Condoleezza Rice creò un Nuovo ufficio per gli Affari Iraniani, con un bilancio iniziale di 85 milioni di dollari. Servirono in questi anni principalmente a finanziare gruppi all’interno e all’esterno dell’Iran (tipo la Caravan Books), diffondere informazioni su veri o presunti abusi di diritti umani in Iran e a formare giornalisti “indipendenti”, tipo la rivista dell’Associazione dei Maestri dell’Iran (ITA) e la Fondazione per un Iran Democratico, riccamente foraggiati dalla NED. Tanti quattrini NED sono andati anche alla Fondazione Abdurrahman Boroumand (ABF), Ong cara agli inviati occidentali, che si incarica di creare pagine web e biblioteche elettroniche su diritti umani e democrazia. Già nel 2003, ABF ricevette 150mila dollari per un progetto intitolato “La transizione alla democrazia in Iran”. Altri 140mila dollari arrivarono nel 2007 per “rafforzare la capacità organizzativa della società civile”. Quella che avrebbe dovuto in questi giorni dare la spallata finale a un regime che, complice quando si trattò di assaltare l’Iraq e poi a farlo a pezzi, ora non si deve montare la testa e farla da padrone nella regione. Che se ne occupi quel fidato Musavi, esperto di stragi di massa di elementi ostici all’imperialismo quando era primo ministro. In cambio lo agevoleremo in quel trasferimento di ricchezza dal popolo ai ceti dirigenti che l’arrivo di liberismo e saccheggiatori interni ed esterni rendono possibile. Non per nulla, in chilometrate di riprese, mai i nostri inviati hanno mostrato immagini del Sud di Tehran e delle periferie del paese, dove vivono i poveri, i contadini, gli operai. Quelli che hanno mandato in vacca la “spallata”. Spallata copiata da quelle di Bush nientemeno che dall’uomo della “svolta” Barack Obama, simultanea alla “svolta” in Afghanistan, dove il taumaturgo dell’apertura all’Islam, al dialogo, al rispetto per tutti, ha scatenato la più feroce offensiva militare dal tempo dello sbarco in Normandia. 4000 marines con aggregato ascaro afghano a distruggere un territorio, a massacrare una società e una resistenza patriottica sommariamente chiamata Taliban, a colonizzare il paese piattaforma di lancio verso petrolio, Russia e Cina. E di come gli esperimenti del laboratorio Palestina e Afghanistan-Pakistan debbano fare da modello per i licantropi del potere in tutto il mondo (qualcuno mi ha fatto giustamente rilevare che i licantropi veri potrebbero risentirsi dell’accostamento), abbiamo avuta una convincente dimostrazione nell’impiego contro gli scassacazzi anti-G8 dei “Predator”, quei droni telecomandati che si usano per incenerire le comunità di troppo in Pakistan e a Gaza. Tout se tien.

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mercoledì 1 luglio 2009

JACKO E' MORTO. I JACKOMANIACI NON ANCORA. Paralleli tra i fedeli di Michael Jackson, dei golpisti honduregni e di Hussein Musavi.

JACKO E’ MORTO. I JACKOMANIACI NON ANCORA
Paralleli tra i fedeli di Michael Jackson e di Hussein Musavi


Nel “manifesto” e tra le turbe assimilabili è esploso uno psicodramma: a chi tributare più onori, amori, bagliori e falsità tra gli olimpionici del firmamento dirittoumanista, Neda (la povera ragazza fulminata a Tehran per la soddisfazione degli Usa), Michael Jackson, Obama, o… Manuel Zelaya, il presidente dell’Honduras rovesciato con un golpe violento dai gorilla usciti dalla base Usa di Soto Cano, sede anche dell’aeronautica honduregna che ha favorito il golpe? L’ultimo della lista, non essendo che il presidente liberale di una lontana repubblica delle banane, dove nessuno legge “il manifesto”, poteva essere accantonato subito. Per lui bastava, nel giorno del suo rapimento, un articoletto in fondo al giornale, all’ombra dei paginoni sugli armaniani di Tehran, zeppo di se e di ma su un personaggio tutto sommato di scarso peso nello scontro epocale e planetario per la democrazia, quella “dal basso”. Aveva forse sancito l’inviolabilità degli omosessuali? Aveva forse combattuto la cultura machista e antifemminista radicata nella società? Aveva legalizzato il matrimonio tra individui dello stesso genere? Aveva permesso la fecondazione assistita e il testamento biologico? Sacrosante richieste di diritti civili, prefigurati nella nuova costituzione, ma, ahinoi, non ancora in vigore! Soprattutto, aveva mai invitato a palazzo Niki Vendola? Niente di tutto questo. Aveva addirittura preferito i rivoluzionari “populisti” Chavez, Morales e Correa, all’ineguagliabile caracolero pacifista Marcos! Si accontentava di una nuova costituzione che ridesse un po’ di banane e di giustizia al popolo.

Era amico di Chavez, dio ce ne guardi e liberi. Anzi, per l’articolista non era neanche tanto certo che gli Usa del buon Obama c’entrassero, magari no, poverini, vista quella gran brava persona del neopresidente Roberto Micheletti, installato dai golpisti, per quanto odiassero Chavez e ne volessero tagliare i tentacoli centroamericani. Non sostengono forse, gli Usa, i “nostri” a Tehran? Che il golpe sia stato diretto dal generale Romeo Vasquez, diplomato alla famigerata Scuola delle Americhe, che l’aeronautica fosse comandata dal collega e compagno di studi generale Prince Suazo, che tra i militari e gli oligarchi dell’Honduras da decenni non si muove foglia (di banana e no) senza che la Cia non voglia, al “manifesto” non è parso motivo di eccessivi sospetti e, dunque, di mobilitazioni di portata iraniana o tibetana. Tanto più che il fidato inviato Gianni Beretta simpatizza apertamente per l’oriundo italiano, “assai competente”, piuttosto che per quel Zelaya “arrivato non si sa come alla sinistra” e, tra le colonne di decine di migliaia di campesinos e indigeni che si muovono verso Tegucigalpa da tutto il paese in difesa del loro presidente, non vede che poche centinaia di inoffensivi manifestanti. Di cui dopo due giorni ne sono stati già ammazzati tre. Ufficialmente.

E allora che Zelaya non invada i sacri spazi riservati ai veri pilastri della cupola. Quelle caterve di paginate sulla “svolta” del primo nero alla Casa Bianca (buone a incartare e occultare obamiane guerre di sterminio, golpe Cia, carceri della tortura, tribunali speciali per sospetti da pena infinita, silenzi su Gaza e compiacenze con Israele). Oppure il numero quasi speciale sulla morte di Michael Jackson, con i due paginoni d’apertura e il richiamo in prima sul “lutto planetario del mondo che piange la pop star” . L’interno è tutto un tedeum roboante e lacrimoso su “Michael Jackson fuori dal mondo”, “passaggio a icona pop di uno degli artisti più rilevanti del nostro tempo”, “il ragazzo che sa volare” e, in un crescendo da offertorio cantato, “L’arcangelo Michele, l’idolo dei kids”, “Snodabile perfezionista del moonwalk”, “Un divo tra realtà e fantasia”. E non vado neanche a inoltrarmi nelle tonnellate di piombo che poi colano da questi titoli. Mi vergogno.

Lasciamo stare le neri nubi giudiziarie che hanno accompagnato la psicopatologia erotica dell’individuo. Non me potrebbe fregare di meno. Manco il “manifesto” nelle sue deliranti ovazioni se ne ricorda. E in una cronaca necrologica magari andrebbero acchiappate. Non fosse che in questo paese basta morire per tornare netti e limpidi come i cieli di Fra’ Angelico.

Conta piuttosto che quella del cantante-danzante OGM, affetto da scattini mesmerici, era davvero diventata musica discutibile, salvo qualche sprazzo in collaborazione con Paul McCartney, sfornata da furbacchioni e imbonitori computerizzati a portare la cultura musicale dei giovani a livelli che il pop d’antan pare Beethoven. E, si sa, con il rincoglionimento musicale, sono tanti gli altri rincoglionimenti che arrivano. E pensare che questo satrapo dei supermercati muzak deteneva i diritti per le musiche dei Beatles! Come se Berlusconi detenesse i diritti di Nicolò Machiavelli. Come se Franco Giordano (ex-staffiere di Bertisconi) fosse padrone dei diritti di “Stato e rivoluzione”. In perfetta sintonia con la sua decadenza musicale (lasciamo stare “Thriller”, merito del buon Landis), questo abietto organismo geneticamente automodificato ha rappresentato il migliore modello di paranoia esistenziale che l’industria culturale del consumismo abbia saputo proporre ai giovani da decerebrare. Modello apicale di autoconsumismo. Per ridursi a una maschera più spaventosa e mortifera di Harry Kruger, ha operato sul suo corpo di nero rinnegato come Jack lo Squartatore, o il mostro di Firenze, operavano sulle loro vittime. Ne sono discese, dalle montagne di un’umanità che si autostimava, le slavine di femmine che hanno individuato il culmine della loro emancipazione nel gonfiarsi le tette, sgonfiarsi il culo, rimpolparsi le guance e tirarsi la faccia fino a non vederci quasi più. Dall’altare a forma di letto a dodici piazze, il papi liftato e ripiantato benediceva. E invitava.

Non si voleva, fin da Adamo ed Eva, che le creature si sentissero laidi di colpa originale e perciò si inabissassero davanti a chi glielo faceva credere onde estorcergli denaro, sudore, dolore, midollo, quando non preferiva trapassarle con lance crociate, purificarle sulle pire, incenerirle col fosforo bianco? Chi meglio di Jacko ha combinato l’ossessione individualista, per cui tutto sarebbe stato perfetto se solo si fosse sbiancato la pelle in pendant con i padroni e abboracciato un'altra faccia, più simile a loro, con il massimo della spersonalizzazione. Le due cose vanno insieme. Sono i paradigmi che il potere applica ai sottoposti nella sua fase apocalittica. Essere uno qualunque, pensarsi l’ombelico del mondo, ma farsi schifo per come, in quel mondo, ti hanno fatto entrare mamma e papà e i fessi doloranti che li hanno preceduti. Dunque cercare di modificarsi fino almeno alla caricatura del modello senza colpa originaria. E’ questa la nuova epistemologia. Ce la insegnano ogni giorno da tutti gli schermi e quando alla fine ci saremo tutti rimestati e adulterati, con ogm o motu proprio, potremo partecipare in massa al remake di “Essi vivono” (vedi filmografia di Cronenberg).

“Il manifesto” e affini hanno una loro linea. Che va dal’esaltazione per Michael Jackson a quella per i più infami videogiochi sparati sulla psiche inerme dei ragazzi dagli operativi della guerra di sterminio culturale Usa. Quei giochi dove più vinci quanto più sbrani, squarti, mitragli, radi al suolo, stupri. I giochi su cui si sono formati i ragazzotti di Abu Ghraib, Guantanamo, Bagram e loro succedanei anche nostrani. “La vertigine tra bene e male” si infervora nel titolo il critico (?), Federico Ercole: “Infamous è un videogame che esplora la metropoli dal punto di vista di chi è dotato di poteri straordinari. Il protagonista, schiacciato da un trauma devastante, si aggira per Empire City in mano ai mostri. Un clima di isolamento e di malattia ludicamente appagante in cui possiamo tutti giocare coi nostri principi morali”. Non te la cavi in nessun modo: o supereroe, o mostro. Siccome supereroe non ci sei… Non ti resta che rassegnarti, arruolarti tra i marines, o prendere una scure e andare in giro per scuole. Siamo in pieno delirio psicopatico, ma anche in piena responsabilità criminale. Costui sarà pure matto, ma lo sono anche quelli che dirigono questo giornale? O gli sta bene il binomio individualismo estremo-spersonalizzazione assoluta? Che trovata per quelli che, differentemente dai sinistri, ancora praticano l’attacco di classe.

Sarà per caso che, accanto a queste tonnellate di vasellina con cui si unguettano le protesi priapiche del padrone, facciano bella mostra di sé le paginate sul Festival del Cinema di Pesaro, quest’anno dedicate a quel crogiuolo di razze, religioni, culture che è la democratica e pacifica Israele? A coloro che invitavano al boicottaggio di questa scintillante tenda tirata sopra l’oceano di ossa, fango e sangue in cui si dibatte la Palestina, Valentino Parlato aveva già dato la risposta meritata: basta col razzismo, la cultura non può essere contaminata dalla politica, la libertà d’espressione è sacra, il dialogo pure. Purchè non a Gaza.

Sarà per caso che la lobby nel “manifesto”, “quotidiano comunista” dagli affascinanti paradossi, lobby capeggiata dall’”iraniana” Marina Forti, dall’”irachena” Giuliana Sgrena e dal tuttologo Marco D’Eramo, affianca all’eulogia di Jacko e dei manuali video per piccoli serial killer rovesciamenti logici che neanche Petrolini. Che nel quotidiano figurino manchette di conventicole cabalisticamente oscure come “Socialismo Rivoluzionario” che si impegnano “al fianco delle donne e degli uomini in lotta per la libertà in Iran” (intendendo la libertà come la intende il Fondo Monetario Internazionale), è necessitato dalle esigenze di bilancio di un’azienda. Per cui lievita il prezzo della copia, mentre svapora il numero dei lettori. Ma che Giuliana Sgrena, ritornata a Baghdad dopo la clausura forzata, imposta con ogni evidenza da agenti dell’occupante, ci descriva su due piatte pagine un paese in rigogliosa e serena rinascita, quando in quattro giorni ci sono stati 300 civili ammazzati da bombe piazzate da chi non vuol far andar via gli occupanti Usa e si contende per bande scite la successione; quando la Resistenza è tornata a colpire soprattutto al Nord con la media di un yankee al giorno ucciso e perciò la si deve occultare mescolandola alle bombe di regime nelle moschee; che questa stessa Sgrena si intrattenga piacevolmente con un macellaio di ministro dell’interno, probabilmente il primo assassino di massa del regime, che insista a dare amerikanamente dell’Al Qaida agli eroi della resistenza islamica e saddamita, questo supera ogni nostra pur volenterosa ironia. Fa davvero ribrezzo. Come quel D’Eramo che, sbertucciati coloro i quali si sono dovuti arrendere all’evidenza delle analogie tra rivoluzioni verdi, rosa, arancione, colorate, vede piuttosto una somiglianza tra la Primavera di Praga, coltivata dal comunista Dubcek contro il catafalco Brezhnev, e i casini provocati dagli infiltrati reazionari perdenti a Tehran. Son quelli che vedono un parallelo tra Michael Jackson e Vladimir Majakovsky.
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martedì 30 giugno 2009

DA TEHRAN A TEGUCIGALPA: SUSSURRI E GRIDA (Più una chiosa sulla "rivoluzione verde" cara ai "rossi")









Cominciamo dalla chiosa.
A coloro che insistono a elevare inni alla “rivoluzione verde”. Stanziamento della National Endowment for Democracy (il reparto finanziatore della Cia)) e del brigante della destabilizzazioner George Soros ai neocon dell’ International Republican Institute: “110mila dollari per sostenere elementi riformisti in Iran e porre termine al loro attuale isolamento attraverso un progetto pilota che colleghi gli attivisti politici iraniani ai riformatori democratici di altri paesi. Il programma svilupperà una rete di appoggio internazionale ai riformisti iraniani, nonché rafforzerà le loro capacità di comunicazione e organizzazione attraverso la formazione di competenze e la fornitura di accessi all’informazione”. Seguirono i 400 milioni stanziati da Washington per innescare una rivolta “popolare” (cortesia di Paco Casal).
Quanto all’uccisione, in classico stile provocazione Mossad-Cia, di Neda Agha-Soltan, le cui immagini si ripetono all'infinito sugli schermi, si tenga presente che la 26enne giovane senza storia politica personale, è stata colpita alle spalle, lontana dagli scontri, mentre passeggiava isolata fuori da ogni manifestazione di protesta. Nonostante da quelle parti non succedesse nulla, erano presenti numerosi fotografi e telecamere che, nel giro di un paio d’ore, avevano fatto pervenire le immagini a BBC e Voice of America. La pallottola che le è stata tolta dalla testa non è del tipo usato in Iran. Quando i servizi segreti occidentali vogliono coronare le proprie operazioni con un martire, attribuendone l’assassinio al governo da destabilizzare, la scelta più efficace è quella di una giovane donna, suscettibile di provocare il massimo di partecipazione e commozione. Contemporaneamente le telecamere erano del tutto assenti nelle situazioni in cui i pacifici dimostranti di Musavi hanno devastato la città bruciando macchine, negozi, banche, mezzi pubblici e uccidendo con le armi 8 guardie.
Da più parti mi si chiede di fare una valutazione di quanto sta accadendo nell’Honduras. Non sono un esperto di Centroamerica e quindi mi limito a riprodurre questo articolo della ONG A Sud. Si tratta più che altro di una cronaca degli ultimi avvenimenti con qualche elemento sui retroscena politici, geopolitici e sociali. Manca il contesto, che del resto sfugge quasi sempre alle ong diritto- umaniste.
Quel che è certo che la”svolta” di Obama ha portato a un superamento dell’impotenza degli Usa di Bush nei confronti degli sconvolgimenti antimperialisti e progressisti in atto da una decina d’anni in America Latina. Come ha intensificato l’aggressione al popolo afghano, aumentando le stragi di civili nella speranza di demoralizzare la popolazione di un paese che è al 75% sotto controllo della Resistenza; come ha allargato il conflitto al Pakistan, sia massacrando i villaggi con i droni, sia costringendo con il ricatto economico-militare quel governo-fantoccio a lanciare una campagna di sterminio contro la propria popolazione pashtun (sommariamente definita tutta “taliban”, come i resistenti iracheni sono diventati tutti “Al Qaida” per i velinari del Pentagono); così sta impegnando le forze della destabilizzazione imperialista a rioccuparsi dell’America Latina in fuga.


Si comincia dal Centroamerica, più vicino, più fragile, con più forze fantoccio economiche e repressive ancora dominanti. Il predecessore del fiduciario nero dell’élite bianca di Wall Street e del complesso militar-industriale, era riuscito, dalla propria duplice esperienza, a insegnare al candidato vassallo Calderon come si scippano all’avversario di sinistra Obrador un milione di voti e, così, la presidenza di un Messico indispensabile per virtù di petrolio, narcotraffico e commercio di esseri umani. Si prosegue con messaggini inconsistenti a Cuba, però decorati di fiorellini per rincitrullire l’armata mondiale degli obamaisterici (alla “manifesto”) e nascondere le brighe reazionarie e colonialiste che si tornano a praticare altrove, a partire dal piano di assassinare prima Evo Morales e poi Hugo Chavez. Per far fuori costui durante la visita al Salvador, l’amministrazione di “svolta” di Obama ha riattivato nientemeno che il vecchio arnese del suo terrorismo di Stato (Stato primatista mondiale di terrorismo, seguito dappresso da Israele, Regno Unito e dall’Italia mafio-massonica), Luis Posada Carriles. Il serial killer che è stato mandato a imperversare nel Cono Sud da quando la Cia lo assoldò nel 1961 per la Baia dei Porci, ha sulla coscienza i 74 cubani fatti esplodere in aria nel 1976, assassini mirati in tutti i paesi latinoamericani, innumerevoli bombe tra le quali quella che uccise all’Avana l’italiano Fabio di Celmo, decine di tentativi di assassinare Fidel. Oggi, mentre da dieci anni cinque agenti cubani che avevano smascherato le trame dei terroristi di Miami, comprese quelle di questo arnese della delinquenza Usa, e le avevano denunciate allo stesso FBI, languiscono nelle carceri della Casa Bianca (e lo “svoltone” Obama ne ha fatto annullare l’appello alla Corte Suprema), Posada Carriles scampa e campa, protetto e onorato negli Usa.
l presidente honduregno Zelaya, non certo un bolscevico, ma politico liberale, si era messo in testa di limitare la manomorta genocida dei gorilla, bananieri Usa e oligarchi ladroni locali sul paese, proponendo un’assemblea costituente che mettesse la martirizzata nazione al riparo degli spolpatori del Nord. Ovviamente dalla fetida fogna dei “difensori della democrazia” mediatici e politici sono uscite solo esalazioni diffamatorie che, dell’intero processo costituente, sottoposto a sondaggio popolare, hanno menzionato unicamente la proposta di rielezione del presidente, come già fatto con le modifiche costituzionali di Hugo Chavez. A evidenziare i presunti propositi autoritari di Zelaya, laddove dalle nostre parti i capi di governo possono riproporsi all’infinito. Per primo, Zelaya, pochi giorni fa, aveva aderito all’ALBA, l’intesa bolivariana creata da Chavez per una rete di collaborazione economico-sociale di dignità ed equità, sottratta agli Usa e ai suoi organismi necrofori sovranazionali. Subito dopo aveva lanciato il referendum per un nuovo Honduras, sul modello di Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, chiaramente con il rinnovo del suo mandato, indispensabile garanzia del processo. E’ bastato per attivare l’antico riflesso di tutti i presidenti Usa, da 200 anni a questa parte, quando si tratta di far fuori popoli renitenti e sovranità non ligie, come quella italiana, a Nato. Cia e Scuola delle Americhe, bracci armati della bulimia divoratrice dei vampiri del Nord globale. Le gommose parole di perplessità pronunciate da Obama in merito al golpe, rientrano nell’ormai stracca retorica buonista di questo cialtrone con la ventosa sulla giugulare del’umanità, ma vorrebbero anche soddisfare la necessità di non scatenare ulteriormente la collera di genti latinoamericane che già marciano sulla via della rivoluzione. Né di mettere in imbarazzo i democratici pupattoli europei nella loro funzione di “palo” e ascari delle rapine imperialiste. Inoltre, come si fa a tentare un golpe reazionario in Iran, sotto la mimetica verde dei propri corifei autoctoni, detti “riformisti”, e poi non prendere le distanze da chi fa, per conto di Washington, la stessa cosa, addirittura con i gorilla e il rapimento del presidente?
Resta da proporre, con sentimenti che ti intorcinano le budella, il confronto tra la bandiere rosse e la vibrante e compiaciuta indignazione agitate dai nostri sinistri davanti all’ambasciata iraniana, e il vuoto abissale davanti ad altre ambasciate di Stati canaglia che sbattono lo stivale fascista sulla faccia di popoli cui la fame non ha ancora seccato la volontà di combattere. Dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Iran al Pakistan, dalla Somalia al Darfur, dalla Colombia e dal Perù, con i loro regimi terminator filo-Usa, all’Honduras. Dappertutto gli dice male, sempre più male. Gli dirà così anche a Tegucigalpa. E non per merito di falci e martelli di marca italiota.
Fulvio.




Honduras: colpo di stato contro Zelaya
Lunedì 29 Giugno 2009 08:58 A Sud
Dopo giorni di tentativi, pare sia riuscito ieri il colpo di stato in Honduras contro il presidente Zelaya, orchestato dalle destre politiche con l'appoggio delle forze armate. Il presidente è stato sequestrato dall'esercito. La tensione nella capitale Tegucigalpa stava montando da giorni dopo che il presidente Zelaya aveva annunciato un progetto di modifica della Costituzione, sfidando così il potere dell'esercito e del Congresso. Secondo le prime indiscrezioni, Zelaya era stato portato in una base militare, mentre l'esercito continua a tutt'oggi a presidire la sua casa.

Una nota di questa mattina informa che attualmente il presidente si troverebbe invece in Costa Rica, dove avrebbe chiesto asilo politico. "Sono stato vittima di un rapimento, di una cospirazione", sono state le prime parole di Zelaya alla tv locale Telesur al suo arrivo nel Paese, "e' stato un colpo di Stato", ha aggiunto. Il presidente ha raccontato che le sue guardie del corpo "hanno combattuto con i soldati per mezz'ora".

Nel frattempo in Honduras è stato nominato capo di governo golpista Roberto Micheletti, che ha dichiarato che reggerà il mandato fino alle nuove elezioniche saranno indette per novembre ed ha indetto un coprifuoco di 48 ore in tutto il paese.

Dal Costa Rica, Zelaya ha rivolto un appello ai suoi concittadini a manifestare contro il colpo di stato "pacificamente, senza violenza" e chiesto a "tutti i settori" della societa' di pronunciarsi controil golpe. "Gli autori del colpo di Stato "rimarranno soli e usciranno pieni di vergogna" da questa vicenda, ha proseguito Zelaya, che ha chiesto "il ritorno immediato" allo Stato di diritto, "che e' stato violentato".

Molte le dichiarazioni di solidarietà internazionale arrivate al presidente deposto e le voci di condanna levatesi da più parti. Tra gli altri l'OSA, il Mercosur e l'Alba hanno biasimato l'operato delle forze armate schierandosi dalla parte del governo vittima del golpe.

Oggi si riunirà d'urgenza l'Assemblea generale delle Nazioni unite per esaminare la situazione politica in Honduras, mentre migliaia di sostenitori di Zelaya hanno deciso di sfidare il coprifuoco di due giorni imposto dal nuovo capo dello Stato protestando sotto il palazzo presidenziale.

Nel frattempo i mezzi corazzati e i cecchini presidiano le vie della capitale, Tegucigalpa, mentre la pagina web del governo è stata oscurata. Il Governo golpista ha chiuso nelle scorse ore anche l'ultimo mezzo di comunicazione libero che trasmetteva nel paese: Radio Globo. Intanto è arrivata notizia che il dirigente di Via Campesina Rafael Alegria, è stato costretto a fuggire assieme a molti altri giornalisti, dirigenti sociali e sindacali che si sono dati alla clandestinità.


Si parlava di imminenti tentativi di golpe già da giorni, e giovedì pareva fosse stato sventato. Secondo il COPINH – Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell'Honduras, che il 24 giugno scorso aveva denunciato i tentativi di destabilizzazione del paese “si tratta dell'ultimo colpo di coda di una destra sconfitta che cerca di frenare la volontà popolare e la ricerca di vie democratiche per la trasformazione del
paese".

Da mesi la destra reazionaria cerca freneticamente di impedire la Consultazione Nazionale che era in programma per il 28 giugno e nella quale il popolo dell'Honduras sarebbe stato chiamato a esprimersi sulla convocazione di un'Assemblea Nazionale Costituente incaricata di elaborare una nuova costituzione e che aveva in progetto, tra l'altro, di eliminare la norma che stabilisce l'ineleggibilità del capo di Stato per più di una volta.

Mercoledì notte, il Presidente della repubblica Zelaya, di fronte al rifiuto del capo delle forze armate a distribuire il materiale elettorale, lo aveva destituito. Da lì in poi si erano innescate una serie di dimissioni a catena, scatenando una tempesta mediatica. Giovedì mattina, la giudice di alta istanza della magistratura aveva puntualmente sfornato una sentenza fatta su misura dai committenti golpisti annullando la destituzione dell'alto capo militare.

Dopo la destituzione del capo di stato maggiore, i cittadini erano scesi in piazza, con a capo lo stesso presidente, per recuperare le urne e le schede che i militari si rifiutavano di distribuire nelle circoscrizioni elettorali. Il popolo honduregno si era riversato nelle strade anche per difendere il presidente e il processo di cambiamento messo in moto attraverso, ad esempio, l'adesione all'Alba e alla Petrocaribe e la convocazione dell'Assemblea costituente.

L'offensiva golpista è stata pianificata e eseguita in maniera articolata dal Congresso Nazionale, i mezzi di comunicazione e i loro propietari, gli imprenditori e le Forze Armate. Secondo le notizie arrivate, l'esercito avrebbe assunto un ruolo simile a quello ricoperto negli anni '80, quando era nient'altro che uno strumento in mano ai poteri forti per garantire ordine e seminare repressione.

Inutile sottolineare come questo golpe rappresenti un atto di aggressione contro il popolo dell'Honduras, realizzato di comune accordo dalle gerarchie della chiesa avangelica e cattolica con le frange golpiste, con l'ingerenza del governo degli Stati Uniti e la sua ambasciata in Honduras che, informati previamente dei fatti, hanno abbandonato il paese invitando i funzionari della Banca Mondiale e del FMI a fare lo stesso.

Nei giorni scorsi, gli Stati Uniti avevano fatto sapere di aver ricevuto rischieste di appoggio da parte dei golpisti e di aver rifiutato. Tuttavia il silenzio mantenuto da Washington nelle ore successive al golpe fa riflettere sulla portata reale del tanto declamato “cambio di strategia” degli Usa in America Latina.

Secondo il COPINH, gli Usa, impossibilitati dai processi in atto ad incidere profondamente sulle sorti dell'America del Sud, avrebbero valutato più conveniente, nel frattempo, tornare a ingerire – come fu costume negli anni 70 e 80 – sulle sorti dei più prossimi e gestibili paesi dell'America centrale.

C'è anche da considerare che sul 2010, anno prossimo a venire, la preoccupazione è tanta. La data è altamente simbolica, e in Messico qualcosa di grosso si prepara. A 200 anni dall'indipendenza e 100 dalla rivoluzione zapatista, il monito del popolo messicano che si prepara a riprendere in mano le redini del proprio destino preoccupa non poco le stanze dei bottoni oltrefrontiera.

È quindi palese, come non hanno mancato di sottolineare movimenti, organizzazioni e reti sociali, che questo Washington non può permetterlo, anche a costo di lastricare la strada per Città del Messico di “momenti preparatori” come quello di ieri.

Redazione A Sud

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venerdì 26 giugno 2009

DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI (LA RIVOLUZIONE VERDE). Con menzione speciale a Giuliana Sgrena










Finchè le persone credono ad assurdità, continueranno a commettere atrocità.
(Voltaire)

Nulla è più facile dell’autoinganno di chi ritiene vero semplicemente ciò che desidera.
(Demostene)

Le foto qui sopra rappresentano, accanto ai manifestanti di Musavi, alcune delle centinaia di vittime dei servizi segreti già dello Shah, Savak, poi sussunti pari pari dal primo ministro di Khomeini, Mir-Hussein Musavi, per annegare in un oceano di sangue centinaia di migliaia di rivoluzionari comunisti e islamisti di sinistra che avevano cacciato lo Shah e fatto trionfare una rivoluzione laica e progressista. Si dovebbero aggiungere le immagini del milione di morti provocati da Musavi negli otto anni di guerra all’Iraq commissionatagli da Ronald Reagan per ridurre l’Iraq alla ragione imperialista e punirlo per aver costituito il Fronte del Rifiuto arabo contro la resa egiziana a Israele.
Se uno voleva appendersi in casa, a mo’ di ammonimento, accanto all’immagine del Che, l’epitome della disintegrazione epistemologica, morale ed escatologica della sinistra, bastava che fotografasse la non si sa se più patetica, o miserabile, scena ieri davanti all’ambasciata iraniana di Roma. Insieme a quattro scaltri iraniani esiliati da trent’anni, del tutto ignari del loro paese, ma speranzosi di rientrare sull’onda munifica della “democrazia”, utili imbonitori dell’ io sono iraniano, io so, un gruppetto di autoctoni agitava le bandiere rosse falci martellate dei due partiti fusi o sfusi, inveiva contro i brogli, inneggiava a Hussein Musavi e ai diritti umani senza la mordacchia di barba e velo. Privi totalmente di bussola, inconsapevoli della funzione attribuita ancora alla loro putrescenza, questi “comunisti” (s’intorcina la lingua a dargli tale nome) si ritrovano a braccetto, anzi proprio lingua in bocca, con il più micidiale concentrato di ammazzamondo mai rigurgitato dalla storia umana. Ecco gli indignati dirittoumanisti di Ferrero e Diliberto e, idealmente sullo stesso marciapiede, passeggiatrici come Ciro Reza Pahlavi, erede dell’imperatore da operetta, boutique e stragi, che dalla Casa Bianca si è offerto ai “rivoluzionari verdi” come nuovo Shah e simbolo del’unità nazionale, la coppia Rajavi, leader dei Mujaheddin Al Khalk, mercenari prima di Saddam e ora della Cia, di stanza a Parigi e Washington, Henry Kissinger, che due settimane prima del pogrom verde aveva anticipato una sommossa popolare per buttare giù il “regime”, Netaniahu che non sta più nelle scaglie per vedere avvicinarsi l’ora in cui potrà incenerire nuclearmente il fastidioso rivale regionale, Bush, Obama e tutta l’accozzaglia neocon che per gli eventi di Tehran hanno stanziato 400 milioni di dollari due anni fa, le solite agenzie della destabilizzazione (Ned, Freedom House, USAid, American Enterprise Institute, Council of Foreign Relations) che hanno istruito e foraggiato i caporioni della rivolta, con gli stessi manuali, fondi e tecnologie delle identiche operazioni passate (Serbia, Ucraina, Georgia, Libano, Venezuela….).

La piovra imperialista usa tre tentacoli: quello estremo, fallite le altre opzioni, è la guerra d’aggressione e di sterminio; quello iniziale è l’intervento del Fondo Monetario Internazionale che, corrotto qualche tirannello del paese da depredare, gli impone un debito per Grandi Opere che non si realizzano, debito che non si riesce a ripagare, per cui diktat FMI per misure di aggiustamento finalizzate a spogliare il paese di ogni bene e gettarlo nell’immondezzaio della globalizzazione. Il terzo tentacolo viene mosso quando l’aggressione bellica non è praticabile alla luce del rapporto costi-benefici, o quando l’artiglio FMI non ha potuto far breccia in un establishment custode della sovranità nazionale. E’ quello della destabilizzazione in atto in Iran, riuscita in Serbia, Georgia, Ucraina, fallita in Moldavia, a Beirut e a Caracas. Le sinistre, con falce e martello o senza, sbronzi di prosopopea eurocentrista, colonialisti alla pizza, ignari della merda che gli cola sugli stendardi dai sovrastanti vessilli imperiali, sono il sound-system che accompagna gli sbancamenti del caterpillar. Lo stesso che gli Usa forniscono a Israele per radere al suolo case e ulivi d’intralcio alla pulizia etnica. Non si salva proprio nessuno. In questi giorni di sisma geopolitico dell’8° grado, di aggressione imperialista all’ultimo Stato indipendente e forte nelle due mezzalune che costeggiano il mondo arabo e l’Asia russa e cinese, perfino i puri e duri Comunisti Uniti hanno dedicato (me compreso) mille tempi ed energie informatiche allo sclerotizzato provvedimento di espulsione di Marco Rizzo dal PdCI per aver denunciato le frequentazioni del suo segretario, Diliberto, con gentaccia della P2. Non s’è udito un colpetto di tosse su un fenomeno che rischia di buttarci per aria tutti.
Quando Bertinotti abolì l’imperialismo e nel presunto vuoto infilò la nonviolenza e la scomparsa del “nemico”, il virus deve essere penetrato anche in chi pensava di essere schermato. Dice Giulietto Chiesa, uno che studia, guarda e capisce, che la sinistra è stata sconfitta perché ha sbagliato l’analisi della società italiana e, prima ancora, l’analisi del mondo globale. Le ha sbagliate perché, autoreferenziale, compiaciuta e narcisistica com’è, non le ha studiate. Per l’ennesima volta la cantonata voluta prendere sull’Iran e sul quisling in pectore Musavi, dimostra che non ha saputo capire la portata della cosiddetta “guerra contro il terrorismo internazionale”, tanto da far svaporare il grande movimento contro la guerra (peraltro pesantemente intossicato dalle infiltrazioni umanitariste). Ha accantonato, e dunque accettato, nella sua identità truffaldina e nella sua immensa portata geopolitica e geostrategica, addirittura antropologica, la balla cosmica dell’11 settembre. Ha accettato, senza dirselo e senza dircelo, la narrazione del mondo dei dominatori. Non ha visto niente.

E ha continuato a mutare geneticamente il suo linguaggio, fino a renderlo compatibile con quello dei necrofori, ma facendolo incomprensibile e inutile ai più. Oggi si è attaccata allo strascico di un delinquente e venduto come Musavi, senza neanche andare a vedere le ricevute Cia e Mossad (vedi mio precedente post) che gli spuntano dalle tasche. Senza neanche farsi passare per la testa che anche quello in corso in Iran potrebbe essere un’operazione sporca yankee-sionista, da collocare nel quadro della “guerra infinita” dei ricchi contro i poveri, cioè della lotta di classe. Fighe, queste sinistre! Trascurano addirittura il buon lavoro svolto da Musavi quando, acquistate armi dagli amici israeliani, il pagamento lo ha indirizzato a Reagan e Oliver North perché la facessero finita con quei senzadio di sandinisti in Nicaragua (Iran-Contra), Non ci provano neanche a riequilibrare il loro sostegno ai crimini imperialisti con qualche sospiro sui 70 partecipanti a un funerale massacrati da un drone Usa in Pakistan, o sui 140 civili trucidati in un villaggio raso al suolo in Afghanistan, piccolo campione, negli stessi giorni, di un genocidio che Obama ha allargato dall’Afghanistan al Pakistan.

Ieri sera sono andato a un’iniziativa di tale associazione BADGIR, di iraniani esuli e loro allievi, capeggiata dal classico personaggio di estrazione tra il l’intonacato di Assisi e il non-violento equo e solidale. Ci vengono somministrate strazianti testimonianze di martirio lette da connazionali emule delle verdi signorine dei quartieri alti di Tehran, un filmato che rinnova l’accuratissima selezione fatta dalle inviate dei lobbisti sionisti dei nostri media, compresa la scena apicale della povera Neda morente, un predicozzo accorato del locale Ghedini di Musavi che, per correttezza e completezza dell’informazione-valutazione gareggia con i pronunciamenti di Berlusconi su terremoti, crisi e ragazze-immagine a Villa Certosa. Ho tentato di suscitare qualche dubbio chiedendo se non fosse curioso che per quei manifestanti bastonati a Tehran c’è l’appassionata solidarietà e l’incondizionato sostegno di quegli stessi che altri manifestanti li hanno massacrati di botte e di spari ai Genova, Londra, Rostok, a Ginevra, Seattle, Cairo (per la Palestina), Ramallah (dove il quisling Abu Mazen trucida partigian),Grecia. Non raccolto.

Ho provato allora a raccontare alcuni fatti. Visto che il corifeo della rivoluzione verde aveva denunciato, a prova inconfutabile dei brogli, l’impossibilità del “regime” di conoscere i risultati appena poche ore dopo la chiusura dei seggi, ho spiegato che le urne installate in Iran erano 45.713 e che ognuna poteva contenere fino a 860 schede, ognuna con la semplice scelta di un solo nome. Ci vuole più di un paio di ore per contare 860 schede per urna e trasmettere i conteggi elettronicamente al centro? No, non ci vuole. Senza contare che la scienza statistica ha provato che basta lo scrutinio del 5% dei seggi per avere una certezza del 95% del risultato finale. Non era più sospetto il fatto che Musavi, dato per perdente per due a uno da tutte le rilevazioni straniere fatte nei trenta giorni della campagna nelle trenta provincie del paese, due ore prima della chiusura dei seggi si fosse già proclamato vincitore? E che questa rivendicazione era basata su una lettera, provata poi apocrifa, di un impiegato di basso ordine alla Guida suprema Ali Khamenei che, ore prima della chiusura, annunciava la vittoria di Musavi? Come se un tale esito potesse essere oggetto di corrispondenza tra un travet del ministero degli interni e la massima autorità del paese.

Da anni i servizi segreti israeliani e anglosassoni sanno come controllare e intervenire sulle reti sociali. Non è sorprendente che alla notizia della stravittoria di Ahmadi Nejad, decine di migliaia di telefonini ricevessero sms anonimi in cui si invitava alla rivolta, alle concentrazioni in dati luoghi, ai parafernalia verdi da indossare? E innocente il fatto che sia sfuggito all’attenzione degli scrupolosissimi narratori degli eventi iraniani quel celeberrimo Jared Cohen, del reparto “policy planning” del Dipartimento di Stato Usa, che, prima, ha diffuso un video su come organizzare una folla eversiva e, poi, riempito di comunicati all’uopo tutti i twitter iraniani, ha chiesto al “social network”di ritardare i programmati lavori di manutenzione nelle ore critiche della rivolta di Tehran, onde non interrompere il flusso dei suoi tweets ai compari persiani? E come mai il guru locale di Musavi non si era peritato di far apparire il rivale battuto come vindice dei bisogni sociali, proprio all’ombra di un padrino, Rafsanjani, uno degli uomini più ricchi del mondo, corrotto ladrone e fautore di liberalizzazioni e privatizzazioni (petrolio in testa, povero Mossadegh) contro i provvedimenti sociali adottati per i poveri dal presidente uscente, pur sotto il morso delle sanzioni inflitte al paese? Come mai, ululando contro la sanguinosa repressione di pasdaran e basiji, secondo lui partita ancor prima delle manifestazioni, ha trascurato di parlare della caterva di immagini trasmesse da televisioni non assoldate, come Al Jazira e anche alcune emittenti Usa, che mostravano turbe di rivoltosi che, all’atto dell’annuncio finale, già stavano devastando la città bruciando cassonetti, banche, negozi, edifici pubblici e sparacchiando a più non posso? Cosa ne è stato delle otto guardie uccise dai rivoltosi verdi di cui, tra i denti, hanno riferito i telegiornali italiani solo poche ore prima? E a proposito della giovane Neda, la cui agonia è diventata una specie di icona cristologica, presuntamente colpita nel fuoco degli scontri, che invece si trovava a passeggio da sola, in piena tranquillità, lontanissima dalla zona delle turbolenze, senza presenza di polizia o armati di alcun genere, ma fulminata da un cecchino invisibile e ignoto? Perché si sarebbe dovuto uccidere una donna disarmata, lontana dal conflitto, senza storia politica personale? Per fornire un martire alle forze che puntano alla disintegrazione del paese? Non gli veniva spontaneo il ricordo dei tiratori scelti installati dai golpisti venezuelani sui tetti, assassini, insieme ai poliziotti arruolati nel golpe, di una sessantina di difensori della legalità, dissolti nel nulla ma filmati e riconosciuti come agenti israeliani?

Come mai sono sfuggite al nostro apostolo verde, come anche agli occhiuti professionisti della nostra informazione, nessuno dei quali ha mai sentito il bisogno di riferire il parere di chi non fosse aureolato di verde e elegante padrone dell’inglese, alcune date assai significative, come: 23 maggio 2007, ABC News: La Cia ha ottenuto il nulla osta segreto presidenziale per allestire operazioni “nere” destinate a destabilizzare il governo iraniano; 27 maggio 2007: Il quotidiano londinese Telegraph riferisce: Bush ha firmato un documento ufficiale che approva i piani della Cia per una campagna di propaganda e disinformazione intesa a destabilizzare e quindi deporre il regime teocratico dei mullah in occasione delle prossime elezioni presidenziali; 16 maggio 2007, il Telegraph riporta le dichiarazioni dell’ambasciatore Usa all’ONU, John Bolton, secondo cui un attacco militare Usa all’Iran sarebbe l’opzione estrema, dopo il fallimento delle sanzioni economiche e del tentativo di fomentare una rivoluzione popolare; 29 giugno 2009, il premio Pulitzer Seymour Hersh scrive sul New Yorker: Il Congresso ha approvato una richiesta del presidente Bush di finanziare una forte escalation di operazioni coperte contro l’Iran, finalizzate a destabilizzare attraverso sabotaggi e moti popolari la leadership religiosa del paese; 9 giugno 2009, poche ore prima delle votazioni, il consulente neocon del Dipartimento di Stato Kenneth Timmerman scrive: Si sta parlando di una “rivoluzione verde” a Tehran. La National Endowment for Democracy e George Soros (sempre quelli da Belgrado in qua) hanno già speso milioni per promuovere una rivoluzione colorata… Buona parte del denaro è stato indirizzato nelle mani dei gruppi filo-Musavi che hanno ottimi rapporti anche con altre Ong internazionali; due settimane prima delle elezioni, Henry Kissinger (quello dell’assassinio di Allende e del golpe di Pinochet) dichiara che ci sarà una rivoluzione verde in Iran alla quale il mondo libero dovrà dare tutto il suo appoggio.

Come facevano questi fetidi figuri a sapere, prima del voto, che ci sarebbe stata una “rivoluzione verde”, a meno che tale rivoluzione non fosse stata accuratamente preparata in quei quartieri? Visto anche che Musavi e i suoi si dicevano tanto fiduciosi della vittoria? Vogliamo scommettere che nessuno dei bravi giornalisti, dei commossi e indignati lottatori per la democrazia e i ditti umani risponderà a queste domande? Certamente non quella Marina Forti, sincrona con tutto quello che viene rigurgitato da Tel Aviv, che da settimane riempie il “manifesto”, ora affiancata anche da quel dabbenuomo di Tommaso de Francesco, con il monopolio delle voci musaviane, la favola dei brogli, gli osanna ai “giovani” filo-occidentali. Ma neanche risponderà quella indicibile perla nella collana delle cacasenno che dal rapimento in Iraq ha spiccato il volo per la cattedra della più filoamericana esperta di cose mediorientali nell’intero cucuzzaro mediatico italiota.






Avrei voluto porre altre questioni all'avvocato del papi persiano trombato. Ma la di lui sensibilità democratica a questo punto si dissolse svanì come il profumo di una rosa in sfacelo.. Sbattuta con violenza una cartelle sul tavolo, si mise a sbraitare cose intrugliate e incomprensibili, probabilmente senza senso. Alla Ghedini, appunto. Poi, in un impeto battagliero, si lanciò al di là della tavola e, insieme alla moglie strepitante e che pareva un mulino a vento sotto la bufera, sempre urlando, mi si avventò contro. Il bassotto Nando, non avvezzo a escandescenze persiane, tirò il guinzaglio e mi trascinò fuori. A riveder le stelle.




Chiudo malissimo questo pezzo, nel senso che parlo di sfaceli politico-professionali riferendomi a un’ultima pagina del “manifesto” (24/6/9) intitolata “Baghdad, la speranza”, con riferimento a un Iraq che sta vivendo una grande offensiva della Resistenza e, simultaneamente, come sempre, il depistaggio da quella attraverso stragi confessionali operate da Usa e fantocci. Riproduco dall’unico giornale che disperatamente ci tocca leggere, con un senso forte di nausea, alcune gemme di una piena e gioiosa legittimazione dell’apparato assolutamente delinquenziale dagli occupanti messo in testa al popolo più martirizzato del mondo. Avallata la fandonia che ormai “tutto va bene, madama la marchesa”, di democrista memoria, nell’Iraq ininterrottamente maciullato da occupanti, carcerieri, milizie di marca iraniana, torturatori, ladri di Stato, Giuliana Sgrena offre una splendente tribuna al ministro degli interni (non ministro-fantoccio, come avrebbe scritto Stefano Chiarini, che si rivolta nella tomba come una trottola), Jawad al Bolani. Ne esce un ritratto dell’uomo e del paese che non sfigurerebbe se fatto al campione del buongoverno delle Mille e una notte, Harun El Rashid. Di suo, la piagnucolona islamofobica aggiunge di tanto in tanto solo incisivi riferimenti a quei brutaloni di Al Qaida che ostacolano la generosa ricostruzione democratica e sociale tentata con tutti i mezzi dagli occupanti e loro emissari indigeni. La Resistenza, che ha ripreso a uccidere un soldato yankee al giorno, decine di contractors e militari fantocci e agisce con crescente intensità nella regione tra Baghdad e Mosul, per Sgrena non esiste. Esiste Al Qaida, si DEVE chiamare Al Qaida, che a nessuno più venga il dubbio che i bravi governanti e i loro padrini avrebbero già rimesso in piedi paese e popolo, se solo non ci fossero quei dannati terroristi islamici. Ovviamente inventati, anche dalla solidale Sgrena, per satanizzare i partigiani della liberazione, con il risultato che non c’è più al mondo uno straccio di compagno che solidarizzi con quelli. Gongolante di orgoglio patrio, Sgrena arriva addirittura a chiedere al delinquente installato al ministero della repressione se è davvero soddisfatto dell’addestramento che i nostri carabinieri impartiscono a quegli ascari dell’occupante che sono i poliziotti iracheni. Entrambi esultano agli onori e ringraziamenti, resi nella risposta, al contributo offerto dall’Italia “sotto la supervisione della Nato”. Impagabile la speranzosa domanda finale della “giornalista comunista”: “Comprerete anche armi dall’Italia?” Dalla Finmeccanica sono subito partiti i commessi viaggiatori.

Sarà stata la fretta, la simpatia ispiratagli dell’interlocutore, le secchiate di vernice rosa da spandere su tutto l’Iraq, rimane curioso che Sgrena non si sia ricordata che quel Ministero degli Interni governava milizie personali che andavano in giro a trapanare la testa a gente con nomi sunniti, a rastrellare donne e bambini da stuprare o minacciare di ogni possibile tortura se non avessero fornito dati su mariti, padri, fratelli, figli, combattenti. O solo oppositori. Che in quel ministero gli stessi statunitensi, scottati da Abu Ghraib e seguenti e desiderosi di riequilibrare la manomorta scito-iraniana sull’Iraq e sul genocidio con la propria, scoprirono negli antri sotto l’edificio un’immensa prigione, sale di tortura, fosse comuni e residui umani che neanche Auschwitz. Del tanfo di morte che si sprigiona da quei sotterranei e che aleggia in tutto l’edificio e insudicia ogni parola del suo interlocutore “ministro”, Sgrena non si è avveduta. Saranno stati i profumi di Tehran Alta, passatile da Marina Forti, ad averla circonfusa e protetta.

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