venerdì 20 gennaio 2017

Pugnalata alle spalle del Venezuela bolivariano, parata al Senato dai 5 Stelle

Mozione presentata dal Senato da Ferdinando Casini e compari, compresi gli espulsi o transfughi dei 5 Stelle (che giustificano una volta di più in pieno la loro espulsione), zeppa dell'ignoranza di tutti i firmatari e del miserabile livore dei reazionari e burattini degli Usa, fondata su tutte le mistificazioni e falsità fornite dalle centrali imperiali della disinformazione e destabilizzazione, di fronte al successo di un processo di liberazione ed emancipazione dalla morsa colonialista e imperialista iniziata con Hugo Chavez e sostenuto dalla stragrande maggioranza del popolo venezuelano.

Mozione della senatrice Ornella Bertorotta e di altri senatori 5 Stelle che è riuscita a bloccare il tentato colpo di mano dei detriti centrodestristi e di esponenti del  PD e a imporre un'ampia discussione in aula martedì prossimo. Correttamente la mozione dei 5 Stelle contrappone al quadro strumentale e mistificatorio tracciato dai firmatari della mozione anti-Venezuela una realtà venezuelana di interventi, senza precedenti in Sudamerica, a favore delle classi deboli, con un riscatto ugualmente senza precedenti su tutti piani dei diritti e dei bisogni del popolo. Realtà di giustizia sociale all'origine della reazione, anche golpista, di un ceto di parassiti predatori sostenuti da chi, all'estero, si sente minacciato dal modello venezuelano. La mozione insiste sulla cessazione delle interferenze straniere che violano la sovranità e l'autodeterminazione del paese, registra le vere cause dell'attuale malessere, in parte dovuto alla corruzione diffusa, al dilagare della criminalità e, in prima istanza, al sabotaggio della grande distribuzione privata che ha in parte neutralizzato un'adeguata possibilità di alimentare la popolazione attraverso i canali pubblici. Preoccupata per le conseguenze della crisi ad arte innescata dai nemici della rivoluzione bolivariana, sui nostri concittadini in Venezuela e sulla popolazione tutta, la mozione sollecita un ritorno al dialogo attualmente boicottato dall'opposizione e una pacificazione che permetta al Venezuela di riprendere il suo cammino di riscatto sociale.
Fulvio 

ORDINE DEL GIORNO
Giovedì 19 gennaio 2017
744a e 745a Seduta Pubblica
alle ore 9,30
Discussione di mozioni sulla crisi del Venezuela (testi allegati)
alle ore 16
Interrogazioni a risposta immediata ai sensi dell'articolo 151-bis del Regolamento al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare su: - problematiche connesse all'inquinamento atmosferico; - gestione del ciclo dei rifiuti, con particolare riferimento alla bonifica dei siti di interesse nazionale.

MOZIONI SULLA CRISI DEL VENEZUELA
(1-00709) (17 gennaio 2017) CASINI, CORSINI, MINZOLINI, PEGORER, RAZZI, SANGALLI, SCHIFANI, VERDUCCI, ZIN, GIANNINI, MOSCARDELLI, SCALIA, PUPPATO, MARAN, CALEO, CUOMO, ANGIONI, DE BIASI, CANTINI, SONEGO, D'ADDA, PEZZOPANE, LAI, RUSSO, CHITI, FILIPPIN, PAGLIARI, SUSTA, DE PIETRO, COMPAGNA, LANIECE, ROMANO, BATTISTA, ORELLANA, LONGO Fausto Guilherme, FRAVEZZI, PANIZZA, ZELLER, BERGER, BUEMI, LIUZZI, BIANCONI, DI BIAGIO, ALBERTINI, CONTE, TORRISI, ROSSI Luciano, D'ASCOLA, AMORUSO, GAMBARO - Il Senato, considerato che: da quasi 3 anni il Venezuela attraversa una profondissima crisi economica, sociale e politica; negli ultimi mesi la crisi economica si è ulteriormente aggravata, principalmente a causa delle scelte del Governo, con il peggioramento di tutti gli indicatori e il raddoppio del tasso di povertà; l'aumento esponenziale del tasso di criminalità ha reso il Venezuela uno dei Paesi più pericolosi del mondo; nonostante una crisi umanitaria sempre più grave, caratterizzata in particolare da carenza di cibo, di medicinali e di dispositivi medici, il Governo ostacola l'ingresso nel Paese di aiuti umanitari e le diverse iniziative internazionali, anche non governative, di sostegno alla popolazione; la preoccupazione nei confronti della situazione venezuelana è condivisa dalla comunità internazionale, a partire dall'Unione europea, dalle Nazioni unite, dall'Organizzazione degli Stati americani e dal G7; la proclamazione dello "stato di eccezione ed emergenza economica" attribuisce al Governo poteri straordinariamente estesi in ogni ambito, con un'inaccettabile restrizione delle garanzie costituzionali e dei diritti civili e politici; la separazione tra i poteri, essenziale in uno Stato di diritto, soffre una grave limitazione, considerando il forte controllo che il Governo esercita nei confronti degli organi giudiziari, del Consiglio elettorale nazionale e in particolare del Tribunale supremo; le attribuzioni costituzionali dell'Assemblea nazionale, organo del quale l'opposizione democratica detiene la maggioranza, sono sistematicamente violate, attraverso decisioni, sia del Governo che del Tribunale supremo, che impediscono lo svolgimento delle sue funzioni legislative e di controllo ed hanno creato le premesse per l'approvazione da parte dell'Assemblea di atti che aggravano ulteriormente la frattura istituzionale in atto; altissimo è il numero delle persone in prigione, agli arresti domiciliari o in liberta vigilata per ragioni politiche, tra cui esponenti politici di primo piano, come Leopoldo López, Antonio Ledezma e Daniel Ceballos; nonostante le rilevanti concessioni dell'opposizione (che ha rinunciato, di fatto, a proseguire l'iter per l'indizione del referendum revocatorio), il dialogo politico, avviato anche grazie alla mediazione vaticana, appare bloccato e rischia di essere utilizzato dal Governo in termini puramente dilatori; in Venezuela vive una numerosa comunità di origine e di cittadinanza italiane, che condivide le privazioni, l'insicurezza e il clima di intimidazione, in cui versa gran parte della popolazione; le imprese italiane che operano nel Paese soffrono fortemente la situazione di crisi economica e di tensione politica, nonché l'atteggiamento di scarsa collaborazione del Governo, anche in relazione ad una posizione creditizia complessiva ormai insostenibile (stimata attualmente in circa 3 miliardi di dollari), impegna il Governo: 1) ad adottare con urgenza ogni iniziativa utile, anche in sede di Unione europea e in collaborazione con gli organismi internazionali, per ottenere dal Governo venezuelano un atteggiamento costruttivo per superare la situazione critica in cui versa il Paese; per impegnarlo a ripristinare la separazione dei poteri e salvaguardare le attribuzioni dei diversi organi costituzionali; per favorire un dialogo effettivo e stringente tra i diversi livelli di Governo, l'opposizione democratica e la società civile; per ottenere la liberazione di tutti i prigionieri politici; 2) ad adottare con urgenza ogni iniziativa utile, anche in sede di Unione europea e in collaborazione con gli organismi internazionali, per alleviare la grave crisi umanitaria del Paese, in particolare a favore dei soggetti più deboli della società; 3) ad approntare un piano straordinario di assistenza ai connazionali residenti in Venezuela, anche attraverso un rafforzamento delle nostre strutture diplomatico-consolari; 4) a continuare a sostenere i legittimi interessi delle imprese italiane che operano nel Paese e vantano crediti nei confronti del Governo.  (1-00712) (18 gennaio 2017) BERTOROTTA, PETROCELLI, LUCIDI, DONNO, SANTANGELO, CAPPELLETTI, SERRA, ENDRIZZI, MORRA, GIARRUSSO, LEZZI, GAETTI, CIOFFI, PUGLIA, PAGLINI - Il Senato, considerato che: da almeno 2 anni il Venezuela vive una forte crisi economica e politica principalmente a causa del crollo dei prezzi del petrolio, con il peggioramento di tutti gli indicatori economici; l'aumento esponenziale del tasso di criminalità ha reso il Venezuela uno dei Paesi più pericolosi del mondo, insieme al Messico, dove gli eccidi indiscriminati sono all'ordine del giorno; il Governo fronteggia il fenomeno del mercato nero e dell'indisponibilità, da parte delle grandi aziende distributrici, a mettere in commercio prodotti alimentari, principale causa della carenza di beni di prima necessità; la situazione è aggravata anche dalla corruzione endemica della pubblica amministrazione venezuelana, che erode consenso alle istituzioni e polarizza ulteriormente le fazioni su posizioni estreme; la situazione venezuelana è oggetto di indebita ingerenza da parte della comunità internazionale, a partire dall'Unione europea, dalle Nazioni unite, dall'Organizzazione degli Stati americani e dal G7; la proclamazione dello "stato di eccezione ed emergenza economica" attribuisce al Governo poteri straordinariamente estesi, nel tentativo di affrontare la crisi economica e la destabilizzazione, anche internazionale, verso il Paese latino americano; la FAO ha premiato il Venezuela per l'impegno dimostrato nel combattere la fame nel Paese, in riferimento al programma "Misión Alimentación", istituito dal Governo nel 2003. Secondo le statistiche ufficiali, il programma è riuscito a distribuire circa 26,5 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, arrivando a garantire il 95,4 per cento dei venezuelani con più di 3 pasti al giorno; sono stati compiuti progressi anche nei campi dell'istruzione di massa (l'Unesco ha dichiarato il Venezuela Paese libero dall'analfabetismo nel 2005), dell'assistenza sanitaria, attraverso il programma "Barrio Adentro", che ha permesso la costruzione di più di 13.000 centri medici di varie tipologie, nel campo della distribuzione dell'acqua potabile, rifornendo circa il 95 per cento della popolazione; in Venezuela è presente una numerosa comunità di origine e di cittadinanza italiana, che vive un profondo sentimento di abbandono da parte dell'Italia; dal maggio 2014, Alitalia ha sospeso i voli da Roma per Caracas, isolando di fatto i nostri connazionali, che sono costretti a fare scalo in Spagna, aumentando considerevolmente i tempi e i costi di spostamento per raggiungere il nostro Paese; l'INPS ha penalizzato i pensionati italiani in Venezuela, attraverso il versamento delle pensioni con un cambio sfavorevole; dall'elezione del presidente Chavez, il Paese vive una contrapposizione infruttuosa tra maggioranza e opposizione e, più in generale, tra classe imprenditoriale e Governi succedutesi dal 1998 in poi, che hanno portato ad un tentativo di colpo di stato nel 2002, i cui responsabili hanno però ottenuto l'amnistia dal Governo dell'epoca; ad un anno dalla morte di Ugo Chavez, stroncato da un fulmineo cancro nel 2014, il Paese ha conosciuto un forte periodo di instabilità, con manifestazioni e scontri, noti come "guarimbas", che hanno causato la morte di decine di persone, tra cui molti membri della Polizia; in risposta a queste manifestazioni, il Governo ha incarcerato centinaia di persone, accusate di essere responsabili di gravi fatti di sangue, interruzione di pubblici servizi, danneggiamenti e incendi di strutture pubbliche, omicidi mirati o veri e propri attentati terroristici; il Paese sudamericano ha vissuto una turbolenta vita politica fatta di colpi di stato e repressione dell'opposizione che, solo dagli anni sessanta in poi ha permesso il ritorno alla vita democratica, seppur con pesanti ingerenze straniere e delle élite economico-finanziarie, che hanno aumentato la povertà negli strati più deboli della popolazione venezuelana; la contrapposizione tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione e il boicottaggio delle azioni governative hanno causato un ulteriore aumento delle esposizioni debitorie e generato diffidenza presso gli investitori internazionali; il protrarsi di tale situazione rischia di coinvolgere la comunità italiana nel Paese, in un più generale clima di scontro, anche armato, tra le parti, che non porterà al miglioramento delle condizioni di vita dei nostri concittadini e dei cittadini venezuelani; la recente visita del presidente venezuelano Nicolas Maduro a papa Francesco del 24 ottobre 2016 ha avviato una nuova fase di colloqui di pace, volti a favorire una mediazione tra governo e opposizione e finalizzata al ripristino della pace sociale e della cooperazione tra le parti nell'interesse di tutto il popolo venezuelano; le imprese italiane che operano nel Paese soffrono fortemente la situazione di crisi economica e di tensione politica, anche in relazione ad una posizione creditizia complessiva ormai insostenibile (stimata attualmente in circa 3 miliardi di dollari); il 20 maggio 2014 il Sottosegretario di Stato pro tempore per gli affari esteri, Mario Giro, in relazione alla crisi venezuelana, sosteneva il dialogo tra Governo e opposizione, facendo eco al Ministro pro tempore degli affari esteri, Federica Mogherini, che sosteneva "Credo che non ci sia altra strada percorribile se non quella di sostenere questo difficile sforzo di dialogo nazionale", impegna il Governo: 1) ad avviare un dialogo con il Governo venezuelano, nel pieno rispetto del principio di non ingerenza negli affari interni di altri Stati, al fine di tutelare la sicurezza e il benessere dei cittadini venezuelani e in particolare degli Italo-Venezuelani; 2) a rigettare con forza qualsiasi posizione oltranzista e ogni pratica violenta, supportando, con ogni mezzo necessario, l'iniziativa di pace della Santa Sede; 3) a chiedere a Caracas di aumentare le misure di sicurezza a protezione della comunità italiana, predisponendo quanto necessario a garantire una vita tranquilla agli italo venezuelani nel Paese; 4) a chiedere all'opposizione venezuelana di fare quanto possibile per isolare i violenti e ripristinare le condizioni di dialogo nell'interesse del popolo venezuelano; 5) ad avviare una contrattazione per ripristinare i voli aerei da e per Caracas dal nostro Paese, agevolando i nostri concittadini nel Paese latino americano, anche con tariffe scontate; 6) a sostenere procedure di pagamento dei crediti vantati dalle imprese italiane anche attraverso contropartite in petrolio, di cui il Paese è particolarmente ricco e i cui prezzi sono in ripresa, permettendo così il recupero delle ingenti somme vantate dalle nostre imprese in tempi più rapidi.

ISIS E ANTI-TRUMP: STESSO MANDATO STESSI MANDANTI - Mentre utili idioti e amici del giaguaro marciano contro Trump, Obama avvelena i pozzi in Siria


"Molte delle celebrità che dicono di non andare (all’insediamento) non erano mai state invitate. Non voglio le celebrità, voglio il popolo, è lì che abbiamo le più grandi celebrità”. (Donald Trump)

“E’ stupefacente e anche un po’ disgustoso vedere quanti cagnetti profumati da salotto si sono messi con il branco di rottweiler a sbranare un botolo che aveva appena cominciato ad abbaiare”. (Ernesto bassotto)

Mercenari professionisti
Titolo spiazzante, anzi scandaloso? Vediamo. A cosa vengono impegnati i jihadisti delle varie formazioni mercenarie impiegate in Medioriente (ora anche in Asia e Africa e individuati come attentatori in Occidente)? A mantenere e allargare il dominio, a fini di controllo e sfruttamento, su zone del mondo ricche di risorse, e/o di importanza strategica, e/o la cui sovranità e autodeterminazione costituiscono ostacolo alla globalizzazione Usa, UE e Israele e rispettivi clienti, a volte collusi a volte collidenti, perché ne spuntano gli strumenti armati e/o economici. E, a parte la logica del cui prodest, a chi riconducono, con mille documenti, prove, ammissioni, queste formazioni? Le hanno pagate e rifornite sauditi, turchi, qatarioti, giordani; le hanno armate turchi, israeliani, Usa e Stati Nato; le hanno rastrellate in giro per il mondo i servizi di intelligence e le Forze Speciali di queste entità. Senza questo retroterra e i cordoni ombelicali ad esso connessi per vitto, mezzi, armamenti, soldo, la Jihad non durerebbe e non si espanderebbe dal 2011, ma si sarebbe estinta nel giro di settimane. Ve lo dicono Von Klausewitz e Sun Tsu.

Mo’ chi ha pensato, elaborato, spinto ed esasperato tutto questo a partire dall’11 settembre 2001? Chi, da un lato, aveva stabilito in piani ufficiali (Oded Yinon, Israele 1981) che, per il Grande Israele, occorreva frantumare in bantustan etnocentrici e settari gli Stati-Nazione arabi. E chi, dall’altro, ma in consonanza, nel cammino verso un dominio mondiale unipolare, di Stati-Nazione progettava di farne fuori tutti, tranne il suo e quello dei più stretti parenti. Si chiama, dai tempi di Lenin, imperialismo, fase suprema del capitalismo. Ma di mezzo c’erano Russia e Cina, ammazzate che schiacciamento di minchia.

La “guerra al terrorismo”, che si apre con l’innesco delle Torri Gemelle fatte saltare dall’interno e dal Pentagono bucato con un missile, ha una miccia lunga che parte dalla fine del secolo precedente. Quando una cabala di psicopatici, in massima parte talmudisti all’orecchio di Israele, formula il PNAC, il Progetto per un Nuovo Secolo Americano. Sono la squadra messa insieme dalla Cupola dell’1% perché faccia dell’ “eccezionalismo”” eugenetico nordamericano la Weltanschaung e del suo apparato militare da un trilione di dollari lo strumento materiale per la conquista del pianeta e la rimozione dki tutto ciò che vi si frappone o contrappone. La Russia, passata dal “tana liberi tutti” di Eltsin a essere l’antagonista globale con Putin, entra nel centro del mirino PNAC. Tanto più quando si intromette in Medioriente e fa volare le scartoffie neocoloniali e nella marca imperiale Europa, rapita e stuprata dal padre Zeus a stelle e strisce fin da quando l’aveva proclamata “liberata” nel 1945, la Russia diventa partner strategico per l’energia e non solo.

Repubblicani e Democratici per Ia Cupola pari son
In preparazione alla resa dei conti sul campo di battaglia, i neocon, la cui strategia la Cupola fa attuare via via, indifferentemente, dai presunti antagonisti repubblicani (Bush) e democratici (Obama), vero Giano bifronte scolpito dalla Cupola, vengono messi in pratica iniziative e strumenti propedeutici. Difensivi in Europa, dove si tratta di impedire lo smantellamento dell’omologa costruzione vassalla UE per mano di chi, tra le macerie economiche, sociali ed antidemocratiche di questa struttura corrottissima e criptocoloniale, sviluppa nostalgie “populiste” per la propria sovranità fondata sulle costituzioni democratiche sorte dalla lotta antifascista. Offensivi, dove lo Stato-Nazione c’è e alberga anticorpi robusti allo sgretolamento. Ed è il caso di paesi come quelli emancipati latinoamericani, l’Afghanistan, l’Iran, l’Ucraina, l’Egitto, l’Algeria, Nigeria, Brasile, e tanti altri, tutti quelli su cui sarebbe prematuro, inopportuno, disagevole, intervenire militarmente, ma dove è necessario e urgente destabilizzare. Tanto più urgente quanto più, nei tempi recenti e di fronte all’aggressività USraeliana, tutte queste realtà statuali, sotto la spinta dei rispettivi popoli, si orientano sempre più via dall’Occidente e in direzione Russia e Cina, aumentando le criticità dei progetti PNAC e Oded Yinon.


Ci sono spie tra noi
Dove non è utilizzabile lo strumento terrorista siamo alle rivoluzioni colorate, a insostenibili immigrazioni di massa, a colpi di Stato parlamentari, a sanzioni e sabotaggi economici. Vengono creati e messi in campo strumenti di grande potenza finanziaria e capacità mimetica. Alle vecchie fondazioni Ford, Rand, Rockefelleer, ai Think Tank come il Council of Foreign Affairs, gli Istituti Repubblicano e Democratico, si aggiungono vetrine umanitariste a direzione occulta Cia come USAID, National Endowment for Democracy, Amnesty International, Human Rights Watch, Save the Children, Medici e Reporter Senza Frontiere, Avaaz…. Più dinamico e scaltro di tutti, un criminale della speculazione finanziaria ai danni di paesi da spolpare (Italia dal 1992), l’ebreo ungherese-statunitense George Soros, con la sua Open Society Foundation mirata a gabbare, con mille succursali locali, giovani ansiosi di carriera. Soros si potrebbe dire la piovra globale, da cui tentacoli si sviluppano tanti polipi e polpetti sotto forma di scuole, università, centri studi, ONG dei diritti umani, organizzazioni mediche, gruppi mmediatici, associazioni dei diritti civili, ecologisti, pacifisti, soccoritori di migranti, PR e giornalisti infestanti come l’edera nei boschi abbandonati, o i pidocchi alle elementari di qualche tempo fa. Nel Kosovo sulla via della secessione costruisce università, nel golpe di Kiev finanzia nazisti, in Siria, a Sarajevo, o in Irlanda del Nord, s’inventa “costruttori di pace” che minino la lotta di liberazione.

Collaborazionisti “dilettanti”
E dunque torniamo al titolo così scandaloso. A cosa puntano in questi giorni, e con quali mandanti e strumenti, coloro che in piazza si agitano, negli Usa a livelli autenticamente eversivi, in Europa in rete, in Germania con marce e marcette (una addirittura, fuori tempo massimo e già arenata, da Berlino ad Aleppo “da salvare”) contro l’insediamento del presidente eletto statunitense? Si intravvedono i tentacoli della nota piovra, sono spuntati i soliti polipi e calamari? Insomma, sono gli stessi del PNAC, dell’11/9, delle varie primavere inventate (Siria, Libia, Serbia), o contaminate e pervertite (Egitto, Tunisia)? Anziché di petto, ti devono prendere alle spalle. Sono la versione soft dei terroristi deti islamici. Supporlo, sospettarlo, arrivare ad affermarlo? Anatema! A me pare invece che lo si debba supporre ed affermare. Li ritrovi oggi in rete a sparare a palle incatenate contro Trump, senza alzare un ciglio sui trascorsi di Hillary e Obama, li ritrovi in piazza a Berlino a gettare il cuore oltre l’ostacolo della trumpizzazione universale, promettono di diventare milioni contro la Casa Bianca per mandare all’aria l’insediamento e, magari, lo stesso Trump.

E scopri che sono gli stessi che da edicole e schermi, in assemblee e convegni, in marce e presidi si manifestano per il martire Giulio Regeni (alla faccia del suo provato lavoro al servizio di una manica di rinomati assassini e spioni angloamericani); contro i serbi e ungheresi infami che fanno gelare gli afghani alle porte delle città (l’Ungheria ha il più alto tasso di rifugiati rispetto alla popolazione di tutta Europa; la Serbia non ha che gli occhi per piangere dopo il passaggio del rullo Nato); che invitano migranti a milionate, ma non sognano di mobilitarsi contro coloro che li cacciano di casa. Per la maggiore gioia di datori di lavoro sottocosto e di quelli cui interessa tenere l’Europa sotto schiaffo; che, trasudando diritti umani, dall’alto della loro civiltà superiore, spappagallano di dittatori e tirannie in paesi di cui nulla sanno e i cui popoli disprezzano; per i quali, cittadini di paesi governati da ladri, mafiosi, corrotti, guerrafondai bombaroli, con primati di femminicidi, servilismo mediatico, Putin è omofobo, misogeno, sessista, autocrate, zar; che, all’ombra di belve umane come Thatcher, Hillary, Condy Rice, Madeleine Albright, Samantha Powers e loro capisala come Mogherini, Pinotti, Bonino, distolgono dallo scontro di classe e lacerano la comunità giurando sulla “matrice virile della violenza” e che sessismo, razzismo, nazionalismo, guerra, stermini di interi popoli, devastazioni e stupri non esisterebbero senza i maschi: guerra tra i generi che ha lo stesso scopo della guerra tra poveri.
Sono sempre gli stessi che su Aleppo Est invasa e occupata da tagliagole di Al Qaida e Isis, guidati e coordinati dai servizi di Nato, Israele, Turchia e Golfo, hanno per mesi guaito sulle fandonie dei 250.000 bambini sotto le bombe (Save the Children), su un numero incredibile di ospedali distrutti, su un genocidio in atto con bombe a grappolo e bombe-barili, dimenticando che Aleppo libera veniva colpita indiscriminatamente da razzi, mortai e cecchini, che chi fuggiva da Aleppo Est veniva mitragliato, che i corridoi per i soccorsi allestiti dai russi venivano bloccati. E ignorando di come la città interamente liberata sia tornata a vivere nella gioia della libertà, a essere ricostruita, a vedere il rientro dei rifugiati. Soprattutto ignorando chi di questa immane tragedia, diabolicamente inflitta per sei anni ad Aleppo e a tutto un popolo, porta la responsabilità.

Lo sconfitto e la sua banda avvelenano i pozzi prima di andarsene.: mattanza obamiana a Deir Ez Zor

Sono ancora gli stessi che, manifestando e marciando contro le futuribili ipotetiche cattive azioni di Trump, tengono la testa sotto la sabbia di fronte all’ultimo massacro del regno di Obama che si sta verificando a Der Ez Zor, nell’est della Siria, dove una guarnigione di alcune migliaia di soldati siriani e centomila civili resistono da tre anni all’assedio dei terroristi. Terroristi Isis ora rinforzati dall’afflusso dei jihadisti in fuga da Mosul, reso possibile dalla collaborazione dei lanzichenecchi curdi al servizio degli Usa e dai bombardamenti Usa sulle difese di Deir Ez Zor e sul suo aeroporto. Aeroporto reso impraticabile e dal quale il governo non riesce più a far arrivare rifornimenti alla città. La centrale elettrica è stata distrutta dalle bombe della coalizione a guida Usa, la gente sta al buio, gli ospedali sono fermi. L’esercito siriano sta a 100km di distanza, impegnato a Palmira e non potrà impedire che Deir Ez Zor cada nelle prossime ore in mano a chi compierà l’ennesima mattanza di donne, uomini, bambini, “sospettati di aver collaborato col regime” e, naturalmente, non si priverà delle consuete atrocità sui soldati.
Collaborazionisti a voucher
Nel momento in cui l’Europa è attraversata da ordigni e apparati di guerra in direzione Russia, come non si erano mai visti dal 1945, l’associazione tedesca “No-to-Nato”, una coalizione di gruppi antiguerra, indice per il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, una grande manifestazione a Berlino contro Trump, “per lo svuotamento della democrazia a vantaggio delle multinazionali, contro la violenza del nazionalismo (anti-UE), la violenza sui rifugiati, i cultori delle frontiere, la diseguaglianza sociale, la corruzione, gli indifferenti al cambio climatico e quelli del profitto sopra tutto”. Tutte cosacce attribuite a Trump, prima ancora che abbia messo piede nella Casa Bianca. Si dicono No-to-Nato, ma di Obama, che ha potenziato, esteso e armato la Nato come mai prima, che ha autorizzato il fracking inquinante e sismagenico, che ha fatto 7 guerre e con droni e sanzioni ha ammazzato più gente di tutti i suoi predecessori, che provoca la Russia fino alla catastrofe per mettere i ceppi all’autodeterminazione degli europei, che ha espulso più migranti di ogni presidente Usa, non dicono niente.

Negli stessi giorni dell’insediamento del “mostro partorito da Putin”, 20 e 21 gennaio, a Washington è indetta la manifestazione di 1 milione di anti-Trump e la consanguinea marcia di 200mila donne (con pronta adesione anche di Italia, Grecia e altri paesi devastati da Obama e subalterni) contro sessismo, misogenia, xenofobia, razzismo e ogni altra nefandezza di cui il neopresidente trasuda. La convocazione, le parole d’ordine, la piattaforma, gli strumenti organizzativi per queste iniziative sono diretta emanazione del “American Friends Service Committee”, gruppo direttamente finanziato da George Soros. Il cui vessillo di vecchio corruttore di ingenui dirittoumanisti e di Grande Vecchio dei marpioni del globalismo, svetta su diritti civili, femminismo, LGBTQ e gay nell’esercito, abolizione delle frontiere, accoglienza di rifugiati, denuncia del traffico d’armi, abbattimento di dittatori, democrazia da espandere. Valori degni in sé, chi non li riconoscerebbe, ma ridotti in moneta falsa con la quale ottenere il silenzio, l’oblio, su guerre, sanzioni, genocidi, devastazioni di società e relativi carichi e oneri sulle donne, distruzione di nazioni.

Così predicano i media trovatisi nudi senza padrone e così raccomanda Soros alle sue star e starlet dello spettacolo e dall’abissale ignoranza, Trump e Putin sono due cavalieri dell’Apocalisse di cui gli europei faranno bene a non fidarsi, visto che vorrebbero mettersi d’accordo a detrimento irrimediabile per gli europei, vivi e democratici solo con Obama, Hillary e l’ombrello Usa-Nato. E difatti le chiassate europee di tutta questa brava gente di pace e diritto umano coincidono con quelle indette simultaneamente a Washington e in tutti gli Usa dalla bella compagnia che unisce Obama, Hillary, la Cia, il complesso militar-securitario-industriale, Wall Street, la lobby talmudista globale, e tutto l’apparato delle 16 agenzie di intelligence che con Bush e Obama si sono potuti dare alla politica e spadroneggiarvi democraticamente.

Una bilancia per Trump
Immaginiamo due piatti della vecchia bilancia da fruttarolo. Su un piatto, diciamo quello di destra, mettiamo le sparate di Trump sui migranti, sul muro messicano, sulle donne da palpare, sui musulmani da bloccare, i suoi generaloni in pensione, i suoi petrolieri che negano l’effetto serra, i suoi reduci da Goldman Sachs, le promesse a Israele, le minacce all’Iran e alla Cina.

Sull’altro, quello buono, di sinistra, mettiamo, le pedate ai giornalisti comprati e venduti del New York Times e affini, la mano offerta alla Russia anche per combattere insieme, anziché il legittimo governo siriano, i terroristi che Trump sa essere stati inventati e diffusi da quelli dell’11 settembre, l’elogio al sacrosanto Brexit e ai cittadini europei che si risvegliano, e che qualcuno, odiando i popoli, chiama populisti, i livore talmudista, i pernacchi ai capisala imperiali Merkel e Hollande, il marchio di obsoleta alla Nato, la cancellazione di TTIP; TTP, CESA, TISA, la gogna e i dazi ai delocalizzatori verso lavoro schiavistico. Indi il disprezzo per gli sguatteri UE dei globalisti Usa che si prostrano a chi li sta facendo invadere e sconquassare da milioni di più o meno disperati, sradicati da guerre, fame e sistemati al gelo e al fondo marino anche dai dirittoumanisti, complici dei globalisti, che gli promettono buona sorte via da casa loro. Per chiudere con la livorosa frustrazione di tutto il cucuzzaro anti-Trump, messo fuorigioco ed espropriato della cabina di comando che pilotava le più grave sciagure inflitte al pianeta dal giorno del meteorite dell’estinzione di massa. Quanto più furibonda è la collera di tutti questi, tanto maggiori sono i meriti di Trump.

Da quale parte penderà la bilancia lo vedremo. Intanto ognuno a suo gusto valuterà quel che trova sui piatti
S’è messo in marcia, in nome di Cia, Pentagono, padrini del terrorismo, lobby talmudista, mondialisti maltusiani, mafie e massonerie, stampa cortigiana, Stato Profondo, il Grande Pifferaio di Hamelin (“Der Rattenfaenger von Hameln”) George Soros. Attratti dal tappeto di sangue, ossa e pelle su cui procede, gli corrono appresso i ratti sbucati dalle fogne dell’ipocrisia e del raggiro, delle armi di distrazione di massa, del buonismo e del politically correct (vedi elenco tentacoli di Soros, per il momento senza le decine di italiani: http://www.discoverthenetworks.org/viewSubCategory.asp?id=1237 ). Ma lo seguono, ahinoi, anche i bambini di Hamelin, che non annusano il fetore, ma percepiscono il profumo di miele che piove sulle loro coscienze dalla solidarietà con i migranti ghiacciati a Belgrado, con i LGBTQ discriminati, con i rifugiati da assimilare nell’universo globale del meticciato, lontano dalle loro patrie, con le donne che se fossero al comando sarebbero solo sorrisi e coccole, con tutti quelli che sono partiti in quarta a lanciare braccia e cuori contro il l’orrendo sovvertitore del nostro sereno e felice assetto planetario.

Ragazzi che immane, che inaudito sconvolgimento di senso, di ragione, di verità! E non dateci dei trumpisti. Avremo modo, presto, di misurarci anche con The Donald, il suo parrucchiere, i suoi generali e banchieri, tutta la famigliola. Sappiamo bene che dalla Casa Bianca non è mai sceso nessuno Spirito Santo a ingravidarci.

domenica 15 gennaio 2017

OBAMA: mai nessuno peggio di lui (ma meglio per il "manifesto) - NEOCON-OBAMA-ONG: combattere i russi fino all'ultimo europeo - BIG PHARMA: vaccinare fino all'ultima bufala






Foglie di fico sulle vergogne

Se ne va il peggiore presidente della storia americana, il più sanguinario, il più ipocrita, il più criminale, quello che ha fatto odiare gli Usa nel mondo più di qualunque predecessore. E il “manifesto”, ossimorico quotidiano finto-“comunista” e vero-sorosiano, che ancora qualcuno legge pensandolo onesto e di sinistra, sulle cui oscenità ancora qualcuno traccia con la sua penna foglie di fico, mobilita tutti i suoi embedded e scrive epitaffi che neanche a Che Guevara o Antonio Gramsci.


Un florilegio: “La sua presidenza ha avuto come obiettivo prioritario la costruzione di una democrazia reale… punti che dovrebbero dar corpo all’eccezionalismo americano…conquiste che dovrebbero essere considerate irriversibili sul terreno dei diritti, ma anche quel terreno di relazioni internazionali con paesi che non è più possibile demonizzare e o punire, come è stato fatto prima di Obama (sic !)… Il presidente esce di scena per restare. Per essere un punto di riferimento e di leadership morale… E’ il noi che conta, non l’io, è una scossa a reagire. L’America obamiana non starà alla finestra mentre i repubblicani agitano il piccone… è un leader altro rispetto a una classe politica distante dal popolo… Oggi sembra essere l’unica ripresa di una politica in grado di costruire una prospettiva democratica…” E ci sono firme rispettabili che, pur ridotte a un umiliante lumicino redazionale dalla direzione, ancora si prestano a fornire foglie di fico a queste oscenità.

Nei paginoni su paginoni in cui si celebrano gli 8 anni di regime obamiano, si lacrima sulla sua fine, si vaneggia golpisticamente su una rivolta nel nome di Obama contro il presidente eletto, è tutto un profondersi ìn meriti che incideranno per l’eternità il profilo di Obama nelle rocce di Mount Rushmore. Panzane come l’Obamacare (limitato a 20 milioni di persone su 50 senza assistenza sanitaria, e a condizione di consegnarsi mani e piedi legati alle assicurazioni e a Big Pharma), l’apertura ai migranti (1,5 milioni espulsi, più di qualsiasi predecessore), il muro tra Usa e Messico rafforzato ed elettrificato, le pari opportunità, i matrimoni gay (quelli sì), la difesa delle minoranze (licenza di uccidere e impunità alla polizia più violenta del mondo, specie sui neri), la ripresa economica (Usa in totale rovina infrastrutturale, disoccupazione record, salvataggi a gogò delle banche predatrici, delocalizzazione dell’apparato produttivo in paesi con manodopera schiavizzata) e, naturalmente, la fine delle guerre (solo 7, dopo le tre di Bush).

A paragone di questi indecorosi e truffaldini peana, appare contenuto plauso l’incensamento che alla sua divinità dedica il talmudista, hillarista, mossadista storico, Furio Colombo, su “Il Fatto”, giornale atlantista fratello maggiore del “manifesto” (“Obama uomo della diversità, inviolabilità dei diritti, uguaglianza, che lascerà alla parte libera del popolo americano orizzonti grandi, grandissimi”, come ben sanno i neri Usa decimati dalla polizia di Obama, e qualche milione di mediorientali eliminati). Entrambi, gonfiando di aspettative il proposito di Obama di assumere la guida della resistenza a Trump, ne sostengono implicitamente il sabotaggio revanscista eversivo, roba inedita negli Usa.

lunedì 9 gennaio 2017

3.600 carri armati alle porte della Russia: MANIFESTARE CONTRO TRUMP E ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA DAI DELIRI BELLICI DI OBAMA E CO.

Ha scritto questo comunicato all'indirizzo di attivisti anglosassoni che, inconcepibilmente e colpevolmente hanno annunciato manifestazioni pubbliche in Europa contro il presidente eletto Donald Trump. Questo in un momento in cui di Trump si sa solo che ha nominato personaggi discutibili per il suo governo, ma che positivamente conta di ridurre le tensioni con Mosca. Momento in cui invece Obama e tutto l'establishment neocon bellicista è impegnato in una frenesia bellica e propagandistica contro la Russia e, provocando la Russia con l'invio ai suoi confini di enormi armamenti e forze armate, rischia di scatenare un conflitto termonucleare. A noi della Lista No Nato pare drammaticamente urgente manifestare contro questo delirio di governanti e poteri che, prima di uscire di scena, in preda a delirio distruttivo, vogliono prolungare la spaventosa scia di sangue che hanno tracciato in questi anni, fino alla catastrofe globale. Non si tratta di difendere Trump, del quale si valuteranno i fatti una volta che si sarà messo all'opera. Si tratta di denunciare e bloccare chi sta portando il mondo di guerra in guerra, di terrorismo in terrorismo, di depredazione in depredazione.
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COMUNICATO

The demonstrations against Donald Trump, planned for the coming days in Europe by people claiming to oppose Nato, are part and parcel, whether consciously or not, of the anti-Russian mass-hysteria whipped up in the US, with follow-ups echoing around the subservient Nato countries, by the losers of the presidential elections.
These supporters of years of havoc around the entire world don't resign themselves to accepting the democratic outcome of these elections and hence blame it on some totally unproven conspiracy by Russian hackers personally directed by none less than the Russian President.
In order to disrupt what seems to be the most significant aspect of Trumpì's foreign policy (letting aside his yet not practised domestic policies), i.e. the effort at diminishing international tensions with regard to Syria and Russia, the US establishment, including the neocon warmongers, the Cia, the Intelligence Community, the financial powers, the military-industrial complex and the aligned mass media, have gone into an almost pathological war frenzy.
Thousands of tanks, military equipment, missiles, Special Forces, troops, are being dispatched to the Russian borders.
This incredible provocation and the effort at delegitimising the elected president, with serious prospects of a catastrophic civil war in the very United States, together with the coldlly calculated risk of a thermonuclear war, make demonstrations against Trump at this moment in time appear totally out of place and politically nonsensical, even outrageous. An authentic weapon of mass distraction.
We invite those who have called for these demontrastions, that objectively undermine our struggle against war and against Nato and support the crazy drive towards confrontation, to cancel their plans and join us in mobilizing against these final heritage of Obama's and Hillary Clinton's unrelenting war-terrorism that has caused the loss of millions of lives and unspoken destruction.
Today our enemy are those who push towards a planetarian tragedy, not an elected president who might have disconcerted us with his announcements, but so far has not committed one of the endless crimes that must be charged on his predecessors.
Lista No Nato, Italy.

sabato 7 gennaio 2017

Il lascito di Obama e dei suoi: MINISTERO DELLA VERITA’ Non dite quello che pensate. Non pensate quello che dite. Meglio, non pensate. Manette in arrivo.


Amici, anche questo è lungo, ma riguarda tutti noi da vicino. Spero di riuscire a farvi intravedere le manette che vi pendono sul naso.

 “I due massimi ostacoli alla democrazia negli Usa sono, primo, la diffusa illusione tra i poveri di vivere in una democrazia e, secondo, il cronico terrore dei ricchi che la si possa realizzare”: (Edward Dowling)

La verità deve essere ripetuta costantemente , poiché il Falso viene predicato senza posa. E non da pochi, ma da moltitudini. Nella stampa e nelle enciclopedie, nelle scuole e università, il Falso domina e si sente felice e a suo agio nella consapevolezza di avere la maggioranza dalla sua”. (Wolfgang von Goethe)

Essere ignoranti della propria ignoranza è la malattia dell’ignorante”. (Amos Bronson Alcott)

Demagogo è uno che predica dottrine che sa essere false a persone che sa essere idioti”. (H.L. Mencken)

Occhio a chi date ragione
Al superbarbafinta Minniti, passato per stretta logica da fiduciario dei servizi segreti Usa al ministero degli Interni, è bastato che un ragazzo tunisino, pensando alla suocera o al portiere che gli ha parato un rigore, scrivesse “non so se fare il bravo o fare una strage” e avesse nel telefonino un pensiero negativo su Netaniahu, per definirlo terrorista dell’Isis, acchiapparlo, sbatterlo su un aereo e rimandarlo tra i Fratelli Musulmani che governano il suo paese. A Poletti è bastato giurare che il Jobs Act favorisce la piena occupazione e chi la cerca all’estero è uno stronzo incapace, perché tutti i media inietassero sangue e ossa nel Pokemon “lavoro” e applaudissero alla restaurata poltrona del commensale di Salvatore Buzzi (Mafiacapitale).


A Obama e a tutto il cucuzzaro atlantista famelico di guerre è bastato che la loro candidata all’esecuzione del progetto perdesse le elezioni per dire che sono stati i russi e che chiunque neghi che Putin ha lo zoccolo di caprone va messo a tacere. In un modo o nell’altro. E il Ministero della Verità propaga l’informazione col metodo Dresda, a tappeto, e promette angherie a chi obietta.

domenica 1 gennaio 2017

ISTANBUL E DINTORNI. IL PUNGIGLIONE DELLO SCORPIONE PESTATO - Guerra a Mosca prima che arrivi Trump.


Indipendentemente da quanto ci verrà propinato dalle varie fonti interessate e dai soliti prestigiosi analisti al soldo, materiale o morale, delle note centrali di disinformazione, la mattanza di questa notte a Istanbul (39 morti, 70 feriti, per ora) si inserisce logicamente nello tsunami di russofobia scatenato dai perdenti della contesa elettorale statunitense, i neocon e tutta la consorteria che si fa rappresentare da Obama-Clinton, bloccati nella strategia della guerra alla Russia (che forse verrà sostituita da un'accentuata bellicosità verso la Cina e forse no, ma intanto scompagina tutti i piani del partito antirusso).

venerdì 30 dicembre 2016

"ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL'AFRICA", il docufilm è pronto per la distribuzione.


https://youtu.be/cBSU8HKHYS8 : link per il trailer di "ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL'AFRICA" (90')
 
E' da questi giorni in distribuzione il docufilm di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini "ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL'AFRICA".
Per riceverlo si deve richiederne copia dvd all'indirizzo visionando@virgilio.it  In risposta verranno spiegate le condizioni per la distribuzione. Le copie dvd vengono spedite per posta.
 
"ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL'AFRICA" è il 22° docufilm realizzato dal giornalista Fulvio Grimaldi sulle grandi questioni geopolitiche che segnano il nostro tempo, con particolare riguardo ai conflitti tra potenze che aggrediscono e popoli che si difendono.
La lista completa dei docufilm di Fulvio Grimaldi si trova in www.fulviogrimaldicontroblog.info.
 
Il docufilm copre un vuoto di informazione finora colmato dai grandi media essenzialmente con interventi di pura propaganda tesi a criminalizzare una nazione che si oppone ai diktat delle Grandi Potenze e degli organismi internazionali che ne vogliono imporre l'agenda sul piano economico, finanziario, commerciale e militare.
 
Il docufilm colloca la questione eritrea sullo sfondo della situazione geopolitica mondiale come si concretizza in Europa, America Latina, Asia, Medioriente. Quanto al continente africano che, a parte la sua parte araba che costeggia il Mediterraneo, è largamente trascurata dall'informazione e dalle analisi della stampa occidentale, emerge, da una voluta disattenzione generale, il revanscismo delle ex-potenze coloniali europee, oggi al traino di una vera a propria riconquista dell'Africa da parte degli Stati Uniti, presenti militarmente in quasi tutti gli Stati del Continente. Con altre modalità e altri obiettivi, si muovono sul continente con vigore anche la Cina, l'India e la Russia.

 
In questo contesto assume un ruolo di particolare rilievo, per la sua cruciale posizione strategica tra Mar Rosso e Oceano Indiano, il Corno d'Africa, con al centro l'Etiopia, guardiano degli interessi occidentali nella regione, a sud la Somalia, in pieno caos tra governi fantoccio, interventi Usa e internazionali e istanze di liberazione e, a nord, l'Eritrea, unico paese autenticamente sovrano, indipendente e autodeterminato dell'area. E perciò pesantemente diffamato dal solito coro politico-mediatico che non tollera entità difformi dai propri schemi di dominio e sfruttamento.
 
Il docufilm ripercorre la trentennale, epica lotta di liberazione del popolo eritreo dal dominio etiopico appoggiato in varie fasi prima dagli Stati Uniti, poi dall'URSS. Lotta di cui l'autore è stato testimone e cronista sul campo fin dagli anni '70. Viene poi raccontata la vicenda eritrea dall'indipendenza, sancita con referendum nel 1993, ai nostri giorni, il retaggio dell'Italia, di cui l'Eritrea è diventata  la prima colonia africana a fine '800, l'attuale campagna di demonizzazione del paese e della sua leadership basata su menzogne totalmente smentite dalla realtà, ma che hanno consentito che l'Eritrea venisse colpita da pesanti sanzioni ONU, Usa e UE.
 
Il momento centrale del lungometraggio è dedicato  all'Eritrea che si offre oggi al visitatore e al potenziale amico e partner. Un paese giovane, di giovani, di straordinaria bellezza naturale, un vero paradiso turistico tra spiagge sul Mar Rosso, vertiginose montagne, altopiani e bassopiani che si estendono verso la savana e il semideserto occidentali. non ricco, ma socialmente equo e impegnato in uno sviluppo fondato sui bisogni della popolazione: istruzione, sanità, ecologia, lavoro.

 
In un continente in cui i grandi movimenti di liberazione anticoloniali del secolo scorso hanno tradito le aspettative dei propri popoli e hanno perlopiù prodotto classi dirigenti predatrici all'interno e clientelari nei confronti dell'imperialismo, l'Eritrea costituisce un modello di autonomia, autosufficienza, dignità, giustizia sociale. Un modello di cui poderosi interessi temono il contagio. La campagna di calunnie, le sanzioni, come le ripetute aggressioni etiopiche, sono espressione di tale timore. Se si vogliono fare paragoni, l'Eritrea di Isaias Afewerki ha risollevato la fiaccola strappata dalle mani di grandi liberatori come Lumumba, Cabral, Sankara, Nasser, Gheddafi. Per il continente africano è quello che era Cuba rivoluzionaria per l'America Latina.  E' una luce nella notte non solo dell'Africa.
 
Per questo è giusto, utile e affascinante conoscerla, sostenerla.
 

Gli autori.

sabato 24 dicembre 2016

IL PIU' PULITO HA LA ROGNA - Trump? Basta con le stronzate, andiamo un po' più a fondo



 (E’ lunghetto, ma avete molti giorni per frazionarne la lettura. Da qui all’anno nuovo non (ir)romperò più. Intanto che il 2017 ci sia miglioe del 2016 di merda e peggiore del 2018)

Beppe fuori dal vaso
Beppe Grillo, cui non sono mai mancate l’astuzia, la chiaroveggenza e l’alterità,  assenti nel panorama politico tradizionale, lo facevo meno boccalone rispetto a quella che è, dall’inizio in Tunisia, passando per Berlino e finendo a Sesto S. Giovanni, una delle più patetiche e disoneste montature allestite dal terrorismo di Stato globale. Beppe Grillo, non sapendo tenere a bada le sue impennate emotive, non solo manda a puttane l’equilibrato e intelligente lavoro dei 5 Stelle sui migranti con un post che ne invoca l’espulsione perché il terrorismo infesterebbe l’Europa. Si pone a fianco del superspione Minniti, fiduciario storico della Cia e ora ministro degli Interni, nell’esaltazione di pessimo gusto dei due “eroi” in uniforme che, “casualmente”, sono incappati in un pregiudicato armato e lo hanno fatto secco quando, sparando, rifiutava di farsi arrestare. Fatto che, pure, ricorre ogni qualche ora nelle nostre vaste lande infestate dalle mafie.

venerdì 23 dicembre 2016

BERLINO: la vittima buona dei cattivi - ANKARA: la vittima cattiva dei buoni


Un’occhiata alle più recenti epifanie del progetto terrorista della coalizione Usa “Guerra al terrorismo”. Per la verità sono parecchio stufo, a ogni stormir di False Flag, fatte poi garrire al vento dal pneuma delle larghe intese mediatiche, di indicare le marchiane e rozze imperfezioni dell’operazione. Quelle che se avessimo ancora una categoria giornalistica definibile tale e non una accolita di muselidi ammaestrati, dovrebbero dilagare a caratteri cubitali da schermi ed edicole. Viene da morir dal ridere su come questi, con tutti quei collaudi alle spalle, dalla Maine a Pearl Harbor, dal Golfo del Tonchino all’11 settembre, da Charlie Hebdo al culmine del grottesco bavarese di Monaco, continuino a esibirsi in tessuti complottisti lacerati dall’incompetenza e dalla convinzione che, come i giornalisti sono tutti acquistabili, anche noi cittadini siamo tutti scemi. Viene da morir dal piangere a constatare che, in effetti, siamo tutti scemi. Quasi tutti, quasi scemi. Basterebbe lo stereotipo di ogni attentato: il personaggetto stralunato, borderline, già carcerato, zeppo di casini, abbondantemente fuori di testa, tutto fuorchè credente suicida, mai combinato niente di islamico, che o scappa, o viene ucciso prima che possa obiettare “ma non mi avevate detto….”, o sparisce in qualche carcere e non se ne parla più. Perlopiù ucciso, come il figurante di Berlino.

mercoledì 21 dicembre 2016

MIA INTERVISTA A "LA VOCE DI NEW YORK": Trump, Soros, Hillary, Siria, Fidel.....

MIA INTERVISTA A "LA VOCE DI NEW YORK", GIORNALE DEGLI ITALIANI NEGLI USA
Trump e le crisi del mondo osservate fuori dagli schemi
Trump, la Russia, la Siria, Castro: l'attualità internazionale vista da Fulvio Grimaldi, giornalista scomodo.
Fulvio Grimaldi è un giornalista indipendente, a volte "troppo": Esperto inviato di guerra, ha idee in conflitto con quelle del "mainstream media". In questa conversazione ci parla dell'elezione di Donald Trump e delle cause delle crisi internazionali: "Trump costituisce una rottura rispetto all'establishment costituito"
di Fabrizio Rostelli - 19 dicembre 2016

Fulvio Grimaldi non è uno che te le manda a dire, va giù duro, non lascia spazio ad attenuanti. E come potrebbe comportarsi diversamente un giornalista che in 50 anni di carriera ha raccontato, come inviato di guerra, i principali conflitti armati in giro per il mondo. Solo per citare un episodio, è stato l’unico testimone italiano della strage di Derry nell’Irlanda del Nord del 1972 (Bloody Sunday), esperienza che poi ha documentato dettagliatamente.
In pochi giorni sulla scacchiera mondiale si mettono in fila una dietro l’altra una serie di mosse determinanti per il prosieguo della partita:l’elezione di Trump, la morte di Castro, la riconquista di Aleppo da parte dell’esercito siriano. Lo chiamo telefonicamente da New York mentre sta preparando il suo ultimo documentario su Africa ed Eritrea (da anni lavora all’autoproduzione di video-documentari su crisi globali e guerre) perché sono curioso di avere un suo commento sui recenti avvenimenti.
Fulvio Grimaldi, nonostante fosse osteggiato anche dal suo stesso partito, ha vinto “l’impresentabile Trump”. Per quale motivo secondo te?
“Trump costituisce una rottura rispetto all’establishment costituito, rispetto a tutto l’esistente. Forse anche lui potrebbe essere controllato da chi di solito determina le scelte dei candidati nelle posizioni di vertice degli Stati Uniti, da quella cupola invisibile che tira i fili. Può darsi che anche lui sia uno strumento di questo burattinaio. Ma può anche essere invece una variabile impazzita che stanno faticando a mettere sotto controllo. in ogni caso si tratta di una rottura drastica con quella che è stata finora la politica interna ed estera degli USA. Trump ha fatto appello a ceti sociali trascurati, emarginati, deprivati, ridotti in miseria da chi ha governato in questi anni; per quanto riguarda l’estero, ha fatto aperture nei confronti della Russia e della Siria e di conseguenza verso la possibilità di non arrivare ad uno scontro diretto, che invece è quello che finora è stato perseguito da Obama e da chi lo aveva messo lì. Una posizione inedita e piuttosto sconvolgente per coloro che avevano interesse ad accentuare la “guerra fredda” e a spingerla verso una “guerra calda”. Quindi Trump rappresenta comunque un momento di rottura che sembrerebbe indicare una crisi sistemica dell’intero Occidente, poiché dagli Stati Uniti dipende un po’ tutto l’assetto occidentale. Crisi sistemica fin qui creata e diretta contro le classi popolari e i popoli.
Trump ha veramente tutti contro? Nella sua squadra di governo ci sono ben tre ex dipendenti Goldman Sachs (Stephen Bannon, Steven Mnuchine Gary Cohn).
"Credo che in questa fase le valutazioni siano premature. Certe nomine fanno rabbrividire. Ma colpisce che l’intero establishment, tutti i grandi poteri costituiti – militari, industriali, di sicurezza, dell’energia, dell’informatica, della stampa, lobby ebraica – stavano con Hillary Clinton. Su questo non ci sono dubbi. Anche quando è stato comunicato il risultato della vittoria di Trump, s’è vista una levata di scudi da parte di tutti i mezzi di comunicazione facenti capo ai vari poli di potere statunitensi e occidentali. Reazioni di shock, sorpresa e rigetto, evolutisi addirittura in tentativi paragolpisti di sabotare l’insediamento di Trump. Questo è un dato accertato, quello che invece potrà avvenire dalla effettiva realizzazione, o non realizzazione, dei piani annunciati da Trump, per quanto siano noti, andrà valutato.
In questo momento non si può ancora dire molto, salvo che pare delinearsi un'inedita apertura alla Russia, un più netto sostegno alle posizioni oltranziste di Netaniahu in Israele, attraverso la nomina di un fanatico sostenitore dei coloni, la promessa di spostare la capitale da Tel Aviv a Gerusalemme, posizione che però sembra in conflitto con il proposito di lasciare al potere Assad in Siria e combattere con decisione i jihadisti, sostenuti e armati da Israele e dagli alleati del Golfo. Contrasta però con queste aperture ai sionisti, la virulenta avversione nei confronti di Trump di tutta la lobby mediatica, politica e finanziaria ebraica. Una novità vera si profila invece all’orizzonte per quanto riguarda un cambio di priorità nei rapporti geopolitici: intesa con la Russia e aggressività nei confronti della Cina".
Hai scritto più volte che peggio di Trump c’è solo Hillary Clinton, perché?
"Perché Hillary Clinton ha fatto, Trump non ha ancora fatto. Hillary ha alle spalle una scia di sangue spaventosa, da lei provocata in felice simbiosi con Bush, Obama e con i grandi potentati imperiali. Trump ha parlato e straparlato, ha detto alcune cose che aprono possibilità di miglioramento delle condizioni planetarie generali, come ad esempio una minore insistenza sul confronto e sul conflitto, e ha detto invece delle cose pesantissime nei confronti dei migranti, dell’Islam, dell'Iran e, soprattutto, a danno dell’ambiente e del clima, il cui cambiamento per cause umane non pare riconoscere e che viene minacciato dalle sue scelte pro-fossili e pro-petrolieri. Le famose battute sessiste, misogine, invece, sono folklore, brioche per le turbe, Quelle sui migranti sono già rientrate nel corso del suo tour di ringraziamento tra le minoranze.
Peggio di Trump poteva esserci naturalmente solo una che ha già compiuto il suo percorso ed ha già realizzato i suoi atti. Hillary Clinton è la persona che in tutte le ultime guerre, a partire da quella del marito nei Balcani, ha rappresentato la forza propulsiva. È stata quella che ha spinto sia sul macello dei Balcani, quando era nell’ombra come first lady, sia per quanto riguarda le guerre mediorientali. Clinton inoltre è stata una protagonista di primissimo piano nella distruzione della Libia, quando era Segretario di Stato.
Le possiamo direttamente attribuire la distruzione feroce di un Paese prospero e comunque pacifico e l’uccisione diretta di Mu’ammar Gheddafi, di cui lei ha gioito in pubblico davanti a delle telecamere, cosa che ne caratterizza indelebilmente l’identità caratteriale e psicologica. Poi ha organizzato il colpo di Stato in Honduras , che ha trasformato un paese avviato verso uno sviluppo accettabile, abbandonando una condizione da “repubblica delle banane”, e l’ha consegnata alla spoliazione alle stragi dei suoi clienti locali. Oggi l’Honduras è il paese dove si viene ammazzati di più in America Latina, superando il record del Messico, altro Paese “curato” da Obama e da Clinton. Di Hillary Clinton è noto il ruolo decisivo nel colpo di Stato in Ucraina. La sua assistente al tempo della Segreteria di Stato, Victoria Nuland, è stata l’esponente americana che ha più insistito per il colpo di Stato e per l’inclusione nel governo dell’Ucraina di elementi dichiaratamente nazisti . Quindi di Hillary Clinton si sa tutto, di Trump si deve ancora vedere, anche se, al la luce delle nomine fatte, o ventilate, c’è da preoccuparsi molto. Senza, peraltro, le false lacrime di coccodrillo dei sostenitori di Hillary".
Sei molto cauto nel valutare l’elezione di Trump. La sinistra europea non ha invece avuto nessun dubbio nel contestarlo. Perché?
"Non chiamiamola sinistra. La cosiddetta “sinistra europea” ha perso ogni caratteristica storica della sinistra: è bellicosa, sostiene il neoliberismo, ha giustificato, aderendo alle demonizzazioni di presunte “dittature”, la ricolonizzazione dei Paesi del Sud del mondo. Dovremmo classificare di sinistra Hollande che ha fatto la guerra in Mali, Niger, Costa d’Avorio e Chad e che sta intraprendendo un’avventura neocolonialista dopo l’altra? Oppure considerare Renzi uomo di sinistra mentre saccheggia quanto rimane in tasca e di salute nelle classi disagiate e ha tentato di stravolgere in senso autoritario la Costituzione democratica, discretamente di sinistra, indirizzandola verso una pericolosissima verticalizzazione del potere? O ancora classificare di sinistra un criminale di guerra e nemico della classe operaia come Blair?
All’interno di questo quadro possiamo comprendere benissimo perché venga osteggiato un uomo (Trump ndr) che alle problematiche riguardanti i diritti civili, i matrimoni gay, il sessismo ecc., trattate con insensato disprezzo, antepone questioni che forse rivestono per l’umanità un’importanza più drammatica, come la guerra o la pace, la vita o la morte, la conflittualità o la coesistenza. Capisco bene perché venga criticato un soggetto che mette in discussione i pilastri della politica della cosiddetta “sinistra europea”: il confronto con la Russia, i regime-change, il neocolonialismo in Africa e Medio Oriente. Sempre che queste sue iniziali indicazioni resistano ai fatti che vorrà compiere da presidente e non risultino specchietti per le allodole".
Hai analizzato criticamente le proteste anti-Trump che si sono tenute in 25 città negli USA. Per quale motivo? Ci sono prove che Soros sia davvero coinvolto?
"Sono convinto che in queste proteste, come nella furibonda campagna anti-Trump che continua tuttora, abbiano partecipato persone in assoluta buona fede, gente che è rimasta scioccata di fronte a certe dichiarazioni di Trump, come quella dell’espulsione di 3 milioni di migranti messicani., sulla quale peraltro si è già ricreduto. Ricordiamoci sempre che Obama ne ha espulsi un milione e mezzo, cioè più di qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti. C’erano sicuramente persone veramente indignate in piazza per protestare contro il sessismo, le volgarità, il muro. Muro che peraltro è già stato costruito da Bill Clinton e che poi è stato rafforzato e completato da Obama. Esiste già un muro di 3mila chilometri tra USA e Messico. Il discorso del muro era puramente demagogico.
Esistono però anche le prove che queste manifestazioni siano state in parte sollecitate, innescate, promosse da elementi esterni. Ci sono le prove di società che hanno promesso a chi scendeva in piazza di essere assunto, di ottenere benefit, privilegi (uno degli annunci sospetti – poi rimosso dal web – è stato pubblicato dalla Washington CAN! acronimo di Washington Community Action Network ndr). Quindi una manipolazione di queste manifestazioni contro Trump sicuramente c’è stata, anche perché il grande manipolatore delle manifestazioni in giro per il mondo, che di solito puntano ad un regime-change, e in questo caso alla delegittimazione di Trump, è un bandito della speculazione e delle destabilizzazioni come George Soros. La sua Open Society è un organismo che ha alimentato, finanziato e sostenuto le grandi manifestazioni che vengono definite “rivoluzioni colorate” . In questo caso anche lui si è espresso a favore dei manifestanti. Un uomo, tra l’altro sostenitore appassionato di Israele, che finanzia tutte queste operazioni è molto probabile che stia anche dietro a queste".
Sul tuo sito hai citato ONG come Move on e Avaaz.
"Sì perché hanno appoggiato tutte le manovre e campagne di cui sopra, sempre al servizio degli interessi imperialisti. Avaaz la conosco meglio di Move on che in Europa non è molto attiva. Avaaz è una ONG che raccoglie firme per obiettivi che sono condivisibili da tutti, tipo la protezione dell’orso bianco, la difesa della foresta amazzonica, la promozione di energie rinnovabili. Tutte cose molto simpatiche, perfettamente compatibili peraltro con lo sviluppo e con gli interessi di alcuni settori del grande capitale che sanno benissimo come fingersi ecologisti per poi sabotare ogni freno alla devastazione del pianeta. Dall’altra parte raccoglie anche firme per incriminare il dittatore Assad, per sostenere la no-fly zone in Siria e tutte le grandi operazioni militari della Nato e degli Stati Uniti. E’ qui dove casca l’asino, dove si rivelano la vera natura e i veri scopi.
Sono ONG, come la Open Society di Soros o la National Endowment for Democracy, Amnesty International, Human Rights Watch, che spuntano dietro a ogni regime-change attuato nei confronti di governi non obbedienti. La loro ostilità nei confronti di Trump è confermata dalla matrice unica di queste creature, la CIA, che ultimamente si è scagliata con virulenza contro il neo-presidente, rafforzando la grottesca bufala di un Trump eletto grazie agli intrighi e agli hackeraggi di Putin. Pare proprio che stiamo assistendo a uno scontro durissimo tra settori rivali del grande capitale, banche, apparato produttivo, complesso militar-industriale, scontro non ancora del tutto chiaro nelle sue componenti e nei suoi obiettivi. Alla fine la Cupola, da cui tutti i protagonisti politici dipendono, ricomporrà un qualche ordine decidendo chi debba prevalere nel migliore interesse che la congiuntura detta ai divoratori del mondo".
Da anni ti batti per una corretta informazione sul Medio Oriente, penso al tuo documentario “Armageddon sulla via di Damasco”, a quelli sulla Libia, l’Iran. L’Iraq.È d’obbligo quindi una domanda sulla Siria. Qual è la situazione attuale?
"In 6 anni le più grandi potenze, Francia, Germania, Regno Unito, tutte quelle della Nato, compresa l’Italia che è presente con le sue forze speciali, con i suoi addestratori e le sue armi, e gli Stati Uniti, non sono riuscite ad avere ragione di un paese piccolo, debole e minato dalle sanzioni come la Siria. Al suo soccorso, insieme agli hezbollah libanesi e agli iraniani, è intervenuta, dopo 3 anni di resistenze eroica di tutto un popolo, la Russia di Putin. Sulla Siria si sono avventate sotto guida Nato, altre forti potenze militarti e finanziarie, l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar e la più potente nazione Nato, dopo USA e Israele, che è la Turchia. Il fatto che in 6 anni non siano riusciti a far fuori questo Paese è il segno che la popolazione, come è stato dimostrato da elezioni legittimate dagli osservatori internazionali dell’ONU, sostiene il suo presidente e la sua classe dirigente. In caso contrario la Siria sarebbe da tempo crollata, anche con tutto ciò che i suoi amici potevano fare.
L’intervento della Russia ha comunque impedito che si operasse sulla Siria come si è operato sulla Libia, cioè sterminando il Paese a forza di bombardamenti, di missili e di bombe. Le ultime notizie ci dicono che l’esercito lealista, le forze armate di Damasco, stiano vincendo su molti fronti e abbiano riconquistato l’intera Aleppo, a dispetto dei costanti sabotaggi dell’evacuazione dei civili e degli attentati dei terroristi non rassegnati alla sconfitta e ininterrottamente stimolati dall’Occidente e dalla Turchia.
La stessa cosa si può dire dell’Iraq, dove le forze governative di Baghdad hanno ripreso la maggior parte del territorio occupato dall’Isis e stanno per riprendere Mosul, la seconda città dell’Iraq. Vuol dire che in questo caso il grande disegno di riordino del Medio Oriente, il cosiddetto Nuovo Medio Oriente, che consisteva nella frantumazione dei grandi Stati nazionali arabi – Libia, Iraq, Siria, Sudan e poi Egitto e Algeria – è temporaneamente in crisi. Non è riuscito a concludersi. La reazione rabbiosa dei jihadisti contro Palmira ha raccolto un successo temporaneo, ma dimostra ancora una volta come tutto l’apparato jihadista sia un mercenariato degli Usa e della Nato. È infatti grazie all’appoggio Usa e dei loro subordinati curdi che da Mosul si sono potuti trasferire verso Palmira migliaia di combattenti ISIS. Ci saranno indubbiamente altri colpi di coda, soprattutto contro la Russia".
Ti renderai conto che la situazione è talmente complessa che è facile perdersi tra le centinaia di informazioni false, parziali, infondate, vere, dalle quali siamo bombardati. A meno che non ci si fidi di un determinato organo di informazione come si fa a capire davvero che accade in Siria?
"Non credo sia così difficile. Intanto molto si capisce dall’esame degli interessi in campo: quali di conquista e distruzione, quali di difesa e giustizia. E’ difficile districarsi se uno si basa esclusivamente sulle fonti di informazione ufficiali, sui massmedia, che costituiscono un esercito compatto, reclutato, addestrato e formato dai poteri esistenti in Occidente. Non c’è praticamente nessuna eccezione all’uniformità; dal Washington Post al New York Times, al Time, al Corriere della Sera, a Repubblica, alla Frankfurter Allgemeine Zeitung In tutti i grandi giornali dell’Occidente, ma anche in quelli minori che si pretendono di opposizione, troviamo uniformità di interpretazione dell’esistente e in particolare delle situazioni di attrito tra Occidente e altre parti del mondo. Il fatto che l’interpretazione sia talmente univoca, mentre ancora ai tempi del Vietnam c’era un’ampia diversificazione, è il segno che non c’è onestà; non ci può essere onestà dove non c’è pluralismo.
Negli ultimi decenni si è arrivati a una concentrazione senza precedenti della proprietà dei media. Una volta, fino a circa 20 anni fa, negli Stati Uniti i grandi aggregati di informazione erano 56, adesso sono solo 5. C’è una presa di controllo sui mezzi di informazione che è il prerequisito affinché la gente si convinca e così stia buona e ascolti soltanto la voce del padrone. Oltretutto non esistono più editori puri dei media: il tessuto oligarchico che li governa ha altri interessi prioritari, militari, chimici, agroindustriali, informatici, che giornali e tv sono chiamati a sostenere.Succede anche, però, che questa rozza uniformità dell’informazione abbia provocato una crisi diffusa di credibilità. Lo si è visto nel fallimento di Hillary nonostante l’appoggio totalitario dei media e, parallelamente nel nostro piccolo, nel fatto che il No al referendum di stravolgimento costituzionale, voluto dalla destra (che si definisce “sinistra”) in Italia abbia prevalso nonostante tutta l’informazione importante fosse dalla parte del Si. Per rimediare a questa crisi di credibilità, il mondo dei mass media ha lanciato ora questa sua forsennata campagna contro le presunte “fake news”, che sarebbero tutte le notizie che non rientrano nel quadro prestabilito dal potere, in massima parte diffusa dai social media alternativi e dalle emittenti di paesi non succubi all'imperialismo. E’ la seria anticipazione di una repressione che verrà.
In fondo la realtà sarebbe molto semplice da interpretare: c’è una parte del mondo dominata da una piccola élite di persone ricchissime che stanno procedendo da anni, attraverso il neoliberismo, l’austerity, attraverso i propri organi come l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale, a un trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto, dal basso delle proprie classi lavoratrici all’alto delle proprie élite, dal basso dei popoli del Sud del mondo alle classi dirigenti dell’Occidente. Tutto questo richiede che la stampa informi in maniera univoca, in modo che la gente non si renda conto di quello che sta succedendo. La guerra è sempre quella: tra ricchi e poveri, tra potenti e deboli e si può benissimo trovarne le ragioni, le analisi e le spiegazioni in internet”. E anche utilizzando un po’ di logica, quellad dell’antico cui prodest".
Usciamo un attimo fuori tema. Non posso non farti una domanda su Fidel Castro. Hai scritto “Cade un gigante”. L’eredità di Castro rimane, ma per chi sostiene ancora le idee socialiste, la sensazione è quella di aver perso anche l’ultimo punto di riferimento.
Non credo. Prima di tutto l’idea socialista non ha bisogno di punti di riferimento fisici, personali. Aiutano, ma non sono indispensabili. L’idea di Socrate sopravvive anche senza Socrate. Ho titolato il mio pezzo “Cade un gigante”, però bisogna dire che questo gigante negli ultimi 20 anni aveva perso molto della sua statura. Forse non tanto per colpa sua, semmai gli si possono rimproverare passività e silenzi, ma per volontà diretta dei suoi successori. Hanno in grande misura annullato le sue conquiste e invertito la direzione di marcia che Fidel aveva tracciato per Cuba fin dalla rivoluzione. È questa la tragedia. Cuba, con Raul Castro, ha cessato di essere un faro per l'America Latina e per gli oppressi del mondo. E' diventata un esempio negativo di subalternità all'imperialismo neoliberista.
Non credo manchino punti di riferimento, ci sono ancora Paesi dell’America Latina che presumono, pretendono e affermano, in parte con buone ragioni , di perseguire il socialismo. Ci sono il Venezuela, la Bolivia, l’Equador. Non per nulla è in corso una feroce controffensiva reazionaria delle destre sostenute dagli Stati Uniti, come in Argentina e Brasile, ma i punti di riferimento, anche se non sono necessari dal punto di vista del loro incarnarsi in persone fisiche, esistono. Stanno nei cuori e nelle menti dei popoli che resistono, penso proprio alla Siria, ai paesi latinoamericani, ma anche alla Russia, all’Eritrea in un’Africa esposta nuovamente all’assalto dei predatori coloniali. Stanno nell’esempio di chi non si è fatto corrompere, di chi non si è arreso. Penso ai tanti protagonisti del riscatto umano, a Lumumba, Cabral, Sankara, agli eroi del riscatto latinoamericano, ai nostri partigiani, al Che. E naturalmente a Lenin.