domenica 5 gennaio 2020

IRAN, PER SAPERE DI COSA PARLIAMO


A integrazione del mio precedente pezzo “Soleimani, il Che Guevara del Medioriente”, che mi permetto di raccomandare a chi non si accontenta delle narrazioni di regime


Il punto su una situazione che ha ritrovato in piazza milioni di onesti combattenti per la verità e la giustizia e ha spazzato le consorterie di Sardine a stelle e strisce dalle piazze “colorate” nei vari paesi da riportare all’ordine imperiale.
L’intera nostra classe politica, con seguito di sicofanti mediatici (compresi iraniani convenientemente occidentalizzati, vedi “il manifesto), ontologicamente autorelegatasi a funzioni di complemento e servizio di despoti globali, balbetta tremebonda dinnanzi ad eventi di cui non capisce nulla e che non ha la minima idea di come affrontare. Eunuco tra energumeni che manovrano la politica internazionale, si rifugia negli stereotipi propagandistici e mistificatori dei suoi padroni Usa e UE, ben ammaestrata in questo senso dalle voci, presunte sagge e super partes, quirinalizie e vaticanesi.


Abbiamo un ministro degli esteri privo di qualsiasi preparazione ed esperienza nel gigantesco campo a cui è demandato e che, a partire da un Pinochet collocato in Venezuela, non sa di cosa stia parlando e borbotta cosa insignificanti su “dialogo e moderazione”. Smarrito tra le sue formule legulee, un po’ Don Abbondio e un po’ Azzeccagarbugli, un capo di governo buono per ogni stagione, ogni compromesso e ogni connubio, se ne rimane nascosto per giorni, ridotto a grattarsi la tinta testa nella preoccupazione su che pesci prendere, che non siano Sardine, o gamberi a ritroso verso il nulla. Pesci che, ancora e sempre, non diano il minimo fastidio a chi gira il mondo bucandolo qua e là con il martello penumatico e ventilando di usare quello atomico.

 Altro che “rivoluzione colorata”!
Il fracassone di una opposizione di cartone, che è tutta boati e distintivo, si distingue dal resto del mondo ululando sanguinarie scempiaggini contro un martire eroico del riscatto umano. In tal modo la sua strepitata sensibilità patriottica offre i nostri ascari imperiali su un piatto d’argento alla ritorsione di chi avrebbe ogni titolo per compierla. Ascari di cui il ritiro da tutte, in parte misteriose e occulte, missioni all’estero, dovremmo urgentemente e moralmente imporre prima di subito. Abominio praticato, quello di Salvini, dopo aver provato a spremere un bancomat a Mosca, per ricuperare le grazie di un presidente travolto da fatti decisi dai veri protagonisti del verminaio a stelle e strisce.

Baghdad, funerali di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni

Fatti che l’uomo con la testa polentata (e che ci saremmo augurati di migliore pasta nel confronto con il male assoluto che l’élite rappresenta) è costretto a inseguire e intestarsi. Fatti di cui, in ogni caso, con le sue oscillazioni e il suo ricorrente prostrarsi ad armieri, multinazionali e banchieri, porta la sua parte di responsabilità. Fatti che ora, con grottesca ipocrisia, gli vengono rimproverati dal Partito di Obama e dello Stato Profondo, il partito della forsennata russofobia (con i suoi ragazzi di bottega a casa nostra), nella continuità di una strategia per cui, qualsiasi cosa faccia, o che gli si attribuisce, Trump va cannoneggiato e ricondotto all’ordine. Anche perché una ripresa della sua linea moderata, di distensione e isolazionismo, quella che lo fece vincere nel 2016, prometterebbe di farlo trionfare anche alle presidenziali di fine anno, visto che il Russiagate è svaporato nella sua nullità, che l’impeachment fallirà e l’economia Usa, da lui impostata, va a gonfie vele (anche perché trainata dai colossi delle armi che sanno con chi allearsi e chi convincere).

Baghdad, funerali di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni

Un solo uomo politico di rango, inevitabilmente dei migliori Cinquestelle, Alessandro Di Battista (datemi pure del fissato, tanto son fatti), dice pane al pane e vino al vino sulla mostruosità di una superpotenza che va travolgendo ogni regola e diritto della convivenza umana e, in preda a psicopatologia da nevrosi necrofila ossessiva, ci sta trascinando tutti all’orlo di un pianeta che pare tornato a essere piatto, tanta è l’insipienza di chi lo manovra. Non per nulla, Dibba stava per andare in Iran, per quei reportage eccellenti a cui ci aveva abituato dall’America Latina.
A tutto questo, un omuncolo scribacchino e audiovisivo come il sottoscritto, non sa che opporre un tentativo di luce sulla cupa ignoranza nella quale ci vogliono far sprofondare quando si tratta di minchionarci su chi sia amico e chi nemico.



In diretta dall’occhio del ciclone che sta turbando il mondo, il primo docufilm, non dettato dalla propaganda imperialista e “progressista”, sul paese che in occidente viene definito il cuore dell’Asse del Male, una minaccia mortale alla sicurezza globale. Un viaggio per tutto il paese alla ricerca di una verità vera, vissuto nel rapporto diretto con cittadini, lavoratori, medici, studenti, donne, luoghi e protagonisti delle istituzioni. Una società serena, solidale, coesa, che va percorrendo la sua propria via verso l’emancipazione e la modernità. Una storia che copre quasi tre millenni, partendo da Ciro il Grande e che, nella modernità, ha avuto due grandi emancipatori: Mossadeqh e Ahmadinejad e un eroe da scolpire nella Storia degli uomini, Qassem Soleimani. Tutti laici.

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