mercoledì 8 gennaio 2020

Colpo su colpo verso la guerra? ----- TRUMP! E CHI SENNO’? ----- Le bufale delle analisi, le panzane delle previsioni


Le guerre verranno fermate solo quando i soldati si rifiuteranno di combattere, quando gli operai rifiuteranno di caricare armi su navi e aerei, quando la gente boicotterà i presidi economici dell’Impero sparsi su tutto il globo” (Arundhati Roy. “Il potere pubblico nell’era dell’Impero)
Una prima risposta
La risposta iraniana, una prima risposta, è venuta subito. Da poche ore, sette milioni di iraniani avevano terminato il corteo funebre, quando dozzine di missili iraniani si sono abbattuti su due basi USA in Iraq, a Ain el Assad, nella provincia centrale di Anbar e a Irbil, Kurdistan iracheno. Qui alcune decine di militari italiani, lasciati lì col cinismo servile propri di tutti i nostri regimi dal 1945, l’hanno scampata nei bunker, dato che Tehran, consapevole del diritto di internazionale e delle pratiche di guerra quanto non lo sono gli USA e tutta la Nato, aveva dato preavviso dell’attacco alle autorità irachene. 



E’ una prima ritorsione all’assassinio del generale Suleimani, ma è anche un monito a Washington e alla Coalizione, in linea con la richiesta di Baghdad, di togliersi di mezzo. A Tehran, nella mattinata successiva, è precipitato un aereo delle Ucraina Airlines (perfino l’Ucraina, dissestata più di noi, ha una sua compagnia di bandiera!). 177 le vittime.
Entrambe le parti minimizzano. Le 80 vittime dell’attacco missilistico iraniano non ci sarebbero, le 177 dell’aereo di linea sarebbero dovute a un guasto dopo il decollo. E’ probabile che il conto dei morti nelle basi sia esatto, e forse riduttivo, ma che la propaganda provi a sminuire l’efficacia dell’azione. Che nel caso dell’aereo caduto, potrebbe avere tutte le caratteristiche di un’operazione emulativa del principale alleato degli Usa nel Vicino Oriente.

Difficile fare previsioni come quelle in cui si avventurano i guru della geopolitica a seconda del vento che soffia (sono le apocalissi che fanno vendere i giornali), dato anche che il caso ha il suo ruolo in partita. Ragionevole sembrerebbe aspettarsi un ping pong di operazioni dei due avversari senza arrivare allo scontro generale, che Trump ha escluso nel suo messaggio a Rouhani. Non la vera potenza che lo condiziona e spesso lo manovra. Ma che per i nostri sapienti esperti politico-mediatici non esiste proprio. Guardate.

Fa tutto The Donald.  C’est plus facile


I quotidiani del 5 gennaio:
Excusatio non petita a reti unificate: ha fatto tutto Trump.

Il Messaggero: Trump ha ordinato di uccidere il generale
Il Tempo: Trump fa uccidere il n.2 dell'Iran
La Repubblica: Trump fa uccidere il generale
Corriere delle sera: Trump, dovevamo ucciderlo prima
La Stampa: eliminazione frutto della volontà di Trump
Libero: Evviva Trump
Il Giornale: Trump elimina il generale
Il Fatto: Trump uccide Soleimani
Il Piccolo: su ordine di Trump
El Paìs: attacco ordinato da Trump
WallSJ: decisione di Tump
Le Figaro: eliminazione su ordine di Trump
Le Monde: operazione ordinata da Trump


Dai destri supposti sinistri e dai destri orgogliosamente destri, il coro è unanime. E’ stato Trump, e chissenò? Ogni unanimità che così si stabilisce tra presunti e finti opposti e dalla quale ormai si distinguono solo singole voci in rete (sulla quale rete non per nulla si chiedono misure sempre più ferocemente censorie), punta a un risultato. Far fuori l’elemento estraneo e imprevisto alla testa della potenza più armata della Terra che, per uno scherzo fatto dai “deplorables” col loro voto sbagliato, così definiti da Hillary Clinton, ha sottratto la vittoria all’anima nera che avrebbe dovuto rappresentare il passato nero, il presente nero e il futuro nero degli Usa e del loro dominio sul mondo.

Il nero, il bianco e le anime nere
E qui la negrità del predecessore di Trump impallidisce al confronto col nero nerissimo della sua presidenza. Non è stato Obama quello delle 7 guerre, dell’installazione di barbarie terroristiche in mezzo mondo, onde giustificare gli interventi Usa e Nato, della militarizzazione della polizia domestica, con un’impennata di gente ammazzata dalla polizia? Non è stato colui che ha inaugurato gli assassinii extragiudiziali con drone, che ha espulso più migranti dagli Usa (1,5 milioni) di qualsiasi altro presidente, che ha proseguito e intensificato le extraordinary renditions di sospetti o fastidiosi  in carceri segrete della tortura in paesi compiacenti, carceri governate di persona da Gina Haaspel, oggi capa della Cia?


Donald Trump sarà pure l’imprevisto, colui che esce dal seminato, promettendo in campagna elettorale di fermare, almeno sospendere, almeno ridurre, una storia di interventi sanguinari, spesso genocidi (3,5 milioni nel solo Iraq). Interventi che le classi dirigenti si permettono in virtù di una tara genetica segnata da decine di milioni di autoctoni uccisi e di un’Africa la cui depredazione attuale supera in sterminii sociali ed economici quelli di tutte le potenze coloniali messe insieme. Ma è anche colui che, non avendo alle spalle una qualche lobby determinante come Wall Street, o il complesso militar-securitario-tecnologico e del controllo dell’industria della droga, sta nella Casa Bianca esposto a tutti i venti, ai quali sistematicamente gli tocca piegarsi. Per cui questo puntare da ogni parte frecce, colpe, responsabilità sul riportante giallo, non è solo la semplificazione del  pressapochismo mediatico che se la cava con l’unico protagonista, il moloch, a cui far risalire ogni cosa. Nasconde consapevolmente l’intero meccanismo che, in ogni apparato, fa muovere le persone, le cose, gli eventi e si adegua alla tendenza generale, diciamo allo Zeitgeist. E’ come riferire tutto il bello e il brutto a Prodi, Renzi, Conte, Andreotti, sorvolando su multinazionali, Vaticano, Bilderberg, massoneria, mafia….

Uno spirito del tempo che scaturisce sistematicamente dall’impunità delle classi dirigenti (vedi la virulenta opposizione alla prescrizione subito). Storicamente quella dell’ipercapitalismo USA, come storicamente impersonato dall’apparato politico bipartisan e, nelle contingenze, da quella che i poteri di vita e di morte negli Stati Uniti (le banche, gli armieri, le multinazionali, l’intelligence) decidono essere il loro rappresentante. L’altro ieri i neocon repubblicani, ieri e oggi i Democratici. Al di là della critica strumentale al crimine perpetrata contro il generale Qassem Soleimani, sono coloro che stanno cercando di rovesciare il verdetto pronunciato dagli elettori attraverso la farsa dell’impeachment, ad aver sulle mani il sangue dell’eroe iraniano. E altri oceani di sangue, con l’impunità confortata dall’oblio, dallo sterminio degli indiani a quello delle popolazioni nel Sud geopolitico del mondo.

Per Soleimani il meme degli sguatteri


Naturalmente le analisi di quelli che impeccabilmente sono definiti gli sguatteri non si discostano dal meme “E’ stato ucciso un massacratore di soldati americani (neanche uno) e che stava per commettere altre stragi di cittadini USA”. Dalla bugia al processo alle intenzioni. La colpa vera, come ho già scritto, essendo quella che in Iraq e Siria il probabile futuro leader dell’Iran, colui che avrebbe strappato il governo alla conventicola “moderata” che aveva sottoscritto con gli Usa l’accordo capestro e castrante sull’industria nucleare, aveva fatto fallire i piani di spartizione israeliano-americani delle nazioni arabe in staterelli etnico-confessionali. Non per impedire che entro dieci anni l’Iran si sarebbe fatto la bomba atomica, come qualche voce del Mossad ha inventato, ma per bloccare l’emancipazione industriale, fortemente in corso in quel paese, attraverso l’annullamento di un nucleare categoricamente civile, finalizzato a fornire isotopi sanitari ed elettricità a tutto il paese.

Non dimenticherò mai i medici volontari e i pazienti leucemici di Tehran che, in ambulatori improvvisati, sopperivano con trasfusioni al taglio dei medicinali imposto dalle sanzioni di Obama (li potete incontrare nel mio documentario “Target Iran”, insieme a tanti altri protagonisti dell’Iran indomito e antimperialista). Sanzioni che Obama mantenne e inasprì, a dispetto dell’accordo sul nucleare concepito, come le aperture a Cuba, per minare il paese dall’interno, piuttosto che attraverso costosi mezzi militari.

I sinistronzi nel gregge dei destri

 
Altro che i social! E’ la stampa, bellezza!

Non stupisce che dai noti sguatteri mediatici si deplori lo svaporamento delle proteste cosiddette “popolari e per ragioni sociali” che incompetenti, o volponi, avevano individuato in Iraq (e prima in Libia e Siria) e che avevano provato a mescolare con altre di segno opposto. Le prime essendo l’ennesimo prodotto dell’innesco e controllo su tensioni popolari degli organi occidentali di destabilizzazione collaudati in Ucraina, Venezuela, Algeria, Libia (Cia, Mossad, NED, USAID, ecc.). Le altre essendo rivolte contro regimi dispotici agli ordini dell’impero (a partire dal Cile). Si lamenta che dai modesti tentativi di Sardine locali, già in corso di esaurimento, contro governi in urto con gli Usa, di Abdul Mahdi in Iraq, dei pur “moderati progressisti” iraniani di Rouhani, si fosse passati a sterminate masse in corteo d’onore a Suleimani e in marcia d’odio contro gli Usa. Sette milioni solo a Tehran, a discredito di tutte le varie presunte “primavere” care a Soros e ai regime changers Democratici. Sono questi oceani di popolo, questi milioni di persone il cui sano e salutare odio indica l’avvicinarsi inesorabile della fine dell’impero, nato dal sangue e spento nel sangue.

Si arriccia il naso sul consolidamento in Iran e Iraq delle forze sociali e politiche della resistenza (dette “conservatrici!”) in reazione ai crimini occidentali, a scapito delle espressioni collaborazioniste, dette “moderate, democratiche, progressiste”, che si annidano soprattutto in un governo iraniano che, fin dai tempi del moderato Khatami, molto gradito agli Usa, ha cercato di neutralizzare la militanza sociale e politica  poi espressasi con Ahmadinejad, della quale il capo dei Pasdaran, insieme alla Guida Suprema Khamenei, sono gli esponenti più illustri e più amati (se non dai quartieri alti e dai fuorusciti in Occidente). E, in Iraq, si prova a indebolire il carattere nazionale, rappresentativo della volontà di libertà e autodeterminazione di tutta una nazione, insistendo ossessivamente a definire puramente “scite” le Forze di Mobilitazione Popolare che hanno debellato Isis e Al Qaida e che comprendono ben 40 formazioni di ogni confessione. L’ennesima tattica del divide et impera colonialista, che si tira dietro anche alcune delle migliori intenzioni.

Per uccidere Saddam non è bastato il boia Moqtada
E’ una costante dell’unanimità mediatica e politica degli odiatori dell’Iraq e di Saddam Hussein, sicuramente uno dei più grandi leader nella Storia della liberazione araba, denigrare facendone dei trasformisti e opportunisti che saltano da un carro all’altro. Così si favoleggia di un Saddam “alleato degli Usa” e che contro l’Iran da questi sarebbe stato armato. Si insulta l’evidenza di un Iraq rivoluzionario, da me frequentato fino alla fine, che in nessun momento, dalla rivoluzione di Kassem negli anni ’60, ha cessato di denunciare l’imperialismo e il sionismo. Quanto ad armi americane, mai arrivata neanche una colt. Bastava vedere, a me capitò sul posto, come le uniche armi a disposizione dell’Iraq nel 2003, durante l’attacco Nato-Usa, fossero antiquati armamenti russi, carri degli anni ’70, pochi aerei Mirage francesi, parcheggiati in Iran. Punto.


C’è poi chi da quelle parti non sembra aver mai messo il naso, ma che se lo sia soffiato utilizzando i Kleenex prodotti dal “manifesto” e affini. Secondo i quali non v’è mai stata una resistenza nazionale all’occupazione americana e Nato che non fosse quella del clerico scita Moqtada el Sadr, capo di una milizia detta del Mahdi. Ebbene si tratta del personaggio più ambiguo e nefasto dell’intera classe dirigente irachena. Prima devoto all’Iran e studioso da ayatollah a Qom, ai piedi della statua di Khomeini, poi rientrato e convolato a esiziali nozze con i sauditi del bravo assassino Mohammed Bin Salman al Saud, principe ereditario della famigliola padrona dell’Arabia Saudita. Sfortunamente, in combine con il solito Partito Comunista revisionista (che, su ordine di Mosca, si schierò contro Saddam, con cui era al governo), aveva vinto le ultime elezioni parlamentari.

Moqtada al Sadr e Mohammed bin Salman. Lombroso avrebbe da dire qualcosa.

Quando, per screditare l’Iraq, lo si diceva alleato degli USA
Altra panzana, noleggiata dai disinformatori delle centrali sinistro-destre, è quella del Saddam armato dagli Usa, grazie a tali armi  lanciatosi in guerra contro l’Iran e allo sterminio dei curdi col gas. Si deve capire che i poteri che alimentano le balle dei sinistro-destri, o fessi, o pali delle rapine, pencolavano nel loro odio dall’Iraq all’Iran, a seconda di quale dei due paesi risultasse il più fastidioso. Così, quando la minaccia massima a Israele e ai colonialisti tutti era l’Iraq rivoluzionario, panarabo e laico di Saddam, si riforniva Tehran di armi israeliane (scandalo Iran-Contras), si inventavano nefandezze del rais iracheno, come l’uccisione di ben 400.000 curdi (cioè quasi tutti i maschi adulti), mai avvenuta, e la gassazione di 5000-8000 curdi a Halabija, che era invece il bombardamento di un villaggio del tutto abbandonato a cui, secondo l’Istituto di Guerra Usa, sarebbero stati gli iraniani a rispondere con i gas.

 
Saddam impiccato da Moqtada al Sadr su ordine degli USA

Sono fole che equivalgono alle armi chimiche di Assad su Douma, oggi smentite dagli onesti tra gli scienziati dell’OPAC, e all’immensa menzogna degli 8000 bosniaci (cifra che fa impressione, e magari si arriva ai 6 milioni) fucilati dai serbi a Srebrenica. Quanto poi a Saddam che avrebbe iniziato la guerra all’Iran, ci si dimentica che dalla rivoluzione khomeinista in poi, l’Iran non ha cessato di destabilizzare l’Iraq a forza di martellamento propagandistico, di invito agli sciti a sollevarsi e di bombardamenti sulle zone irachene di confine, prima dello scoppio del conflitto, di cui io stesso, nel 1979, sono stato testimone, proprio a Halabija! Ora, demolito l’Iraq di Saddam, il pendolo di Israele, Usa e Nato torna a centrare sull’Iran (ma anche sull’Iraq, visti i recentissimi sviluppi che rivelano un popolo e le sue forze combattenti ancora in piedi e, stavolta, in alleanza con l’Iran!).

Bravo in proclami, Moqtada, l’uno il contrario dell’altro, non ha mai sparato un colpo contro gli americani, né è mai stato partecipo con l’Esercito Del Mahdi, della Resistenza all’occupazione. Quella è stata tutta del partito Baath, dei saddamiti e del popolo patriottico iracheno. Illuminando Moqtada, si vuole evidentemente oscurare quella resistenza che ha inflitto agli Usa, nel corso di ben cinque anni, più di quanto abbiano perso nelle due guerre. A parte alcuni dirigenti del Baath che, equivocando sulla natura del mercenariato Usa, si sono uniti all’Isis, sono stati i partigiani della resistenza all’invasore-occupante che hanno fornito la base scita-sunnita alle vittoriose Forze di Mobilitazione Popolare.

E ora cosa succede
 
Il ritiro dall’Iraq nella lettera del Generale Seely (da ingrandire)

Non cessa la tempesta mediatica che vede conflagrazioni apocalittiche e globali prodotte dall’evento dell’aeroporto di Baghdad. In varie forme, dal conflitto armato convenzionale, a quello nucleare (visto che l’unico attore atomico sulla scena e che non ha firmato il trattato di non proliferazione, è Israele, il più bellicoso), fino a quello “ibrido”, con successive punture di spillo, sotto forma di proxies, alla Isis, di contractors, di attacchi a obiettivi singoli, di sanzioni da non lasciare in vita una mosca. Queste ha promesso il vacillante Trump, dopo aver sentito della richiesta del parlamento iracheno (esclusi ovviamente il mercenariato curdo) di portare a casa gli occupanti Usa e Nato e della lettera del comandante in capo Usa in Iraq, Generale William Seely III, qui riprodotta, che annunciava tale ritiro per i prossimi giorni.

 
Figuriamoci truppe iraniane in Messico, Canada, Caraibi.

Tutto questo, insieme alla minaccia di sanzionare a morte il popolo iracheno e di colpire 52 siti di valore culturale e storico dell’Iran (tipo Isis in Siria e Iraq a ciò istruiti dagli Usa che, come con i trasferimenti coatti di popoli, le migrazioni, così intendono recidere le radici delle nazioni), pare farina del sacco di Trump. In linea con quanto già aveva fatto sapere a Tehran, che tutto si farà fuorchè una guerra o un regime change, come invece auspicato dai neocon e dai Dem. Ai quali va fatta invece risalire l’immediata smentita a Seely da parte del capo del Pentagono Mark Esper. Il quale ha già aggiunto ai 5000 marines e agli incalcolati contractors presenti, altri 750 uomini.  Del resto chi mai poteva illudersi che gli Usa, questi Usa controllati delle forze oscure del Deep State, avrebbero mai lasciato spontaneamente l’Iraq, l’Iraq del petrolio e l’Iraq piattaforma indispensabile per l’egemonia militare e dunque economica in Medioriente. Egemonia, non guerra all’Iran. Esclusa per il semplice fatto che a Tehran basta bloccare il Golfo Persico. Affondando un paio di grosse navi, manderebbe in tilt l’economia  di mezzo mondo. Per la gioia di Greta e pochi altri.


Vittoria o caos?
Quanto ai nostri professionisti inquadrati nella Nato, siamo occupanti e complici degli Usa, quanto lo erano i repubblichini con le formazioni della Wehrmacht. C’è chi ciancia di “un ruolo dell’Italia” in Iraq, in Libia, ovunque. Ovunque le vecchie e nuove potenze coloniali provino a ricuperare i beni perduti. E’ una vergogna senza fine. Ne erano consapevoli i 5Stelle fino a qualche tempo fa. Ora condividono la fola e la vergogna di questo “ruolo dell’Italia”. Magari con effetto “collaterale” di qualche altra Nassiriya, da far inorgoglire il Quirinale e piagnucolare il Vaticano. Noi con Mussolini, Graziani, Balbo e Badoglio, con Crispi e Giolitti, abbiamo già dato. Già rubato, già distrutto, già ucciso. Nessun ruolo, mai, a noi e a chiunque altro pretenda di farsi ancora vedere da quelle parti. Fuori dalle palle, punto.

Qualcuno valuta che avendole perse, o piuttosto non vinte, Washington non rischierebbe un’altra sconfitta. Ma quello che si sono ripromessi, a partire da Bush, Clinton e Obama, i poteri cosiddetti occulti, non è tanto la vittoria, quanto il caos. Una vittoria rischia di sistemare le cose per un verso o per l’altro. Il caos mantiene in vita le operazioni e, dunque, le catene di montaggio dell’industria militare a tempo indeterminato. E così il terrorismo, al quale è demandato anche di giustificare stati sempre più di polizia e sorveglianza. Il caos, poi è creativo, poichè  impedisce che la Russia e i popoli si assicurino vittorie definitive e si mettano di traverso nella marcia per il dominio globale. Che un po’ nasce dal caos e un po’ dalla pax americana, in un benefico mix.

Uniti dalla calunnia


Mi hanno tirato le orecchie per aver accostato il grandissimo generale Suleimani, il Che Guevara del Medioriente, al piccolo rinnegato ed espulso Cinquestelle, Gianluigi Paragone, nella comune opposizione all’arbitrio, alla prepotenza, ai delitti, di ominicchi, quaquaraquà, ruffiani. Probabilmente i critici avevano ragione. Ma non rinnego tale similitudine che è quello tra una quercia e un roveto. Entrambi piante sono. Tanto più che oggi al comune destino di vittime di abusi si somma un'altra consonanza: quella della diffamazione riservata ad entrambi e dalle stesse fonti. Che sono quelle dell’unanimità sopra citata, cui tornano in uggia tutti coloro che non stanno agli ordini del preside. Mi permettete di includere nella compagnia di alti e bassi, grandi e medi e piccoli, anche un’altra figura di valore che paga per la sua coerenza e il suo rifiuto di chinare la testa e di battersi a tutti i costi per il giusto e il vero, non con la vita, non con l’ostracismo, ma con il carcere? E’ Nicoletta Dosio, No Tav in Val di Susa, in Italia e nel mondo. Alla faccia di Conte e Di Maio. E chi obietta, peste lo colga.

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