mercoledì 11 marzo 2026

SCONTRO DI MONOTEISMI

 

SCONTRO DI MONOTEISMI

INTERVISTA A FULVIO GRIMALDI

a cura di Domenico D'Amico

Radio Gamma 5



 Israele ha chiamato l’aggressione all’Iran “Ruggito del leone”, rifacendosi al simbolo della dinastia dei Pahlavi, cacciata dalla rivoluzione del 1789

https://t.me/debitoedemocrazia/4783

Qui in video l'intervista di ieri mattina, andata in diretta su Radio Gamma 5, a Fulvio Grimaldi: abbiamo parlato di Iran, degli attacchi criminali di Usa e Israele, abbiamo parlato dei vari aspetti geopolitici, della Turchia, di Gaza, del Libano, della situazione del popolo curdo e di altro. Collegando il tutto anche con la questione dei file Epstein e con la evidente volontà di distruggere il sistema finanziario islamico - a Beirut sono state bombardate le 6 sedi principali della banca islamica di Hezbollah - da parte degli angloamericani e dei sionisti.

Dopo la presentazione di Domenico D’Amico, aggiungo un aspetto interessante e poco considerato del conflitto con l’Iran aperto da Israele e Stati Uniti.

Non è inedito, anzi è Storia millenaria, che conflitti di potere per il controllo di popoli e risorse, venga avvolto in coltri ideologiche o religiose, con relativi aspetti sociali, o mistici.

Si va affermando di questi tempi, strumentalmente è ovvio, che le ideologie sono scomparse. Affermazione superficiale e infondata dal momento che senza idee, i.e. ideologia, non si realizza una visione delle società, dei rapporti fra esseri umani, del mondo, del materiale e dell’immateriale.

Di certo non sono scomparse le motivazioni religiose ad accompagnare (coprire?) quelle materiali, economiche, finanziarie, di dominio, furto e saccheggio.

Nell’aggressione all’Iran l’aspetto inedito è lo scontro tra i tre monoteismi che hanno segnato, per molti con effetti infausti, la storia di gran parte del mondo. Il monoteismo islamico, nella sua forma, meno integralista, dello Sciismo, in Iran; il monoteismo ebraico che si è fatto Stato con Israele; il monoteismo cristiano nell’ espressione delle sette evangeliche presenti nelle Americhe.

La differenza tra il primo e il secondo è che il monoteismo iraniano ha per retroterra una civiltà che supera i due millenni, con fedi varie, ed è stata irradiazione di conoscenza e cultura e, sincreticamente, tale civiltà perpetua. Quello ebraico, fa leva sulla parte più totalitaria, suprematista, elitaria, di una tradizione biblica fondata su storie delle origini perlopiù trasferite da altre tradizioni e ne perpetua, senza nessunissimo riferimento storico o etnico, le componenti più brutali e sanguinarie. Non per nulla il monoteismo dei fanatici evangelici americani, che hanno un apostolo nell’attuale ministro della Guerra Hegseth e un unto del Signore nel presidente, assumono, in chiave cristologica, il millenarismo escatologico che impregna di sé le politiche imperialiste e genocidarie israeliane.

Tutto questo per dire che, nel caso dimostrato dei sionisti e dei supporter evangelici di Trump, si tratta di fanfaluche grottesche a paragone della civiltà dell’oggetto del loro culto di morte. Fanfaluche che giustificano il falso rispetto al vero, l’ingiusto rispetto al giusto, l’aggressione rispetto alla convivenza, l’umanità rispetto al disumano e, così, non mascherano nient’altro che la cara, vecchia lotta – in questo caso guerra – di classe, qui nella sua articolazione colonialista.

martedì 10 marzo 2026

Dopo Palestina, Libano, Siria, Venezuela e Iran, l’Eritrea? --- TRUMP E NETANIAHU: E ORA IL CORNO

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__dopo_palestina_libano_siria_venezuela_e_iran_leritrea_trump_e_netaniahu_e_ora_il_corno/58662_65710/

 

Grande Israele e raggio d’intervento

Guarda lontano e in tempo il Grande Israele in fieri. Priorità prima: prendersi ciò che l’ONU, nel 1948 ti aveva dato per poco più di metà. Poi prendersi tutta la Palestina. Poi del Libano un pezzo, quello con l’acqua, e la subalternità, poi della Siria il Golan e buona parte del sud del paese frantumato con il concorso di partner come USA (questo sempre), Turchia dei Fratelli Musulmani (organicamente dalla parte di chi rifiuta identità e sovranità arabe) con rispettiva milizia terroristica ISIS e Curdi. Infine l’Iran in quanto cadavere o, almeno morituro.

Infine, per modo di dire. Stabiliti rapporti di reciproco riconoscimento e di collaborazione con Stati in posizioni strategiche come Marocco, Kenia, Costa d’Avorio, è nel Ruanda come in Uganda, due sottoposti dell’imperialismo che servono a depredare il Congo a vantaggio delle compagnie minerarie occidentali,  che Israele rinnova il suo ruolo di occhio onnipresente, di consulente Mossad, di agevolatore di affari che si avvalgano delle sue tecnologie militari e di sorveglianza e siano ricambiati con cobalto e terre rare. Non mancano i mercenari di Academy (già Blackwater) di Eric Prince da sempre in stretta collaborazione politico-operativa con gli analoghi elementi israeliani. Un ruolo praticato con alterno successo in America Latina, a partire dalla base di Bogotà, in quella Colombia che era chiamata l’Israele del subcontinente e che ora Gustavo Petro se l’è portata via (ce ne sarà anche per lui, come per il Venezuela moderatizzato e per l’Honduras da Trump restituito al narcotraffico).

Infine per modo di dire anche per l’Africa, dove la Menorah, il candelabro a sette braccia in arrivo dal tempio di Salomone sta illuminando di colonialismo sionista larghe lande del continente. Ne scegliamo una, forse la più significativa per gli obiettivi strategici formulati da Herzl e ribaditi con assoluta coerenza da un secolo e un quarto a questa parte: il Corno d’Africa, area di turbolenze croniche e potenzialmente più devastanti perfino degli attuali casini in Medioriente.

Sta sullo stretto di Bab el Mandeb che divide l’Oriente dall’Occidente e controlla il Mar Rosso e, a seguire, il Canale di Suez, da dove passa metà del commercio mondiale e tantissimi idrocarburi. E su cui incombono sia gli yemeniti, tornati padroni della parte cruciale del proprio paese, a dispetto di USA, Israele, Arabia Saudita ed Emirati, sia gli eritrei, unici dell’area non obbedienti a nessuno, sovrani dal 1992, dopo una lotta di liberazione di trent’anni (cui per lunghi tratti ho partecipato e che ho documentato).

Israele incistato nel Corno, a ridosso dell’esecrabile Eritrea, a controllo delle rotte di comunicazione ombelico del mondo, a ridosso dell’Etiopia, gigante africano fatto di frammenti etnici che si azzannano in sintonia con danti causa esterni, in testa alla Somalia propriamente detta, affidata al fantoccio coloniale Hassan Sheilh Mohamud, contrastato dalla guerriglia islamista degli Al-Shabaab che Trump bombarda da quando è tornato presidente.

Dalla rete: A fine dicembre 2025/inizio 2026, battendo tutti sul tempo, Israele ha riconosciuto formalmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo paese al mondo a compiere questo passo. Il riconoscimento, annunciato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri Gideon Saar, mira a rafforzare la presenza israeliana nel Corno d'Africa e contrastare l'influenza turca nella regione.

Turca, ma anche egiziana, ma anche degli Emirati, ma anche cinese (limitatamente a investimenti e infrastrutture). Gli italiani sono fuori gioco, dai tempi della mia brava collega al TG3 Ilaria Alpi, tolta di mezzo perché troppo curiosa sui traffici tra Spezia e Somalia di armi a Mogadiscio insieme a rifiuti tossici da seppellire sotto le strade che imprese italiane costruivano (rifiuti che poi determinarono una strage del bestiame di cui i somali allevatori campavano).

Come si vede, una regione ben bene incasinata, da quando il despota Siad Barre, prima filo URSS e poi filo-USA, è stato rovesciato da una rivolta popolare guidata dal Generale Farah Aidid, un nazionalista antimperialista che ebbi l’opportunità di intervistare. Aidid rappresentava le aspirazioni del popolo per libertà sovranità, democrazia. Il neocolonialismo occidentale gli mise contro tale Ali Mahdi, presidente dal 1991 al 1997. Aidi morì combattendo contro le milizie di questo primo promotore del caos somalo allestito dagli USA incapaci di venire a capo dell’opposizione armata.

Il progetto somalo: caos e disgregazione

 

I suoi successori, perlopiù selezionati e nominati nella base USA di Gibuti, si sono limitati ad amministrare Mogadiscio, vedendosi ogni due per tre attaccati dall’Etiopia famelica di sbocco al mare, e frantumati nell’unità etnica e territoriale con la secessione di Somaliland e Puntland, non casualmente collocati a nord, verso lo Stretto.

L’area dello Stretto e del Mar Rosso è il più importante crocevia strategico e commerciale del pianeta. 25.000 navi all’anno, il 40% del commercio mondiale. Lì c’è l’Etiopia dilaniata da conflitti interetnici, dopo la caduta del regime tigrino filo-yankee di Meles Zenawi e, a dispetto dell’arrivo dell’unitario Abiy Ahmed, promotore di una breve pace con l’Eritrea di Isaias Afeworki. C’è lo Yemen dei rivoluzionari Houthi che hanno vinto la guerra portatagli dai sauditi in nome degli USA e che controllano con la capitale Sanaa il centronord, ma hanno dovuto lasciare il resto, sul Golfo di Aden, a secessionisti contesi da Emirati e Sauditi, che li chiamano “governo”. C’è la Somalia nelle condizioni dette sopra. Resta da dire dell’Eritrea.

Israele a guardia del Mar Rosso

Tiran e Sanafir sono due piccole isole del mar Rosso sulla barriera corallina, a sud del Sinai, tra Egitto e Arabia Saudita. La sovranità è da sempre disputata tra sauditi ed egiziani Della confusione approfitta Israele nei postumi della guerra del 1967 per occuparle e costruirvi una base. Grazie a questa lo Stato sionista controlla il Nord del Mar Rosso, Egitto, Sudan, Penisola arabica.

Nella zona meridionale del corridoio marino, di fronte all’Eritrea e di sua sovranità c’è l’arcipelago corallino delle isole Dahlak. Anche qui, in tempi mai quantificati, si è installata una base israeliana, la più grande del paese all’estero. Da qui esercita il controllo sulla parte meridionale del Mar Rosso, con particolare attenzione ai paesi ostili: Eritrea e Yemen.

In passato si sono verificate oscuri e poco riportati attacchi a questa base, più dagli yemeniti, sembra, che dagli eritrei. Questi ultimi sembrano avere poco interesse a pubblicizzare tensioni del genere, dato che per loro le isole sono una delle turisticamente più redditizie fonti di valuta preziosa. Da qualche tempo si vocifera addirittura di una tacita  intesa tra Asmara, Riad e Tel Aviv per evitare ogni scossone alla situazione strategica così conformata. In questo quadro, che si discosterebbe da quello storico per il quale l’irriducibile Eritrea è per l’Occidente politico la pecora nera della regione, si inserisce la concessione agli Emirati, anche essi in forte espansione africana, una base nel porto di Assab.

Un’idea che contrasta con l’ormai quasi secolare ostilità di cui l’Eritrea,  è oggetto da parte degli Stati Uniti. E dall’indipendenza conquistata nel 1993, con enormi sacrifici umani e trent’anni di lotta, che  gli USA, fallito il tentativo di mantenerla colonia dell’Etiopia, allora suo proxy, infliggono all’Eritrea le più pesanti sanzioni del loro repertorio di genocidi striscianti.

Eritrea, il boccone più ambito

L’Eritrea non è solo un caposaldo della resistenza all’imperialismo nel Mar Rosso. E’ anche il terminale orientale della fascia del Sahel subsahariano che parte dal Senegal sull’Atlantico e termina qui, sul Mar Rosso, in faccia all’Asia, Una fascia che, con le rivoluzioni nel corso degli anni recenti, si è tramutata in cintura anticoloniale del continente. In Mali, Niger, Burkina Faso sollevazioni popolari contro il dominio e il saccheggio di Parigi sono state tradotte in istituzioni nazionali da giunte militari progressiste. Le truppe francesi, che si erano fatte forti della necessità di combattere terrorismi ISIS da esse stesse fomentate, hanno dovuto abbandonare questi paesi.

Un analogo processo di liberazione dal controllo francese e del suo franco coloniale si è verificato in Senegal, questa volta sul piano politico ed elettorale con l’elezione alla guida del paese di politici ostili alla manomorta francese, mentre nel Chad ci si è per ora limitati a chiudere l’ultima base francese nella regione. Immancabile, in tutti questi paesi, è in atto il tentativo di rivincita di Parigi, con l’impiego, ancora una volta, del mercenariato terrorista islamista. Sono già tre i tentativi falliti di assassinio del leader del Burkina Faso, Ibrahim Traorè, erede di Thomas Sankara, uno dei grandi protagonisti del riscatto africano, assassinato nel 1987.

 

Missionari apripista

Permettetemi di approfondire il discorso sull’Eritrea con una risposta a padre Alex Zanotelli, missionario e giornalista di grande fama, già visto dalla parte di chi assaltava la Serbia. L’Eritrea e il paese le cui vicende ho seguito passo passo per vent’anni, a fianco dei guerriglieri dei due Fronti di Liberazione (uno marxista, l’altro nazionalista), con nel cielo i bombardieri, prima di Haile Selassiè e poi del colonello Mengistu, e davanti al naso, al risveglio nella cunetta di sabbia, le pinze letali della scolopendra cingulata.

Caro Zanotelli, reduce dalla condivisione dei motivi degli assalitori della Serbia, ti sei lanciato, qualche mese fà, in uno dei tuoi gravi e appassionati appelli. Quella volta era a tutti i giornalisti italiani perché bombardassero i regimi africani, verbalmente s’intende, visto che tu le armi le detesti, specialmente quelle dei “dittatori” ostili agli Usa. Imprecavi contro la “dittatura eritrea”, enumerando fattacci di solito dal neocolonialismo occidentale attribuiti a quell’unico paese che non ospita basi né Usa né israeliane e perciò sta sotto sanzioni da trent'anni Fatti che io so del tutto falsi per aver percorso e ripercorso l’Eritrea in lotta contro chi la voleva e vuole far fuori, dal 1971 a oggi. E per frequentare anche tutta la diaspora eritrea in Italia ed Europa.

Ecco, quando un missionario, pure benemerito e ben intenzionato, si dimostra apripista, come ai tempi degli aztechi o Zulu, di “valori occidentali” da sempre in navigazione su oceani di sangue, si deve sospettare che qualcosa in questo storia delle conversioni non corrisponde proprio a dei “valori”. Cito un episodio secondario, perché emblematico. Vale oggi “Il regime fascio-islamista che massacra i suoi cittadini”. Poi arrivano i missili israeliani, deviati da Gaza.

L’Eritrea a occhio nudo

 

Decido di andare a vedere sul campo come sta messo il paese che avevo accompagnato per savane, deserti, oasi, villaggi, città, battaglie, nella conquista della sua libertà, che si era permesso di votare con la Cina contro le sanzioni alla Russia, e addirittura contro le armi all’Ucraina golpista di Zelensky, esponendosi a ulteriori rappresaglie.

Con Sandra partiamo, giriamo il paese, incontriamo, discutiamo, scopriamo, e realizziamo un docufilm: Eritrea, una stella nella notte dell’Africa. Notte, a simboleggiare la situazione difficile del continente africano, dove però, tra le luci di Sudafrica e Algeria, passando per il Sahel che si è liberato della colonizzazione francese, ritroviamo il paese che, a dispetto di tante rivoluzioni colorate, riesce a mantenersi orgogliosamente autonomo e autodeterminato.

 Asmara

Percorriamo l’Eritrea in lungo e in largo, dal mare agli altopiani e alla depressione semidesertica verso il Sudan. Dalla luminosa Massaua sul Mar Rosso, ad Asmara, Keren, Agordat, tutte città valorizzate dall’architettura del razionalismo italiano anni Trenta, ai villaggi del bassopiano. Cristiane le città, islamiche le campagne. Le ricchezze naturali sono sempre scarse, ma l’impegno del paese e delle sue giovani generazioni è generoso e di qualità, con tanto di mano cinese per sviluppo industriale e infrastrutture. Gli abissi di povertà che conoscevamo dai tempi dell’occupazione etiopica e in cui sprofonda ancora gran parte del continente, sono stati colmati.

Da queste parti è ricorrente, se non endemica, la siccità, con conseguenti carestie. In tutto il paese si allargano quei bacini di raccolta delle piogge, che da noi, nell’evoluta Italia, vengono evocati per rimediare a un sistema idraulico fatiscente e non sono mai realizzati. Il bassopiano occidentale, verso il Sudan, largamente desertico, popolato parzialmente da nomadi appare stanzializzato e ampiamente coltivato, cittadine bombardate dai Phantom etiopici, come Agordat e Tesseney, sono ricostruite, ricche di mercati, scuole. Vitalità. Risalendo verso l’altopiano con al centro un altro gioiello dell’urbanistica razionalista, Keren, si costeggiano colline terrazzate e la rimessa in sesto delle grandi aziende ortofrutticole un tempo di latifondisti italiani e nelle quali agli autoctoni era concesso di fornire la manodopera

Nonostante gli italiani fossero padroni colonialisti convinti di un’apartheid razziale e territoriale netto, non messo in discussione dai pur numerosi matrimoni misti, con la separazione blindata tra autoctoni e coloni italiani in quartieri di cui la diversa qualità si può immaginare, le città eritree furono costruite – ovviamente per i coloni -  con eccezionale perizia e un’estetica ammirabile. I centri urbani hanno lasciato un segno di italianità che caratterizza l’Eritrea più di qualsiasi altro paese colonizzato dall’Italia e che gli eritrei hanno saggiamente fatto proprio, integrando così positivamente una loro identità

Dell’Eritrea ricordo all’istante, come per altri paesi del Sud in cui si pensava di dover portare la democrazia, gli ospedali gratuiti con i tanti medici e infermieri formati anche in Italia, oltre che in Russia, Germania, Svezia. E, assieme ai presidi sanitari, le scuole di ogni grado, altrettanto gratuite dall’asilo all’università, alle quali ci siamo dedicati con particolare attenzione e soddisfazione, tra giovani che parevano contenti di stare in questo loro paese e di dedicarci le forze, l’intelligenza, la vita.

 

 Il docufilm ripercorre la trentennale, epica lotta di liberazione del popolo eritreo dal dominio etiopico appoggiato in varie fasi prima dagli Stati Uniti, poi dall'URSS. Lotta di cui l'autore è stato testimone e cronista sul campo fin dagli anni '70. Viene poi raccontata la vicenda eritrea dall'indipendenza, sancita con referendum nel 1993, ai nostri giorni, il retaggio dell'Italia, di cui l'Eritrea è diventata  la prima colonia africana a fine '800, l'attuale campagna di demonizzazione del paese e della sua leadership basata su menzogne totalmente smentite dalla realtà, ma che hanno consentito che l'Eritrea venisse colpita da pesanti sanzioni ONU, Usa e UE.

 Il momento centrale del lungometraggio è dedicato  all'Eritrea che si offre oggi al visitatore e al potenziale amico e partner. Un paese giovane, di giovani, di straordinaria bellezza naturale, un vero paradiso turistico tra spiagge sul Mar Rosso, vertiginose montagne, altopiani e bassopiani che si estendono verso la savana e il semideserto occidentali. non ricco, ma socialmente equo e impegnato in uno sviluppo fondato sui bisogni della popolazione: istruzione, sanità, ecologia, lavoro.

In un continente in cui i grandi movimenti di liberazione anticoloniali del secolo scorso hanno tradito le aspettative dei propri popoli e hanno perlopiù prodotto classi dirigenti predatrici all'interno e clientelari nei confronti dell'imperialismo, l'Eritrea costituisce un modello di autonomia, autosufficienza, dignità, giustizia sociale. Un modello di cui poderosi interessi temono il contagio. La campagna di calunnie, le sanzioni, come le ripetute aggressioni etiopiche, sono espressione di tale timore. Se si vogliono fare paragoni, l'Eritrea di Isaias Afewerki ha risollevato la fiaccola strappata dalle mani di grandi liberatori come Lumumba, Cabral, Sankara, Nasser, Gheddafi. Per il continente africano è quello che era Cuba rivoluzionaria per l'America Latina.  

La rivoluzione eritrea nel segno di Lumumba, Sankara, Gramsci

Elias Amarè è un protagonista della nuova Eritrea fin dalla guerra di liberazione guidata dall’attuale presidente Isaias Afeworki. Intellettuale, giornalista e docente universitario, è il  dirigente del Centro per la Pace nel Corno d’Africa. Vive Tra California ed Asmara. Elias è stato il preziosissimo “capo gita” del nostro viaggio. Così ci ha parlato del suo paese.

IL Corno d’Africa è un crocevia tra Africa e Medioriente , ma anche tra Sud e Nord del mondo. Le potenze coloniali europee e poi le superpotenze hanno sempre cercato di dominare la regione. Promuovono Stati neocoloniali che stiano al loro servizio, suscitano conflitti etnici, marginalizzano popolazioni, saccheggiano territori.  Nei 50-60 anni del periodo postcoloniale questa parte dell’Africa è stata ininterrotta scena di conflitti, di cicli di guerre, con il risultato di uno spaventoso impoverimento delle popolazioni. Si tratta di una delle aree di maggiore importanza strategica  del mondo: Mar Rosso, Bab el Mandeb, l’Oceano Indiano, il Golfo Arabo-Persico. L’interesse della grandi potenze, specie di quelle imperialiste, si concentra su questa zona alla luce di una strategia di dominio globale che presume il controllo su tutte le cruciali vie di comunicazione. Senza contare che l’’Africa è tutta sotto attacco. Ai grandi predatori non sfugge che possiede circa il 50% delle risorse naturali del mondo e gran parte della sua biodiversità”.

L’Eritrea non gode di buona stampa in Occidente.

“Le grandi potenze imperialiste vogliono imporci l’isolamento. Ma non ci sono riuscite, nonostante grandi manovre politiche e propagandistiche, calunnie, menzogne. L’Eritrea ha rotto questo isolamento e ha ora significativi rapporti di cooperazione con vari paesi che hanno apprezzato le scelte del paese e hanno compreso i benefici reciproci che se ne possono trarre. In Africa, è vero, sono pochi i paesi realmente indipendenti. Ma i popoli in Africa stanno iniziando a risvegliarsi. Dopo un trentennio di vicoli ciechi, di neocolonialismo rampante, dopo quanto è stato fatto alla Libia e alla Somalia, i popoli si pongono domande e, tra le altre cose, guardano al modello eritreo”.

Il riconoscimento dei secessionisti del Somaliland da parte di Israele è motivo di preoccupazione per i popoli del Corno?

“Corrompere le classi dirigenti, renderle ricattabili, dipendenti, è altrettanto pericoloso dei complotti di destabilizzazione e degli interventi militari per procura. La corruzione è uno degli strumenti utilizzati dalle potenze straniere per ridurre le nazioni in schiavitù. Leader corrotti sono facili da manipolare e come regola essi fanno davvero poco per la propria gente, ma tutto per la propria famiglia, le proprie clientele e per l’Impero. Le grandi potenze non vogliono che l’esempio eritreo venga replicato in Africa. Lo ripeto, l’Africa ha vaste risorse naturali. Le grandi potenze vogliono provare ad appropriarsi di queste risorse. Cosa accadrebbe se altre nazioni in Africa provassero a seguire l’esempio eritreo? Ai colonialisti di certo non converrebbe”.

Cosa ti auguri per il tuo paese?

“L’Eritrea è una nazione relativamente piccola, con risorse limitate, ma sta andando bene in termini di autosufficienza e progresso. La nostra parola d’ordine è resilienza, che significa tante cose: resistenza, autosufficienza, fiducia in se stessi, tenuta nelle difficoltà. Sono qualità che, se si diffondono, credo possano darci speranza per il futuro del continente africano. Sono convinto che questo tipo di rete tra popoli e movimenti alla fine dei conti risulterà decisivo. In fondo, quel che conta quando si parla di democrazia, è la partecipazione popolare. Non la democrazia che viene imposta dall’Occidente, ma una democrazia vera, genuina, partecipatoria. Questa si deve espandere e realizzare”.

Nella tua vita hai avuto punti di riferimento?

A citarli tutti verrebbe fuori un bel mosaico: Franz Fanon, Amilcar Cabral, Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Hugo Chavez, Che Guevara, Fidel Castro …. Un bel po’ di gente, come vedi, di cui la Terra ci è stata prodiga. E nel tuo paese un’altra grande personalità che ammiro è Antonio Gramsci. Spero di essere in grado, un giorno, di tradurre estratti dei suoi Quaderni dal Carcere e vedere come il suo concetto di egemonia possa essere espresso nella nostra lingua e adattato alla nostra vita”.

 

 

 

 

mercoledì 4 marzo 2026

L’IRAN PERCHE’

 

L’IRAN PERCHE’

Fulvio Grimaldi intervistato da Francesco Fatone per TAG24

 

https://youtu.be/35XKuHZBPRQ?is=Evu0n2loU5XfZO99

Perché l’unico ostacolo serio alla realizzazione del Grande Israele dal Nilo all’Eufrate, vaticinato dai fondatori del sionismo e programmato da tutti i successori e dai domini della finanza ebraica internazionale (partiti, media, classi dirigenti) era uno stato, una nazione, una civiltà, un popolo come l’Iran.

Perché l’Iran, secondo i piani di Odet Yinon del 1982, tradotti in programma operativo dai governi israeliani, con impegno totale e finale da Netaniahu, doveva essere reso inoffensivo frantumandone l’unità-identità nelle sue componenti etniche, religiose, linguistiche. Come realizzato in Siria, Iraq, Libia, Libano. Ed eliminando con il genocidio l’ostacolo supremo, il popolo palestinese.

Perché Donald Trump, a dispetto del suo seguito elettorale, che gli aveva affidato un paese da ricostruire industrialmente, sul piano del lavoro, delle infrastrutture, lontano dalle guerre lanciate dai predecessori Democratici, di fronte al ricatto israeliano ha dovuto fare buon viso a pessimo (per lui e per gli USA) gioco. Ricatto originato dall’operazione “Reati di Pedofilia” allestito da Mossad-Epstein-Maxwell per ridurre a disposizione di Tel Aviv Trump e la classe politica statunitense, riconducendola ai termini stabiliti dai neocon del Deep State, in maggioranza sionisti. Per la propria sopravvivenza, politica e fisica, Trump non aveva scelta.

Perché, privando la Cina (che aveva appena concluso con Russia e Iran un accordo trilaterale strategico di natura economica, finanziaria e…militare!) della massima fonte dell’energia necessaria a consolidare il proprio primato economico e tecnologico, si sarebbe bloccato il ruolo dominante mondiale della Cina nel settore che caratterizza il futuro planetario.

Perché, una volta per tutte, quanto non era mai del tutto riuscito nel corso di millenni, si è fatta piazza pulita, nell’afasia dei popoli e governi del mondo, del limitante principio della prevalenza del diritto sulla violenza e si è installata la più disinibita e brutale violenza sui cadaveri della morale, dell’etica, dell’onestà, della sincerità, della libertà. Dell’umanità come la si intendeva.

L’ha esplicitato il clown travestito da cartonato napoleonico che “per essere liberi (leggi “padroni”) bisogna essere temuti e per essere temuti bisogna essere armati” (leggi pronti a picchiare per primi).

E la legge del menga, ricordate?

Non è detta l’ultima parola. Visto come siamo messi, per ora, contiamo almeno sull’implosione degli USA.

 

GUERRA APERTA IN MEDIO ORIENTE, GRIMALDI E GIUBILEI: SE IL MONDO FUNZIONA COME IL SISTEMA EPSTEIN

Rivendicazioni dei diritti di emancipazione femminile sbandierati dai media ma disattesi nel sangue, le ambiguità della AIEA, il ruolo di Russia e Cina, l’Italia che “osserva” il Board of Peace, le analogie con il sequestro del presidente Maduro. Il mondo è un sistema di paura e ricatto che si regge sul modello perverso degli Epstein Files?

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https://www.byoblu.com/2026/03/03/guerra-aperta-in-medio-oriente-grimaldi-e-giubilei-se-il-mondo-funziona-come-il-sistema-epstein/
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Inviato da Libero Mail

martedì 3 marzo 2026

 GUERRA APERTA IN MEDIO ORIENTE, GRIMALDI E GIUBILEI: SE IL MONDO FUNZIONA COME IL SISTEMA EPSTEIN Rivendicazioni dei diritti di emancipazione femminile sbandierati dai media ma disattesi nel sangue, le ambiguità della AIEA, il ruolo di Russia e Cina, l’Italia che “osserva” il Board of Peace, le analogie con il sequestro del presidente Maduro. Il mondo è un sistema di paura e ricatto che si regge sul modello perverso degli Epstein Files? ➡️https://www.byoblu.com/2026/03/03/guerra-aperta-in-medio-oriente-grimaldi-e-giubilei-se-il-mondo-funziona-come-il-sistema-epstein/  

Guerra e bugie sorelle gemelle --- BOARD OF PEACE (WAR) PER TUTTI

 


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__guerra_e_bugie_sorelle_gemelle_board_of_peace_war_per_tutti/58662_65585/

In guerra la verità è così preziosa che deve sempre essere difesa da una vigilanza di bugie (Winston Churchill)

Far fuori l’Iran, costi quel che costi

Al momento in cui scrivo è partito l’attacco. A trazione israeliana, con gli USA a rinforzo, ma politicamente costretti a reggere il moccolo. E’ partito proprio quando pareva che Tehran stesse rispettando l’estrema linea rossa fissata da Trump: la rinuncia al materiale da arricchire e la sua consegna all’estero. Il nodo decisivo stava nel tiro della corda tra, a un capo, Netanyahu e la sua cosca internazionale e, all’altro, Trump e la realtà MAGA, confortata da alti comandi di Pentagono e Servizi, sorretta dal voto di chi voleva dal nuovo presidente lavoro, non guerre. E’ prevalso il ricatto di Netaniahu.

Questo tiro della corda è metaforicamente rappresentata dal genocida di Tel Aviv, con i suoi 800.000 squadristi delle colonie e una buona parte di popolazione intossicata di odio anti-arabo dal momento in cui hanno guadagnato la facoltà di udire, che dice: “O mi fai fuori l’Iran (mica solo gli Ayatollah), o tiro fuori foto e carte di Epstein. E saresti fottuto”. Con l’altro che risponde: ”Ti riconosco la Cisgiordania giudaizzata, ci piazzo subito un consolato, ti ridò Gaza ripulita e kushnerizzata, ma risparmiami l’Iran. Quella è un’altra guerra che non vinceremo e allora addio Trump e ti perdi quello che dicevi fosse il migliore amico di Israele”.

Non è bastato. Ha prevalso la demenza criminale necrofaga di Netaniahu, della sua cricca dirigente, sostenuta da una parte non indifferente della popolazione. Del resto qualsiasi concessione Tehran avesse fatta, fino alla chiusura delle centrali di ricerca nucleare e allo smantellamento dell’armamento missilistico, non sarebbe bastata allo Stato sionista. L’obiettivo è sempre stato chiaro e irrinunciabile: via dal Medioriente, dopo Iraq, Siria, Libano, Palestina, la Repubblica Islamica, 90 milioni di abitanti, la seconda potenza petrolifera del mondo, 1.648 milioni di chilometri quadrati, una popolazione che, alla faccia delle rivoluzioni colorate, vanta una fortissima coesione in difesa della nazione. Con quell’Iran a due passi, un Grande Israele non si sarebbe potuto fare.

Colpo all’immagine e alla fiducia: decapitato il vertice politico e militare

 Tel Aviv

La risposta dell’Iran è stata immediata a conferma della forza e delle capacità del paese. Sono state colpite le maggiori basi USA in Medioriente e il cuore di Israele. Esattamente quanto a Washington e in tutti gli Stati Uniti e loro vassalli si temeva. E ci si poteva aspettare. Il blocco dello Stretto di Hormuz all’imboccatura del Golfo Arabopersico, decretato da Teheran, ferma il 25% dei rifornimenti petroliferi al mondo e taglia fuori le petrodittature del Golfo, Ne subiranno gli effetti, non tanto gli USA, energeticamente autosufficienti ed esportatori, quanto le popolazioni affidate ai mercenari europei, propagandisti dell’impero. Motivo di più per farli saltare, a cominciare dai nostri.

Ma sul lato delle passività per il mondo antimperialista e antisionista pesa moltissimo la ferita all’immagine di un caposaldo della resistenza come l’Iran. Pur sapendo e avendo sperimentato le diaboliche capacità tecnologiche di Peter Thiel col suo Palantir, probabilmente attivate anche qui, non ha saputo mettere in sicurezza la propria leadership. Sia che fossero riuniti, in vista dell’attacco annunciato da giorni, la Guida Suprema con proprio tutti i capi dell’apparato militare, Pasdaran, Forze Armate, Difesa. Più i più stretti congiunti di Khamenei. Sia che fossero stati colpiti uno per uno, nei rispettivi luoghi, grazie alle diaboliche tecnologie già collaudate a Gaza e nel Libano, dove dirigenti, giornalisti, operatori umanitari sono stati fatti fuori singolarmente, e per le quali non sembra sia stata trovata risposta.

Si deve sperare che questa debacle non incida sul morale e sulla determinazione della popolazione, che peraltro queste qualità le sta dimostrando nella contingenza attuale. Invece c’è da salutare la sicura, ulteriore demoralizzazione di una società israeliana che, ogni due per tre, si vede costretta a rintanarsi nei bunker e a tremare per vita e beni. Una condizione di insicurezza già sperimentata al tempo della guerra con Hezbollah e, in altri termini, con le Intifade, e che ha determinato la massiccia inversione dei flussi migratori

Ciò che avanza a valanga è quanto serve a tenere il mondo spaventato, spettatore paralizzato dall’ignavia, parzialmente connivente, come nel caso dell’osceno servilismo UE, e prono al più catastrofico degli esiti. Come in tutti casi, da che Storia è Storia, in cui si tratta di far mandare giù all’umanità bocconi indigeribili, chi vince e persuade, o induce rassegnazione, è la menzogna. Di questo dato, connaturato a coloro che detengono il potere, continuiamo a dimenticarci. E abbocchiamo. E subiamo.

Per quanto riguarda la geopolitica dell’emisfero occidentale che gli USA, con al guinzaglio l’UE, provano a determinare, viviamo in una realtà totalmente travisata ovunque si tratti di risolvere questioni e raggiungere obiettivi determinati dalle oligarchie al comando. Molti di noi ne sono perfettamente coscienti, data la brutalità e la primitività di certi rovesciamenti della realtà, ma poi è talmente compatta, corale, violenta, la diffusione della bugia, che piano piano il pensiero critico fa fatica e si acquieta.

Bugie che si autodistruggono

Esempio. Una guerra, quella lanciata, senza la minima presenza di un pretesto. O con pretesti talmente falsi – bomba fra una settimana, missili su Europa e USA, massacri della propria gente - da sembrare partoriti da un gioco d’asilo infantile. L’Iran, non minaccia nessuno da sempre, semmai ha dato una mano a Hezbollah che, al momento, non pare rappresentare una minaccia. Dal 1979, anno della rivoluzione, l’Iran si è impegnato a rifiutare l’armamento atomico e persegue lo sviluppo di energia civile tramite un modestissimo arricchimento dell’uranio che non ha mai superato il 20%, quando per la bomba occorre superare il 90%. Ha firmato il trattato di non proliferazione (Israele no e ha almeno 200 ordigni nucleari), si è fatto ispezionare regolarmente dall’AIEA, organismo ONU per questi controlli, ottenendone la conferma, ha firmato con Obama un accordo, stracciato da Trump, che confermava i suoi impegni. Avrebbe dovuto ottenere in cambio la revoca di sanzioni al limite del genocidio strisciante. Cosa mai verificatasi. Tuttavia l’assemblea generale dell’ONU resta ammutolita e passiva davanti a un capo di governo, baro e genocida, che illustra alla lavagna come l’Iran sia a un passo dalla bomba atomica. Ora Salvini gli ha fatto da pappagallo.

 

Di fronte a questa realtà incontrovertibile. tutta l’incessante aggressività di USA e Israele, condivisa propagandisticamente da una UE nel ruolo di valletta reggimicrofono, rappresentano un crimine di falsità e manipolazione dell’opinione pubblica mondiale che per trovare un precedente si deve ricorrere almeno al genocidio dei nativi d’America, preteso nel nome della loro barbarie e della nostra superiore civiltà.

Esempio. Come è possibile che coesistano, senza farci esplodere le sinapsi, due concetti rispettivamente incompatibili come: la Russia è allo stremo, la sua economia è sbrindellata, per contenerli gli oppositori vengono avvelenati, la rivolta popolare serpeggia, i soldati sopravvissuti al milione di caduti sono costretti ad avanzare di qualche metro al mese a forza di fionde e vanghe in mancanza di munizioni, non si vede più un carro armato russo operativo, da anni conquistano solo campi e casolari…

Dopodichè: dobbiamo riarmarci, doppiamo convertire l’economia di pace in economia di guerra, fuori i miliardi dalle tasche dei cittadini, volgere l’automotive in carri armati e cacciabombardieri, le fabbriche di würstel e crauti in droni, perché la Russia, al massimo fra tre anni, ci salta addosso e rischia di farci fuori tutti quanti fino all’ultimo lusitano. E se lo dicono due signore come von der Leyen e Kallas, con la nonna rapita da un russo…

Ovvio che coloro che diffondono queste bufale non ci credono. Il problema è che non ci crede quasi nessuno, ma tutti fanno finta di crederci e agire in conseguenza non al dubbio, ma alla bugia.

Qualche esempio di totale mendacio, solidificato a forza di ripetizione e perpetuato come scontato perfino dai più meticolosi tra cronisti, analisti e storici?

Il falso si impersona in manipolatori, infiltrati, false flag

L’attualissimo caso del progetto israeliano che si tira dietro il ricattato Trump e i da sempre volenterosi neocon di uno Stato Profondo tutt’altro che rassegnato al MAGA, per ora ha realizzati i primi due elementi del falso. La manipolazione dei tumulti, con le sue presunte 10.000, poi 20.000, poi 30.000 vittime dei masskiller Pasdaran, mutati da forza militare in banda terrorista, che azzerano, grazie alla collaborazione del 90% dei media, i dati statistici e video forniti dal governo. Inattendibili perché di una civiltà inferiore. Dati che danno nomi, cognomi, circostanze della morte delle vittime, in maggioranza poliziotti, vigili del fuoco, esponenti delle amministrazioni, colpiti per strada, nei luoghi delle loro attività: caserme, commissariati, municipi. Impagabili,e un must collaudato in tutti i regime change, le manifestazioni di sostegno al governo fatte passare per quelle delle opposizioni.

Quanto ai manifestanti uccisi - e ce ne saranno pure vittime della repressione -personalmente mi ricordano le prime rivolte siriane a Daraa. Proliferavano i video in cui si vedevano manifestanti armati sparare, da posizioni defilate, vuoi sulla polizia, vuoi su altri manifestanti. Una costante: la necessità di una strage di civili da attribuire al governo. Che poi si specchia nelle stragi del governo da caricare sugli oppositori. Grande uso ne fecero i servizi britannici nell’Irlanda del Nord dove i pub dei lealisti fatti saltare erano, par force, terrorismo dell’IRA.

Il che ci riporta all’elemento “infiltrati”. Non sono mai mancati in Iran, e io li ho visti operare anche in occasione delle proteste contro l’esito del voto che inaugurò il secondo mandato di Ahmadinjad.

Del resto ormai i mandanti se li attribuiscono direttamente e se ne vantano, a conforto dei casinari in piazza: gruppi curdi armati provenienti dal vicino Kurdistan iracheno, separatisti beluci e gli storici MEK, Mujahedin del Popolo, gruppo terrorista ospitato da Saddam ai tempi della guerra con l’Iran, poi trasferiti a Washington e ora, sotto tutela CIA, operanti dall’Albania. Sono i responsabili dell’assassinio di scienziati iraniani e di vari attentati contro civili. Alto e forte è echeggiato dalle tv, dai giornali e dai social il messaggio indirizzato ai tumultuanti in piazza: Guardatevi attorno, noi, CIA e Mossad, siamo al vostro fianco. Si è perfino esposto Mike Pompeo, ex-segretario di Stato ed ex-capo della CIA. Più chiaro di così….

Resta sospesa su questo quadrante della bellicosità occidentale la False Flag, falsa bandiera, peraltro quasi immancabile in quasi tutte le guerre e rivoluzioni colorate allestite dagli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una per tutte: l’11 settembre attribuito ad Al Qaida e a un suo presunto capo, Osama Bin Laden. Lo realizzano piloti acrobati che sanno infilare, quasi rasoterra, quell’ago nel pagliaio che sono due torri e il Pentagono. Aerei e relativi passeggeri svaporano. I grattacieli, compreso uno manco colpito, vengono giù a piombo, con esplosioni di piano in piano, si dice perché il kerosene degli aerei avrebbe fuso, in un attimo, i 47 pilastri d’acciaio e le 236 colonne perimetrali, assicurati inincendiabili, che reggevano tutto. Da un terrazzo di fronte, già prontissimi, tre individui filmano la cosa mentre avviene e saltellano per la soddisfazione. Vengono arrestati. Poi rilasciati: sono agenti dei Servizi israeliani. E chi s’è visto s’è visto.

Morto di nefrite, ucciso dai Marines un anno dopo

Osama, ricco immobiliarista saudita nascosto in una caverna afghana, muore di insufficienza renale, attaccato agli apparecchi, in una clinica ad Islamabad nel 2002, dopo che prima, attaccato al macchinario in una clinica del Dubai, lo aveva visitato un emissario CIA. Della morte e relativo funerale parlano i giornali pakistani. Poi, ovviamente, lo riuccidono i Marines nel 2011 a Abottabad, pure Pakistan, ma - per evitare domande? - ne buttano il corpo in mare e di prove DNA non ce n’è. Una foto della sua faccia ferita risulta un falso e chi s’è visto s’è visto. Obama fa sapere che le foto della salma sono così atroci da non potersi esibire. Ognuno tragga le sue conclusioni. Ma almeno escluda le fede cieca in quanto costoro ci raccontano.

Abbiamo detto delle manipolazioni in Iran e Siria. Che dire delle fosse comuni in cui Gheddafi avrebbe stipato le vittime dei suoi bombardamenti di oppositori civili, dove non c’erano né bombardamenti, né bombardieri, né fosse comuni, ma solo le immagini delle normali buche scavate dai seppellitori del cimitero di Tripoli? O del viagra che, secondo una storiaccia inventata da una famosa Ong umanitaria, Gheddafi avrebbe distribuito ai suoi soldati perché con più foga violentassero donne libiche (casualmente elettrici del governo di Gheddafi)?

Ucraina, spariti otto anni di guerra civile

 

Della manipolazione su chi ha incominciato in Ucraina ho detto tante volte, ricordando l’episodio emblematico del mio incontro con Pierluigi Bersani a Di Martedì. Lui che imperversa contro i russi che “il 24 febbraio 2022 hanno iniziato il conflitto invadendo l’Ucraina”. Al che io gli ricordo il golpe obamiano di Kiev del 22 febbraio 2014, i massacri di piazza Maidan per opera dei battaglioni nazisti Azov, la cacciata del presidente democraticamente eletto e che voleva l’Ucraina neutrale e amica di tutti e, soprattutto i successivi 8 anni di guerra ai russi d’Ucraina che rifiutano il ritorno del nazismo e la guerra a chi li aveva liberati.

Conclusione di Bersani: “Ma questa è storia!”, corredata da spallucce. E Floris cambia argomento. Devo aggiungere l’Iraq, con la famosa fialetta del Segretario di Stato, Colin Powell, eroe di guerra, che “conteneva un campione delle armi di distruzione di massa di Saddam”? O lo yellow cake, uranio che, grazie ai servizi italiani, l’Iraq avrebbe contrabbandato dal Niger per farsi l’atomica? Quell’atomica che, a proposito di manipolazioni, il supernucleare Netaniahu ha indicato all’ONU come di imminente fabbricazione in Iran. Quella bomba i cui presupposti tecnico-scientifici Trump, al culmine grottesco delle manipolazioni, giura di aver annientato nella “guerra dei 12 giorni”, ma che ora, miracolosamente, sono tornati talmente minacciosi da dover richiedere l’intervento davanti alle coste iraniane della più grande armada aeronavale dal tempo della guerra all’Iraq.

Dobbiamo essere parecchio annebbiati, o distratti da altre incombenze (Pucci che non va al Festival di Sanremo?), per dar retta a simili patacche e alla sfrontatezza di simili pataccari. Che poi sono gli stessi, in continua escalation, di tutte le guerre maggiori dal 1945 in qua. A titolo di esempio vediamone due, la cui configurazione storica sembra ormai basata su dati incontrovertibili.

La guerra NATO, senza ONU, di D’Alema e Mattarella

Serbia. Saltiamo la manipolazione secondo cui il “dittatore” Milosevic trucidava e torturava la sua gente e gli albanesi del Kosovo e merita di essere stato fatto crepare in carcere all’Aja (tribunale messo su e pagato dall’aggressore). Saltiamo anche la False Flag Racak, gennaio 1999, località dove 45 miliziani kosovari, caduti in combattimento contro l’esercito nazionale serbo, vengono rivestiti di abiti civili, bucati da una pallottola alla nuca, e fatti passare per cittadini innocenti passati per le armi dagli sgherri di Milosevic. E’ William Walker, delegato dell’OSCE in Kosovo, che giura si sia trattato di torture ed esecuzioni a freddo. In precedenza, da ambasciatore USA, aveva coltivato gli squadroni della morte che, 1988-19992, insanguinarono il Salvador ribelle.

 

Passano un paio di mesi e io e la mia collaboratrice Sandra ci troviamo in un ospedale di Belgrado portati a vedere incubatrici vuote. Erano spariti i neonati, morti per mancanza di corrente dato che, nei primi giorni dei bombardamenti (D’Alema, Mattarella), la NATO si era premurata di bruciare l’intera rete elettrica della Serbia. Poi, per lasciare la sua orma nei secoli, venne anche con le bombe all’uranio di provato effetto iracheno. Quelle di cui mi ero già reso conto a Bagdad tra i bambini nati senza braccia, senza orecchie e con un solo occhio, tra l’altro collocato dalla parte sbagliata….

Srebrenica, regina delle False Flag?

Eppure tutti zitti e a commemorare Srebrenica. Serbi cattivissimi pensavano di mantenere serba la Serbia quando la NATO aveva deciso che diventasse Bosnia, islamica e sotto il  presidente Izetbegovich, anche un tantino fascista. Come del resto il croato Tudjman, dichiaratosi erede di Pavelic, quisling croato sotto i nazisti e, dunque, sterminatore di serbi nelle Krajine (250.000 cacciati). A Srebrenica si era combattuto e caduti c’erano da entrambe le parti. Ma i serbi persero. E una volta lontani, quei caduti bosniaci in combattimento divennero 8000 civili trucidati dai generali Mladic e Karadzic. E tali rimasero, anche se molti di loro poi miracolosamente ricomparvero, addirittura nelle liste di candidati alle elezioni.

Sembra la ripetizione di Timisoara. Il massacro nel 1989 in quella città romena, attribuita alla repressione del presidente Ceausescu, era una notizia poi provata completamente inventata. Si parlò del ritrovamento di fosse comuni contenenti fino a 12 000 civili uccisi dalle forze sicurezza. Restò credibile per il tempo che occorse per la barbara esecuzione di Ceausescu e della moglie Elena, fucilati senza l’ombra di un decente procedimento giuridico, e per la damnatio memoriae del socialismo, quanto meno nei Balcani orientali. Resistette la Serbia, a cui la fecero pagare dieci anni dopo.

Srebrenica, a eterna dannazione di una Serbia che insiste a essere serba, viene celebrata ogni anno. Una decina di inchieste effettuate e che hanno smentito, con forza di dati e testimoni, l’assunto ufficiale, non le menziona anima via. Andrebbero citati, tra questi ricercatori, lo scrittore austriaco Peter Handke, profondo conoscitore degli eventi balcanici e premio Nobel per la Letteratura, l’accademica USA Jessica Stern e perfino Mladen Grujicic, sindaco di Srebrenica.   Anche qui, ognuno è padrone delle sue conclusioni.

Ruanda, un genocidio “occidentale” che punta al Congo

Passo a quello che, per me, è l’esempio più strepitoso di falsificazione bellica in salsa neocolonialista, anche perché l’unico a non essere stato messo in discussione, se non da un accademico britannico, Christopher Black, criminologo, storico e avvocato al tribunale internazionale sul Ruanda, destinato alla damnatio memoriae, senza che nessuno mai abbia saputo negarne le conclusioni. L’indiretta conferma della sua tesi, totalmente contraria alla narrazione marmorizzata, venne dall’assoluzione, in quel tribunale, del generale ruandese Augustin Ndindiliyimana, falsamente accusato della falsa strage dei Tutsi.

La storia è lunga e complessa. In sintesi, dopo l’indipendenza nel 1962, la colonia belga del Ruanda, popolata da una maggioranza di etnia hutu, dedita ad agricoltura e pastorizia e da una minoranza di Tutsi feudatari, allevatori e fiduciari del padrone coloniale, vede la presa del potere degli hutu e l’instaurazione di un’economia parasocialista e anticoloniale. Il gruppo dirigente Tutsi si rifugia nella vicina Uganda. Da lì si susseguono, con l’appoggio di Uganda, Belgio e Francia, incursioni armate di milizie Tutsi che mirano a destabilizzare il governo. Quella del 1994, supportata dagli ex-padroni coloniali, è vincente e si risolve nella presa di potere dei Tutsi e in un bagno di sangue di…hutu. Tutto il rovescio di quanto passato a futura e perenne memoria dai gazzettieri del molto soddisfatto mondo coloniale revanscista.

Ma l’obiettivo vero di tutto questo non è tanto il piccolo e, dal punto di vista delle risorse, insignificante Ruanda. La preda sono le sconfinate e indispensabili risorse minerarie del contiguo Congo, nel quale il Ruanda penetra a cuneo. Repubblica Democratica del Congo che da decenni se la deve vedere con una guerra civile agita da varie fazioni esterne – compagnie minerarie - e in cui ci si contende cobalto, oro, rame, tungsteno, terre rare, perlopiù concentrati nella regione del Kivu. Dove, non a caso, nel 2021 ci ha lasciato le penne anche il nostro ambasciatore Luca Attanasio che, evidentemente, non ci doveva buttare l’occhio. L’operazione  neocolonialista “Strage dei Tutsi” in Ruanda, aveva nel mirino il recupero del Congo minerario.

Oggi la regione è invasa e occupata a partire dal 2021, a dispetto della resistenza dell’esercito congolese, dal Movimento 23 Marzo, formazione di tutsi in maggioranza ruandesi e quelli congolesi sono trapiantati dal Ruanda. E dietro al M23 chi ci può essere se non coloro che hanno fomentato la distruzione del Ruanda democratico per affidarlo, dal 2000, a uno dei vicerè africani più affidabili, Paul Kagame, già protagonista degli eventi sanguinari del 1994 e seguenti. E uno di quei dittatori che all’Occidente dirittoumanista vanno benissimo.

Per finire, il pensiero non può non correre alla Palestina, oggi devastata e svuotata della sua popolazione millennaria per motivi e scopi analoghi a quelli che causano i sommovimenti tra Ruanda e Congo. Solo che qui si sostituiscono le risorse minerarie congolesi con le speculazioni immobiliari in riva al mare dei palazzinari americani e con le appropriazioni fondiarie finalizzate al Grande Israele.

Il cane da guardia s’è girato dall’altra parte

Sapete quale è il fattore che ha reso possibile che ci passasse sopra come uno schiacciasassi una storia raccontata all’incontrario e spesso del tutto inventata. Diceva Humphrey Bogart “That’s the press, baby”. E’ la stampa, bellezza. Ma l’aggiunta è dimenticata e non per caso: “and there’s nothing that you can do”: E non ci puoi fare niente. E lo dice quando il famoso cane da guardia del potere, cioè a nostra protezione DAL potere, s’è girato e s’è messo di guardia DEL potere.   

L’hanno capita dopo il Vietnam. Mai più un Seymour Hersh che ti racconta della strage di donne e bambini fatta dai Marines a Mi Lay. Che poi finisce che ti spieghi come la CIA, travestita da marinai ucraini, abbia fatto saltare il Nord Stream…  

Troppa stampa, troppo diversa, troppo libera, troppi editori. Parola d’ordine: concentrazione. E negli ultimi decenni del ‘900 e nei primi di questo secolo si sono comprati tutto, Reductio ad unum. Dal latino: ricondurre molteplici fenomeni, cause o concetti diversi, a un unico principio esplicativo.

E così che, secondo gli studi degli storici del giornalismo, negli USA le fonti d’informazione considerate autorevoli si sono ridotte da 150 a 6. E noi siamo ridotti a La Stampa, il Corriere, Repubblica, Mediaset, Telemeloni. Il resto è robetta: L’intendence suivra, si assicurava Napoleone, l’Intendenza seguirà.  E campa grazie, non ai lettori, ma alla pubblicità. E chi gliela dà se non gli imprenditori che, oltre ad automobili, missili, cliniche, palazzi, farmaci, carburanti, fanno anche gli editori?                                                                                     

 

 

venerdì 27 febbraio 2026

Fulvio Grimaldi --- Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie --- QUALE RICORDO?

 

 

Fulvio Grimaldi

Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie

QUALE RICORDO?



https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__giorno_del_ricordo_tempo_di_necrofagie_quale_ricordo/58662_65453/

Sono in ritardo rispetto al 10 febbraio 2026, ma molto in anticipo per il 10 febbraio 2027.Se facciamo la media, si può pubblicare. Del resto la ricorrenza dell’Esodo si estende dal 10 febbraio al 1. Marzo, come da programma riprodotto nella locandina.

I giorni stabiliti da qualcuno che intitola i capitoli della Storia alla memoria delle donne, dell’infanzia, delle balene, della terra, della Shoah… sono perenni e dovrebbero investire di sé tutti i giorni e tutto l’anno. A questo punto, entro il 1 marzo, avremo superato anche il Giorno del Ricordo, ricorrenza nella quale persone vere si avvolgono nella rimembranza e nella rievocazione di vita, sofferenza e amore per radici appassite. Altre, figuranti di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, si illuminano di menzogna.

 Questo mio articolo è scritto in occasione di una di queste ricorrenze. A me particolarmente cara. Anche perché molto trascurata e, soprattutto, sfigurata.

 

Necrofagia

Siamo off topic alla luce di tutte le turbolenze che agitano ormai quasi ogni centimetro quadrato del pianeta? Non credo. Ciò che ci mantiene nell’attualità è la continuità necrofaga di un regime che, in discendenza da quello del quale ripropone modi, contenuti, obiettivi e cattivo gusto, non perde occasione per stabilizzarsi su strati di morti. C’è un filo nero che perpetua la necrofagia come si è manifestata alla foiba di Basovizza. Qui la premier si è impegnata a erigere sugli scheletri il falso vittimistico del mostro titino antitaliano.

Il tardivo scagliarsi su una Jugoslavia non più comunista (ma nondimeno distrutta) fa parte di un’impostazione tattica, divenuta strategica dal momento della presa del potere e dell’allineamento con chi ti dice “beautiful woman” per farti fare quello che gli pare. Anticomunismo senza comunismo, ma in netta continuità fascista dove, tra le altre cose, si ricupera una rimpianta tradizione colonialista proponendosi, in combutta con avvoltoi-guida tipo Blackrock, a racimolare quanto cade dalla tavola della ricostruzione ucraina. Ricostruzione resa possibile da milioni di caduti, milioni di sfollati, milioni che hanno perso tutto. Milioni utili a spianare la strada ai bulldozer di un saccheggio lungamente covato.

La Meloni, che alla foiba di Basovizza intossica sacrosanti ricordi, piantandoli su scheletri rubati alla verità nel nome dei suoi referenti storici, responsabili veri, è la stessa che, travestita da “osservatore”, si è proposta come sguattera ai banchetti allestiti da Trump a Gaza. Anche qui conta sullo strapuntino alla tavola della nuova Gaza dai grattacieli kushneriani solidificati, come in Ucraina, da fondamenta piantate sugli strati di ossa stesi con lungimiranza in tre anni di genocidio. Da Basovizza a Kiev a Gaza, tout se tient.

Morire, dormire, forse sognare… Affermare, negare…

Viaggiamo nei paradossi. A ogni negazionista corrispondono inevitabilmente uno o più affermazionisti. A loro volta questi, a dispetto loro, risultano negazionisti riguardo a quanto affermano i negazionisti, divenuti a loro volta affermazionisti. Ma lo Zeitgeist imperante fa sì che agli affermazionisti che si confrontano con i negazionisti vengono attribuiti a priori la ragione, il vero e il giusto, così come vengono assicurati consenso e buona ragione ai negazionisti delle affermazioni dei negazionisti. E’ tutto questione di prospettive. Determinate da interessi, più che da dati. Ma di una cosa possiamo tutti essere certi: che dei negazionisti gli affermazionisti hanno una paura fottuta. La caccia alle streghe negazioniste si spiega solo con il terrore che degli affermazionisti si possa scoprire cose gravissime.

Ricordate che cosa succedeva a certi nostri temerari antenati che, con ancora granelli di libertà classica nelle vene, mettevano in discussione, che so, la transustanziazione dal corpo di Cristo nell’ostia, o, al Concilio di Nicea I, che padre e figlio fossero della stessa sostanza, in senso aristotelico, o non piuttosto due distinti esseri divini? Anche lì la paura dei dogmatici in fieri si estrinsecava in “eretici” bruciati, o sepolti vivi, da imperatori cristiani o vescovi. Oggi col negazionista, in sempre più paesi, ci si limita alla morte civile, se non al carcere. Cosa si teme?

Giornata del ricordo…strabico

Confusione? Passiamo a un esempio, uno che in questa parte dell’anno è di tendenza: le foibe. Chi nega che in quei buchi sul Carso siano stati gettati, solo dai feroci partigiani titini, solo innocenti cittadini, solo perchè italiani e, magari, non comunisti, è un negazionista messo alla gogna dall’affermazionista che invece sancisce quella narrativa e, inesorabilmente, diventa a sua volta negazionista della versione affermata dalla controparte.

La quale versione potrebbe, supponiamo, essere fondata su documenti ineccepibili, grazie alle ricerche di storiche eminenti come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, mai contraddette e non contraddicibili perché documentate, che nelle foibe finirono per primi sloveni e croati rastrellati dai fascisti nelle loro terre. O che tra il 1941 e il 1943 il regime di Mussolini invase e si annetté vasti territori di questi due popoli, che i fascisti condussero in Istria e Dalmazia sanguinarie pulizie etniche, che i campi di concentramento in cui chiusero chi, tra tante altre disobbedienze, non rinunciava a parlare la sua lingua, non avevano niente da invidiare a quelli tedeschi, o a quelli di Graziani in Libia che dettero un cospicuo contributo, insieme a pozzi avvelenati e villaggi inceneriti, all’eliminazione di un terzo della popolazione di quel paese. O che i partigiani slavi, o anche solo i civili di quelle nazioni in lotta di liberazione dai nazifascisti sotto la guida del maresciallo Tito, catturati dagli oppressori fascisti, venivano sommariamente passati per le armi.

E che, in risposta a tutto ciò e del dato storico che nessuna rivoluzione, o guerra di liberazione, può essere un pranzo di gala, quella di Tito e degli jugoslavi, per la loro parte delle foibe, fu reazione, risposta, contrappasso rispetto a un immenso torto subito. Cosa che i patriottardi a corrente alternata, a partire dal loro capo istituzionale supremo, animato dal Sacro Fuoco del credo patriottardo-imperialista “right or wrong my country” (Giusto o sbagliato, è il mio paese), preferiscono ignorare, occultare, voltarsi dall’altra parte. Un conto è sdraiarsi ai piedi di Trump, Merz e addirittura di una tagliagole delle guarimbas venezuelane alla Machado, sostenere un traffico di merce umana sottratta alla sua terra, messa da potenti operatori a servizio di mafie e grandi distribuzioni (di cui i caporali sono i terminali) a scapito degli autoctoni; e un conto è raddrizzarsi ed ergersi fieri contro la barbarie slava, in nome della civiltà “dell’Istria e della Dalmazia italiane”. Ma che, davvero?

Chi partì, chi rimase

Di questa storia delle terre ex-irridente, me ne intendo un po’. Ci sono stato e ristato. Ci ho girato servizi e scritto articoli (che, se fossero usciti oggi nel TG3, avreste avuto modo di sentire rabbrividire l’intero Quirinale). Sono rimasti in circa trentamila, nei centri lungo le coste. In alcuni paesi, come San Gallicano, sono addirittura la maggioranza ed esprimono il sindaco. In altri, Parenzo, Rovigno, Pola, Fiume, sono ridotti al lumicino e si battono per l’identità, specie se erano rimasti perché comunisti e Tito gli andava meglio di De Gasperi o Andreotti. Anche perché Tito, con i serbi che da soli si erano liberati dal nazifascismo, andava costruendo una nazione fieramente indipendente dai vassallaggi mafio-atlantici a cui veniva destinata l’Italia. Nel rispetto di tutte le minoranze.

Erano i tempi della bella Jugoslavia. Dopo Tito, Milosevic. Al Centro Italiano di Rovigno ho conosciuto due bravissimi deputati italiani, comunisti. Nella Croazia di oggi non sono più ammessi. Gli chiudono i circoli, gli devastano i cimiteri, gli proibiscono eventi culturali, fosse anche solo un coro di vecchie canzoni. Sotto Tito e Milosevic non succedeva.

Sono quelli che sono rimasti, quando altri 300mila sono partiti, un po’ per paura del comunismo, ad arte indotta da voci di una madrepatria, che poi di loro, spiaggiati in Italia, nei campi, abbandonati alla cattiva o buona sorte, se ne sono fregati due volte. Un po’ per non diventare stranieri a casa loro. Non lasciavano terre italiane, quelle erano perlopiù abitate da slavi, contadini; lasciavano città italiane, quelle dove s’erano impiantate prima Roma e poi Venezia per garantire le proprie rotte. Nessun ricordo della vergogna di come fossero stati indotti all’esodo, vicenda sempre straziante, tragica, degna della massima solidarietà, cura, del massimo rimedio e della massima ricompensa all’amor patrio. Fu diversa l’accoglienza, l’assistenza riservata dalla Germania ai suoi 12 milioni (dodici) di espulsi da terre tedesche, Slesia, Pomerania, Prussia Orientale, Brandeburgo….

L’Italia si volta dall’altra parte, Simone Cristicchi no.

Del risentimento tramutatosi, nei lunghi anni dell’imbarazzo e della trascuratezza di regime, in tristezza e poi in rassegnata ma mai sopita malinconia, dell’amara dolcezza della nostalgia, qualcosa traspira nelle bellissime canzoni del polesano Sergio Endrigo. Ma chi ne ha tratto il racconto più vero, tragico e di condanna nei confronti dell’ignavia italiota, è stato Simone Cristicchi con lo spettacolo “Magazzino 18”: un accorato, sensibile, sacrosanto itinerario nelle vite dimenticate di questo esodo, mediato dagli oggetti, carte, mobili, fotografie, ammassati in un deposito triestino e mai più recuperati. Forse per evitare altro dolore.

 

Sinistre ottusità

Curiosamente mi è rimasto vivo nella memoria, tra tanti impalliditi, il ricordo di due manifestazioni di ottusità “sinistra”. Quanto un dotto esploratore dei testi sacri del marxismo-leninismo definì “coglione fascista”, il più intelligente e rivoluzionario indagatore dell’animo umano della prima metà del secolo scorso, il più spietato demolitore della borghesia italiana e della sua sclerosi, Luigi Pirandello. Per il mio interlocutore contava solo che avesse indossato la camicia nera. Il resto, cioè il tutto, non lo capiva. E poi quando, pubblicato in Facebook e nel blog il mio apprezzamento per il lavoro di Cristicchi, una canea “sinistra” mi investì con indignato biasimo per non avere denunciato la sostanziale omertà dell’autore, perché non aveva detto dei crimini fascisti. Come se la tragedia di un esodo potesse essere in qualche modo inquinata, forse addirittura ridimensionata dal fatto che tra gli esuli e in chi li accompagnava narrandoli, potevano esserci connivenze, vicinanze con le atrocità nazifasciste. Erano 300mila sradicati e dispersi, porco mondo! Come i palestinesi. Cristicchi, benevolo e paziente, aggiunse al copione una sequenza su quelle colpe.

Politeismo della libertà, monoteismo del dogma

Torniamo al fenomeno del negazionismo, anatema dei tempi che corrono. Non crimine in sé, ovviamente, dato che è una scienza inoppugnabile come la storiografia che lo giustifica. Ma crimine per colui che afferma, sostiene e impone il dogma, pensiero unico, in ciò facilitato dal pensiero unico globale partito qualche millennio fa dalla Palestina, lì poi ribadito e infine sussunto anche da altre fedi monoteiste. Colonna portante del capitalismo. Parliamo della catastrofe umana che ha posto fine alla civiltà greco-romana, quando alla molteplicità delle religioni e degli dei, tutti reciprocamente tollerati, anzi cooptati in un pluralismo che, anziché annullare le identità, le esaltava nel rispetto e nello scambio, senza livellare nulla in quello che oggi demenzialmente si auspica nel cosiddetto meticciato multiculturale. Alla filosofia sostituirono la teologica, all’umano si impose il metafisico, al corpo di terra il divino del cielo, alla dialettica il dogma.

E i negazionisti? Già allora al rogo. Massacri inauditi per secoli. Per ora, a negare qualcosa, il riscaldamento climatico, i vaccini, le foibe, la democrazia ucraina che salva il Donbass dal marxismo-leninismo e impedisce all’orso russo di divorare l’Europa fino a Lisbona, l’estinzione pianificata dei palestinesi e il terrorismo sistemico israeliano da 80 anni a oggi, fatti passare per autodifesa, si viene seppelliti dal discredito. Ma anche solo ad avanzare il dubbio, connaturato alla storiografia e alla scienza, in molti paesi si rischia l’esclusione, il dimensionamento, il carcere, la morte civile. Un euro-ente e una euro-capa non eletti si permettono di sottrarre a giornalisti, analisti, commentatori non conformi, le condizioni basilari per la vita.

 La storiografia, o è compatibile con chi dirige l’orchestra, o è cacofonia da sopprimere. La scienza, la ricerca, l’investigazione, la giustizia, ontologicamente indagine tra opzioni diverse, è diventata tavola della legge quando favorisce il sentire comune indotto da pubblicità, consensi e consumi comprati o imposti. E’ discutibile, opponibile, addirittura rigettabile, quando non lo fa. Tipo quando delude e blocca i mazzettari e speculatori del TAV, o del Ponte. O incide su miti costruiti a tavolino e strumentalizzazioni pro domo sua con rivelazioni sul blocco, storico e attuale, mafie-Stato.

Con uno sforzo immane di poche intelligenze eravamo riusciti, in felici momenti storici, a rompere il dogma e a recuperare la dignità del confronto insegnatoci dai classici. E fu l’umanesimo e il rinascimento in Italia, l’età dei lumi e della rivoluzione in Francia, quella dei filosofi in Germania, le lotte di liberazione laiche e socialiste dei colonizzati, quella d’Ottobre, quelle cubana e chavista, nel nome dell’unica verità e dell’unica civiltà, tutti i momenti alti di laicità e primato sociale dei giusti.

Momenti in cui, disobbedendo al dogma, sottraendoci a quanto altri pretendevano da noi, avevamo ritrovato l’anima. Esattamente come Vitangelo Moscarda nel Pirandello di “Uno, nessuno, centomila”, quando si libera della “verità” costruitagli addosso da coloro a cui conveniva.

Ora le tenebre tornano. E la classe dirigente non può non stare con i golpisti del pensiero unico neoliberista, diritto-umanista, globalista, oligarchico, autocratico, nel quale si avvolgono l’imperialismo, i suoi scherani, i suoi sacerdoti, i suoi sguatteri. E’ dogma, come piace ad essa e come, a chi ne sta fuori, può essere impartito di tutto, decreti Sicurezza come se piovessero cavallette. Come praticava e imponeva l’Inquisizione di Torquemada. Così il negazionismo trionfa, brandito da affermazionisti succedutisi dal Barone di Münchhausen, attraverso Odisseo, Cagliostro, Charles Ponzi, fino al falso racconto del 7 ottobre, di Maidan, delle proteste in Iran. Fino a Piantedosi, o all’agenda di Draghi e, se gradiamo il parossismo, a Trump.