martedì 10 marzo 2026

Dopo Palestina, Libano, Siria, Venezuela e Iran, l’Eritrea? --- TRUMP E NETANIAHU: E ORA IL CORNO

 

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Grande Israele e raggio d’intervento

Guarda lontano e in tempo il Grande Israele in fieri. Priorità prima: prendersi ciò che l’ONU, nel 1948 ti aveva dato per poco più di metà. Poi prendersi tutta la Palestina. Poi del Libano un pezzo, quello con l’acqua, e la subalternità, poi della Siria il Golan e buona parte del sud del paese frantumato con il concorso di partner come USA (questo sempre), Turchia dei Fratelli Musulmani (organicamente dalla parte di chi rifiuta identità e sovranità arabe) con rispettiva milizia terroristica ISIS e Curdi. Infine l’Iran in quanto cadavere o, almeno morituro.

Infine, per modo di dire. Stabiliti rapporti di reciproco riconoscimento e di collaborazione con Stati in posizioni strategiche come Marocco, Kenia, Costa d’Avorio, è nel Ruanda come in Uganda, due sottoposti dell’imperialismo che servono a depredare il Congo a vantaggio delle compagnie minerarie occidentali,  che Israele rinnova il suo ruolo di occhio onnipresente, di consulente Mossad, di agevolatore di affari che si avvalgano delle sue tecnologie militari e di sorveglianza e siano ricambiati con cobalto e terre rare. Non mancano i mercenari di Academy (già Blackwater) di Eric Prince da sempre in stretta collaborazione politico-operativa con gli analoghi elementi israeliani. Un ruolo praticato con alterno successo in America Latina, a partire dalla base di Bogotà, in quella Colombia che era chiamata l’Israele del subcontinente e che ora Gustavo Petro se l’è portata via (ce ne sarà anche per lui, come per il Venezuela moderatizzato e per l’Honduras da Trump restituito al narcotraffico).

Infine per modo di dire anche per l’Africa, dove la Menorah, il candelabro a sette braccia in arrivo dal tempio di Salomone sta illuminando di colonialismo sionista larghe lande del continente. Ne scegliamo una, forse la più significativa per gli obiettivi strategici formulati da Herzl e ribaditi con assoluta coerenza da un secolo e un quarto a questa parte: il Corno d’Africa, area di turbolenze croniche e potenzialmente più devastanti perfino degli attuali casini in Medioriente.

Sta sullo stretto di Bab el Mandeb che divide l’Oriente dall’Occidente e controlla il Mar Rosso e, a seguire, il Canale di Suez, da dove passa metà del commercio mondiale e tantissimi idrocarburi. E su cui incombono sia gli yemeniti, tornati padroni della parte cruciale del proprio paese, a dispetto di USA, Israele, Arabia Saudita ed Emirati, sia gli eritrei, unici dell’area non obbedienti a nessuno, sovrani dal 1992, dopo una lotta di liberazione di trent’anni (cui per lunghi tratti ho partecipato e che ho documentato).

Israele incistato nel Corno, a ridosso dell’esecrabile Eritrea, a controllo delle rotte di comunicazione ombelico del mondo, a ridosso dell’Etiopia, gigante africano fatto di frammenti etnici che si azzannano in sintonia con danti causa esterni, in testa alla Somalia propriamente detta, affidata al fantoccio coloniale Hassan Sheilh Mohamud, contrastato dalla guerriglia islamista degli Al-Shabaab che Trump bombarda da quando è tornato presidente.

Dalla rete: A fine dicembre 2025/inizio 2026, battendo tutti sul tempo, Israele ha riconosciuto formalmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo paese al mondo a compiere questo passo. Il riconoscimento, annunciato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri Gideon Saar, mira a rafforzare la presenza israeliana nel Corno d'Africa e contrastare l'influenza turca nella regione.

Turca, ma anche egiziana, ma anche degli Emirati, ma anche cinese (limitatamente a investimenti e infrastrutture). Gli italiani sono fuori gioco, dai tempi della mia brava collega al TG3 Ilaria Alpi, tolta di mezzo perché troppo curiosa sui traffici tra Spezia e Somalia di armi a Mogadiscio insieme a rifiuti tossici da seppellire sotto le strade che imprese italiane costruivano (rifiuti che poi determinarono una strage del bestiame di cui i somali allevatori campavano).

Come si vede, una regione ben bene incasinata, da quando il despota Siad Barre, prima filo URSS e poi filo-USA, è stato rovesciato da una rivolta popolare guidata dal Generale Farah Aidid, un nazionalista antimperialista che ebbi l’opportunità di intervistare. Aidid rappresentava le aspirazioni del popolo per libertà sovranità, democrazia. Il neocolonialismo occidentale gli mise contro tale Ali Mahdi, presidente dal 1991 al 1997. Aidi morì combattendo contro le milizie di questo primo promotore del caos somalo allestito dagli USA incapaci di venire a capo dell’opposizione armata.

Il progetto somalo: caos e disgregazione

 

I suoi successori, perlopiù selezionati e nominati nella base USA di Gibuti, si sono limitati ad amministrare Mogadiscio, vedendosi ogni due per tre attaccati dall’Etiopia famelica di sbocco al mare, e frantumati nell’unità etnica e territoriale con la secessione di Somaliland e Puntland, non casualmente collocati a nord, verso lo Stretto.

L’area dello Stretto e del Mar Rosso è il più importante crocevia strategico e commerciale del pianeta. 25.000 navi all’anno, il 40% del commercio mondiale. Lì c’è l’Etiopia dilaniata da conflitti interetnici, dopo la caduta del regime tigrino filo-yankee di Meles Zenawi e, a dispetto dell’arrivo dell’unitario Abiy Ahmed, promotore di una breve pace con l’Eritrea di Isaias Afeworki. C’è lo Yemen dei rivoluzionari Houthi che hanno vinto la guerra portatagli dai sauditi in nome degli USA e che controllano con la capitale Sanaa il centronord, ma hanno dovuto lasciare il resto, sul Golfo di Aden, a secessionisti contesi da Emirati e Sauditi, che li chiamano “governo”. C’è la Somalia nelle condizioni dette sopra. Resta da dire dell’Eritrea.

Israele a guardia del Mar Rosso

Tiran e Sanafir sono due piccole isole del mar Rosso sulla barriera corallina, a sud del Sinai, tra Egitto e Arabia Saudita. La sovranità è da sempre disputata tra sauditi ed egiziani Della confusione approfitta Israele nei postumi della guerra del 1967 per occuparle e costruirvi una base. Grazie a questa lo Stato sionista controlla il Nord del Mar Rosso, Egitto, Sudan, Penisola arabica.

Nella zona meridionale del corridoio marino, di fronte all’Eritrea e di sua sovranità c’è l’arcipelago corallino delle isole Dahlak. Anche qui, in tempi mai quantificati, si è installata una base israeliana, la più grande del paese all’estero. Da qui esercita il controllo sulla parte meridionale del Mar Rosso, con particolare attenzione ai paesi ostili: Eritrea e Yemen.

In passato si sono verificate oscuri e poco riportati attacchi a questa base, più dagli yemeniti, sembra, che dagli eritrei. Questi ultimi sembrano avere poco interesse a pubblicizzare tensioni del genere, dato che per loro le isole sono una delle turisticamente più redditizie fonti di valuta preziosa. Da qualche tempo si vocifera addirittura di una tacita  intesa tra Asmara, Riad e Tel Aviv per evitare ogni scossone alla situazione strategica così conformata. In questo quadro, che si discosterebbe da quello storico per il quale l’irriducibile Eritrea è per l’Occidente politico la pecora nera della regione, si inserisce la concessione agli Emirati, anche essi in forte espansione africana, una base nel porto di Assab.

Un’idea che contrasta con l’ormai quasi secolare ostilità di cui l’Eritrea,  è oggetto da parte degli Stati Uniti. E dall’indipendenza conquistata nel 1993, con enormi sacrifici umani e trent’anni di lotta, che  gli USA, fallito il tentativo di mantenerla colonia dell’Etiopia, allora suo proxy, infliggono all’Eritrea le più pesanti sanzioni del loro repertorio di genocidi striscianti.

Eritrea, il boccone più ambito

L’Eritrea non è solo un caposaldo della resistenza all’imperialismo nel Mar Rosso. E’ anche il terminale orientale della fascia del Sahel subsahariano che parte dal Senegal sull’Atlantico e termina qui, sul Mar Rosso, in faccia all’Asia, Una fascia che, con le rivoluzioni nel corso degli anni recenti, si è tramutata in cintura anticoloniale del continente. In Mali, Niger, Burkina Faso sollevazioni popolari contro il dominio e il saccheggio di Parigi sono state tradotte in istituzioni nazionali da giunte militari progressiste. Le truppe francesi, che si erano fatte forti della necessità di combattere terrorismi ISIS da esse stesse fomentate, hanno dovuto abbandonare questi paesi.

Un analogo processo di liberazione dal controllo francese e del suo franco coloniale si è verificato in Senegal, questa volta sul piano politico ed elettorale con l’elezione alla guida del paese di politici ostili alla manomorta francese, mentre nel Chad ci si è per ora limitati a chiudere l’ultima base francese nella regione. Immancabile, in tutti questi paesi, è in atto il tentativo di rivincita di Parigi, con l’impiego, ancora una volta, del mercenariato terrorista islamista. Sono già tre i tentativi falliti di assassinio del leader del Burkina Faso, Ibrahim Traorè, erede di Thomas Sankara, uno dei grandi protagonisti del riscatto africano, assassinato nel 1987.

 

Missionari apripista

Permettetemi di approfondire il discorso sull’Eritrea con una risposta a padre Alex Zanotelli, missionario e giornalista di grande fama, già visto dalla parte di chi assaltava la Serbia. L’Eritrea e il paese le cui vicende ho seguito passo passo per vent’anni, a fianco dei guerriglieri dei due Fronti di Liberazione (uno marxista, l’altro nazionalista), con nel cielo i bombardieri, prima di Haile Selassiè e poi del colonello Mengistu, e davanti al naso, al risveglio nella cunetta di sabbia, le pinze letali della scolopendra cingulata.

Caro Zanotelli, reduce dalla condivisione dei motivi degli assalitori della Serbia, ti sei lanciato, qualche mese fà, in uno dei tuoi gravi e appassionati appelli. Quella volta era a tutti i giornalisti italiani perché bombardassero i regimi africani, verbalmente s’intende, visto che tu le armi le detesti, specialmente quelle dei “dittatori” ostili agli Usa. Imprecavi contro la “dittatura eritrea”, enumerando fattacci di solito dal neocolonialismo occidentale attribuiti a quell’unico paese che non ospita basi né Usa né israeliane e perciò sta sotto sanzioni da trent'anni Fatti che io so del tutto falsi per aver percorso e ripercorso l’Eritrea in lotta contro chi la voleva e vuole far fuori, dal 1971 a oggi. E per frequentare anche tutta la diaspora eritrea in Italia ed Europa.

Ecco, quando un missionario, pure benemerito e ben intenzionato, si dimostra apripista, come ai tempi degli aztechi o Zulu, di “valori occidentali” da sempre in navigazione su oceani di sangue, si deve sospettare che qualcosa in questo storia delle conversioni non corrisponde proprio a dei “valori”. Cito un episodio secondario, perché emblematico. Vale oggi “Il regime fascio-islamista che massacra i suoi cittadini”. Poi arrivano i missili israeliani, deviati da Gaza.

L’Eritrea a occhio nudo

 

Decido di andare a vedere sul campo come sta messo il paese che avevo accompagnato per savane, deserti, oasi, villaggi, città, battaglie, nella conquista della sua libertà, che si era permesso di votare con la Cina contro le sanzioni alla Russia, e addirittura contro le armi all’Ucraina golpista di Zelensky, esponendosi a ulteriori rappresaglie.

Con Sandra partiamo, giriamo il paese, incontriamo, discutiamo, scopriamo, e realizziamo un docufilm: Eritrea, una stella nella notte dell’Africa. Notte, a simboleggiare la situazione difficile del continente africano, dove però, tra le luci di Sudafrica e Algeria, passando per il Sahel che si è liberato della colonizzazione francese, ritroviamo il paese che, a dispetto di tante rivoluzioni colorate, riesce a mantenersi orgogliosamente autonomo e autodeterminato.

 Asmara

Percorriamo l’Eritrea in lungo e in largo, dal mare agli altopiani e alla depressione semidesertica verso il Sudan. Dalla luminosa Massaua sul Mar Rosso, ad Asmara, Keren, Agordat, tutte città valorizzate dall’architettura del razionalismo italiano anni Trenta, ai villaggi del bassopiano. Cristiane le città, islamiche le campagne. Le ricchezze naturali sono sempre scarse, ma l’impegno del paese e delle sue giovani generazioni è generoso e di qualità, con tanto di mano cinese per sviluppo industriale e infrastrutture. Gli abissi di povertà che conoscevamo dai tempi dell’occupazione etiopica e in cui sprofonda ancora gran parte del continente, sono stati colmati.

Da queste parti è ricorrente, se non endemica, la siccità, con conseguenti carestie. In tutto il paese si allargano quei bacini di raccolta delle piogge, che da noi, nell’evoluta Italia, vengono evocati per rimediare a un sistema idraulico fatiscente e non sono mai realizzati. Il bassopiano occidentale, verso il Sudan, largamente desertico, popolato parzialmente da nomadi appare stanzializzato e ampiamente coltivato, cittadine bombardate dai Phantom etiopici, come Agordat e Tesseney, sono ricostruite, ricche di mercati, scuole. Vitalità. Risalendo verso l’altopiano con al centro un altro gioiello dell’urbanistica razionalista, Keren, si costeggiano colline terrazzate e la rimessa in sesto delle grandi aziende ortofrutticole un tempo di latifondisti italiani e nelle quali agli autoctoni era concesso di fornire la manodopera

Nonostante gli italiani fossero padroni colonialisti convinti di un’apartheid razziale e territoriale netto, non messo in discussione dai pur numerosi matrimoni misti, con la separazione blindata tra autoctoni e coloni italiani in quartieri di cui la diversa qualità si può immaginare, le città eritree furono costruite – ovviamente per i coloni -  con eccezionale perizia e un’estetica ammirabile. I centri urbani hanno lasciato un segno di italianità che caratterizza l’Eritrea più di qualsiasi altro paese colonizzato dall’Italia e che gli eritrei hanno saggiamente fatto proprio, integrando così positivamente una loro identità

Dell’Eritrea ricordo all’istante, come per altri paesi del Sud in cui si pensava di dover portare la democrazia, gli ospedali gratuiti con i tanti medici e infermieri formati anche in Italia, oltre che in Russia, Germania, Svezia. E, assieme ai presidi sanitari, le scuole di ogni grado, altrettanto gratuite dall’asilo all’università, alle quali ci siamo dedicati con particolare attenzione e soddisfazione, tra giovani che parevano contenti di stare in questo loro paese e di dedicarci le forze, l’intelligenza, la vita.

 

 Il docufilm ripercorre la trentennale, epica lotta di liberazione del popolo eritreo dal dominio etiopico appoggiato in varie fasi prima dagli Stati Uniti, poi dall'URSS. Lotta di cui l'autore è stato testimone e cronista sul campo fin dagli anni '70. Viene poi raccontata la vicenda eritrea dall'indipendenza, sancita con referendum nel 1993, ai nostri giorni, il retaggio dell'Italia, di cui l'Eritrea è diventata  la prima colonia africana a fine '800, l'attuale campagna di demonizzazione del paese e della sua leadership basata su menzogne totalmente smentite dalla realtà, ma che hanno consentito che l'Eritrea venisse colpita da pesanti sanzioni ONU, Usa e UE.

 Il momento centrale del lungometraggio è dedicato  all'Eritrea che si offre oggi al visitatore e al potenziale amico e partner. Un paese giovane, di giovani, di straordinaria bellezza naturale, un vero paradiso turistico tra spiagge sul Mar Rosso, vertiginose montagne, altopiani e bassopiani che si estendono verso la savana e il semideserto occidentali. non ricco, ma socialmente equo e impegnato in uno sviluppo fondato sui bisogni della popolazione: istruzione, sanità, ecologia, lavoro.

In un continente in cui i grandi movimenti di liberazione anticoloniali del secolo scorso hanno tradito le aspettative dei propri popoli e hanno perlopiù prodotto classi dirigenti predatrici all'interno e clientelari nei confronti dell'imperialismo, l'Eritrea costituisce un modello di autonomia, autosufficienza, dignità, giustizia sociale. Un modello di cui poderosi interessi temono il contagio. La campagna di calunnie, le sanzioni, come le ripetute aggressioni etiopiche, sono espressione di tale timore. Se si vogliono fare paragoni, l'Eritrea di Isaias Afewerki ha risollevato la fiaccola strappata dalle mani di grandi liberatori come Lumumba, Cabral, Sankara, Nasser, Gheddafi. Per il continente africano è quello che era Cuba rivoluzionaria per l'America Latina.  

La rivoluzione eritrea nel segno di Lumumba, Sankara, Gramsci

Elias Amarè è un protagonista della nuova Eritrea fin dalla guerra di liberazione guidata dall’attuale presidente Isaias Afeworki. Intellettuale, giornalista e docente universitario, è il  dirigente del Centro per la Pace nel Corno d’Africa. Vive Tra California ed Asmara. Elias è stato il preziosissimo “capo gita” del nostro viaggio. Così ci ha parlato del suo paese.

IL Corno d’Africa è un crocevia tra Africa e Medioriente , ma anche tra Sud e Nord del mondo. Le potenze coloniali europee e poi le superpotenze hanno sempre cercato di dominare la regione. Promuovono Stati neocoloniali che stiano al loro servizio, suscitano conflitti etnici, marginalizzano popolazioni, saccheggiano territori.  Nei 50-60 anni del periodo postcoloniale questa parte dell’Africa è stata ininterrotta scena di conflitti, di cicli di guerre, con il risultato di uno spaventoso impoverimento delle popolazioni. Si tratta di una delle aree di maggiore importanza strategica  del mondo: Mar Rosso, Bab el Mandeb, l’Oceano Indiano, il Golfo Arabo-Persico. L’interesse della grandi potenze, specie di quelle imperialiste, si concentra su questa zona alla luce di una strategia di dominio globale che presume il controllo su tutte le cruciali vie di comunicazione. Senza contare che l’’Africa è tutta sotto attacco. Ai grandi predatori non sfugge che possiede circa il 50% delle risorse naturali del mondo e gran parte della sua biodiversità”.

L’Eritrea non gode di buona stampa in Occidente.

“Le grandi potenze imperialiste vogliono imporci l’isolamento. Ma non ci sono riuscite, nonostante grandi manovre politiche e propagandistiche, calunnie, menzogne. L’Eritrea ha rotto questo isolamento e ha ora significativi rapporti di cooperazione con vari paesi che hanno apprezzato le scelte del paese e hanno compreso i benefici reciproci che se ne possono trarre. In Africa, è vero, sono pochi i paesi realmente indipendenti. Ma i popoli in Africa stanno iniziando a risvegliarsi. Dopo un trentennio di vicoli ciechi, di neocolonialismo rampante, dopo quanto è stato fatto alla Libia e alla Somalia, i popoli si pongono domande e, tra le altre cose, guardano al modello eritreo”.

Il riconoscimento dei secessionisti del Somaliland da parte di Israele è motivo di preoccupazione per i popoli del Corno?

“Corrompere le classi dirigenti, renderle ricattabili, dipendenti, è altrettanto pericoloso dei complotti di destabilizzazione e degli interventi militari per procura. La corruzione è uno degli strumenti utilizzati dalle potenze straniere per ridurre le nazioni in schiavitù. Leader corrotti sono facili da manipolare e come regola essi fanno davvero poco per la propria gente, ma tutto per la propria famiglia, le proprie clientele e per l’Impero. Le grandi potenze non vogliono che l’esempio eritreo venga replicato in Africa. Lo ripeto, l’Africa ha vaste risorse naturali. Le grandi potenze vogliono provare ad appropriarsi di queste risorse. Cosa accadrebbe se altre nazioni in Africa provassero a seguire l’esempio eritreo? Ai colonialisti di certo non converrebbe”.

Cosa ti auguri per il tuo paese?

“L’Eritrea è una nazione relativamente piccola, con risorse limitate, ma sta andando bene in termini di autosufficienza e progresso. La nostra parola d’ordine è resilienza, che significa tante cose: resistenza, autosufficienza, fiducia in se stessi, tenuta nelle difficoltà. Sono qualità che, se si diffondono, credo possano darci speranza per il futuro del continente africano. Sono convinto che questo tipo di rete tra popoli e movimenti alla fine dei conti risulterà decisivo. In fondo, quel che conta quando si parla di democrazia, è la partecipazione popolare. Non la democrazia che viene imposta dall’Occidente, ma una democrazia vera, genuina, partecipatoria. Questa si deve espandere e realizzare”.

Nella tua vita hai avuto punti di riferimento?

A citarli tutti verrebbe fuori un bel mosaico: Franz Fanon, Amilcar Cabral, Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Hugo Chavez, Che Guevara, Fidel Castro …. Un bel po’ di gente, come vedi, di cui la Terra ci è stata prodiga. E nel tuo paese un’altra grande personalità che ammiro è Antonio Gramsci. Spero di essere in grado, un giorno, di tradurre estratti dei suoi Quaderni dal Carcere e vedere come il suo concetto di egemonia possa essere espresso nella nostra lingua e adattato alla nostra vita”.

 

 

 

 

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