venerdì 20 marzo 2026

Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti --- NE’ NE’, PER TENERSI IL CULO AL CALDO

 

Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

NE’ NE’, PER TENERSI IL CULO AL CALDO

Nè nè, per tenere le terga al caldo - Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=g8VYhSBPyms

“Senza infamia e senza lode”, il contrapasso

Simmetricamente all’avanzare del mostro di un conflitto che gli aggressori, nel loro delirio criminale millenarista, vogliono sempre più globale, esplode il festival del neneismo, fenomeno che, dai tempi dei tempi, è andato esprimendo uno dei lati deteriori dello spirito umano. Ne ha dato testimonianza padre Dante. Quelli del né né, gli ignavi, coloro che non si schierano, per viltà o complicità, li ha confinati, indegni di una sistemazione chiaramente definita, nell’anti-inferno, prima della traversata dell’Acheronte. Gente condannata a correre in perpetuo, intellettualmente accecata, dietro a un simbolo roteante, mentre insetti velenosi ne suscitano ferite il cui sangue si mescola a vermi e fango.

Peggio di così non li si poteva immaginare, i né né, quelli che non stanno né con gli uni né con gli altri, come coloro che stanno con gli uni e con gli altri, immergendosi nella pace dei sensi e dello spirito, assicurata dalla cancellazione della dialettica e della logica degli opposti. Quella di Eraclito, il primo e il più grande.

Andiamo sul concreto. Una lucida percezione di cosa sia il neneismo, con l’occasione di contribuire a crearne il neologismo né né, mi capitò quando, inviato di “Liberazione” alla guerra del 1999 contro la Serbia, in un servizio da Belgrado annichilita dalle bombe, deplorai l’atteggiamento dei famigerati “pellegrini di pace” convogliati da preti, dirittoumanisti e benpensanti vari nella Sarajevo bosniaca e antiserba. La Nato, con protagonisti i nostri governanti, D’Alema e Mattarella (tanto per non fare nomi. E questi ancora parlano!), stava maciullando la Serbia, democratica, pacifica e socialista, a forza di uranio impoverito e c’era chi proclamava, a petto in fuori e col culo al caldo, “né con la Nato, né con Milosevic”.

Denunciai nei miei dispacci questo vero e proprio assist agli aggressori che si vantavano di schierarsi con gli aggressori, che tutto avevano iniziato per i loro criminali fini, con gli aggrediti, che tutto stavano subendo. Tra cui la fine della vita.

Dimostrandosi un perfetto esemplare di quell’apparato mediatico che, a forza di né né, ha lubrificato i cingoli di tutti i carri armati posti sulle vie d’accesso alla distruzione di governi, Stati, popoli, il caporedattore del mio giornale cestinò – senza farmelo sapere – i miei articoli. Addirittura quello, di vero rilievo storico, che conteneva l’ultima intervista a Slobodan Milosevic prima del suo arresto e della sua morte programmata dal tribunale yankee dell’Aja: “Pubblicando questa intervista ci appiatteremmo su Milosevic”, fu la spiegazione. Quelle ultime dichiarazioni del presidente jugoslavo e serbo, che tracciavano un quadro accurato e complesso di quanto fatto ai Balcani nel decennio dei ’90, furono poi pubblicati dal Corriere della Sera, allora ancora dotato di professionalità.

Che quello del né né sia un costume diffuso particolarmente in una sinistra che, come suol dirsi, tira a campa’ nell’esistente senza porsi il problema di cambiarlo ab imo pectore, è immancabilmente confermato da tutti i conflitti che abbiamo attraversato dal Vietnam in poi. Dal Vietnam, perché quella era un’ultima guerra coloniale in un tempo in cui proprio tutti avevano realizzato, illuminati dalla sollevazione dei popoli, che il colonialismo era irrimediabilmente uno schifo. E i né né finirono nel ridicolo.

Poi vennero i né con Saddam né con Bush, né con Assad né con l’ISIS-NATO, né con Zelensky e UE né con Putin, nè con Israele né con Hamas. Un’equipollenza, equidistanza, quest’ultima, voluttuosamente giustificata dall’appropriazione della falsa narrazione sionista dell’evento: “Orrendo il genocidio a Gaza, però quelli del 7 ottobre!, che ha messo al sicuro dalle rappresaglie la créme de la créme degli analisti di sinistra.

L’episodio, che era facile interpretare in maniera nettamente univoca, come massimo crimine contro l’umanità sancito dal tribunale di Norimberga, la nostra guerra contro una pacificissima, amica e prospera Libia, produsse un né con la Nato né con Gheddafi, che mi capitò tra i piedi a Trento due anni fa.

Ero relatore a un bel convegno sull’informazione altra. Tra gli ospiti, applaudito e empatizzato, il bravo vignettista Vauro. Uno dei politicamente e umanamente più giusti . Forse il migliore. Ma aveva fatto un capitombolo gravissimo: al tempo dell’assalto alla Libia, una vignetta che ripeteva ed esaltava l’infame falsità sulla base della quale si è voluto distruggere quel paese: vi aveva raffigurato un trucido Gheddafi vestito da macellaio, con tanto di mannaia e il grembiule inondato di sangue.

Affrontai Vauro e gli chiesi se quella vignetta potesse conciliarsi con un convegno dedicato all’informazione corretta. Non rispose. Forse non aveva capito.

Oggi siamo a una forma di né né particolarmentre depravata, epsteiniana, che ci piove addosso come fosforo bianco israeliano: né con l’Iran, né con Israele e USA. Adottata immancabilmente dai fascisti di Palazzo Chigi a conferma del loro stare con Trump e Netaniahu e, ahimè, riassunto con questo titolo dal Fatto Quotidiano: “Dopo i raid, riecco i pasadaran: Teheran sotto il doppio assedio”.

Chiudo precisando che in questo tumore del né né, dove peggio è quello che “sto con nessuno”, vero disarmo unilaterale, quinta colonna dell’associazione a delinquere, che l’altro, inane e grottesco, dello “sto con tutti”, bisogna distinguere tra due categorie.  Gli inquinati, anche solo di striscio, ma comunque perniciosamente, come Vauro, e gli inquinatori, come quel Padre Zanotelli, non per nulla missionario che, di un’Africa sotto attacco neocolonialista, si impegna a denunciare i “dittatori”. A partire da quello dell’Eritrea, paese sotto embargo micidiale dall’indipendenza, conquistata in trent’anni di lotta, e unico africano all’ONU che non abbia votato le sanzioni alla Russia.

 

 

 

 

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