martedì 31 marzo 2026

Fulvio Grimaldi --- VENEZUELA tra materialismo dialettico (e anche storico) e ottimismo della volontà

 


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__venezuela_tra_materialismo_dialettico_e_anche_storico_e_ottimismo_della_volont/58662_66064/#google_vignette

Illusioni, delusioni?

“Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico” (Bertold Brecht)

Sono consapevole, e mi dispiace, che con quanto scrivo qui mi troverò inondato di rimbrotti e rattristato dalle prese di distanza di qualche valido amico. Illuminismo, però, e suoi figliuoli come i gemelli Materialismo Dialettico e Materialismo Storico e un minimo di deontologia professionale che polvere dei tempi e battaglie mi hanno lasciato addosso, impongono che si dica ciò che si ritiene giusto dire. E anche necessario, visto che non dirlo potrebbe favorire coloro che, con l’altro polo del mio titolo, l’ottimismo della volontà, trasformano avvoltoi in innocue farfalle.

Il tema del trattamento si può riassumere in questo groviglio semantico: se pretendo che il disastro provocato a qualcuno da un malfattore, riuscito grazie alla complicità di un terzo che si finge solidale con la vittima, dal terzo sia stato invece sventato, ho bell’e che garantito il successo del malfattore e la riuscita del disastro.

Prima di rimettere i piedi sul terreno dalle parti di Caracas, ricorriamo anche alle stampelle dei due materialismi elargitici da Carlo Marx, con il non indifferente contributo di Hegel e Feuerbach. Senza dimenticare mai il lume della ragione che, grazie, appunto, al Secolo dei Lumi, ha trapassato le nebbie millenarie del mistico e dell’irrazionale.

Dialettico, grazie anche a Eraclito, significa teoria degli opposti. E, tra questi, il conflitto tra ricchi e non ricchi, è il conflitto trainante della Storia. Quanto Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela dopo che Trump gli aveva scippato il presidente e la di lui moglie, si dice d’accordo col rapitore, con il direttore della CIA, con il ministro del Tesoro USA e con quell’ dell’Energia, il conflitto rischia di evaporare e chi ha vinto ha vinto.

Storico vuol dire che come si configura una società dipende dai rapporti economici e di produzione prevalenti, storicamente assunti. Su questi si fondano le malamente dette sovrastrutture: politica, ideologia, giustizia, cultura, morale…L’origine di queste strutture dipende da come e da chi si risponde ai bisogni primari.

C’ero quando Hugo Chavez, presidente da 3 anni, fu destituito da un golpe messo in atto da militari addestrati nella vecchia Scuola delle Americhe. Era l’11 aprile 2002. Per 48 ore intorno a Miraflores, il loro Quirinale, dove ero andato a filmare lo scontro tra una teppaglia di antichiavisti su un cavalcavia e gente che presidiava il palazzo e invocava il ritorno del Comandante, fischiavano le pallottole. 48 ore durò il golpe. E costò ben 320 morti. Nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”, racconta tutto un sopravvissuto ferito. Poi Chavez fu riportato a casa sulle spalle virtuali di tutto un popolo.

E la rivoluzione bolivariana incrementò vigore e determinazione. Le stesse con le quali seppe, tra popolo e vertice, neutralizzare i ripetuti tentativi di regime change successivi a turni elettorali vinti dal chavismo e, ovviamente, segnati da “brogli”. E seppe ridicolizzare l’altro golpe, quello del 2019 contro Maduro, con una specie di Machado al maschile, Juan Guaidò., subito riconosciuto dalla Casa Bianca e sparito dalla scena dopo una mancata invasione di quattro mercenari dalla Colombia e un appello alla sedizione cui accorsero due plotoni di soldati.

Beato il popolo che genera eroi

La rivoluzione chavista l’ho vissuta fin dai prodromi, quando fu ribadita dalla volontà collettiva di tutto un popolo che, in brevissimo volgere di anni, se non di mesi, aveva realizzato cosa differenziava l’oggi dall’ieri. Una società della libera marcia di tutti da quella dove chi procedeva erano solo i conti bancari di quei quattro grassatori che oggi restano rintanati, rancorosi e ammutoliti, dietro il filo spinato sulle mura che ne proteggono i fortini militarizzati. Non ci volle molto perché quel popolo spazzasse via, prima i golpisti e poi i petrolieri dell’azienda che, da privatizzata e yankee, Chavez aveva consegnato allo Stato e che tentava  la prosecuzione del golpe allestendo in tutto il paese una serrata del combustibile. Niente benzina o nafta per nessuno. Fermare e strangolare la società che si era ribellata.

Durò mesi. Le stazioni di rifornimento, i depositi, furono riaperti a forza dal nuovo esercito bolivariano. Si sopravvisse. E intanto già erano partite le misiones, quelle campagne che articolavano sul terreno una strategia che avrebbe concretizzato la rivoluzione in termini di risposta ai bisogni primari, e anche secondari, ignorati da secoli. Misiones che affrontavano l’analfabetismo, debellato in pochissimi anni, l’istruzione di ogni livello, nuove università, la casa, la terra, la salute, la cultura, la scienza, i giovani, gli indigeni…

Beni, opportunità, certezze sottratte all’oligarchia e consegnate a coloro cui spettavano. Incontrai ed ebbi modo di bloccare Ugo Chavez appena sbarcato al campo d’aviazione di S.Juan de los Morros. Veniva in questo grande Sud agricolo a distribuire le terre dei latifondisti, terratenientes, una delle basi del dominio prima spagnolo e poi degli agrari che, in un paese affamato. producevano per i mercati del nord del mondo. Lo seguii fin sul palco dal quale, a una folla incontenibile per numero ed entusiasmo, Chavez annunciava la nuova vita, la nuova era. Accadde lo stesso per la casa, qualche tempo dopo, in uno dei quartieri alti di Caracas, che sarebbero quelli socialmente bassi, ma stanno appesi tra le crepe della montagna che sovrasta la città, dai tempi delle dittature e dei governi oligarchici relegati fuori dalla vista e dalla comunità dei diritti, Le favelas brasiliane qui si chiamavano barrios.

Tutto era travolgente in Venezuela, andava di corsa, con impeto, mi ricordava le mie piume al vento da bersagliere. Una mobilitazione collettiva incessante, festosa, una questione, domestica, o mondiale, affrontata dopo l’altra. Il Convegno mondiale della Gioventà, quello Antimperialista, quello degli Indios, quello, oggi urgente come non mai, antifascista.

Le rivoluzioni si vincono o si perdono. Se non combatti le hai già perse.

Anche le rivoluzioni invecchiano, perdono slancio, dal passo di corsa con “le piume al vento”, rallentano a marcia ponderata e faticosa. Succede a volte di colpo, seppure per consunzione, vedi quella sovietica, andata a sbattere contro un muro a circa 70 anni d’età. Oppure è un processo graduale, un po’ per volta, da neanche accorgersene più di tanto, spesso indotta da micidiali pietre d’inciampo buttate li dal nemico (sanzioni) e qui il pensiero corre a Cuba. Molti sono i casi, in America Latina, dove un fallo d’ostruzione dell’imperialismo di ritorno ha impedito il gol della vittoria definitiva.

Come classificare la rivoluzione bolivariana del Venezuela tra Chavez, Maduro e i fratelli  Rodriguez, è complicato. Anche perchè pare emergere una discrasia tra popolo, con un’identità di sinistra di classe consolidata nel tempo, e una direzione che, tra interessi di categoria e interessi esterni imposti da condizioni dettate, non pare possa aver difeso un’analoga coerenza.

Nel giro di pochi giorni dal rapimento di Maduro, dopochè Trump aveva definito ottimi i rapporti con la coppia al comando, Delcy Rodriguez e il fratello Jorge, si sono visti a Miraflores tutti i più importanti esponenti dell’establishment imperialista. Per primo venne il direttore della CIA, John Ratcliffe (gestore primo dell’operazione 3 gennaio. E non è stato arrestato…). Per definire nei dettagli la tabella di marcia dei nuovi rapporti tra Caracas e Washington si succedettero poi: Laura Dogu, incaricata degli affari latinoamericani nel Dipartimento di Stato; il capo del Comando Sud USA, generale Francis Donovan; una delegazione della Commissione Affari Esteri del Senato; Doug Burgum, Segretario del Dipartimento degli Interni e presidente del Consiglio Nazionale dell’Energia; Christopher Wright, Segretario per l’Energia; dirigenti del Ministero della Guerra.

La Ley Organica de Hidrocarburos, riformata alla luce delle discussioni avute con questi interlocutori è l’evento più significativo, dopo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. E’ stata presentata a Caracas come strumento per “risolvere i disaccordi storici e rafforzare la cooperazione energetica in un contesto di sfide globali e creare le basi per nuovi contratti di forniture della PDVSA, la compagna di Stato per il petrolio.

E’ interessante, per capire come si sia andata modificando a Caracas, sotto l’effetto dei vari fattori sopra indicati, esasperati dalle nuove sanzioni del primo Trump, la gestione delle proprie risorse energetiche. E per capire anche se si tratta di una svolta strategica, o di un ripiego tattico, per salvare il salvabile (del paese, o della classe dirigente?) sotto la minaccia della famosa “pistola alla tempia”.

Il petrolio ago della bilancia, con la pistola alla tempia

La nuova legge degli idrocarburi è il frutto di una radicale modifica rispetto a quella del 2001, promulgata da Chavez in attuazione di un principio irrinunciabile sancito dalla Costituzione del 1999, che rappresentò il picco delle nazionalizzazioni venezuelane. Aveva stabilito la proprietà statale esclusiva dei fossili nel sottosuolo, il monopolio della PDVSA nella commercializzazione internazionale, il controllo di maggioranza statale in tutte le società miste, la pianificazione pubblica degli investimenti e la destinazione prioritaria del reddito allo sviluppo sociale.

Nel 2022, tempo di asfissia economica imposta dalla pandemia e dalle sanzioni, il governo promulgò una riforma che modificava 21 articoli della legge del 2001. Formalmente la proprietà di Stato era confermata, ma la si apriva in modo non irrilevante alla partecipazione privata. Le imprese miste poterono operare con maggiore autonomia grazie alla flessibilità permessa al controllo della PDVSA. Vennero autorizzati servizi petroliferi che la legge del 2001 aveva rigorosamente vietati, autorizzati arbitrati internazionali su conflitti con imprese private che violavano la giurisdizione esclusiva venezuelana stabilita da Chavez.

Così, negli anni 2019-2024, Maduro concesse licenze operative alla Chevron e ad altre imprese statunitensi per l’estrazione e la commercializzazione in certe aree, un precedente del controllo privato sulla produzione oggi alle viste. Vennero definite “eccezioni temporanee” per incrementare la produzione e alleviare l’onere delle sanzioni. La nuova riforma di Delcy le ha rese stabili. Soddisfano in tutto e per tutto le esigenze dell’Ordine Esecutivo 14373 di Trump, emanato il 9 gennaio e rappresentano un’erosione grave delle basi economiche, come rese implicite nella trasformazione sociale di Chavez.

A tutto ciò si aggiungono ampie facilitazioni fiscali, vantaggi doganali e l’eliminazione di qualsiasi ostacolo al controllo operativo pubblico. Capovolgendo la situazione precedente, la nuova legge permette a operatori privati stranieri di acquisire diritti di proprietà sulla produzione dal momento dell’estrazione e di commercializzazione diretta senza intermediazione statale. Con tanti saluti alla destinazione prioritaria di queste risorse allo sviluppo sociale. Quello che aveva garantito il successo delle “Misiones” di cui sopra.

Doveroso è rilevare però anche, in apparente contraddizione, che il Ministero del Potere Popolare degli Idrocarburi, con un comunicato ufficiale ha respinto in modo categorico le affermazioni dell’ ”estremismo venezuelano e straniero, secondo cui si sarebbe manifestata l’intenzione di privatizzare l’industria del petrolio, del gas e petrolchimica del paese”. Aggiungendo, tuttavia, che, per rafforzare la produzione, le leggi vigenti avrebbero dato impulso con attori economici privati nazionali e internazionali. Un tira e molla?

Da che parte pende la bilancia? E, comunque, grazie alle condizioni ora stabilite, si è potuto verificare il paradosso che, mentre a Cuba viene impedito di ricevere petrolio venezuelano, dalla nazione bolivariana arrivano, senza il minimo inconveniente, forniture allo Stato sionista.

Non di solo petrolio vince l’imperialismo

 NY, manifestazione per Maduro

Gli scambi sempre più stretti e di largo raggio che si vanno realizzando tra le amministrazioni di Trump e dei Rodriguez, con il presidente del Venezuela trascinato in ceppi davanti a un giudice di New York di cui è sperimentata l’obbedienza al gangster della pirateria del 3 gennaio, vanno al di là dell’estorsione delle risorse energetiche. Rappresentano una sistemazione neocoloniale mimetizzata da normalizzazione economica per riequilibrare i rapporti tra i due paesi. Un neocolonialismo che concede una sovranità formale all’ombra dell’esternalizzazione del controllo operativo. La condizione di chi è subordinato e le cui decisioni critiche dipendono dall’approvazione degli USA.

Nei giorni scorsi Delcy Rodriguer, presidente “ad interim”, ha partecipato alla quarta edizione del convegno “Priorità e iniziative per investimenti futuri”, foro internazionale che riuniva a Miami Beach, regno di Marco Rubio, 1.500 investitori, dirigenti economici e politici, il fior fiore del capitalismo liberista internazionale. Da remoto, per la sessione intitolata “Capitale in movimento”, Delcy ha assicurato che la strategia del suo governo è orientata a “riposizionare il Venezuela come destinazione del capitale internazionale, nel quadro di un contesto generale di riconfigurazione economica e del riequilibrio del sistema finanziario internazionale”. Assicurò che il Venezuela è “in grado di guidare la crescita economica in America Latina, grazie a 19 trimestri consecutivi di espansione promossa da settori strategici come petrolio, miniera, costruzione e finanza”. Ricordò anche che il paese offre vantaggi strutturali per attirare investimenti (le già menzionate agevolazioni fiscali), come l’appena approvata Legge Organica degli Idrocarburi e i suoi “flessibili” meccanismi di investimento.

 

Ricordate l’immagine commovente dell’abbraccio tra Hugo Chavez e Mahmud Ahmadinejad, il grande presidente che più di tutti, in Iran, ha saputo salvaguardare il ruolo di avanguardia antimperialista, di riscatto sociale, laicità e di motore internazionalista della Repubblica islamica? Un asse che trascendeva identità religiose, ideologiche, culturali, per un comune schieramento antimperialista che già prefigurava i BRICS.

Dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio, a Caracas ci furono lunghi attimi di silenzio. Nell’aria, mentre mobilitazioni popolari si dichiaravano solidali con Tehran, aleggiava l’abbandono di quella splendida alleanza creata da due rivoluzionari, Chavez e Ahmadinejad. Poi, il 1 marzo, ecco il bilanciatissimo comunicato del governo che metteva sullo stesso piano l’aggressione imperialista, con già il costo delle 180 bambine trucidate nella scuola di Minab, e la risposta del paese attaccato. Il più classico e penoso caso di né né. A Tehran si attribuì - cito, per non farci dimenticare parola per parola – “le ingiustificate e condannabili rappresaglie militari iraniane contro obiettivi collocati in diversi paesi della regione”. Che poi sono le basi militari USA nelle petrodittature del Golfo dalle quali sono partiti gli attacchi all’Iran, compreso lo sterminio di civili.

Il cerchio si chiude

Delcy Rodriguez riceve a Carcas il direttore della CIA John Ratcliffe. Si suol dire, nei manuali, che una rivoluzione viene tradita quando i ceti dirigenti, borghesi, preservano la propria esistenza di classe, le proprie posizioni di privilegio, grazie alla subordinazione all’imperialismo. Ciò che abbiamo visto nelle piazze del Venezuela in questi mesi non sembra dimostrare un’identificazione tra popolo e direzione. Da un lato ininterrotta resistenza e disponibilità alla lotta, dall’altro negoziati per garantirsi la sopravvivenza col nemico.

Le analisi e valutazioni divergono sugli sviluppi che stanno prendendo i rapporti tra Venezuela e USA e sulla coerenza tra quanto oggi si persegue a Miraflores e quanto resta del legato di Chavez. Un’eredità mantenuta, anche se tra difficoltà economiche crescenti (le sanzioni) e minore coesione tra vertici e base, nell’era Maduro.

Molti comprensibilmente, anche perchè hanno fatto coincidere gran parte della propria vita e attività con la rivoluzione bolivariana, avanzano spiegazioni: “Pistola alla tempia”, “pragmatismo”, “realismo”, “tattica”, “salvare il salvabile”? Il risultato sul campo, però, è sempre quello: dal pubblico al privato, dal primato della sovranità a connubi spuri con interessi predatori, dipendenza strutturale e blocco del progetto emancipatorio finalizzato a indipendenza e sovranità.

Al momento l’allineamento delle iniziative adottate da Miraflores con i desiderata espressi dalla metropoli imperiale pare procedere senza grandi scossoni. Andrebbe verificato se nella popolazione si stia insinuando il dubbio che l’assicurazione dei vertici sulla continuità rivoluzionaria, a proposito della quale Trump fa buon viso a buon gioco, possa servire a occultare un cambio di rotta. Addirittura un’inversione a U rispetto a tutto ciò per cui un popolo ha lottato e, in tempi più vicini, sofferto, per impedirla. Qualche riflessione ci viene offerta dal mitico quartiere proletario del barrio “23 de Enero”, vero termometro degli umori della gente. Ne parliamo dopo.

Sorvoliamo su quanto descritto dal britannico Guardian, organo ambiguo di una sinistra che merita lo stesso aggettivo, su presunti contatti, nei mesi precedenti all’aggressione, tra membri dell’establishment e l’amministrazione USA. Colloqui nei quali si sarebbe trattata l’uscita di scena del presidente Maduro e un ritorno alla gestione delle risorse venezuelane nei termini “amichevoli” del pre-Chavez. L’operazione “Absolute resolve” del 3 gennaio sarebbe stata decisa dopo che Maduro, con quei 50 milioni di taglia trumpiana sulla testa, aveva rifiutato di cedere alla pressione di Trump.

Da quei contatti telefonici sarebbe uscita una soluzione che avrebbe determinato l’accettazione da parte del nuovo vertice venezuelano di una ”compartecipazione” USA e di imprese private al controllo (estrazione, produzione, commercializzazione) del petrolio, con relativa nuova configurazione anche della posizione geopolitica del Venezuela in materia di rapporti tra Washington e il resto del mondo, non solo latinoamericano. Le dichiarazioni di Caracas sul conflitto con l’Iran ne hanno dato prova. Quanto alla propria sovranità economica, attendiamo di vedere come questa si manifesta alla luce della nuova legge sugli idrocarburi.

L’esperienza, oltre ai “testi sacri”, ci conferma che quando uno strato dirigente negozia la propria sopravvivenza corporativa con il nemico, rischia di trasformarsi in borghesia compradora. Non è detto che questa mutazione debba essere esplicita, sicuramente sarà cosciente. Si possono trovare tanti termini per dare al processo una veste di necessità imprescindibile, ma il risultato sarà sempre quello: la dipendenza strutturale e la sospensione di un vero progetto di emancipazione che risulti in autentica indipendenza sovrana.

Ciò che la persistente mobilitazione popolare sembra dimostrare è che la lotta di classe continua durante gli alti e bassi del processo rivoluzionario e che la contraddizione principale, oltre a essere tra il popolo e il colonialismo imperialista, può anche essere tra il popolo e la sua direzione politica quando questa, pur avvolta nella retorica della continuità bolivariana, con i fatti dimostra di preferire la sopravvivenza allo scontro che potrebbe determinarne la fine.

A questo proposito, mantenendoci nell’ambito dei due materialismi citati nel titolo, va valutato fino a che punto nel corso del processo rivoluzionario si sia potuta formare una borghesia burocratica che ha acquisito reti di potere autonomo. Della sua presenza si è avuta la percezione da molti anni a Cuba e ciò non è stato tra le ragioni minori per l’implosione dell’URSS.

Ci si trova imprigionati tra le certezze di chi assicura che il Venezuela è sempre quello e i sospetti che i cambiamenti al vertice dello Stato venezuelano possano essere stati progettati e poi definiti d’intesa con Washington, con licenza di preservare le formule e la simbolistica del chavismo. Ma si è costretti a constatare che quanto va verificandosi in tema di autodeterminazione è accompagnato dalla rottura delle alleanze storiche con l’Iran, condannato per aver risposto all’aggressione, e Cuba, verso la quale non è partita neanche un’imbarcazione di aiuti, come minimo ci si deve rassegnare al principio di Bertold Brecht: “Tra le cose sicure, la più sicura è il dubbio”.

 

 

 

 

Poder Popular e senza dubbi

Tra le frasi famose di Bertold Brecht, a quella in apertura ne aggiungo un’altra: “Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso”. Ci sono coloro, in Venezuela, che di questa verità hanno fatto la loro anima. Visitiamo il “23 de Enero”, quartiere proletario e incorrottamente rivoluzionario di Caracas, che guarda la città dall’alto. E’ di quelli bombardati da Trump la notte del 3 gennaio. Barrio con 13mila abitanti, un tempo emarginato sulle alture sopra la Caracas dei ricchi ed escludenti, che si è voluto dare quel nome a ricordo della data del 1958 quando il dittatore Marco Pérez Jimenez venne rovesciato. Fu in prima fila nella rivolta popolare che fece fallire i successivi tentativi USA di regime change, o di golpe, come quelli del 2002 e del 2019.

Guadalupe, giovane militante della Coordinadora Simon Bolivar, la Comune che amministra il quartiere, ci parla del loro successo nell’alfabetizzazione, passata dal 22% al 98% e di come spirito, coesione e coscienza di quella collettività siano stati modificati nella partecipazione al processo decisionale che la riguarda.

Juan Contreras, da 27 anni portavoce della Coordinadora, ci illustra il lavoro politico, sociale, culturale, di addestramento militare, a promozione e in difesa del Poder Popular. Visitiamo il “Nucleo di Sviluppo Endogeno” diretto da un operaio fattosi docente, Vilfredo Roche, con la sua fabbrica di calzature e le sue “Clinicas populares”. Tutto nel segno di un potere decisionale diffuso, di una “democrazia partecipativa”, parola d’ordine di Chavez.

Sulla questione della sovranità, Contreras commenta: “La negoziazione è con le imprese petrolifere nordamericane e dell’Occidente, ma non si dovrebbero avere rapporti con l’Iran, la Russia, la Cina e neanche una goccia di petrolio deve arrivare a Cuba. Capisco che, in una condizione di guerra, le trattative debbano essere fatte, ma non a queste condizioni. La mobilitazione delle masse è da vedere in questo contesto. Chi è marciato contro gli USA? I settori popolari, il popolo venezuelano. Non si è vista una sola manifestazione dell’opposizione. Sono ottimista, avendo un popolo munito di coscienza che si mobilita giorno dopo giorno, che si organizza per affrontare la situazione e ottenere la liberazione del presidente Maduro. Sovranità e dignità sono la bandiera oggi più che mai necessaria per affrontare la crisi”.

 

Desde las trinchereas de lucha de 23 de Enero, bastion historico de la resistencia popular, la Coordinadora Simon Bolivar alza la su voz de fuego y dignidad para denunciar ante la conciencia universal…”

Nel giorno in cui Maduro si è dovuto presentare alla seconda udienza davanti al giudice di New York, la Coordinadora Bolivariana ha diffuso un documento indirizzato al popolo del Venezuela e alle forze rivoluzionarie e internazionaliste del mondo. Vi si esprime una durissima condanna dell’intervento imperialista e la richiesta di restituzione di Maduro e moglie, con forza decisamente superiore a quella espressa nelle esternazioni della nuova presidenza. Ne sintetizzo alcuni passaggi.

“Il presidente Maduro non viene processato in base a un atto giudiziario, ma a seguito di un vile atto di guerra, a un assalto all’autodeterminazione dei popoli che viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Il presidente Maduro è un prigioniero di guerra, un ostaggio del capitale internazionale e di una élite bianca suprematista che non accetta che una nazione abbia deciso di essere padrona del suo destino…. La farsa di New York, intesa a giustificare l’invasione, i bombardamenti e l’assassinio di 100 compatrioti venezuelani e di 32 fratelli cubani, ci presenta un tribunale coloniale dell’inquisizione con questi obiettivi: distruzione della rivoluzione bolivariana, saccheggio illimitato delle nostre risorse, restauro della Dottrina Monroe per ridurre la nostra patria a cortile degli USA.”

Con riferimento alla nuova Ley organica de hidrocarburos, il documento è esplicito: “Rifiutiamo che il reddito della vendita del nostro greggio venga confiscato per finanziare la macchina di guerra che oggi aggredisce i popoli liberi. Fedeli al legato del Libertador e del comandante Hugo Chavez, affermiamo che il Venezuela è sovrano e non riconosce potenze straniere, tantomeno le loro rapine a mano armata.”

“Basta con i ricatti coloniali! Libertà immediata per Nicolàs Maduro e Cilia Flores! Fuori gli artigli dell’impero dalla terra di Bolivar e Chavez. Quando la tirannia si fa legge, la ribellione è il diritto. Coordinadora Simon Boilivar, 25 marzo 2026, Caracas”.

C’è solo un modo per chiudere questo pezzo: Viva la Coordinadora Simon Bolivar!

 

Nessun commento: