Illusioni,
delusioni?
“Al
momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico” (Bertold Brecht)
Sono
consapevole, e mi dispiace, che con quanto scrivo qui mi troverò inondato di
rimbrotti e rattristato dalle prese di distanza di qualche valido amico.
Illuminismo, però, e suoi figliuoli come i gemelli Materialismo Dialettico e
Materialismo Storico e un minimo di deontologia professionale che polvere dei
tempi e battaglie mi hanno lasciato addosso, impongono che si dica ciò che si
ritiene giusto dire. E anche necessario, visto che non dirlo potrebbe favorire
coloro che, con l’altro polo del mio titolo, l’ottimismo della volontà,
trasformano avvoltoi in innocue farfalle.
Il
tema del trattamento si può riassumere in questo groviglio semantico: se pretendo
che il disastro provocato a qualcuno da un malfattore, riuscito grazie alla
complicità di un terzo che si finge solidale con la vittima, dal terzo sia
stato invece sventato, ho bell’e che garantito il successo del malfattore e la
riuscita del disastro.
Prima
di rimettere i piedi sul terreno dalle parti di Caracas, ricorriamo anche alle
stampelle dei due materialismi elargitici da Carlo Marx, con il non
indifferente contributo di Hegel e Feuerbach. Senza dimenticare mai il lume
della ragione che, grazie, appunto, al Secolo dei Lumi, ha trapassato le nebbie
millenarie del mistico e dell’irrazionale.
Dialettico,
grazie anche a Eraclito, significa teoria degli opposti. E, tra questi, il
conflitto tra ricchi e non ricchi, è il conflitto trainante della Storia.
Quanto Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela dopo che Trump gli
aveva scippato il presidente e la di lui moglie, si dice d’accordo col
rapitore, con il direttore della CIA, con il ministro del Tesoro USA e con
quell’ dell’Energia, il conflitto rischia di evaporare e chi ha vinto ha vinto.
Storico
vuol dire che come si configura una società dipende dai rapporti economici e di
produzione prevalenti, storicamente assunti. Su questi si fondano le malamente
dette sovrastrutture: politica, ideologia, giustizia, cultura, morale…L’origine
di queste strutture dipende da come e da chi si risponde ai bisogni primari.
C’ero
quando Hugo Chavez, presidente da 3 anni, fu destituito da un golpe messo in
atto da militari addestrati nella vecchia Scuola delle Americhe. Era l’11
aprile 2002. Per 48 ore intorno a Miraflores, il loro Quirinale, dove ero
andato a filmare lo scontro tra una teppaglia di antichiavisti su un cavalcavia
e gente che presidiava il palazzo e invocava il ritorno del Comandante,
fischiavano le pallottole. 48 ore durò il golpe. E costò ben 320 morti. Nel mio
docufilm “Americas Reaparecidas”, racconta tutto un sopravvissuto ferito. Poi
Chavez fu riportato a casa sulle spalle virtuali di tutto un popolo.
E
la rivoluzione bolivariana incrementò vigore e determinazione. Le stesse con le
quali seppe, tra popolo e vertice, neutralizzare i ripetuti tentativi di regime
change successivi a turni elettorali vinti dal chavismo e, ovviamente, segnati
da “brogli”. E seppe ridicolizzare l’altro golpe, quello del 2019 contro Maduro,
con una specie di Machado al maschile, Juan Guaidò., subito riconosciuto dalla
Casa Bianca e sparito dalla scena dopo una mancata invasione di quattro
mercenari dalla Colombia e un appello alla sedizione cui accorsero due plotoni
di soldati.
Beato
il popolo che genera eroi
La
rivoluzione chavista l’ho vissuta fin dai prodromi, quando fu ribadita dalla
volontà collettiva di tutto un popolo che, in brevissimo volgere di anni, se
non di mesi, aveva realizzato cosa differenziava l’oggi dall’ieri. Una società
della libera marcia di tutti da quella dove chi procedeva erano solo i conti
bancari di quei quattro grassatori che oggi restano rintanati, rancorosi e
ammutoliti, dietro il filo spinato sulle mura che ne proteggono i fortini
militarizzati. Non ci volle molto perché quel popolo spazzasse via, prima i
golpisti e poi i petrolieri dell’azienda che, da privatizzata e yankee, Chavez
aveva consegnato allo Stato e che tentava la prosecuzione del golpe allestendo in tutto
il paese una serrata del combustibile. Niente benzina o nafta per nessuno. Fermare
e strangolare la società che si era ribellata.
Durò
mesi. Le stazioni di rifornimento, i depositi, furono riaperti a forza dal
nuovo esercito bolivariano. Si sopravvisse. E intanto già erano partite le misiones,
quelle campagne che articolavano sul terreno una strategia che avrebbe
concretizzato la rivoluzione in termini di risposta ai bisogni primari, e anche
secondari, ignorati da secoli. Misiones che affrontavano
l’analfabetismo, debellato in pochissimi anni, l’istruzione di ogni livello,
nuove università, la casa, la terra, la salute, la cultura, la scienza, i
giovani, gli indigeni…
Beni,
opportunità, certezze sottratte all’oligarchia e consegnate a coloro cui
spettavano. Incontrai ed ebbi modo di bloccare Ugo Chavez appena sbarcato al
campo d’aviazione di S.Juan de los Morros. Veniva in questo grande Sud agricolo
a distribuire le terre dei latifondisti, terratenientes, una delle basi
del dominio prima spagnolo e poi degli agrari che, in un paese affamato.
producevano per i mercati del nord del mondo. Lo seguii fin sul palco dal
quale, a una folla incontenibile per numero ed entusiasmo, Chavez annunciava la
nuova vita, la nuova era. Accadde lo stesso per la casa, qualche tempo dopo, in
uno dei quartieri alti di Caracas, che sarebbero quelli socialmente bassi, ma
stanno appesi tra le crepe della montagna che sovrasta la città, dai tempi
delle dittature e dei governi oligarchici relegati fuori dalla vista e dalla
comunità dei diritti, Le favelas brasiliane qui si chiamavano barrios.
Tutto
era travolgente in Venezuela, andava di corsa, con impeto, mi ricordava le mie
piume al vento da bersagliere. Una mobilitazione collettiva incessante,
festosa, una questione, domestica, o mondiale, affrontata dopo l’altra. Il
Convegno mondiale della Gioventà, quello Antimperialista, quello degli Indios,
quello, oggi urgente come non mai, antifascista.
Le
rivoluzioni si vincono o si perdono. Se non combatti le hai già perse.
Anche
le rivoluzioni invecchiano, perdono slancio, dal passo di corsa con “le piume
al vento”, rallentano a marcia ponderata e faticosa. Succede a volte di colpo,
seppure per consunzione, vedi quella sovietica, andata a sbattere contro un
muro a circa 70 anni d’età. Oppure è un processo graduale, un po’ per volta, da
neanche accorgersene più di tanto, spesso indotta da micidiali pietre
d’inciampo buttate li dal nemico (sanzioni) e qui il pensiero corre a Cuba.
Molti sono i casi, in America Latina, dove un fallo d’ostruzione
dell’imperialismo di ritorno ha impedito il gol della vittoria definitiva.
Come
classificare la rivoluzione bolivariana del Venezuela tra Chavez, Maduro e i
fratelli Rodriguez, è complicato. Anche
perchè pare emergere una discrasia tra popolo, con un’identità di sinistra di
classe consolidata nel tempo, e una direzione che, tra interessi di categoria e
interessi esterni imposti da condizioni dettate, non pare possa aver difeso
un’analoga coerenza.
Nel
giro di pochi giorni dal rapimento di Maduro, dopochè Trump aveva definito
ottimi i rapporti con la coppia al comando, Delcy Rodriguez e il fratello
Jorge, si sono visti a Miraflores tutti i più importanti esponenti
dell’establishment imperialista. Per primo venne il direttore della CIA, John
Ratcliffe (gestore primo dell’operazione 3 gennaio. E non è stato arrestato…). Per
definire nei dettagli la tabella di marcia dei nuovi rapporti tra Caracas e
Washington si succedettero poi: Laura Dogu, incaricata degli affari
latinoamericani nel Dipartimento di Stato; il capo del Comando Sud USA,
generale Francis Donovan; una delegazione della Commissione Affari Esteri del
Senato; Doug Burgum, Segretario del Dipartimento degli Interni e presidente del
Consiglio Nazionale dell’Energia; Christopher Wright, Segretario per l’Energia;
dirigenti del Ministero della Guerra.
La
Ley Organica de Hidrocarburos, riformata alla luce delle discussioni avute con
questi interlocutori è l’evento più significativo, dopo il ristabilimento delle
relazioni diplomatiche tra i due paesi. E’ stata presentata a Caracas come
strumento per “risolvere i disaccordi storici e rafforzare la cooperazione
energetica in un contesto di sfide globali e creare le basi per nuovi contratti
di forniture della PDVSA, la compagna di Stato per il petrolio.
E’
interessante, per capire come si sia andata modificando a Caracas, sotto
l’effetto dei vari fattori sopra indicati, esasperati dalle nuove sanzioni del
primo Trump, la gestione delle proprie risorse energetiche. E per capire anche
se si tratta di una svolta strategica, o di un ripiego tattico, per salvare il
salvabile (del paese, o della classe dirigente?) sotto la minaccia della famosa
“pistola alla tempia”.
Il
petrolio ago della bilancia, con la pistola alla tempia
La
nuova legge degli idrocarburi è il frutto di una radicale modifica rispetto a
quella del 2001, promulgata da Chavez in attuazione di un principio
irrinunciabile sancito dalla Costituzione del 1999, che rappresentò il picco
delle nazionalizzazioni venezuelane. Aveva stabilito la proprietà statale
esclusiva dei fossili nel sottosuolo, il monopolio della PDVSA nella
commercializzazione internazionale, il controllo di maggioranza statale in
tutte le società miste, la pianificazione pubblica degli investimenti e la
destinazione prioritaria del reddito allo sviluppo sociale.
Nel
2022, tempo di asfissia economica imposta dalla pandemia e dalle sanzioni, il
governo promulgò una riforma che modificava 21 articoli della legge del 2001.
Formalmente la proprietà di Stato era confermata, ma la si apriva in modo non
irrilevante alla partecipazione privata. Le imprese miste poterono operare con
maggiore autonomia grazie alla flessibilità permessa al controllo della PDVSA.
Vennero autorizzati servizi petroliferi che la legge del 2001 aveva
rigorosamente vietati, autorizzati arbitrati internazionali su conflitti con
imprese private che violavano la giurisdizione esclusiva venezuelana stabilita
da Chavez.
Così,
negli anni 2019-2024, Maduro concesse licenze operative alla Chevron e ad altre
imprese statunitensi per l’estrazione e la commercializzazione in certe aree,
un precedente del controllo privato sulla produzione oggi alle viste. Vennero
definite “eccezioni temporanee” per incrementare la produzione e alleviare
l’onere delle sanzioni. La nuova riforma di Delcy le ha rese stabili.
Soddisfano in tutto e per tutto le esigenze dell’Ordine Esecutivo 14373 di
Trump, emanato il 9 gennaio e rappresentano un’erosione grave delle basi
economiche, come rese implicite nella trasformazione sociale di Chavez.
A
tutto ciò si aggiungono ampie facilitazioni fiscali, vantaggi doganali e
l’eliminazione di qualsiasi ostacolo al controllo operativo pubblico. Capovolgendo
la situazione precedente, la nuova legge permette a operatori privati stranieri
di acquisire diritti di proprietà sulla produzione dal momento dell’estrazione
e di commercializzazione diretta senza intermediazione statale. Con tanti
saluti alla destinazione prioritaria di queste risorse allo sviluppo sociale.
Quello che aveva garantito il successo delle “Misiones” di cui sopra.
Doveroso
è rilevare però anche, in apparente contraddizione, che il Ministero del Potere
Popolare degli Idrocarburi, con un comunicato ufficiale ha respinto in modo
categorico le affermazioni dell’ ”estremismo venezuelano e straniero, secondo
cui si sarebbe manifestata l’intenzione di privatizzare l’industria del
petrolio, del gas e petrolchimica del paese”. Aggiungendo, tuttavia, che, per
rafforzare la produzione, le leggi vigenti avrebbero dato impulso con attori
economici privati nazionali e internazionali. Un tira e molla?
Da
che parte pende la bilancia? E, comunque, grazie alle condizioni ora stabilite,
si è potuto verificare il paradosso che, mentre a Cuba viene impedito di
ricevere petrolio venezuelano, dalla nazione bolivariana arrivano, senza il
minimo inconveniente, forniture allo Stato sionista.
Non
di solo petrolio vince l’imperialismo
NY,
manifestazione per Maduro
Gli
scambi sempre più stretti e di largo raggio che si vanno realizzando tra le
amministrazioni di Trump e dei Rodriguez, con il presidente del Venezuela
trascinato in ceppi davanti a un giudice di New York di cui è sperimentata
l’obbedienza al gangster della pirateria del 3 gennaio, vanno al di là
dell’estorsione delle risorse energetiche. Rappresentano una sistemazione
neocoloniale mimetizzata da normalizzazione economica per riequilibrare i
rapporti tra i due paesi. Un neocolonialismo che concede una sovranità formale
all’ombra dell’esternalizzazione del controllo operativo. La condizione di chi
è subordinato e le cui decisioni critiche dipendono dall’approvazione degli
USA.
Nei
giorni scorsi Delcy Rodriguer, presidente “ad interim”, ha partecipato alla
quarta edizione del convegno “Priorità e iniziative per investimenti futuri”,
foro internazionale che riuniva a Miami Beach, regno di Marco Rubio, 1.500
investitori, dirigenti economici e politici, il fior fiore del capitalismo
liberista internazionale. Da remoto, per la sessione intitolata “Capitale in
movimento”, Delcy ha assicurato che la strategia del suo governo è orientata a “riposizionare
il Venezuela come destinazione del capitale internazionale, nel quadro di un
contesto generale di riconfigurazione economica e del riequilibrio del sistema
finanziario internazionale”. Assicurò che il Venezuela è “in grado di guidare
la crescita economica in America Latina, grazie a 19 trimestri consecutivi di
espansione promossa da settori strategici come petrolio, miniera, costruzione e
finanza”. Ricordò anche che il paese offre vantaggi strutturali per attirare
investimenti (le già menzionate agevolazioni fiscali), come l’appena approvata
Legge Organica degli Idrocarburi e i suoi “flessibili” meccanismi di
investimento.
Ricordate
l’immagine commovente dell’abbraccio tra Hugo Chavez e Mahmud Ahmadinejad, il
grande presidente che più di tutti, in Iran, ha saputo salvaguardare il ruolo
di avanguardia antimperialista, di riscatto sociale, laicità e di motore
internazionalista della Repubblica islamica? Un asse che trascendeva identità
religiose, ideologiche, culturali, per un comune schieramento antimperialista
che già prefigurava i BRICS.
Dopo
l’attacco israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio, a Caracas ci furono
lunghi attimi di silenzio. Nell’aria, mentre mobilitazioni popolari si
dichiaravano solidali con Tehran, aleggiava l’abbandono di quella splendida
alleanza creata da due rivoluzionari, Chavez e Ahmadinejad. Poi, il 1 marzo,
ecco il bilanciatissimo comunicato del governo che metteva sullo stesso piano
l’aggressione imperialista, con già il costo delle 180 bambine trucidate nella
scuola di Minab, e la risposta del paese attaccato. Il più classico e penoso
caso di né né. A Tehran si attribuì - cito, per non farci dimenticare parola
per parola – “le ingiustificate e condannabili rappresaglie militari iraniane
contro obiettivi collocati in diversi paesi della regione”. Che poi sono le
basi militari USA nelle petrodittature del Golfo dalle quali sono partiti gli
attacchi all’Iran, compreso lo sterminio di civili.
Il
cerchio si chiude
Delcy
Rodriguez riceve a Carcas il direttore della CIA John Ratcliffe. Si suol dire,
nei manuali, che una rivoluzione viene tradita quando i ceti dirigenti,
borghesi, preservano la propria esistenza di classe, le proprie posizioni di
privilegio, grazie alla subordinazione all’imperialismo. Ciò che abbiamo visto
nelle piazze del Venezuela in questi mesi non sembra dimostrare
un’identificazione tra popolo e direzione. Da un lato ininterrotta resistenza e
disponibilità alla lotta, dall’altro negoziati per garantirsi la sopravvivenza
col nemico.
Le
analisi e valutazioni divergono sugli sviluppi che stanno prendendo i rapporti
tra Venezuela e USA e sulla coerenza tra quanto oggi si persegue a Miraflores e
quanto resta del legato di Chavez. Un’eredità mantenuta, anche se tra
difficoltà economiche crescenti (le sanzioni) e minore coesione tra vertici e
base, nell’era Maduro.
Molti
comprensibilmente, anche perchè hanno fatto coincidere gran parte della propria
vita e attività con la rivoluzione bolivariana, avanzano spiegazioni: “Pistola
alla tempia”, “pragmatismo”, “realismo”, “tattica”, “salvare il salvabile”? Il
risultato sul campo, però, è sempre quello: dal pubblico al privato, dal
primato della sovranità a connubi spuri con interessi predatori, dipendenza
strutturale e blocco del progetto emancipatorio finalizzato a indipendenza e
sovranità.
Al
momento l’allineamento delle iniziative adottate da Miraflores con i desiderata
espressi dalla metropoli imperiale pare procedere senza grandi scossoni. Andrebbe
verificato se nella popolazione si stia insinuando il dubbio che l’assicurazione
dei vertici sulla continuità rivoluzionaria, a proposito della quale Trump fa
buon viso a buon gioco, possa servire a occultare un cambio di rotta.
Addirittura un’inversione a U rispetto a tutto ciò per cui un popolo ha lottato
e, in tempi più vicini, sofferto, per impedirla. Qualche riflessione ci viene
offerta dal mitico quartiere proletario del barrio “23 de Enero”, vero
termometro degli umori della gente. Ne parliamo dopo.
Sorvoliamo
su quanto descritto dal britannico Guardian, organo ambiguo di una sinistra che
merita lo stesso aggettivo, su presunti contatti, nei mesi precedenti
all’aggressione, tra membri dell’establishment e l’amministrazione USA.
Colloqui nei quali si sarebbe trattata l’uscita di scena del presidente Maduro
e un ritorno alla gestione delle risorse venezuelane nei termini “amichevoli”
del pre-Chavez. L’operazione “Absolute resolve” del 3 gennaio sarebbe stata
decisa dopo che Maduro, con quei 50 milioni di taglia trumpiana sulla testa,
aveva rifiutato di cedere alla pressione di Trump.
Da
quei contatti telefonici sarebbe uscita una soluzione che avrebbe determinato
l’accettazione da parte del nuovo vertice venezuelano di una
”compartecipazione” USA e di imprese private al controllo (estrazione,
produzione, commercializzazione) del petrolio, con relativa nuova
configurazione anche della posizione geopolitica del Venezuela in materia di
rapporti tra Washington e il resto del mondo, non solo latinoamericano. Le
dichiarazioni di Caracas sul conflitto con l’Iran ne hanno dato prova. Quanto
alla propria sovranità economica, attendiamo di vedere come questa si manifesta
alla luce della nuova legge sugli idrocarburi.
L’esperienza,
oltre ai “testi sacri”, ci conferma che quando uno strato dirigente negozia la
propria sopravvivenza corporativa con il nemico, rischia di trasformarsi in
borghesia compradora. Non è detto che questa mutazione debba essere esplicita,
sicuramente sarà cosciente. Si possono trovare tanti termini per dare al
processo una veste di necessità imprescindibile, ma il risultato sarà sempre
quello: la dipendenza strutturale e la sospensione di un vero progetto di
emancipazione che risulti in autentica indipendenza sovrana.
Ciò
che la persistente mobilitazione popolare sembra dimostrare è che la lotta di
classe continua durante gli alti e bassi del processo rivoluzionario e che la
contraddizione principale, oltre a essere tra il popolo e il colonialismo
imperialista, può anche essere tra il popolo e la sua direzione politica quando
questa, pur avvolta nella retorica della continuità bolivariana, con i fatti
dimostra di preferire la sopravvivenza allo scontro che potrebbe determinarne
la fine.
A
questo proposito, mantenendoci nell’ambito dei due materialismi citati nel
titolo, va valutato fino a che punto nel corso del processo rivoluzionario si
sia potuta formare una borghesia burocratica che ha acquisito reti di potere
autonomo. Della sua presenza si è avuta la percezione da molti anni a Cuba e ciò
non è stato tra le ragioni minori per l’implosione dell’URSS.
Ci
si trova imprigionati tra le certezze di chi assicura che il Venezuela è sempre
quello e i sospetti che i cambiamenti al vertice dello Stato venezuelano
possano essere stati progettati e poi definiti d’intesa con Washington, con
licenza di preservare le formule e la simbolistica del chavismo. Ma si è
costretti a constatare che quanto va verificandosi in tema di
autodeterminazione è accompagnato dalla rottura delle alleanze storiche con
l’Iran, condannato per aver risposto all’aggressione, e Cuba, verso la quale
non è partita neanche un’imbarcazione di aiuti, come minimo ci si deve
rassegnare al principio di Bertold Brecht: “Tra le cose sicure, la più sicura è
il dubbio”.
Poder
Popular e senza dubbi
Tra
le frasi famose di Bertold Brecht, a quella in apertura ne aggiungo un’altra: “Chi
combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso”. Ci sono coloro, in
Venezuela, che di questa verità hanno fatto la loro anima. Visitiamo il “23 de
Enero”, quartiere proletario e incorrottamente rivoluzionario di Caracas, che
guarda la città dall’alto. E’ di quelli bombardati da Trump la notte del 3
gennaio. Barrio con 13mila abitanti, un tempo emarginato sulle alture sopra la
Caracas dei ricchi ed escludenti, che si è voluto dare quel nome a ricordo
della data del 1958 quando il dittatore Marco Pérez Jimenez venne rovesciato.
Fu in prima fila nella rivolta popolare che fece fallire i successivi tentativi
USA di regime change, o di golpe, come quelli del 2002 e del 2019.
Guadalupe,
giovane militante della Coordinadora Simon Bolivar, la Comune che amministra il
quartiere, ci parla del loro successo nell’alfabetizzazione, passata dal 22% al
98% e di come spirito, coesione e coscienza di quella collettività siano stati
modificati nella partecipazione al processo decisionale che la riguarda.
Juan
Contreras, da 27 anni portavoce della Coordinadora, ci illustra il lavoro
politico, sociale, culturale, di addestramento militare, a promozione e in
difesa del Poder Popular. Visitiamo il “Nucleo di Sviluppo Endogeno” diretto da
un operaio fattosi docente, Vilfredo Roche, con la sua fabbrica di calzature e
le sue “Clinicas populares”. Tutto nel segno di un potere decisionale diffuso,
di una “democrazia partecipativa”, parola d’ordine di Chavez.
Sulla
questione della sovranità, Contreras commenta: “La negoziazione è con le
imprese petrolifere nordamericane e dell’Occidente, ma non si dovrebbero avere
rapporti con l’Iran, la Russia, la Cina e neanche una goccia di petrolio deve
arrivare a Cuba. Capisco che, in una condizione di guerra, le trattative
debbano essere fatte, ma non a queste condizioni. La mobilitazione delle masse
è da vedere in questo contesto. Chi è marciato contro gli USA? I settori
popolari, il popolo venezuelano. Non si è vista una sola manifestazione
dell’opposizione. Sono ottimista, avendo un popolo munito di coscienza che si
mobilita giorno dopo giorno, che si organizza per affrontare la situazione e
ottenere la liberazione del presidente Maduro. Sovranità e dignità sono la bandiera
oggi più che mai necessaria per affrontare la crisi”.
“Desde
las trinchereas de lucha de 23 de Enero, bastion historico de la resistencia
popular, la Coordinadora Simon Bolivar alza la su voz de fuego y dignidad para
denunciar ante la conciencia universal…”
Nel
giorno in cui Maduro si è dovuto presentare alla seconda udienza davanti al
giudice di New York, la Coordinadora Bolivariana ha diffuso un documento
indirizzato al popolo del Venezuela e alle forze rivoluzionarie e
internazionaliste del mondo. Vi si esprime una durissima condanna
dell’intervento imperialista e la richiesta di restituzione di Maduro e moglie,
con forza decisamente superiore a quella espressa nelle esternazioni della
nuova presidenza. Ne sintetizzo alcuni passaggi.
“Il
presidente Maduro non viene processato in base a un atto giudiziario, ma a
seguito di un vile atto di guerra, a un assalto all’autodeterminazione dei
popoli che viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Il
presidente Maduro è un prigioniero di guerra, un ostaggio del capitale
internazionale e di una élite bianca suprematista che non accetta che una
nazione abbia deciso di essere padrona del suo destino…. La farsa di New York,
intesa a giustificare l’invasione, i bombardamenti e l’assassinio di 100
compatrioti venezuelani e di 32 fratelli cubani, ci presenta un tribunale
coloniale dell’inquisizione con questi obiettivi: distruzione della rivoluzione
bolivariana, saccheggio illimitato delle nostre risorse, restauro della
Dottrina Monroe per ridurre la nostra patria a cortile degli USA.”
Con
riferimento alla nuova Ley organica de hidrocarburos, il documento è esplicito:
“Rifiutiamo che il reddito della vendita del nostro greggio venga confiscato
per finanziare la macchina di guerra che oggi aggredisce i popoli liberi. Fedeli
al legato del Libertador e del comandante Hugo Chavez, affermiamo che il
Venezuela è sovrano e non riconosce potenze straniere, tantomeno le loro rapine
a mano armata.”
“Basta
con i ricatti coloniali! Libertà immediata per Nicolàs Maduro e Cilia Flores!
Fuori gli artigli dell’impero dalla terra di Bolivar e Chavez. Quando la
tirannia si fa legge, la ribellione è il diritto. Coordinadora Simon Boilivar,
25 marzo 2026, Caracas”.
C’è
solo un modo per chiudere questo pezzo: Viva la Coordinadora Simon Bolivar!
Nessun commento:
Posta un commento