Askatasuna,17
gennaio assemblea nazionale, 31 gennaio manifestazione nazionale
In
altalena tra bello e brutto
La
versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito,
storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro,
l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che
farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino
dell’Enciclopedia Treccani.
Che
poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania
Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto
del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe
accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo
delle regole) e l’altra catastrofista.
A) Il rapimento di Maduro e le
minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi
gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso
la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul
camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno
irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a
rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione
alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento
dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!
B) Il mondo è in mano a una
triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il
sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie
politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i
potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito
chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…?
Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per
mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E
la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi
conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e
già amica di Chavez)
Tutto
questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o
dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile
per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con
immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita,
frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la
saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del
rapimento, di “azione difensiva” del
camerata Trump.
Per
cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone
cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro
il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore
americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per
quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per
liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che
c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere
all’opera.
Stay
Behind (Stare dietro). A chi?
E
negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un
mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una
pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato
con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva
servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti
giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe
trasformata in un unico, immenso gulag.
Tutto
questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a
quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che,
nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori
vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a
qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington,
dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e
’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in
strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di
casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato. .
Io
so io e voi nun siete…
E
dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono,
riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma
adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito
paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare
per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le
strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo
il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo
che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago
(quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della
Garbatella (un campo di bocce).
I
paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud
Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno
anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che
sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e
un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.
Si
parva licet…
Piantedosi
deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria
città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo
Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem,
equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in
testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a
rastrellare e deportare immigrati.
Troppo
facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della
potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate,
si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate
pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500
miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL),
ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a
un ghepardo.
Scopiazzatura
continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio
venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano
Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli
altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché
bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino
l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi
impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a
far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno
quelli.
Mohammed Hannoun, Angela Lano
In
carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice
del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di
ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove
squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di
riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco
è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita,
privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla
quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da
decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri
scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia
ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università
Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia
Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a
Khan Yunis?
E
se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale
del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le
macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi
“dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a
preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da
sotto i detriti.
E
veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela
politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro
ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che
la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben
sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il
dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.
Gladio
al governo, Askatasuna la resistenza
E
siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di
intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non
era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale
del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a
distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo
mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per
chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente,
socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia
repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di
Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai
morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul
Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei
Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei
DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma,
un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce. Trent’anni di resistenza.
Non
solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del
pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la
testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di
antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare,
ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto
ottuso.
E
su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in
cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità,
alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è
finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità
popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di
ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.
Con
i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli
amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati,
presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue
avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a
imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i
palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i
chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione
politica, faro dell’Occidente in resistenza.
Ho
provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari
Anche
un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un
quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per
scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna.
Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati,
coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano
le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i
monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No
Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto
che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata
ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della
morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida
Essendo
attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella
lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli
anni che, ancora definiscono
derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?
Perlopiù
piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi
precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche
oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si
democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo
Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.
E
si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri.
Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi,
Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste
Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.
Ora
Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha
tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della
Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da
custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il
futuro. Italia da riconquistare.
Con
l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il
paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori
gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano
il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta
al governo, tutti noi che abbiamo
marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente,
un’Askatasuna.
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