giovedì 15 aprile 2010

CANZONE PER UN 25 APRILE









Qualunque cosa tu faccia, ti richiede coraggio. Qualsiasi cammino intraprendi, ci sarà sempe qualcuno a dirti che stai sbagliando. Vi sono sempre difficoltà che sorgono e ti vorrebbero far credere che i tuoi critici hanno ragione. Definire un corso d'azione e seguirlo richiede lo stesso coraggio di cui ha bisogno il soldato. La pace conosce vittorie, ma ci vogliono uomini e donne coraggiosi per conquistarla.
(Ralph Waldo Emerson)
Alcune cose devi sempre rifiutare di sopportare. Alcune cose devi mai cessare di non sopportarle.Ingiustizia e oltraggio, disonore e vergogna. Non importa quanto giovane o quanto vecchio sei. Non per privilegi, nè denaro, la tua foto nei giornali, o soldi in banca. Devi rifiutare di sopportarli.
(William Faulkner)
Sto fuori Italia per qualche giorno. Anticipo il mio omaggio al 25 aprile.
Circola da qualche settimana in rete questo scritto di Elsa Morante,
Autrice de La Storia, L'Isola di Arturo, ecc.

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera
di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato
la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una
parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse
e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto
delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte
piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve
scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo
dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza
volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un
popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di
modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi
atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso
della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è
diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più
completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto,
cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario,
buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza,
si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo
abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo,
senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che
vuole rappresentare
."
(Elsa Morante)

Fatta la tara alla sciocchezza disfattista dell'identificazione dello spregevole soggetto con tutto il "popolo italiano", roba che viene ancora oggi gufata a sinistra a mo' di foglia di fico sulle proprie vergogne, immediata e ovvia sorge la sovrapposizione del Mussolini descritto da Elsa Morante, anni prima della nostra era dello sconforto, con il guitto mannaro che ci troviamo sul groppone oggi. E mi ricordo come il direttore di Liberazione, Sandro Curzi, buonanima di "compagno comodo", derise e rampognò il mio termine di "regime" in un articolo scritto in pieno secondo bordello governativo Berlusconi "Esagerato! Allarmista!" Qualche anno prima, al TG3 ricevetti analogo biasimo dal direttore, allora Andrea Giubilo, per aver definito il noto Pacini Battaglia, plurinquisito nell'epigonale Mani Pulite e in lega con personaggi di cui denunciai le malefatte nei traffici e nascondimento di rifiuti a La Spezia. Disse: "Ma se al massimo è un traffichino". Convergenze parallele tra "sinistra" e "destra": far passare le travi nell'occhio, proprio o altrui, per spine.

Se l'accostamento scaturito dal bel ritratto di Morante è convincente, ritengo che sia tuttavia inadeguato e riduttivo. Concordo, l'ho già detto un'altra volta, con Asor Rosa quando dichiara la berlusconeria peggio del fascismo. Per infingardaggine, mendacità ontologica, corruzione escatologica, perversione epistemologica, capacità di introdurre nel buonsenso generale una depravazione etica e sociale totalitaria, egoismo paranoico, obliterazione del pubblico da parte del privato predone e mafioso, criminalità organizzata direttamente al potere, integralismo religioso di stampo medievale, e mille altre nefandezze che il creatore dello Stato corporativo fascista, in tutte le sue turpitudini, neanche si sognava.

A questo proposito, anche per non essere frainteso, riporto qui sotto una mia "composizione" di anni fa. E' stato l'unico disco che ho mai fatto incidere (Edizioni Circoli d'Ottobre), pur avendo invaso le ugole degli anni''68-'77 con una pletora di canzoni e canzonacce. E' niente di che, è solo una canzonetta. Ma quella e le altre le cantavamo nelle piazze di tutto un paese in movimento sussultorio. Bastava ci fosse una chitarra. Allora, come in tutte le situazioni rivoluzionarie, vedi Irlanda, vedi Cuba, vedi Honduras, vedi Palestina, la musica nasceva dal basso. Giorno per giorno. Oggi la musica la si ascolta. Magari chiudendosi al mondo con gli auricolari nelle orecchie. Invece penso che quella vecchia canzone dovrebbe sfondare gli auricolari anche oggi. Proprio oggi.

Aggiungo poi una poesia che chiude la recente commovente raccolta di Geraldina Colotti "La guardia è stanca". Si può discutere sulla qualità del lavoro (a me c'è che mi è piaciuto, e c'è che non), ma può essere interessante percepire la differenza tra chi ha fatto altri percorsi, meno a rischio di contaminazione e non ha zavorre con cui confrontarsi, e chi proviene da un'esperienza sconfitta, magari generosa, ma sbagliata e non riconosciuta tale che, proprio per questo limite, vede quelle pagine sfogliate da un'aria di stanchezza (vedi il titolo), desolazione, profondissima amarezza, nell'ultimo verso addirittura rassegnazione. A mio avviso, accertato che le palle di neve (vedi la poesia) non contengano sostanze tossiche, le si possono anche usare oltrechè per impastare omini con la carota, per accecare chi ci vuole colpire.
Comunque è meglio di primavera: c'è roba più dura in giro.

A chiusura riporto un'importante presa di posizione di un attivista di Amnesty International nei confronti della sua associazione. Cose analoghe si sarebbero potute rinfacciare a Amnesty in molte altre occasioni di parzialità nefasta. Quando ero a Baghdad nell'aprile 2003 e le armate barbare dell'invasore venivano affrontate, oltrechè da un esercito in condizioni pietose dopo 12 anni di embargo totale, da migliaia di militanti del partito Baath e di altri combattenti delle
nuove formazioni della Resistenza, mi atterrì una Reuters che riportava la dichiarazione, ufficiale e solenne, di Amnesty, secondo cui, chi si oppone a un esercito regolare (quello Usa) in panni borghesi, privo di uniforme, era da catturare e giudicare come criminale. Ecco dunque criminalizzata ogni forma di resistenza di popolo non inquadrata nell'esercito nazionale di uno Stato, per quanto autenticamente fuorilegge e terrorista, ma con tanto di spalline, stelline, alamari. Da allora non mi fido degli equilibri di Amnesty.

Fiore rosso e fucile

Fiore rosso e fucile
viva la libertà
era il 25 aprile
si rifà la società.

I padroni sono morti
i fascisti impiccati
la giustizia degli insorti:
libertà per gli sfruttati.

Proletari al potere
non c'è più la schiavitù
dalle fabbriche al quartiere
non si servirà mai più.

Ho sognato per vent'anni e più
quel 25 april
ricordo della mia gioventù
vissuta col fucil
finchè dal popolo in servitù
si sveglia un canto e va
e riporta giovinezza e amor
per rossa libertà.


Ma ci dissero al partito:
sotto con la produzione
il conflitto è ormai finito
non si fa rivoluzione.

Cerimonie ed elezioni
cosa serve aver lottato
il fascismo può parlare
democratico è lo Stato,

E passsaron tanti anni
democratici e coglioni
due promesse, cento inganni
vincon sempre i padroni.

Ho sognato per vent'anni e più....

Ma un bel giorno
ciu fu un grido:
si ritorna a esser classe!
Nelle piazze a centomila
ritornarono le masse.

Eran giovani compagni
per spazzare via i fascisti
ci ridiedero i vent'anni
siamo tutti comunisti.

Sole rosse di mattina
pel padron non c'è domani
si farà lotta continua
siamo i nuovi partigiani.

Ho sognato per vent'anni e più...


(Fulvio Grimaldi)


Neve
Ancora inverno
nessun Palazzo preso
L'uomo beve
cammina solo
Ancora inverno
nessun Palazzo preso
Tatiana ammicca
Storpi di Sarajevo
Irina in macchina
vomita Ingegnere
Ancora inverno
nessun palazzo preso
ma abbiamo ancora inverno
per impastare neve

Un uomo senza sogni
è un vincitore.

(Geraldina Colotti)
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Lettera inviata il 22 marzo ad A.I. da Joaquin Rodriguez Burgos*

Traduzione a cura della redazione di l’Ernesto online

* della sezione spagnola di Amnesty International

Sono iscritto alla sezione spagnola di Amnesty International dall’anno 1996. Ho scritto moltissime lettere a decine di responsabili politici di diversi paesi e ad alcuni prigionieri incarcerati in alcune prigioni del mondo (compreso un prigioniero cubano), su suggerimento di A.I. Sono tra coloro che pensano che il bilancio globale del lavoro di A.I. in difesa dei diritti umani nel mondo sia positivo; ovviamente per questa ragione continuo a rimanere socio di questa organizzazione.

Nonostante ciò, non posso tacere che, nel caso particolare della vostra posizione verso il governo di Cuba, voi siete caduti in una grave contraddizione. La stessa Amnesty International nei suoi rapporti ha riconosciuto che la maggioranza dei prigionieri condannati a Cuba, qualificati da A.I. come prigionieri di coscienza, sono stati finanziati materialmente e con denaro dal governo degli USA, governo che, come sapete, ha partecipato in differenti gradi a diverse azioni contro i governi cubani nel corso della Storia e che ha dichiarato unilateralmente Cuba come “paese nemico”, nonostante gli Stati Uniti non abbiano mai subito nessuna aggressione armata dal suo governo. Come certo non ignorate, il diritto internazionale considera illegale il finanziamento da parte di una potenza straniera dell’opposizione interna di una nazione sovrana. Allo stesso modo considera illegale il rovesciamento di un governo sovrano da parte di un altro governo straniero. D’altra parte, allo stesso modo di qualsiasi altro paese del pianeta, lo Stato cubano ha varato una normativa diretta a proteggersi da tale ingerenza, che messa a paragone con quella di altri paesi, compresi gli USA, è persino più benevola.

Per tutte queste ragioni è facile concludere che è completamente contraddittorio da parte di A.I. considerare prigionieri di coscienza le persone finanziate da un governo straniero (che si considera unilateralmente, ricordiamolo, nemico) allo scopo di rovesciare il loro governo legittimo, trasgredendo in tal modo non solo la legislazione nazionale cubana, ma anche quella internazionale. Seguendo la logica applicata in questo caso, A.I. dovrebbe considerare come prigionieri di coscienza tutti coloro che vengono condannati in base all’applicazione di normative simili nel resto del mondo, compresi i condannati nello Stato spagnolo. Pertanto, vi sollecito, come socio di Amnesty Internacional, a cessare di presentare nei vostri rapporti come prigionieri di coscienza i prigionieri cubani che ricevono finanziamenti stranieri per rovesciare il governo cubano, dal momento che, con ogni evidenza, non lo sono.


mercoledì 14 aprile 2010

PCI-ISRAELE, COME ANDARONO LE COSE. E come vanno.
















Giorgio Napolitano è sempre stato un cortese annuitore"
(Rossana Rossanda)

La scipita, minimalista, seppure ironica definizione della "veneranda maestra" ex-PCI, paragonabile a tutte la sua summa ideologica, perennemente sotto il livello della perspicacia rivoluzionaria (pensate alle valutazioni sulle "BR-album di famiglia", all'inconsulta difesa del supercialtrone Adriano Sofri, agli amorazzi per Obama, il turpe Ingrao, il Vendola-Svendola...), riceve una strepitosa risposta da Israele. Dopo l'antimafia italiana - filomafia israeliana, Roberto Saviano, dopo l'anticriminalità italiana - filocriminalità israeliana, Marco Travaglio, ecco che esibisce tra i ranghi delle sue truppe speciali anche un altro eroe del nostro tempo: Giorgio Napolitano (vedere qui sotto), premiato a Tel Aviv dagli stessi terminator e pulitori etnici che, contemporaneamente, emanano l’ordine di smammare ai palestinesi che ancora si ostinano a resistere nei miserandi resti della Palestina stuprata. Si tratta di un dispositivo militare per cui i “palestinesi infiltrati”, cioè con passaporto di altro paese (Giordania), o senza, cioè quasi tutti, devono togliersi dai sacri marroni ebrei, o finire nelle noti carceri israeliane della tortura e della cancellazione di ogni diritto. Con tanti saluti di coloro che ancora cianciano di "processo di pace" e di "due Stati per due popoli", anzichè impegnarsi per l'unica Stato decente e possibile: quello unitario di Palestina. Napolitano è il patriota, superato solo dal Fausto Bertinotti libanese e folgorizzato nell'obliterazione dell'articolo cardine della nostra Costituzione, l'11 antiguerra, e nel pornografica esaltazione dei nostri mercenari tagliagole all'estero (zitto come un avvoltoio, invece, sul sequestro Nato-ascari degli autentici eroi di Emergency, colpevoli, diversamente dagli schiavi cari a Napolitano, di vedere e di dire).

L'arguto Travaglio, dal canto suo, un po' più pertinentemente, scrive su Il Fatto di un "Napolitano che dorme e quando non dorme firma" (o viceversa), e resta anche lui sotto l'assicella. Salto della quaglia più che salto in alto. Ben altra considerazione merita questo Capo dello Stato e dell'inciucio infinocchiante. Dell'entità Napolitano e dei suoi trascorsi "miglioristi" filocraxisti (con, come si sa, alle spalle non troppo lontana la P2, confermata dalla napolitanizzazione del legittimo impedimento pro-eccellenza piduista) mi sono occupato in passato post. Qui resta solo da sottolineare come anche i suoi più consapevoli censori, restino un tantino piegati davanti alla "figura istituzionale". Embé, rivoluzionari non sono.



Ora leggete l'orripilante notizia dell'inverecondo fatto, trasmessa dal'International Solidarity Movement, sezione Italia, e poi ne troverete un adeguato commento del suo responsabile, con citazione di Giancarlo Pajetta (ex-dirigente fracassone del PCI) a proposito di PCI-Israele, cui ho apportato qualche precisazione da mia esperienza diretta. Spero che arrivi anche un appello a manifestare, il 22 aprile, contro il serialkiller Simon Peres, presidente dell'entità sionista, ricevuto dall'omologo ideologico, sindaco di Roma, al Mausoleo di Augusto. A questo appello affianco volentieri quello dei Circoli di Italia-Cuba a gridare il proprio sdegno e le proprie verità sul muso di una Rai impegnata in questi giorni a navigare nella cloaca di menzogne e diffamazioni su Cuba.

Campagne parallele e propedeutiche allo scatenamento del pacifismo obamiano in tutta l'America Latina, a partire dal colpo di Stato fascista e dai suoi squadroni della morte in Honduras, repubblica tornata delle banane in cui gli specialisti USA, Orlando Bosch e Billy Joya, stanno ripetendo i fasti stragisti dei famigerati anni'80 dei Contras. In queste ore, sotto la guida di questi arnesi del genocidio alla yankee, migliaia di contadini nella regione atlantica dell'Aguan vengono rastrellati (nove campesinos e cinque giornalisti uccisi nel solo mese d'aprile) da esercito, polizia e paramilitari colombiani (giovedì 22 aprile, ore 17.30, sede Rai, Viale Mazzini).

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Il Dan David Prize a Giorgio Napolitano

1. Che cosa è il Dan David Prize

Il 9 maggio 2010 si terrà al'Università di Tel Aviv la cerimonia di consegna dei premi Dan David (http://www.dandavidprize.org).
I premi sono assegnati tenendo conto delle tre dimensioni del tempo, il passato, il presente e il futuro.
Il premio per il passato è stato assegnato quest'anno a Giorgio Napolitano per la sua Marcia verso la democrazia.
Il premio per il presente, Letteratura: Interpretazione del XX secolo, è stato assegnato alla scrittrice canadese Margaret Atwood e allo scrittore indiano Amitav Ghosh.
Il premio per il futuro, Computer e Telecomunicazioni, è stato assegnato al Prof. Leonard Kleinrock, Professore di Computer Science all'Università della California, al dr. Gordon E. Moore cofondatore dell'Intel e al Prof. Michael O. Rabin, Professore di Computer Science alla Harvard University e alla Hebrew University di Gerusalemme.
Il premio è di un milione di dollari per ognuna delle tre sezioni.

2. Perché Giorgio Napolitano merita questo premio (*)

I meriti del Presidente della Repubblica nella definizione dei rapporti PCI-Israele prima e Italia-Israele poi sono indubbi.

* vale ricordare che hanno ricevuto il premio anche Magdi Allam nel 2006 e la Città di Roma. Quest’ultimo è stato ritirato nel 2009 da Gianni Alemanno.

a - Israele è uno stato coloniale e coloniale è anche il suo atto di nascita
Il PCI, filo-israeliano al momento della costituzione dello Stato di Israele per obbedienza all'Unione Sovietica che era d'obbligo, mutò linea politica, sempre in sintonia con Mosca, con un rapporto di Giancarlo Pajetta alla I Commissione del Comitato Centrale del PCI nel febbraio del 1970.

"È certo - scrisse l'esponente del Pci - che Israele ha dimostrato di trovare la sua forza essenziale in una esasperazione sciovinistico-religiosa; gli avvenimenti più recenti accentuano, o rendono evidente, anche agli occhi di gran parte della opinione pubblica europea e di forze politiche che ebbero durante la guerra dei “Sei giorni” posizioni di incertezza, il carattere coloniale di Israele" e aggiungeva "va ricordato - non come una curiosità storica ma come un giudizio politico - che lo stesso carattere coloniale ebbe anche l'atto di nascita di Israele".



ISM-Italia non ritiene utile in generale rivolgere appelli, a maggior ragione in casi come questi.

Si rischia il ridicolo se si dovesse chiedere a Giorgio Napolitano di rifiutare il premio.

Come ha scritto Rossana Rossanda è sempre stato “un cortese annuitore”.

L’unica dimensione possibile rimane quella della denuncia.

Naturalmente ognuno/a è libero/a di trarre lo spunto da questo documento per una sua iniziativa coinvolgendo o meno altre persone.

Io mi limiterò a spedire il documento alle mailing di ism-italia e naturalmente al presidente.

AlfredoTradardi


Utile segnalazione.
Con una precisazione.
Quando Pajetta fece quel discorso al Comitato Centrale del PCI, la svolta del partito da filo-israeliana a critica dello Stato sionista, era stata avviata da tre anni. E a titolo di storia minima, non per questo da trascurare, vorrei ricordare agli aderenti ISM Italia, che raccoglie ogni lavoro sulla Palestina tranne i miei (non me ne addonto, circolano abbondantemente), come si arrivò, anche con un piccolo contributo mio (ma sono le circostanze che contano), a quel mutamento di giudizio.


Da giornalista della BBC ero a Londra negli anni'60. Facevo anche il corrispondente per "Panorama" (allora un periodico di sinistra) e "Paese Sera". Quando il 5 giugno 1967 Israele aggredì i paesi arabi, Paese sera non riuscì a mandare a Tel Aviv un corrispondente, visto che quel governo aveva chiuso gli aeroporti. Mi chiese di tentare di arrivarci da Londra. Riuscii ad imbarcarmi su un aereo di volontari ebrei che andavano a combattere "contro gli arabi che volevano buttare a mare i sopravvissuri dell'olocausto". La posizione di Paese Sera, del PCI e pressochè universale era di condivisione di questa valutazione: eravamo già, come durante mille anni prima e come oggi, allo "scontro di civiltà".



Ma quello che vidi, seguendo le armate israeliane nell'assalto ai territori palestinesi non ancora occupati, a Egitto e Siria, l'insospettata presenza di un popolo, il palestinese, che veniva massacrato, i villaggi incendiati e rasi al suolo, l'agghiacciante odio e disprezzo razzista espresso da tutti gli ambienti dell'entità sionista nei confronti degli arabi, la realtà storica dell'invasione-occupazione-espulsione-genocidio fino allora ampiamente occultata, si potè riflettere nei miei reportages, a dispetto della censura militare israeliana. E Paese Sera, scosso da violento dibattito, tuttavia diede fiducia al suo inviato e pubblicò. Pubblicò provocando, sulla scorta anche delle informazioni oneste mandate da pochi altri colleghi, un analogo dibattito ai vertici e in tutto il PCI. La linea della verità e della giustizia storica e cronachistica prevalse. Il direttore ebreo, filoisraeliano di Paese Sera, Fausto Coen, perse il posto simultaneamente all'uscita dei miei articoli.

Ricordo che particolare emozione provocò tra i lettori, espressa in numerose lettere, il mio racconto di un viaggio a Gaza e nel Sinai occupati, organizzato per i giornalisti dal comando israeliano alcuni giorni dopo la fine della guerra.La guida era un capitano delle forze speciali. La strada costiera di Gaza, appena usciti dai territori occupati dai sionisti nel 1948, era piena di cadaveri di soldati egiziani abbandonati nei fossi. Chiesi al capitano come mai Israele non osservasse il dettato delle convenzioni di Ginevra e la consuetudine consolidata di restituire al paese d'origine o, quanto meno, di seppellire, quei corpi in putrefazione, divorati da cani e avvoltoi. Ecco la risposta, inchiodata nella mia memoria e stimolo ai miei quasi 45 anni di impegno per la Palestina e per gli arabi: "A noi israeliani piace mostrare al mondo che l'unico arabo buono è l'arabo morto". L'idea faceva il paio con le infinite scritte sui muri di Tel Aviv e di Haifa, in cui si invitava allo sterminio degli arabi "cani, topi e scimmie". Allora i sionisti e i loro padrini e accoliti parlavano preferibilmente di "arabi", dato che, come aveva sentenziato Golda Meir, "il popolo palestinese non esiste" e gli ebrei, "popolo senza terra", da Herzl in poi "tornavano in una terra senza popolo". Ma di arabi parlavano anche i palestinesi, allora riconoscentisi e riconosciuti membri di una comunità più vasta, storica, etnica, culturale, religiosa, politica: la nazione araba. Concetto fondamentale di liberazione, non isolabile, per quanto oggi tale isolamento ottusamente si pratichi, dalla questione specifica palestinese, dando per scontato che "arabi" siano i regimi vassalli degli Usa e non le loro popolazioni in endemica rivolta. Non vedere l'intima relazione tra il destino di iracheni, yemeniti, algerini, egiziani, siriani, libanesi, arabi tutti, e palestinesi, significa minare la grande forza e le incancellabili potenzialità della comunità araba. Ci sia di esempio la priorità assegnata all'unità da tutte le forze di emancipazione latinoamericane. Non per nulla nei piani politico-militari USraeliani la frantumazione dell'unità araba è il principio strategico.

Giunti a El Arish, nell'Egitto occupato, fummo trascinati nel locale muncipio. Il capitano si gettò sulla poltrona del sindaco nella sala consiliare, sbattè i piedi sul tavolo davanti a lui e fece allineare alla parete di fronte i membri del consiglio comunale, anziani arabi silenziosi, dritti e dignitosi. Abbaiò, la nostra guida: "Allora, bastardi, dite ai signori giornalisti: è meglio Israele o l'Egitto". Nel silenzio assordante difeso dai consiglieri arabi, intervenni e dissi al fascista ebreo che non desideravamo la risposta a un'intimidazione ricattatoria, mascherata da domanda e posta in quei termini e con quei toni. Il capitano non reagì. Quando, tornati a Tel Aviv, scendemmo dall'autobus, il cialtrone in uniforme mi prese per il collo e sbraitò:"Tu non sei amico di Israele!". Se Israele è come te, risposi, non le sono amico. Seguì una scazzottata e, l'indomani, all' albergo "Dan" dove abitavo, arrivò l'ordine di immediata espulsione. Paese Sera pubblicò. E pubblicò anche le mie successive corrispondenze dalla Siria del socialista Atassi, dall'Egitto di Nasser, dal Libano della combattiva diaspora palestinese. Figuratevi che, mentre Pajetta avrebbe iniziato la conversione a U del PCI sulla Palestina, il settimanale del PCI "Giorni-Vie Nuove già pubblicava i resoconti delle mie operazioni con i fedayin del Fronte Democratico che dalla Giordania penetravano in territorio occupato per imboscate a militari e coloni. Racconti, anche questi, tali da rovesciare l'assunto precedente nel suo contrario. Racconti ai cui protagonisti non si dava del "terrorista".
Fulvio Grimaldi


Elettori di Alemanno si preparano ad accogliere Simon Peres

MO: CAMPIDOGLIO, ABU MAZEN E PERES IL 22/4 ALL'ARA PACIS

(ANSA) - ROMA, 13 APR - Il 21 aprile prossimo prenderà il via a Roma
l'"Iniziativa AraPacis e l' istituzione del Consiglio per la Dignità, il
Perdono e la Riconciliazione" dedicato alla dimensione umana della pace.
Alla presentazione, il 22 aprile prossimo, parteciperanno il sindaco di
Roma Gianni Alemanno, il presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres
e il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen.
Lo rende noto il Campidoglio.
L'iniziativa mette Roma, in particolare l'Ara Pacis Augustea, al centro
di un articolato progetto: l'istituzione di un Consiglio universale
permanente per la Dignità, il Perdono e la Riconciliazione, dedicato
alla dimensione umana della pace. Il Consiglio assisterà Governi,
Istituzioni e Comunità apportando un contributo di natura etica, morale,
culturale e pedagogica, garantendo che il rispetto, la comprensione e il
dialogo siano parte costitutiva dei processi di pace.
L'"Iniziativa Ara Pacis" nasce sotto l'Alto Patronato del Presidente
della Repubblica, con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei
Ministri e del Ministero degli Affari Esteri.

mercoledì 7 aprile 2010

IRAQ, LA FIACCOLA SOTTO IL MOGGIO

































20 marzo: manifestazioni per il ritiro dall’Iraq a Washington e nelle maggiori città statunitensi.

Nessuno sopravvive quando cade la libertà. Gli uomini migliori marciscono in luride prigioni. E coloro che gridano “pacificazione, pacificazione” vengono impiccati da coloro che vollero compiacere.
(Hiram Mann)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio.
(Italo Calvino, “Le città invisibili”)


Chi conosce l’opera del discutibile, contradditorio, geniale, squinternato, detestabile, adorabile, grande creativo pescarese, sa cosa questo titolo vuol dire. Agli altri spiego: è come il pugno che, nell’immagine qui sopra, sfonda le pareti USraeliane del carcere che lo imprigiona. Nel raccontare le recenti elezioni in Iraq, tutta la stampa, ma proprio tutta, ha ritrovato l’unanimità che si saldò a pietra tombale sulla verità e la libertà della Jugoslavia, prima, e della Serbia, poi. Le escort mediatiche hanno festosamente cinguettato di “affermazione della democrazia”, di “ritorno alla normalità”, di “stabilizzazione” e “uscita dal tunnel”, di “vittoria sul residuo terrorismo di Al Qaida”. In questo turbinìo di superficialità, falsità, deformazioni, occultamenti, ha eccelso, come al solito, la nota Giuliana Sgrena del “manifesto”, facendoci una volta di più rimpiangere lo scomparso Stefano Chiarini.

Escort all’inchiostro
Le sue articolesse sulle elezioni irachene del 7 marzo sono quanto di più inadeguato, incompetente, mistificante, embedded, si sia potuto inventare per mistificare la realtà irachena. Dopo aver strombazzato vaghezze sulla felice normalizzazione dell’Iraq in mano a Usa, Iran e banditi locali, quando la Resistenza risponde alla farsa elettorale con attacchi in tutto il paese titola su due colonne (6/4/10): “E’ incubo a Baghdad, Al Qaeda rialza la testa”. Segue una lamentazione sui brutti, sporchi e cattivi che impediscono all’Iraq di essere quello che il buongusto vuole e nella quale il “terrorismo di Al Qaida” è nominato venti volte. L’incubo del titolo è tutto suo. Quello degli iracheni è di essere raccontati in questo modo all’estero. Una vergogna che urla al cielo. Fa il paio con Sgrena la collega Marina Forti, punta di lancia della lobby ebraica, che spreca moltissimi soldi del “manifesto” per raccontarci dal Pakistan tutto sullo scontro di civiltà con i bruti islamici, sull’ l’orrido terrorismo dei Taliban che insiste a non piegarsi all'occupazione dei crociati, agli assassinii mirati delle forze speciali Usa, ai droni serial killer di civili, alle truppe governative i cui servigi mercenari agli Usa garantiscono la sopravvivenza al potere del fantoccio Usa, Zardari. Ma di queste cose Forti non parla: dai suoi paginoni esplode un’apocalisse tutta di marca indigena, ovviamente integralista, ovviamente kamikaze, ovviamente terrorista. A un viaggiatore del tempo, che so un Marx, un Weber, un Benjamin, un Sartre, una Luxemburg, perfino una Arendt, cui capitasse di incocciare nelle pagine internazionali dei nostri giornali di sinistra (vi comprendo anche Il Fatto, ottimo fino a quando non si avvicina a questioni estere, dove il raccapricciante solco è tracciato da Obama e difeso da Netyaniahu e perfino da La Russa), si presenterebbe un paradosso da traveggole: abbracci ai dannati della Terra che zatterano fin qua e calci in culo al tritolo, per interposti Usa. Israele e Nato, a quelli che si ostinano a volersi liberi nella propria terra Dopo pagine di pianto e collera per i proletari massacrati da Biagi, Treu o Sacconi, ecco quelle due escort col calamaio che, spappagallando sul terrorismo iracheno o afgan-pakistano, occultando il terrorismo imperialista, reggono le code ai frak dei padroni impegnati a massacrare cn droni e missili analoghi proletari a casa loro.

Qualcuno volò sul nido della cannaiola
Avete mai visto un nido di cannaiole in qualche zona umida? Spesso, di questi tempi, vi trovereste un pulcino molto più grosso degli altri due o tre e che i genitori nutrono con particolare accanimento: la sua inestinguibile fame li costringe a un superlavoro e va a scapito della crescita, a volte della vita, degli altri pulcini. E’ che quel pulcino non è una cannaiola e non è spuntato dall’uovo depositato dai presunti genitori: è l’uovo del cuculo, astuto parassita che, di soppiatto, infila il suo uovo nel nido altrui e se lo fa covare dagli ignari titolari. Frega le cannaiole e la loro prole fingendosi uno di loro. Comparendo in mezzi d’informazione che si appellano alla sinistra, sono andati/e a scuola del cuculo certi/e giornalisti/e. Del resto, i nidi delle cannaiole diventano ogni giorno più ospitali. Se si pensa che vi hanno trovato posto anche ovone di cuculoni come Ingrao e Bertinotti…



Ma poi. l’assenza di un qualsiasi increspatura di vita e di un minimo sussulto di conoscenza-coscienza in quel Carneade che è oggi la “sinistra antimperialista” italiana (vedere al confronto le manifestazioni di decine di migliaia di anti-guerra Usa nell’anniversario dell’aggressione, gli 80 parlamentari Usa che hanno chiesto un ritiro immediato, la crisi di governo in Olanda causata dalla decisione di ritirarsi dall’Afghanistan),
ha grandemente facilitato il lavoro dei cuculi mediatici. Il formicaio della miriade di
comunisti che si uniscono, si spaccano, si spippettano, ogni gruppazzo per conto suo, si attraversano, si fanno le scarpe, allestiscono convegni, se la cantano e se la suonano in rete, non ha espresso un singulto sull’inizio, il 18 marzo 2003, di un’aggressione assolutamente genocida, inserita in un programma di assassinio seriale denominato “guerra globale e infinita”, cui i propri rappresentanti mediatici hanno lisciato il pelo e quelli in parlamento hanno fornito, senza neanche trenta denari di compenso, il servizio che Giuda offrì a quelli del Sinedrio. E di conseguenza non ha saputo dire una parola di verità sull’ennesimo crimine commesso in Iraq ai danni di una popolazione ridotta allo stremo, ma tuttora non piegata: pensate a una Gaza moltiplicata per mille.

Mettere la fiaccola sotto il moggio significa occultare la verità (Il Nuovo Zingarelli: Nascondere qualcosa alla gente, tacere una verità). Cerchiamo ora di far uscire qualche barbaglio di questa fiaccola, di farle illuminare gli angoli oscurati dalla codardia e dalla complicità.

Il ventennio del genocidio

Quello che i nazisionisti infliggono ai palestinesi da oltre 60 anni, gli iracheni lo hanno subìto concentrato in vent’anni, con uno sforzo apicale degli autori negli ultimi sette. Era la notte tra il 17 e il 18 marzo 2003 e mi trovai, con un autista morto di sonno e fatica per l’incessante andirivieni tra Baghdad e Amman (la gente fuggiva nell’imminenza di un attacco annunciato, altri rientravano per combattere l'invasore), a metà strada di quei mille chilometri. Di colpo, la notte è squarciata da una serie di lampi e di boati. Poche centinaia di metri dopo troviamo l’unico posto di ristoro del tratto iracheno ridotto in macerie e fumante. L’autista accelera, non riusciamo a vedere se c’è anima viva o morta, solo qualche pecora maciullata. Non capirò mai perché tutti datano l’inizio dell’aggressione al 20 marzo: quando arrivammo quel 18 mattina, Baghdad già bruciava. Restai fino al 9 aprile, tra bombe che infrangevano vetri e mura del mio albergo e che massacravano voluttuosamente una città che gli Abassidi e Saddam avevano fatto tra le più belle e vitali del Medioriente, con dentro un popolo fiero ed evoluto, a me più caro di tutti per le inenarrabili sofferenze pagate alla barbarie occidentale e per l’indomabile dignità e resistenza. Superata la sconfitta tattica subita nella battaglia dell’aeroporto, guidata personalmente da Saddam e che costò all’invasore più perdite di tutta la guerra, i lanzichenecchi angloamericani dilagarono per la città sterminando e distruggendo. Lasciai l’Hotel Palestine con l’ultimo pullmino che riuscì, divincolandosi per viottoli e sentieri sfuggiti ai barbari, a uscire da Baghdad. Alle mie spalle, da una stanza vicina alla mia, ancora fresco si spandeva il sangue di miei due colleghi frantumati da cannonate intese a punire giornalisti che, attestandosi a Baghdad, non avevano ottemperato all’ordine Usa di seguire, embedded, le truppe. Mentre dalla sua postazione sul terrazzo, Giovanna Botteri, inviata Rai, ululava nell’etere scomposti benvenuti a stelle e strisce. Indimenticabili i suoi saltelli di gioia e l’urlo: “arrivano, arrivano !” Quasi qualcuno le stesse prospettando un orgasmo da George Clooney.

Sgrena non vede, cuore non duole
Anche la Botteri, dalla sede Rai di New York, ha rievocato l’anniversario. Quelle di Sgrena e compari non differivano in niente dalla celebrazioni della “democrazia ritrovata” del cuculo Rai. Sotto il moggio, una pietra tombale posta da queste embedded e definita “normalità”, la fiaccola fa risplendere un oceano di sangue e infamità che, dal gennaio 1991, guerra del Golfo e inizio dell’embargo, a tuttoggi, trionfo democratico e finto ritiro di Obama, non cessa di allargarsi e sommergere vite, civiltà, giustizia, verità. Dal 1991 al 2007, dati sia ONU, sia dei più accreditati enti occidentali di ricerca (l’istituto ORB britannico, la rivista medica Lancet, tra gli altri) ci dicono di un milione e mezzo di civili iracheni uccisi dalle sanzioni e di un milione e due ammazzati dall’occupante e dalle milizie scite già solo entro quella data. Confermato anche da ELBaradei, già capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). Si calcola che quasi metà delle vittime siano donne, ora, con i bambini, il settore più debole quando, prima, le donne dell’Iraq erano le più emancipate e politicamente presenti di tutta la regione. Chissà perché le nostre integraliste che pretendono di parlare a nome delle donne, quando a ogni femminicidio si chiedono “perché gli uomini uccidono le donne”, non si fanno venire in mente i femminicidi di massa sotto lo stivale dell’aggressore e le ciabatte dei suoi servi.

Se si calcolano le stragi collegate al surge Usa del 2007 e all’ulteriore pulizia etnica scita-iraniana, pur prescindendo dalle provincie in cui, a causa dei combattimenti non si sono potuti effettuare rilievi (le tre sunnite, su 18), non si sbaglia di molto a calcolare il numero delle vittime da occupazione e pogrom anti-sunniti di sciti e curdi in complessivamente tre milioni. Due milioni e mezzo sono i feriti e mutilati in un quadro sanitario che, dal più avanzato del Terzo Mondo, è stato degradato ai livelli dei tuguri di Teresa di Calcutta. Cinque milioni sono le foglie strappate dall’albero dissecato della nazione irachena, tra profughi all’estero – senza stato giuridico e prospettive di lavoro - e spodestati raminghi in patria, tutti condannati a una sopravvivenza senza titoli, diritti, mezzi di sussistenza adeguati, futuro. Se tornano, trovano le loro case occupate dai pulitori etnici e le loro vite minacciate di definitiva estinzione. Quasi il 20 per cento degli iracheni non ha più vita biologica o civile. Ne sono stati uccisi diecimila al mese. C’è da far impallidire l’olocausto.


Su tutto il territorio iracheno si va inciampando in fosse comuni, fresche di scavo, 84 solo quest’anno, dette di nemesi delle fosse comuni di Saddam mai trovate, nemmeno di quei 400mila curdi, secondo la combriccola di George Soros Human Rights Watch trucidati da Saddam e che, però, si possono ritrovare vivi e vegeti in Kurdistan, sotto la tutela di Israele e Iran nell’ “autonoma” colonia disputata tra Sion e Tehran. Fatte le debite proporzioni, l’Iraq supera il Kosovo da noi “liberato” come centro mondiale del traffico di donne, bambini, organi. Inevitabilmente, come il Kosovo, sta diventando uno dei passaggi principali per la droga coltivata da occupanti e fantocci in Afghanistan. Al brigantaggio occidentale i non-Stati conquistati e resi criminali non servono solo per il petrolio e il turnover di armi. I traffici che alimentano l’impero, come sappiamo bene per esperienza nazionale, sono molteplici e tutti turpi. A garanzia di tutto questo, restano a tempo indeterminato nell’Iraq obamizzato e vaiolizzato da 12 megabasi, 50mila occupanti, il ritiro degli altri 80mila diventa ogni giorno più incerto, mentre non si fa parola dei 105mila mercenari privati detti contractors. Alla pratica corrente degli assassini mirati provvederanno, insieme ai tagliagole delle milizie scite, 4.500 forze speciali Usa in servizio permanente effettivo.
Si calcolano tra 50 e 80mila le teste pensanti strappate al corpo trafitto della società irachena. Ci hanno pensato soprattutto gli esperti israeliani a uccidere uno per uno professionisti, accademici, medici, ingegneri, scienziati, ricercatori, scrittori, architetti, poeti. Dopo le razzie e devastazioni – carri armati e bivacchi di soldataglia ottusa contro i muri e sulle vie di Babilonia e Niniveh ! - dell’immenso patrimonio archeologico e culturale iracheno, dai sumeri alla prospera modernità, ci si doveva disfare dell’élite intellettuale di una possibile rinascita. In Germania, quelle teste gli Usa le reclutarono per i loro laboratori degli stermini nucleari, chimici, farmaceutici. Qui USraele ha preferito toglierli di mezzo. Nessun nome iracheno fuori dal mattatoio. La poca acqua che esce dai rubinetti del paese già più ricco di acqua del mondo arabo è avvelenata. La gente trae le risorse idriche da un Tigri su cui galleggiano cadaveri putrefatti e che la Turchia con le sue chiuse ha ridotto a un fiumiciattolo. Il 50% della forza lavoro è disoccupata, l’elettricità, nel paese della seconda più vasta riserva energetica del mondo, arriva sì e no per due-tre ore al giorno e compromette ogni efficienza delle strutture cliniche. Quel petrolio, che aveva fatto del paese il più benestante, dinamico e socialmente giusto dell’intera regione, se lo sono accaparrate le compagnie degli invasori, con qualche pizzo pagato al domestico locale. Basta l’esempio di Tony Blair che ha barattato il suo falso allarme per ordigni iracheni su Londra nel giro di 45 minuti, con i 30 milioni di utili avuti quest'anno dai suoi soci nella sudcoreana UI Energy Corporation. Non è l’unico. Sul libro paga dei predatori petroliferi ci sono Bob Hawke, ex-premier australiano, Frank Carlucci, già capo del Pentagono, il generale John Abizaid, Comandante Usa nel Medioriente, Ross Perot, due volte candidato alla presidenza Usa e profittatore di guerra. Si aspetta ancora di vedere cosa abbiano fruttato all’ENI gli eccidi compiuti dai “nostri” soldati a Nassiriah.



Il tasso di mortalità infantile, grazie a uranio e fosforo, a inedia e infanticidi, è cresciuto di un agghiacciante 150%. Quando ero stato là nel 1996, a Basra i pediatri mi avevano documentato un incremento di dieci volte rispetto al 1991. E quella e tante altre volte avevo dovuto inorridire davanti a bimbetti che l’uranio (400 tonnellate nella prima guerra, 2000 nella seconda) aveva fatto nascere deformi. Già nel 2005 un bambino su sei moriva prima dei cinque anni. In Afghanistan ci si perfeziona: 257 bambini su mille nascono morti. Senza che il Papa e Bagnasco se ne occupino. Un quinto dei minorenni iracheni e sottonutrito e rischia la morte per fame. Altri bambini senza occhi, con un occhio solo, con tre o senza braccia, con la testa a forma di anguria, con i genitali al posto delle orecchie, con la scatola cranica vuota, li ha aggiunti ora il fosforo di Falluja. Le prove si erano fatte, con risultati ancora oggi, con l'agente Orange in Vietnam.
La totalità delle infrastrutture irachene è e rimane distrutta. Ogni genere di prima necessità è importato, per i quattro gatti addomesticati che se li possono permettere perché stanno nel girone dei venduti e succubi. L’agricoltura è morta di sete e inquinamento. Ma Madeleine Albright, allora segretaria di Stato, non aveva detto che "500mila bambini uccisi dall’embargo erano un buon prezzo da pagare per la democrazia in Iraq"? Tali sono i governanti – donne comprese – dell’impero.

Due milioni sono le vedove irachene e cinque milioni gli orfani, perlopiù resi tali dai trapanatori di corpi sunniti delle milizie dei partiti sciti finanziate e armate dall’Iran per una guerra civile mai neppure adombrata in passato, ma funzionale a disegni di spartizione israelo-iraniano-statunitensi. Il 75% delle vedove non riceve sussidi, al restante arrivano 50 euro al mese, ma solo a condizione che concluda un “matrimonio temporaneo” con uno dei papi burocrati che, in un apoteosi di corruzione generale, amministra le sovvenzioni. La sopravvivenza si chiama vendita di bambini, di organi, del proprio corpo. O fuga. O resistenza armata. Ne hanno parlato nei convegni organizzati in Italia da femministe, pacifisti, Un Ponte per, le gentili signore irachene in grado di viaggiare perché grate alla cosca criminale al potere? Questa è la sgreniana normalità dell’Iraq quasi pacificato, con regolari elezioni, presidente, premier, ministri, polizia, esercito e governo legittimi e degni di tale qualifica, senza l’aggiunta di “fantoccio” ancora praticata da qualche rimestatore. A casa mia e anche negli statuti dell’ONU si chiama genocidio.

Dunque la contesa elettorale di marzo, dopo quella grottesca del 2005 che, nonostante il boicottaggio dei bravi iracheni, ma graazie alle camionate di schede prevotate per i partiti sciti, in provenienza dall’Iran, aveva rigurgitato lo spione Cia Al Maliki, ha sputato Ayad Allawi, già pappone premier nel postribolo Usa eretto dal vicerè Paul Bremer a occupazione compiuta. Poi giocavano nella partita, truccata (anche questa volta brogli, killeraggi e intimidazioni, 200mila elettori e 250mila militari non votanti perché mancanti dalle liste, 89mila nomi illegali inseriti nelle liste solo a Najaf, roba da fare invidia a Karzai in Afghanistan o Calderon in Messico), già dal solo fatto di avvenire sotto occupazione straniera, gli sciti del Consiglio Supremo Islamico di Ammar Al Hakim e quelli dell’altro manutengolo iraniano nel suo covo di Qom, Moqtada Al Sadr, specialista di trapanamenti di massa. Contendenti minori, ma decisivi per una coalizione, i curdi dell’Alleanza Curda dei due narcotrafficanti Barzani e Talabani (quest’ultimo, presidente iracheno) e quelli del Partito del Cambiamento.

Mentre di tutta la compagine scita è inconfutabile e vantata l’assoluta obbedienza a Tehran, con i due caporioni del partito “Stato di Diritto”, Ahmed Chalabi e Nuri Al Maliki, premier uscente, transitati dai rispettivi lupanari Cia a Londra “Congresso Nazionale Iracheno” e “Accordo Nazionale Iracheno” (da dove trasmettevano verità come le armi di distruzione di massa di Saddam) al servizio degli ayatollah iraniani, l’Alleanza Nazionale Irachena, “Iraqia”, dello scita Ayad Allawi, era fatta passare da partito “nazionalista” e “laico”. I sunniti, come ha detto l’ex-governatore della città martire Falluja, fatta massacrare nel 2004 con Allawi capo del governo, lo hanno votato per disperazione: viste le incessanti stragi e persecuzioni di sunniti perpetrate dagli sciti su ordine di Tehran, era meglio dar forza a chi rappresentava nella congiuntura il male minore, il rivale dei serial killer persiani. Come dire, una boccata di ossigeno sotto il sacchetto di plastica. Con alle spalle di Allawi gli Usa, in affannosa rincorsa all’egemonia iraniana, e tutti gli altri appoggiati dall’Iran, dei 325 seggi Allawi ne ha conquistati 91, Al Maliki 89. I sunniti che hanno votato (55% l’astensione!) prevalevano a dispetto dei brogli, dei soprusi e di 500 tra i più autorevoli candidati sunniti di “Iraqia” fatti passare per baathisti e abusivamente esclusi dalla contesa. Altri, eletti, ne verranno arrestati o ammazzati all’indomani del voto. 40 seggi ne ha presi l’orrido fondamentalista Moqtada, che incrocia le gambe all’ombra della casa di Khomeini a Qom, e qualcosa di meno gli sciti di Al Hakim. Ed è subito iniziata la resa dei conti a forza di assassinii, sequestri di persona, traffici di Tehran. Ed è a Tehran che si sono precipitati all'indomani, per istruzioni, indistintamente tutti i protagonisti della gazzarra tra la teppa scita.

Non ne usciranno rapidamente, dalla gazzarra. Troppi gli appetiti interni ed esterni da conciliare. Al momento pare esclusa una coalizione dominante tra gli sciti di Al Maliki, Moqtada e Al Hakim. Mentre Moqtada ha da svolgere contro Allawi il ruolo di evidente quinta colonna persiana, il boss dello SCIRI (Supremo Consiglio Islamico), Al Hakim, secondo il “Washington Post”, avrebbe ricevuto ordini da Tehran di considerare una coalizione proprio con l’antidio “laico” Allawi. Uno scaltro modo, sempre che non si realizzi una coalizione scita “tutta iraniana”, per appendere sulle spalle dell’eventuale premier ”amerikano” il peso del subimperialismo iraniano, evitando la pur ossimorica alleanza tra i “nazionalisti” di Allawi e i separatisti del Kurdistan. D’altro canto, dalla bocca di Ahmadinejad è uscito questo impegno: “Non permetteremo mai che baathisti tornino al potere”, intendendo per “baathisti”, non quelli veri, impegnati come sempre nella resistenza di popolo e armata, ma tutte le forze non scite e non prone a Tehran. I giochi, comunque, resteranno aperti, fino a quando all’interno non si siano accordati sulle spoglie del paese e, all’esterno, si sia stabilito un rapporto almeno temporaneo tra nucleare iraniano da stoppare e l’Iraq da condividere. Così, finchè Ahamdinejad sarà in grado di destabilizzare il controllo USraeliano sull’Iraq, difficilmente USraele calcherà troppo la mano sulla sovranità e sulla pace iraniane.

Chi è questo Ayad Allawi (due ville milionarie a Londra e Amman, grazie a Cia, MI6 e sauditi), “nazionalista e laico”, che al momento, utilizzando tutte le forze armate ai suoi ordini, regolari o miliziane, sta epurando quanti più possibili avversari eletti. Ve lo ha raccontato la Sgrena quando festeggiava la “democrazia” ristabilita in Iraq? Uno che, al servizio degli anglosassoni e su ordine di Clinton, negli anni 90 ha massacrato concittadini, disseminando Baghdad di bombe nei cinema, ristoranti, università., alle fermate degli autobus (100 morti). Uno che, nominato primo capo del governo dall’invasore il 28 maggio 2003, a Iraq disossato, si è tolto la soddisfazione di ammazzare a bruciapelo personalmente sei giovani presunti combattenti della Resistenza, ammanettati e incappucciati. Tanto per dire il tipo. Leggendaria la corruzione del suo regime, incondizionata la sudditanza e complicità con l’occupante nelle sue razzie stragiste, formidabile il suo impulso allo sterminio dei sunniti irrispettosi dei devastatori del paese, ancora prima che i macellai “iraniani” Al Maliki, Al Hakim e Moqtada al Sadr, prendendo pretesto dalla distruzione della cupola di Samarra sacra agli sciti (un’operazione che ricorda analoghe a New York, Londra, Madrid), tutti tuttora in lizza per gestire la disintegrazione dell’Iraq e lo sminuzzamento del suo popolo, scatenassero la pulizia etnica, anzi confessionale, definitiva. E’, Allawi, un efferato delinquente, un macellaio, un terrorista, un ladrone senza pari, un escremento morale del suo popolo. Del resto, in tutta la muta di bulimici assoldati dai nemici esterni, come suol dirsi, il migliore ha la rogna. Ve lo aveva raccontato, questo, Giuliana Sgrena in visita di vero piacere a Baghdad?



Chi vivrà… Iraq

E la Resistenza? Non ne parla Sgrena, se non per pervertirla in Al Qaida, non ne parla nessuno, salvo deplorare, in ideologica comunione con Giuliano Ferrara e Robert Gates, gli occasionali scoppi di “terrorismo”. Al recente vertice della Lega Araba a Tripoli, la delegazione dei fantocci iracheni ha fatto il diavolo a quattro perché Gheddafi aveva ricevuto un’altissima delegazione della Resistenza Irachena. Aveva dato ascolto all’appello lanciato ai governi arabi dal capo della Resistenza laica, Izzat Ibrahim Al Duri, taglia di 10 milioni di dollari sul capo, di riconoscere la Resistenza come rappresentante autentica del popolo iracheno. Una crepa grande come la faglia di California nel consenso arabo al regime dei sicari. Soprattutto una crepa nella quale si affollano masse arabe sempre più insofferenti alle complicità imperialiste e sioniste dei propri satrapati. Segno che, nonostante l’assiduo sforzo di Sgrena e affini di soffocare nel silenzio la perdurante insubordinazione patriottica irachena, la Resistenza è viva e colpisce. Tutto viene fatto passare per Al Qaida, che siano terrorismi intercannibalesche tra le fazioni al potere per aggiornare rapporti di forza all’ombra dei grandi predatori multinazionali, che siano sciti a liquidare esponenti di Al Sahwa, Consigli del Risveglio, creati dagli Usa tra i sunniti in funzione di contrasto al dilagare scita-iraniano e poi dagli stessi Usa abbandonati alla loro sorte, o che siano vere operazioni della Resistenza nazionale.

C’è stato durante il 2008 e la prima metà del 2009 un momento di sospensione della guerriglia, necessitata da una riorganizzazione dopo gli arretramenti subiti con l’offensiva Usa Surge e l’indebolimento causato dalla creazione dei Consigli del Risveglio. Dall’estate scorsa le operazioni contro gli occupanti, ma soprattutto, dato che i primi stanno ormai rintanati nelle loro basi, contro gli ascari dell’esercito e della polizia fantocci, sono in costante e inarrestabile aumento. Epicentri Mosul, Kirkuk (che i curdi vorrebbero annettersi), le province di Niniveh, Anbar e Baghdad. A dispetto delle escort che fanno passare ogni colpo al regime come massacro di civili, non è difficile distinguere: gli attacchi sincronici dell’altro giorno alle ambasciate nemiche di Iran, Egitto e Germania, i ministeri dei burattini fatti saltare, le migliaia di notabili e sgherri delle forze mercenarie colpiti in caserme, pattuglie, convogli, stazioni di polizia, portano la chiara firma dei partigiani iracheni. Sulla fine dell’anno scorso, rompendo un ostracismo e, peggio per noi, un’indifferenza di molti anni, la rappresentanza politico-religiosa della Resistenza, l’Associazione degli Ulema Islamici (AMSI), ha potuto far sentire in Europa una voce finora mai voluta udire. Quella di una resistenza di popolo che, come mai prima era successo nelle lotte contro il colonialismo, deve agire nel più assoluto isolamento, senza la possibilità di comunicare all’esterno, senza solidariertà, senza amici politici, né rifornitori, circondata da frontiere dietro alle quali tutti le sono nemici. Senza un’ombra di attenzione neppure dell’ONU e delle sue agenzie umanitarie, che pur nella loro magna carta hanno sancito il diritto alla rivolta “con tutti i mezzi” contro l’occupante.

Il medico iracheno Mohammed Bashir Al-Faidhi, portavoce dell’AMSI, ha potuto parlare a Stoccolma dei 100mila combattenti nella resistenza armata, delle loro cento azioni al giorno dal tardo 2009, di come vengono demonizzati in “terroristi di Al Qaida”, per quanto i loro obiettivi siano esclusivamente l’occupante, i suoi alleati e i suoi collaboratori. Sono due le principali organizzazioni-ombrello: “IL Comando Generale delle Forze Armate- Esercito Iracheno” e il militarmente più forte “Esercito Al Rashedin”, cui concorrono anche molti patrioti sciti. L’auspicio ancora non realizzato è l’unificazione in unico Fronte di Liberazione. Ha ricordato quello che è sfuggito ai notori Reporters Sans Frontieres: dei circa 200 giornalisti uccisi in Iraq la maggior parte erano coloro i quali denunciavano i crimini dei poteri di fatto, o seguivano le attività della Resistenza.

Sono rimasti, ha detto Al Faidhi, quelli che parlano al mondo esclusivamente di violenza settaria e di Al Qaida, con il risultato di sabotare qualsiasi legittima e necessaria solidarietà che si potrebbe e dovrebbe sviluppare tra mondo perbene e iracheni perbene. Io che ho incontrato e intervistato Izaat Ibrahim, quando era vice di Saddam, e di quell’uomo ossuto, segaligno, alto, di rosso pelo e occhi chiarissimi, ho potuto apprezzare la forza morale e l’impegno assoluto per il suo paese; io che conoscevo molti degli iracheni, allora studenti, insegnanti, artisti, militanti, medici, venditori ambulanti, filosofi, portieri d’albergo, pescatori, osti, ragazzini con la maglia di Roberto Baggio, donne a capo di ministeri e nella fila per la razione di viveri garantita fino all’ultimo a ogni iracheno (oggi non più), so che quella qualità umana, consolidatasi nella resistenza dopo la prima aggressione e negli anni genocidi dell’embargo, oggi o è stata soppressa, o sta col fucile in mano, vero o metaforico che sia. So che è stata sporcata da pochi. Noi, invece, stiamo all’Iraq come Pio XII stava alla shoah, come Ratzinger sta ai delitti dei preti. L’immondizia è tutta nostra.

Combatto la tirannia Usa in nome degli iracheni, degli arabi, de popoli di tutto il mondo. Sono certo che gli Stati Uniti non saranno in grado di imporre un Nuovo Mondo. Quanto a me, ho operato per gli arabi e ho fatto il mio dovere. Sono convinto che il popolo iracheno combatterà fino all’ultimo… Non m’importa di morire, non è che sono molto attaccato a questa vita. Per ogni essere umano c’è un tempo per andare. La vita di ogni singolo iracheno vale quanto la mia… Avete conosciuto bene il vostro leader e fratello, che non si è mai piegato ai despoti ed è rimasto un simbolo e una spada, come volevano coloro che lo hanno amato… Vi chiedo di non odiare, perché l’odio toglie all’individuo la possibilità di essere equo, lo acceca, chiude tutte le porte della ragione e tiene lontano dal pensiero equilibrato e dalle giuste scelte.. Vi invito a non odiare la gente delle altre nazioni che ci hanno attaccato e a fare una distinzione tra coloro che decidono e la gente. Dovete sapere che fra gli aggressori c’è gente che sostiene la vostra lotta contro l’invasore…Alcune di queste persone hanno pianto a dirotto quando mi hanno dato l’addio.

Caro popolo fedele ti do l’addio. Lunga vita all’Iraq, lunga vita alla Palestina, lunga vita alla lotta di liberazione nel mondo e ai suoi partigiani.


(Lettera di Saddam Hussein agli iracheni prima dell’esecuzione)



Quando davanti ai cingoli onnivori del barbaro mi allontanai da Baghdad morente, fui affiancato da un pullmino diretto in Giordania. Ci fermammo per prendere un tè assieme. Erano due funzionari del Ministero per la Palestina. Il paese era maciullato da un’orda peggio di quelli dei mongoli nel 1200. Saddam stava facendo la sua ultima apparizione in piena Baghdad in fiamme. Quei due li aveva mandati lui per portare gli aiuti finanziari alle famiglie dei martiri e dei senzacasa palestinesi. Sono stati gli ultimi, dall’Iraq e da Saddam che morivano.

(Da tutto questo sono venuti i miei documentari “Genocidio nell’Eden”, “Chi vivrà…Iraq”, “Popoli di troppo” e “Un deserto chiamato pace”)

sabato 3 aprile 2010

ANTIMPERIALISTI E "ANTIMPERIALISTI"




















Se la verità non è libera, la libertà non è vera.(Roberto Benigni a "Raiperunanotte"
Tra coloro che sono intervenuti sul blog "E' primavera, fioriscono i terrorismi di Stato" , scrivendo all'ottimo sito donchisciotte piuttosto che intervenire qui nei commenti al post, ho trovato degli autentici saltatori con l'asta della logica. "Antimperialisti" che sussumono tutti i paradigmi imperialisti testi a decerebrarci e ad agevolare così il rullo compressore planetario: Il criminale Milosevic, l'assatanato di potere Chavez, il mostro Saddam, i dietrologi paranoici...
Sono con ogni evidenza persone che pensano di camminare libere e non si accorgono che trascinano una gamba nei liquami tossici della propaganda di satanizzazione del nemico. E i liquami salgono alla testa. Sono perlopiù persone che non si sono mai sognate di porre al confronto con le "verità" di Clinton, Bush, Obama, D'Alema, Berlusconi, Fassino, Bertinotti, Tg, Corrieri e Repubbliche e bipartisanato vario, la testimonianza, i documenti, le dichiarazioni, le prove provenienti dall'altra parte. Che so il Baath iracheno, Fidel, Chavez, la giunta di Myanmar, i tibetani cui non garba il Dalai Lama, Milosevic e il governo serbo. Oppure l'infinita schiera di giornalisti, politici, investigatori che, perlopiù confinati in libri e internet, sostengono le tesi di costoro. Perlopiù con un tasso di affidabilità un po' più solido di quello dei trombettieri delle turlupinature di Impero e relative vivandiere. Magari anche loro spareranno qualche cazzata. Il dubbio è sempre lecito e anche doveroso. Solo che dell'universo cazzaro di quelli del nostro emisfero abbiamo contezza e certezza assoluta e millenaria. Da Gesù a Osama (ascoltavo stamane alla radio la messa pasquale dal Vaticano: quale osceno concentrato di menzogne, superstizione, ricatti emotivi, illusioni, intimidazioni, prevaricazioni, ipocrisie, perfide scaltrezze! Non si tratta solo di Nazinger e dei preti pedofili: qui è tutta un'architettura teorico-pratica che è marcia e criminale). Tendenzialmente e per ovvie ragioni, la storia ce lo conferma e la cronaca lo ribadisce, dice la verità la vittima (quando non è finta, come Israele o il guitto mannaro colpito da statuette) e mente il carnefice.

Vedi Sebrenica. O vedi i dati delle condizioni del proletariato e sottoproletariato venezuelano prima di Chavez e oggi. Nonchè il rapporto con i colonialisti. O vedi il pluralismo democratico profondamente rispettato da Milosevic (20 partiti, tutti liberi, spesso al governo delle maggiori città, 18 foraggiati da Germania e Usa, la prima televisione in mano a monarchici filo-Usa), un capo di Stato aggredito con il suo popolo e la sua Jugoslavia da una muta di belve feroci e bulimiche. O vedi la pulizia etnica subita esclusivamente da serbi, rom e altre minoranze, mentre i cosiddetti etnicamente puliti hanno costruito il loro narcostato coloniale. O vedi soprattutto Saddam che "gassa il suo popolo", quando la stessa Cia e tutti i maggiori servizi, esperti, studiosi, nonchè testimoni oculari ripetono dal 31 gennaio 2003 (New York Times) che quel gas al cianuro Saddam non lo possedeva e che i curdi furono gassati da proiettili iraniani sparati contro una guarnigione irachena che però non si trovava più lì, a Halabja. Ma sono discorsi inutili, non valgono un sopracciglio di dubbio, vengono da farabutti a prescindere. Anche di fronte, per esempio, al continuo ritrovamento, oggi, di fosse comuni traboccanti di migliaia di iracheni resistenti a occupanti e fantocci, o semplicemente sunniti, mentre delle anatemizzate fosse comuni di Saddam non c'è traccia. Come di quelle dei kosovari, se non di serbi trucidati dall'UCK a scopo di traffico di organi (Vedi Carla Del Ponte). Macchè, noi, che veniamo frodati e privati della realtà da mane a sera, la sappiamo più lunga. Vedano un po, questi grilli parlanti,' se sono capaci di morire come Saddam, o come Milosevic
Per definizione, per antonomasia, quello che esce dalle altre parti non è apoditticamente credibile, per quanto siano loro gli aggrediti e sterminati. Loro che rifiutano la sottomissione, USraele, la Nato. Spesso anche il sacro libero mercato e relative rapine, o, perlomeno, i predatori multinazionali. Ed è già grasso che cola. Credibilissimi sono invece quelli che hanno inventato arsenali di distruzione di massa, terrorismi islamici, Al Qaida e Osama dall'Afghanistan allo Yemen, alla Somalia, alla Bolivia, a Milano..., pandemiie di influenze mortali, torri gemelle, Pearl Harbor, Golfo del Tonchino, Valpreda, l'Uomo del Cambio ... Basterebbe riflettere sul vecchio principio: Cui bono? A chi convengono queste "verità"?
C'è un termine per tutto questo: eurocentrismo. Anche un po' razzista. E ci sono altri sostantivi: presunzione, credulità, ignavia, collateralismo. I migliori si barcamenano tra Ahmadinejad e Obama, sgretolandosi inevitabilmente sugli scogli. Nel loro schematismo irrealistico e sempliciotto non concepiscono che Ahmadinejad possa essere espansionista in Iraq e antimperialista verso chi vorrebbe divorare il suo paese. Sono fermi e fissi come Prodi davanti, anzi dietro, l'articolo 11 della Costituzione. Una volta fissato in mente che Saddam è un dittatore, non si curano d'altro. Nè che quel paese era azzannato da tutte le parti fin dall'indipendenza, che per metterlo in piedi, a difesa e contrasto e a benessere e unità, non ci si poteva attardare tra complotti democristiani e temporeggiamenti cooperativi del PCI, con magari tra le palle un MSI. Che da 2mila anni sotto imperi tirannici, la sola struttura sociale e "politica" ammessa e inserita nel dna di quella società era quella tribale, unico spazio di autonomia e autogoverno: niente parlamento, niente processo decisionale se non quello assembleare della tribù, con relativo capo scelto tra i migliori e più affidabili. Che governo volete che venisse fuori da una simile storia e cultura? Non gli si poteva dare un po' di tempo? Quanto ci abbiamo messo noi per arrivare da Augusto a Berlusconi? Ma qui si lamentava che, cacciati gli inglesi nel 1958, questi primitivi in balìa del primo tiranno venuto, non avessero subito improvvisato una simpatica democrazia come quella uscita fuori (o che sarebbe dovuta uscire fuori) da rivoluzioni tutte nostre: francese, russa, inglese...
E, comunque, un po' di rispetto per i selvaggi, cara civiltà superiore!
Quanto alla mia "cacciata" dal PRC e da Liberazione, di cui mi si fa disonorevole fardello nei commenti su donchisciotte, beh, l'esito che questi onanismi collateralisti hanno avuto, dallo chic anticomunista di Valeria Marini, Bertinotti, in qua, mi meriterebbe una medaglia per aver provocato quelle intolleranze. O no?

martedì 30 marzo 2010

E' PRIMAVERA, FIORISCONO I TERRORISMI DI STATO. (Non per nulla si chiama Florida)













30 marzo 2010: attentati a MoscaLiberi pensatori sono coloro disposti a utilizzare le loro menti senza pregiudizio e senza timore di comprendere cose che si scontrano con i loro costumi, privilegi, credi. Questo stato della mente è essenziale per un corretto pensiero. Dovesse mancare ogni discussione sarebbe peggio che inutile.(Leo Tolstoi)Non vi sono confini in questa lotta alla morte. Non possiamo essere indifferenti a ciò che succede ovunque nel mondo, poichè la vittoria di un qualsiasi paese sull'imperialismo è la nostra vittoria.(Ernesto Che Guevara)Preferisco i delinquenti ai cretini. Perchè i primi, perlomeno, ogni tanto si riposano.(Charles-Maurice de Talleyrand) Bisognerebbe aggiornare Von Klausewitz così: “Il terrorismo è la continuazione della guerra (di classe e geostrategica) con altri mezzi”. Ricevo e riproduco qui sotto un clamoroso documento atto a tappare la bocca a chi, coltivando il verminaio per la pesca di farlocchi, o viaggiandone al traino in pigra buonafede o comoda malafede, ci ha martellato nei giorni scorsi con la marcetta all’Avana delle “Damas de Blanco”. Damas che protestavano contro la detenzione dei loro congiunti o compari. Del documento in spagnolo, di facile comprensione e da non perdere, riepilogo il contenuto.
Come s’è visto proposto e riproposto da tutti i trombettieri del necroimpero, una trentina di donne di bianco vestite hanno schiamazzato per le strade della capitale cubana, chiedendo il rilascio degli ultimi dei 75 condannati nel 2003 per aver progettato, o condotto operazioni terroristiche contro il proprio paese al soldo di una potenza nemica. All’ira della donne del quartiere, indignate per tanta sfrontatezza, l’hanno sottratta, come pure s’è visto nelle immagini (ma non udito nei commenti), i poliziotti cubani che le hanno messe su un autobus e riportate a casa.
Per i nostri informatori onnipartisan trattavasi delle mogli, madri, figlie che di tanto in tanto spuntano in piazza per rivendicare la libertà di parenti “prigionieri politici, dissidenti, intellettuali, giornalisti indipendenti, santi subito per meriti democratici…” . Come ho ricordato tante volte, quando sinistra e destra sono fuse in unanimità, la sinistra puzza e la destra vince (pensate al “libero mercato”, agli “interventi umanitari”, al “dittatore Milosevic”, al “mostro Saddam”, al “divo Dalai Lama”...). E la prova è venuta subito. In testa e in basso c’è il testo – con foto che più esplicite non si può – che ci racconta di una marcia parallela di Damas de Blanco a Miami, capitale del mafiaterrorismo cubano, capeggiata nientemeno che da lui, dal “terrorista da confondere tutti i terroristi”, dal serial killer più serial del primo nel Guinness dei primati, del cocco di tutti i presidenti Usa da Kennedy a Obama, del bambino prodigio della “S.r.l. Assassini Cia” fin dal 1961 (baia dei Porci). Per l’appunto Luis Posada Carriles.
Posada Carriles alla marcia delle“damas con blanco”

Uno che ha cacciato nella serie B dell’antropologia criminale fiorellini del male come Jack lo Squartatore, Barbablù, varie vedove nere, la kapò-regina Ilse Koch, e si è collocato in Champions League accanto a primatisti come Himmler, Churchill, Graziani, Netanjahu, Shamir, Begin, Sharon, Olmert (con gli israeliani non si finisce più…). Una compilation ridotta delle sue imprese al soldo della Cia – in gran parte non solo confessate, ma rivendicate in libri e interviste – annovera: vari tentativi di avvelenare o far saltare per aria Fidel, l’abbattimento nel 1976 del Cubana de Aviacion che trasportava 73 persone, compresa la nazionale giovanile di scherma, l’assassinio con bomba dell’italiano Fabio Di Celmo all’Avana, assassinii vari di esponenti antipinochettisti cileni, attentati dinamitardi a gogò per tutta Cuba, assassini mirati con i Contras in Nicaragua e con l’Arena in Salvador… Fuggito dal carcere a Caracas, liberato dalla compiacente presidente Arroyo in Panama, da qualche anno campa, nutrito, vezzato e onorato da pensionato del terrorismo di Stato, a Miami. Nello Stato che si dice madre di tutte le battaglie contro il terrorismo. Dove se no? Le richieste di estradizione di Cuba e Venezuela non hanno smosso un foglietto notes della magistratura Usa. Quella dell’Italia, per l’assassinio di un suo cittadino, mai pervenuta. Figurati.
Dunque Posada Carriles come padrino e sponsor delle signore bianche. E basterebbe e avanzerebbe per qualificare quelle signore. Ma c’è anche Santiago Alvarez Fernandez-Magrina. E questo chi è? E il benefattore e fautore della democrazia che all’associazione delle signore in bianco paga un contributo mensile di $1.500. Questo Santiago è un pezzo grosso. Se Posada ha il muso del sicario, Fernandez-Magrina ha il grugno del boss. E’ presidente di Rescate Juridico, una pseudo-organizzazione giuridica che garantisce protezione, assistenza, alimenti, all’esercito di terroristi cubani che imperversano da decenni in America Latina, al servizio della Cia e del Mossad. Non solo, a volte s’impegna in prima persona, come quando fece mettere due ordigni nel Cabaret Tropicana. Risulta da una registrazione trasmessa dalla televisione cubana. Socio e amico fraterno di Posada, lo accolse, fuggitivo da Panama, sul suo panfilo e lo posò sano e salvo, e immune, sulle ospitali spiagge della Florida.
Ciò che le pur volenterose corrispondenze sulla chiassata della damas non ci hanno mostrato, era il contenuto delle loro borsette: dollari di Rescate Juridico inzuppati di sangue cubano. Come quelli versati a compenso mensile a coloro che, dietro le sbarre, pagano il costo del loro mercenariato terrorista al soldo di una potenza che da 50 anni cerca di distruggere il loro popolo. E questo mi ricorda qualcosa
Era aprile, di nuovo primavera, ma del 2003. La direzione USraeliana del terrorismo planetario aveva appena intensificato, con l’assalto diretto, il nazionicidio dell’Iraq. Non per questo aveva rinunciato a trascurare le operazioni sporche in America Latina, propedeutiche sempre all’aggressione. Il popolo venezuelano aveva riscattato da poco il suo presidente dal colpo di Stato yankee-oligarchico, ma Cuba non andava mai persa di mirino. Tre delinquenti comuni – nel mondo globalizzato non mancano mai, dai sicari ai presidenti dei paesi occupati o vassalli, lo sappiamo per esperienza nazionale – dirottarono verso gli Usa un traghetto nella baia dell’Avana, minacciando di morte piloti e donne e bambini passeggeri. Furono catturati e messi a morte, pena prevista per questi atti negli Usa e in molte “democrazie” occidentali. Nella retata finirono una settantina di personaggi implicati in un piano di sabotaggi e ammazzamenti di cui il dirottamento era stato solo il primo atto. Cuba ne dimostrò, alla mano di registrazioni audio video, il periodico ritiro della paga mensile dall’Ufficio d’Affari Usa.
Amarcord di un licenziamentoIl 9 maggio pubblicai nella mia rubrica “Mondocane” su “Liberazione” un articolo in cui deploravo quella come ogni condanna a morte, ma, alla mano delle prove cubane, illustrai anche la vera natura di coloro che per Bertinotti e tutto il sinistrato sinistrame, erano, come per Bush e Posada Carriles, “eroici dissidenti intellettuali in lotta per la democrazia a Cuba”. Il giorno dopo Bertinotti ordinò al solito Sandro Curzi, direttore in ginocchio, di cacciarmi fuori dalle palle. Su due piedi. Era in pieno svolgimento la campagna del PRC in difesa dell’art.18. Me lo comunicò per telefono un oscuro amministratore. Lavoravo a “Liberazione” da quattro anni, con rubriche e reportages dalle aree di conflitto. Ci fu mezza rivolta tra i lettori del giornale, ma Bertinotti, Curzi e la sua vice, Gagliardi (oggi a paga del “Riformista” del noto Angelucci), cercarono di calmare le acque inventandosi immaginifiche ragioni per il mio licenziamento: "Non mi ero attenuto alla linea del partito" (manco fossimo sotto Zdanov o Goebbels), "Non avevo scritto solo di ambiente" (questo dopo avermi mandato a Belgrado sotto le bombe, in Palestina e in Iraq!). Feci causa e la vinsi. In appello hanno ora vinto loro e vogliono 100mila euro. Si va in Cassazione. Al tempo del primo grado, Bertinotti non era che il segretario di un piccolo, fastidioso partito d’opposizione. Quando si avviò l’appello, l’uomo aveva assunto la terza carica dello Stato. L’art. 3 dello Statuto del partito sanciva il diritto degli iscritti a criticare la linea del partito, anche fuori dal partito. Ma al sovrano poco gliene calava. Del resto non abbiamo ai nostri vertici un Roberto Saviano, eroe-anticamorra in patria ed eroe-filocriminali israeliani e filo-terroristi cubani fuori? Esibita la sua struttura dissociata, abbracciato al presidente Simon Peres e in tasca il libro “Gomorra”, con l’invocazione di “voler vivere in Israele”, l’ha confermata aggregandosi oggi a una loggia radical-ebraico-piddina e al suo appello per le dame bianche e relativi “dissidenti intellettuali” incarcerati, appello inevitabilmente destinato a.lubrificare le armi del terrorismo anticubano (finora 3.300 civili uccisi).
A primavera, non solo a Miami, riassume colorito e vigore il terrorismo caro alla “comunità internazionale”. Lo chef di questa specialità della gastronomia imperialista è senza dubbio e da quando esiste Israele. Ne sanno qualcosa non solo i palestinesi genocidati senza posa da quando spuntarono dai loro villaggi incendiati da futuri premier israeliani. Lo conoscono anche i popoli che, dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Africa all’Europa, dall’Asia a tutte le dimensioni spazio-temporali immaginabili, se la devono vedere con gli esperti Mossad e Tsahal degli squadroni della morte, dei sicari false-flag (sotto falsa bandiera) che fanno saltare torri gemelle, metropolitane e stazioni ferroviarie. Esperti e sicari che per una volta hanno lacerato l’immagine di perfezione terroristica consolidata in decenni di killeraggio e bombardaggio, toppando alla grande a Dubai pochi giorni fa. Riuscirono ad ammazzare Mahmud El Mabhuh, un dirigente di Hamas, ci mancherebbe, ma furono tutti e 27 – bel rapporto di forza 27 a 1: la pratica fascista dell’assalto di gruppo – identificati dagli investigatori degli Emirati e grandiosamente sputtanati a livello mondiale. Una Londra tormentata dalla doppia lealtà, alla propria sovranità e a quella israeliana, dovette tuttavia acconciarsi a espellere il capostazione Cia, brigantello che aveva fornito ai killer di Dubai passaporti intestati a ignari e innocenti cittadini britannici (altri se ne falsificarono di cittadini francesi, irlandesi, australiani, austriaci). Non è la prima volta che lo Stato fuorilegge più fuorilegge di tutti si è visto limare gli artigli. Da quando gettò piombo fuso su un milione e mezzo di abitanti di Gaza, il vento, seppure solo un alito, pare aver deviato un poco.
A Mosca! A Mosca!Il che non scoraggia il killer compulsivo. Da una fonte autorevole, Martin Van Creveld, professore di storia militare alla Hebrew University di Gerusalemme e consulente dello Stato Maggiore, apprendiamo. Poche settimane fa il premier israeliano Netaniahu era in visita da Putin a Mosca. Gole profonde riferiscono che ci fu un’animata discussione sull’esitazione russa di imporre nuove sanzioni all’Iran. Fuori di sé il caporione israeliano invitò il capo del governo russo a non stupirsi se nel cielo di Tehran si fossero sollevate nuvole a forma di fungo. C’è chi precisa: “nel cielo di Mosca”. Putin rispose, mentre lo trascinava fuori dalla stanza: “A noi bastano 24 ore per trasformare Israele in un posacenere”. Lo scambio si concluse con un consiglio di Netaniahu ai russi: “Paratevi il culo”.
Iniziò subito una serie di attentati, tra cui uno alla base dei servizi segreti russi (di cui Putin era stato capo) e uno attribuito ai soliti ceceni (del resto fin dagli anni ’90 al servizio degli USA). E se non si fosse capito, di ieri sono i superbotti terroristici nella metro di Mosca, 40 concittadini di Putin uccisi, il primo di nuovo vicino alla sede dei servizi (di cui Putin era capo), il secondo al Ministero degli esteri (dove non si vuole addentare l’Iran). Mettono in campo ceceni dinamitardi in Russia, tsunami mediatici contro il Vaticano sulla base di pandemie pedofile svelate da 60 anni (protagonista il New York Times, organo Usa della lobby ebraica), giannizzeri mediatici e culturali come Saviano, Travaglio, Colombo, Fazio, che preparano un ricambio obamiano al guitto mannaro sodale di Ratzinger e amico di Putin e Gheddafi (primo governante arabo che, l’altro giorno, ha ospitato e onorato una delegazione della Resistenza irachena). Iniettano veleno ricattatorio nella polemicuzza con gli Usa sugli insediamenti a Gerusalemme araba. C’è da meditare se Israele non abbia fatto scianchetta a se stesso. Il troppo stroppia e sono brutte bestie da prendere di petto quelle in Vaticano e nel Cremlino. E anche certi generaloni Usa, come Petraeus, capo del Cencom, stufi di mettere a repentaglio paese e soldati loro per le necrofrenesie espansioniste di Israele. Moshè Dayan intimava: “Israel must be like a mad dog, too dangerous to bother”, “Israele deve essere come un cane pazzo, troppo pericoloso perchè lo si infastidisca”. E per passare da dolce bassottino, cosa deve fare un cane pazzo? Pretendere che il bassotto sia il cane pazzo. Invertendo i fattori il risultato cambia del tutto. Si chiama inversione vittima-carnefice. Dicesi vittimismo ed è l’arma più tagliente di ogni arsenale d’attacco.




Gericault: La zattera della Medusa


A volte la tragedia, invertendo l’ordine dei fattori, si ripropone in farsa. Il risultato finale stavolta non cambia. Noi non ci facciamo mancare niente: dalla tragedia passiamo alla farsa per ripreparare la tragedia. La farsa, riduzione in sedicesimo delle grandi manovre terroristiche dei Grandi, è quella che, a scivolo per le elezioni della destra (ma anche dello Svendola, vedovo dell’UDC, ma sodale di UDC e Penati in Lombardia, amico in Puglia dei privatizzatori dell’acqua e dei perforatori petroliferi), ha immerso il paese in una superfetazione di attentatuccoli a ominicchi di governo Pallottole e minacce di morte in busta, bombe alla Posta di Milano, petardi qua e là, falsi allarmi bomba sull’aereo del premier e polverine a casa sua, statuette in faccia (si fa per dire). Anarcoinsurrezionalisti e Centri Sociali, ha verificato La Russa da sopra la collinetta dei militari tricolori rientrati dall’Afghanistan con i piedi avanti. E la mente? Ma Di Pietro, no?
La farsa dopo la tragedia. Quella che, a partire dal 1969, 12 dicembre, Piazza Fontana, ci ha reso meritevoli emuli del santolo che ci aveva tenuti a battesimo nel 1945, liberandoci dal nazifascismo e, obiettivo strategico, da ogni parvenza di sovranità nazionale (roba invisa del resto anche a tutti i sinistri che marchiano d’infamia lo Stato Nazione, così lisciando il pelo allo Stato Nazione più potente e prepotente che neanche sperava in tanti assistenti demolitori delle barriere nazionali altrui). Dalle stragi di Stato siamo calati ai petardi di Stato e alle telefonatacce a Emilio Fede. Segno che ci vuole più poco a sodomizzarci? Già camminiamo con i pantaloni alle caviglie. Mica siamo palestinesi, o iracheni, o afghani, cubani, honduregni, venezuelani, boliviani, russi! Quando si tornerà alla tragedia, forse saremo cresciuti.
P.S. Avete notato che neanche a fare il pellerossa con l’orecchio fino per terra abbiamo potuto udire il benché minimo zoccolo del caravanserraglio elettorale sfiorare l’argomento della guerra, del nostro andare in giro devastando e uccidendo e morendo, agli ordini di un capobanda che neanche ci caga, del nostro essere precari, descolarizzati, desanitarizzati, disoccupati, impoveriti, inquinati, picchiati a morte in carcere, ingannati fino all'annichilimento di ogni percezione di realtà, nello stesso barcone con tutti gli altri deprivati, esclusi, affamati, fottuti, colonizzati, desovranizzati del mondo? E anche per questo che in Piemonte, Lazio, Campania, Calabria, Lombardia, fatta la tara dei brogli, delle compravendite mafiose, delle decerebrazione mediatica preventiva, vincono gli originali, mica le copie, per quanto ultrà “non-violente” della curva sud del terrorismo.



Chi combatte il terrorismo e chi lo ospita. Libertà per i Cinque cubani prigionieri negli Stati Uniti
Quien lucha contra el terrorismo y quien lo defiende. Libertad para los Cinco cubano presos en los EEUU

Posada Carriles y las Damas de Blanco, “amigos para siempre”
26 Marzo 2010
Posada Carriles alla marcia delle dame in bianco

Por José Pertierra
Only in Miami. Pese a 73 cargos pendientes de asesinato en primer grado relacionados con la voladura de un avión de pasajeros de Cubana de Aviación, Luis Posada Carriles no ha sido extraditado a Venezuela, ni tampoco ha sido procesado en los Estados Unidos por esos crímenes. Anda suelto y sin vacunar por la Calle 8 de Miami, marchando con Gloria Estefan a favor de las llamadas Damas de Blanco.
Su apoyo a las damas no debería asombrarnos. Existe un vínculo importante entre Posada y esas damas. El lazo se llama Santiago Alvarez Fernández-Magriñá. Está bien establecido, e incluso admitido por ellas, que la organización de las damas recibía $1,500 al mes, de Rescate Jurídico en Miami. Tanto Posada como las damas tienen el mismo padrino.
El presidente de Rescate Jurídico es nada más y nada menos que Santiago Alvarez Fernández-Magriñá. Íntimo amigo y patrocinador fiscal de Luis Posada Carriles, Alvarez fue quien trajo a Posada a los Estados Unidos en una embarcación llamada El Santrina, de acuerdo con documentos de la Fiscalía norteamericana. El que pocas semanas después condujo esa famosa y vergonzosa conferencia de prensa con el entonces “clandestino” Posada Carriles en Miami. Alvarez es también el mismo que instó a uno de sus agentes a que pusiera dos bombas en el cabaret Tropicana. Esa conversación está grabada y fue expuesta en la televisión cubana.
Es evidente que el historial de terrorismo de ese siniestro personaje no impidió que las damas se prestaran para ese juego y recibieran dólares salpicados de sangre cubana. Es una felonía, castigada severamente en los Estados Unidos recibir dinero de una organización terrorista. Supongo que en Cuba igual. Sin embargo, hasta ahora la única sanción que han recibido estas damas es el repudio de los cubanos de la calle. El gobierno cubano se ha mostrado muy tolerante, e incluso la policía las protege.
Una sugerencia para Posada Carriles. Si quiere verdaderamente marchar en apoyo a las damas de Santiago Alvarez Fernández-Magriñá que vaya a La Habana a hacerlo. Como diría Calle 13, ¡Atrévete!, Posada.

Posada Carriles en la marcha de ayer, 25 de marzo de 2010, en Miami. Foto: Reuters

martedì 23 marzo 2010

IL RITORNO DEL CONDOR



Riproduco qui, a scopo di promozione, la recensione di Annalisa Melandri al mio docufilm "Il ritorno del Condor", apparso in "Le Monde Diplomatique" di febbraio.
Contemporaneamente raccomando caldamente il nuovo libro di Domenico Losurdo, "LA NON-VIOLENZA, una storia fuori dal mito", Editori Laterza. Per i particolari vedi il link sotto "informazione alternativa" in questo blog.

SULL'AMERICA LATINA LAMPI DI GUERRA, COME AVVERTE HUGO CHAVEZ




http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=1117

Fulvio Grimaldi
Il ritorno del Condor
75', 15 euro

«No me resigno y me indigno»: non mi rassegno e mi indigno. È la parola d’ordine delle donne dell’Honduras che dal 28 giugno scorso, giorno del golpe che ha deposto il presidente Manuel Zelaya, lottano contro la repressione. Una parola d’ordine di tutto il Fronte di Resistenza popolare, come mostra questo video del giornalista Fulvio Grimaldie.
«La riserva umana per una rivoluzione in corso d’opera». Così Grimaldi definisce il Fronte, questa immensa ed eterogenea massa che sta ancora pagando un caro prezzo, e che ora, con la complicità dei grandi media, rischia di continuare nel più completo isolamento.
Attraverso il racconto degli intervistati, Grimaldi ricostruisce le fasi del golpe, compiuto da militari agli ordini dell’oligarchia e degli Usa. La colpa di Zelaya? Aver voluto spostare il paese nel campo dei governi progressisti come Bolivia e Venezuela.
Parte così dall’Honduras una seconda Operazione Condor, un nuovo governo del Centroamerica ispirato dalla Cia come negli anni ‘70? La domanda percorre il video. Le nuove basi Usa in Colombia, e le manovre in tutto il Cono Sud – dice il giornalista –mostrano il nuovo disegno per ricondurre i paesi progressisti e rivoluzionari nel «cortile di casa» Usa. Un progetto a cui si oppone la resistenza popolare, raccontata soprattutto dalle donne, vere protagoniste del video:indigene, contadine, militanti e casalinghe, mogli di desaparecidos degli anni ’80, che avevano visto nelle politiche progressiste iniziate da Zelaya una speranza per il loro paese, il più povero dell’America latina dopo Haiti.
Una speranza interrotta dalle elezioni farsa che hanno messo alla presidenza il fantoccio Porfirio «Pepe» Lobo.
Per ordinare o presentare il video, tel. 06 99674258, mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001617/!x-usc:mailto:visionando@virgilio.it

Annalisa Melandri
recensione per Le Monde Diplomatique - Il Manifesto febbraio 2010