Diciamo subito una cosa. Qui non si parla di “ribelli
Houthi”. Qui si parla di yemeniti e di governo dello Yemen. “Ribelli Houthi” lo
lasciamo dire ai mistificatori, ignoranti o malevoli,
che provano a negare i suoi titoli a una nazione che ha
conquistato la sua libertà e sovranità lottando e spendendo sangue. Una lotta
impari, ma vinta, contro chi, quinte colonne, sauditi, aeronautica USA, cercava
di tornare a imporgli una storica sudditanza coloniale: troppo strategicamente
decisiva la sua posizione all’imbocco della più importante via marittima del
mondo.
Ansarallah, Partigiani di Dio, è il nome del movimento di
liberazione scita, capeggiato da Abdulmalik Badreddin al-Houthi (da cui
“ribelli Houthi”, per pretendere l’illegittimità della loro conquista del
potere), che nel corso di tre lustri ha combattuto i tentativi di ricupero
colonialista condotti dai sauditi sotto spinta USA e con la complicità di una
quinta colonna interna.
So che gli yemeniti mi perdoneranno l’approccio molto
gergale, molto confidenziale del titolo. Me lo posso permettere. Lo so, perché
tra gli yemeniti e me c’è molta confidenza, appunto, molta amicizia. Sono,
loro, intelligenti, ospitali, spiritosi, disposti all’amicizia. Ci ho vissuto
per due anni, nello Yemen, ci conosciamo. Sono perlopiù piccoli, masticano per
ore il Qat, una foglia che contiene in misura ridotta il principio
dell’amfetamina. La masticano perché toglie l’appetito e loro, da secoli, l’appetito
non se lo possono permettere. Così un po’ per volta si sono rimpiccioliti.
Corpi piccoli, grande spirito.
Sono i più poveri degli arabi, anche se qualcuno ricorda che
per i romani erano gli abitanti dell’Arabia Felix. Felix duemila anni fa, prima
che gli passassero sopra invasori e spoliatori d’ogni genere, dagli ottomani,
ai pirati, a tutti coloro che volevano togliergli la posizione di controllo sul
Mar Rosso. come gli inglesi, i peggiori di tutti. A Sanaa, la capitale, ho
visto le Mille e una notte, più che a Babilonia, o a Niniveh.
Non un patrimonio archeologico, non affascinanti rovine, ma
un patrimonio vivo, vissuto ininterrottamente da duemila anni, con gente dentro
a palazzi altissimi, quasi grattacieli. Architetti ineguagliati, mattoni di
fango, eterni, decorati con arabeschi bianchi di calce. Un’invenzione tra dada
e Mondrian, con ai piedi un mercato, Bab el Yemen, dove tra le
bancarelle, tende, vapori del migliore caffè del mondo, ti aspetti di
intravvedere Harun el Rashid, laicissimo quint califfo degli abbasidi, con la
leggermente velata, leggiadra, moglie Zubaidah. E oggi un’architettura moderna,
avveniristica, conferma l’incredibile creatività di questo popolo che, pure, ci
pare ai margini del mondo.
Oggi questo miracolo di bellezza urbana, difeso per secoli dai suoi figli, affettuosi manutentori e da un tempo meteorologico che, nella frescura dei 2000 metri dell’altopiano, donde si osserva il Mar Rosso e i suoi traffici, ne cura la salvaguardia.
Tutto questo io l’ho visto. Tutto questo oggi è in gran
parte macerie, polverizzato da bombe e missili, parzialmente dai sauditi,
mandatari di Washington, poi, definitivamente, dagli USA di Biden e Trump. Il
messaggio è quello di ogni obliteratore, gli Al Qaida a Palmira, la Nato a
Cirene in Libia, Bush a Ur in Iraq, Churchill a Dresda, i nazisionisti a
Gerusalemme: per scomparire dovete scordarvi di chi siete.
L’assassino di una gemma della civiltà umana è uno di cui i
corifei di Trump vantavano che, diversamente da predecessori come Kennedy,
Johnson, Bush l’uno e l’altro e, soprattutto, Obama, con l’emulo minor e
minorato Biden, non avesse mai iniziato una guerra. Un falso dimostrato da un
incidente di percorso che rivela, di lui e dei suoi conniventi, insieme alla
rozzezza, all’incompetenza da smargiassi, il cinismo cieco del serial killer.
Prosecutore e moltiplicatore del genocidio in Palestina
abbiamo visto che lo è. Ma ora Trump è anche l’iniziatore di una sua prima
guerra. Al momento in cui Hamas e Israele concordarono una tregua che avrebbe
dovuto svilupparsi in tre fasi, lo Yemen sospese ogni intervento nel Mar Rosso
sui trasporti che avessero a che fare con Israele. Come sappiamo, contro uno
Stato fuorilegge che, per sua intima natura, pratica ogni genere di violazione
del diritto e, dunque, di accordi solennemente sanciti, bombardando e uccidendo
dalla Siria al Libano, a Gaza e ovunque si muova qualcosa la cui fine dia
soddisfazione, Sanaa ha deciso di rinnovare il suo impegno per la Palestina. E
missili sono tornati ad affacciarsi su Tel Aviv.
Missili e droni, peraltro efficacissimi su navi i cui
trasporti della mostruosità sionista favorivano l’assetto economico e le
operazioni militari. E poi anche sulle flotte imperiali e NATO (compresa una
nostra), con tanto di portaerei Eisenhower e Harry Truman bruciacchiate,
che a tale naviglio provavano a garantire il passaggio. Senza peraltro
riuscirci, visto che da quando, un anno e mezzo fa, gli yemeniti hanno sbarrato
quel passo a compari e santoli di Israele, il traffico in qualche modo connesso
a costoro si era ridotto del 70%.
Di non convenzionale nella conduzione degli affari politici
del neopresidente c’è quasi tutto. Ma quando il non convenzionale si abbina
all’inettitudine abbiamo qualcosa che produce paradossi. L’hanno chiamato lo
“Chatgate”, quello scambio su una chat con dentro cani e porci (chiedendo venia
ai nobili animali). Oltre ai titolati vicepresidente degli Stati Uniti,
ministro della Difesa, Consigliere della Sicurezza Nazionale, la frequentava
anche un signore da cavoli a merenda, giornalista, direttore della rivista
Atlantic, finitovi per caso. Giornalista ritrovatosi confidente di
provvedimenti strategici segretissimi, tali da poter mettere a rischio, se
rivelati, la sicurezza nazionale.
Giornalista che, come impone la deontologia, da noi poco
praticata, ne ha subito spifferato il contenuto al colto e all’inclita in
cinque continenti. Che così hanno saputo in anticipo che gli USA sarebbero
tornati ad avventarsi su Sanaa e su 40 milioni di yemeniti. Abbiamo perfino
potuto apprezzare, nella chat, i dettagli etici sugli obiettivi civili da
polverizzare, tipo grandi edifici di appartamenti, centri di comunicazione,
depositi di carburante, ospedali. Obiettivi ritenuti essenziali, a quanto dichiarato,
per garantire agli israeliani la sicurezza dei loro rifornimenti via Mar Rosso.
Un nastrino in più sul petto di uno che “non aveva mai iniziato guerre”: nel
solo primo giorno dell’ondata di raid che dura tutt’ora 53 vittime civili,
compresi 5 bambini.
Racconto una vicenda personale, che parte da una condizione
emblematica per la mia generazione, ma che mi ha anche legato a una fase
cruciale del travaglio che, attraverso durissimi passaggi, ha portato allo
Yemen libero, indipendente, padrone di quattro quinti del territorio. Yemen che
continua, nell’indebolimento di altre componenti dell’Asse della Resistenza e
nella complicità passiva o attiva dei governi arabi, a sostenere politicamente
e materialmente la resistenza palestinese.
Era il 12 maggio 1977 e quel giorno la celebrazione a Piazza
Navona della vittoria nel referendum sul divorzio fu aggredita violentemente
dalla polizia di Francesco Cossiga, primo di una serie sciagurata di capi di
questo Stato. Gli scontri si estesero da Campo dei Fiori oltre il fiume, fino a
Trastevere. Entrarono in campo i “Falchi”, agenti travestiti da manifestanti,
con licenza di sparare. Su Ponte Garibaldi spararono. Ne morì Giorgiana Masi,
19 anni, studentessa. Io, lì vicino, avevo il ginocchio colpito da un
candelotto lacrimogeno. Non era il caso di farsi beccare – e arrestare – in
ospedale. Un compagno medico, il papà di Ilaria Alpi, mi consigliò di levare le
tende per un po’.
Lo Yemen mi parve il posto più improbabile perché qualcuno
vi cercasse il bersaglio di un candelotto. Mi accolsero, mi ospitò una
meravigliosa famiglia di gente dalle ottime idee. Da lì potei riprendere i miei
percorsi nell’Eritrea in guerra di liberazione. Che lo Yemen sosteneva, avendo
seguito un processo analogo con la lotta di liberazione dall’occupazione
britannica (indimenticati i terrificanti metodi terroristici delle famigerate
SAS, truppe speciali, che poi ho visto farsi valere anche in Irlanda del Nord).
Dal 1967 al 1990 lo Yemen era diviso in due. Una Repubblica
Popolare al Sud, con Aden, marxista leninista e uno Yemen del Nord, nasseriano.
Quando ci capitai, nel maggio 1977, capo dello Stato era Ibrahim Al Hamdi, uno
scrittore e poeta di grande sensibilità, di fede nazionalista, socialista e
panaraba, col quale diventammo amici e passammo stimolanti serate in
conversazioni e racconti. Fu assassinato nell’ottobre di quell’anno, nel corso
di un colpo di Stato organizzato dai sauditi. Lo sostituì un generale, Ahmad al
Ghashmi, che impresse al paese una svolta filoccidentale e di netta dipendenza
da Riad.
La mia amicizia con il predecessore non favorì un
atteggiamento benevolo da parte del nuovo establishment. Il neopresidente durò
poco e fu sostituito da un civile, Ali Abdullah Saleh, sulle stesse posizioni
del generale. Le cose precipitarono quando, per le cose che scrivevo per “il
manifesto”, “L’Espresso” e da corrispondente di una rivista araba edita a
Londra, “The Middle East”, fui dichiarato persona non grata e invitato a
lasciare il paese. Saleh durò moltissimo, ma fu rovesciato da una rivolta popolare
nel 2011.
Nel 1990 i due frammenti dello Yemen erano stati riuniti, ma
il nuovo Stato rimase sotto la stretta tutela dei sauditi. Da questi e
dall’anglosfera fu imposto un nuovo fantoccio, Abdrabbuh Mansur Hadi, parimenti
respinto dal rifiuto del movimento anticolonialista emerso nello scontro con il
predecessore. In Occidente questa vera e propria rivoluzione venne definita
“guerra civile”, come suole (vedi Siria) quando si tratta di occultare fenomeni
che potrebbero suscitare conoscenza corretta e prese di coscienza.
La resistenza all’imposizione saudito-imperialista, che si
cercò di azzerare attraverso l’aggressione via terra dei sauditi e i
bombardamenti a tappeto statunitensi, fu coronata nel 2015 dalla conquista
della quasi totalità del territorio yemenita, compresa la capitale Sanaa.
Seguirono il ritiro dei sauditi e la progressiva riduzione dei bombardamenti,
mentre il burattino Hadi è stato di fatto confinato dai sauditi nel ridotto
meridionale di Aden. La sua funzione residua è quella di far dare dei “ribelli
Houthi” al popolo yemenita e al suo governo.
Per concludere, va detto che il costante tentativo
politico-mediatico occidentale di ridurre a fenomeno tribale ed eversivo uno
Stato sovrano, indipendente, dalle chiare posizioni antimperialiste e
antisioniste, conquistato e liberato in anni di incredibile sofferenza ed
eroismo, da un popolo che si conferma “er mejo figo del bigoncio”,
irriducibilmente al fianco dei palestinesi con manifestazioni di milioni di
persone, dice tutto dei nostri politici e giornalisti. Tutto il male possibile.