martedì 27 gennaio 2026

Virtù e Vizi tra Askatasuna, Hannoun, Trump, Piantedosi--- E’ LA SICUREZZA, BELLEZZA!

 

In calce l’appello per Hannoun libero e contro la persecuzione dei palestinesi e dei ProPal


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TUTTI A TORINO IL 31 GENNAIO PER ASKATASUNA E CONTRO IL REGIME

Due sono le questioni strategiche all’ordine del giorno nazionale e geopolitico: la chiusura che lo Stato di Polizia impone alle voci e istanze non allineate e la persecuzione dei Palestinesi e dei loro sostenitori in Italia in complicità con il genocidio di Gaza.

Tra Piantedosi e Askatasuna

Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene perchè mi ha riportato in patria.

Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre, rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati di Piemonte e Lombardia messi insieme.

E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini, vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui sono.

Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in 16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel ’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma una specie di ooooh tra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.

 Assemblea Nazionale di Askatasuna

Ho anche detto che ero venuto lì perché di mestiere inviato di guerra. Qualcuno potrebbe aver pensato: ma cosa ci fai qui, vai in Palestina, Venezuela, Iran, ma ho la sensazione che non lo abbia pensato nessuno. Almeno, nessuno l’ha detto. Sapevano, quanto me cronista, che da queste parti, come da quelle, corre un fronte. Il fronte della guerra al popolo di un regime di manganellatori, contaballe e residuali, per conto di ricchi, malviventi, palazzinari, trumpiani e non rassegnati alla fine del Duce. Come Zelensky per conto di Blackrock, Lockheed Martin, Rheinmetall, o Leonardo.

La battaglia torinese si svolge in Corso Regina Margherita 47, casa di Askatasuna.  Casa negata e sottratta il 18 dicembre 2025. Eliminazione delle voci altre, ma soprattutto vendetta del Sistema per trent’anni di resistenza No Tav. Discorso riaperto nell’enorme assemblea nazionale il 17 gennaio 2026 e da completare con tre cortei per tutta la città, il 31 gennaio.

Quando Gladio si chiama Sicurezza

Non so quanti ragazzi dell’assemblea abbiano mai saputo di Gladio. Ne ho già parlato qui. Tranne la voce dal sen fuggita a Cossiga, probabilmente per senile vanteria, nulla si è detto, o scritto da anni su questa struttura eversiva incistata nel nostro paese e nel pallottoliere della guerra fredda subito dopo la trasformazione dell’Italia in formale democrazia. Gladio, il cui termine inglese “Stay Behind” rivela la matrice CIA, era una specie di assicurazione terroristica contro, ufficialmente, invasori bolscevichi, ma, effettivamente, contro spostamenti a sinistra dell’asse atlantico. Spostamenti da affrontare subito con quasi-golpe, eliminazione di politici, stragi un po’ di mafia un po’ di Stato. Sempre Gladio era, concettualmente e, perlopiù, anche materialmente.

Oggi Gladio si è messo guanti bianchi e vesti di Armani. E quella della Garbatella rimpannucciata se li cambia due volte al giorno e per ogni occasione. E’ o non è la premier di chi veste Armani, o il così tanto compianto Valentino?. E procede, Gladio, a colpi di Decreti Sicurezza (mai disegni di legge: lungaggini e se ne parlerebbe troppo). E i ragazzi adunatisi per Askatasuna, o lo sanno, o lo intuiscono, tanto da non avermi chiesto di cosa stessi parlando quando ho detto che Meloni è Gladio e Gladio è Meloni.

 

Nel giro di poco più di un anno i Decreti Sicurezza melonian-piantedosiani sono arrivati a tre. L’ultimo al momento sospeso tra Palazzo Chigi e Quirinale per perplessità quirinalizie sul capitolo immigrazione. Su tutti gli altri capitoli di tutti e tre i dispositivi Mattarella non ha mai sollevato un sopracciglio. Come potrebbe, lui che ha bombardato Belgrado’, massimo crimine, secondo Norimberga. Eppure di carne sulla pira ce n’era per un custode della Costituzione, delle libertà individuali, della sovranità popolare, del diritto a manifestare e a esprimere liberamente la propria opinione, di organizzare proteste, di mantenere la tripartizione dei poteri dello Stato e non assaltare uno dei tre, la Magistratura, e annullarne l’altro, il Legislativo

Mi vengono in mente cose alla rinfusa, ma che tutte vanno nella stessa direzione: lo Stato di Polizia, come da sempre vagheggiato da alte cariche dello Stato che. rientrando a casa la sera, fanno l’inchino al busto del Duce.

Se manifesti e non chiedi il permesso vai in carcere, se blocchi il camion che entra nella ditta che ti ha cacciato senza ragione vai in carcere, se fai resistenza passiva, cioè non ti muovi, vai in carcere, se occupi l’aula rischi il carcere, se ti opponi al delirio speculativo del Ponte, impossibile ma ladrone, vai in carcere. Se non ti fermi a un posto di blocco ti sparano e, se non sei morto, va in carcere. Se, schiamazzando un po’, ti avvicini di qualche chilometro a un obiettivo “sensibile” (misura di Piantedosi), rischi il gas tossico nei polmoni (CS, proibito da una convenzione di Ginevra), la polmonite da idrante e la testa spaccata dal manganello con l’anima di ferro. Ma a farti sparire dalla cronaca saranno i 10 poliziotti finiti in ospedale.

E se tutto questo serve a lasciare ancora troppo lasca la libertà di manifestare e di espressione, ecco che a togliere certe voglie malsane ci saranno le perquisizioni preventive, essendoci solo sospetti manigoldi, e il fermo preventivo di 12 ore, sempre dei soliti manigoldi sospetti. Che tutto questo contrasti con l’articoli 21 della Costituzione è per Piantedosi  meno di una mosca sul bavero da spazzar via.

Se poi a qualche agente gli scappa di averne fatta una grossa, vedi Alibrandi. o Cucchi. o Ramy schiacciato dai CC contro un muro (e video cancellato), o quei sei cittadini inermi che recentemente sono stati fulminati dal Taser, sfollagente “non letale”, perbacco vuoi inquisire un difensore dell’ordine pubblico? Scudo legale subito!

Se parli male del governo e dei suoi gendarmi e corifei ti sparano querele che non hanno ragion d’essere, ma ti rubano soldi, tempo e serenità. Se sei un accademico è quasi fisiologico che ti arruoli da ausiliario nei Servizi Segreti. se sei un Servizio Segreto sei autorizzato a farti boss, capo mandamento, comandante di brigata rossa o nera, commettere crimini terroristici e chiamarlo infiltrazione. Se sei un media che non adula, sostiene, promuove, perdi i sussidi UE e romani e ti ritrovi sul collo li corrottissimo Garante della Privacy.

Se sei un minorenne, di quelli dove uno su un milione porta e usa un coltello, sei sospetto, sei Maranza, vai osservato, sorvegliato, sospettato, e, per Salvini, sottoposto a metaldetector a scuola. Magari con cavalli di frisia in cortile, posto di polizia e squadra di pronto intervento modello ICE. Al posto di pronto soccorso non ci hanno pensato, alla faccia che l’anno scorso nelle scuole italiane ci sono stati 71 crolli, che il 60% delle scuole non ha certificazione di agibilità, o prevenzione incendi e che tantissimi istituti si prendono cura degli studenti sparandogli fibre d’amianto nei polmoni.

E in questa guerra ai ragazzi in quanto tali, vuoi che non si manifesti l’atavico odio dei gerontocrati per i giovani che l’hanno più duro e più lunga davanti a sé?  Viene da pensarci anche all’Iran dall’età media dei 27 anni, demonizzato e attaccato da chi la media ce l’ha di 48 e contro tre figli per donna, se va bene ne ha mezzo.

Se poi dovesse succedere che un qualche PM trova che tu, Stato, o padrone, o palazzinaro, o assessore, hai approfittato un po’ troppo di una legge sempre più lasca per i ricchi e sempre più stringente per gli altri, come si muove lo fulmini con prescrizione, abolizione dell’abuso d’ufficio, estinzione del processo entro due anni (quando per mancanza di cancellieri, carta e computer, glie ne sarebbero voluti quattro) e altri buchi per topi. Non basta? Separazione delle carriere e PM poliziotto con i reati da perseguire, quali, come e quanto, dettati dal governo.

Sicari del genocidio

Siccome tutto questo non è sufficiente perché questa classe politica si dica soddisfatta dei risultati raggiunti, servono rinforzi. E dove trovarli se non tra i camerati di Tel Aviv, maestri di vittimismo genocida? E, non trovando appigli neanche nei pacchetti Sicurezza fin qui partoriti, ecco che si ricorre vuoi ai tribunali israeliani, vuoi a quei famigerati Servizi Segreti, di cui non c’è cittadino al mondo che non ne abbia percepito l’interessamento, sempre etico e rispettoso delle regole.

E così Mohammed Hannoun, architetto, da decenni in Italia, segretario dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, e suoi compagni, sono stati beccati e sbattuti in carcere di massima sicurezza. Avevano inviato a associazioni umanitarie palestinesi aiuti ai moribondi e ai morituri di Gaza. Sono diventati capi terroristi di Hamas. Angela Lano, giornalista che da sempre informa correttamente sulla Palestina, per ora è solo inquisita, con tutti i suoi strumenti di lavoro sequestrati. E non resterà la sola. Terroristi, secondo le imprescindibili disposizioni del Mossad, autorità di livello superiore, per certe nostre acuite sensibilità giuridiche. Quelle politiche, intanto, proseguono nell’assistenza al genocidio di Gaza e ai pogrom sempre più sanguinari nella Cisgiordania già dichiarata annessa. Tout se tient.

Cos’è lo scandalo qui, cosa la vergogna? E’ non solo che uno Stato sovrano si piega, con le sue istituzioni giuridiche, per volontà di un esecutivo servile e corrotto (ma ”sovranista”), all’adozione delle leggi di uno Stato altro, incidentalmente razzista e genocida. Ma che arrivi all’abiezione di infliggere inaudite punizioni a cittadini, stranieri e italiani, soltanto sulla base di rapporti, accuse, speculazioni, di un servizio segreto straniero e, in questo caso, del più impegnato in pratiche criminali del mondo.

Pareva inconcepibile che un governo, formalmente democratico e osservante di una Costituzione antifascista, potesse ripetere quanto fatto dal regime fascista quando eseguì il copia e incolla delle leggi naziste che permisero, promossero, l’olocausto. Con i residuali e succedanei di oggi non è più inconcepibile.

Cronaca nera, assist allo Stato di Polizia

A questa degenerazione da stato democratico a democratura, con Esecutivo su tutto e tutti, arrivano due assist. Uno dai tuoi media e uno da fuori. I reati di violenza sono tra i più bassi d’Europa. In particolare, nel 2025 il numero di vittime di borseggi e di rapine è diminuito rispettivamente dall'1,6% all'1% e dallo 0,5 allo 0,2%, le vittime di omicidi sono in calo dal 2022. Tutto questo si riflette nelle cronache dei media?

Pensate alla telenovela di Garlasco. In mancanza di succosi delitti di giornata, si torna indietro di 19 anni e ci si inzuppano migliaia di paginoni stampati e centinaia di ore sugli schermi. Se la materia è scarsa, la si gonfia a dirigibile, la si mastica tipo chewing gum. Si scandaglia il vicinato, la genealogia, il passato remoto, i compagni di classe. E se non ci sono l’assassino, la vittima, eccone il congiunto e, male che vada, la vicina, che in cucina ha sentito qualcosa, o il passante che ha visto un’auto sospetta.

Fate caso a quante volte un Tg dell’ora di punta, se proprio Trump non ne ha fatta una delle sue (per Netaniahu occorre che abbia almeno bruciato vivi 12 bambini), o la Meloni non abbia pronunciato parole storiche da Timbuctu, apre con un delitto, occorso dal giorno prima a vent’anni fa. Ah no? E Via Poma e Simonetta Cesaroni e il portinaio? Un quarto di secolo come ieri.

A che serve? Perché vi si indulge? Intanto distrae dai disastri, dalle angherie, dai soprusi di un regime di arroganti saltimbanchi e ottusi ciarlatani. Da ministri degli esteri che farneticano (ad usum delphini) di “diritto internazionale che vale fino a un certo punto”. Ma soprattutto fornisce materia e motivi proprio per quanto scritto qui sopra: i pacchetti sicurezza, i.e. (id est) il rilancio di quanto di utile e propizio s’era fatto nel rimpianto Ventennio.

Modello ICE

Quel diritto internazionale alla Tajani, poi, ha una sua dura e convincente logica fattuale nel mondo della nuova morale giuridica in cui ci ha introdotto Trump. Ci sono le acquisizioni a forza di sberle di paesi e territori, presidenti e naviglio. Ma, più interessante, anzi esemplare, per il regimetto di scalzacani (coloro che tirano calci ai cani, i peggio) che ci ritroviamo, è un’altra novità. Riguarda la dimensione domestica, quella di solito custodita da costituzioni, leggi e buone pratiche tradizionali. Avete presente l’ICE, United States Immigration and Customs Enforcement (Controllo Immigrazione e Frontiere)?

Negli USA, a partire da Minneapolis, dove questi energumeni mafiosi, camuffati e impuniti, guardia personale del sovrano e garanti del suo potere assoluto, hanno dato spettacolo sparando in testa a una donna inerme e inoffensiva al volante. Poi, di fronte alla reazione di quanto rimane di etico e giusto negli USA tartassati da presidenti felloni, procedono da giorni a massacrare di botte, spray urticante e arresti chi si ritrovano a portata di abuso.

Due giorni prima che scrivessi di questa correttamente rinominata Gestapo (polizia nazista che impallidisce davanti all’ICE), il suo Obersturmfuehrer ne esaltava funzione e comportamento, compresi i quasi 7.000 arresti e i 31 uccisi. Il fascistone truculento nella Casa Bianca li ha elogiati per questo, ne ha promesso l’impiego ovunque si manifestassero degli “Antifa” (entità onirica di sua invenzione) e ha minacciato la guerra interna, con tanto di forze armate (costituzionalmente non utilizzabili sul territorio nazionale), al governatore del Minnesota e al sindaco di Minneapolis, e a tutti i loro emuli che volessero far valere le celebrate checks and balances della Costituzione americana.

I ministri Piantedosi e Crosetto, la premier Meloni, e anche un po’ il ministro dell’Istruzione (e del merito! Sennò fuori dalle palle) Valditara, non vedono l’ora. Nel nostro piccolo…

Uno striscione sotto il quale ho avuto l’onore di parlare a Torino c’era scritto “Que viva Askatasuna!”

 

                                             

lunedì 19 gennaio 2026

 

*VENEZUELA*🇻🇪
🛢️_Petrolio, Sovranità e Diritto Internazionale_

*Conferenza e dibattito*
con Fulvio *GRIMALDI*
e in collegamento
Aimone *SPINOLA*

🗓️ *Sab. 24 gennaio ore 18.00*
Ingresso dalle 17.45

Durante l'iniziativa è prevista la proiezione del docufilm *_L'Asse del Bene_* di F.Grimaldi

Clicca per la scheda evento👉https://aps.circolochaplin.org/eventi-circolo-chaplin/venezuela-petrolio-sovranit%C3%A0-e-diritto-internazionale 

martedì 13 gennaio 2026

Trump e noi nel nostro piccolo CON GLADIO AL POTERE E’ TEMPO DI ASKATASUNA

 



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Askatasuna,17 gennaio assemblea nazionale, 31 gennaio manifestazione nazionale

In altalena tra bello e brutto

La versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito, storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro, l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino dell’Enciclopedia Treccani.

Che poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo delle regole) e l’altra catastrofista.

A)   Il rapimento di Maduro e le minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!

 

B)   Il mondo è in mano a una triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…? Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e già amica di Chavez)

Tutto questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita, frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del rapimento, di “azione difensiva”  del camerata Trump.

Per cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere all’opera.

Stay Behind (Stare dietro). A chi?

 Francesco Cossiga

E negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe trasformata in un unico, immenso gulag.

Tutto questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che, nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington, dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e ’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato. .

Io so io e voi nun siete…

E dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono, riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago (quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della Garbatella (un campo di bocce).

I paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.

Si parva licet…

Piantedosi deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem, equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a rastrellare e deportare immigrati.

Troppo facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate, si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500 miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL), ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a un ghepardo.

Scopiazzatura continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno quelli.

 Mohammed Hannoun, Angela Lano

In carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita, privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a Khan Yunis?

E se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi “dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da sotto i detriti.

E veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.

Gladio al governo,  Askatasuna la resistenza

 Askatasuna e Gladio in divisa

E siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente, socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma, un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce.  Trent’anni di resistenza.

Non solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare, ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto ottuso.

E su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità, alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.

Con i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati, presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione politica, faro dell’Occidente in resistenza.

Ho provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari

 

Anche un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna. Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati, coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida

Essendo attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli anni che, ancora  definiscono derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?

Perlopiù piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.

E si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri. Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi, Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.

Ora Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il futuro. Italia da riconquistare.

Con l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta al governo,  tutti noi che abbiamo marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente, un’Askatasuna.

 

domenica 11 gennaio 2026

STAI CON LE PROTESTE IN IRAN? STAI CON TRUMP E NETANYAHU

 

Dopo Vietnam Serbia, dopo Serbia Afghanistan, dopo Afghanistan Iraq, dopo Iraq Palestina, Libia, Siria, Somalia, Venezuela, Iran…

STAI CON LE PROTESTE IN IRAN? STAI CON TRUMP E NETANYAHU

 

 Tehran, manifestazione per il generale Soleiman ucciso da Trump

“Buon anno a ogni iraniano nelle piazze. E anche a ogni agente del Mossad che gli cammina a fianco” (Mike Pompeo, Segretario di Stato e direttore della CIA nel primo mandato di Trump)

Da Segretario di Stato Pompeo dichiarò che lo scopo delle feroci sanzioni imposte all’Iran non era di spingere il governo iraniano a cambiare, ma a spingere la popolazione iraniana a cambiare il governo.

Ricordo una mia visita a Teheran a un ambulatorio di medici volontari che provavano ad assistere e salvare la vita a persone, perlopiù giovani, affetti da leucemia e a cui le sanzioni negavano i farmaci. Alla frontiera tra Iran e Afghanistan, dai soldati di Tehran lì stanziati contro le infiltrazioni degli eserciti NATO (compreso il nostro),venni a sapere che, però, qualcosa i sanzionatori non negavano al consumo degli iraniani: era l’eroina che gli occupanti USA dell’Afghanistan cercavano di contrabbandare in Iran (e Russia), dopo averne promosso la coltivazione, a suo tempo proibita dai Taliban. In Europa arrivava alla base USA di Bondsteel, nel “neoliberato” Kosovo, e da lì ripartiva in direzione di giovani generazioni, potenzialmente “ribelli”, da sedare.

Ribadendo il principio alla base di tutte le sanzioni, Pompeo ammetteva che le sanzioni che affamano e uccidono non sono dirette ai governi, bensì al popolo. Questo avrebbe dovuto essere ridotto in un tale stato di miseria e disperazione da affrontare una guerra civile contro il proprio governo, democraticamente eletto, visto come responsabile.

Oggi tutti citano le difficoltà economico-sociali come motivo delle proteste. Ma si tratta di difficoltà economico-sociali di un paese potenzialmente ricco e potente, inflitte da una potenza esterna al solo scopo di imporre il proprio dominio e controllo geostrategico.

Se ci si ritiene oppositore della macchina genocida degli USA, uguale sotto tutti i presidenti e relative forze mandanti, non esiste la minima scusa per affamare e privare di cure una società civile, neanche quella, sacra e fondamentale per i ricchi e bianchi del pianeta, della rimozione del velo (in una popolazione femminile che vanta una più alta quota di donne laureate e in posizioni di responsabilità di qualsiasi paese europeo).

Anarcoidi e sinistri allo spritz oscillano tra imbarazzati silenzi e un più o meno esplicito sostegno alla rivolta in atto in Iran. Per quanto sostenuta dai terroristi del MEK, gruppo allevato dalla CIA, o dai tanto amati (da certa sinistra strabica) curdi, infiltrati e armati dal Kurdistan iracheno (sotto l’occhio benevolo del Mossad e dei nostri Carabinieri, stanziati a Irbil per “addestrare”) e siriano.

Dovrebbero rendersi conto che ogni espressione di approvazione al cambio di governo a Tehran equivale a una standing ovation al regime sociocida più distruttivo e letale che sia mai apparso sulla Terra.

giovedì 8 gennaio 2026

VENEZUELA, NON SOLO --- TAG 24 INTERVISTA FULVIO GRIMALDI

 

TAG 24 INTERVISTA FULVIO GRIMALDI

https://youtu.be/IW2H0ti8sRA

https://youtu.be/IW2H0ti8sRA?si=SphfGN92ERoC62M0

 

Andando oltre lo sconfinatamente discusso, analizzato, interpretato, distorto, masticato, digerito, evacuato, episodio tardocolonialista del rapimento di Maduro e del trionfo della forza sul “mondo delle regole” (regole della stessa solfa di sempre, ma in guanti bianchi), si guarda a casa nostra, dove si accumulano i rifiuti sotto e sopra i tappeti. Che sono poi quelli che andrebbero spazzati via e sepolti in discarica. Solo che da qualche decennio v’è carenza di spazzini.

Trump è la parola più usata sul pianeta almeno da un anno in qua. La meno usata è il nome di chi gli mette il carburante nel trabiccolo, l’F-35, e il navigatore sul cruscotto. Personalizziamo, c’est plus facile… Ma se si vuole incidere sullo stato del condominio, tocca incominciare da porte, finestre, pareti, soffitti, pavimenti, sottoscala, cantina, soffitta, arredi, scarichi, cessi, del proprio appartamento.

E qui una sovranista da letteratura alla baci Perugina, inane e farlocca come quella, onora il suo sovrano come neanche Pompadour con Luigi XV. Sovrano che però sta alla Casa Bianca e del paese della Meloni farebbe ciò che facciamo noi della stagnola dei Baci, una volta ingurgitato l’incentivo al diabete. E Meloni col suo sovrano non azzarda il rischio (“Gli USA non hanno amici, solo interessi”, ricordate?). E, munita di confetti e brillantina per chiome gialle, trasforma in legittima difesa quello che è, del gangster del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, il più brutale atto di pirateria dalla presa hitleriana di Varsavia.

La lingua della sovranista, esaurita la saliva nelle precedenti occasioni di fasciocontiguità con il sovrano pettinato da rastrelli e puntellato dai trilioni della fasciofinanza sionista, stavolta ha preferito soddisfare la richiesta dei glutei sovrani in modo più consono allo Zeitgeist dallo stesso sovrano incarnato. Con trasporto squadrista e “deltista” (da Delta Force) si è umettata labbra e lingua nelle chiazze di sangue sparse lungo il corridoio che portava al talamo dei coniugi da cui urgeva difendersi.

Sangue sparso lì da sconsiderati cubani e venezuelani che pretendevano di inibire la legittima azione di difesa condotta dalla bramata Sua Maestà contro chi, da quel centro operativo mimetizzato da alcova matrimoniale, proiettava tonnellate di Fentanyl e cocaina sui sudditi del di lei sovrano. Sangue che rendeva gradevolmente scivolosa e penetrante la suddetta lingua, lubrificando i più segreti anfratti del pudore e dell’afrore.

Della materia di cui lo strumento leccale della Pompadour della Garbatella ha bisogno per perpetuare questo suo omaggio fisio-spirituale al sovrano, fascisticamente difensore dei potenti e giustiziere dei giusti, non mancheranno le disponibilità

O credete forse che Sua Maestà, con sistemata la meglio servitù a Palazzo Chigi, gliela faccia mancare, avendo a portata di Delta Force, nel senso di F-35, portaerei Gerald Ford e plotoni di gangster pentagonali, altri 30 milioni di venezuelani, almeno 54 milioni di colombiani, 130 milioni di messicani, 10 milioni di cubani e perfino 57.000 esquimesi?

Questi, però, disgraziatamente muniti di orsi polari. E se pure questi dovessero soccombere, hanno un sangue troppo freddo da usare per la storica incombenza.

Il resto nel video di Francesco Fatone

mercoledì 7 gennaio 2026

Fulvio Grimaldi L’ERA DELL’ANARCO IMPERIALISMO

 

Fulvio Grimaldi

L’ERA DELL’ANARCO IMPERIALISMO

In “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

https://youtu.be/lK6tW2Mq4_g

Dove la forza violenta il diritto conferma un fascismo globale

Dall’attacco di Trump al Venezuela, al rapimento del presidente Maduro, alle minacce ai paesi da sottoporre al dominio degli Stati Uniti, ai bombardamenti di paesi sovrani, alla totale obliterazione della divisione dei poteri con ogni decisione in mano all’esecutivo controllato da forze finanziarie private.

E, di riflesso, passando all’annullamento dei principi costituzionali e al totale arbitrio di un esecutivo che annulla il parlamento e prova a paralizzare la magistratura, assistiamo al tentativo di annichilire ogni manifestazione di antagonismo democratico. A partire dal movimento per la Palestina su delega israeliana, con l’arresto e la persecuzione con false accuse di chi si impegnava a cercare di far sopravvivere le vittime del genocidio, e a finire con lo sgombero dell’Asktazuna, protagonista della più vasta resistenza politica sociale, culturale, e ambientale  nel nostro paese negli ultimi trent’anni, premessa dell’azzeramento degli spazi costituzionali di democrazia.. 

giovedì 25 dicembre 2025

PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTARIO “TORNARE IN NICARAGUA”

 Adelina Bo

PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTARIO “TORNARE IN NICARAGUA”
Il video parla di ciò che ho potuto conoscere e documentare direttamente, in un mese di permanenza là nel 2024 e illustra ciò che balza agli occhi con maggiore evidenza, proprio ciò che nei media a larga diffusione non compare.
Se parlano del Nicaragua e del suo governo, in genere lo fanno in termini negativi: spesso mentono, denigrano, usano notizie fuori dal loro contesto.
Per lungo tempo, come Associazione Italia Nicaragua, abbiamo risposto a tali articoli documentando, dimostrando i loro errori. Mai hanno rettificato, men che meno pubblicato i nostri scritti, né mai ci hanno risposto.
E questo per 2 motivi:
1°- non hanno argomenti, documenti a sostegno di quanto affermano e quando si entra nel merito non sono in grado di reggere un confronto.
2°- non a noi devono rispondere, ma ai loro mandanti, padroni e finanziatori.
Per cui alla fine abbiamo smesso di perder tempo, decidendo che il modo migliore per far fronte alla loro disinformazione sistematica e propaganda era diffondere noi notizie vere e documentate, sebbene la “potenza di fuoco” sia decisamente impari, se paragonata al potere di chi controlla economicamente e politicamente tutti i maggiori giornali, TV, radio, comprese gran parte delle riviste on-line.
Questo documentario, dunque, va in tale direzione: informare
E non a caso uso il termine “potenza di fuoco”, perché di guerra mediatica si tratta.
La malainformazione è l’arma di distruzione di massa delle coscienze, ed è la prima fondamentale arma di ciò che si denomina “guerra ibrida”, ovvero non solo quella militare, ma quella che usa tutti gli stratagemmi utili a destabilizzare i Paesi ed a controllarne le risorse.
E la politica estera degli Stati Uniti ha per obiettivo dichiarato la “destabilizzazione permanente”, accompagnata sempre dalla disinformazione, strategica per giustificare il loro operato agli occhi dell’opinione pubblica.
TAPPE DELLA STORIA DEL NICARAGUA
E vediamo cos’è successo al Nicaragua. In passato interventi armati, occupazione militare, rovesciamento di presidenti scomodi per gli interessi dell’impero, instaurazione e sostegno alla dittatura dei Somoza.
Nel 1979, dopo 20 anni di lotta e 60.000 morti, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) vince, trovandosi un Paese distrutto, l’economia al collasso, Somoza aveva fatto bombardare tutte la maggiori città nello strenuo tentativo di sedare la rivolta popolare, prima di fuggire a Miami portandosi via tutti i soldi delle case dello Stato.
I nicaraguensi cominciano da zero a ricostruire la loro nazione libera, ma già 2 anni dopo, nel 1981, devono riprendere la guerra combattendo la Contra, bande di mercenari terroristi pagati, addestrati e armati dagli Stati Uniti, per ammazzare e distruggere quanto possibile.
In 10 anni muoiono altri 50.000 nicaraguensi, per lo più giovani, forze sottratte allo sviluppo del Paese per dedicarsi a difenderlo.
Gli Stati Uniti usano come forme d’ingerenza destabilizzanti, prima la Contra e poi il ricatto elettorale
Nel 1990 l’allora presidente George Bush senior, apertamente dichiara: “O in Nicaragua vince la candidata filostatunitense, o la guerra dei contras continuerà” e investe 16 milioni di dollari per organizzare l’opposizione antisandinista e condizionare l’esito elettorale. La gente stanca di 45 anni di dittatura, 30 anni morti e, come dicono loro: “con una pistola puntata alla tempia”, si reca a votare. Il FSLN perde di stretta misura (3 punti), contro una coalizione di 14 partiti.
Da lì in poi inizia il periodo buio dei governi neoliberisti, 16 anni anni di saccheggio e corruzione, dove l’ingerenza statunitense si concretizza nella rapina delle risorse, e nella rinuncia da parte del governo neoliberista ad esigere il risarcimento di 17 miliardi di dollari stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986, dovuto dagli USA al Nicaragua e mai pagato, per i danni causati nel periodo della Contra.
Nel frattempo la gente cade in miseria, peggio di Haiti, e i benefici sociali costruiti dai sandinisti vengono man mano aboliti.
Nel 2007 torna a insediarsi il sandinismo, che permane tuttora. Comincia a ricostruire il Paese economicamente e socialmente.
Da allora la priorità di ogni programma di governo è sempre stata la lotta alla povertà. Per il 2026 vi è destinato il 65% del bilancio.
Va tenuto conto che l’economia nicaraguense si basa per il 70% sulla piccola e media impresa, a conduzione famigliare o cooperativa, per il 30% sulle grandi imprese e attività dello Stato, ed è a quel 70% che si dedica particolare attenzione. Dando possibilità di lavoro alle famiglie anche delle fasce più deboli, si genera impiego, si produce ricchezza, aumentano i consumi, si supera la povertà, creando un circolo virtuoso utile sia all’economia nazionale sia a quella individuale.
Il tasso di occupazione è del 97,6%.
La povertà è stata dimezzata, dal 48 al 24%, quella estrema ridotta dal 19 al 6%.
La copertura di energia elettrica è passata dal 54 al 99%, l’85% da fonti rinnovabili.
L’acqua potabile dal 45 al 93% nelle città, dal 26 al 56% nelle zone rurali.
Si prevede per il 2026 di raggiungere il 95% di autosufficienza alimentare.
Si è decisamente ridotta la mortalità materno-infantile e il Nicaragua è passato dal 40° al 6° posto nel mondo per parità di genere, il 1° in America Latina: in parlamento il 60% sono deputate e il 75% sono ministre o viceministre.
Questa, in cifre, l’entità dei cambiamenti in atto.
Nonostante le sanzioni (altra forma di pressione e ingerenza), il Paese progredisce con una crescita esponenziale dell’economia e il governo si rafforza.
Perciò gli USA, per rovesciarlo, nell’aprile 2018 tentano un colpo di Stato, ma falliscono.
Allora qualche mese dopo, a dicembre 2018 ne provano un’altra. Trump promulga il Nica Act, per impedire al Nicaragua l’accesso a prestiti internazionali e bloccare le attività finanziarie dei funzionari del governo.
MA PERCHÉ IL NICARAGUA È NEL MIRINO DEGLI STATI UNITI?
Il Congresso lo ha dichiarato “una minaccia alla sicurezza nazionale”, il che apre la possibilità ad un intervento armato.
Un Paese minuscolo, esteso poco più dell’Italia settentrionale, circa 7 milioni di abitanti, un Paese che non ha mai aggredito nessuno, caso mai si è difeso dalle invasioni subite, dagli Spagnoli prima e dagli yankee poi, come può essere una minaccia per gli Stati Uniti? Che cosa tanto li turba?
3 i motivi principali
1° - Il Nicaragua rappresenta un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista, nella gestione dell’economia, redistribuzione dei profitti e programmi a beneficio della popolazione, di lotta alla povertà (e non ai poveri), per eliminare le disparità sociali. Ovvero: difendono i diritti collettivi, rispetto ai privilegi di classe, mantenendo in questo una continuità coi principi che han sempre guidato il sandinismo.
Quindi gli USA non possono consentire che un tale modello abbia successo, sarebbe un esempio contagioso...
E poi il Nicaragua, insieme a Cuba e Venezuela, rappresenta uno dei pilastri portanti della difesa dell’indipendenza, dignità e sovranità nazionale in America Latina, non più “cortile di casa” degli USA - come essi la considerano - serbatoio di risorse e manodopera a basso costo.
2° - Ha una posizione geostrategica importante, con una geografia utile all’eventuale costruzione di un canale interoceanico alternativo a quello di Panama, che sta diventando obsoleto per la stazza delle nuove navi da carico sempre più grandi, per il fondo che si va progressivamente insabbiando, per le lunghissime attese nell’attraversarlo.
3° - Ha scelto alleanze e fatto accordi di cooperazione coi Paesi dei BRICS, un progetto di mondo multipolare che gli USA considerano nefasto per il proprio dominio unipolare, (monopolio che vogliono a tutti i costi mantenere), multipolarismo portato avanti da Paesi che considerano concorrenti e nemici.
CONCLUSIONI
A volte nel documentario emerge il raffronto col Nicaragua di 35-40 anni fa, tempo intercorso tra la mia frequentazione di allora e quando ci son tornata. Tuttavia ciò che illustra non l’hanno costruito in 40 anni, ma in 17: dal 2007 quando tornano al governo, al 2024 cui si riferiscono le immagini, a dimostrazione del fatto che, se una nazione è gestita bene e nell’interesse della popolazione, i risultati si ottengono.
Il Nicaragua, grazie al ritorno dei sandinisti al governo, sta vivendo la più grande modernizzazione della sua storia.
Il Nicaragua è un Paese piccolo geograficamente, ma grande politicamente.
E tutto questo, per onestà gli va riconosciuto. E’ doveroso raccontare e far conoscere. E questa non è propaganda, è informazione.
Il video parla di ciò che ho potuto conoscere e documentare direttamente, in un mese di permanenza là nel 2024 e illustra ciò che balza agli occhi con maggiore evidenza, proprio ciò che nei media a larga diffusione non compare.
Se parlano del Nicaragua e del suo governo, in genere lo fanno in termini negativi: spesso mentono, denigrano, usano notizie fuori dal loro contesto.
Per lungo tempo, come Associazione Italia Nicaragua, abbiamo risposto a tali articoli documentando, dimostrando i loro errori. Mai hanno rettificato, men che meno pubblicato i nostri scritti, né mai ci hanno risposto.
E questo per 2 motivi:
1°- non hanno argomenti, documenti a sostegno di quanto affermano e quando si entra nel merito non sono in grado di reggere un confronto.
2°- non a noi devono rispondere, ma ai loro mandanti, padroni e finanziatori.
Per cui alla fine abbiamo smesso di perder tempo, decidendo che il modo migliore per far fronte alla loro disinformazione sistematica e propaganda era diffondere noi notizie vere e documentate, sebbene la “potenza di fuoco” sia decisamente impari, se paragonata al potere di chi controlla economicamente e politicamente tutti i maggiori giornali, TV, radio, comprese gran parte delle riviste on-line.
Questo documentario, dunque, va in tale direzione: informare
E non a caso uso il termine “potenza di fuoco”, perché di guerra mediatica si tratta.
La malainformazione è l’arma di distruzione di massa delle coscienze, ed è la prima fondamentale arma di ciò che si denomina “guerra ibrida”, ovvero non solo quella militare, ma quella che usa tutti gli stratagemmi utili a destabilizzare i Paesi ed a controllarne le risorse.
E la politica estera degli Stati Uniti ha per obiettivo dichiarato la “destabilizzazione permanente”, accompagnata sempre dalla disinformazione, strategica per giustificare il loro operato agli occhi dell’opinione pubblica.
TAPPE DELLA STORIA DEL NICARAGUA
E vediamo cos’è successo al Nicaragua. In passato interventi armati, occupazione militare, rovesciamento di presidenti scomodi per gli interessi dell’impero, instaurazione e sostegno alla dittatura dei Somoza.
Nel 1979, dopo 20 anni di lotta e 60.000 morti, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) vince, trovandosi un Paese distrutto, l’economia al collasso, Somoza aveva fatto bombardare tutte la maggiori città nello strenuo tentativo di sedare la rivolta popolare, prima di fuggire a Miami portandosi via tutti i soldi delle case dello Stato.
I nicaraguensi cominciano da zero a ricostruire la loro nazione libera, ma già 2 anni dopo, nel 1981, devono riprendere la guerra combattendo la Contra, bande di mercenari terroristi pagati, addestrati e armati dagli Stati Uniti, per ammazzare e distruggere quanto possibile.
In 10 anni muoiono altri 50.000 nicaraguensi, per lo più giovani, forze sottratte allo sviluppo del Paese per dedicarsi a difenderlo.
Gli Stati Uniti usano come forme d’ingerenza destabilizzanti, prima la Contra e poi il ricatto elettorale
Nel 1990 l’allora presidente George Bush senior, apertamente dichiara: “O in Nicaragua vince la candidata filostatunitense, o la guerra dei contras continuerà” e investe 16 milioni di dollari per organizzare l’opposizione antisandinista e condizionare l’esito elettorale. La gente stanca di 45 anni di dittatura, 30 anni morti e, come dicono loro: “con una pistola puntata alla tempia”, si reca a votare. Il FSLN perde di stretta misura (3 punti), contro una coalizione di 14 partiti.
Da lì in poi inizia il periodo buio dei governi neoliberisti, 16 anni anni di saccheggio e corruzione, dove l’ingerenza statunitense si concretizza nella rapina delle risorse, e nella rinuncia da parte del governo neoliberista ad esigere il risarcimento di 17 miliardi di dollari stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986, dovuto dagli USA al Nicaragua e mai pagato, per i danni causati nel periodo della Contra.
Nel frattempo la gente cade in miseria, peggio di Haiti, e i benefici sociali costruiti dai sandinisti vengono man mano aboliti.
Nel 2007 torna a insediarsi il sandinismo, che permane tuttora. Comincia a ricostruire il Paese economicamente e socialmente.
Da allora la priorità di ogni programma di governo è sempre stata la lotta alla povertà. Per il 2026 vi è destinato il 65% del bilancio.
Va tenuto conto che l’economia nicaraguense si basa per il 70% sulla piccola e media impresa, a conduzione famigliare o cooperativa, per il 30% sulle grandi imprese e attività dello Stato, ed è a quel 70% che si dedica particolare attenzione. Dando possibilità di lavoro alle famiglie anche delle fasce più deboli, si genera impiego, si produce ricchezza, aumentano i consumi, si supera la povertà, creando un circolo virtuoso utile sia all’economia nazionale sia a quella individuale.
Il tasso di occupazione è del 97,6%.
La povertà è stata dimezzata, dal 48 al 24%, quella estrema ridotta dal 19 al 6%.
La copertura di energia elettrica è passata dal 54 al 99%, l’85% da fonti rinnovabili.
L’acqua potabile dal 45 al 93% nelle città, dal 26 al 56% nelle zone rurali.
Si prevede per il 2026 di raggiungere il 95% di autosufficienza alimentare.
Si è decisamente ridotta la mortalità materno-infantile e il Nicaragua è passato dal 40° al 6° posto nel mondo per parità di genere, il 1° in America Latina: in parlamento il 60% sono deputate e il 75% sono ministre o viceministre.
Questa, in cifre, l’entità dei cambiamenti in atto.
Nonostante le sanzioni (altra forma di pressione e ingerenza), il Paese progredisce con una crescita esponenziale dell’economia e il governo si rafforza.
Perciò gli USA, per rovesciarlo, nell’aprile 2018 tentano un colpo di Stato, ma falliscono.
Allora qualche mese dopo, a dicembre 2018 ne provano un’altra. Trump promulga il Nica Act, per impedire al Nicaragua l’accesso a prestiti internazionali e bloccare le attività finanziarie dei funzionari del governo.
MA PERCHÉ IL NICARAGUA È NEL MIRINO DEGLI STATI UNITI?
Il Congresso lo ha dichiarato “una minaccia alla sicurezza nazionale”, il che apre la possibilità ad un intervento armato.
Un Paese minuscolo, esteso poco più dell’Italia settentrionale, circa 7 milioni di abitanti, un Paese che non ha mai aggredito nessuno, caso mai si è difeso dalle invasioni subite, dagli Spagnoli prima e dagli yankee poi, come può essere una minaccia per gli Stati Uniti? Che cosa tanto li turba?
3 i motivi principali
1° - Il Nicaragua rappresenta un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista, nella gestione dell’economia, redistribuzione dei profitti e programmi a beneficio della popolazione, di lotta alla povertà (e non ai poveri), per eliminare le disparità sociali. Ovvero: difendono i diritti collettivi, rispetto ai privilegi di classe, mantenendo in questo una continuità coi principi che han sempre guidato il sandinismo.
Quindi gli USA non possono consentire che un tale modello abbia successo, sarebbe un esempio contagioso...
E poi il Nicaragua, insieme a Cuba e Venezuela, rappresenta uno dei pilastri portanti della difesa dell’indipendenza, dignità e sovranità nazionale in America Latina, non più “cortile di casa” degli USA - come essi la considerano - serbatoio di risorse e manodopera a basso costo.
2° - Ha una posizione geostrategica importante, con una geografia utile all’eventuale costruzione di un canale interoceanico alternativo a quello di Panama, che sta diventando obsoleto per la stazza delle nuove navi da carico sempre più grandi, per il fondo che si va progressivamente insabbiando, per le lunghissime attese nell’attraversarlo.
3° - Ha scelto alleanze e fatto accordi di cooperazione coi Paesi dei BRICS, un progetto di mondo multipolare che gli USA considerano nefasto per il proprio dominio unipolare, (monopolio che vogliono a tutti i costi mantenere), multipolarismo portato avanti da Paesi che considerano concorrenti e nemici.
CONCLUSIONI
A volte nel documentario emerge il raffronto col Nicaragua di 35-40 anni fa, tempo intercorso tra la mia frequentazione di allora e quando ci son tornata. Tuttavia ciò che illustra non l’hanno costruito in 40 anni, ma in 17: dal 2007 quando tornano al governo, al 2024 cui si riferiscono le immagini, a dimostrazione del fatto che, se una nazione è gestita bene e nell’interesse della popolazione, i risultati si ottengono.
Il Nicaragua, grazie al ritorno dei sandinisti al governo, sta vivendo la più grande modernizzazione della sua storia.
Il Nicaragua è un Paese piccolo geograficamente, ma grande politicamente.
E tutto questo, per onestà gli va riconosciuto. E’ doveroso raccontare e far conoscere. E questa non è propaganda, è informazione.