lunedì 19 ottobre 2020

Elezioni Bolivia: rasi al suolo i fasciogolpisti ----- USA: S’INCOMINCIA A PERDERE COLPI (DI STATO) ------- America Latina: ricambia il vento?

 

Nel giorno in cui un didattorello da quattro soldi, ma con le zanne prestategli da quelli da quattro miliardi, avvia la fase finale per la libertà del cittadino: il divieto di assemblea e convegno. L'ultimo baluardo della democrazia, dopo la fine dei contatti interpersonali, la fine dello scambio di parola, pensiero, visione. 

 


https://www.resumenlatinoamericano.org/2020/10/19/bolivia-arce-gano-en-la-paz-con-653-de-los-votos-y-en-cochabamba-con-el-63/  immagini e percentuali dei vincitori nelle varie città della Bolivia

 Popoli coscienti e popoli ignoranti

Mentre da noi i colpi di Stato di quaquaraquà travestiti da infermieri e crocerossine passano con il consenso del popolo e senza elezioni, altrove i golpe presentatisi in divisa nazifascista, suscitano l’insurrezione del popolo e vengono sbaragliati dal voto. Ciò che le due situazioni hanno in comune sono coloro, molto in alto e molto mascherati, ai cui fili questi sicari del totalitarismo globalista sono appesi. Evidentemente esistono nazioni più evolute e altre meno.


 Per l’impero e per il litio

A dimostrare il rovesciamento della realtà nel suo contrario non ci sono solo i propagandisti della tramutazione degli uomini in tecno-umani, o gli affabulatori di bibbia e vangeli. Ci sono anche quelli, praticamente tutti i media di massa occidentale, che chiamano democrazie le dittature con approvazione imperiale e bollo NED-CIA. Così Evo Morales, leader boliviano socialista, ripetutamente rieletto perché aveva riscattato il suo popolo dalla povertà, dipendenza, segregazione etnica, colonialismo e, dopo 500 anni, gli aveva fatto avere istruzione, sanità, unità, ambiente, dignità, era diventato un dittatore. Un despota che intascava ricchezze, violava i diritti dei nativi (per via di una strada dalla Bolivia all’Oceano che disturbava 1.800 indigeni), e che ovviamente imbrogliava sull’esito delle elezioni. E, soprattutto, aveva assicurato alla nazione, plurietnica, il controllo delle sue risorse: gas, foreste, acqua e litio. Quel litio di cui la Bolivia è la massima detentrice e senza il quale la Cupola globalista non riesce a trasformarci tutti in robot digitalizzanti.

Risorse mondiali di litio

 Fasci e padroni, come sempre

Il golpe lo avevano fatto gli squadristi fascisti e i feudatari del dipartimento meridionale di Santa Cruz (capeggiata dal fascista dichiarato, Luis Camacho), in concorso con l’èlite finanziaria borghese di La Paz, guidata dall’ex-presidente incolore, ma manovrato dagli USA, Carlos Mesa. Ovviamente, non era mancato ai golpisti il sostegno finanziario e operativo di Washington, come delle solite ONG, sempre quelle che alimentano la tratta degli schiavi nel Mediterraneo. Dopo tre settimane di rivolta popolare, Morales e Alvaro Linera, presidente e vice da 14 anni, si erano dimessi e una svaporata influencer per articoli e vite di lusso, come di evasioni porno (in un suo filmino), Jeanine Añez, si era autoproclamata presidentessa.

 
La Bolivia appartiene a Cristo”, Luis Camacho


”Sogno una Bolivia libera dai riti satanici indigeni. La città non è per gli indios, che se ne vadano all’altopiano o al chaco!!” Janine Anez, presidente golpista autoproclamata

 

Una rivincita tipo goleada

Le dimissioni e la fuga in Messico, prima, e poi in Argentina, opacizzarono alquanto l’immagine e la credibilità di Evo, che si sarebbe voluto alla testa della resistenza. Ma non indebolirono quella del MAS, il Movimento al Socialismo, da lui fondato. E’ stato il MAS ad alimentare e guidare un’ininterrotta opposizione nelle strade, per quanto venisse repressa a forza di stragi. Così si è arrivati al risultato eclatante di domenica scorsa. Con i candidati indigeni alla presidenza e vicepresidenza, Lucho Arce e il popolarissimo David Choquehuanca, al 52,42% contro il 31,6% di Mesa, il ridicolo 14% dello squadrista Camacho e altri trionfi nelle maggiori città, come da grafico nel link sotto il titolo. E neppure una brutale militarizzazione del paese, nelle giornate del voto e pre-voto, è riuscita a intimidire un popolo di cui Morales, Chavez, Fidel, avevano rafforzato la volontà e l’intelligenza per vivere e resistere in piedi. De piè, come si dice laggiù. Lo sapeva bene il Che, quando usò il fucile da quelle parti, prima che lo fermassero traditori e sicari CIA.

 
Lucho Arce neo-presidente

La posta in gioco e gli avvoltoi in agguato

Un colpo di Stato dalle caratteristiche e dai protagonisti del tutto affini a quelli che lo compirono l’11 settembre 1973 in Cile, ma dei cui effetti il popolo cileno continua a soffrire, a dispetto di ininterrotte rivolte, anche dopo 47 anni. Nello stesso silenzio complice dei media occidentali che oggi è riservato alla liberazione boliviana.

 
Giacimenti di litio

Ora tocca vedere come andrà a finire in Bolivia. Indiscutibili la forza e la determinazione di un popolo che ha alle spalle rivoluzioni diverse volte vittoriose. Se non spazzate via, le ONG del finto indigenismo, le stesse camarille umanitarie colonial--razziste che ben conosciamo dalle nostre parti e, ultimamente, anche tra le milizie di Biden, riprenderanno la loro manipolazione di ingenui e insoddisfatti. Difficilissimo credere che le potenze avventatesi sul boccone più ambito e più cruciale per i propri progetti, gli enormi giacimenti di Litio (USA e Germania), senza i quali addio batterie per gli ibridi ed elettrici dei giovinastri Musk o Elkann, lascino il passo alla sovranità della Bolivia e alla sua equa collaborazione con Cina e Russia. Né rinunceranno facilmente a perdere quella che è forse la posizione strategica più cruciale al centro di un subcontinente in costante fibrillazione.

Usi del Litio

Cambia il vento


Per una minoranza di noi occidentali, europei, italiani, che stiamo accettando in massa sottomissioni e violenze psicofisiche che annientano i nostri dritti primari e la stessa nostra identità umana, dopo quella di comunità e nazione, la vittoria dei resistenti e rivoluzionari boliviani dovrebbe essere di confronto e incoraggiamento. Come, in altri tempi, lo furono la vittoria vietnamita, la rivoluzione dei garofani in Portogallo, quella cubana, prima che si annacquasse, quella cilena.

Dopo quelli riusciti a Obama e alla Clinton in Latinoamerica, Honduras, Nicaragua (eterna vergogna alla versione CIA de “il manifesto”) e Paraguay, i colpi di Stato e altri metodi di destabilizzazione yankee incominciano a finire in fiaschi. Così, i ripetuti, massici, tentativi contro il Venezuela di Chavez e Maduro e di un popolo cosciente e coraggioso come quello della Bolivia. Così la vittoria di Lopez Obrador nel gigante messicano, a dispetto dei brogli che per ben due volte gli hanno negato la vittoria e dei narcos militarizzati dagli USA e delle Ong falso-indigeniste, sempre le stesse. Così il cambio della guardia in Argentina, un ricupero della sovranità che non ha la radicalità dei processi boliviano e bolivariano, ma che inserisce il paese in un fronte che esclude o, perlomeno, si oppone, alla manomorta nordamericana. E non è tutto tranquillo né in Cile, né in Ecuador, né a Haiti e Centroamerica. Mentre traballano le stesse basi dell’imperialismo negli USA, dove il Deep State azzarda golpe e guerra civile, pur di rimuovere l’eterodosso Trump.

 Vivere e morire “de piè”



Jens Von Wernicke, con il suo sito Rubicon, straordinario informatore scientifico e sociale e protagonista della lotta contro i congiurati del Coronavirus in Germania e nel mondo (le sue campagne di comunicazione hanno innescato e sostenuto le grandiose manifestazioni a Berlino e in tutta la Germania), se ne è andato in America Latina, Uruguay. Dove non ci sono né distanziamenti, né altre infamie, come le mascherine. Ha detto che non ne poteva più. La sua è una fuga, comprensibile, ne ha tutto il diritto, ma una fuga. Cerchiamo, invece, di farla venire da noi, l’America Latina.

https://www.youtube.com/watch?v=GTqG0zR59hw

Forse sta cominciando un altro giro di vento. Forse “il vento soffia ancora”, come diceva in anni luminosi Pierangelo Bertoli. E’ da secoli che in America Latina non cessa di soffiare, placarsi e risoffiare più forte.

Molti dei concittadini mascherinizzati e, dunque, all’infelice mercè del pensiero unico e falso, vedono gli eventi sudamericani come una fiaba raccontata ai bambini e che riesce ad affascinare solo quelli di laggiù. Dove ci sono, da noi, le masse che marciano a milioni? Dovrebbero ricordarsi di quanto disse una grande conoscitrice dei popoli, l’antropologa ed etnologa Margaret Meade: „Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta.“

E di cosa disse Che Guevara: “Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai, in ogni circostanza e in ogni epoca, si potrà avere la libertà senza la lotta!”


Nessun commento: