Fulvio
Grimaldi
YEMEN:
CAMBIA IL MONDO
Piccoli
e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti
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Fulvio
Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione
Già
quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille
anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà
del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del
deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una
storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad
abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo
Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava,
quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi
immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane,
popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?
In
Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi
di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti,
ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non
piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta
per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle
qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo
secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi
saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di
proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e
circondario non piaceva.
Quelli
che chiamano Houthi, perché l’ultima loro grande sollevazione, anni 90, fu
guidata dalla tribù capeggiata dal patriarca Hussein al-Houthi, sono la
maggioranza zaydita scita, che diede vita alla formazione militare
indipendentista Ansar Allah. Sono il cuore dello Yemen, governano per
legittimazione popolare il paese. In queste ore stanno affrontando quanto
resta, barricato nel Sud ad Aden e protetto da forze saudite e degli Emirati,
del regime fantoccio che i sauditi, ottenendone la solita legittimazione ONU e
occidentale, installarono nel 2011 e poi difesero, bombardando spietatamente il
Nord (con concorso USA), dal 2015 al 2022. Poi l’ONU impose una tregua. Di
quelle come a Gaza, o in Libano.
Veniamo
all’oggi. Tempo di David che abbatte Golia. E stavolta David non è israelita. A
metà settembre 2026 cambia il mondo, o almeno quella parte del mondo che sta in
Medioriente, ma che coinvolge gran parte del pianeta. A grandioso scapito del
suo Occidente e dei suoi scherani in loco.
Gli
yemeniti, detti derogatoriamente Houthi per negargli la conseguita statalità e
definiti proxy dell’Iran, di cui sono alleati, ma con interessi e decisioni
propri, con un’avanzata travolgente si prendono metà del paese. 5.400 km2 e tutti i 150 km di costa che
congiungono il porto di Hodeida, passando per quello di Mokha, alla punta Sud,
che ha di fronte, a distanza di 30 km, Gibuti, base militare di vari paesi, e
la libera e indipendente amica Eritrea. Per sovraprezzo occupano anche le isole
prospicienti, Perim e Zuqar e guadagnano il controllo totale di Bab el Mandeb,
lo Stretto delle lacrime.
La
caduta di Aden, roccaforte del governo fantoccio, sembra imminente. Il
comandante delle truppe mercenarie saudite, Tariq Saleh, nipote dell’ex-dittatore
Ali Abdallah (quello che mi cacciò dallo Yemen), evidentemente col fiato sul
collo di Ansar Allah, se ne è scappato a Riad.
Il
cataclisma
Se
poi si pensa che nessuno dei monarchi che padroneggiano il petrolio del Golfo
e, non avendo un popolo, lo gestiscono tramite schiavi immigrati, oltre ad
essersi visti la porta Hormuz chiusa in faccia, devono rassegnarsi anche
all’impossibilità di vendere qualche barile utilizzando l’oleodotto saudita che,
dal Golfo, corre via terra al Mar Rosso, porto di Yanbu. Yemeniti e partigiani
iracheni glie lo hanno fatto saltare. Sia il tubo che il porto.
Da
quelle parti non passerà più alcun naviglio e nient’altro che si muova e
riguardi l’Arabia Saudita, o Israele. E visto che anche l’altro Stretto,
Hormuz, è chiuso dagli iraniani, gli USA, l’UE, l’Occidente tutto possono anche
impiccarsi al costosissimo gas da demenziale fracking statunitense e far pagare
il quintuplo ai carrelli e alle bollette dei suoi cittadini. Ma ciò su cui
effettivamente campava la sua industria e che sosteneva il relativo benessere
dei suoi cittadini resta chiuso nella cassaforte del Golfo e non si vende e
compra più. Per dire: la Saudia esportava ancora a luglio, a fatica, 5,1
milione di barili, il livello più basso dal 2013, poi 3,1 ad agosto, poi 2,9
nella prima settimana di settembre. E adesso? E’ da vedere.
Ora
è anche da vedere cosa succede, come quelli reagiranno. Per l’intanto stanno
fermi. Bin Salman vede compromesso da queste incontrollabili turbolenze il suo
fantastiliardico progetto di sviluppo, tecnologie avveniristiche, impianti,
stabilimenti, dissalatori su ogni metro di costa e, soprattutto, la surreale
città lineare The Line. Un mostro piazzato nel deserto e parte del
megagalattico progetto NEOM: unico edificio lungo 170km, alto 500m, largo 200m.
Da far rabbrividire.
Ebbene,
un Bin Salman nel panico (fonte di grande soddisfazione dopo aver assistito a
decadi di angherie, devastazioni e massacri inflitti allo Yemen), prima spera
che i nuovi soci del Patto a Tre, Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, gli vengano
in soccorso. Invece niente articolo 5, tipo NATO. Solo il silenzio degli
imboscati. Allora acchiappa il telefono e chiama il padrino Trump. Due volte. E
due volte gli chiede di intervenire contro gli yemeniti. E due volte quello,
pur pratico di portaerei, bombe e stragi, gli risponde no. Più del ricatto
israeliano su Epstein, potè la prospettiva di perdere il Congresso alle
prossime elezioni di midterm.
Riad
se la deve cavare da solo. E non ha scrupoli. Vista la fuga delle sue truppe di
terra davanti all’avanzata yemenita, deve ripiegare sui tradizionali massacri
sauditi di civili, come già pratici dal 2015 al 2022. 58 raid aerei in 24 ore
su sei governatorati dello Yemen liberato.
Il
solito Israele ha provato a innescare qualcosina. Il suo ambasciatore ad Addis
Abeba ha promesso al regime etiopico di Abiy Ahmed Ali, già in cronici guai per
la rivolta dei tigrini, di aiutarlo a conquistare l’ambitissimo sbocco al mare.
Cosa, tra l’altro, Israele ha assicurato a se stesso facendo del secessionista
Somaliland, con porto di Berbera sul Mar Rosso, un affettuoso membro degli
Accordi di Abramo (in cambio di riconoscimento, intelligence, sicurezza,
formazione militare).
Solo
che poco è lo spazio di manovra di Addis Abeba: avendo contro la Somalia, la
battagliera Eritrea, i tigrini interni e soprattutto l’Egitto a cui Abiy, con
la sua nuova diga, sta tagliando la vitale acqua del Nilo. Ne ha di gatte da
pelare prima di unire le sue forze a quelli che vorrebbero che nello Yemen gli
yemeniti non ci fossero.
Che
scelta di tempi, questi “Houthi”!
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