lunedì 14 settembre 2026

Fulvio Grimaldi YEMEN: CAMBIA IL MONDO Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti

 

Fulvio Grimaldi

YEMEN: CAMBIA IL MONDO

Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti

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Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione

 

Già quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava, quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane, popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?

In Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti, ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e circondario non piaceva.

Quelli che chiamano Houthi, perché l’ultima loro grande sollevazione, anni 90, fu guidata dalla tribù capeggiata dal patriarca Hussein al-Houthi, sono la maggioranza zaydita scita, che diede vita alla formazione militare indipendentista Ansar Allah. Sono il cuore dello Yemen, governano per legittimazione popolare il paese. In queste ore stanno affrontando quanto resta, barricato nel Sud ad Aden e protetto da forze saudite e degli Emirati, del regime fantoccio che i sauditi, ottenendone la solita legittimazione ONU e occidentale, installarono nel 2011 e poi difesero, bombardando spietatamente il Nord (con concorso USA), dal 2015 al 2022. Poi l’ONU impose una tregua. Di quelle come a Gaza, o in Libano.

Veniamo all’oggi. Tempo di David che abbatte Golia. E stavolta David non è israelita. A metà settembre 2026 cambia il mondo, o almeno quella parte del mondo che sta in Medioriente, ma che coinvolge gran parte del pianeta. A grandioso scapito del suo Occidente e dei suoi scherani in loco.

Gli yemeniti, detti derogatoriamente Houthi per negargli la conseguita statalità e definiti proxy dell’Iran, di cui sono alleati, ma con interessi e decisioni propri, con un’avanzata travolgente si prendono metà del paese.  5.400 km2 e tutti i 150 km di costa che congiungono il porto di Hodeida, passando per quello di Mokha, alla punta Sud, che ha di fronte, a distanza di 30 km, Gibuti, base militare di vari paesi, e la libera e indipendente amica Eritrea. Per sovraprezzo occupano anche le isole prospicienti, Perim e Zuqar e guadagnano il controllo totale di Bab el Mandeb, lo Stretto delle lacrime.

La caduta di Aden, roccaforte del governo fantoccio, sembra imminente. Il comandante delle truppe mercenarie saudite, Tariq Saleh, nipote dell’ex-dittatore Ali Abdallah (quello che mi cacciò dallo Yemen), evidentemente col fiato sul collo di Ansar Allah, se ne è scappato a Riad.

Il cataclisma

 

Se poi si pensa che nessuno dei monarchi che padroneggiano il petrolio del Golfo e, non avendo un popolo, lo gestiscono tramite schiavi immigrati, oltre ad essersi visti la porta Hormuz chiusa in faccia, devono rassegnarsi anche all’impossibilità di vendere qualche barile utilizzando l’oleodotto saudita che, dal Golfo, corre via terra al Mar Rosso, porto di Yanbu. Yemeniti e partigiani iracheni glie lo hanno fatto saltare. Sia il tubo che il porto.

Da quelle parti non passerà più alcun naviglio e nient’altro che si muova e riguardi l’Arabia Saudita, o Israele. E visto che anche l’altro Stretto, Hormuz, è chiuso dagli iraniani, gli USA, l’UE, l’Occidente tutto possono anche impiccarsi al costosissimo gas da demenziale fracking statunitense e far pagare il quintuplo ai carrelli e alle bollette dei suoi cittadini. Ma ciò su cui effettivamente campava la sua industria e che sosteneva il relativo benessere dei suoi cittadini resta chiuso nella cassaforte del Golfo e non si vende e compra più. Per dire: la Saudia esportava ancora a luglio, a fatica, 5,1 milione di barili, il livello più basso dal 2013, poi 3,1 ad agosto, poi 2,9 nella prima settimana di settembre. E adesso? E’ da vedere. 

Ora è anche da vedere cosa succede, come quelli reagiranno. Per l’intanto stanno fermi. Bin Salman vede compromesso da queste incontrollabili turbolenze il suo fantastiliardico progetto di sviluppo, tecnologie avveniristiche, impianti, stabilimenti, dissalatori su ogni metro di costa e, soprattutto, la surreale città lineare The Line. Un mostro piazzato nel deserto e parte del megagalattico progetto NEOM: unico edificio lungo 170km, alto 500m, largo 200m. Da far rabbrividire. 

Ebbene, un Bin Salman nel panico (fonte di grande soddisfazione dopo aver assistito a decadi di angherie, devastazioni e massacri inflitti allo Yemen), prima spera che i nuovi soci del Patto a Tre, Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, gli vengano in soccorso. Invece niente articolo 5, tipo NATO. Solo il silenzio degli imboscati. Allora acchiappa il telefono e chiama il padrino Trump. Due volte. E due volte gli chiede di intervenire contro gli yemeniti. E due volte quello, pur pratico di portaerei, bombe e stragi, gli risponde no. Più del ricatto israeliano su Epstein, potè la prospettiva di perdere il Congresso alle prossime elezioni di midterm.

Riad se la deve cavare da solo. E non ha scrupoli. Vista la fuga delle sue truppe di terra davanti all’avanzata yemenita, deve ripiegare sui tradizionali massacri sauditi di civili, come già pratici dal 2015 al 2022. 58 raid aerei in 24 ore su sei governatorati dello Yemen liberato.

Il solito Israele ha provato a innescare qualcosina. Il suo ambasciatore ad Addis Abeba ha promesso al regime etiopico di Abiy Ahmed Ali, già in cronici guai per la rivolta dei tigrini, di aiutarlo a conquistare l’ambitissimo sbocco al mare. Cosa, tra l’altro, Israele ha assicurato a se stesso facendo del secessionista Somaliland, con porto di Berbera sul Mar Rosso, un affettuoso membro degli Accordi di Abramo (in cambio di riconoscimento, intelligence, sicurezza, formazione militare).

Solo che poco è lo spazio di manovra di Addis Abeba: avendo contro la Somalia, la battagliera Eritrea, i tigrini interni e soprattutto l’Egitto a cui Abiy, con la sua nuova diga, sta tagliando la vitale acqua del Nilo. Ne ha di gatte da pelare prima di unire le sue forze a quelli che vorrebbero che nello Yemen gli yemeniti non ci fossero.

Che scelta di tempi, questi “Houthi”!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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