mercoledì 3 giugno 2009

VOTO, NON VOTO, CHI VOTO ? E DI PIETRO DOVE LO METTO?














Ahi serva Italia, di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia, ma bordello.
(Dante Alighieri, Purgatorio, IV)

Cosa abbiamo qui sopra? La rivoluzione che, innovando da capo, tutto travolge e trasporta a nuovi lidi (Delacroix); la zattera dei naufraghi “in gran tempesta” che, col suo carico di disperati e dispersi, veleggia verso destinazioni ignote (Gericault); il buio pesto della notte sulla palude dove ogni lucetta riflette se stessa (Van Gogh). A fianco, il gioco delle tre carte. Così, sinistre ed elezioni europee.

Nelle liste internet praticate da compagni circola di tutto. Un estremo è quell’Ettore Masina che, addolorato per non potersi schierare con il buon Franceschini, dalla padella rimpianta finisce nella brace dell’invocazione del voto per due pusher di oppiacei ai popoli resistenti, come Luisa Morgantini e Giuliana Sgrena, “non violenti” finchè non si tratta di dare in testa ai “terroristi islamici”. L’altro estremo sono i “Proletari comunisti” che scrivono: “Tutti i governi di destra, di centrodestra, di centrosinistra (chi sarebbero? N.d.r) che reggono i paesi europei sono uniti nella ricerca di soluzioni alla crisi fondate sul salvataggio di banche e padroni e sullo scaricamento di essa sui lavoratori e sulle masse popolari. Governi peraltro eletti in un quadro nazionale e quindi poco influenzati dagli esiti elettorali delle elezioni europee che eleggono un parlamento formato da una massa di fannulloni e parassiti…. Guadagnano tanto, non fanno nulla, la maggior parte di essi non si presenta neanche in parlamento e non contano nulla. Una sorta di villaggio-vacanze per politicanti in pensione o in trampolino di lancio. Queste elezioni e questo parlamento sono uno specchio fedele della politica resa vuoto rito e quindi dell’antipolitica, della sua funzione di puro servizio per le classi dominanti e di putrescente parassitismo del sistema imperialista”. Ineccepibile. Poi la conclusione: “Boicottare queste elezioni è un atto, questo sì, politico e di civiltà… L’indicazione dei Proletari comunisti alle elezioni europee è il boicottaggio nella forma di astensione di massa”. E qui ci si eleva sopra le brutture del mondo nel nirvana di quello che si vorrebbe che fosse e non è.

Cosa si fa al tavolino del biscazziere che ti fa vorticare sotto il naso tre carte – notte fonda, palingenesi rivoluzionaria, deriva allucinata di naufraghi che puntano a un qualche orizzonte ignoto – e ti fa beccare inesorabilmente la carta che a Bruxelles non vince di sicuro (ognuna delle tre)? Non è che mi sia rotto molto il capo in queste settimane su chi onorare del mio decisivissimo voto, anche alla luce delle sacrosante considerazioni dei Proletari di cui sopra. Votare, voterò, se non altro perché in questa occasione la truffa elettorale è un po’ meno truffa: non c’è premio di maggioranza che fa del mio voto, storicamente perdente, un votino rispetto al votone storicamente vincente. Una testa mezzo voto, un’altra testa due voti. E poi non mi hanno tolto le preferenze, infilandomi nella camicia di forza cucita da quattro farabutti che impongono i loro commensali, boss e picciotti. Se per le europee, per quanto esangui e farlocche, vota una marea di gente e sulle politiche, generali o locali, si abbatte uno tsunami di schede rifiutate o annullate, come raccomandai nell’ultima tornata per il mostro bifronte Prodisconi, beh, sara un confronto politicamente significativo, quel bel dì vedremo levarsi un fil di fumo, come da un accampamento Sioux dopo le mazzate a Custer. A coloro che rifiutano il voto in assoluto, come irrimediabile buggeratura borghese, consiglio di riflettere su Hugo Chavez, o Evo Morales, o su quel Lopez Obrador che, non fosse stato per il boicottaggio elettorale del transgender politico chapaneco, Marcos, avrebbe portato il Messico quanto meno fuori dalla catena di lupanari Usa e in linea con l’insubordinazione che dilaga nel continente latinoamericano, premessa per tutto il resto. Infine, basta una considerazione da due più due: le due cosche dei faccendieri all’ordine di mafie, banche e militari, Franceschini e Berlusconi, con sulle spalle il suggeritore USraeliano, vogliono che la lista unitaria vada sotto e scompaia. Motivo sufficiente per fare il contrario e mandarla oltre il 4%.

Il parlamento europeo conta quanto una pippa malriuscita sulla foto di una sciacquetta da Villa Certosa.. Al massimo sparge zefiri, vuoi maleodoranti, ma vuoi anche profumati, quando invece dal parlamento italiota, non si sprigionano che miasmi da cloaca maxima. Fetori che da decenni si sposano, senza perdere vigore, all’alitosi di Berlinguer intorno a Nato, austerità e “provocatori sessantottini” e alle esalazioni vipparole dei Vendinotti, esufflate perlopiù nelle maison di lusso di Valeria Marini o Bruno Vespa. A volte, comunque, quelle brezze disperse nell’aere di Bruxelles, e lì subito catturate e messe al chiuso dalla Commissione Europea, hanno assunto la foga di un turbine che un po’ di polvere l’ha sollevata. Penso a quel Claudio Fava, ora ridotto a scimmiottare le levigate vaghezze del neo-sodale Svendola, ma che allora seppe in solitaria condurre un’inchiesta su uno degli obbrobri più clamorosi nel processo di nazificazione planetaria: le extraordinary renditions. Rapimenti Cia su scala industriale condotti con la piena complicità di governi. servizi, dogane, aeroporti europei, a partire dalla farsa dell’11 settembre 2001 e seguenti, per sistemare turbative umane nelle varie carceri segrete sparse dagli Usa tra paesi satelliti. Carceri e carcerieri le cui torture non rischiassero lo scoperchiamento subito dalle forze della democrazia e dell’ordine ad Abu Ghraib, Guantanamo, Bolzaneto. Non sarà servito a molto, Abu Omar, sequestrato da agenti Cia, che imperversavano nella colonia italiana con l’assistenza di tirapiedi nostrani (proprio come da Piazza Fontana alla stazione di Bologna), una volta sminuzzato perbenino dai seguaci egiziani del cristianissimo Torquemada, resta – e resterà per sempre - con la testa infilata nel cappuccio del segreto di Stato prodiano e berlusconide. Ma quel lavoro di Fava e dei suoi colleghi non si è perso tra le guglie liberty intorno al Berlaymont. C’è un po’ di gente che ha potuto prendere le misure dell’infinita capacità della borghesia imperialista di procedere oltre tutti le dimensioni criminali della pur sanguinolenta storia umana. Oggi, con il nero contraffatto e ultrabushista Obama, stragista ed eversore nei cinque continenti, prosseneta dei licantropi di Wall Street, massacratore degli operai dell’auto, più che mai.

Una rondine non fa primavera. Ma non è un buon motivo per abbatterla. Anche se quella rondine, svendolizzata, assomiglia ormai più a una gazza ladra che rubacchia la medaglietta della cresima dalle case dei proletari. Torniamo a questo stramaledetto voto. Non si prova che fastidio. Fastidio per dover chiudere gli occhi mentre si traccia la croce su falci e martelli corredati di un rosario di nomi scaturiti, alla faccia del “rinnovamento dal basso”, dagli scantinati di robivecchi. Trito e logoro funzionariato di partito, assessori e consiglieri precipitati dalle mangiatoie di vecchi parchi buoi e mandati a rifocillarsi in Europa, sconci ominicchi e donnicchie coperte d’oro per aver annegato nel sangue contadini afghani (remember Menapace?), qualche carneade da cui non si ha idea cosa aspettarsi. Ma a me dà personalmente un fastidio vasto come il Patto Atlantico, smisurato come le infamie che si compiono al suo interno su popoli diffamati e massacrati, profondo come la penetrazione del gladio Nato fin nelle più riposte viscere del nostro vivere sociale e civile, circolare come è la blindatura della nostra libertà-sovranità-autodeterminazione, l’urlante silenzio di proprio tutti i programmi e pronunciamenti elettorali con la falce e il martello sul leviatano che ci calpesta sotto i suoi anfibi: la guerra (salvo qualche inoffensivo pigolìo di Ferrero e di Ferrando). Silenzio-complice, volente o nolente, che avvolge e condanna all’ineffettività assoluta anche tutte le pattugliette che, dal largo, affluiscono ora al voto per la lista “unitaria”. Silenzio cagasotto che purtroppo non viene nemmeno scalfito dalle postazioni isolate di compagni antimperialisti la cui luminosità ricorda “l’orizzonte in fuga, dove s’accende rara la luce della petroliera” (penso a Lotta e Unità).

Il varco è qui?” ci si deve chiedere, ancora con Eugenio Montale. Pare proprio di sì, anche se lo smarrimento di guerra, Nato, basi, asservimento coloniale, tra i flutti delle compatibilità e delle bulimie poltronare, assomma a codardie opportuniste la cecità circa gli effetti della nostra servitù imperialista. Effetti determinanti su macelleria sociale e involuzione fascista e anche sul nostro tradimento dei combattenti contro l’eterno terminator, taliban, saddamisti, islamici, o “kamikaze” che siano, esattamente come lottavano i nostri partigiani, in primis per la liberazione di una “patria” che, poi, si sarebbe fatta a immagine e somiglianza dei propri sogni. Il voto per due persone perbene come Ferrero (non me lo perdoneranno i miei amici Hamas) o Ferrando (non me lo perdonerà Chavez) sortirà gli stessi effetti della mia clavicola fratturata offerta in cera come ex-voto al fattucchiere Padre Pio. Ma qui si tratta di affermare che la materia uscita dal tritacarne della repressione borghese, della decerebrazione piduista da Craxi a Berlusconi e del collaborazionismo controrivoluzionario di un Togliatti, baronetto di Yalta, e di un innestato spurio come Bertinotti, non finisca tutta nel famoso immondezzaio della storia. In quella materia si sbattono, per la ricomposizione nel segno dell’antagonismo assoluto, tantissimi compagni cui non si deve negare la possibilità di travolgere domani con la forza dell’organo e del tamburo i tenui violini dei critici di corte.

Così, dopo aver volteggiato sui due simboli con la falce e martello, la mia matita infilzerà uno dei due, non senza essere passata a volo radente anche accanto al gabbiano di Di Pietro. Già, perché c’è un altro fattore di grande fastidio. Ed è la spocchia ottusa con cui i bravi compagnucci della coerenza ideologica abbattono la scure dell’anatema politico su chi meditasse un voto nientemeno che al “questurino”. Sono affetti dalla stessa torpidezza mentale che rincoglionisce coloro che si sciacquano la bocca dopo aver detto “Hamas”. Apostoli del vangelo delle contraddizioni come codificate da certi postmarxiani, hanno in uggia e tempestano di scomuniche qualsiasi vangelo apocrifo che magari annota qualche contraddizione nuova, eterodossa, via dalla centralità ormai mitologica di una “classe operaia” che per decenni sindacato e partito hanno educato a interessarsi di redditi e condizioni di lavoro che la mantengano agganciata alla piccola borghesia, di cui in massima parte condivide i “valori”. Magari nel frattempo crisi e rivolgimenti hanno sconvolto gli assetti sociali facendo emergere nuovi soggetti in sofferenza e dotati di carica antagonista, penso al precariato intellettuale e tecnologico, al popolo inquinato nei territori manomessi, agli immigrati. Soggetti che, come gli studenti del ’68, trascinino quanto non è finito omologato nella “classe operaia” verso una strategia che vada oltre il tinello, la spiaggia di Rimini, certezza e sicurezza del e sul lavoro. In fondo a quel percorso ci aspetta inesorabile la rivoluzione, dove tocca mettere in gioco beni e vita. E allora per i più è meglio restarsene al sicuro in un’ortodossia dai pochi rischi. E’ stata la corrosiva lezione del PCI qui e in tutti i Sud del mondo, dove infatti le rivoluzioni si sono fatte senza e contro di esso.

Io comprendo e rispetto quelli che, sentendo Di Pietro imbullonare i delinquenti e le mignotte di regime, sorprendere il colto e l’inclita con inedite rivendicazioni sociali, meditano di votarlo. E’ con qualche perplessità che finisco con il non condividerne la scelta. Di Pietro questurino, giustizialista (vivaddio!), populista speculare a Berlusconi, finto Robin Hood, accidioso sui migranti, sodale dei manganellatori e via stereotipando e deprecando, per oscurare il dato che, in parlamento e fuori, il questurino e la sua schiera di intellettuali borghesi oggi rappresentano l’unica opposizione istituzionale al caterpillar postribolare di marca mafiofascista, con alla guida il guitto mannaro. Non solo, nel giro di Di Pietro c’è anche chi, forse meglio di altri, contribuisce a demistificare la truffa svendoliana dell’arcobalino, “Sinistra e libertà”, mela davvero marcia nel cesto dei rossi frutti avvizziti, ultima evacuazione del dead man walking Bertinotti. E’ dell’altro giorno lo scontro tra il brogliatore pugliese e l’ex-pm di Catanzaro Luigi De Magistris. E la posta era di quelle strategiche. Con la puntualità con la quale ha denudato il principotto di Cepaloni e scoperchiato la melma del tribunale della ‘ndrangheta a Catanzaro, Il magistrato massacrato da regime, media e corporazione ha ricordato che il governatore allora “comunista” della Puglia aveva privatizzato il più importante acquedotto dell’assetato Sud, il più grande d’Europa, appunto quello pugliese, costringendo alle dimissioni Riccardo Petrella, massimo difensore italiano e internazionale di quel bene comune.
Ricordo dai tempi del TG3 che ero andato a fare una serie di servizi sulle mafie che in Puglia, sull’altopiano della Murgia, seminavano rifiuti tossici del Nord sotto le colture pregiate e stavano assediando proprio quel condotto di acqua e di denari. Per aver interferito, riprendendo un bacino artificiale abusivo, con la mia troupe ci trovammo davanti appeso un agnello appena sgozzato che ancora buttava sangue. Intorno, a vista d’occhio, nessuno. Poi venne Petrella e blindò il bene comune. Poi venne faccia-di-gomma Svendola e svendette il bene comune alla solita SPA, gradita ai poteri criminali. De Magistris, candidato dell’IDV, ha dichiarato: ”Io so che la regione Puglia sta lavorando per la privatizzazione dell’acqua che, secondo noi, è un bene pubblico e non deve appartenere ai privati. Loro non vogliono migliorare il servizio, ma solo fare affari aumentando le tariffe agli utenti". Non male per un dipietrista. Del resto con il suo coraggio, il suo lavoro, la sua resistenza ai soprusi e alle persecuzioni dei potenti, i suoi colpi di bisturi nel tumore del malaffare mafioso-giudiziario-politico, De Magistris ha dimostrato più comunismo, che lo sappia o no, di tanti sedicenti tali.


Senza il minimo dubbio, Di Pietro è la trincea più avanzata contro la melma berlusconiana, “piduista, razzista e fascista”, come correttamente la definisce. L’antiberlusconismo? Roba vecchia, superata, depistaggio dalle questioni vere. Mettiamo in discussione il capitalismo, compagni! (rigorosamente senza parlare di imperialismo, s’intende). E’ la litania che fa il paio con le barzellette dell’energumeno di cosca che sposta il diritto a blindatura dei ladri e assassini e a liquidazione degli onesti e poveri. Come se in questo paese da Gran Guignol il capitale non si fosse scelto come rompighiaccio il berlusconismo. Vogliamo ignorare il rompighiaccio che ci manda in acqua come foche sulla banchisa in scioglimento, per mirare, annegando, all’armatore sulla terraferma? Quanto poco si sono letti Marx e Lenin nel valutare le priorità, i passi avanti e il passo indietro, che la congiuntura impone al processo rivoluzionario. Tutti questi vivono una regressione all’infanzia di quando un Tambroni poteva venire buttato giù dall’insurrezione (incontrollata dal PCI) delle masse. Oggi c’è un pacchetto di mischia al vertice dello Stato al quale Tambroni, Borghese o De Lorenzo stanno come Kronstadt alla Rivoluzione d’Ottobre, per fare un paragone del cazzo ma chiarificatore, o piuttosto come Crispi a Mussolini. Quanto nei due secoli trascorsi le masse subalterne e specialmente quelle della seconda metà del Novecento, seppure sedate dal PCI, si sono conquistate a difesa della vita, della salute, dell’agibilità politica, della pace, dell’internazionalismo, del piatto di pasta, di una scuola corretta, della legge uguale anche per i cafoni, viene oggi spazzato via da questo verminaio di cinismo sanguinario, soperchieria e corruzione. Contro l’annichilimento di ogni speranza di ripresa e riscatto che minaccia di protrarsi oltre i limiti biologici di generazioni, in prima fila oggi sta questo rustego e intelligente borghesuccio di campagna e commissariato. E’ tattica strumentale? Gli altri non sanno mettere in piedi neanche quella. Primum vivere, sopravvivere. Poi ce la vedremo anche con Di Pietro. Intanto non mi permetterò neanche un sorrisetto di sufficienza su chi vota il castigamatti abruzzese.

Sarà mica il caso di ripensare il comunismo? Magari evitando l’abisso dove ci condurrebbero i pifferai vendolottiani. Come dice Alain Baidou, filosofo francese, il comunismo è un’ipotesi i cui fallimenti, dando luogo dialetticamente come le scienze alle condizioni per il suo ripensamento, sono da considerare tappe di un cammino di costruzione.. Il comunismo che viene esige un’organizzazione e soggetti nuovi ed è per questo che non possiamo non dirci contemporanei, non tanto dei partiti comunisti di ogni dove, quanto del ’68-’77, della Comune di Parigi, della Rivoluzione Culturale, del processo bolivariano. La linfa per questa contemporaneità viene dall’alleanza con i nuovi proletari dei Sud del mondo, venuti qui o rimasti là, dalle vittime pensanti della crisi portatori di nuovi saperi, e dagli intellettuali eredi delle battaglie politiche degli ultimi decenni. Alleanza, dice ancora Badiou, che non intratterrà alcun rapporto organico con i partiti istituzionali, i soliti gruppi ossificati nell’autoreferenzialità e il sistema elettorale e istituzionale che li fa vivere. Ma questo è un altro discorso. Pensiamo brevemente alle europee e poi, a lungo, a come buttare per aria quest’Europa di schifo, padronale, schiavista e imperialista. L'hanno fatto in Irlanda e Francia (paese della Comune).

lunedì 1 giugno 2009

BOICOTTA, DISINVESTI, SANZIONA. Prima che sia troppo tardi.


























Sull’appello degli studenti palestinesi per il boicottaggio accademico di Israele che troverete in calce

Continuando con coerente accanimento a portare avanti il progetto sionista di pulizia etnica della Palestina, Israele ha fatto affiggere da una compiacente società delle metropolitane di Londra e New York la mappa che vedete. Nessuna linea verde tra lo Stato di Israele come definito dall’ONU nel 1947 e poi allargato con successive ruberie, assalti, distruzioni ed espulsioni, fino a comprendere il 78% della Palestina storica. Non c’è nessuna Cisgiordania occupata, nessuna Gaza assediata e strangolata, nessun Golan predato ai siriani, tanto meno nessuna Palestina. Solo Israele, tutto Israele, Israel ueber alles, Israele che galleggia in un vuoto geografico aperto a ogni ulteriore espansione. Fortunatamente, nel deserto dell’indifferenza di sinistra, determinata dal panico della rappresaglia psicologica, mediatica (non solo) e terroristica di Israele e delle sue lobby (“antisemiti!”, “sostenitori dei terroristi!”, “complici dei fanatici integralisti!”, “dimentichi dell’olocausto!”), qualcuno di lucido e non intimidito si è mosso e le mappe imperialrazziste sono state tolte. Un piccolo limite allo Stato più fuorilegge di tutti è stato posto.
In compenso da noi non si son mossi né foglia, né sopracciglio (a prescindere dal bravo Michele Giorgio sul “manifesto”), alla proposta del Quarto Reich installato a Tel Aviv di imporre agli arabi di Israele un giuramento di fedeltà allo “Stato di soli ebrei”. E neppure all’approvazione in commissione del Knesset di una legge con cui i nazisionisti Netaniahu e Lieberman decretano tre anni di carcere a chi commemora, deplora e piange la Nakba , la catastrofe del popolo palestinese, giacchè coincide con le celebrazioni della proclamazione dello Stato di Israele, alla quale l’universo mondo, vittime dei carnefici comprese, deve tributare laudi, feste e ghirlande. Quella proclamazione che si pretende fondata sulla trovata dell’assegnazione al popolo d’Israele da parte di un dio, qualche millennio fa, delle terra tra il Mediterraneo e vattelapesca dove (in prospettiva molto, molto oltre). Fondamento di uno Stato di “reduci” che vanta la stessa ragione storica del miracolo della partizione delle acque del Mar Rosso che avrebbe dato ai girovaghi del deserto la terra promessa per erigere un regno. Un regno all'insegna di un dio tutto suo, pervicacemente militarista e che, per costanza e continuità della sua teologia della strage e ideologia del razzismo, non pare avere uguali nella storia.


Tutti zitti e anche la carneficina tipo ghetto di Varsavia perpetrata a Gaza, e che prosegue seppure al rallentatore, è sprofondata nell’accidia, nella coda di paglia, se non nella connivenza dei sinistri “di massa” (si fa per dire). Dov’è da noi un George Galloway, deputato di quel partito “Respect” che i nostrani burini in braghe di tela rivendicano come consanguineo? Ve li immaginate Ferrero, Diliberto e, figuriamoci!, il brogliatore Svendola, che mettano in colonna 150 camion, ambulanze, pescherecci e sfondino a mazzate lo schieramento degli ascari egiziani a guardia del blocco genocida di Gaza e, Deus avertat, rendano aiuti e onori al governo “intergralista” e “terrorista” di Hamas? E pensare che tutti gli abominii dello Stato Canaglia in Medio Oriente, da un’occupazione a carattere concentrazionario ai successivi sventramenti dei paesi vicini, dal terrorismo psicofisico praticato in giro per il pianeta alla busta di plastica messa in testa alla popolazione di Gaza, rischiano di non essere che prodromi.

Non c’è giorno, non c’è esternazione dei nazisionisti ove non si annunci un’apocalisse regionale che, inesorabilmente, si estenderà al resto del mondo. Una volta che i compari Usa-Iran hanno assolto all’obiettivo strategico di Israele di eliminare il polo di resistenza arabo antimperialista ed antisionista in Iraq, quei millenaristi psicopatici del libro sacro più sanguinario della storia umana vogliono a tutti i costi avventarsi sull’Iran (al quale sorgerà qualche perplessità sull’opportunità di aver collaborato a due riprese, guerra Iran-Iraq e oggi, alla liquidazione di Saddam). Ovviamente le centrali nucleari e “l’imminente atomica degli ayatollah” sono mero pretesto, del tipo già collaudato con le “armi di distruzioni di massa irachene”, le torri gemelle, o il rapimento di bambini da parte dei rom. Dopo la trentennale collusione nel disintegrare la trincea araba, Israele ora si trova in rotta di collisione con i persiani per l’egemonia regionale e il dominio sui popoli arabi. E mentre si allenta il freno Usa alle intemperanze dei licantropi di Tel Aviv relativa a una rivincita su Hezbollah in Libano e su Hamas in Palestina (agevolata dagli imbecilli dell’eurocentrismo che blaterano, all’unisono con Cia-Mossad, di integralismo islamico e vanno a cercare con la lampada di Diogene gli atomi della sinistra palestinese frantumata), sull’attacco all’Iran il nero contraffatto della Casa Bianca ha ottenuto da Netaniahu, implorando, una dilazione dell’armagheddon fino al 31 dicembre. Poi, dettano da Tel Aviv, ce ne fotteremo delle preoccupazioni Usa per i propri interessi a rischio di ramengo nello sconquasso di tutta l’area del petrolio. A soffocare quei dubbi ci penseranno i tentacoli della piovra chiamata lobby ebraica. Calcoli giusti, calcoli sbagliati? Chissà. Quel che è certo è che abbiamo di fronte a noi, dall’altro lato del Mediterraneo, un concentrato di teste di caciucco da manicomio criminale e che nei programmi e manifesti elettorali dei nostri sinistri quella problematica da fine del mondo è scomparsa. Insieme alla guerra, la Nato, i nostri macelli in Afghanistan, le basi, il Dal Molin, l’imperialismo, il sionismo. E già, a dirsi antisionisti di rischia di finire socialmente fucilati come antisemiti…

La mappa da cui è stata ripulita la tube londinese e l’underground di New York è la configurazione etno-confessional-geografica instillata nella Weltanschaung di ogni israeliano fin dalla scuola materna. Non solo, prefigura quell’altra mappa disegnata dal mito fondativo sionista e che la bandiera con le due striscie blù evoca: Israele dal Nilo all’Eufrate. Prima di ritrovarsi tra quei confini (infatti lo Stato israeliano finora non se ne è mai dati), la banda di mangiaterra e succhiasangue, qui giunta nascondendo le sue vergogne dietro il paravento delle povere ossa raccolte nei lager, non darà pace ai palestinesi, agli arabi, al mondo, dovesse costare altre mattanze. Fino al giudizio finale decretato da quel simpatico Javè sotto forma di olocausto dalle loro (mica iraniane) 400 bombe nucleari. Gli attentati terroristici etichettati islamici, l’uranio e il fosforo bianco su Gaza, Iraq e Afghanistan sono le relative esercitazioni e l’11 settembre di New York e seguenti ne sono stati il lieto annuncio.

Non sono stati solo il furto di vite a decine di migliaia, con in testa bimbi pericolosamente di rincalzo alla sopravvivenza degli "scarafaggi", o delle terre governate secondo le fantasie bibliche da una millenaria teoria di serialkiller mosaici, ordinato al volenteroso suo popolo dallo sfracellatore ebraico nascosto nel cespuglio in fiamme. Oggi i pirati di etnia europea, slava, anglosassone, a teocrazia ebraica, che, qui sbarcati inferiscono sulla millenaria Palestina arabo-semitica, aridi di cultura omologa alla storia del territorio, ai nativi rubano anche l’anima, la cultura, il nome. Cammuffati da autoctoni, si sono impadroniti di costumi, balli, musiche, spettacolo, lettere, prodotti e usi alimentari, falafel incluso, degli indigeni veri, fortificando così negli sprovveduti, anche a sinistra, accanto allo scudo fiscal-umanitario della Shoah, la convinzione che quei predatori, lì sbarcati come i marines in Vietnam, siano invece i veri titolari, finalmente di ritorno alla terra dei padri.

E’ questo furto con scasso e destrezza che dà validità, urgenza e forza alla campagna degli studenti e accademici palestinesi, e di molti loro omologhi ebrei, per il boicottaggio, oltreché di beni e servizi di Israele e correi, di ogni rapporto tra culture esterne e il mondo culturale degli occupanti che o è improntato a razzismo e violenza, o è appropriazione indebita. Ci incoraggi il dato secondo cui nei primi due mesi dopo l’inizio della campagna l’export israeliano è crollato del 22%. Ecco l’appello.

CAMPAGNA DEGLI STUDENTI PALESTINESI PER IL BOICOTTAGGIO ACCADEMICO DI ISRAELE (PSCABI)
PSCABI-Gaza, Palestina Occupata, 29 maggio 2009.

“Gaza è divenuta oggi la prova della nostra indispensabile etica e universale umanità.“ Comitato Nazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS)

La PSCABI fa appello agli studenti amanti della libertà in tutto il mondo di esprimersi in solidarietà con il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane contro la loro complicità nel perpetuare l’occupazione militare illegale e il sistema di apartheid israeliani. Abbiamo preso atto della storica azione intrapresa da migliaia di coraggiosi studenti e docenti delle università britanniche e statunitensi, occupando i rispettivi campus in segno di condanna contro la brutale oppressione del popolo palestinese a Gaza. Apprezziamo profondamente la decisione dell’Università dello Hampshire di disinvestire da società che approfittano dell’occupazione israeliana. Tali pressioni su Israele ha le maggiori possibilità di contribuire alla fine della negazione dei nostri diritti, incluso il diritto all’istruzione.

Sottolineiamo la nostra adesione all’appello BDS lanciato da oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese.

Il nostro obiettivo è di svolgere un ruolo nel promuovere il movimento globale BDS che ha acquistato un impeto senza precedenti in seguito alla recente guerra genocida sferrata da Israele contro la Striscia di Gaza occupata e assediata. Sollecitiamo i nostri compagni studenti a prendere qualsiasi misura possibile, per quanto ridotta, a sostegno della giustizia, del diritto internazionale e dei diritti inalienabili del popolo nativo di Palestina, applicando un’effettiva e continua pressione su Israele, soprattutto sotto forma BDS, per contribuire a porre fine al suo dominio colonialista e razzista sui palestinesi.

Chiediamo di sostenere ogni sforzo per boicottare le istituzioni accademiche israeliane; di premere su amministrazioni universitarie perché disinvestano da Israele e da società che direttamente o indirettamente sostengono l’occupazione e la politica di apartheid, di promuovere risoluzioni dei sindacati studenteschi che condannino le violazioni israeliane del diritto internazionale, dei diritti umani e di sostenere la campagna BDS in tutte le forme; di sostenere il movimento studentesco palestinese direttamente.

Per rompere il barbaro e medievale blocco di Gaza, persone di coscienza devono attivarsi in termini di urgenza e scopo. Israele deve essere costretto a pagare un alto prezzo per i suoi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, attraverso il rafforzamento del boicottaggio di Israele e delle istituzioni e imprese complici in tali crimini. Come ai tempi della lotta anti-apartheid in solidarietà con la maggioranza nera in Sudafrica, gli studenti impegnati per la giustizia e la pace hanno l’obbligo morale di sostenere il nostro boicottaggio.

CAMPAGNA DEGLI STUDENTI PALESTINESI PER IL BOICOTTAGGIO ACCADEMICO DI ISRAELE: Blocco delle unioni degli studenti progressisti; Blocco Islamico; Organizzazione giovanile di Fatah; Lega islamica degli studenti palestinesi; Fronte studentesco progressista del lavoro; Blocco per l’Unità degli studenti; Ufficio degli Affari Studenteschi, Università di Palestina.
www.pacbi.org/etemplate.php?id=869
www.bdsmovement.net/?q=node/52

mercoledì 20 maggio 2009

GUERRA, QUESTA SCONOSCIUTA




















Nessuno è più schiavo di coloro che falsamente pensano di essere liberi
(Johann Wolfgang von Goethe, 1749-1832)

Educare una persona significa renderla inadatta a essere uno schiavo
(Frederick Douglass, schiavo fuggitivo, abolizionista, giornalista, 1818-1895)

Giovedì 21 maggio, a Roma in Piazza Navona, dalle ore 11 alle ore 20.00 si svolge una giornata di mobilitazione contro la guerra, le basi militari, la Nato, le armi nucleari, lo scudo stellare, gli F35.
C’è da tirare un sospiro di sollievo grande come uno tsunami. Parole (e relativi concetti e relative battaglie) come “guerra”, “Nato”, “basi”, e di conseguenza la sovranità italiana concultata e cancellata in progressione geometrica dal 1945 ad oggi, complici proprio tutti gli attori politici della Repubblica, salvo gli “illuminati” della rivolta 1968-1977, sono svaporate dall’agenda della sedicente sinistra italiana. Insieme a esse si sono dissolte nei teneri effluvi della compatibilità (detta anche “connivenza”) termini come “imperialismo” e “internazionalismo”. E’ solo da qualche nicchia antagonista, benemerita assai, che si sprigionano ancora a volte questi Leitmotiv, che tutto comprendevano, di alcune generazioni in lotta contro quella che era giustamente percepita come la locomotiva della lotta di classe condotta dal capitalismo mondiale contro classi e popoli da subordinare (in proposito merita di essere consigliato l’opuscolo “Resistenza Antimperialista vs Nuovo Grande Medio Oriente”, pubblicato a Milano da Resistenze Metropolitane).

Tranne un fugace accenno nella lista della spesa elettorale del PRC, di guerre non c’è ombra nei programmi e nelle campagne per le europee dei criptodestri del PD, del loro sospensorio svendoliano di “Sinistra e libertà”, della lista unitaria con la falce e il martello. Questa è gente che ha votato con Prodi un 24% di spese militari in più, l’adesione allo scudo stellare, gli stragisti F35 di Novara, la creazione del narcostato Kosovo, il colonialismo ammazzapopoli in Iraq, Afghanistan, Libano. Questa è gente che non ha urlato di sdegno quando Prodi ha spappagallato, su ordine del macellaio Olmert, “Israele è Stato ebraico”, etnicamente pulito. Questa è gente che si è “rinnovata” con un funzionariato di reduci spiegazzati e mettendo a capo del Nord Est per le europee la pacifinta Lidia Menaguerra che ciabattava nel sangue dei bambini afghani blaterando di “riduzione del danno” (lo sconcio di presentare questa maleinvecchiata al fosforo bianco nella circoscrizione del Dal Molin!). La Nato di cui, attizzato dai suoi macelli in Jugoslavia, ci ha fatto ascari d’assalto il barbiere di Gallipoli con i baffetti, il carro bestiame da mattatoio agganciato alla locomotiva imperialista da un Berlinguer che diceva “mi sento più sicuro nella Nato”, Dead man walking Bertinotti che si fa lustrascarpe degli anfibi della Folgore in Libano, l’intero territorio nazionale butterato dal vaiolo Usa, anche nucleare, una classe politica essudata come percolato dalla discarica dei valori nazionali di indipendenza e autodeterminazione, ecco il paesaggio nel quale formicola il verminaio sociale italiano. E c’è qualcuno che si ostina a narcotizzarsi pensando di poter collocare in un simile territorio la riconquista di lavori stabili e salari adeguati, pensioni affidabili e istruzione per uomini liberi, media onesti e prevalenza della vita sul cemento, vittorie di Stato sulla criminalità organizzata (che è poi nient’altro che collisione/collusione della criminalità dei pizzini con la criminalità organizzata dei decreti e dei consigli d’amministrazione), riconoscimento e fratellanza per gli umani costretti a lasciare le loro terre dagli sfracelli e dalle rapine di quelle stesse mafie con la coppola o il maglioncino girocollo, addirittura un diverso rapporto di forze tra le classi.

Ogni tanto, a un pubblico che strabuzza gli occhi a sentir parlare di sovranità (l’ho imparata eminentemente giracchiando per il Sud del mondo, dove la sanno più lunga assai) racconto di quella famigliola che si dibatteva inutilmente nell’incendio della propria casa, visto che la società immobiliare aveva negato al capofabbricato le bombole antincendio e gli aveva invece riempito le tasche di fiammiferi. Hai voglia a manifestare contro le fiamme, se non interrompi prima il flusso dei fiammiferi e sottrai ai magazzini dell’immobiliarista gli estintori. Si chiama antimperialismo. In Venezuela, per dire, la rivoluzione bolivariana poco spazio di manovra avrebbe conquistato se non avesse tagliato le unghie alla piovra imperialista, cacciando a pedate i suoi tentacoli DEA, ALCA, spie, provocatori, istruttori militari, vampiri multinazionali, FMI, terroristi Cia-Mossad e spalloni di dollari per i proconsoli locali. In tutti questi paesi, messi neanche tanto peggio di noi in fatto di subordinazione al megapadrone, due aspirazioni vengono prima di ogni altra, come avevano priorità assoluta, rovesciando l’assunto di tanti partiti comunisti di obbedienza Yalta, anche tra i popoli della lotta al colonialismo della seconda metà del secolo scorso: l’istruzione e la sovranità. Conoscere per lottare contro l’imperialismo, lottare contro l’imperialismo per conoscere. E’ nella sconfitta dell’imperialismo che si aprono i varchi per la liberazione di classe. E’ l’imperialismo che garantisce ai suoi maestri di casa, da Mubaraq a Netaniahu, da Karzai a Al Maliki, da Prodi a Berlusconi, strumenti e metodi, cultura e armamentari comunicativi, per il dominio sulla marca. E se oggi, da Reagan a Obama, lo strumento per l’assoggettamento o l’annichilimento è la “guerra al terrorismo”, sifonata dagli autoattentati dell’11 settembre 2001, da noi i servizi segreti a conduzione Cia e Mossad hanno represso l’insurrezione di classe, ieri, con le operazioni da Piazza Fontana a Moro e, in questi giorni, con le sceneggiate del terrorismo islamico, le invenzioni dell’anarcoinsurrezionalismo, fino alle evocazioni di rigurgiti brigatisti dal parapiglia attorno al palco di Gianni Rinaldini a Torino. Un parapiglia mistificato in aggressione da parte dei sindacati di base cui energumeni Cgil volevano negare la parola, già accordata. Tutti d’accordo nella criminalizzazione dei contestatori, dalla Marcegaglia allo sputafuoco Calderoli, dall’ovvio caporale di riserva Bertinotti a un “manifesto” che per la Cgil nutre la malsana passione del signor Masoch.

Non sarà anche perché è in quegli ambiti sindacali che vivono ancora tracce di antagonismo vero, come tra gli studenti che, diversamente da quanto apprezza lo svendoliano “manifesto”, non si accontentano di clowneggiare altermondialisticamente con arieti di cartapesta attorno alle inaccettabili zone rosse del G8, nelle quali gli accademici dell’impero programmano l’ottundamento dei loro cervelli? C’è lì, infatti, un profumo di antimperialismo ormai dismesso e divenuto intollerabile a olfatti trinariciuti e che però aleggia da Atene a Parigi, da Torino a Madrid, da Gaza a Caracas, da Kabul a Mogadiscio. E sono ormai da anni solo quei portatori di lucidità strategiche non contaminate da pragmatismi riformisti che, Cobas in testa, insistono a incidere il grumo centrale della metastasi imperialista di dominio e di guerra.

Tutti, quindi, a Piazza Navona, contro la guerra, le basi, la Nato, l’imperialismo. E mi auguro di non trovarci quei sagrestani dei diritti umani che sono tornati a suonare le campane a stormo per la martire Aung San Suu Kyi. La signora, i cui apostoli hanno l’ufficio centrale all’ombra della Casa Bianca, come quelli del Darfur ce l’hanno lì e a Tel Aviv, ha violato il dispositivo dei suoi arresti domiciliari ospitando per due giorni e due notti un clandestino statunitense, arrivato nella villa a nuoto e di conseguenza è finita in carcere. Lo sapeva. Subito strilli e strepiti per l’offesa all’eroina dei diritti umani, perfino premio Nobel. Come se il Nobel fosse un certificato di santità: pensiamo a Kissinger, Peres, Begin, Sadat… Ce n’è di delinquenti tra i laureati dai dinamitardi di Stoccolma. Il “manifesto” ha sciolto le briglia a “Lettera 22”, un manipolo di corrispondenti più compatibili che moderati, implacabilmente antislamici, cui ha praticamente appaltato l’Asia. Prima ancora che il processo alla signora iniziasse, lo stigmatizzavano “a porte chiuse”. Li ha dovuto correggere nientemeno che il tg: il processo è aperto a chiunque, anche ai giornalisti esteri. Proviamo a essere maligni e a pensar male: sono imminenti le elezioni generali in Myanmar e per una nuova costituzione che trasferisce il potere dai militari ai civili. Nell’ipotesi che le votazioni dessero ragione all’attuale governo e non ai “democratici” da libero mercato e globalizzazione capitalista (è il programma di A.S.S.K.), quale marchingegno migliore che far violare a qualche provocatore le regole imposte alla signora, farla processare per questo, onde tornare a denunciarne la persecuzione e la vittoria elettorale che sarebbe stata sicura, ma viene negata dall’arresto? E’ un’ipotesi. Che però riceve un certo credito sia dagli stretti legami che il Myanmar intrattiene con la Cina, grande investitrice e acquirente del suo gas a dispetto delle multinazionali occidentali, come anche dal formidabile appoggio (solo politico?) dato da Washington a certe tribù secessioniste armate, proprio ai confini della Cina, cui si potrebbe dare il compito di riattivare l’industria degli stupefacenti stroncato dalla giunta militare? C’è puzza di Darfur, di Dalai Lama, grande sodale di Suu Kyi. Miasmi alimentati dalle immancabili flatulenze pannelliane e ora, in qualità nientemeno che di “inviato speciale dell’Unione Europea per Birmania/Myanmar”, da quel Fassino accreditatosi alla “comunità internazionale” (Washington) con la “Sinistra per Israele” e, più recentemente, con l’applauso ai respingimenti maroniani di un’umanità in eccesso. Non ci dica ora qualche misirizzi che facciamo il tifo per Myanmar o per la Cina. Nessuna simpatia per i governanti di Myanmar, ma anche, nella nostra ignoranza incartata negli stereotipi di una interessatissima propaganda, nessun giudizio apodittico. Stesso discorso per la Cina. Degli amici e della cause dei radicali, di Fassino e dell’imperialismo, comunque, non c’è da fidarsi. Mai. Come c’è da sentire puzza di bruciato quando su qualcosa che è caro ai padroni di ogni risma si forma un’unanimità generale, sinistra inclusa. Quasi sempre, forse sempre, si tratta di carro guidato dall’omino di burro verso il paese dei somari, con sopra, festanti, i grulli della sinistra. L’unanimità va a beneficio dei padroni, da Gesù al grande consorzio dei diritti umani. Ricordate le voci bianche della “sinistra” nel coro che, sulla tomba della Jugoslavia assassinata dalla Nato, celebrava “la primavera di Belgrado”?

Questa sinistra accondiscendente tracima di un eurocentrismo spocchioso, sciocco e ignorante. I suoi dogmi viaggiano su binari diversi,ma in parallelo con quelli del capitale. L’arroganza unita alla stupidità o alla scaltrezza (che sono entrambe nemiche dell’intelligere) genera mostri. Vedi Berlusconi, vedi D’Alema, vedi il Dead man walking in cachmere. Nel mondo chi si è liberato da padroni interni o coloniali lo ha fatto quasi sempre adottando paradigmi e percorsi diversi dai nostri. Anzi, coloro che laggiù insistevano ad applicare quelli nostri di solito finivano con il mettere bastoni tra le ruote alla liberazione, quando non arrivavano addirittura a puntellare dittatori come in Argentina, Bolivia, o nemici del proprio paese come, anche oggi, in Iraq e in Italia.

C’è da chiedersi con che faccia noi ce ne andiamo in giro, osceni nelle nostre brache calate, a insegnare e redarguire. La bambina Zenab, 13 anni, ma la maturità di chi ha guardato nel buco nero dell’universo e ha tenuto gli occhi aperti, l’ho conosciuta nella sua casa di Gaza, occupata, devastata e imbrattata di merda e ingiurie dai beccai israeliani che a Zenab hanno ucciso 29 parenti, padre, madre e fratelli compresi, Prima con le granate in casa, poi a mitragliate contro chi fuggiva con le bandiere bianche. Zenab, tra quattro mura crepate in un oceano di macerie, racconta tutto nel mio dvd “Araba Fenice, il tuo nome è Gaza” . Alla fine Zenab è esplosa in domande che erano atti d’accusa come scorrono nel sangue di ogni palestinese: “Ci hanno cacciati nel 1948 e ci hanno preso le nostre terre, hanno distrutto i nostri villaggi, hanno separato i figli dai genitori… e noi dovremmo dirgli grazie? Ci hanno fatto una guerra dopo l’altra, ci hanno comprati e venduti, ci hanno presentati al mondo come fossimo selvaggi e terroristi per isolarci da tutti… e noi dovremmo dirgli grazie? Ora su quel che rimane sono passati sopra come una tempesta di sabbia, cercando di seppellirci per sempre… e gli dovremmo dire grazie? Quando muore un bambino israeliano si commuove e protesta il mondo, da noi ne hanno ammazzato a centinaia e non si muove nessuno. E dovremmo dirgli grazie? Noi abbiamo un prigioniero, Shalit, loro ne tengono in carcere 11mila, anche bambini e donne. Uno contro 11mila! Ma noi non torturiamo Shalit. Noi siamo palestinesi, siamo umani".

C’è qualcuno ancora in questo paese che ponga domande simili in relazione alla Nato? Questa Nato del KOMBINAT eurostatunitense da braccio della morte che maramaldeggia sulla nostra politica e spadroneggia sul nostro territorio. Che ci mette alla mercè di criminali escatologici come lo sono tutti i presidenti scaturiti dalla bulimia delle élites statunitensi, l’illusionista per farlocconi Obama in testa. Questa Nato che ha mandato per il mondo nostri cittadini, marmorizzati dai neuroni agli ormoni, ad ammazzare innocenti e giusti a migliaia e a morire da fessi a decine, che corrompendo, sventrando, schiavizzando popolo dopo popolo nostro amico, ci ha tagliato il cordone ombelicale con il resto del genere umano. Questa Nato che della nostra casa ha fatto un postribolo di lenoni e zoccole. Questa Nato che si gonfia ogni giorno di più succhiando la nostra sanità, istruzione, natura, sicurezza. E il cielo – o piuttosto la reazione degli esseri umani - voglia che finisca come la rana che voleva farsi bue. Un mio amico, grande poeta cubano, Victor Hugo Lores Pares, direttore dell’entusiasmante Museo della Marcia del popolo combattente all’Avana, mi ha così definito la Nato: “ E’ la forca dell’umanità ”. E noi le dobbiamo dire grazie?

Sull’affondamento in mare o nel deserto dei fuggiaschi dai disastri seminati nel mondo dall’Occidente si è innescata una bella gara tra il ministro di polizia, il ministro dell’Offesa e qualche consanguineo del PD, per chi difende con maggiore ferocia le mura della fortezza imperiale e delle sue casamatte più esposte. Si tratta di competere per il voto alle europee. Ancora una volta il modello è Israele, dove il laburista Barak e i kadimisti Olmert e Livni si contendevano il primato di chi incitava con maggiore entusiasmo Tsahal allo sterminio dei palestinesi, di chi schiacciava con più cemento e coloni fascisti le terre e vite di coloro che hanno il torto di essere arrivati prima, ma di non essere ebrei. Tanto bene gli è andata che poi hanno vinto dei nazisti dichiarati, neanche più mimetizzati dalla farsa dei Due Stati. Da noi, più a destra dei due gaglioffi razzisti citati non c’è che Dart Fener e la Morte Nera.

Termino con una breve risposta a un gentile lettore (vedi commenti al post “Modello Israele”) che mi chiede alcune opinioni. Premettendo che non sono la Sibilla cumana, preciso che: 1) sulla vicenda Rinaldini ho già detto la modesta mia nel contesto qui sopra, ma ritengo che la versione dello Slai Cobas valga almeno gli schiamazzi dei compatibili. Io poi sono io che ha goduto come una lucertola per la cacciata di Lama dall’Università; 2) sulla vicenda Calabresi e sull’idea dell’opinionista da autoscontro Mughini secondo cui Adriano Sofri era “informato dei fatti”, non posso e non voglio esprimermi, se non per dire che questo Sofri, trombettiere di tutte le guerra, filosionista sparato e intellettuale da altalena, ha imbrattato la grande storia di Lotta Continua e, dunque, anche la mia e rappresenta il peggio del trasformismo italiota; 3) alla richiesta di chi voterò per l’onanistico parlamento di un’Europa natoizzata non ho ancora pronta la risposta. La croce su falce e martello potrebbe prolungare la vita al simbolo (che non sempre è stato alla propria altezza), ma fa anche il lifting a una serie di personaggi ammuffiti come abiti in naftalina. Ciao.

giovedì 14 maggio 2009

MODELLO ISRAELE: UNA RAZZA, UNA CLASSE, UN PAPI





















La saggezza nasce quando le cose si chiamano con il loro nome
(Proverbio cinese)

Il titolo è la parafrasi del giorno di “Ein Volk ein Reich, ein Fuehrer.
Autocitazione: Sia nel libro “Di resistenza si vince” (malatempora editrice), sia nel docufilm “Araba fenice, il tuo nome è Gaza” (visionando@virgilio.it) avevo espresso l’apparentemente temerario concetto che le atrocità terroristiche e razziste che Israele va compiendo tra Giordano e Mediterraneo e in giro per il mondo fossero seguite con compiacimento dallo zoo imperialista perché modello e manuale d’istruzioni ideologico e operativo per la soluzione finale. Soluzione che i ricchi (il 20% con l’80% delle ricchezze planetarie) vorrebbero riservare a poveri (l’80% con il 20%). Il pronunciamento del guitto mannaro per un’ Italia monoetnica, avanguardia nella marcia occidentale verso la soluzione finale fascista, realizzata con lo sfoltimento di un’umanità nella quale sopravviva quel poco di poveri che si prestino allo schiavismo (i kapo’ per la bisogna sono ben rappresentati dai Karzai, Al Maliki, Zardari, Abu Mazen, Uribe), è limpida conferma di quell’assunto. Chiamiamo le cose con il loro nome: il guitto mannaro fa schifo da tutti i pori, ma non è coglione. Sa benissimo che gli italiani sono dalle origini un coacervo di etnie, se proprio si vogliono chiamare così le differenze geografiche, cromatiche e culturali. Per quanto i buttafuori da lupanare leghisti sognino una loro disneyland tutta celtico-padana, la combriccola di muselidi e mignatte da corte e il loro papi non si sognano di sottoporre a pulizia etnica, che so, i liguri, i veneti, i tedeschi del Tirolo, i sardi, i siculi, “etnie” da secoli felicemente intrecciate in un comune progetto di vita e poi anche statale. Avendo per megagalattico capo il neobushiano dalla pelle nera, però con al collo il passi di Wall Street e nello zaino le bombe al fosforo per bambini afghani e pakistani (ci perdonino l’impertinente descrizione gli obamaniaci del “manifesto”), e per riferimento coloro che non potendoli ammazzare tutti hanno ridotto l’80% dei palestinesi residui sotto il livello di povertà, è chiaro che non tanto di etnicismo si debba parlare. Il marocchino, il somalo, il senegalese, il filippino, il cingalese vanno benissimo nella misura in cui servano da schiavi domestici, industriali o rurali. I sauditi da casinò, i libici da Fiat, i colleghi mafiosi cinesi dalla forza lavoro inscatolata nelle cantine, i congolesi con diamanti e coltan, i moldavi del rinfoltimento postribolare, i kosovari fornitori di organi umani, i presidenti colombiani straripanti di cocaina, l’interno sinistro nigeriano i cui gol compensano le tue ruberie e le tue inettitudini in fabbrica, insomma tutti coloro che arrivano con pacchi di milioni, sono da tappeto rosso. Dei loro colori e odori ci se ne strafotte.

Siamo alle solite, a quelle di sempre: alla lotta di classe, oggi condotta con vigore mai visto prima, però ahinoi a senso unico, dall’alto in basso. E pulizia etnica nel senso della razza dei poveri, contadini, operai, intellettuali, o morti di fame che siano. E qui nessuno sta facendo meglio di Israele, con al traino il carrozzone multietnico statunitense, a guida monosociale in virtù della più antica e poderosa delle vocazioni capitaliste, oggi consolidata dal controllo sionista su moneta, armi, media e coscienze sporche. Certo, non è produttivo parlare di guerra ai lavoratori, ai poveri, a quelli fuori dalle alcove politico-sociali del guitto mannaro. Funziona molto meglio sbandierare la guerra di razza contro chi ti insidia l’evanescente posto di lavoro, rinfoltisce le code al pronto soccorso, insidia le tue femmine, ritarda l’apprendimento del tuo pupo a scuola, emana odori inconsueti negli autobus. Fa l’effetto dell’eroina: piacevolissima in vena. Del sangue avvelenato e rovinato per sempre ti accorgi dopo. I sondaggi che danno il brigantaggio di regime in vetta alle simpatie fanno il paio con quel 92% di israeliani che si sono entusiasmati per la carneficina di Gaza. Sei sull’ultimo gradino della scala, ma intanto stai sulla scala, per ora, mentre sotto c’è la melma che non ti deve sfiorare i piedi. Così ti sta bene se qualcuno scalcia verso il basso più basso di te. Lo ringrazi e scalci con lui.

Israele mica ce l’ha con i palestinesi. Ce l’ha con i “terroristi” che, essendo poveri, tirando sassi e, peggio, insistendo a darsi un nome, secondo Israele prometterebbero “una nuova shoah”. Chi non sarebbe d’accordo di infliggerla agli altri, una shoah, prima che la ripetano a te? E così Israele ha insegnato che si può massacrare a 360 gradi, sbeffeggiare centinaia di risoluzioni dell’ONU, violare ogni norma del diritto internazionale, pulirsi il culo con le convenzioni di Ginevra, compiere infanticidi come fossero disinfestazioni di pulci, rubare a man bassa acqua, terra, sottosuolo, aria, agitare l’arma nucleare a destra e manca, usare quelle proibite di distruzione di massa, procedere a rapimenti e incarceramenti di massa, abolire ogni scrupolo giurisdizionale, torturare, compiere genocidi rapidi o al rallentatore. Il combinato USraeliano impone un’unica norma interna e internazionale: la violenza illimitata del più forte, unita alla decerebrazione di tutti. I poveri non sono di etnia diversa, non sono di nessuna etnia, sono disumani, Untermenschen, niente. Se ne può fare quel che si vuole. Il 10% della ricchezza prodotta nel nostro paese ci viene dagli immigrati. Ma devono restare Untermenschen. Che non osino alzare la voce (come insegna il questore di Milano che ne vieta le grida di disperazione per strada) e, soprattutto, che siano di monito ai nostri di lavoratori: la mannaia è pronta anche per loro. Razzismo? Troppo nobile. Ferocia di classe di certo, cannibalismo.

Con il pronunciamento del guitto mannaro e del suo manutengolo da osteria, con al guinzaglio il botolo Fassino, si sale sullo stesso katerpillar con cui gli USraeliani radono al suolo cose e vite di intralcio, dunque superflue. Si manda al macero quanto le borghesie hanno dovuto concedere alle plebi in un paio di secoli di bellissime insurrezioni: l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, l’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, l’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali, l’articolo 12 del Testo Unico italiano sull’immigrazione, la giurisdizione che per cui chi si trova su territorio italiano (le navi) non può essere soggetto a espulsioni collettive, la direttiva europea che impone che chiunque deve poter presentare richiesta d’asilo, le convenzioni che tutelano i i minori e le donne incinte, l’articolo 10 della Costituzione (che precede quello già ampiamente disintegrato da D’Alema, Prodi, Ciampi e Napolitano) sul diritto d’asilo, la criminalizzazione a prescindere dal reato: clandestino uguale delinquente.

No, clandestino uguale tua vittima da sempre. Il bello, l’orrendo di tutto questo è che coloro che vengono ributtati in mare, nel deserto, o nei mattatoi da cui fuggivano sono fin dall’origine residui della nostra masticazione, dei bianchi, cristiani, civili, benestanti, armati, ladri e assassini. Valga per tutti i paesi del sottosviluppo la Somalia. Scientificamente se ne è pianificata la distruzione. Alla caduta nel 1991 del dittatore Siad Barre, caro a Bettino Craxi, iniziatore del processo di mafizzazione nazionale, ero stato, per il TG3, il primo giornalista a mettere il naso nel paese che aveva la sfiga di trovarsi nel punto geostrategico e geopolitico più cruciale per le ruberie e mattanze dei colonialisti di ritorno. C’era un vasto movimento di popolo, guidato da un grande, onesto patriota, Mohammed Farrah Aidid, il detronizzatore del corrotto tiranno. Rischiava di rimettere in piedi lo Stato. Gli fu contrapposto un fantoccio, Ali Mahdi, e ne venne una guerra civile che, volgendo a favore dei difensori del paese, giustificò l’intervento dei ricolonizzatori, torturatori italiani compresi. Due volte quelle popolazioni tentarono di rimettersi in piedi. Prima cacciando l’occupante e poi, con una lotta di anni, ricostituendo un minimo di ordine politico e sociale grazie alla Corti Islamiche. L’Occidente gli lanciò addosso gli ascari etiopici del dittatore Meles Zenawi e poi gli F16 statunitensi. Oggi i somali rispondono, dalle loro terre zeppe di scorie tossiche e nucleari occidentali e dai loro mari avvelenati e saccheggiati (ne potei parlare al vecchio TG3, svelando i traffici della mafia di rifiuti di Spezia), riprendendosi con la “pirateria” briciole di quanto gli è stato rubato e rovinato. Nel frattempo qualche milione di somali ha dovuto mettersi in fuga, alcune migliaia in Italia, corresponsabile della loro agonia. Ma prima di arrivarci trovano le cannoniere di chi li ha ridotti in quello stato. Eppure di Somalia non si parla. Dovrebbero parlarne gli umanitari, i solidaristi, le sinistre. La solita islamofoba Sgrena vi ha visto solo lapidazioni di donne. Si parla del Darfur, che non c’è neanche il confronto. Ne parlano, urlando, gli istigatori e armatori delle bande secessioniste: Israele, Usa, Mia Farrow, la lobby ebraica, i ricchi. Così per l’Iraq: 5 milioni di profughi e sfollati, due milioni di morti ammazzati.

Non c’è paese di provenienza di chi si arrabatta attorno agli scogli dei nostri mari che non sia stato depredato, devastato, affamato dall’Occidente. Vuoi con guerre di sterminio, vuoi con la rapina delle multinazionali, vuoi con la manipolazione del clima, delle acque, dell’habitat. E’ su popolazioni alla pura e semplice fuga dalla morte che si abbatte il modello Gaza, quel modello che l’epigono tedesco Ratzinger non ha ritenuto cristiano visitare, mentre pigolava innocue inanità su un parastatarello come oggi lo vorrebbero rifilare ai palestinesi e al mondo dopo 60 anni di azzannamenti e sbriciolamenti. Un modello fatto proprio dall’illusionista Obama, esteso dall’Iraq all’Afghanistan e ora, a forza di massacri, al Pakistan, il cui vendutissimo regime è costretto a macellare di suo per non incorrere in un destino palestinese. Un modello che al culmine della crisi, quando alle banche, agli eserciti e ai monopoli non basteranno più le somministrazioni di sangue che i loro fiduciari governativi siringano dalle popolazioni subalterne, si applicherà a tutti noi. Saremo ancora i primi, tutti noi che non partecipiamo dei baccanali di papi.

martedì 12 maggio 2009

SERBI, BASSOTTI, SADDAM E BERTINOTTI. E IL MANIFESTO.

RISPOSTA A QUALCHE COMMENTO

Rispondo, sotto l’immagine dell’onnisciente bassotto Nando, ad alcuni commenti al mio post “Trombettieri, violinisti e musicanti vari” e nell’occasione ringrazio tutti coloro che si avventurano tra le mie intemperanze e che si prendono anche la cortese e preziosa briga di intervenirci. Questo vale tanto più per coloro che, come in questi casi, mi muovono delle critiche ragionate e competenti. Non per quelli che mi subissano di provocazioni tratte dal più becero armamentario della propaganda e delle mistificazioni di stampo padronale e imperialista. I lettori che mi concedono la loro paziente attenzione, di questa roba ne trovano a sufficienza nei media ufficiali, nelle dichiarazioni di padrini come Netaniahu, Obama, o Borghezio.

Un interlocutore mi chiede come mai non fornisco io stesso le risposte alle domande che avevo posto a un gruppetto di jugoslavisti organizzati, sottolineando la loro inerzia in proposito. Tipo “In quale quadro geopolitico e geostrategico europeo, slavo, internazionale, è inserita oggi la Serbia”. Non potendo reagire ogni volta a ogni sollecitazione su temi svariatissimi, mi sembra accettabile che rimandi a quanto, in questo stesso blog ho già abbondantemente scritto, con preciso riferimento alla questione. Se non bastasse, offro anche i miei documentari “Il popolo invisibile”, “Serbi da morire”, "Popoli di troppo", nonché i miei numerosi e vasti reportage apparsi su “Liberazione” nel corso dell’assalto alla Serbia, facilmente rintracciabili. Io non mi ergo a dispensatore istituzionale di informazioni jugoslave vita natural durante, non è il mio compito. Infine, all’osservazione un po’ arbitraria a fronte dell’enorme mole di controstoria scritta da esperti ben più qualificati e specializzati di me, secondo cui “i Balcani non hanno una storia conosciuta”, ritengo che questo non sia affatto vero. La vera storia della disintegrazione imperialista della Jugoslavia e della satanizzazione dei serbi è stata scritta e come. C’è una storia dei vincitori e una dei vinti e dei loro amici. Di solito è la seconda la veritiera. Non vale per la Germania Nazista (dove spara balle anche il vinto), ma certamente vale per i nativi d’America, per i palestinesi, per i gli iracheni. Apparirebbe un’eccezione il Vietnam, che ha vinto e l’ha raccontata giusta, ma poi è tornato nella prassi concedendo al nemico la vittoria politica e sociale.

C’è chi insiste sulla considerazione che io distribuirei al colto e all’inclita la qualifica di “agente Cia”. Credo di farlo quando gli elementi personali e ambientali lo giustifichino. Una vita in mezzo ai conflitti tra oppressi e oppressori mi ha fatto constatare la proliferazione di agenti Cia e Mossad come fossero zanzare tigre ad agosto intorno a una palude. Del resto l’obnubilazione planetaria sulla verità non sarebbe possibile senza i professionisti o dilettanti di questa categoria. Si fa poi un sillogismo quando si afferma che, denunciando i finanziamenti Cia al Dalai Lama (confermati perfino nelle cifre), o gli apparentamenti di Aung Su Ki con le strutture Usa per la destabilizzazione di paesi non conformi, io mi schieri in difesa dei governi cinese e birmano, visto che i menzionati arnesi dell’imperialismo vi si oppongono. Su Karadzic e “compagnia bella” mi sono già espresso nel blog. Non ne faccio certo dei San Francesco, ma è gente che contro l’aggressione di un superpotere feroce e bugiardo ha difeso la vita, i diritti e la sovranità della sua gente. E questo fa una bella differenza. Si dovrebbe anche tener conto della stereotipa ripetizione delle diffamazioni che l’aggressore inventa nei confronti degli aggrediti, a partire dalla presunta strage di Sebrenica, scientificamente smentita. Ma non c’è peggiore sordo di chi non vuole ascoltare le voci dell’altra parte e continua a fidarsi, fidarsi, fidarsi…In base a quale criterio etico o giornalistico si dovrebbe credere a Bush, o a Feltri e non a Saddam o Karadzic?

Infine, rispondo a un simpatico corrispondente che mi riprende per i miei attacchi al “manifesto”. Parla di odio-amore e mi colloca così in una condizione un po’ psicolabile. Per coloro a cui le mie elaborazioni sono destinate, non c’è davvero bisogno di sparlare di Berlusconi o del PD: l’orrore è evidente. Considero necessario criticare chi vuole figurare nel campo di chi combatte l’assetto esistente e poi si inchina alle sue peggiori mistificazioni. So bene che “il manifesto” è l’unico giornale che si deve leggere e ne apprezzo i contributi perlopiù esterni, come anche molti interventi sul conflitto sociale (a prescindere del dissennato amore per la CGIL, firmataria dell’abolizione della Scala Mobile e di tante altre porcherie recenti, escludente “razzista” nei confronti dei sindacati di base, passiva di fronte allo sterminio di popoli e classi). Ma dal momento che non ci si offrono altre scelte, dal ”manifesto” si ha da pretendere che non si degradi in questioni decisive alla connivenza e alla subalternità con i grandi meccanismi di un inganno prima ancora antiumano che antiproletario. Penso alla truffa epocale dell’11 settembre, chiave di volta di un genocidio mondiale, contro la quale una sinistra zeppa di scienziati, testimoni, investigatori, tecnici, sinistri, si batte disperatamente, soprattutto negli Usa, da anni. Pretendo che non chiami questi incontrovertibili “negazionisti” della grottesca versione ufficiale “paranoici, complottisti, psicotici” e simili. Così si rende un immenso favore a chi si dice di combattere, come lo fanno numerosi giornalisti manifestini quando, contro il solitario e angheriato collega Stefano Chiarini, si adagiano nel letto (embedded) di Procuste allestito dall’imperialismo per agevolare lo sterminio di popoli. Basta la Giuliana Sgrena del disco rotto che vede “terroristi” e Al Qaida ovunque, specie nelle lotte di liberazione, proprio come occorre al regime Usa da Bush a Obama e che ritiene discriminante fondamentale tra giusti e ingiusti il velo islamico. Basta la lobby ebraica del giornale che insiste a perorare la soluzione etnicista e colonialista dei due stati per due popoli in Palestina. Basta, e avanza, tutta la compagine del giornale che si schiera compatta, anche dopo montagne di documentazione contraria, con la lobby bushiana della campagna “Salviamo il Darfur”, una campagna lanciata da Israele, sostenuta da tutte le organizzazioni sioniste, con i capi del secessionismo che si addestrano a Tel Aviv, finalizzata a squartare il grande paese arabo non ligio al vampirismo della Nato e delle multinazionali. Basta il buon Tommaso De Francesco che unisce ai sacrosanti lamenti sull’annichilimento della Serbia la frode della “contropulizia” etnica fatta dai kosovari albanesi, avallando così la menzogna di una primigenia pulizia etnica fatta dai serbi. Bastano gli innamoramenti successivi per i sempre più accomodanti revisionisti Cofferati, Bertinotti, Vendola e perfino la sinistra DS. Basta l’offesa ai propri sostenitori-lettori di ridurre, in totale opacità, la foliazione di ben quattro pagine senza averne minimamente discusso in pubblico, neanche con i suoi generosi azionisti (e le reazioni dei lettori si sono viste). Come ho avuto modo di scrivere, è più insidioso chi a casa tua, nella tua famiglia, ti impedisce di spegnere l’incendio di colui che, da fuori, te l’ha appiccato. Sono ragioni sufficienti perché quelli del “manifesto” non si sognino di farmi lavorare con loro.

lunedì 11 maggio 2009

GIUSEPPE PINELLI: LA STRAGE DI STATO CONTINUA














Il presidente Napolitano ha ricordato due giorni fa, nell’occasione della giornata delle vittime del terrorismo e del primo incontro tra le vedove Pinnelli e Calabresi, l’anarchico milanese fuoruscito da una finestra al quarto piano della Questura di Milano. Singhiozzava il presidente migliorista e simultaneamente ribadiva, anche per oggi, il teorema degli “opposti estremismi” con il quale allora si voleva e pedissequamente anche oggi si vuole soffocare l’opposizione vera alla dittatura capitalista e alla fascistizzazione. A Pinnelli, sul cui demenziale “malore attivo”, che secondo il magistrato D’Ambrosio, futuro candidato PCI, ne aveva causato la spontanea estromissione dalla finestra, da questa sola istituzione è stato riconosciuto il ruolo di ingiustamente perseguitato e vessato, 40 anni troppo tardi. Nessuno ha ricordato che fu Calabresi a togliere l’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana a un collega, che stava indagando sugli ambienti di estrema destra (poi risultati colpevoli), per indirizzarla verso i compagni della sinistra. Nessuno ha ricordato che le indagini sul volo da una finestra piena di poliziotti furono condotti e fatti archiviare dagli stessi e che non si volle mai approfondire nulla con un procedimento giudiziario. Neanche oggi. Quando forse qualcuno presente nella “stanza piena di fumo” e perciò “da ventilare”, potrebbe aver avuto qualche evoluzione di coscienza. Nessuno ha colto l’occasione del 40° per ricordare le decine di giovani ammazzati nelle piazze del terrorismo di Stato, da Giuseppe Pinnelli a Giorgiana Masi a Francesco Lorusso, laboratorio degli ammazzamenti in atto e programmati oggi a casa nostra e in giro per il mondo.
Noi di Lotta Continua – quelli che non hanno tralignato - invece ricordiamo, ricordiamo tutto. Ricordiamo di aver rovesciato il paradigma di un potere ottuso, perfido e sanguinario attraverso lo smascheramento della “Strage di Stato”, con le nostre lotte, con innovazioni davvero rivoluzionarie di contenuti e forme, di assoluta validità contemporanea, con canzoni come questa: la migliore orazione funebre per il compagno Pinnelli.

LA BALLA DEL PINNELLI
Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo che caldo faceva
brigadiere apra un po’ la finestra
ad un tratto Pinelli cascò.

Signor questore io gliel’ho già detto
lo ripeto che sono innocente
anarchia non vuoi dire bombe
ma giustizia amor libertà.

Poche storie confessa Pinelli
il tuo amico Valpreda ha parlato
è l’autore del vile attentato
e il complice di certo sei tu.

Impossibile, grida Pineili
un compagno non può averlo fatto
e l’autore di questo delitto
tra i padroni bisogna cercar.

Stiamo attenti indiziato Pinelli
questa stanza è già piena di fumo
se insisti apriam la finestra
quattro piani son duri da far.

Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo, che caldo faceva
brigadiere apra un po’ la finestra
ad un tratto Pinelli cascò.

L’hanno ucciso perché era un compagno
non importa se era innocente
‘Era anarchico e questo ci basta”
disse Guida il feroce questor.

C’è un bara e tremila compagni
stringevarno le nostre bandiere
noi quel giorno l’abbiamo giurato
non finisce di certo così.

Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo, che caldo faceva
brigadiere apra un po’ la finestra
una spinta e Pinelli cascò,

E tu Guida e tu Calabresi
Se un compagno ci avete ammazzato
Per coprire una strage di stato
Questa lotta più dura sarà.

giovedì 7 maggio 2009

TROMBETTIERI, VIOLINISTI E MUSICANTI VARI. La "lobby" e il ruolo di certe Ong













Prima disciplinare, drizzare, domare, ma poi PACIFICARE, sono i vocaboli più utilizzati dai colonialisti nei territori occupati… ma le repressioni, più che spezzare lo slancio, scandiscono l’aumento della coscienza nazionale. In effetti, quando percepisco che la mia vita ha lo stesso peso di quella del colono, il suo sguardo non mi folgora più, ne m’immobilizza più, la sua voce non mi pietrifica più. Non mi turbo più in sua presenza. In pratica, me ne frego. Non soltanto la sua presenza non mi disturba più, ma sto già preparandogli delle imboscate tali che presto non avrà altra via di scampo che la fuga: la decolonizzazione è sempre un fenomeno violento”.
(Frantz Fanon, 1925-1961)

Prima di occuparmi di coloro ai quali fanno riferimento queste parole del combattente per la libertà dell’Algeria e autore del fondamentale “I dannati della Terra”, devo attirare un minimo d’attenzione su quanto tanti continuano a sottovalutare, ignorare o attribuire al famigerato “complottismo”: la potenza di fuoco delle centrali di intossicazione israeliane e della lobby ebraica mondiale. C’è chi reagisce con sorrisi di superiorità – penso agli invasati obamaniaci del “manifesto” – quando si esprime il sospetto, corroborato da mille analisi, inchieste, documentazione dei più autorevoli studiosi statunitensi, che non siano tanto gli Usa a dettare la strategia colonialista e militarista di Israele, quanto il contrario. Due recenti episodi nella politica di “svolta” del taumaturgo Obama dovrebbero far congelare quei sorrisi: un’alta funzionaria della Casa Bianca, nominata dal presidente è stata spazzata via, cioè immediatamente revocata, quando la lobby ebraica AIPAC (“American Israeli Public Affairs Committee”, il gruppo di pressione che da decenni tiene sotto schiaffo l’intero sistema politico-economico-mediatico Usa) ne ha stigmatizzato alcune lontane espressioni “filopalestinesi”. In quanto filopalestinesi, inderogabilmente terroristiche. Per uno che ha appiccicato la sua faccia nera dal sorriso alla Pasta del Capitano sul golem della bushiana guerra infinita al terrorismo, sostenendola perfino con la riesumazione del cadavere della costola di Bush Bin Laden, non si dava che ottemperare a tacchi sbattuti. Quando poi, a seguito di indagini del Congresso, le autorità giudiziarie hanno incriminato due lobbisti ebraici dell’AIPAC, Steven Rosen e Keith Weissman, per spionaggio a favore di Israele e per aver ricattato la parlamentare Jane Harman perché votasse decisioni favorevoli allo Stato sionista, saettante è stato l’intervento dell’amministrazione di “svolta” nell’imporre al tribunale di non rompere le scatole e di archiviare l’impertinenza. E pensare che l’uomo del Pentagono, Lawrence Franklin, che aveva passato le informazioni classificate ai due lobbisti, era stato condannato, nel 2006, a 12 anni di prigione! Non era membro della lobby.

Con frequenza proporzionale all’intensificarsi dei venti di critica, denuncia e condanna a Israele che soffiano per i paralleli, ormai anche per quelli boreali, mi arrivano sul blog – e sicuramente arriveranno a tutti – commenti a qualche mio post non proprio ispirato alla visione del mondo per la quale Israele contribuisce allo spopolamento dei pianeta. Sono astuti, ti affrontano con cravatta, con il galateo della conversazione da circolo della caccia, fingono, con compunto rammarico, di prendere sul serio le tue argomentazioni sul genocidio sionista, sulla sessantennale pulizia etnica praticata da Israele, o sull’impressionante parallelo che balza dal confronto tra qualche foto di ebrei nel ghetto di Varsavia, o ad Auschwitz, e altre scattate nel mattatoio di Gaza. Poi, ragionando con pacatezza e dandosi aria di scienza, pretendono di fare le bucce ai dati di fatto contestati, inondandoti con i coriandoli della sloganistica sionista-imperialista: e l’olocausto e l’antisemitismo e il ritorno alla terra dei padri e quei sanguinari lapidatori islamici e quei terroristi di Gaza che si fanno scudo dei loro bambini e l’apocalissi preparata dai satanici Iran, Siria, Sudan e i cimiteri ebraici dissacrati di Francia e l’11 settembre (con che faccia!) e i kamikaze e i razzi Kassam e l’integralismo islamico (anche qui, con che faccia!), e il presidente sudanese Bashir incriminato dalla Corte Penale Internazionale (anche il muro dell’apartheid, se è per questo) e quel pazzo sanguinario di Ahmadinejad…. Stereotipi come fossero bombe a grappolo su Gaza.

Tutto questo fa parte del più grande apparato di disinformazione e propaganda che sulla Terra si sia visto dopo la bibbia e il vangelo. Se gli arabi, con la giustizia, la cultura, la storia, l’intelligenza e i numeri dalla loro parte, avessero anche solo uno che da quei maestri intossicatori ha fatto uno stage, altro che Israele, altro che muro, altro che pulizia etnica e furto impunito della Palestina. Ci sono qui i bombaroli e cannonieri d’assalto, per vocazione confessionale (non parliamo di etnica, poiché la va fatta finita con la storia dell’antisemitismo, visto che semiti sono tutti gli arabi e solo una piccola minoranza di ebrei), vocazione all’opportunismo, o alla correità. E sono i Mimun, i Riotta, i Mieli, i Parlato, i Frattini, i Fini, i Napolitano, i Ferrara, le Annunziate, i Berlusconi, con al guinzaglio botoli ringhianti alla Sofri, Erri De Luca, Nierenstein o Magdi Allam, insomma capibastone e picciotti del circuito atlantico-sionista, sezione Italia.

La seconda schiera sono i musicisti di seconda fila, decisivi per gli arrangiamenti, gli infiltrati là dove uno tende a fidarsi, stampa, cultura, spettacolo e conventicole politiche di “sinistra”. Integrano la grossolanità delle falsificazioni e degli occultamenti dei bombaroli a viso aperto con acrobatici funambolismi sul filo che pretende di congiungere due postazioni di pari dignità, di pari valore, ma anche di pari sofferenza. In prima fila, naturalmente, il trio “liberal” degli infingardi cari a Fabio Fazio: Oz, Grossman e Jehoshua, tre israeliani esperti di lifting letterario, che imperversano sugli schermi agendo da chirurghi estetici sul volto mostruoso dello Stato sionista. Ovviamente tutti concordi nel dare totale sostegno a Olmert per la carneficina di Gaza. Di paranostrano abbiamo un Caldiron che, da anni, capeggia la lobby nel quotidiano del PRC “Liberazione”, affannosamente impegnato a erigere barriere diversive rispetto all’evidenza del nazisionismo all’opera a Gaza, a Nilin, a Jenin, a Hebron. Ultimamente ha spalmato sul quotidiano (irredento anche con Dino Greco al timone) la fantasia di uno tsunami antisemita c he si sarebbe scatenato nientemeno che negli Usa, cuore pulsante dello “scontro di civiltà” islamofobico, portando come fonte quella storica banda di autentici olimpionici del razzismo e della spranga che si raccoglie sotto la sigla fuorviante di ADL, “Antidefamation League”.

Accompagnano in sordina questi lanciatori di ordigni al gas obnubilante, altri specialisti del “fuoco amico”, di rango sofisticato. Sono i violinisti, sinuosi, arpeggianti, melliflui, eleganti, avvolgenti. Non s’impegnano direttamente nei termini della contesa. Fiancheggiano. Esibiscono qualche lacrima sui tanto sfigati iracheni o palestinesi, qualche rimbrotto sugli ospedali Natobombardati a Belgrado, conquistano così credibilità tra coloro cui si arricciano le budella alla vista delle nefandezze della Comunità Internazionale dei Delinquenti. Poi piazzano la botta. Che può essere una celebrazione di Ovadia delle tradizioni ebraiche al culmine degli infanticidi a Gaza, o un ampolloso servizio della manfestaiola Marina Forti sulle donne detenute per omicidio nelle prigioni iraniane, tutte ovviamente “assassine per legittima difesa”, quando si deve demonizzare un governo iraniano che l’aveva appena cantata giusta ai razzisti sionisti dal podio della Conferenza Onu sui diritti umani. Capita anche che, rinchiusa in trafiletti la mai cessata strategia genocida a Gaza, si riduca la vicenda, le si sovrapponga un elogio dell’altra manifestaiola Giuliana Sgrena, questa davvero deprimente, ai curdi secessionisti, narcotrafficanti e israelocolonizzati del Curdistan iracheno, o la ripetizione dell’ossessivo karma neocon-obamiano sull’onnipresenza di Al Qaida in un Iraq, dove nessuno ha mai visto Al Qaida, ma dove ogni giorno la Resistenza è tornata a far saltar per aria militari statunitensi e fantocci iracheni. Cosa contro la quale l’ingegno dell’occupante allo stremo ha riesumato, a forza di carneficine iraniano-statunitensi-scite nei mercati e nelle moschee scite, la cosiddetta guerra confessionale, sperando che la reazione scita al soldo dei persiani, quella dei vari Moqtada, Al Maliki e Al Hakim, la faccia finalmente finita con una guerriglia nazionale che gli invasori, non sapendola sconfiggere, tentano di diavolizzare chiamandola Al Qaida.

Di questa Sgrena va evidenziata l’auto-apologia pubblicata sul “manifesto”, con la quale chiama a raccolta coloro che dovrebbero votarla alle europee, immagino soprattutto i bipartisan cultori di “Giuliana martire del terrorismo iracheno”. Si candida con “Sinistra e libertà”. E con chi sennò?
Elegge a “sponda politica”, accanto allo Svendola bertinotizzato, anticomunista megaprivatizzatore in Puglia e magnifico dicitore di bla-bla-bla alla fuffa, l’Obama che ha appena intensificato ed espanso le guerre asiatiche, ribadito Cuba, dagli Usa terroristizzata per 60 anni, tra i “paesi terroristi”, massacrato con i droni decine di famiglie pakistane, usato la farsa “febbre suina” per stringere ulteriormente il cappio sulle libertà civili del cittadini Usa, identificato le sue aspirazioni con quelle dei macellai israeliani, consacrato liberi e impuniti i colleghi bushiani emuli della Santa Inquisizione e di Mengele, mandato una flotta a sterminare chi in Somalia impone risarcimenti, in misura peraltro del tutto inadeguata, ai criminali dello sversamento di rifiuti tossici e nucleari, i predatori impuniti del patrimonio ittico nazionale, i creatori nel 1991 del laboratorio Somalia: un formicaio annaffiato di benzina e incendiato. L’Obama che. avendo allestito una nuova serie di carneficine settarie in Iraq, fa ora dire ai suoi generali che nell’Iraq della rinnovata virulenza Al Qaida, l’Iraq delle piagnucolose mistificazione sgreniane, tocca restarci ben oltre i termini definiti in campagna elettorale. Quell’Obama che, comunque, 50mila effettivi e 100mila mercenari tagliagole aveva deciso di lasciarceli, nell’Iraq, a difesa della sua “sovranità e democrazia”.

E dopo aver riempito i suoi funerali della verità con irrefrenabili impulsi islamofobici e anti-arabi, dall’Iraq all’Algeria, dall’Afghanistan alla Somalia, Sgrena chiede il voto a sé e alla lista degli svendoliani, ruotino di scorta del PD, sulla base dell’”esperienza accumulata in vent’anni” . Dio - ma di questo ectoplasma non ce da fidarsi - ce ne scampi e liberi. Instancabile nell’ imbrattare la Resistenza irachena con la mistificazione bushobamiana di “Al Qaida”, accosta (“il manifesto” 5/5/09) l’infanticidio afghano dei valorosi con le stellette, emuli degli israeliani formato Gaza, alla propria peripezia irachena, culminando a cavalcioni del missile USraeliano mirato al “proliferare dei taliban e del terrorismo di Al Qaida” . Trombettiera, più che violinista, della “guerra infinita al terrorismo”, c’è da rabbrividire di cosa questa Menapace-bis sarà capace di combinare al parlamento europeo. Il riferimento è a quella Menapace che ora, dall’alto dei suoi ottant’anni e passa, esprime il “rinnovamento dal basso” delle candidature europee PRC-PdCI, armata di quel pacifismo che in Italia già l’ ha fatta votare a favore di tutte le guerre. Tornando a Sgrena, non dovremmo mai stancarci di chiederle ragione del suo prolungato silenzio (fino a quando non arrivarono le rivelazioni di Rai-News 24) su cosa le dissero, prima del suo sequestro, le donne della Falluja fosforizzata e sulla copertura che continua a dare alla rimozione ufficiale del famoso “quarto uomo” che nei primi tre giorni del sequestro in tutti i bollettini e dichiarazioni figurava in macchina accanto a lei e Calipari e poi svaporò nei misteri d’Italia. Si può immaginare facilmente a chi allora facesse comodo che non si parlasse dello sterminio di Falluja con armi proibite. Ma chi favorisce la Sgrena tacendo sul “quarto uomo”?

La mobilitazione di tutte queste voci, almeno di quelle che sono consapevoli dello stregone cui fanno da apprendisti, fornisce un contributo prezioso e meno DOC alle bordate a base di “antisemitismo”, “terrorismo palestinese”, “Shoah” che i rappresentanti diplomatici e gli emissari governativi israeliani sparano da servizievoli blindati mediatici contro chiunque osi parlare di crimini di guerra degli infanticidi di Tel Aviv, di occupazione, di colonialismo, di tragedia palestinese, di legittima resistenza. Nel marzo di quest’anno il ministero degli esteri israeliano, capeggiato dal pulitore etnico Lieberman, ha riattivato la campagna di reclutamento e mobilitazione di “naviganti” ebrei e non ebrei impegnati a scrivere nei forum e nei blog di internet, in tutte le lingue del mondo, cose in difesa di Israele e a diffamazione dei suoi critici. I volontari ricevono tramite posta elettronica l’informazione da introdurre in rete. Se ricevano altro, ciò non figura in nessuna fattura. Tra i più graditi per questo lavoro da pifferai sono alcuni dei più affermati esperti di comunicazione. Sette ne ha reclutati per gli Usa il consolato di New York perché “combattano i gruppi e individui che distorcono l’immagine del paese”. A questi benemeriti, alcuni dei quali hanno tentato di inserirsi nel mio blog (ma quarant’anni di frequentazioni di quelle parti mi fa rilevare l’odore del pifferaio come fosse il fiato di chi s’è ingollato i calzini di una tappa del Tour), vanno peraltro anche remunerazioni visibili: viaggi-premio-e-formazione per tutta Israele, spese pagate, per raccogliere materiale sul più democratico, morale e gentile paese di questa Terra. Troverete i risultati in Wikipedia, Wikimedia, Facebook e ogni sorta di blog. Sono un coro di cuculi. Ho visto che questi cuculi (per chi non è ornitologo, sono uccelli furbastri che depongono uova in nidi altrui, poi inconsapevolmente covate dai titolari) a volte ricevono credito e dignità di interlocutori seri anche da brave persone, fiduciosi compagni. Quindi occhio.

La situazione, come dice Celentano, non è buona nei vari gruppi italiani di solidarietà con questo e con quello. Ong e Onlus, associazioni di promozione sociale, tutte variamente favorite dall’erario e da contributi dei cittadini, sono solitamente minuscoli aggregati attorno a un galletto che si perpetua plebiscitariamente all’infinito nella carica. Non voglio parlar male del Forum Palestina, straboccante di ottimi compagni e che ha saputo organizzare le poche mobilitazioni del nostro paese e, virtualmente da solo, ha nei giorni scorsi accolto il nazisionista israelo-russo Avigdor Lieberman – “Atomiche su Gaza e fuori tutti gli arabi da Israele” - con presidi e calzanti striscioni. Ma non se ne può tacere l’incongruenza di far fuoco e fiamme sulla tragedia palestinese, escludendo poi rigorosamente da ogni rapporto chi i palestinesi hanno eletto a maggioranza e chi ne è da anni l’espressione resistente e il custode della dignità contro il disfacimento nel collaborazionismo dei bonzi di Fatah. Il rifiuto di aver a che fare con Hamas, legittima forza di governo e perno della Resistenza, fa il paio con l’imbarazzato silenzio di tanti solidaristi, umanitaristi, pacifisti e antimperialisti, quando per difendere la Jugoslavia o l’Iraq etica e logica esigevano che se ne difendessero i dirigenti (poi avvelenati o impiccati), in particolare con uno sforzo di disvelamento delle ingiustificate e strumentali demonizzazioni operate dai signori della guerra. Ne si può evitare di lamentare del Forum Palestina la clamorosa sudditanza logistico-politica ai solipsisti della Rete dei Comunisti e della romana Radio Città Aperta. Sudditanza praticata anche sul sottoscritto quando il Forum ha accettato l’ostracismo nei suoi confronti, dopo anni di vicinanza, decretato appunto dai pezzi da novanta di una Rete impegnata a rincorrere Veltroni. Grave e inesplicabile è stata per l’appunto la connessione Forum-Rete, quando l’associazione di solidarietà con la Palestina si è accodata all’indicibile lista “Arcobaleno per Veltroni” che, con opportunismo pari allo scandalo, la Rete e i Disobbedienti misero in piedi per il secondo mandato del filosionista saccheggiatore di Roma e devastatore della sinistra italiana (risultato: 06%, giustamente).

Per carità di patria, visto che ne sono militante, sorvolo anche su Italia-Cuba, dal vertice infarcito di gente del PD in ontologica contraddizione con una solidarietà a Cuba socialista e rivoluzionaria, che però, a volte, mimetizza la solidarietà con altre meno nobili attrattive dell’isola. Molto hanno fatto i compagni dell’associazione nei loro territori, spesso scontrandosi con farraginosità – e anche peggio – dell’amministrazione cubana di aiuti e opere e se oggi di Cuba la sinistra non osa parlare come si è acconciata a parlare di Milosevic o Saddam, e se c’è più gente in Italia che tiene con Cuba più che con altri meritevoli, il riconoscimento ne va per intero all’associazione e al suo lavoro di verità. Che sarebbe anche più credibile se non facesse lo gnorri quando da Cuba si sprigionano accadimenti non perfettamente in linea con le premesse dettate dalla sua storia e dal suo comandante. Arretramenti, burocratismi, inefficienze, trascuratezze e certi episodi che richiamano bruttissime esperienze del socialismo detto reale, come la cacciata su due piedi, infamante ma senza spiegazioni, di chi al vertice aveva rappresentato, finalmente e con grande valore, la nuova generazione e chi, forse, favoriva una linea più rigorosa su socialismo e antimperialismo, Perez Roque, ministro degli esteri e Carlos Lage, vicepresidente. Sbaglio? Mi si diano elementi di valutazione! Fideismo equivale a cecità politica.

Un altro circoletto dal quale fui cacciato è il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia. Nome altisonante per una cerchia di nostalgici della Jugoslavia (lo sono anch’io). Eminentemente un gineceo in lenta estinzione, raggruppato intorno al solito piccolo ras maschio, sovrano a vita e addirittura attore in filmetti fumettari sulla tragedia serba, dal tanto intenso quanto involontario effetto comico. Soprattutto rimandi a link altrui, inoltro di documenti presi da altre liste, sparute e ondivaghe le informazioni e valutazioni che contano: cosa è successo davvero nei Balcani a partire dal 1991, cosa vi sta succedendo ora. Milosevic un po’ da prendere con le pinze e un po’ da compiangere. Come ci districhiamo tra i vari attori di Belgrado, chi individuiamo come interlocutore con cui lavorare oggi? In quale quadro geopolitico e geostrategico europeo, slavo, internazionale, è inserita oggi la Serbia, quali sono le condizioni dei suoi lavoratori macinati dalla liberalizzazione, quali i focolai di resistenza? Invece una estenuante rivisitazione della vicenda mussoliniana e dei suoi errori, una riesumazione archivistica di fatti e personaggi della prima metà del secolo scorso. Non ci sono nella sinistra disastrata le forze per la mobilitazione contro chi, dopo averla polverizzata, ora sta sbranando la Jugoslavia, imboccato dai quisling ivi installati, o per correre in soccorso agli unici serbi combattivi sopravvissuti, quelli dell’enclave di Mitrovica? Ma che almeno se ne parli, per la miseria! Che ci si rapporti! Magari abbandonando subalternità politiche che lo trascurano o vietano. Metodi e contenuti di questo coordinamento sono autoreferenziali e inadeguati alla bisogna. Ogni critica al bossino è lesa maestà. Sembra che Berlusconi abbia tanti microepigoni.

Ingenuità, personalismi, miserie umane, piccoli calcoli, in fondo venialità. C’è chi invece se la tira alla grande e riscuotendo maggiore risonanza per capacità di autopromozione e referenti politici, non pecca tanto per carenza, quanto per interventi consapevolmente o inconsapevolmente fiancheggiatori. Più che violinisti che ti sussurrano melliflue note all’orecchio, sono enfatici e tonitruanti contrabassisti. Sostenuti da generale stima e devozione, un po’ da martirio (il rapimento di dipendenti), un po’ da rumoroso ruolo politico, danno legittimità, se non sacralità, a posizioni sbagliate che, al netto della retorica umanitarista, non fanno che la rovina di chi si dice di sostenere. Cito due esempi: “Un Ponte per”, dell’immarcescibile Fabio Alberti (era già presidente quando ero alle elementari), la storica Assopace dell’onorevole, cara a Bertinotti e un po’ a tutti, Luisa Morgantini. Il primo, dopo aver campato per anni di turismo iracheno garantito dalla benevolenza del poi anatemizzato Saddam, dopo essersi rilanciato grazie alla patetica messa in scena delle due Simone rapite in Iraq (chissà da chi!) e poi materializzatesi ancora incappucciate nel deserto davanti a telecamere miracolosamente pronte, ha recentemente allestito una kermesse per Ong irachene, nel nome della minestrone “società civile” e nel segno paspartout della “non violenza”. Il momento era, al solito, scelto bene, in coincidenza con il “surge” della Resistenza irachena negli ultimi mesi che ha di colpo vanificato i presunti successi di “sicurezza e pacificazione” che il duo Usa-Iran vantavano dopo rispettivamente il “surge” del generale Petraeus e il mattatoio delle milizie scite. A questi “terroristi” andava messo di fronte il candore vincente della “società civile”. Una società civile che non avrebbe potuto mandare neanche uno dei suoi rappresentanti se le rispettive organizzazioni e sindacati non portassero il codice a barre della ditta israelo-iraniano-statunitense. Anzi, una società civile che, se non si fosse impegnata ad agire tra i muri dell’apartheid politica e fisica eretti dal governo-fantoccio su disposizione dell’occupante, si sarebbe vista trapanare ii crani da Moqtada al Sadr, o dagli sgherri di Al Maliki e di altre milizie collaborazioniste. La totale cancellazione dalla scena irachena di una resistenza armata di popolo che ha vanificato finora tutti i progetti di normalizzazione coloniale, oltre a essere disonesta e antistorica, rappresenta un’offesa sanguinosa a chi, con la scelta più nobile del mondo, si sacrifica nientemeno che per la libertà, alla maniera dei nostri partigiani. Costituisce così un formidabile sostegno a occupanti e fantocci che da sei anni non sognano altro che avere a che fare con quel cucuzzaro di amebe che è la “società civile” irachena e con gli utilissimi “non violenti” di tutto il mondo.

Quanto a Luisa Morgantini, vicepresidente del parlamento europeo, ora in uscita senza rientro, nessuno ne nega i meriti per aver sollevato la questione della sofferenza palestinese in tutte le sedi possibili. Il suo formidabile ego vi ha dato vasta, ma ahimè ambigua, risonanza. Ciò che non torna è contrapporre ai combattenti per la liberazione nazionale della Palestina l’estenuante proposta del dialogo tra i due campi, per il quale la deputata si ostina a raccogliere su è già per i territori occupati sparuti pacifisti di entrambi i popoli che deprechino la violenza di tutte le parti. A sentirsi meglio, dopo, sono solo coloro che hanno manifestato. Morgantini trascura una questione non da poco, quella dei rapporti di forza. La sua imponente presenza non basta a riequilibrarli. Finchè i rapporti di forza non mutano, hai voglia a “dialogare”. Chi ti si impippa? Invece i rapporti di forza cambiano quando un’opinione sempre più ampia si impegna per lo Stato unico e democratico e sostiene questa che è l’unica liberazione con la solidarietà alle forze che lottano in Palestina, con l’informazione corretta, e soprattutto con il boicottaggio alla sudafricana (BDS: boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni). In tanti anni di rumorosa presenza morgantiniana nei territori occupati, la sua strategia non ha scalfito minimamente la determinazione israeliana di irridere a qualsiasi dialogo, di trasformare ogni trattativa in una farsa con Abu Mazen arlecchino servitore di due padroni (Usa e Israele), di strafottersene di qualsiasi impegno dialogico assunto. Israele è passata sui gentili propositi di Morgantini come uno di quei caterpillar che disintegrano case, seppelliscono coltivazioni e uccidono Rachel Corrie. A partire dalla superfetazione delle colonie, dall’espulsione ventilata dei palestinesi con cittadinanza israeliana, dalla stragi ricorrenti, dal sequestro e dalla tortura di undicimila persone, bambini compresi, dagli espropri, dalle vessazioni, da un razzismo che ha visto, dopo anni di perorazioni sui “due stati per due popoli”, il 96% della società israeliana appoggiare la carneficina di Gaza, sostenere il muro dell’apartheid, non obiettare alla frantumazione dello “stato” palestinese in un piccolo sistema lego buttato per aria per vedere cosa succede quando ricade a terra.

Al "Ponte per", a Morgantini, ai partiti della sinistra “radicale”, a Obama, al resto del mondo, la balla dei “due stati per due popoli” sembra star bene. Esonera dal prendere posizione dalla parte giusta, quella che Obama chiama “terrorista”, l’unica in campo, fornisce apparenze di equilibrio che sistemano la coscienza. Peccato che non stia bene, neppure nelle apparenze, a Israele. Non più. Ora che ci sono Netaniahu, Barak e Lieberman. Ma, anche prima, non è che ci avessero mai creduto. Eretz Israele ueber alles. Tutto, da Madrid a Oslo a Camp David a Taba ad Annapolis, evidenziava la totale ipocrisia dei governanti sionisti, smascherata dalla evidente strategia di ridurre i palestinesi a entità in effettuale, ma ascara contro dissidenti e resistenti, a spezzettarne un territorio ridotto al 12-17% della dimensione storica, a frantumare in tutta la regione le unità statuali arabe per linee etnico-confessionali. Le tesserine palestinesi sparse tra le superstrade probite e le colonie sono circondate da tutti i lati da Israele, valle del Giordano compresa. Ora c’è anche la richiesta di riconoscere Israele come "stato etnico dei soli ebrei", ripugnante dal punto di vista etico, criminale da quello politico e che pone il 22% della popolazione, i palestinesi israeliani, in condizioni da CIE maroniano, Centro di Identificazione e Espulsione.

Non c’è studioso e commentatore serio, sia tra gli ebrei e gli stessi israeliani, che tra i non-ebrei, che non riconosca come i due stati siano un’aberrazione irrealizzabile, se non si pensa che Israele cacci via mezzo milione di coloni, riconosca il diritto al ritorno di 5 milioni di palestinesi, restituisca tutti i territori al di là di quanto sancito dall’ONU nel 1947, ammetta frontiere certe, esercito, indipendenza economica, e rinunci a rubare quell’acqua di cui lascia un decimo ai suoi titolari. Lo sbocco inevitabile, giusto, realistico resta di conseguenza lo stato unico per tutti coloro che vivono, con pari diritti, su quella terra. Insistere sulla truffa dei due Stati, significa restare – e tenere la gente – a metà guado. A rischio di finire per sempre a mollo, o di essere spazzati via da un’onda anomala. Chi insiste non fa che l’interesse di un Israele bulimico di espansione e pulizia etnica. Basta pensare che lo stesso Ratzinger, reduce da Israele, ma non da Gaza, ha sussurrato a ogni sasso in Terra Santa le sue infallibili certezze sui due Stati, uno per i “fratelli maggiori” e uno per gli infedeli.

Chiudo con la solita solfa sul “manifesto" da €1.20 (2.50) e, ora, da quattro pagine in meno. Quanti lettori in meno? Hanno tolto perfino i programmi televisivi. Andrà bene per quei puristi che leggono Siddharta ma rifiutano di guardare la tv. Per tutti gli altri significa che quel costoso giornaletto gli diventa il secondo giornale, con addizionale esborso per il primo. Ma questo è niente. Sempre per il gusto di starsene in mezzo al guado, anzi un po’ più in là, il “manifesto” del 6 aprile, apre l’interno con titolo a due pagine sull’ammazzamento di una bambina in Afghanistan da parte dei nostri prodi soldati. All’”incidente” l’articolo del noto giornalista di “Lettera 22” dedica su tutta una pagina ben 5 (cinque righe). Il giorno dopo il delitto. Da sempre compatibilissimo con l’occupazione, purchè un po’ più blanda, e contro il “terrorismo dei turbanti”, l’articolista dedica una buona parte al fastidio provato sulla via per l’aeroporto di Kabul per i blocchi messi dal premier Karzai. La parte più ampia è rigonfia del gran lavoro di ricostruzione dei nostri militari nel PRT (Provincial Reconstruction Team). Con qualche alzata di sopracciglia per la “troppa confusione" tra intervento civile e intervento bombarolo e mitragliatore. Eppure tutti sanno che la favoleggiata ricostruzione sta all’impegno militare, a partire dai termini finanziari, come un parapendio sta a un F-16. Intanto la toppa al buco nero è messa.

Un ricordo di Stefano Chiarini, il migliore di tutta la nostra categoria, me lo strappa colui che, insieme alla Sgrena, è ora chiamato a occuparsi dei mondi al cuore dei quali Stefano ci ha portato per anni. L’attuale mediorientalista del “manifesto”, divagando fino ai confini della Cina (sempre roba musulmana è), riempie una pagina con le indiscutibili (per lui) dichiarazioni di tale Rebiya Kadeer, equivalente cinese del tibetano Dalai Lama e a lui devotissima. Si tratta della capa di una di quelle organizzazioni di popoli o minoranze “oppresse” su cui fa affidamento Washington per demonizzare e poi buttare all’aria governi non allineati. Sono quelli del Darfur, delle sette millenariste cinesi, già del brigantaggio iracheno opposto a Saddam, della Moldavia comunista, della Birmania di Aung Su Ky, dei gangster anticastristi di Miami. E tutti a Washington stanno e mica male vegetano. In questo caso di tratta di una militante pannelliana, cinese di etnia uiguri, membro eminente del Partito Radicale Transnazionale (e già qui l’articolista avrebbe dovuto rabbridividire), che mette a disposizione della Cia, del Pentagono e del Dipartimento di Stato i suoi servizi e le rimostranze di coloro che rappresenta (al tempo delle Olimpiadi avevano fatto saltare per aria un po’ di edifici governativi) nella provincia cinese a maggioranza islamica dello Xinjiang. Tutto questo lo dice la signora stessa, insieme a un elenco di nefandezze cinesi del tutto indistinguibili da quelle che venivano attribuite ad altri “dittatori sanguinari” indocili. Roba da manuale. Come il Dalai Lama, chiede, per ora, solo l’autonomia, ma fa capire che certo non basta. Roba che suonerebbe a qualunque giornalista cento campanelli d’allarme e altrettate contestazioni. Non al nostro. Ma non si erano bevuti anche il “genocidio nel Darfur”, “il dittatore Milosevic”, il “gassatore dei curdi” Saddam, il “demente tiranno” Mugabe, lo “zar” Putin, l’11 settembre, il subcomandante Marcos e il sub-sub Bertinotti?
Sarà per questo che “il manifesto” soffre di emorragie?

mercoledì 6 maggio 2009

DVD "ARABA FENICE, IL TUO NOME E' GAZA". LIBRO "DI RESISTENZA SI VINCE"









E' uscito il mio nuovo docufilm su Gaza, Palestina, Medioriente e su come sono cambiati, dopo il massacro e la resistenza di Gaza, i paradigmi dello scontro coloniale e di classe in Madioriente e nel mondo.


Ordinatelo e prenotate presentazioni con l'autore: visionando@virgilio.it, e tel/fax 06 99674258.




E' anche uscito il mio nuovo libro "DI RESISTENZA SI VINCE", Malatempora editrice, 200 pagine, €15.00. La testimonianza dall'inferno di Gaza sullo sfondo dell0 scontro tra imperialismo e popoli in lotta, con la denuncia delle subalternità e connivenze nelle sinistre italiane.


Anche per Malatempora editrice il mio "DELITTO E CASTIGO IN MEDIORIENTE" sulla fallita aggressione israeliana al Libano, tappa decisiva nella strategia USraeliana per il "Nuovo Medio Oriente", 180 pagine, €12.00.


Si possono ordinare in libreria o, con lo sconto, a malatempora@libero.it.