martedì 23 giugno 2009

"CON QUESTI NON VINCEREMO MAI!" IRAN: l'internazionalismo destro dei sinistri









































I peggiori mali che l’uomo abbia inflitto all’uomo sono venuti da persone che si dicevano certe di qualcosa che, in effetti, era falso.
(Bertrand Russell)
Fare propaganda è convincere la gente a farsi una convinzione nascondendole i fatti.
(Harold Evans)
Il linguaggio politico è finalizzato a rendere bugie verità e guerre rispettabili, e a dare un’apparenza di sostanza al vento.
(George Orwell)

Dunque, la rinnovata adesione del PRC alla truffa dei “due stati per due popoli in Palestina” e alla “lotta del popolo iraniano”, lo pone in ottima compagnia: Netaniahu, Obama, Cicchitto, Sarkozy, la Cia, il Mossad, TG1, TG5, CNN, BBC, l’intera banda della disinformazione universale e, immancabile alle scadenze dei genocidi, Adriano Sofri.
Così il “manifesto” e “Liberazione”, condotti per mano dai fiduciari di punta della lobby ebraica. Così, petto in fuori e vessilli crociati o laici al vento, tutta l’armata pacifinta e diritto-umanista che, serrati gli occhi sull’obliterazione di Iraq, Palestina, Jugoslavia, Afghanistan e ora, grazie alla “svolta” di Obama, anche Pakistan e Somalia, torna a infervorarsi, come ai tempi di Sarajevo, Belgrado, Kiev, Tblisi, Beirut, per l’affresco dell’Iran appeso dall’imperialismo bianco, cristiano, civile, moderno, nel museo colossal delle Grandi Turlupinature della Storia.

Del PRC non c’è da meravigliarsi. Al guinzaglio del guinzagliato Veltrinotti in marcia di avvicinamento al postribolo borghese, il partito aveva affidato il suo internazionalismo a Von Klausewitz della geopolitica come Salvatore Cannavò e Ramon Mantovani, che celebravano la resa della Serbia a Usa-UE per mano dei “compagni no-global”, ma anche Cia, di Otpor (poi operativi in Georgia e Ucraina); o come Gennaro Migliore, il quale inorridiva con Sharon davanti allo slogan “Intifada fino alla vittoria” ; o come Fabio Amato che, sceso dai suoi Sound System, inneggia oggi alla “rivoluzione verde” in coppia con il responsabile esteri di un’organizzazione iraniana di cui si sono perse le tracce trent’anni fa. Arriva, il PRC, facendo sghignazzare di goduria Cia, Mossad, MI6, a chiedere “a tutte le forze democratiche italiane, alle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti, di sostenere il movimento iraniano, moltiplicando gli atti di protesta a supporto della lotta democratica del popolo iraniano” . Si celebra così il matrimonio morganatico (del principe con il plebeo) tra PD, UDC, PDL e la cosiddetta “sinistra radicale”, autenticando la “diversità assoluta” rispetto al PD che era stata codificata nelle tavole della legge del nuovo PRC. Tra le righe si percepisce l’invocazione, a stento repressa, al solito “intervento umanitario”.

In questo diadema di vetraccio fatto passare per diamanti, spicca uno che, assoldato alla pulizia etnica condotta da croati, bosniaci, kosovari, israeliani, fin da quando transitò dall’antimperialismo rivoluzionario di Lotta Continua (perciò lo conosco bene) al libro paga di Giuliano Ferrara (Il Foglio), Carlo Rossella (Panorama) e Ezio Mauro (Repubblica), segna di menzogna tutta la compagnia cantante il coro de diritti umani. Si chiama Adriano Sofri, scrive intrugliati saggi al servizio di ogni possibile guerra, di bombe o di velluto. In tal modo si è guadagnato libertà, privilegi e guiderdone come a nessun condannato per omicidio è mai capitato. Al tempo del ricambio imperialista dell’imperatore persiano con un chierico rancoroso, stragista di comunisti e iracheni, Sofri e la sua spalla Carlo Panella, pure lui nella truppa di ascari USraeliani di Ferrara, inneggiarono alla “rivoluzione islamica”. Pareva che non avessero capito nulla, invece, istruiti nelle segrete stanze, avevano capito tutto.

Khomeini era l’asso nella manica degli ultrà della rivincita colonialista che, togliendo di mezzo l’Iraq, doveva far fuori la minacciosa prospettiva dell’unità araba. Così, ancor meglio, quel corrotto satrapo ladrone, filo-yankee da sempre, di Rafsanjani e, poi, un po’ meno bene, il riottoso Mahmud Ahmadi Nejad. Solo che a costui è andata di lusso finchè ha partecipato, insieme agli Usa e all’Occidente, all’allestimento del banchetto iracheno e alla liquidazione dei Taliban. Ma poi, diventato in virtù del suo antisionismo e delle sue ambizioni da potenza regionale, portate avanti anche con l’appoggio alla resistenza palestinese e libanese, un catalizzatore della collera araba e di tutti i Sud del mondo e quindi uno scoglio intollerabile contro le razzie israeliane, ha incominciato ad andargli malissimo. Si scatena la superpotenza nucleare Israele e trasforma lo sviluppo del nucleare civile iraniano, legittimo in tutto il mondo, in megatoni d’assalto contro i sopravvissuti della Shoah. Ripartono le geremiadi delle nostre zannute ginocrate sull’infame velo. Venendo da una società in cui donne, più degradate che in qualsiasi paese musulmano, per far soldi devono rendere servizietti al premier, o sbatterci in faccia capezzoli e inguini, sotto facce ottuse, tutte uguali, non c’è male come coerenza femminista. Insomma tanto si è fatto, tanto si è sparlato da creare ricche motivazioni per indurre la conventicola teocratica giudeo-cristiana a infilare Ahmadi Nejad nella categoria dei reprobi da regime change e da scatenargli contro il vecchio fantoccio Musavi, collaudato nei traffici Cia dell’Iran-Contra, con dietro la classe sociale di mercanti, trafficoni (anche di droga), feudatari e fighetti borghesi. E pour cause : sugli interessi di questi ceti parassiti, oltre a tutto, Ahmadi Nejad aveva fatto prevalere, a forza di redistribuzione della ricchezza, di interventi su sanità, istruzione, viveri a prezzi sussidiati, gli interessi dei poveri, lavoratori, contadini, certo con tanto di velo e senza culi e tette al vento.

Conviene, comunque, ricordare ai chierichetti diritto-umanisti, più o meno consapevole mercenariato imperialista, i connotati precisi della nemesi iraniana Mir Hussein Musavi (vedi anche il mio precedente post sulla rivoluzione verde). Angolo persiano dell’esagono USA che comprendeva Michael Ledeen (neocon del Pentagono)-Kashoggi (miliardario saudita, fiduciario Cia)- Ghorbanifar (mercante d’armi iraniano)-Oliver North (esecutore Iran-Contra)-Ronald Reagan (mandante Iran-Contra), l’ex-premier 1980-85 negli anni ’80 si è arricchito del traffico d’armi e droga con cui Israele, Khomeini e la Cia finanziarono l’assalto Usa al Nicaragua sandinista (20mila morti), nonché la guerra dell’Iran all’Iraq su mandato USraeliano. Tutto questo accadeva sotto l’ombrello di alcuni istituti specializzati in operazioni sporche destinate a rimuovere fisicamente avversari e a effettuare cambi di regime senza l’intervento ufficiale delle forze armate. Nella Coalizione per la Democrazia in Iran figuravano, oltre ai partner di Musavi sopra citati, esperti di destabilizzazioni come lo JINSA (Istituto Ebraico per la Sicurezza nazionale), l’ex-capo della Cia James Woolsey, l’American Enterprise Institute, l’Hudson Institute, il National Endowment for Democracy, più una prezzemolata di ultrà del bellicismo Usa. Tutta roba già attivatasi con soldi, logistica e capobastoni neocon come Brzezinski, Richard Perle, Elliott Abrams. Robert Kagan, William Kristol, per le varie rivoluzioni colorate, a partire da Belgrado e dalla Cecenia e a finire con il Darfur e ora l’Iran. Come anche documentato egregiamente da un’ agghiacciante puntata di “Report” di qualche tempo fa.

Ineguagliabile la prosa da neomelodico Adriano Sofri (apertura in prima pagina di Repubblica): “La minaccia ha la divisa nera dei picchiatori e degli sfregiatori arruolati a milioni (bum!) dal delirio khomeinista". Tra chi è il confronto, secondo questo Oriano Fallaci da macero? “Tra uomini fanatici dalle barbe accuratamente incolte e le ragazze libere e intrepide…”. Ragazze che così gli raccontano la “rivoluzione”:
Sto ascoltando la musica che amo, anzi voglio mettermi a ballare con qualche canzone. Ho le sopracciglia sottili, può darsi che, prima, passi da un salone di bellezza domani…”
Questa la descrizione dell’ inedito “soggetto rivoluzionario” fresco di salone di bellezza: “Sempre nuove ragazze si sono riguadagnate millimetro per millimetro la loro cospirazione per la libertà, un fazzoletto spostato indietro sulla fronte, una ciocca di capelli sbucata come per distrazione da una tempia, una festa senza la tetra mascheratura come in una effimera terra di nessuno…. Mai è stato così chiaro da che parte stare. Di un Dio che bastona e stupra e lapida (guardate, non è mica il dio di Bush, a quello Sofri leva alleluia), o di un dio che sorrida dal vento tra i capelli delle ragazze…” Stiamo, come tendenza culturale, tra il vecchio Bolero Film e Carolina Invernizio. Quelli che mettono le mani nei “capelli delle ragazze”, sono rozza plebaglia al seguito di costruttori di bombe atomiche (per Sofri, più celere di Netaniahu e Lieberman, l’Iran ce l’ha già. Di quelle israeliane non si parla) che vogliono la “distruzione di Israele” (solita sineddoche falsa e tendenziosa: Ahmadi Nejad ha sempre parlato di smantellamento dello Stato sionista e razzista, non di Israele) e pretendono di aver vinto “un’elezione normalmente truccata” . Naturalmente, all’ex-rivoluzionario trasvolato tra gli ascari di Pannella e poi di Craxi non cale assolutamente dell’aspetto di classe della vicenda iraniana. Di capelli e saloni di bellezza negati si tratta, nell’eterna guerra dei ricchi contro i poveri. Tanto più che i ricchi come Sofri possono godere della “fortuna, del vanto e del privilegio di vivere in democrazia" e, dunque, di “poter scegliere che uso fare del vento fra i capelli ”. Fortuna e vanto di cui godiamo l'impareggiabile privilegio grazie a zoccole, lodi Alfano, sbirri, militari e ronde spaccacrani. Fortuna negata a quelli di Gaza, visto che il vento nein capelli e nei pomoni gli porta fosforo e uranio. O a quelli del Messico dove il favorito di Marcos e di Sofri, Calderon, da Washington ha fatto soffiare un vento che gli ha portato in grembo un milione di voti rubati al vincitore Obrador. Ma di ciò a Sofri poco importa.

Si chiedano gli indignati apostoli dei diritti umani, fatti di capelli al vento e saloni di bellezza e mai di pane, istruzione, casa, terra, autodeterminazione, come ci si trova chiusi, insieme a Sofri, Allam, Fallaci e ascari vari, in una camera iperbarica dove l’alimentazione Cia-Mossad tiene in funzione i detriti comatosi del trasformismo italiota. Se lo chiedano meglio, ricordando questo caporale di giornata sull’attenti a ogni convocazione imperialsionista, mentre a Sarajevo avallava la bufala assassina del fascista Izetbegovic sulle “bombe serbe” contro donne bosniache in fila al mercato. Bombe che invece il despota islamico aveva fatto lanciare, lui, sulla sua gente, in combutta con gli squartatori Nato della Jugoslavia (come appurato dalla commissione d’inchiesta ONU). Ma tant'è, la "rivelazione" dell'emissario agevolò i successivi bombardamenti Nato.

Sia chiaro: sui governanti di Tehran, immancabilmente definiti “dittatori” anche da coloro cui il nostro regime sta sottraendo perfino le bolle di sapone della legalità borghese, io mi sono espresso negli anni senza la minima indulgenza. Pur laico e anticlericale da far impallidire le migliori intenzioni di Robespierre, non mi sono azzardato a far da grillo parlante su costumi, religioni e culture di altri mondi con altri tempi. Ma quanto al cinismo di un regime che, d’intesa con i peggiori serial killer dell’umanità, da un lato assassina l’Iraq e collabora all’assassinio dell’Afghanistan (pur, come l’Iran, senza “vento nei capelli”) e, dall’altro, si espande regionalmente sfruttando la giusta resistenza di libanesi e palestinesi alla soluzione finale sionista, non gliene ho mai fatta passare una. Fin da quando nel 1979, sulle montagne del Kurdistan iracheno, vedevo villaggi iracheni bruciare sotto proiettili israeliani da cannoni persiani, mesi prima dello scoppio della guerra. Fin da quando vedevo i militari di Saddam (laico, socialista, con tutto il vento del mondo nei capelli delle ragazze, ma diabolizzato lo stesso) rastrellare i sabotatori infiltrati dall’Iran in tempo di pace. Fin da quando stavo sotto le bombe bushiane di Shock and Awe che davano via libera alle milizie assassine scite al soldo di Tehran. E fin da quanto si scoprì che a gassare i curdi di Halabja erano stati gli iraniani, a dispetto di una bufala, ingoiata da tutti, che aveva attribuito la strage a Saddam. Non corrano, gli utili idioti, a darmi del filo-Ahmadi Nejad perché tra un quisling della destabilizzazione voluta dall’imperialismo e un presidente nazionalista, democraticamente eletto, non mi piego all’ennesima truffa colorata. Qui non era in gioco il crepuscolare “vento nei capelli delle ragazze” (ragazze, peraltro, che lì possono abortire fino al 45° giorno, divorziare, prostituirsi, cambiare sesso con la mutua, fare tutti i mestieri e laccarsi le unghie prima di scendere in piazza). Qui l’Iran si sta giocando il ruolo di ultimo Stato della regione, accanto alla Siria, non divorato dagli sterminatori della sovranità dei popoli. Dei morti ammazzati nei cortei di Tehran, come delle devastazione fatte prima da un vento che non scompigliava capelli, ma incendiava e saccheggiava case, edifici pubblici e verità, si chieda conto ai burattinai di tutte le “rivoluzioni colorate”. Stanno a Washington, a Langley, a Tel Aviv. Stavano anche sui terrazzi di Caracas, quando, per incolpare Chavez di strage analoga, cecchini di estrazione israeliana spararono e ammazzarono. Allora furono 60.

C’è di tutto sul carrozzone degli utili idioti e degli amici del giaguaro che, trainato da somari, viaggia verso il paese dove le orecchie da somaro crescono a chiunque. E il contrario di tutto, concesso ma non ammesso che quello che in Italia si definisce di sinistra, o centrosinistra, sia il contrario di quanto si definisce di destra. Cosa smentita anche in questo caso dal comune rovesciamento della verità iraniana. Tra i paggetti sul retro del Landau c’è anche tal Niki Vendola, governatore delle Puglie, un OGM delle coltivazioni postcomuniste dalle fattezze di cera sotto calore, la cui onestà intellettuale viaggia disinvolta tra contraddizioni vertiginose. Agli anatemi contro i fondamentalisti di Tehran, fautori di veli e persecutori di omosessuali, si sposa una scalmanata devozione a Chiesa e papi che l’omosessualità la vedono come Khomeini vedeva Moana. Primo atto del governatore della Puglia, seguito dalla privatizzazione del massimo acquedotto nazionale, l’intitolazione dell’aeroporto di Bari al caro polacco Woytila. Il secondo atto venne forse suggerito dalla necessità di un miracolo per la sua giunta sprofondante nella melma della sanità pugliese (vicepresidente inquisito e dimissionario, uomo della “primavera” di Vendola), oppure dal bisogno di un’assoluzione per essersi fatto fuori, secondo gli autorevoli Rizzo e Stella, la bellezza di 350mila euro per esibirsi alla 4 giorni newyorchese del Columbus Day (la sceneggiata con cui i coloni Usa coprono il genocidio dei nativi). Trattossi dell’omaggio al gabbamondo dagli autograffi sul palmo delle mani, al “santo di stoppia” secondo papa Roncalli. Si vocifera che ora lo Svendola pensa di sostituire la mummia di Lenin con quella di Padre Pio. Forse per le virtù rivoluzionarie che il monaco manifestava già negli anni venti quando, con manipoli di squadristi del foggiano, andava pestando e sfasciando esponenti e comuni di sinistra. Vendola in fila tra i fedeli rintronati e poi militante montalciniano, prostrato in venerazione davanti alla salma riesumata e siliconata, creatrice a S. Giovanni Rotondo della più abbietta e sanguisuga superstizione dai tempi dell’invenzione della reliquia del Santo Prepuzio: è un continuum vendolottiano di tutta la conventicola umoristicamente chiamata “Sinistra e libertà”. Si parte dagli ex-voto al Dalai Lama, al papa, a Padre Pio e si finisce coerentemente con i vituperi contro Ahmadi Nejad e i “terroristi islamici”, ovunque e specialmente a Gaza. Dite voi se si tratta di utili idioti o amici del giaguaro. Già mi rimproverano che vedo Cia e Mossad dappertutto…E’ che stanno tutti nello stesso caravanserraglio, Frattini, Hillary, Gordon Brown, Minzolini, Pagliara, Parlato, Bertinocchio, Marina Forti (“I brogli di Ahmadi Nejad”), Left (“Il voto rubato”), Franco Giordano, Veltroni, Ingrao, Rossanda… ci si confonde tra tutte queste orecchie d’asino. Tra le quali spiccano per proterva lunghezza quelle di Gigi Sullo, il direttore della rivista “Carta”, house-organ del Fregoli Marcos e delle sue sei residue caracoles zapatiste. Merita una menzione speciale per quel numero intero dedicato al musulmano libico Gheddafi, un altro Hitler ovviamente (anche se fuori tempo rispetto all’impostazione Usa), che rinchiude in orridi campi di concentramento i profughi africani. Punta avanzata di una pattuglia di ringhiosi eurocentrici, dall’inconscio revanscismo coloniale, l’uomo zapatico avrebbe fatto bene a considerare che in Libia arrivano le torme di disperati dall’intero continente, roba che neanche una potenza come gli Usa saprebbe affrontare. Che quei disperati sono in fuga dai disastri che tutti sono stati combinati dai par suoi bianchi e cristiani, in termini militari, politici, economici, ambientali, climatici. Che la genìa della quale lui è un tardo, ma non indegno, derivato, della Libia aveva fatto tabula rasa come meglio non avrebbe potuto il Sahara, gassandone, bombardandone, impiccandone e uccidendone nei campi di concentramento mezza popolazione. Qualsiasi cosa si possa attribuire a Gheddafi, che comunque per il suo paese ha fatto un po’ meglio di decine di premier democristo-socialisto-ulivesco-berlusconidi, nessun erede della più sanguinaria dei genocidi coloniali ha il diritto di agitare il ditino. Prenditela con coloro che costringono a fuggire in Libia le vittime dei loro crimini. E semmai con quel tuo subcomandante che, da chissà quale pulpito, si permette di sbertucciare i leader e i movimenti antimperialisti di mezzo mondo.

E’ un’ armata Brancaleone che, ispirata dagli sfracelli del duo papa-imperatore da Sacro Romano Impero, con l’innesto di qualche rabbino dalla ferità talmudiana, si è dato il compito di coprire di gigli umanitari le volpi e i conigli mandati a mandare in vacca la volontà della maggioranza degli iraniani, nonchè le corazze e le balestre di ogni nuova crociata e magari i 500 ascari e i Tornado promessi dal guitto mannaro al neo-sfracellatore Usa di Afghanistan e Pakistan, a rinforzo di chi già si è fatto le ossa mitragliando famigliole “integraliste” L’assunzione incondizionata del paradigma del “terrorismo islamico” (presto, vedrete, daranno dell’Al Qaida anche a Ahmadi Nejad) lo concede e lo impone. Vantano, questi fustigatori dell’oscurantismo islamico, radici in un Occidente dove non esiste più l’ombra di un voto onesto, sia per brogli sistematici che portano al potere presidenti e vassalli, sia perché l’oligarchia mediatica predispone i cervelli alla scelta voluta, fosse anche del più nefasto dei propri nemici di classe. Epperò si permettono di strepitare di brogli in un’elezione che ha confermato tutti i sondaggi, interni ed esterni, più di trenta, che ha visto un dibattito libero e vivace come nella zombilandia occidentale manco ce lo sogniamo, un’affluenza dell’80%, una differenza di 21 milioni sul candidato appoggiato da tutta la cosca Nato e in cui, per sovraprezzo, si è deciso di andare alla verifica di tutti quei voti per cui sono state avanzate contestazioni. Hanno individuato la prova della truffa nella comunicazione dei risultati appena due ore dalla fine dello spoglio, ma hanno guardato dall’altra parte quando lo sconfitto annunciava la propria vittoria ore prima della fine del conteggio. Orgasmatiche tra le sorelle verdi scese su alti tacchi dai quartieri alti, le vibranti inviate dei nostri media non hanno mai messo piede nelle provincie, nelle città e nei villaggi dell’entroterra dove da anni Ahmadi Nejad gode di un appoggio stramaggioritario. L’evidenza di uno scontro di classe tra borghesia dei commerci, delle professioni, degli affari e i ceti dei meno abbienti, l’hanno accantonata con lo sprezzante “non sempre il proletariato fa le scelte giuste”. Avrebbero potuto documentarsi sul perché il presidente abbia vinto tra i lavoratori del petrolio e delle grandi industrie: avrebbero scoperto che a costoro non piaceva il programma riformista di privatizzazione di tali industrie e deregolamentazione dei servizi pubblici. Fossero andati nelle regioni di confine, avrebbero potuto capire le ragioni del massiccio voto per Ahmadi Nejad nel suo rafforzamento della sicurezza alla frontiere contro le sempre più virulenti minacce israeliane e statunitensi e le operazioni sporche finalizzate a creare movimenti secessionisti. Ecco, invece, che riemerge, per tutto ridurre ad unum, l’ombra di Hitler, quella da tempo cucita dai nazisionisti e neocon sulla figura di Ahmadi Nejad. Non è stato così con Milosevic, con Fidel, Kim Jong Il, Chavez, Nasrallah, Saddam? E mai con Uribe, Mubaraq, Netaniahu? E qual’era il crimine hitleriano di costoro se non la mancata calata dei pantaloni davanti a Exxon, Monsanto e il Pentagono? Repetita juvant, ma solo per chi non è stato infettato dalla sindrome di Giuda.

Netaniahu aveva sollecitato i propri accoliti sionisti negli Usa a giocare fino in fondo la carta della frode elettorale, onde distogliere Obama da eventuali dialoghi con Tehran. L’emittente Usa “ABC” e il londinese “Daily Telegraph” avevano annunciato nel maggio del 2007 che la Cia aveva ricevuto il mandato presidenziale di unire le operazioni sporche per destabilizzare il governo iraniano a una grande campagna di propaganda e disinformazione contro il regime dei mullah. John Bolton, ex-ambasciatore Usa all’ONU, aveva dichiarato che un attacco all’Iran sarebbe stata l’opzione estrema, ma solo dopo sanzioni economiche e dopo il fallimento di una rivolta popolare per presunti brogli elettorali. Il giornalista investigativo Seymour Hersch, premio Pulitzer, aveva rivelato mesi fa sul “New Yorker” che il Congresso aveva approvato una richiesta della Casa Bianca di finanziare con 400 milioni di dollari una grande campagna di sabotaggi del potere religioso iraniano. Un giorno prima delle elezioni, il neocon Kenneth Timmerman scrisse che vi sarebbe stata una “rivoluzione verde” a Tehran per la quale la National Endowment for Democracy (NED), quella dietro a tutte le “rivoluzioni colorate”, avrebbe già speso milioni di dollari. I legami del gruppo Musavi con Ong finanziate dalla NED sono noti. Per quale motivo preparare una “rivoluzione verde” prima del voto, visto che Musavi e i suoi si dicevano sicuri della vittoria?


Tutto questo dovrebbe porre un freno agli ossessi dell’unità delle sinistre. Unità con chi? Unità con i bulimici di strapuntini PD? Unità con chi si mette la stola del Dalai Lama e sfoggia sorrisi celestiali? Unità con chi salta su e marcia a ogni suon di tromba dell’associazione a delinquere chiamata “comunità internazionale”, fino alla disintegrazione del Sudan grazie ai mercenari locali nel Darfur, fino al doppio stato in Palestina che destina quel popolo alla sottomissione, alla frantumazione, all’estinzione. Fino all’esportazione dei “diritti umani” e della “democrazia” tipo Uribe, Karzai, Al Maliki, Mubaraq, in Somalia, Eritrea, Venezuela, Cuba, Nepal, Gaza, Bolivia, ovunque nel mondo vi sia una miniera da arraffare, una foresta da tagliare, una sorgente da rubare, un popolo di troppo da sterminare. Pigolìì sommessi e incerti sono state, a questo proposito, le voci non allineate che resistono in nicchie anatagoniste. La lezione pro-Nato del compromissorio Berlinguer e le flatulenze collaborazioniste di Bertinotti hanno prodotto un degrado etico-politico universale. Hanno avvolto il maglio dell’imperialismo nell’ovatta dei diritti civili e di una democrazia talmente falsa da nobilitare al confronto l’ipocrisia di 2000 anni di pontefici di Santa Romana Chiesa. E senza sapere di imperialismo, cari compagni, non si sa e non si fa un fico secco di lotta di classe. E non la si sa e non la si fa mai più con queste escrescenze spurie di una storia compromessa, qualsiasi unità si voglia costruire incollando i cocci di un’anfora il cui vino è andato a male da tempo. Personalmente non sono disposto a estenuarmi ulteriormente in indulgenze per chi arriva a vertici di idiozia o collateralismo come quelli denunciati in questa scritto. Chi toppa sull’imperialismo e sull’internazionalismo non può avere voce in capitolo neanche su precari, terremoto e Vicenza. Si deve ripartire da capo, que se vayan todos.

sabato 20 giugno 2009

DALL'ETNA ALL'ABRUZZO: DISTRUGGERE PER SPECULARE, DEVASTARE, MILITARIZZARE, LAGHERIZZARE
















Permettendomi di mettere sul blog questo scritto (già diffuso in rete), epitome del laboratorio del nuovo fascismo che il guitto mannaro e i suoi scagnozzi, sicari di mandanti occulti, hanno messo in piedi in Abruzzo, mi viene da ricordare un’esperienza personale a conferma della strategia che promuove e governa i disastri “naturali” nel nostro paese.

Era l’inverno-primavera del 1991 e il Tg3 mandò me e il mio indimenticabile superbassotto Rambo sull’Etna dove si era verificata una colossale eruzione che stava minacciando da un paio di mesi, nell'assoluta inerzia della combriccola democristian-socialista romana, l’abitato di Zafferana. Ci rimasi, venendo e tornando a varie riprese, un paio di mesi. Chi si occupava dell’eruzione era Franco Barberi, vulcanologo e allora capo della Protezione Civile di nomina craxiana. Combinò, il Barberi, cose fantasmagoriche che, pur cambiando di contenuto ogni par di settimane, dovevano ognuna garantire il blocco della colata e delle sue numerose bocche effimere, esplosioni di lava che si verificavano qua e là, perlopiù a valle delle colate principali.
Come prima mossa, accompagnata dall’ilarità della comunità vulcanologica internazionale e di quel centro di eccellenza che era l’Istituto di Vulcanologia di Catania e che i governo aveva esautorato del tutto, ci fu lo scavo di fossi e l’erezione di terrapieni. Con tranquilla noncuranza, il vulcano si mangiò entrambi e arrivò a bruciare le prime case di Zafferana.
Sui resti delle case incenerite gli abitanti scrissero: “Grazie, governo!” (erano mesi che i loro allarmi erano rimasti inascoltati a Roma), ma furono messi al loro posto da Vittorio Sgarbi, col quale nell’occasione ebbi una clamorosa litigata dopo che lo strepitone smanierato inveì contro la “brutte case” che emigranti di ritorno con quattro lire avevano costruito sulle pendici. Memorabile fu la sua invocazione “Forza Etna!”. Stava già allora, lo Sgarbi, dalla parte giusta.

Polverizzate dall’Etna e dal ridicolo, quelle barriere barberiane, il generalone che imperversava napoleonicamente sul vulcano pensò bene di ricorrere alla potenza di chi, all’insaputa delle sinistre già in quei tempi dimentiche di imperialismo, colonialismo, Nato e basi Usa, determinava ogni aspetto della vita e ogni manomissione della sovranità nazionale. Erano le settimane in cui ci apprestavamo a fargli da reggicoda bombaroli nella prima Guerra del Golfo. A maggiore gloria del Grande Alleato, Barberi invocò l’intervento degli elicotteri-monstre Chinook dalla vicina base di Comiso. Una specie di Apocalypse Now dalla quale i prodi aviatori Usa, nella riconoscenza degli etnei tutti e nell’ammirazione del popolo dal Lilibeo alle Alpi, sganciarono sulle colate e sulle bocche effimere grandi massi di cemento. Erano i blocchi che, piazzati sulle vie d’accesso alla base dovevano impedire assalti di “terroristi”. In questo caso il terrorista era il vulcano e, dunque, doveva essere bombardato. La spettacolare operazione concentrava su di sé e sul salvatore della patria a stelle e strisce, Barberi, l’attenzione ammirata di telecamere, reportage e taccuini. Telecamere, reportage e taccuini che in tal modo erano del tutto distratti da quanto scorreva intanto sulle statali che lambivano il vulcano: megatrasporti di missili Cruise in arrivo dal Pentagono e destinati dalla base siciliana a frantumare un bel po’ dell’irriverente Iraq di Saddam. Magari con testate all’uranio che avrebbero curato l’estinzione nei secoli di quel popolo obnubilato dal socialismo, dall’antimperialismo, dall’antisionismo e dalla propria sovranità.

Che peccato che quelle bombe, alle quali era stata dato il compito surreale fare da tappo alle colate delle cento bocche effimere, ebbero sull’eruzione gli stessi effetti che i bombardamenti provocarono sull’animo degli iracheni: più rabbia e più combattività. Anche il drammone colossal dei Chinook svaporò presto in uno tsunami di ilarità universale. Il vulcanologo di fama mondiale non aveva tenuto conto del fatto che il cemento di quei blocchi fonde e si spappola a poco più di 500 gradi di calore, mentre quella dispettosa lava di gradi ne vantava 1.200. Un po’ come pretendere che le fiamme scarsine di un pieno di carburante del Boeing 757 avrebbero fuso simultaneamente le trecento megacolonne di acciaio delle Torri Gemelle costruite per resistere a roghi da fine del mondo (nessun grattacielo è mai venuto giù per un incendio, come quelle torri che invece si sarebbero accartocciate su se stesse per colpa di poco più di una grigliata in giardino). Queste cose allora si potevano ancora raccontare al Tg3 e io lo feci, suscitando l’ira funesta della celebrità vulcanologica che mi approstofò pesantemente nel comune albergo, proprio mentre stava riprendendo tutto una vispa e libera televisione di Catania. Che poi mise in onda l’intera scenata, contribuendo alla pandemia di risate, ma anche di sbigottimento, del colto e dell’inclita. Il buon Barberi ne aveva ben donde di essere incazzato, già l’avevano sbertucciato gli sconcertati inviati giapponesi che, venendo da un paese in cui i vulcani si domano a carezze e prevenzione, non si facevano capaci di quella vietnamizzazione bombarola dell’Etna.

Mi ero fatto amiche le guide dell’Etna, che ne sanno una più del diavolo e mille più di Barberi, sull’oggetto della loro passione e della loro frequentazione quotidiana. Una mi costruì in scala un masso di cemento della stessa composizione dei blocchi che dai Chinook piovevano sulla lava (non prendendoci quasi mai e disseminando di veleni mezzo Etna). Agganciai il blocchetto a un cavo di ferro e lo calai nella voragine pulsante di una bocca effimera: il campione si dissolse nei tempi di un servizio di telegiornale: 1,50 minuti. L’immagine del padrino Atlantico, che si era voluta magnificare in termini di un’ Apocalypse Now destinata a salvare case e vite etnee, ne uscì come quella di Israele dopo il massacro di Gaza: ottusi e feroci violentatori. In questo caso dell’ambiente e della scienza vulcanologica. Poi mi capitò in albergo un frustratissimo e preoccupatissimo, ma sconosciuto e perciò irrilevante, quanto il ricercatore del Gran Sasso che aveva previsto il terremoto in Abruzzo, tecnico dell’indagine tomografica sulle temperature del sottosuolo (credo si chiami termotomografia). Con un suo elicottero sorvolammo l’intera zona dell’eruzione e dalle riprese, stupefacentemente, ma logicamente, venne fuori la mappa dettagliata di tutte le colate di lava che correvano sotto la superficie. Di questa risolutrice tecnica e dei suoi risultati, che avrebbero permesso di conoscere l’intero reticolo dei percorsi lavici e quindi di anticipare interventi di deviazione, Franco Barberi non ne volle sapere. Il Tg3, però, mi permise di illustrarla. Altro putiferio nell’albergo di Zafferana.

In quell’albergo stavamo tutti: Barberi, i giornalisti, i vigili del fuoco, tecnici vari, politici in vena di spogliarelli in tv, e, naturalmente, la truppa eroica della Protezione Civile, largamente maggioritaria rispetto alle altre categorie. Era un piacere seguirne l’andirivieni tra lobby, salotti, ristoranti, sale d’attesa, durante le lunghe giornate in cui il vulcano impazzava, gli statunitensi bombardavano, Barberi si manifestava, tra una trasvolata in elicottero e l’altra, in interviste come se piovesse. Non ho mai cessato di scervellarmi su cosa diavolo stessero lì a fare questi baldi giovanotti e balde giovanotte, suddivise in schiere dalle misteriose funzioni e dalle divise cinturonate e luminescenti, fresche di ferro da stiro, dense di badge, loghi, insegne varie. Ne avessi mai visto un esponente dalle parti della colata. Invece popolavano poltrone, divani e terrazze dell’hotel, ognuno col suo telefono professional, quando non con la ricetrasmittente appesa tra gli alamari. Sedevano, telefonavano, trasmettevano, stendevano le gambe, si aggiravano, si alimentavano…
C’è qualche richiamo alle lande intorno all’Aquila?

Alla fine, stanco di spurgarsi e, di più, di non aver incontrato almeno un antagonista degno di confronto, l’Etna si placò da solo e si ritirò a casa sua. Barberi, dopo mesi di interviste e trasvoli, applicò quanto l’intero mondo scientifico aveva suggerito fin dall’inizio: la deviazione dei flussi residui verso l’ampia, vuota Valle del Bove. Ma cantò vittoria sul “nemico”. Quanto meno, riteneva, l’aveva intimidito. L’Etna era stato butterato da tossici blocconi di cemento, statunitensi e Nato avevano fatto la loro porca figura, la zona era stata militarizzata, le voci dissenzienti tacitate, popolazioni ed esperti esclusi. Si poteva procedere verso altre catastrofi “naturali”, altri controlli di genti e territori, altri “guadambi” (così dicono in Abruzzo), altre emergenze da Stato di polizia e forze armate (grazie G8), e, come castigamatti delle vittime incazzate, le ronde di Bortolaso. Le catastrofi servono, oportet ut eveniant. Nel caso, si possono anche provocare. Anche per torri gemelle, aerei civili da mandare contro grattacieli, o abbattere a distanza sull’Atlantico, neutralizzandone tutti i comandi e le comunicazioni, a scopo di prova e avvertimento

Passiamo la parola all’Abruzzo e si vedrà come transitare da Barberi a Bortolaso sia come procedere da Craxi a Berlusconi. In direzione ostinata e contraria dalla farsa alla tragedia.

Data: Venerdì 12 giugno 2009, 11:49

Lettera dall'Abruzzo


Questa
lettera è stata scritta da Andrea Gattinoni*, un attore
che si trovava a L'Aquila per presentare un film. Le parole sono dirette a
sua moglie ma rappresentano un'efficace testimonianza per tutti quelli che a
L 'Aquila non ci sono ancora stati.

*Andrea, per chi non se lo ricordasse era uno degli interpreti del recente
film Si può fare con Claudio Bisio, su un gruppo di "pazzi".

Oggetto: HO VISTO L 'AQUILA
Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l'Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le
case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro
destino. Un militare a fare da guardia a ciascuno degli accessi alla zona
rossa, quella off limits.
Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato
nell'unico posto aperto, dove va tutta la gente, dai militari alla
protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e
i pomodori e gli affettati.
Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando "Si Può
Fare". Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, Anna Maria, Franco e
la sua donna. Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente
piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire,
cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di
diventare pazzo quando recitavo.
Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore.
Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa.
Francesca, stanno malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli
della protezione civile non potessero piombargli nelle tende
all'improvviso,anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani
stanno impazzendo.

Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve. Gli
hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che
nel testo di quello che avevano scritto c'era la parola "cazzeggio". A venti
chilometri dall'Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente
militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno
dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato
uno. Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più
gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione
del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di
***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Là ???? Per
entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di
perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero
delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.
Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto
internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da
ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso
duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a
L'Aquila.
Poi c 'è il tempo che non passa mai, gli anziani che
impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto
entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E' come se
avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a
stordirsi di qualunque cosa, l'importante è che all'esterno non trapeli
nulla. Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza
del Consiglio. Il ragazzo che me l 'ha raccontato mi ha detto che sembrava
un venditore di pentole. Qua i media dicono che là va tutto benissimo.
Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri
ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che "quello che il Governo
sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come
si fa a tenere prigioniera l 'intera popolazione di una città, senza che al
di fuori possa trapelare niente". Mi ha anche spiegato che la lotta più
grande per tutti là è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i
lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c'è più, tutto
perduto.
Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri
in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perchè i proprietari
devono rientrare nelle tendopoli per la sera.
C'era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di
zombie. E poi quest'umanità all'improvviso di cuori palpitanti e di persone
non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato là. Ci
voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in
fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei
voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo
mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c
'erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto
un arrosticino a Michele, dicendogli "Assaggi, assaggi". Michele gli ha
detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello
ha insistito finchè Michele non l'ha preso, e quello gli ha detto
sorridendogli: "Non bisogna perdere le buone abitudini".
Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve
sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte

mercoledì 17 giugno 2009

DOPO L'ARANCIONE, LA ROSA, LA VELLUTO... ECCO LA NUOVA RIVOLUZIONE COLORATA:VERDE-CIA-MUSSAVI (con in platea tutto il cocuzzaro degli utili idioti)















Già, la verità. Buffo come tutti continuano a cercarla, ma quando la ottengono non le credono perchè non è la verità che volevano sentire.
( Helena Cassadine)
La verità che fa l'uomo libero è perlopiù la verità che gli uomini preferiscono non sentire.
(John Ruskin)
Uno dei più grandi problemi del mondo è l'impossibilità di trovare la verità su un qualsiasi
argomento quando si pensa di possederla già.
(Dave Wilbur)
Non conta ciò che è vero. Conta ciò che si percepisce come vero.
(Henry Kissinger)
Ci risiamo con le rivoluzioni colorate, con la Cia, con il Mossad, con USAid, con la NED (National Endowment for Democracy), con George Soros, con Otpor, insomma con tutto l’armamentario del “regime change” che l’imperialismo USA-UE-SION mette in campo contro governi e popoli renitenti, prima di ricorrere a misure stragiste dal rapporto costi-benefici più incerti. Stavolta la “rivoluzione” è verde e assomiglia come una sfilata di cacchette di capra a quelle precedenti, o riuscite come in Serbia, Georgia e Ucraina, o fallite come in Venezuela, Bolivia, Libano, Uzbekistan. Ovunque un voto non sia andato come auspicato dal Nuovo Ordine Mondiale del saccheggio e della morte. E ci risiamo inesorabilmente con l’unanimità destra-centro-sinistra su "giovani e donne contro tirannia, oscurantismi, fondamentalismi, terrorismi, brogli". Quella dei brogli, poi, venendo da un mondo che il voto l’ha sfigurato fino al suo contrario, è degna del Bagaglino: vai avanti tu, chè a me viene da ridere. Quanto ai “giovani” e alle “donne”, a guardar bene le immagini che simpatizzanti ed accorati inviati dirittoumanisti filo-Mussavi ci trasmettono da Tehran, si capisce subito tutto. A voler capire, s’intende. Come a Belgrado, a Kiev, a Tblisi, a Beirut, lo jato antropologico è drastico che più drastico non si può: nella folla dei filo-Mussavi, volti pariolini, lisci, curati, truccati, fighetti in mise che sembrano usciti da una selezione di “Amici”, o da un cartellone di Benetton; nei cortei dei sostenitori di Ahmadinejad, le solite facce proletarie e contadine del Sud del mondo, rughe, veli, abiti stazzonati, i volti del nostro neorealismo. Plebaglie.

Come andrebbe ripetuto ad nauseam , quando sono concordi sinistre e destre, è la destra che vince e la sinistra che la prende nel culo. E’ un teorema così incontrovertibile che quello di Pitagora al confronto pare un’affermazione del guitto mannaro su Noemi. Non dovrei aver bisogno di rivendicare la mia militanza giornalistica contro l’Iran degli ayatollah. Ci sono decine di mie pubblicazioni a ribadirla. Critiche, certo, per motivi diversi, a volte opposti, rispetto ai sensocomunisti (non male, come calambour, no?), agli unanimisti umanitaristi, cercando di non farmi imbrigliare dal senso comune, appunto, di ideologhi a scatola chiusa, ignoranti e opportunisti, con dentro i batteri dell’infiltrazione. Siamo stati in pochi a ricordare che il “rivoluzionario” Khomeini, ospitato e foraggiato dall’Occidente, giunto da Parigi a Tehran su aereo Usa, per prima cosa ha fatto piazza pulita di coloro, comunisti e marxisti islamici, che a milioni avevano cacciato lo Shah: necessità di ricambio e aggiornamento imperialista-sionista per un regime feudal-gossiparo privo di base di massa, logoro e sputtanato. Ricambio di elites, per sventare il rischio che l’insurrezione popolare facesse entrare l’Iran nell’orbita sovietica o non-allineata.
Voces clamantes in deserto, abbiamo documentato il complotto khomeinista per falciare il moderato Carter e promuovere il cane rabbioso Reagan con il rilascio degli ostaggi Usa in coincidenza con la vittoria dell’attoruccolo da mezzogiorno di fuoco. Ne abbiamo illustrato il pagamento di pegno a USraele quando, rifornito di armi e istruttori israeliani, ha assaltato l’Iraq di Saddam Hussein, ultimo baluardo di una nazione araba da unificare nel segno della laicità, del progressismo sociale, dell’antimperialismo e dell’identificazione con la causa palestinese. Con i quattrini pagati dal regime degli ayatollah ai fornitori USraeliani e indi trasferiti ai mercenari Contras, Khomeini ha restituito il favore contribuendo alla distruzione del Nicaragua e alla cacciata dei sandinisti. In un’affascinante altalena tra collusione e collisione, i due compari anti-arabi hanno poi sbranato l’Iraq, aggredito l’Afghanistan dei Taliban (odiato da Tehran fin dal primo giorno) e chiuso il cerchio con un’alleanza di burattinai e fantocci che s’è vista consacrare dall’Occidente nella recente processione a Tehran della fraternita di Ahamedinejad, Al Maliki, Karzai e Zardari. Tutto questo sta molto bene all’imperialismo-sionismo, in quanto contributo all’eliminazione di popoli di troppo. Ma ancora meglio andrebbe un sodale meno pretenzioso e autonomo, magari un fiduciario assai più ossequioso, senza pretese di egemonia regionale, magari un agente Cia, magari un corrotto ladrone ricattabile che, magari, rinunciasse a certi equilibri tra cosche assassine e, magari, abbandonasse Hezbollah e Hamas al destino programmato dagli sterminatori israeliani. E, visto che il padrino della cosca, Rafsanjani, lo “squalo”, ha perso un po’ di smalto a furia di ladrocini e complotti antipopolari, vada per il vecchio, fidato arnese della guerra all’Iraq con armi USraeliane, Musavi, primo ministro al tempo di quell’impresa congiunta, e delfino del satrapo filo-Usa, Akbar Rashemi Rafsanjani.

Abbiamo cercato di spiegare come i persiani, nella loro millenaria strategia di potenza regionale, siano astuti biscazzieri che giocano su vari tavoli, anche opposti: con gli Usa e Israele a sventrare l’Iraq e vanificare l’unità araba, con Hezbollah e Hamas (la cui autonomia palestinese e araba non si ha il minimo motivo di mettere in discussione: i sostegni si accettano leninisticamente anche dal diavolo), a contrastare l’avanzata dell’altra potenza regionale: Israele. Quelli che tagliano la geopolitica con l’accetta, secondo schemi prefissati e incartapecoriti, succubi di sparate demagogiche dell’uno o dell’altro protagonista dello scenario, farebbero bene a studiarsi qualche manuale della realpolitik degli Stati. E farebbero benissimo a estrarre il “moderato” e “democratico” Mir-Hossein Musavi, virtuoso antagonista dell’oscurantista radicale Ahmadinejad, dalle nebbie soffiategli addosso dagli specialisti delle rivoluzioni colorate e collocarlo sul vetrino del loro microscopio.

Chi è Mir-Hussein Mussavi?
Cosa hanno in comune l’ultrà neocon Michael Ledeen, amico dei fascisti italiani, il saudita Adnan Kashoggi, massimo mercante d’armi mondiale con logo Cia e Mir-Hussein Musavi?
Sono tutti amici e associati di Manucher Ghorbanifar, anche lui grande mercante d’armi, doppio agente iraniano del Mossad, figura centrale nella porcata Iran/Contra, l’affare triangolare armi in cambio di ostaggi e dell’assalto all’Iraq messo in piedi con i persiani di Khomeini e Musavi dall’amministrazione Reagan.

Del compare di Mussavi, Ghorbanifar, si legge nel rapporto Walsh su Iran/Contra: “Ghorbanifar, informatore Cia, fiduciario del primo ministro Musavi, si fece prestare da Kashoggi milioni di dollari, con pieno consenso di Washington, per l’acquisto delle armi israeliane da usare per distruggere l’Iraq (colpevole di aver creato il Fronte del rifiuto contro la svendita egiziana di arabi e palestinesi a Tel Aviv e Washington) Ottenuti fondi dal governo di Tehran, Ghorbanifar compensò Kashoggi con una tangente del 20% . Sfiduciato in un primo momento da Khomeini, Ghorbanifar rientrò nel gioco diventando il fiduciario e braccio operativo di Mir-Hossein Musavi, primo ministro iraniano. A questo proposito, ecco il commento di Michael Ledeen, allora consulente del Pentagono per l’antiterrorismo, sulla coppia di compari: “Si tratta delle persone più oneste, istruite e affidabili che abbia conosciuto”. Per altri si tratta di bugiardi che non saprebbero dire la verità sugli abiti che indossano”.




Il rapporto Walsh si dilunga poi su certe lamentele di Musavi al presidente Reagan per una spedizione di elicotteri Hawk non corrispondenti al modello ordinato (dovevano servire contro l’opposizione laica e di sinistra non ancora del tutto domata e contro l’Iraq). E aggiunge: “All’inizio di maggio, 1985, il colonello Oliver North (il gangster che raggirò il Congresso per occultare l’operazione Contra), il capostazione Cia, George Cave, Ghorbanifar e Musavi si incontrarono a Londra per discutere questa ed altre collaborazioni Iran-Usa-Israele. Ledeen fu incaricato di informarsi presso il primo ministro israeliano, Shimon Peres, sul suo accesso a buone fonti e a buoni contatti in Iran. Israele diede garanzie in tal senso e Reagan approvò che all’Iran di Mussavi si spedissero missili Usa Tow in cambio del rilascio degli ostaggi statunitensi in mano alla resistenza libanese. Il capo della Cia, Casey, raccomandò che il Congresso fosse tenuto all’oscuro di tutto l’affare”.
ll rapporto di amicizia e collaborazione tra Ledeen, Ghorbanifar e il candidato “riformista” Musavi resistette nel tempo, fino ad alimentare il sostegno dei “moderati” Usa alla candidatura del provato fiduciario. Fino all’attuale tentativo di regime change alla serba, o all’ucraina. Davvero un bell’eroe riformista che s’è scelto la sinistra italiota
.

Fattosi le ossa con le cinque pagine di lirica esaltazione per un discorso di Obama al Cairo, zeppo di banalità e retorica e di sostanziale identificazione con i nazisionisti di Tel Aviv (fatta salva la “preoccupazione” per la “continuità” dell’espansione delle colonie in Cisgiordania), il “manifesto”, in assoluta sintonia con il coro delle destre, si è fatto reclutare, con la nota Marina Forti, nelle schiere colorate della spia Musavi, quasi fosse un novello Mossadeq o Dubcek. Astutamente l’inviata ha messo le mani avanti fin dai giorni della vigilia, sia anticipando brogli (è la regola dalla Serbia di Milosevic in qua), sia dando voce esclusivamente a intervistati dell’eversione filoccidentale. Viaggiava sottobraccio a quella Lucia Goraci del TG3 che, rinnovando i fasti collaborazionisti e mistificatori dell’ancor più nota collega Giovanna Botteri, nuotava felice nell’elegante piscina verde delle masse scese dai quartieri alti. Accodatisi tutti quanti alle geremiadi su brogli, conclamati senza un’ombra di evidenza dalle centrali della disinformazione ontologica (CNN, Reuters, Fox di Murdoch, NBC, New York Times, Time), hanno dovuto subire l’onta di una smentita addirittura di fonte statunitense. Un sondaggio condotto da un’organizzazione non profit, “The Center for Public Opinion”, che da tre anni monitora le posizioni dei cittadini iraniani cogliendo sempre nel segno e venendo per questo premiata con un “Emmy Award”, aveva constatato una prevalenza di Ahmadinejad sul diretto rivale addirittura superiore all’esito finale del 66% contro il 32%. 12 milioni di voti di differenza, all’anima dei brogli! La ricerca era stata condotta dall’11 al 20 maggio in tutte le 30 province del paese. Sul campo aveva operato con una società di ricerca che da anni lavora per le televisioni ABC e BBC e aveva previsto una vittoria del presidente in carica per 2 a 1. Nei media infervorati per i “riformisti” si rivendicava a Musavi la gran maggioranza dei giovani dotati di internet. Peccato che solo un terzo degli iraniani ha accesso a tale tecnologia e che il gruppo di età fra i 18 e i 24 è risultato il blocco dal sostegno più forte per Ahmadinejad. Dove il suo rivale primeggiava era tra studenti, laureati e ceti dal reddito elevato. Il che dovrebbe far riflettere anche quegli integerrimi puristi della lotta di classe che individuavano in Musavi il vindice delle richieste sociali delle masse. Quanto ai wrestlers per la “democrazia” contro la “tirannia” dei mullah, che confrontino l’ultralibero e vivacissimo dibattito pre-elettorale di quel paese, la quota dei suoi votanti (80%), con l’assetto mediatico del nostro paese e il numero di elettori e votanti nel paese-modello Usa, questo sì organizzatore di brogli vincenti a casa sua (due presidenze fasulle) e nei paesi satelliti.

Dice, ma alla protesta degli sconfitti (anzi, “derubati del voto”) si sta reagendo con la repressione, le bastonate, gli spari, la censura ai media stranieri. Vogliamo vedere cosa farebbe qualsiasi governo occidentale se bande istigate a foraggiate dal Cremlino facessero tutto questo ambaradan, bloccassero il paese, in seguito a un’elezione non vinta? Vogliamo ricordare cosa capitò ai militanti scesi in strada perchè non tollerarono il ritorno del fascismo in salsa tambroniana? Se i media stranieri sparano balle al servizio degli destabilizzatori di un governo, compiono reati che vanno puniti perlomeno con l’espulsione. Da noi i giornalisti che pubblicheranno le nefandezze del guitto mannaro e dei suoi commensali finiranno in carcere e, quanto alla censura, si guardi al modello israeliano, che non ha ammesso neanche un giornalista alla carneficina di Gaza, che ha espulso il sottoscritto perché non assecondava la ferocia e le menzogne della Guerra dei sei giorni. Gli assassini mirati e le stragi di bambini per mano israeliana, gli stermini di oppositori in Iraq, sono stati oggetto di analoga indignazione? Perché non se la prendono con le milizie di tagliagole controllate da Tehran che hanno fornito il contributo decisivo all'assassinio di quasi due milioni di inermi iracheni? Perché in quel caso sta bene all’Occidente e punisce un popolo che ha sostenuto Saddam? E soprattutto perchè non manifestano un qualche dubbio sulla credibilità di una stampa schierata interamente a favore di figuri equivoci come quelli sopra descritti, quando perentoriamente attribuisce sette morti ai cecchini pasdaran sui tetti? Potrebbe, dovrebbe, venire in mente a loro come a me cosa accadde nel golpe amerikano contro Hugo Chavez, aprile 2001, quando decine di morti, proprio tra le loro file, vennero attribuite ai militanti chavisti scese in piazza in difesa della legalità e della rivoluzione. Ci vollero pochi giorni perchè circolassero ovunque, ma non nei media complici e nella Cnn, i video in cui si vedevano cecchini sui tetti e poliziotti addestrati da istruttori e al soldo dei golpisti Usa che sparavano su manifestanti inermi. Come ovunque in Latinoamerica, quando si tratta di provocazioni e terrorismi a favore di tirannie e oligarchie filoamericane, comparve anche in quella occasione l'ombra degli onnipresenti specialisti del Mossad.

Tutti allineati e coperti nelle formazioni d’assalto dell’eurocentrismo, nel disprezzo e nella persecuzione di popoli e culture, costumi e fedi generati da altre storie, altri ambienti, necessitati da altre priorità e sensibilità. Tutti ostinatamente incorreggibili. Nel 2001, quando un colpo di Stato promosso dalle stesse matrici Usa ed eseguito dalle bande CIA-NED di Otpor incendiando il parlamento e distruggendo le schede, rovesciò il democratico governo serbo e sventrò la trincea jugoslava contro l’espansione UE-Nato, riducendo i Balcani a sette malavitosi micro-protettorati del vampirismo occidentale, “Liberazione” titolò, all’unisono con i bollettini mafio-imperiali: “Belgrado ride” . Ancora meglio il “manifesto” con “La primavera di Belgrado”. Una primavera finita nella ghiacciaia. Oggi lo stesso giornale, sotto le foto del manutengolo USraeliano e dei suoi fan in maglietta verde, spara in prima pagina: “I giorni dell’Iran” e, il giorno dopo, “Iran contro” . Perseverare diabolicum. Ma nei covi dei cospiratori e serial killer USraeliani si brinda a tale stampa come Nelson ai rincalzi di Bluecher a Waterloo. Se avesse vinto Mussavi si rallegrerebbero, costoro, che i patrioti libanesi e palestinesi verrebbero a perdere l’unico punto d’appoggio in tutto il mondo, almeno politico, forse strumentale ma tant’è, e che il fronte USraeliano, con il corredo dei suoi vassalli e fantocci alla Abu Mazen, si avvantaggerebbe di un ancora più disciplinato e incondizionato apporto persiano per meglio sistemare Afghanistan, Pakistan, pieni di odiati sunniti, la Russia, la Cina, tutti noi? Ma ci sono o ci fanno? E’ così che si sostiene l’autodeterminazione dei popoli? Mettendovi a capo spioni dell’impero, chiamandone i manichini estratti dal sangue dei loro popoli “governo”, “presidente”, “primo ministro”, come una qualsiasi Ong di merda?

Sempre su questa linea quattro donne stronze, quattro studenti imbecilli, indegni dell’Onda, quattro fascisti revanscisti, un capopartito che di politica internazionale ne capisce quanto io di astrofisica (Di Pietro), hanno fatto casino contro Muhammar Gheddafi, il dittatore, il pagliaccio. E quando sono venuti il nazista nucleare Lieberman, l’assassino seriale Olmert, il licantropo in gonnella Condoleezza, il fantoccio Karzai, il macellaio Uribe? Zitti e mosca. Prima di aprire bocca su un presidente di un paese che dal buco nero del colonialismo ha tirato fuori un popolo e gli ha dato dignità e benessere, dove le leggi vengono formulate e votate da assemblee di popolo, costoro dovrebbero sfondarsi il petto di mea culpa per i connazionali che, tra il 1911 e il 1941, hanno massacrato un libico su sette, ne hanno gassato, torturato e impiccato decine di migliaia, sono corresponsabili della catastrofe inflitta all’Africa intera dal colonialismo europeo. Quella catastrofe per la quale la Libia diventa l’imbuto in cui finiscono i profughi delle tragedie sociali, politiche, ambientali da noi provocate in tutto il continente. E’ Gheddafi che dovrebbe sistemare a proprio agio e a tempo indeterminato questi profughi delle terre da noi devastate, o dovremmo essere noi, solo noi, smettendola intanto di esaltare o riconoscere i vari tirannelli indiamantati che le nostre multinazionali mettono su troni con le gambe radicate nel sangue, eurocentristi del cazzo?

mercoledì 10 giugno 2009

FALCE E MARTELLO...FELCE E MIRTILLO





Quello che segue è un messaggio da me inviato ai compagni dei Comunisti Uniti. Per chi non lo sapesse, si tratta di un’aggregazione di compagni di varia estrazione e collocazione che da più di un anno, di fronte ai fallimenti politici, ideologici, organizzativi ed elettorali dei partiti che si richiamano al comunismo, lavorano alla creazione di una costituente comunista. L’intento è di mettere in piedi una nuova formazione con basi teoriche marxiste che riunisca in un unico progetto, del tutto autonomo e alternativo ai cosiddetti “riformisti” del PD, come ai suoi nuovi puntelli svendolian-bertinottiani, compagni e militanti sciolti o anche iscritti nei partiti con falce e martello esistenti. Non riporto le premesse a questo scritto, gli interventi che lo hanno suscitato nel corso di un intenso dibattito in rete e in riunioni, sarebbe chiedere troppo alla pazienza del lettore. Ma ritengo che dalle mie argomentazioni si possano dedurre anche le ragioni sulle quali mi confronto. Sarei felice se questo spunto facesse allargare la discussione anche a coloro che, tra i miei interlocutori, vi fossero interessati.


Rompo il voto a S. Silenzio perchè devo risposte a chi mi ha con sagge riflessioni preso in considerazione. Non credo che questi scambi siano inutili, alla luce anche della scarse possibilità di riunirci tutti, purchè si mantengano nei limiti del rispetto (che non riservo alla rete dei veltronarcobalenisti) e anche della problematicità. Chi oggi come oggi spara certezze analitiche, prescrizioni e previsioni da tavole mosaiche, fa operazione apodittica e di autogratificazione, espressione delle proprie velleità, magari frustrate. Qualche volta abbiamo discusso del sesso degli angeli, a volte qualcuno spunta e schiamazza, cose inevitabili in una lista di varia umanità. Cerchiamo allora di essere seri, concreti e riflessivi. Ne è sempre un esempio Riccardo, tra gli altri.
Si è sollevato lo tsunami, specie nel manifesto, dell'anatema a chi non si è è riunito (partitini vari) e dell'invocazione a riunirsi. Sono considerazioni segnate da superficialità e approssimazione. Intanto quelli del “manifesto” e loro lettori se la prendano con l'infiltrato brogliatore Vendolotti che ha fatto la scissione con il preciso scopo di impedire un 4% comunista e di accreditarsi in guanti bianchi al futuribile banchetto del PD. L'altro rimprovero lo facciano ai trotzkisti, dall'eterna vocazione allo sminuzzamento, usciti dal PRC per costituire ben tre micro cellule tanto nobili quanto inani. Infine, l'unità dei comunisti con chi diavolo si fa? Con chi respinge non solo nome e simboli (e qui voi sapete che non mi scandalizzo), ma in maniera assai più radicale contenuti e obiettivi? Con chi ha l'irrefrenabile libidine del solipsismo puro e duro e magari settario e ottuso nei confronti di esperienze fuori dai libri sacri da loro così interpretati? Con banderuole dell'opportunismo e dell'esibizione autoreferenziale e negli anni del tutto sterile (non sanno fare che convegni, cianno li sordi) come certi vernacolari romani? Dove stanno i comunisti da riunire? In un anno quanti ne sono arrivati, quanti sono scemati perchè o sfessati, o gelosi e più sicuri del proprio consueto ambito di nicchia e di partito?

C'è poi la contraddizione che nessuno pare vedere, ma che emerge in continuazione, della cosiddetta "doppia tessera": stare in un partitino e stare con i C.U. Come si fa a non rilevare che alla fin fine i militanti dei partitini pongono questi al di sopra dei sacrosanti obiettivi dei C.U. e, al primo richiamo all'ordine dei rispettivi organi, a questi danno retta, salvo incappare in rischi di esclusione, piuttosto che ai debolissimi e anche abbastanza svaccati C.U. S'è visto nella sconcertante, nei modi e nei contenuti, presentazione di "Proletari@". A parte la scandalosa mancanza, nella presentazione di un'agenzia di informazione antagonista, di ogni riferimento all'imperialismo, alla guerra e all'internazionalismo (che significa ben poco comunismo!), c'erano forse venti compagnucci nostri, molti con "doppia tessera", e 300 bravi vecchietti che lacrimavano e osannavano a ogni evocazione del "glorioso PCI". Tali sono i rapporti di forza e le relative capacità d'attrazione. Finchè ci saranno questi gruppi dirigenti, e ci saranno ancora per parecchio, o si sta con loro, o si va per more. In passato avevo già riflettuto sull'opportunità di entrare tutti nel PRC per far fronte comune con quei compagni che lì sono, mi pare, i più autentici e disponibili. Ora gira voce che li dentro tornino a riunirsi i tre, quattro spezzoni dell'ex-Ernesto, il che potrebbe significare un'egemonia degli irricevibili grassian-dilibertian-cossuttian-stalinisti. E la mia riflessione sull'ingresso "in massa" si appanna un po'.

C'è poi tra noi una spaccatura verticale tra chi, vedi Hobel e altri, guarda a quel "glorioso PCI" e pensa sostanzialmente di ricostruirlo (aggiornato? Come?) e chi, come me, pensa che quel retaggio debba essere buttato a mare, proprio per tornare al Gramsci citato da Hobel, a Lenin, a Marx, saltando a piè pari la sciagurata vicenda PCI 1945-1991, con le schifezze epigonali, ma naturali, di oggi. Voglio subito dire che Andrea sbaglia di grosso quando accantona Yalta con il pretesto che non sappia che cazzo sia il 99% degli italiani, tranne un pugno di "collezionisti di ossa" (carino). Quanti italiani sanno chi ha scritto i fondamentali "Grundrisse"? Peccato che quelle ossa, divennero gabbia controrivoluzionaria d'intesa tra chi allora si divise il mondo alla faccia dei proletari e dei fermenti rivoluzionari e di decolonizzazione in tutto il mondo. Peccato che quella gabbia fatta da ossa di carogna venne rafforzate dal cemento consociativista di Togliatti e seguenti, per chiudere in un ghetto classi e popoli di metà del mondo (quella affidata alle zanne anglosassoni) e, dopo la maledetta caduta del muro, di tutto il pianeta.

Certo il movimento di massa che ha tenuto al potere consociativo una banda mediocre di burocrati, dai cui ventri sono naturalmente sortiti i Lama, Napolitano, D'Alema, Veltroni, Fassino, Bertinotti, ha saputo conquistare, quando i margini materali c'erano, importanti spazi d'azione, importanti diritti e salvaguardie, una brillante egemonia culturale (ma a dispetto di quella banda di burocrati, ricordiamo Pavese, Vittorini, Calvino, i cineasti...). Ma a costo di vedersi tirare le briglie e azzoppare i garretti quando aveva il paese in pugno, quando se lo poteva riprendere (o almeno tentarci, mantenendo viva la fiamma della rivoluzione, cosa non da poco) dopo l'attentato a Togliatti, l'eversione di Tambroni, il '68-'77. Non avvengono catarsi per spontanea germinazione, c'è sempre un virus all'origine, per quanto lunga posa essere l'incubazione. Era ben presente il fantasma di un Togliatti antigramsciano tra i succedanei Longo e Berlinguer quando l'ultimo, grande tentativo di rottura con il sistema capitalista e il garante Nato, esploso a dispetto e contro quei vertici di partito, la lunga, insanguinata campagna del '68-'77, fu prima utilizzato per modificare, con l'autunno caldo, i rapporti di forza del consociativismo a favore dei capi PCI, del revisionismo controrivoluzionario e dei loro terminali finanziario-economici, e poi ferocemente antagonizzato quando minacciava di mettere a repentaglio, appunto, quello Stato di consociazione subordinata che Togliatti aveva voluto costruire fin da Salerno. Stanno sulla coscienza dei bonzi PCI, alla Pecchioli e Berlinguer, tanti anni di carcere di bravi compagni (non parlo delle manipolatissime BR), tanti compagni uccisi dagli sbirri. Imperdonabile, per sempre. Vi figurate se il PCI si fosse schierato con il "movimento" rivoluzionario per il recupero di strati ignorati e disprezzati, per la mobilitazione e coscentizzazione di sottoproletari, periferie, soldati, carcerati, donne, bambini, i primi immigrati, contro la subconoscenza borghese, con antisviluppisti, combattenti dell'ambiente, contro Nato e distensione, per l’apparentamento internazionalista con i nuovi Vietnam in Irlanda, Portogallo, il Cile difeso da Pinochet solo dal MIR, Palestina, libano, mondo arabo e africano, tutti? C’era chi allora aveva già capito un dato nuovo e dimostratosi vero, oggi così formulato da Leonardo Boff: la rivoluzione verrà con l’assedio delle favelas alle metropoli. Anche delle favelas di casa nostra. C’è chi punta sugli otto milioni di operai di fabbrica che abbiamo in Italia, costituente certa del “nuovo grande blocco sociale” per il rovesciamento del capitalismo. Gli ha chiesto, a quegli otto milioni se vogliono rovesciare il capitalismo, o piuttosto essere “padroni a casa loro” e i primi negli asili nido? Il PCI li ha lavorati bene. E’ se nell’autunno caldo sono stati poche migliaia di giovani contadini arrivati dal Sud e non contaminati dall’inseguimento del tinello e, soprattutto, la giovane intellettualità di scuole e università a trascinare molti alla ritrovata autonomia di classe, oggi quale potrà essere quella locomotiva? Quale è stata in Iraq, dove quelli con la falce e martello, gemellati con la banda Bertinotti, aiutano gli occupanti e i fantocci a annegare nel sangue la Resistenza e il suo popolo? Quale in Bolivia, dove gli stessi hanno pugnalato un Che Guevara vincente alle spalle? Quale in Argentina, dove falce e martello hanno assistito il golpista Videla? Lì la rivoluzione si chiamava Baath ed era colorata di nero, rosso e bianco, si chiamava cocaleros e Movimento al Socialismo, si chiamavva ERP e Montoneros. E potrei andare avanti girando l'universo mondo.

Sono grato a Riccardo e ad altri per non aver gridato allo scandalo per le mie riflessioni-provocazioni sulla scarsa funzionalità aggregatrice oggi di simboli, falce e martello, e nome, comunista. Non credo che ci possa essere una riunificazione dei comunisti oggi organizzati, nè dall'alto, nè dal basso. Lavoriamoci pure, contro ogni probabilità. Lo faceva anche il Che. Che ha vinto 40 anni dopo. Ma penso che per ora ci dobbiamo tenere il mite Ferrero per quanto si può e dargli una mano, ma che l'unità si dovrà fin d'ora cercare nell'antagonismo sociale, appunto a Vicenza, in Val di Susa, a Novara, negli scontri locali per la salvezza del territorio e del pianeta, tra i precari, avendo l'originalità di ricordare a tutti che se queste cose ci succedono è perchè c'è un burattinaio sanguinario in alto che si chiama imperialismo, Nato, basi, e che la prima cosa è lottare contro la nostra condizione di colonia.

Quanta ironia tra noi e sul manifesto su Di Pietro! Ci, gli, rode il culo, tutto qui. E allora dagli con il "populista" (che cazzo vuol dire? Populisti sono Lega e Berlusconi), "questurino", "giustizialista", "di destra". Urli dell'impotenza. Io non so cosa farà Di Pietro domani, c'è da regolarsi di conseguenza a quel punto, ma come ha scritto un lettore del “manifesto”, so con chiarezza solare che è colui che meglio di tutti affronta la "CONTRADDIZIONE PRINCIPALE", lo sfascio della legalità che ancora tutela le masse giudiziariamente, socialmente, legalmente, culturalmente, per introdurre qualcosa che è peggio del fascismo mussoliniano. Dopodichè avremo chiuso per secoli, come i pagani, o se volete i laici, da Costantino a Lorenzo il Magnifico e a Giordano Bruno, un millennio. Ditemi dei nomi, in altri partiti, di candidati dalla dignità e affidabilità di quelli messi in lizza dal'IDV!

Per finire, non vedrò una società comunista in questo paese data l'avanzatissima età, ma ci voglio lavorare, possibilmente con compagni e anche persone che partano dalle contraddizioni reali, dalle catene più pesanti, dalle minacce più incombenti, dall'esempio di altri, in altri mondi, con altri nomi, più avanti di noi. Certuni tra noi a ogni loro risveglio si stroppicciano gli occhi per la luce abbacinante che gli piove addosso dall'alba di una rivoluzione che solo loro vedono e che, a furia di non arrivare, li vedrà rassegnarsi a qualche tranquilla consigliatura di provincia. Non c'è di peggio per se stessi e per i compagni che seminare illusioni palingenetiche la cui dissoluzione ti lascia in ginocchio. Anzi, c'è di peggio: voler resuscitare un’esperienza minata da fallimenti, tradimenti, opportunismi, voltagabbanismi come, dopo la guerra partigiana, fu quella del PCI.

Quanto a nome e simboli, caro Riccardo, non si tratta di mettere i carri davanti ai buoi, ma nemmeno di seguire omini di burro che ci trascinano al paese dei balocchi. Molto è da ricordare. Ma è intervenuto un problema: il passaggio ad un’altra forma di linguaggio, con la perdita di senso. Abbiamo conosciuto un processo di de-semantizzazione rispetto a quanto avevamo prima. Si è rovesciato tutto. La perdita di senso ha provocato una perdita di passione politica e di giudizio. Questo percorso ha favorito lo smarrimento della memoria: cosa vuoi ricordare se ricordi il rovescio (il PCI)? Siamo di fronte a un problema teorico che riguarda il linguaggio e i paradigmi in generale. Serve una rivoluzione epistemologica, nel pensiero e nel linguaggio politico. Non solo dentro l’Europa, ma insieme ai paesi del Sud e a paesi ex-colonizzati. Credo che certe cose ci verranno dal Sud. Anche dall’Est forse, cioè dalle parti non egemoniche del pianeta. Sotto questo profilo anche l’Est, perfino l’Afghanistan, si trova a Sud. Chiamiamoci pure C.U., ma prova a vedere cosa succede se ti presenti con una bandiera rossa e la falce e il martello a Susa, a Vicenza, a Chiaiano, alla Telecom, a Pomigliano, a Sigonella, ad Acerra, in Palestina. Con chi parlerai? Col 6%, forse. Ieri, oggi, domani. Mi pare che quello che conta sia arrivare n queste situazioni con il migliore discorso possibile, magari anonimo, se serve. In questo senso ritengo che i C.U. dovunque si trovano, oggi hanno un'occasione per farsi sentire e per influire: banchetti, volantini, convegni, manifesti, piazzate, blitz, per l'astensione al referendum pro-fascismo.
Magari come comitato partigiano contro il nuovo fascismo.

venerdì 5 giugno 2009

ULTIMA LETTERA DI PADRE MANUEL MUSALLAM DA GAZA



Mi permetto, senza poterne avere l'autorizzazione formale, di riprodurre sul mio blog questa lettera di Padre Musallam, l'eroico parrocco dei 300 cristiani cattolici e ortodossi di Gaza, ora rimosso dopo che Papa Natzinger, con i suoi salamelecchi al regime razzista e militarista israeliano e i suoi pignucolii sulla sorte infelice dei palestinesi, ha legittimato lo Stato razzista e militarista sionista dei soli ebrei, fedele all'imperialismo giudaico-cristiano che ha insanguinato due millenni della storia umana (con tutto il rispetto e l'affetto per uomini di chiesa come questo prete). Una puntuale lezione agli utili idioti che ritengono di dover fare le bucce all'una o all'altra (per la verità solo a una, quella islamica) delle forze palestinesi.





L'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza
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Cruda, senza mezzi termini, agghiacciante, veritiera, disarmante:
Padre Giovanni Scalese, della cui amicizia ci onoriamo e di cui riportiamo la segnalazione al suo blog querculanus.blogspot.com, ci segnala gentilmente la traduzione dell'ultima lettera da Gaza di Padre Manuel Musallam, che riportiamo integralmente
Redazione di TerraSantaLibera.org
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Senza peli sulla lingua:
Pensieri in libertà di un Querciolino errante





Voci dal nuovo samizdat
Padre Giovanni Scalese
Il Santo Padre, nella recente lettera ai Vescovi, ha scritto: "Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". Io andrei oltre; ormai penso che possiamo pure smettere di leggere i giornali o di vedere il telegiornale: ciò che troviamo in questi cosiddetti canali di informazione è pura propaganda; ormai, se vogliamo essere informati, possiamo solo rivolgerci a internet, il nuovo "samizdat". Spero che in Vaticano prendano sul serio l'invito del Papa.
(Padre Giovanni Scalese)

L'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza.

Padre Manuel Musallam (Gaza)

Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: "Non sapevamo". Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po' lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.
(Padre Giovanni Scalese)

Charles Colton disse una volta: "L'esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo". Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla "Terra Promessa". Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell'apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo "diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.



Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c'è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l'Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l'umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall'altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall'altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l'America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l'unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell'abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: "È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?", e ha 11 morti. E noi rispondiamo: "È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?". Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l'umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.

Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un'intera nazione è colpita dal panico?

Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai "territori occupati nel 1967". Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le "Tennet outlines" e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l'assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un'inchiesta, come quella per l'assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell'interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l'universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c'è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell'insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l'ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l'odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l'emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?

Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell'ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all'ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.

Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c'è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c'è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall'occupazione a dai nostri dolori. "Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza" (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l'occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l'umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l'orgoglio e l'arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell'oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell'Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d'acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell'emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.

Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.

Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

C'è un proverbio cinese che dice: "Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa' attenzione a non raccoglierlo". Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l'amore, quando l'odio, l'assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: "Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?" (Is 53:1).

Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l'odore del sangue umano era considarato un'offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l'Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: "Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?" (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!

Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: "Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L'acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c'è per noi riposo. All'Egitto abbiamo teso la mano, all'Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c'è chi ci liberi dalle loro mani". (Lam 5:3-8). E ora, dov'è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov'è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro" (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.

Voglio ricordarvi: "Chi prende a calci l'uomo, dall'uomo è preso a calci" (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, "Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo" (At 26:14). "Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna" (Corano, Sura 37).

Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7:12). E il profeta Isaia: "Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo" (Is 57:14).

La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: "La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza" (Rm 9:6-7). "Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo" (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.
Padre Manuel Musallam, Gaza


Traduzione a cura di Padre Giovanni Scalese
Link originale :
http://querculanus.blogspot.com/2009/03/voci-dal-nuovo-samizdat.html