sabato 17 aprile 2010

DEUS DEMENTET QUI VULT PERVERE. Emergency, Katyn, Camice rosse, Kirghizistan, Obama... il mondo rovesciato di infiltrati, venduti e babbei.
























Ho cercato invano, per fogli e per reti, una caricatura del ministro degli esteri Franco Frattini. Non c’è. Ma basta la foto. Questo manichino preso da Berlusconi ai saldi della Standa è troppo irrilevante anche per una caricatura. Forse perché tale è già di per sé. In compenso ho trovato queste efficaci definizioni di Marco Travaglio. Sul giornale antiberlusconi, antimafia e antillegalità di Padellaro, guarda un po’, i fatti afghani hanno fatto piovere qualche sprazzo di luce nel tradizionale ottenebramento filo-“democrazie anglosassoni”, filo-Obama, filo-Israele. Alla faccia di incurabili interni come i Saviano, Colombo, Gramigna. Sulla vicenda di Emergency “Il Fatto” ha tenuto una linea più assidua, aggressiva e coerente addirittura dei giornali sedicenti “comunisti”, pesantemente oberati dall’indecente collateralismo anti-afghano dei finti equidistanti di “Lettera 22”. E pensare che l’assalto ai sabotatori della menzogna, condotto dai sicari afghani comandati dagli eredi del pazzo sanguinario Winston Churchill, recava il marchio di fabbrica della Triplice: made in Usa, made in UK, made in Israel. Con il guitto mannaro che faceva “cucù”. Se son rose fioriranno.

Si fermò un’auto blù e non scese nessuno: era Frattini, uomo dalla fronte inutilmente spaziosa (parafrasando Fortebraccio)…Svagato frequentatore del Club del Polo in attesa del suo Martini Dry… Se uno vuol farsi una ragione del peso nullo del nostro paese nel mondo, la faccia di “Ovviamente Frattini” è lì apposta. Da otto anni mandiamo miliardi e soldati in Afghanistan per soddisfare le fregole guerrafondaie di B&B, poi il governo-farsa che contribuiamo a tenere in piedi ci arresta tre connazionali e non ci avverte neppure… Domande che avrebbero un senso se l’Italia avesse una politica estera, se cioè avesse un governo, o almeno un ministro degli esteri. Invece abbiamo Frattini Dry. Con seltz. Senza oliva.
(Marco Travaglio)

Il guitto mannaro ha affilato le zanne e le ha affondate nel collo di Roberto Saviano, grandemente irritando la cricca mafio-fascista al potere nell’entità sionista di cui detto Saviano, anti-mafioso in patria, sogna di diventare cittadino. Sono le ricadute delle contraddizioni inter-fasciste. Ha poi anche lacerato l’onorabilità degli autori di “La Piovra”, colpevoli, come l’autore di “Gomorra”, di rivelare al mondo di che lacrime grondi, di che sangue e di che merda, quella parte del paese che lui incarna, sostiene e promuove. Come sempre, sono i boss ventriloqui che parlano attraverso questo loro fantoccio: silenzio ci vuole, picciotto, silenzio. Ebbene, trattasi della stessa consegna che i macellai Usa e ISAF dell’Afghanistan hanno applicato quando hanno deciso di spazzare via Emergency dall’Afghanistan: lasciateci massacrare in silenzio.

Dio fa impazzire chi vuol perdere, come ricorda il titolo. Ed è particolarmente attivo in questo paese. Pensate ai dementi emersi negli ultimi giorni. Poi passeremo anche a venduti e infiltrati. Chi vada in quale categoria lo potete decidere voi. Due milioni inondano di quattrini (perlopiù estratti da tasche semivuote) le casse del vescovo di Torino e della Chiesa tutta, andando a rintronarsi davanti a un lenzuolo (con la faccia di uno che più indoeuropeo non si può) assegnato dall’inoppugnabile radiocarbonio a mille anni dopo l’agitarsi in Palestina della fiction Gesù Cristo. Fanno parte dei pellegrinaggi di massa di decerebrati, dalla disperazione spremuta come un limone da licantropi con lo scapolare. In cinque milioni sono andati da Sant’Antonio di Padova per farsi ridare dal frate infantoferente quelle soddisfazioni che la cosca bipartisan al potere insiste da 65 anni a negargli; in otto milioni hanno leccato i piedi di un Padre Pio, frate indovino di gesso ma ancora vorace, per consolidare il beneficio assicurato dall’altro circense che promette di guarirli dal cancro entro tre anni; in quattro milioni più quattro si sono spiaccicati davanti ai pupazzi della madonna di Pompei e di quella di Loreto. Senza contare le migrazioni bibliche che fluiscono allocchite davanti alla bambolotta di Lourdes. Tutti a farsi cavare plusvalore - e si tratta a stragrande maggioranza di poveracci troglodizzati – dai più antichi e truffaldini praticanti dell’accumulazione. Così costoro ora possono pagare i debiti di sangue e di sperma dei loro gerarchi e gerarchetti in tonaca. E si trattasse solo di pedofilia! Come ci si può stupire che tra le tonache si aggirano anche bietoloni con lo zucchetto rosso e la croce d’oro (conta l’oro, che è vero), come lo strepitoso Tarcisio Bertone, che alla felice congiuntura in cui si trova la Chiesa sanno insufflarle maggiore impeto dando del pedofilo a tutti gli omosessuali del mondo e di tutti i tempi (nel Cile, tornato cattolicamente pinochettista, si può). Chissà cose ne pensa il cattolicissimo e dunque ossimorico gay Nichi Svendola…

Mi chiedo anche, cosa avrà avuto da dire Stefano Chiarini, il migliore di tutti noi, se, nei semivuoti campi elisi dei giornalisti militanti della verità, ha potuto apprendere che il Comitato per Sabra e Shatila, di cui è stato fondatore, ha assegnato il premio giornalistico a lui intestato a Sergio Romano, nientemeno, l’opinionista del quotidianone di Ligresti, Della Valle, Consorte, Berlusconi. Quali i meriti di Romano? Di aver saputo dare, nel quotidiano dell’ipercapitalismo italiano diretto da sionisti atlantici come Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli, solito infliggere colpi solo alla botte, anche uno o due colpi al cerchio. Roba ben più meritoria di quanti, tra le crepe disperatamente tenute aperte nel calcestruzzo della menzogna mediatica nazionale, si applicano, a loro rischio e pericolo e senza gli onorari di Romano, a non lasciar sfasciare la botte. Sono queste alcune delle quinte che fanno da sfondo alla sceneggiata che, in questi giorni, ha prodotto nuovi sketch.

Cuba sì, yankee no
C’è la solita unanimità, fisiologicamente pencolante a destra, di venduti, infiltrati e babbei che fanno il surf sull’onda gigante della campagna imperialista contro Cuba, mossa da soffiatori prezzolati come il delinquente farloccone martirizzato e le trenta damas de blanco guidate dal primatista assoluto del terrorismo Usa, Posada Carriles. Di costui non gli viene di ricordare l’abbattimento dell’aereo cubano con 73 passeggeri, né il rosario di attentati stragisti compiuti per mezza America Latina. Né di quell’Henry Kissinger, obamamente premio Nobel per la pace, che ha esternato l’altro giorno a proposito di Emergency e dell’inopportunità di intralciare i macelli democratici da compiere nei paesi da zerbinizzare. Ci parlate di Orlando Zapata, in galera per delitti comuni e che, rincretinito dal mercenariato Usa fino a farsi eroizzare a forza di digiuno; ci parlate di un gruppazzo di donnette schiamazzanti, parenti di condannati per aver voluto vendere i propri concittadini ai papponi del Nord, che dai compari di Posada ricevono 1.500 dollari al mese a nome del governo che vuole cannibalizzare il loro paese. Ma di Kissinger non ricordate come ha inondato di orrore, sangue e morte l’America Latina, a partire da Pinochet e come abbia insegnato a virgulti israeliani l’assassinio mirato extragiudiziale, facendo fuori un elenco telefonico di gente: a Washington il ministro degli esteri cileno, Letelier, e la sua segretaria, in Argentina il generale cileno Pratts con la moglie, a Roma Bernardo Leighton, vicepresidente di Allende. In tutto, qualcosa come 37mila disturbatori del Piano Condor, lanciato dal prestigioso Henry per imporre in America Latina il libero mercato a conduzione Wall Street. Tanto meno riesumano dalla loro memoria a tasso variabile il pur recente colpo di Stato fascista allestito da Obama in Honduras, con la repressione assassina in corso ancora oggi e guidata da esperti Usa (5 giornalisti e 9 contadini uccisi in aprile) chè, se succedesse in Iran, in Myanmar o in Tibet, dio ci scampi dallo tsunami di indignazione etica, civile, democratica, degli unanimisti a denominazione di origine controllata e garantita (di destra).



Emergenza imperialista Emergency
Una categoria che comprende tutte e tre le famigliole di cui nel titolo è certamente quella che si è occupata-disoccupata degli uomini di Emergency. E nessuna di queste (fatta eccezione per Gino Strada, per quanto gli era consentito diplomaticamente, e per un accenno di Oliviero Beha nel solito Il Fatto) ha davvero colto nel segno dei come e dei perché della miserabile montatura allestita a Lashkar Gah. Un’operazione che a noi, abituati da decenni a farci trovare in saccoccia dai carabinieri la classica bustina di hashish mai vista prima, o nel cassetto inusitati documenti che invitano a demenziali sfracelli armati, risulta istantaneamente trasparente come una bottiglia di acqua distillata. Invece si è tentennato. Ci si è aggrovigliati in condizionali e cautele donabbondesche. Pure quando si è respinta perentoriamente ogni virgola delle trucide balle sparate su tre più sei di Emergency dai gaglioffi afghani di Karzai, presidente fantoccio seduto su una montagna di oppio e di schede elettorali manomesse, non si è voluto cogliere il cuore delle responsabilità in ballo. Karzai sarà stato il domatore, seviziatore di tigri e orsi, ma a dargli input e crisma di legittimità sono stati il direttore del caravanserraglio e, sopra di lui, l’Ente Internazionale Circhi che organizza e regola l’intero ambaradan delinquenziale.

Lasciamo fuori dal discorso, anche per non impataccarci, polverosi burattini che si agitano al punto da credersi vivi, tipo bocca-bucodiculo Gasparri, testa di cuoio con la bava La Russa, lo stendino di panni sporchi Fede e l’ineffabile superembedded imitatore di inviati Fausto Biloslavo che, nel postribolo dell’altro sedicente giornalista, Bruno Vespa, si è distinto ancora una volta nell’offrire le sue grazie al migliore offerente. Che ovviamente sono quelli co’ li sordi. Come va facendo da anni aggirandosi sempre e solo all’ombra e nel pieno gradimento dei terroristi di Stato. Cia, Mossad, MI6 dovrebbero aggiornare i requisiti per i loro strumenti mediatici: scadentoni come quelli rischiano di compromettere gli esiti e svalutare il rango di queste peraltro prestigiose necro-agenzie. E anche “il manifesto”, restando in zona, mancando l’insostituibile Stefano Chiarini, potrebbe spendere i suoi esigui fondi per inviati collateralisti meno scoperti di una capo-lobby come Marina Forti che, dal Pakistan ridotto dagli Usa a corrotto mercenariato bellico contro la propria popolazione insorta nella regione della Frontiera Nord-orientale, Swat, Waziristan e Punjab, e i cui civili vengono macellati giorno e notte dai droni della Cia e dei contractors, farnetica, peggio del peggiore Bush, di estremismo islamico da contenere e, invertendo i termini reali del conflitto, di India minacciata dagli espansionisti di Islamabad. Quell’India nuclearizzata dagli Usa che, d’intesa con i globalizzatori imperiali e intima dei sionisti, che la armano e le organizzano attentati pseudo-pakistani a Mumbai, collabora nella frantumazione giudaico-cristiana degli ultimi Stati islamici più o meno indipendenti.

C’è a “sinistra” chi riconosce al governo del duo Frattini-Berlusconi di aver assunto, dopo gli osceni tentennamenti iniziali sulla “colpevolezza degli uomini di Emergency da provare, ma che era imprudente escludere a priori”, un certo attivismo per pietire dal fantoccio narcotrafficante Karzai un minimo di osservanza delle buone regole giuridiche, anche nel caso di “sospetti terroristi”. Patetica cortina fumogena per occultare un’operazione congiunta tra tutti coloro che partecipano al quasi decennale e quotidiano sterminio, nell’Afghanistan da stuprare, di famiglie, donne, bambini (il 40% delle vittime secondo il consapevole Gino Strada) e che, mattanza dopo mattanza dette offensive, non riescono a cavare un ragno da un buco affollato dalla quasi totalità patriottica, taliban e non, del popolo afghano. Gli sbirri di Karzai, nell’arrestare i testimoni di tali stragismi, dopo averli allontanati dall’ospedale per deporvi bombe a mano ed esplosivi, operavano al comando dei militari britannici che fanno parte del contingente invasore USA-Isaf-Nato. Operazione clamorosa, dagli echi planetari, dunque inevitabilmente firmata dal Comando Isaf a Kabul e dal Quartier Generale dell’Allied Joint Force Comand. Saremmo, noi bande di ventura italiane alle dipendenze dell’imperatore, anche gli ultimi degli scalzacani nel concerto dei nazionicidi occidentali, ma un benestare da Roma per un crimine di tale portata ci potete giurare che è stato chiesto e dato. Lo confermano le infami dichiarazioni iniziali dei gerarchi di regime che, anche di questo potete essere certi, si sarebbero evolute in condivisione piena del procedimento, se un coraggioso fino alla temerarietà Gino Strada e chi gli ha dato voce (bravo Santoro e pochi altri) non avessero innescato un’onda anomala di risposta popolare. L’operazione si è dunque svolta con il pieno e preventivo consenso della criminalità politica organizzata di Roma. E nel ponziopilatesco silenzio del PD, con il bombarolo balcanico D’Alema in testa. Uomo, costui, che rappresenta la dimostrazione scientifica di come la presunzione produca inevitabilmente bancarotte e stupidità. Ora tutti questi pali del sequestro terranno per un po' le sopracciglia alzate e la fronte corrugata. Poi magari dei tre se ne rilasceranno i due medici, troppo inequivocabile è la loro storia, si butterà tutto sugli spendibili afghani e si otterrà il risultato da tutta la banda perseguito. Fuori dall'Afghanistan e da ovunque non gli torni, coloro che i corpi li curano e non li rompono, coloro che corridoi sanitari li creano e non li bloccano, coloro che vedono e riferiscono. Non è già successo così con i giornalisti in Iraq e Afghanistan? It's the democracy, baby.

Intervistato dal “manifesto”, Gino Strada ha poi detto la verità più drammatica e infamante di tutte: La situazione in questo paese è disperante, della guerra non frega più niente a nessuno… Per l’Italia questa è una sconfitta, il nostro paese viene umiliato nonostante abbia dato più volte prova di servilismo – con questo e con passati governi – e nonostante continui a spendere centinaia di milioni di euro per fare la guerra mentre in Italia migliaia di persone perdono il lavoro per la crisi. E questo il punto che ci dovrebbe premere di più. Lamentata da tutta la sinistra alternativa l’abietta complicità dei partiti di sinistra al governo con Prodi nel voto per le guerre, il seguito è stato un silenzio appropriatamente definibile mortale. La questione guerra, Nato, basi, economia capitalista della droga, del mercenariato nazionale mandato a morire in Afghanistan e a tenere popoli in ceppi altrove, è totalmente svaporata. Non gliene frega più niente a nessuno. Che si sia micropartito, o gruppuscolo di sbandati, ci si autoerotizza seguendo questa o quell’altra disperata lotta di lavoratori su tetti o isole o gru, ignorando pervicacemente e opportunisticamente il contesto più vasto che tutto determina e che rende ogni sussulto sociale l’ineffettuale vox clamantis in un deserto autoinflitto. Dei Berlusconi, La Russa, Gasparri, Frattini e consorteria internazionale, costoro sono l’omertoso paravento. Essere o non essere, questo è il problema. E noi non siamo. Anzi, tra noi ci stanno pure quelli che, ottusi oltre ogni misura, sparando sull’Iran, complice degli aggressori in Iraq, ma vittima in patria, le stesse cannonate di USraele, inconsapevolmente (ma è lecito dubitarne) liberano i cieli alle incursioni dei necrofori. Ci sono voluti un’efferatezza che supera i limiti di quanto perpetrato nella peggiore delle guerre, e un solo uomo, Strada, per risbatterci sul muso la nostra omertà.

Che ne venga qualcosa di intelligente e coraggioso non c’è da sperarlo. Nel frattempo si continuano a lubrificare le armi dell’inganno e dei genocidi avallando strumentali presenze di Al Qaida nell’Iraq irriducibilmente impegnato in una nuova ondata di resistenza all’occupante e ai suoi fantocci (ogni giorno vengono colpiti a decine, ma qui risulta solo “terrorismo”), nel Sahara che vuole sottrarsi alle predazioni multinazionali delle proprie risorse (uranio e petrolio), prodromo al ritorno colonialista in tutto il continente, nello Yemen e nella Somalia da sfasciare per guadagnare il controllo sui cordoni ombelicali dall’imperialismo capitalista, nei paesi progressisti dell’America Latina da hondurizzare.

L’incredibile menzogna di Katyn
Un La Russa come al solito inviperito e isterico se l’è presa ad Anno Zero con la vignetta di Staino che, a proposito dell’ecatombe dei dirigenti polacchi (pianta da un lacrimoso articolo del “manifesto”), il cui aereo era caduto nel viaggio per la commemorazione dei “martiri di Katyn”, fa dire al personaggio: “A qualcuno troppo, ad altri niente”, o qualcosa di simile. La vignetta è perfetta, ma non sfiora, come del resto tutta la stampa mondiale, il retroterra di un incidente che costituisce una vera e propria nemesi per la megatruffa dell’eccidio di Katyn. Anche qui, la dabbenaggine e il codismo della “sinistra” tutta, tra venduti, infiltrati e babbei, risulta esemplare. La tragedia che ha colpito un presidente cialtrone, Lech Kakzynski, oscurantista cattolico da far invidia al più ottenebrato ayatollah, macchietta con il gemello da Isola dei famosi, succubo con tutta la combriccola di vertice di ogni scelleratezza militare prima di Bush e poi di Obama, ha riscatenato il rullo compressore della diffamazione dei comunisti, interpretati come l’Urss di Stalin, che già aveva scaldato i motori con la campagna contro Cuba. E, anche qui la solita unanimità destra-sinistra, lucida nella prima, demenziale nella seconda. Tutti concordi e nessuno dissenziente sul fatto che a Katyn Stalin, nella primavera del 1940, avrebbe giustiziato 20mila prigionieri di guerra polacchi. Tutti concordi nell’ignorare il dato storico, che urla dalle pagine del processo di Norimberga, che quei polacchi furono uccisi dai tedeschi nell’autunno del 1941.

Non furono solo i referti autoptici delle salme e le condizioni ancora buone del loro vestiario, quando furono fatte le riesumazioni, a dimostrare che quei corpi non potevano essere stati seppelliti fin dalla primavera 1940. Né i soli documenti dell’inchiesta condotta da scienziati e accademici dai quali risultò che le truppe tedesche avevano fatto scavare le fosse per i polacchi a 500 prigioneri sovietici, poi fucilati. E che i polacchi erano stati uccisi con un colpo all’osso occipitale, metodo identico seguito dai tedeschi in tutte le analoghe esecuzioni nelle città russe occupate. E che decine di testimoni avevano visto i prigionieri polacchi molto dopo l’epoca in cui la versione nazista li voleva trucidati. C’è la prova inconfutabile presentata e accettata al processo di Norimberga!


Nel luglio del 1941 alcune zone della provincia di Smolensk, dove si trova Katyn, furono occupate dalle armate tedesche. I prigionieri polacchi di Stalin, ancora vivi e vegeti, caddero nelle mani della Wehrmacht. E furono giustiziati. E’ solo nel 1943 che, in gravi difficoltà sul terreno e per necessità propagandistiche, Berlino ascrive l’eccidio ai sovietici. Un membro della commissione che i tedeschi misero in piedi per documentare tale accusa, il bulgaro Marko Markov, a Norimberga rivelò la verità. E se non bastasse, il ministro della propaganda del Reich, Goebbels, aveva ammesso le responsabilità tedesche scrivendo nel suo diario: Sfortunatamente abbiamo dovuto abbandonare Katyn. I bolscevichi sicuramente scopriranno che noi abbiamo fucilato migliaia di ufficiali polacchi e questo sarà uno degli episodi che ci creerà non pochi problemi nel prossimo futuro. I sovietici sicuramente trarranno vantaggio dal fatto che scopriranno quante più fosse comuni possibili e ce ne riconosceranno la colpa. Krusciov, che pure a Stalin assegnò più crimini di Pietro il Grande, non si era spinto fino ad addossargli Katyn. Putin, in compenso, ha chiesto scusa ai polacchi. Avrà avuto le sue ragioni… (vedi in internet Katyn e “soviet action”).

Babbei o cosa?
Basta che la camicia sia rossa? Che la indossino i compagni cubani, in piena rivoluzione, o quelli venezuelani che da anni lottano per integrare l’antimperialismo con la rivoluzione sociale, o che se la mettano le turbe tailandesi più arretrate politicamente e culturalmente per invocare il ritorno del loro berlusconide, detronizzato da una rivolta dei ceti più evoluti e consapevoli, anche se urbani, anche se di operai, intellettuali e professionisti. Basta il rosso per far spezzare al Campo Antimperialista, reduce da toppate sesquipedali come il sostegno agli squadroni di stragisti sciti in Iraq d’obbedienza iraniana, tutte le sue spuntatissime lance a favore di coloro che in questi giorni hanno invaso la capitale Bangkok. Fanno il paio – babbei o che cosa? - con quegli inviati di “sinistra” in Pakistan che preferiscono le armate “democratiche” alla resistenza nazionale di popoli “retrogradi”, o con quegli analisti dello stesso schieramento che inneggiano a una riforma sanitaria di Obama che lascia nel fosso 12 milioni di cittadini poveri e gratifica vampiri assicurativi e farmaceutici, imponendo al resto di assicurarsi con i primi e acquistare i farmaci di marca dei secondi. Abolendo coerentemente ogni sostegno statale alle donne costrette all’aborto. O a quel grottesco, nuovo trattato START che elimina poche armi nucleari obsolete (le cui scorie servono ai proiettili all’uranio) per sostituirle con più moderne ed efficaci, mantiene un arsenale che può distruggere il mondo quattro volte, e ribadisce uno scudo antimissile in Europa, stavolta mobile e pronto al first strike, al primo colpo, contro fantomatiche atomiche di fantomatici terroristi.

Le camicie rosse tailandesi, composte da pezzi di società come quelli che da noi si acculturano con la trasmissione “Amici” e votano Calderoli, o che si affidano al guitto mannaro con le sua guarigioni dal cancro, la sua riduzione delle tasse e il suo milione di posti di lavoro, provengono dalle zone più depresse del paese, escluse da ogni capacità di valutazione politica che non sia l’abbaglio delle illusioni sparse a larghe mani dall’ex-premier Thaksin Shinawatra, un superpaperone padrone di tutti i grandi mezzi di comunicazione, delinquente spodestato nel 2006, messo sotto processo e fuggito all’estero per aver sprofondato il paese in una fogna di corruzione. Già l’anno scorso questi rossi abusivi erano stati bloccati da un’opposizione di massa in camicia gialla, sostenitori del nuovo premier Abhisit Vejjajiva, regolarmente eletto dal parlamento. Gialli, per gli astuti baccelloni del Campo, ovviamente come certi sindacati.

Altra nemesi, su cui i nostri eroi delle tre categorie non hanno ancora saputo che pesci pigliare, si è verificata in Kirghizistan. C'era stata anni fa una delle classiche rivoluzioni colorate, tutte adorate dalle sinistre di complemento, innescate da Soros e vari istituti cripto-Cia a partire dalla Serbia per ripetersi in Georgia, Ucraina e fallire in Libano, Uzbekistan, Venezuela. In Kirghizistan aveva assunto nel 2005 il nome di “Rivoluzione dei tulipani” e aveva portato al potere un emulo dei briganti insediati altrove dagli Usa, il dittatore Kurmanbek Bakiyev. Di nuovo, come ovunque Washington metta sul trono il proprio fiduciario, si trattava di un satrapo nepotista e tirannico che, nel giro di pochi anni, aveva ridotto l’intero paese sul lastrico. Per mantenere il posto, il proconsole e suo fratello addetto al traffico della droga e alla repressione, arricchitisi al di là dell’immaginabile con i proventi della base russa e di quella Usa, cruciale per i rifornimenti alle truppe in Afghanistan, aveva fatto sparare sulla folla, tumultuante ma non violenta, provocando un’ottantina di vittime. Ora se ne è scappato in Kazakhistan. Significativa è stata la sua invocazione di truppe dell’Onu, che, dal Kosovo alla Somalia, da Haiti all’Iraq, si sa su che musica marcino.


La nuova premier, Roza Otunbayeva, proviene più o meno dagli stessi ambienti, ma ha mandato i primi segnali amichevoli a Mosca, pur non osteggiando gli Usa e non mettendo per ora in discussione la loro base. Cosa ne verrà è incerto. Certo è invece che questa volta la sollevazione non è stata né provocata, né foraggiata, né organizzata, né armata dai soliti protagonisti occidentali del regime change. E’ sorta spontaneamente da masse popolari nella parte più industrializzata e socialmente attiva del paese, scandalizzate dalla corruzione, massacrate dalle malversazioni di regime, da una disoccupazione afferente la maggioranza della forza lavoro e dall’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di prima necessità. Vedremo chi si saprà muovere meglio su questo scacchiere e quali rapporti di forza sapranno imporre i protagonisti della rivolta. Intanto ci aspettiamo che su questa rivoluzione senza velluto, in un’area cruciale per le sorti del mondo, aprano gli occhi catarrattosi i soliti esperti di “democrazia”, “diritti umani” e “terrorismo islamico”. Alla “rivoluzione dei tulipani” Bush aveva inviato fiori e pasticcini. A quest’altra Obama ha spedito l’esperto in rimedi imperiali, fin da tempi della truffa mortale ai serbi di Dayton, Richard Holbrooke.




Fucilatori
Chiudo, se perdonate la prolissità, con un argomento che mi sta particolarmente a cuore. La commissione agricoltura della Camera ha approvato una modifica della pur avariata legge comunitaria che regola le stagioni della caccia. Si va, con anticipi e prolungamenti, oltre il periodo dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio. Si va verso la possibilità di cacciare tutto, sempre e ovunque, anche nel giardino di casa tua. Si va verso l’estinzione delle ultime specie sopravvissute allo sterminio di armi, inquinamento, cemento. Si va verso un mondo in cui i bambini pensano che le galline siano le coccodè di Arbore. Anni fa, per il TG3, brandivo la telecamera contro i delinquenti bresciani e bergamaschi che massacrano di lenta morte fringuelli e pettirossi attirandoli su trappole travestite da cibo. E’ quello che fanno molte Ong con i bambini africani. Sarà per i profitti, garanzia di voti, delle industrie delle armi ed attrezzature per questi psicopatici dell’assassinio facile. Ma più ancora sarà per disegnare un edificante e contagioso parallelo tra i nostri bravi cacciatori di teste in Afghanistan e chi per ora deve accontentarsi di polverizzare due grammi di bellezza in volo. Possiamo ipotizzare una battaglia contro, altrettanto parallela e contagiosa?

giovedì 15 aprile 2010

CANZONE PER UN 25 APRILE









Qualunque cosa tu faccia, ti richiede coraggio. Qualsiasi cammino intraprendi, ci sarà sempe qualcuno a dirti che stai sbagliando. Vi sono sempre difficoltà che sorgono e ti vorrebbero far credere che i tuoi critici hanno ragione. Definire un corso d'azione e seguirlo richiede lo stesso coraggio di cui ha bisogno il soldato. La pace conosce vittorie, ma ci vogliono uomini e donne coraggiosi per conquistarla.
(Ralph Waldo Emerson)
Alcune cose devi sempre rifiutare di sopportare. Alcune cose devi mai cessare di non sopportarle.Ingiustizia e oltraggio, disonore e vergogna. Non importa quanto giovane o quanto vecchio sei. Non per privilegi, nè denaro, la tua foto nei giornali, o soldi in banca. Devi rifiutare di sopportarli.
(William Faulkner)
Sto fuori Italia per qualche giorno. Anticipo il mio omaggio al 25 aprile.
Circola da qualche settimana in rete questo scritto di Elsa Morante,
Autrice de La Storia, L'Isola di Arturo, ecc.

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera
di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato
la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una
parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse
e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto
delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte
piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve
scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo
dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza
volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un
popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di
modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi
atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso
della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è
diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più
completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto,
cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario,
buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza,
si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo
abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo,
senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che
vuole rappresentare
."
(Elsa Morante)

Fatta la tara alla sciocchezza disfattista dell'identificazione dello spregevole soggetto con tutto il "popolo italiano", roba che viene ancora oggi gufata a sinistra a mo' di foglia di fico sulle proprie vergogne, immediata e ovvia sorge la sovrapposizione del Mussolini descritto da Elsa Morante, anni prima della nostra era dello sconforto, con il guitto mannaro che ci troviamo sul groppone oggi. E mi ricordo come il direttore di Liberazione, Sandro Curzi, buonanima di "compagno comodo", derise e rampognò il mio termine di "regime" in un articolo scritto in pieno secondo bordello governativo Berlusconi "Esagerato! Allarmista!" Qualche anno prima, al TG3 ricevetti analogo biasimo dal direttore, allora Andrea Giubilo, per aver definito il noto Pacini Battaglia, plurinquisito nell'epigonale Mani Pulite e in lega con personaggi di cui denunciai le malefatte nei traffici e nascondimento di rifiuti a La Spezia. Disse: "Ma se al massimo è un traffichino". Convergenze parallele tra "sinistra" e "destra": far passare le travi nell'occhio, proprio o altrui, per spine.

Se l'accostamento scaturito dal bel ritratto di Morante è convincente, ritengo che sia tuttavia inadeguato e riduttivo. Concordo, l'ho già detto un'altra volta, con Asor Rosa quando dichiara la berlusconeria peggio del fascismo. Per infingardaggine, mendacità ontologica, corruzione escatologica, perversione epistemologica, capacità di introdurre nel buonsenso generale una depravazione etica e sociale totalitaria, egoismo paranoico, obliterazione del pubblico da parte del privato predone e mafioso, criminalità organizzata direttamente al potere, integralismo religioso di stampo medievale, e mille altre nefandezze che il creatore dello Stato corporativo fascista, in tutte le sue turpitudini, neanche si sognava.

A questo proposito, anche per non essere frainteso, riporto qui sotto una mia "composizione" di anni fa. E' stato l'unico disco che ho mai fatto incidere (Edizioni Circoli d'Ottobre), pur avendo invaso le ugole degli anni''68-'77 con una pletora di canzoni e canzonacce. E' niente di che, è solo una canzonetta. Ma quella e le altre le cantavamo nelle piazze di tutto un paese in movimento sussultorio. Bastava ci fosse una chitarra. Allora, come in tutte le situazioni rivoluzionarie, vedi Irlanda, vedi Cuba, vedi Honduras, vedi Palestina, la musica nasceva dal basso. Giorno per giorno. Oggi la musica la si ascolta. Magari chiudendosi al mondo con gli auricolari nelle orecchie. Invece penso che quella vecchia canzone dovrebbe sfondare gli auricolari anche oggi. Proprio oggi.

Aggiungo poi una poesia che chiude la recente commovente raccolta di Geraldina Colotti "La guardia è stanca". Si può discutere sulla qualità del lavoro (a me c'è che mi è piaciuto, e c'è che non), ma può essere interessante percepire la differenza tra chi ha fatto altri percorsi, meno a rischio di contaminazione e non ha zavorre con cui confrontarsi, e chi proviene da un'esperienza sconfitta, magari generosa, ma sbagliata e non riconosciuta tale che, proprio per questo limite, vede quelle pagine sfogliate da un'aria di stanchezza (vedi il titolo), desolazione, profondissima amarezza, nell'ultimo verso addirittura rassegnazione. A mio avviso, accertato che le palle di neve (vedi la poesia) non contengano sostanze tossiche, le si possono anche usare oltrechè per impastare omini con la carota, per accecare chi ci vuole colpire.
Comunque è meglio di primavera: c'è roba più dura in giro.

A chiusura riporto un'importante presa di posizione di un attivista di Amnesty International nei confronti della sua associazione. Cose analoghe si sarebbero potute rinfacciare a Amnesty in molte altre occasioni di parzialità nefasta. Quando ero a Baghdad nell'aprile 2003 e le armate barbare dell'invasore venivano affrontate, oltrechè da un esercito in condizioni pietose dopo 12 anni di embargo totale, da migliaia di militanti del partito Baath e di altri combattenti delle
nuove formazioni della Resistenza, mi atterrì una Reuters che riportava la dichiarazione, ufficiale e solenne, di Amnesty, secondo cui, chi si oppone a un esercito regolare (quello Usa) in panni borghesi, privo di uniforme, era da catturare e giudicare come criminale. Ecco dunque criminalizzata ogni forma di resistenza di popolo non inquadrata nell'esercito nazionale di uno Stato, per quanto autenticamente fuorilegge e terrorista, ma con tanto di spalline, stelline, alamari. Da allora non mi fido degli equilibri di Amnesty.

Fiore rosso e fucile

Fiore rosso e fucile
viva la libertà
era il 25 aprile
si rifà la società.

I padroni sono morti
i fascisti impiccati
la giustizia degli insorti:
libertà per gli sfruttati.

Proletari al potere
non c'è più la schiavitù
dalle fabbriche al quartiere
non si servirà mai più.

Ho sognato per vent'anni e più
quel 25 april
ricordo della mia gioventù
vissuta col fucil
finchè dal popolo in servitù
si sveglia un canto e va
e riporta giovinezza e amor
per rossa libertà.


Ma ci dissero al partito:
sotto con la produzione
il conflitto è ormai finito
non si fa rivoluzione.

Cerimonie ed elezioni
cosa serve aver lottato
il fascismo può parlare
democratico è lo Stato,

E passsaron tanti anni
democratici e coglioni
due promesse, cento inganni
vincon sempre i padroni.

Ho sognato per vent'anni e più....

Ma un bel giorno
ciu fu un grido:
si ritorna a esser classe!
Nelle piazze a centomila
ritornarono le masse.

Eran giovani compagni
per spazzare via i fascisti
ci ridiedero i vent'anni
siamo tutti comunisti.

Sole rosse di mattina
pel padron non c'è domani
si farà lotta continua
siamo i nuovi partigiani.

Ho sognato per vent'anni e più...


(Fulvio Grimaldi)


Neve
Ancora inverno
nessun Palazzo preso
L'uomo beve
cammina solo
Ancora inverno
nessun Palazzo preso
Tatiana ammicca
Storpi di Sarajevo
Irina in macchina
vomita Ingegnere
Ancora inverno
nessun palazzo preso
ma abbiamo ancora inverno
per impastare neve

Un uomo senza sogni
è un vincitore.

(Geraldina Colotti)
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Lettera inviata il 22 marzo ad A.I. da Joaquin Rodriguez Burgos*

Traduzione a cura della redazione di l’Ernesto online

* della sezione spagnola di Amnesty International

Sono iscritto alla sezione spagnola di Amnesty International dall’anno 1996. Ho scritto moltissime lettere a decine di responsabili politici di diversi paesi e ad alcuni prigionieri incarcerati in alcune prigioni del mondo (compreso un prigioniero cubano), su suggerimento di A.I. Sono tra coloro che pensano che il bilancio globale del lavoro di A.I. in difesa dei diritti umani nel mondo sia positivo; ovviamente per questa ragione continuo a rimanere socio di questa organizzazione.

Nonostante ciò, non posso tacere che, nel caso particolare della vostra posizione verso il governo di Cuba, voi siete caduti in una grave contraddizione. La stessa Amnesty International nei suoi rapporti ha riconosciuto che la maggioranza dei prigionieri condannati a Cuba, qualificati da A.I. come prigionieri di coscienza, sono stati finanziati materialmente e con denaro dal governo degli USA, governo che, come sapete, ha partecipato in differenti gradi a diverse azioni contro i governi cubani nel corso della Storia e che ha dichiarato unilateralmente Cuba come “paese nemico”, nonostante gli Stati Uniti non abbiano mai subito nessuna aggressione armata dal suo governo. Come certo non ignorate, il diritto internazionale considera illegale il finanziamento da parte di una potenza straniera dell’opposizione interna di una nazione sovrana. Allo stesso modo considera illegale il rovesciamento di un governo sovrano da parte di un altro governo straniero. D’altra parte, allo stesso modo di qualsiasi altro paese del pianeta, lo Stato cubano ha varato una normativa diretta a proteggersi da tale ingerenza, che messa a paragone con quella di altri paesi, compresi gli USA, è persino più benevola.

Per tutte queste ragioni è facile concludere che è completamente contraddittorio da parte di A.I. considerare prigionieri di coscienza le persone finanziate da un governo straniero (che si considera unilateralmente, ricordiamolo, nemico) allo scopo di rovesciare il loro governo legittimo, trasgredendo in tal modo non solo la legislazione nazionale cubana, ma anche quella internazionale. Seguendo la logica applicata in questo caso, A.I. dovrebbe considerare come prigionieri di coscienza tutti coloro che vengono condannati in base all’applicazione di normative simili nel resto del mondo, compresi i condannati nello Stato spagnolo. Pertanto, vi sollecito, come socio di Amnesty Internacional, a cessare di presentare nei vostri rapporti come prigionieri di coscienza i prigionieri cubani che ricevono finanziamenti stranieri per rovesciare il governo cubano, dal momento che, con ogni evidenza, non lo sono.


mercoledì 14 aprile 2010

PCI-ISRAELE, COME ANDARONO LE COSE. E come vanno.
















Giorgio Napolitano è sempre stato un cortese annuitore"
(Rossana Rossanda)

La scipita, minimalista, seppure ironica definizione della "veneranda maestra" ex-PCI, paragonabile a tutte la sua summa ideologica, perennemente sotto il livello della perspicacia rivoluzionaria (pensate alle valutazioni sulle "BR-album di famiglia", all'inconsulta difesa del supercialtrone Adriano Sofri, agli amorazzi per Obama, il turpe Ingrao, il Vendola-Svendola...), riceve una strepitosa risposta da Israele. Dopo l'antimafia italiana - filomafia israeliana, Roberto Saviano, dopo l'anticriminalità italiana - filocriminalità israeliana, Marco Travaglio, ecco che esibisce tra i ranghi delle sue truppe speciali anche un altro eroe del nostro tempo: Giorgio Napolitano (vedere qui sotto), premiato a Tel Aviv dagli stessi terminator e pulitori etnici che, contemporaneamente, emanano l’ordine di smammare ai palestinesi che ancora si ostinano a resistere nei miserandi resti della Palestina stuprata. Si tratta di un dispositivo militare per cui i “palestinesi infiltrati”, cioè con passaporto di altro paese (Giordania), o senza, cioè quasi tutti, devono togliersi dai sacri marroni ebrei, o finire nelle noti carceri israeliane della tortura e della cancellazione di ogni diritto. Con tanti saluti di coloro che ancora cianciano di "processo di pace" e di "due Stati per due popoli", anzichè impegnarsi per l'unica Stato decente e possibile: quello unitario di Palestina. Napolitano è il patriota, superato solo dal Fausto Bertinotti libanese e folgorizzato nell'obliterazione dell'articolo cardine della nostra Costituzione, l'11 antiguerra, e nel pornografica esaltazione dei nostri mercenari tagliagole all'estero (zitto come un avvoltoio, invece, sul sequestro Nato-ascari degli autentici eroi di Emergency, colpevoli, diversamente dagli schiavi cari a Napolitano, di vedere e di dire).

L'arguto Travaglio, dal canto suo, un po' più pertinentemente, scrive su Il Fatto di un "Napolitano che dorme e quando non dorme firma" (o viceversa), e resta anche lui sotto l'assicella. Salto della quaglia più che salto in alto. Ben altra considerazione merita questo Capo dello Stato e dell'inciucio infinocchiante. Dell'entità Napolitano e dei suoi trascorsi "miglioristi" filocraxisti (con, come si sa, alle spalle non troppo lontana la P2, confermata dalla napolitanizzazione del legittimo impedimento pro-eccellenza piduista) mi sono occupato in passato post. Qui resta solo da sottolineare come anche i suoi più consapevoli censori, restino un tantino piegati davanti alla "figura istituzionale". Embé, rivoluzionari non sono.



Ora leggete l'orripilante notizia dell'inverecondo fatto, trasmessa dal'International Solidarity Movement, sezione Italia, e poi ne troverete un adeguato commento del suo responsabile, con citazione di Giancarlo Pajetta (ex-dirigente fracassone del PCI) a proposito di PCI-Israele, cui ho apportato qualche precisazione da mia esperienza diretta. Spero che arrivi anche un appello a manifestare, il 22 aprile, contro il serialkiller Simon Peres, presidente dell'entità sionista, ricevuto dall'omologo ideologico, sindaco di Roma, al Mausoleo di Augusto. A questo appello affianco volentieri quello dei Circoli di Italia-Cuba a gridare il proprio sdegno e le proprie verità sul muso di una Rai impegnata in questi giorni a navigare nella cloaca di menzogne e diffamazioni su Cuba.

Campagne parallele e propedeutiche allo scatenamento del pacifismo obamiano in tutta l'America Latina, a partire dal colpo di Stato fascista e dai suoi squadroni della morte in Honduras, repubblica tornata delle banane in cui gli specialisti USA, Orlando Bosch e Billy Joya, stanno ripetendo i fasti stragisti dei famigerati anni'80 dei Contras. In queste ore, sotto la guida di questi arnesi del genocidio alla yankee, migliaia di contadini nella regione atlantica dell'Aguan vengono rastrellati (nove campesinos e cinque giornalisti uccisi nel solo mese d'aprile) da esercito, polizia e paramilitari colombiani (giovedì 22 aprile, ore 17.30, sede Rai, Viale Mazzini).

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Il Dan David Prize a Giorgio Napolitano

1. Che cosa è il Dan David Prize

Il 9 maggio 2010 si terrà al'Università di Tel Aviv la cerimonia di consegna dei premi Dan David (http://www.dandavidprize.org).
I premi sono assegnati tenendo conto delle tre dimensioni del tempo, il passato, il presente e il futuro.
Il premio per il passato è stato assegnato quest'anno a Giorgio Napolitano per la sua Marcia verso la democrazia.
Il premio per il presente, Letteratura: Interpretazione del XX secolo, è stato assegnato alla scrittrice canadese Margaret Atwood e allo scrittore indiano Amitav Ghosh.
Il premio per il futuro, Computer e Telecomunicazioni, è stato assegnato al Prof. Leonard Kleinrock, Professore di Computer Science all'Università della California, al dr. Gordon E. Moore cofondatore dell'Intel e al Prof. Michael O. Rabin, Professore di Computer Science alla Harvard University e alla Hebrew University di Gerusalemme.
Il premio è di un milione di dollari per ognuna delle tre sezioni.

2. Perché Giorgio Napolitano merita questo premio (*)

I meriti del Presidente della Repubblica nella definizione dei rapporti PCI-Israele prima e Italia-Israele poi sono indubbi.

* vale ricordare che hanno ricevuto il premio anche Magdi Allam nel 2006 e la Città di Roma. Quest’ultimo è stato ritirato nel 2009 da Gianni Alemanno.

a - Israele è uno stato coloniale e coloniale è anche il suo atto di nascita
Il PCI, filo-israeliano al momento della costituzione dello Stato di Israele per obbedienza all'Unione Sovietica che era d'obbligo, mutò linea politica, sempre in sintonia con Mosca, con un rapporto di Giancarlo Pajetta alla I Commissione del Comitato Centrale del PCI nel febbraio del 1970.

"È certo - scrisse l'esponente del Pci - che Israele ha dimostrato di trovare la sua forza essenziale in una esasperazione sciovinistico-religiosa; gli avvenimenti più recenti accentuano, o rendono evidente, anche agli occhi di gran parte della opinione pubblica europea e di forze politiche che ebbero durante la guerra dei “Sei giorni” posizioni di incertezza, il carattere coloniale di Israele" e aggiungeva "va ricordato - non come una curiosità storica ma come un giudizio politico - che lo stesso carattere coloniale ebbe anche l'atto di nascita di Israele".



ISM-Italia non ritiene utile in generale rivolgere appelli, a maggior ragione in casi come questi.

Si rischia il ridicolo se si dovesse chiedere a Giorgio Napolitano di rifiutare il premio.

Come ha scritto Rossana Rossanda è sempre stato “un cortese annuitore”.

L’unica dimensione possibile rimane quella della denuncia.

Naturalmente ognuno/a è libero/a di trarre lo spunto da questo documento per una sua iniziativa coinvolgendo o meno altre persone.

Io mi limiterò a spedire il documento alle mailing di ism-italia e naturalmente al presidente.

AlfredoTradardi


Utile segnalazione.
Con una precisazione.
Quando Pajetta fece quel discorso al Comitato Centrale del PCI, la svolta del partito da filo-israeliana a critica dello Stato sionista, era stata avviata da tre anni. E a titolo di storia minima, non per questo da trascurare, vorrei ricordare agli aderenti ISM Italia, che raccoglie ogni lavoro sulla Palestina tranne i miei (non me ne addonto, circolano abbondantemente), come si arrivò, anche con un piccolo contributo mio (ma sono le circostanze che contano), a quel mutamento di giudizio.


Da giornalista della BBC ero a Londra negli anni'60. Facevo anche il corrispondente per "Panorama" (allora un periodico di sinistra) e "Paese Sera". Quando il 5 giugno 1967 Israele aggredì i paesi arabi, Paese sera non riuscì a mandare a Tel Aviv un corrispondente, visto che quel governo aveva chiuso gli aeroporti. Mi chiese di tentare di arrivarci da Londra. Riuscii ad imbarcarmi su un aereo di volontari ebrei che andavano a combattere "contro gli arabi che volevano buttare a mare i sopravvissuri dell'olocausto". La posizione di Paese Sera, del PCI e pressochè universale era di condivisione di questa valutazione: eravamo già, come durante mille anni prima e come oggi, allo "scontro di civiltà".



Ma quello che vidi, seguendo le armate israeliane nell'assalto ai territori palestinesi non ancora occupati, a Egitto e Siria, l'insospettata presenza di un popolo, il palestinese, che veniva massacrato, i villaggi incendiati e rasi al suolo, l'agghiacciante odio e disprezzo razzista espresso da tutti gli ambienti dell'entità sionista nei confronti degli arabi, la realtà storica dell'invasione-occupazione-espulsione-genocidio fino allora ampiamente occultata, si potè riflettere nei miei reportages, a dispetto della censura militare israeliana. E Paese Sera, scosso da violento dibattito, tuttavia diede fiducia al suo inviato e pubblicò. Pubblicò provocando, sulla scorta anche delle informazioni oneste mandate da pochi altri colleghi, un analogo dibattito ai vertici e in tutto il PCI. La linea della verità e della giustizia storica e cronachistica prevalse. Il direttore ebreo, filoisraeliano di Paese Sera, Fausto Coen, perse il posto simultaneamente all'uscita dei miei articoli.

Ricordo che particolare emozione provocò tra i lettori, espressa in numerose lettere, il mio racconto di un viaggio a Gaza e nel Sinai occupati, organizzato per i giornalisti dal comando israeliano alcuni giorni dopo la fine della guerra.La guida era un capitano delle forze speciali. La strada costiera di Gaza, appena usciti dai territori occupati dai sionisti nel 1948, era piena di cadaveri di soldati egiziani abbandonati nei fossi. Chiesi al capitano come mai Israele non osservasse il dettato delle convenzioni di Ginevra e la consuetudine consolidata di restituire al paese d'origine o, quanto meno, di seppellire, quei corpi in putrefazione, divorati da cani e avvoltoi. Ecco la risposta, inchiodata nella mia memoria e stimolo ai miei quasi 45 anni di impegno per la Palestina e per gli arabi: "A noi israeliani piace mostrare al mondo che l'unico arabo buono è l'arabo morto". L'idea faceva il paio con le infinite scritte sui muri di Tel Aviv e di Haifa, in cui si invitava allo sterminio degli arabi "cani, topi e scimmie". Allora i sionisti e i loro padrini e accoliti parlavano preferibilmente di "arabi", dato che, come aveva sentenziato Golda Meir, "il popolo palestinese non esiste" e gli ebrei, "popolo senza terra", da Herzl in poi "tornavano in una terra senza popolo". Ma di arabi parlavano anche i palestinesi, allora riconoscentisi e riconosciuti membri di una comunità più vasta, storica, etnica, culturale, religiosa, politica: la nazione araba. Concetto fondamentale di liberazione, non isolabile, per quanto oggi tale isolamento ottusamente si pratichi, dalla questione specifica palestinese, dando per scontato che "arabi" siano i regimi vassalli degli Usa e non le loro popolazioni in endemica rivolta. Non vedere l'intima relazione tra il destino di iracheni, yemeniti, algerini, egiziani, siriani, libanesi, arabi tutti, e palestinesi, significa minare la grande forza e le incancellabili potenzialità della comunità araba. Ci sia di esempio la priorità assegnata all'unità da tutte le forze di emancipazione latinoamericane. Non per nulla nei piani politico-militari USraeliani la frantumazione dell'unità araba è il principio strategico.

Giunti a El Arish, nell'Egitto occupato, fummo trascinati nel locale muncipio. Il capitano si gettò sulla poltrona del sindaco nella sala consiliare, sbattè i piedi sul tavolo davanti a lui e fece allineare alla parete di fronte i membri del consiglio comunale, anziani arabi silenziosi, dritti e dignitosi. Abbaiò, la nostra guida: "Allora, bastardi, dite ai signori giornalisti: è meglio Israele o l'Egitto". Nel silenzio assordante difeso dai consiglieri arabi, intervenni e dissi al fascista ebreo che non desideravamo la risposta a un'intimidazione ricattatoria, mascherata da domanda e posta in quei termini e con quei toni. Il capitano non reagì. Quando, tornati a Tel Aviv, scendemmo dall'autobus, il cialtrone in uniforme mi prese per il collo e sbraitò:"Tu non sei amico di Israele!". Se Israele è come te, risposi, non le sono amico. Seguì una scazzottata e, l'indomani, all' albergo "Dan" dove abitavo, arrivò l'ordine di immediata espulsione. Paese Sera pubblicò. E pubblicò anche le mie successive corrispondenze dalla Siria del socialista Atassi, dall'Egitto di Nasser, dal Libano della combattiva diaspora palestinese. Figuratevi che, mentre Pajetta avrebbe iniziato la conversione a U del PCI sulla Palestina, il settimanale del PCI "Giorni-Vie Nuove già pubblicava i resoconti delle mie operazioni con i fedayin del Fronte Democratico che dalla Giordania penetravano in territorio occupato per imboscate a militari e coloni. Racconti, anche questi, tali da rovesciare l'assunto precedente nel suo contrario. Racconti ai cui protagonisti non si dava del "terrorista".
Fulvio Grimaldi


Elettori di Alemanno si preparano ad accogliere Simon Peres

MO: CAMPIDOGLIO, ABU MAZEN E PERES IL 22/4 ALL'ARA PACIS

(ANSA) - ROMA, 13 APR - Il 21 aprile prossimo prenderà il via a Roma
l'"Iniziativa AraPacis e l' istituzione del Consiglio per la Dignità, il
Perdono e la Riconciliazione" dedicato alla dimensione umana della pace.
Alla presentazione, il 22 aprile prossimo, parteciperanno il sindaco di
Roma Gianni Alemanno, il presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres
e il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen.
Lo rende noto il Campidoglio.
L'iniziativa mette Roma, in particolare l'Ara Pacis Augustea, al centro
di un articolato progetto: l'istituzione di un Consiglio universale
permanente per la Dignità, il Perdono e la Riconciliazione, dedicato
alla dimensione umana della pace. Il Consiglio assisterà Governi,
Istituzioni e Comunità apportando un contributo di natura etica, morale,
culturale e pedagogica, garantendo che il rispetto, la comprensione e il
dialogo siano parte costitutiva dei processi di pace.
L'"Iniziativa Ara Pacis" nasce sotto l'Alto Patronato del Presidente
della Repubblica, con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei
Ministri e del Ministero degli Affari Esteri.

mercoledì 7 aprile 2010

IRAQ, LA FIACCOLA SOTTO IL MOGGIO

































20 marzo: manifestazioni per il ritiro dall’Iraq a Washington e nelle maggiori città statunitensi.

Nessuno sopravvive quando cade la libertà. Gli uomini migliori marciscono in luride prigioni. E coloro che gridano “pacificazione, pacificazione” vengono impiccati da coloro che vollero compiacere.
(Hiram Mann)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio.
(Italo Calvino, “Le città invisibili”)


Chi conosce l’opera del discutibile, contradditorio, geniale, squinternato, detestabile, adorabile, grande creativo pescarese, sa cosa questo titolo vuol dire. Agli altri spiego: è come il pugno che, nell’immagine qui sopra, sfonda le pareti USraeliane del carcere che lo imprigiona. Nel raccontare le recenti elezioni in Iraq, tutta la stampa, ma proprio tutta, ha ritrovato l’unanimità che si saldò a pietra tombale sulla verità e la libertà della Jugoslavia, prima, e della Serbia, poi. Le escort mediatiche hanno festosamente cinguettato di “affermazione della democrazia”, di “ritorno alla normalità”, di “stabilizzazione” e “uscita dal tunnel”, di “vittoria sul residuo terrorismo di Al Qaida”. In questo turbinìo di superficialità, falsità, deformazioni, occultamenti, ha eccelso, come al solito, la nota Giuliana Sgrena del “manifesto”, facendoci una volta di più rimpiangere lo scomparso Stefano Chiarini.

Escort all’inchiostro
Le sue articolesse sulle elezioni irachene del 7 marzo sono quanto di più inadeguato, incompetente, mistificante, embedded, si sia potuto inventare per mistificare la realtà irachena. Dopo aver strombazzato vaghezze sulla felice normalizzazione dell’Iraq in mano a Usa, Iran e banditi locali, quando la Resistenza risponde alla farsa elettorale con attacchi in tutto il paese titola su due colonne (6/4/10): “E’ incubo a Baghdad, Al Qaeda rialza la testa”. Segue una lamentazione sui brutti, sporchi e cattivi che impediscono all’Iraq di essere quello che il buongusto vuole e nella quale il “terrorismo di Al Qaida” è nominato venti volte. L’incubo del titolo è tutto suo. Quello degli iracheni è di essere raccontati in questo modo all’estero. Una vergogna che urla al cielo. Fa il paio con Sgrena la collega Marina Forti, punta di lancia della lobby ebraica, che spreca moltissimi soldi del “manifesto” per raccontarci dal Pakistan tutto sullo scontro di civiltà con i bruti islamici, sull’ l’orrido terrorismo dei Taliban che insiste a non piegarsi all'occupazione dei crociati, agli assassinii mirati delle forze speciali Usa, ai droni serial killer di civili, alle truppe governative i cui servigi mercenari agli Usa garantiscono la sopravvivenza al potere del fantoccio Usa, Zardari. Ma di queste cose Forti non parla: dai suoi paginoni esplode un’apocalisse tutta di marca indigena, ovviamente integralista, ovviamente kamikaze, ovviamente terrorista. A un viaggiatore del tempo, che so un Marx, un Weber, un Benjamin, un Sartre, una Luxemburg, perfino una Arendt, cui capitasse di incocciare nelle pagine internazionali dei nostri giornali di sinistra (vi comprendo anche Il Fatto, ottimo fino a quando non si avvicina a questioni estere, dove il raccapricciante solco è tracciato da Obama e difeso da Netyaniahu e perfino da La Russa), si presenterebbe un paradosso da traveggole: abbracci ai dannati della Terra che zatterano fin qua e calci in culo al tritolo, per interposti Usa. Israele e Nato, a quelli che si ostinano a volersi liberi nella propria terra Dopo pagine di pianto e collera per i proletari massacrati da Biagi, Treu o Sacconi, ecco quelle due escort col calamaio che, spappagallando sul terrorismo iracheno o afgan-pakistano, occultando il terrorismo imperialista, reggono le code ai frak dei padroni impegnati a massacrare cn droni e missili analoghi proletari a casa loro.

Qualcuno volò sul nido della cannaiola
Avete mai visto un nido di cannaiole in qualche zona umida? Spesso, di questi tempi, vi trovereste un pulcino molto più grosso degli altri due o tre e che i genitori nutrono con particolare accanimento: la sua inestinguibile fame li costringe a un superlavoro e va a scapito della crescita, a volte della vita, degli altri pulcini. E’ che quel pulcino non è una cannaiola e non è spuntato dall’uovo depositato dai presunti genitori: è l’uovo del cuculo, astuto parassita che, di soppiatto, infila il suo uovo nel nido altrui e se lo fa covare dagli ignari titolari. Frega le cannaiole e la loro prole fingendosi uno di loro. Comparendo in mezzi d’informazione che si appellano alla sinistra, sono andati/e a scuola del cuculo certi/e giornalisti/e. Del resto, i nidi delle cannaiole diventano ogni giorno più ospitali. Se si pensa che vi hanno trovato posto anche ovone di cuculoni come Ingrao e Bertinotti…



Ma poi. l’assenza di un qualsiasi increspatura di vita e di un minimo sussulto di conoscenza-coscienza in quel Carneade che è oggi la “sinistra antimperialista” italiana (vedere al confronto le manifestazioni di decine di migliaia di anti-guerra Usa nell’anniversario dell’aggressione, gli 80 parlamentari Usa che hanno chiesto un ritiro immediato, la crisi di governo in Olanda causata dalla decisione di ritirarsi dall’Afghanistan),
ha grandemente facilitato il lavoro dei cuculi mediatici. Il formicaio della miriade di
comunisti che si uniscono, si spaccano, si spippettano, ogni gruppazzo per conto suo, si attraversano, si fanno le scarpe, allestiscono convegni, se la cantano e se la suonano in rete, non ha espresso un singulto sull’inizio, il 18 marzo 2003, di un’aggressione assolutamente genocida, inserita in un programma di assassinio seriale denominato “guerra globale e infinita”, cui i propri rappresentanti mediatici hanno lisciato il pelo e quelli in parlamento hanno fornito, senza neanche trenta denari di compenso, il servizio che Giuda offrì a quelli del Sinedrio. E di conseguenza non ha saputo dire una parola di verità sull’ennesimo crimine commesso in Iraq ai danni di una popolazione ridotta allo stremo, ma tuttora non piegata: pensate a una Gaza moltiplicata per mille.

Mettere la fiaccola sotto il moggio significa occultare la verità (Il Nuovo Zingarelli: Nascondere qualcosa alla gente, tacere una verità). Cerchiamo ora di far uscire qualche barbaglio di questa fiaccola, di farle illuminare gli angoli oscurati dalla codardia e dalla complicità.

Il ventennio del genocidio

Quello che i nazisionisti infliggono ai palestinesi da oltre 60 anni, gli iracheni lo hanno subìto concentrato in vent’anni, con uno sforzo apicale degli autori negli ultimi sette. Era la notte tra il 17 e il 18 marzo 2003 e mi trovai, con un autista morto di sonno e fatica per l’incessante andirivieni tra Baghdad e Amman (la gente fuggiva nell’imminenza di un attacco annunciato, altri rientravano per combattere l'invasore), a metà strada di quei mille chilometri. Di colpo, la notte è squarciata da una serie di lampi e di boati. Poche centinaia di metri dopo troviamo l’unico posto di ristoro del tratto iracheno ridotto in macerie e fumante. L’autista accelera, non riusciamo a vedere se c’è anima viva o morta, solo qualche pecora maciullata. Non capirò mai perché tutti datano l’inizio dell’aggressione al 20 marzo: quando arrivammo quel 18 mattina, Baghdad già bruciava. Restai fino al 9 aprile, tra bombe che infrangevano vetri e mura del mio albergo e che massacravano voluttuosamente una città che gli Abassidi e Saddam avevano fatto tra le più belle e vitali del Medioriente, con dentro un popolo fiero ed evoluto, a me più caro di tutti per le inenarrabili sofferenze pagate alla barbarie occidentale e per l’indomabile dignità e resistenza. Superata la sconfitta tattica subita nella battaglia dell’aeroporto, guidata personalmente da Saddam e che costò all’invasore più perdite di tutta la guerra, i lanzichenecchi angloamericani dilagarono per la città sterminando e distruggendo. Lasciai l’Hotel Palestine con l’ultimo pullmino che riuscì, divincolandosi per viottoli e sentieri sfuggiti ai barbari, a uscire da Baghdad. Alle mie spalle, da una stanza vicina alla mia, ancora fresco si spandeva il sangue di miei due colleghi frantumati da cannonate intese a punire giornalisti che, attestandosi a Baghdad, non avevano ottemperato all’ordine Usa di seguire, embedded, le truppe. Mentre dalla sua postazione sul terrazzo, Giovanna Botteri, inviata Rai, ululava nell’etere scomposti benvenuti a stelle e strisce. Indimenticabili i suoi saltelli di gioia e l’urlo: “arrivano, arrivano !” Quasi qualcuno le stesse prospettando un orgasmo da George Clooney.

Sgrena non vede, cuore non duole
Anche la Botteri, dalla sede Rai di New York, ha rievocato l’anniversario. Quelle di Sgrena e compari non differivano in niente dalla celebrazioni della “democrazia ritrovata” del cuculo Rai. Sotto il moggio, una pietra tombale posta da queste embedded e definita “normalità”, la fiaccola fa risplendere un oceano di sangue e infamità che, dal gennaio 1991, guerra del Golfo e inizio dell’embargo, a tuttoggi, trionfo democratico e finto ritiro di Obama, non cessa di allargarsi e sommergere vite, civiltà, giustizia, verità. Dal 1991 al 2007, dati sia ONU, sia dei più accreditati enti occidentali di ricerca (l’istituto ORB britannico, la rivista medica Lancet, tra gli altri) ci dicono di un milione e mezzo di civili iracheni uccisi dalle sanzioni e di un milione e due ammazzati dall’occupante e dalle milizie scite già solo entro quella data. Confermato anche da ELBaradei, già capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). Si calcola che quasi metà delle vittime siano donne, ora, con i bambini, il settore più debole quando, prima, le donne dell’Iraq erano le più emancipate e politicamente presenti di tutta la regione. Chissà perché le nostre integraliste che pretendono di parlare a nome delle donne, quando a ogni femminicidio si chiedono “perché gli uomini uccidono le donne”, non si fanno venire in mente i femminicidi di massa sotto lo stivale dell’aggressore e le ciabatte dei suoi servi.

Se si calcolano le stragi collegate al surge Usa del 2007 e all’ulteriore pulizia etnica scita-iraniana, pur prescindendo dalle provincie in cui, a causa dei combattimenti non si sono potuti effettuare rilievi (le tre sunnite, su 18), non si sbaglia di molto a calcolare il numero delle vittime da occupazione e pogrom anti-sunniti di sciti e curdi in complessivamente tre milioni. Due milioni e mezzo sono i feriti e mutilati in un quadro sanitario che, dal più avanzato del Terzo Mondo, è stato degradato ai livelli dei tuguri di Teresa di Calcutta. Cinque milioni sono le foglie strappate dall’albero dissecato della nazione irachena, tra profughi all’estero – senza stato giuridico e prospettive di lavoro - e spodestati raminghi in patria, tutti condannati a una sopravvivenza senza titoli, diritti, mezzi di sussistenza adeguati, futuro. Se tornano, trovano le loro case occupate dai pulitori etnici e le loro vite minacciate di definitiva estinzione. Quasi il 20 per cento degli iracheni non ha più vita biologica o civile. Ne sono stati uccisi diecimila al mese. C’è da far impallidire l’olocausto.


Su tutto il territorio iracheno si va inciampando in fosse comuni, fresche di scavo, 84 solo quest’anno, dette di nemesi delle fosse comuni di Saddam mai trovate, nemmeno di quei 400mila curdi, secondo la combriccola di George Soros Human Rights Watch trucidati da Saddam e che, però, si possono ritrovare vivi e vegeti in Kurdistan, sotto la tutela di Israele e Iran nell’ “autonoma” colonia disputata tra Sion e Tehran. Fatte le debite proporzioni, l’Iraq supera il Kosovo da noi “liberato” come centro mondiale del traffico di donne, bambini, organi. Inevitabilmente, come il Kosovo, sta diventando uno dei passaggi principali per la droga coltivata da occupanti e fantocci in Afghanistan. Al brigantaggio occidentale i non-Stati conquistati e resi criminali non servono solo per il petrolio e il turnover di armi. I traffici che alimentano l’impero, come sappiamo bene per esperienza nazionale, sono molteplici e tutti turpi. A garanzia di tutto questo, restano a tempo indeterminato nell’Iraq obamizzato e vaiolizzato da 12 megabasi, 50mila occupanti, il ritiro degli altri 80mila diventa ogni giorno più incerto, mentre non si fa parola dei 105mila mercenari privati detti contractors. Alla pratica corrente degli assassini mirati provvederanno, insieme ai tagliagole delle milizie scite, 4.500 forze speciali Usa in servizio permanente effettivo.
Si calcolano tra 50 e 80mila le teste pensanti strappate al corpo trafitto della società irachena. Ci hanno pensato soprattutto gli esperti israeliani a uccidere uno per uno professionisti, accademici, medici, ingegneri, scienziati, ricercatori, scrittori, architetti, poeti. Dopo le razzie e devastazioni – carri armati e bivacchi di soldataglia ottusa contro i muri e sulle vie di Babilonia e Niniveh ! - dell’immenso patrimonio archeologico e culturale iracheno, dai sumeri alla prospera modernità, ci si doveva disfare dell’élite intellettuale di una possibile rinascita. In Germania, quelle teste gli Usa le reclutarono per i loro laboratori degli stermini nucleari, chimici, farmaceutici. Qui USraele ha preferito toglierli di mezzo. Nessun nome iracheno fuori dal mattatoio. La poca acqua che esce dai rubinetti del paese già più ricco di acqua del mondo arabo è avvelenata. La gente trae le risorse idriche da un Tigri su cui galleggiano cadaveri putrefatti e che la Turchia con le sue chiuse ha ridotto a un fiumiciattolo. Il 50% della forza lavoro è disoccupata, l’elettricità, nel paese della seconda più vasta riserva energetica del mondo, arriva sì e no per due-tre ore al giorno e compromette ogni efficienza delle strutture cliniche. Quel petrolio, che aveva fatto del paese il più benestante, dinamico e socialmente giusto dell’intera regione, se lo sono accaparrate le compagnie degli invasori, con qualche pizzo pagato al domestico locale. Basta l’esempio di Tony Blair che ha barattato il suo falso allarme per ordigni iracheni su Londra nel giro di 45 minuti, con i 30 milioni di utili avuti quest'anno dai suoi soci nella sudcoreana UI Energy Corporation. Non è l’unico. Sul libro paga dei predatori petroliferi ci sono Bob Hawke, ex-premier australiano, Frank Carlucci, già capo del Pentagono, il generale John Abizaid, Comandante Usa nel Medioriente, Ross Perot, due volte candidato alla presidenza Usa e profittatore di guerra. Si aspetta ancora di vedere cosa abbiano fruttato all’ENI gli eccidi compiuti dai “nostri” soldati a Nassiriah.



Il tasso di mortalità infantile, grazie a uranio e fosforo, a inedia e infanticidi, è cresciuto di un agghiacciante 150%. Quando ero stato là nel 1996, a Basra i pediatri mi avevano documentato un incremento di dieci volte rispetto al 1991. E quella e tante altre volte avevo dovuto inorridire davanti a bimbetti che l’uranio (400 tonnellate nella prima guerra, 2000 nella seconda) aveva fatto nascere deformi. Già nel 2005 un bambino su sei moriva prima dei cinque anni. In Afghanistan ci si perfeziona: 257 bambini su mille nascono morti. Senza che il Papa e Bagnasco se ne occupino. Un quinto dei minorenni iracheni e sottonutrito e rischia la morte per fame. Altri bambini senza occhi, con un occhio solo, con tre o senza braccia, con la testa a forma di anguria, con i genitali al posto delle orecchie, con la scatola cranica vuota, li ha aggiunti ora il fosforo di Falluja. Le prove si erano fatte, con risultati ancora oggi, con l'agente Orange in Vietnam.
La totalità delle infrastrutture irachene è e rimane distrutta. Ogni genere di prima necessità è importato, per i quattro gatti addomesticati che se li possono permettere perché stanno nel girone dei venduti e succubi. L’agricoltura è morta di sete e inquinamento. Ma Madeleine Albright, allora segretaria di Stato, non aveva detto che "500mila bambini uccisi dall’embargo erano un buon prezzo da pagare per la democrazia in Iraq"? Tali sono i governanti – donne comprese – dell’impero.

Due milioni sono le vedove irachene e cinque milioni gli orfani, perlopiù resi tali dai trapanatori di corpi sunniti delle milizie dei partiti sciti finanziate e armate dall’Iran per una guerra civile mai neppure adombrata in passato, ma funzionale a disegni di spartizione israelo-iraniano-statunitensi. Il 75% delle vedove non riceve sussidi, al restante arrivano 50 euro al mese, ma solo a condizione che concluda un “matrimonio temporaneo” con uno dei papi burocrati che, in un apoteosi di corruzione generale, amministra le sovvenzioni. La sopravvivenza si chiama vendita di bambini, di organi, del proprio corpo. O fuga. O resistenza armata. Ne hanno parlato nei convegni organizzati in Italia da femministe, pacifisti, Un Ponte per, le gentili signore irachene in grado di viaggiare perché grate alla cosca criminale al potere? Questa è la sgreniana normalità dell’Iraq quasi pacificato, con regolari elezioni, presidente, premier, ministri, polizia, esercito e governo legittimi e degni di tale qualifica, senza l’aggiunta di “fantoccio” ancora praticata da qualche rimestatore. A casa mia e anche negli statuti dell’ONU si chiama genocidio.

Dunque la contesa elettorale di marzo, dopo quella grottesca del 2005 che, nonostante il boicottaggio dei bravi iracheni, ma graazie alle camionate di schede prevotate per i partiti sciti, in provenienza dall’Iran, aveva rigurgitato lo spione Cia Al Maliki, ha sputato Ayad Allawi, già pappone premier nel postribolo Usa eretto dal vicerè Paul Bremer a occupazione compiuta. Poi giocavano nella partita, truccata (anche questa volta brogli, killeraggi e intimidazioni, 200mila elettori e 250mila militari non votanti perché mancanti dalle liste, 89mila nomi illegali inseriti nelle liste solo a Najaf, roba da fare invidia a Karzai in Afghanistan o Calderon in Messico), già dal solo fatto di avvenire sotto occupazione straniera, gli sciti del Consiglio Supremo Islamico di Ammar Al Hakim e quelli dell’altro manutengolo iraniano nel suo covo di Qom, Moqtada Al Sadr, specialista di trapanamenti di massa. Contendenti minori, ma decisivi per una coalizione, i curdi dell’Alleanza Curda dei due narcotrafficanti Barzani e Talabani (quest’ultimo, presidente iracheno) e quelli del Partito del Cambiamento.

Mentre di tutta la compagine scita è inconfutabile e vantata l’assoluta obbedienza a Tehran, con i due caporioni del partito “Stato di Diritto”, Ahmed Chalabi e Nuri Al Maliki, premier uscente, transitati dai rispettivi lupanari Cia a Londra “Congresso Nazionale Iracheno” e “Accordo Nazionale Iracheno” (da dove trasmettevano verità come le armi di distruzione di massa di Saddam) al servizio degli ayatollah iraniani, l’Alleanza Nazionale Irachena, “Iraqia”, dello scita Ayad Allawi, era fatta passare da partito “nazionalista” e “laico”. I sunniti, come ha detto l’ex-governatore della città martire Falluja, fatta massacrare nel 2004 con Allawi capo del governo, lo hanno votato per disperazione: viste le incessanti stragi e persecuzioni di sunniti perpetrate dagli sciti su ordine di Tehran, era meglio dar forza a chi rappresentava nella congiuntura il male minore, il rivale dei serial killer persiani. Come dire, una boccata di ossigeno sotto il sacchetto di plastica. Con alle spalle di Allawi gli Usa, in affannosa rincorsa all’egemonia iraniana, e tutti gli altri appoggiati dall’Iran, dei 325 seggi Allawi ne ha conquistati 91, Al Maliki 89. I sunniti che hanno votato (55% l’astensione!) prevalevano a dispetto dei brogli, dei soprusi e di 500 tra i più autorevoli candidati sunniti di “Iraqia” fatti passare per baathisti e abusivamente esclusi dalla contesa. Altri, eletti, ne verranno arrestati o ammazzati all’indomani del voto. 40 seggi ne ha presi l’orrido fondamentalista Moqtada, che incrocia le gambe all’ombra della casa di Khomeini a Qom, e qualcosa di meno gli sciti di Al Hakim. Ed è subito iniziata la resa dei conti a forza di assassinii, sequestri di persona, traffici di Tehran. Ed è a Tehran che si sono precipitati all'indomani, per istruzioni, indistintamente tutti i protagonisti della gazzarra tra la teppa scita.

Non ne usciranno rapidamente, dalla gazzarra. Troppi gli appetiti interni ed esterni da conciliare. Al momento pare esclusa una coalizione dominante tra gli sciti di Al Maliki, Moqtada e Al Hakim. Mentre Moqtada ha da svolgere contro Allawi il ruolo di evidente quinta colonna persiana, il boss dello SCIRI (Supremo Consiglio Islamico), Al Hakim, secondo il “Washington Post”, avrebbe ricevuto ordini da Tehran di considerare una coalizione proprio con l’antidio “laico” Allawi. Uno scaltro modo, sempre che non si realizzi una coalizione scita “tutta iraniana”, per appendere sulle spalle dell’eventuale premier ”amerikano” il peso del subimperialismo iraniano, evitando la pur ossimorica alleanza tra i “nazionalisti” di Allawi e i separatisti del Kurdistan. D’altro canto, dalla bocca di Ahmadinejad è uscito questo impegno: “Non permetteremo mai che baathisti tornino al potere”, intendendo per “baathisti”, non quelli veri, impegnati come sempre nella resistenza di popolo e armata, ma tutte le forze non scite e non prone a Tehran. I giochi, comunque, resteranno aperti, fino a quando all’interno non si siano accordati sulle spoglie del paese e, all’esterno, si sia stabilito un rapporto almeno temporaneo tra nucleare iraniano da stoppare e l’Iraq da condividere. Così, finchè Ahamdinejad sarà in grado di destabilizzare il controllo USraeliano sull’Iraq, difficilmente USraele calcherà troppo la mano sulla sovranità e sulla pace iraniane.

Chi è questo Ayad Allawi (due ville milionarie a Londra e Amman, grazie a Cia, MI6 e sauditi), “nazionalista e laico”, che al momento, utilizzando tutte le forze armate ai suoi ordini, regolari o miliziane, sta epurando quanti più possibili avversari eletti. Ve lo ha raccontato la Sgrena quando festeggiava la “democrazia” ristabilita in Iraq? Uno che, al servizio degli anglosassoni e su ordine di Clinton, negli anni 90 ha massacrato concittadini, disseminando Baghdad di bombe nei cinema, ristoranti, università., alle fermate degli autobus (100 morti). Uno che, nominato primo capo del governo dall’invasore il 28 maggio 2003, a Iraq disossato, si è tolto la soddisfazione di ammazzare a bruciapelo personalmente sei giovani presunti combattenti della Resistenza, ammanettati e incappucciati. Tanto per dire il tipo. Leggendaria la corruzione del suo regime, incondizionata la sudditanza e complicità con l’occupante nelle sue razzie stragiste, formidabile il suo impulso allo sterminio dei sunniti irrispettosi dei devastatori del paese, ancora prima che i macellai “iraniani” Al Maliki, Al Hakim e Moqtada al Sadr, prendendo pretesto dalla distruzione della cupola di Samarra sacra agli sciti (un’operazione che ricorda analoghe a New York, Londra, Madrid), tutti tuttora in lizza per gestire la disintegrazione dell’Iraq e lo sminuzzamento del suo popolo, scatenassero la pulizia etnica, anzi confessionale, definitiva. E’, Allawi, un efferato delinquente, un macellaio, un terrorista, un ladrone senza pari, un escremento morale del suo popolo. Del resto, in tutta la muta di bulimici assoldati dai nemici esterni, come suol dirsi, il migliore ha la rogna. Ve lo aveva raccontato, questo, Giuliana Sgrena in visita di vero piacere a Baghdad?



Chi vivrà… Iraq

E la Resistenza? Non ne parla Sgrena, se non per pervertirla in Al Qaida, non ne parla nessuno, salvo deplorare, in ideologica comunione con Giuliano Ferrara e Robert Gates, gli occasionali scoppi di “terrorismo”. Al recente vertice della Lega Araba a Tripoli, la delegazione dei fantocci iracheni ha fatto il diavolo a quattro perché Gheddafi aveva ricevuto un’altissima delegazione della Resistenza Irachena. Aveva dato ascolto all’appello lanciato ai governi arabi dal capo della Resistenza laica, Izzat Ibrahim Al Duri, taglia di 10 milioni di dollari sul capo, di riconoscere la Resistenza come rappresentante autentica del popolo iracheno. Una crepa grande come la faglia di California nel consenso arabo al regime dei sicari. Soprattutto una crepa nella quale si affollano masse arabe sempre più insofferenti alle complicità imperialiste e sioniste dei propri satrapati. Segno che, nonostante l’assiduo sforzo di Sgrena e affini di soffocare nel silenzio la perdurante insubordinazione patriottica irachena, la Resistenza è viva e colpisce. Tutto viene fatto passare per Al Qaida, che siano terrorismi intercannibalesche tra le fazioni al potere per aggiornare rapporti di forza all’ombra dei grandi predatori multinazionali, che siano sciti a liquidare esponenti di Al Sahwa, Consigli del Risveglio, creati dagli Usa tra i sunniti in funzione di contrasto al dilagare scita-iraniano e poi dagli stessi Usa abbandonati alla loro sorte, o che siano vere operazioni della Resistenza nazionale.

C’è stato durante il 2008 e la prima metà del 2009 un momento di sospensione della guerriglia, necessitata da una riorganizzazione dopo gli arretramenti subiti con l’offensiva Usa Surge e l’indebolimento causato dalla creazione dei Consigli del Risveglio. Dall’estate scorsa le operazioni contro gli occupanti, ma soprattutto, dato che i primi stanno ormai rintanati nelle loro basi, contro gli ascari dell’esercito e della polizia fantocci, sono in costante e inarrestabile aumento. Epicentri Mosul, Kirkuk (che i curdi vorrebbero annettersi), le province di Niniveh, Anbar e Baghdad. A dispetto delle escort che fanno passare ogni colpo al regime come massacro di civili, non è difficile distinguere: gli attacchi sincronici dell’altro giorno alle ambasciate nemiche di Iran, Egitto e Germania, i ministeri dei burattini fatti saltare, le migliaia di notabili e sgherri delle forze mercenarie colpiti in caserme, pattuglie, convogli, stazioni di polizia, portano la chiara firma dei partigiani iracheni. Sulla fine dell’anno scorso, rompendo un ostracismo e, peggio per noi, un’indifferenza di molti anni, la rappresentanza politico-religiosa della Resistenza, l’Associazione degli Ulema Islamici (AMSI), ha potuto far sentire in Europa una voce finora mai voluta udire. Quella di una resistenza di popolo che, come mai prima era successo nelle lotte contro il colonialismo, deve agire nel più assoluto isolamento, senza la possibilità di comunicare all’esterno, senza solidariertà, senza amici politici, né rifornitori, circondata da frontiere dietro alle quali tutti le sono nemici. Senza un’ombra di attenzione neppure dell’ONU e delle sue agenzie umanitarie, che pur nella loro magna carta hanno sancito il diritto alla rivolta “con tutti i mezzi” contro l’occupante.

Il medico iracheno Mohammed Bashir Al-Faidhi, portavoce dell’AMSI, ha potuto parlare a Stoccolma dei 100mila combattenti nella resistenza armata, delle loro cento azioni al giorno dal tardo 2009, di come vengono demonizzati in “terroristi di Al Qaida”, per quanto i loro obiettivi siano esclusivamente l’occupante, i suoi alleati e i suoi collaboratori. Sono due le principali organizzazioni-ombrello: “IL Comando Generale delle Forze Armate- Esercito Iracheno” e il militarmente più forte “Esercito Al Rashedin”, cui concorrono anche molti patrioti sciti. L’auspicio ancora non realizzato è l’unificazione in unico Fronte di Liberazione. Ha ricordato quello che è sfuggito ai notori Reporters Sans Frontieres: dei circa 200 giornalisti uccisi in Iraq la maggior parte erano coloro i quali denunciavano i crimini dei poteri di fatto, o seguivano le attività della Resistenza.

Sono rimasti, ha detto Al Faidhi, quelli che parlano al mondo esclusivamente di violenza settaria e di Al Qaida, con il risultato di sabotare qualsiasi legittima e necessaria solidarietà che si potrebbe e dovrebbe sviluppare tra mondo perbene e iracheni perbene. Io che ho incontrato e intervistato Izaat Ibrahim, quando era vice di Saddam, e di quell’uomo ossuto, segaligno, alto, di rosso pelo e occhi chiarissimi, ho potuto apprezzare la forza morale e l’impegno assoluto per il suo paese; io che conoscevo molti degli iracheni, allora studenti, insegnanti, artisti, militanti, medici, venditori ambulanti, filosofi, portieri d’albergo, pescatori, osti, ragazzini con la maglia di Roberto Baggio, donne a capo di ministeri e nella fila per la razione di viveri garantita fino all’ultimo a ogni iracheno (oggi non più), so che quella qualità umana, consolidatasi nella resistenza dopo la prima aggressione e negli anni genocidi dell’embargo, oggi o è stata soppressa, o sta col fucile in mano, vero o metaforico che sia. So che è stata sporcata da pochi. Noi, invece, stiamo all’Iraq come Pio XII stava alla shoah, come Ratzinger sta ai delitti dei preti. L’immondizia è tutta nostra.

Combatto la tirannia Usa in nome degli iracheni, degli arabi, de popoli di tutto il mondo. Sono certo che gli Stati Uniti non saranno in grado di imporre un Nuovo Mondo. Quanto a me, ho operato per gli arabi e ho fatto il mio dovere. Sono convinto che il popolo iracheno combatterà fino all’ultimo… Non m’importa di morire, non è che sono molto attaccato a questa vita. Per ogni essere umano c’è un tempo per andare. La vita di ogni singolo iracheno vale quanto la mia… Avete conosciuto bene il vostro leader e fratello, che non si è mai piegato ai despoti ed è rimasto un simbolo e una spada, come volevano coloro che lo hanno amato… Vi chiedo di non odiare, perché l’odio toglie all’individuo la possibilità di essere equo, lo acceca, chiude tutte le porte della ragione e tiene lontano dal pensiero equilibrato e dalle giuste scelte.. Vi invito a non odiare la gente delle altre nazioni che ci hanno attaccato e a fare una distinzione tra coloro che decidono e la gente. Dovete sapere che fra gli aggressori c’è gente che sostiene la vostra lotta contro l’invasore…Alcune di queste persone hanno pianto a dirotto quando mi hanno dato l’addio.

Caro popolo fedele ti do l’addio. Lunga vita all’Iraq, lunga vita alla Palestina, lunga vita alla lotta di liberazione nel mondo e ai suoi partigiani.


(Lettera di Saddam Hussein agli iracheni prima dell’esecuzione)



Quando davanti ai cingoli onnivori del barbaro mi allontanai da Baghdad morente, fui affiancato da un pullmino diretto in Giordania. Ci fermammo per prendere un tè assieme. Erano due funzionari del Ministero per la Palestina. Il paese era maciullato da un’orda peggio di quelli dei mongoli nel 1200. Saddam stava facendo la sua ultima apparizione in piena Baghdad in fiamme. Quei due li aveva mandati lui per portare gli aiuti finanziari alle famiglie dei martiri e dei senzacasa palestinesi. Sono stati gli ultimi, dall’Iraq e da Saddam che morivano.

(Da tutto questo sono venuti i miei documentari “Genocidio nell’Eden”, “Chi vivrà…Iraq”, “Popoli di troppo” e “Un deserto chiamato pace”)

sabato 3 aprile 2010

ANTIMPERIALISTI E "ANTIMPERIALISTI"




















Se la verità non è libera, la libertà non è vera.(Roberto Benigni a "Raiperunanotte"
Tra coloro che sono intervenuti sul blog "E' primavera, fioriscono i terrorismi di Stato" , scrivendo all'ottimo sito donchisciotte piuttosto che intervenire qui nei commenti al post, ho trovato degli autentici saltatori con l'asta della logica. "Antimperialisti" che sussumono tutti i paradigmi imperialisti testi a decerebrarci e ad agevolare così il rullo compressore planetario: Il criminale Milosevic, l'assatanato di potere Chavez, il mostro Saddam, i dietrologi paranoici...
Sono con ogni evidenza persone che pensano di camminare libere e non si accorgono che trascinano una gamba nei liquami tossici della propaganda di satanizzazione del nemico. E i liquami salgono alla testa. Sono perlopiù persone che non si sono mai sognate di porre al confronto con le "verità" di Clinton, Bush, Obama, D'Alema, Berlusconi, Fassino, Bertinotti, Tg, Corrieri e Repubbliche e bipartisanato vario, la testimonianza, i documenti, le dichiarazioni, le prove provenienti dall'altra parte. Che so il Baath iracheno, Fidel, Chavez, la giunta di Myanmar, i tibetani cui non garba il Dalai Lama, Milosevic e il governo serbo. Oppure l'infinita schiera di giornalisti, politici, investigatori che, perlopiù confinati in libri e internet, sostengono le tesi di costoro. Perlopiù con un tasso di affidabilità un po' più solido di quello dei trombettieri delle turlupinature di Impero e relative vivandiere. Magari anche loro spareranno qualche cazzata. Il dubbio è sempre lecito e anche doveroso. Solo che dell'universo cazzaro di quelli del nostro emisfero abbiamo contezza e certezza assoluta e millenaria. Da Gesù a Osama (ascoltavo stamane alla radio la messa pasquale dal Vaticano: quale osceno concentrato di menzogne, superstizione, ricatti emotivi, illusioni, intimidazioni, prevaricazioni, ipocrisie, perfide scaltrezze! Non si tratta solo di Nazinger e dei preti pedofili: qui è tutta un'architettura teorico-pratica che è marcia e criminale). Tendenzialmente e per ovvie ragioni, la storia ce lo conferma e la cronaca lo ribadisce, dice la verità la vittima (quando non è finta, come Israele o il guitto mannaro colpito da statuette) e mente il carnefice.

Vedi Sebrenica. O vedi i dati delle condizioni del proletariato e sottoproletariato venezuelano prima di Chavez e oggi. Nonchè il rapporto con i colonialisti. O vedi il pluralismo democratico profondamente rispettato da Milosevic (20 partiti, tutti liberi, spesso al governo delle maggiori città, 18 foraggiati da Germania e Usa, la prima televisione in mano a monarchici filo-Usa), un capo di Stato aggredito con il suo popolo e la sua Jugoslavia da una muta di belve feroci e bulimiche. O vedi la pulizia etnica subita esclusivamente da serbi, rom e altre minoranze, mentre i cosiddetti etnicamente puliti hanno costruito il loro narcostato coloniale. O vedi soprattutto Saddam che "gassa il suo popolo", quando la stessa Cia e tutti i maggiori servizi, esperti, studiosi, nonchè testimoni oculari ripetono dal 31 gennaio 2003 (New York Times) che quel gas al cianuro Saddam non lo possedeva e che i curdi furono gassati da proiettili iraniani sparati contro una guarnigione irachena che però non si trovava più lì, a Halabja. Ma sono discorsi inutili, non valgono un sopracciglio di dubbio, vengono da farabutti a prescindere. Anche di fronte, per esempio, al continuo ritrovamento, oggi, di fosse comuni traboccanti di migliaia di iracheni resistenti a occupanti e fantocci, o semplicemente sunniti, mentre delle anatemizzate fosse comuni di Saddam non c'è traccia. Come di quelle dei kosovari, se non di serbi trucidati dall'UCK a scopo di traffico di organi (Vedi Carla Del Ponte). Macchè, noi, che veniamo frodati e privati della realtà da mane a sera, la sappiamo più lunga. Vedano un po, questi grilli parlanti,' se sono capaci di morire come Saddam, o come Milosevic
Per definizione, per antonomasia, quello che esce dalle altre parti non è apoditticamente credibile, per quanto siano loro gli aggrediti e sterminati. Loro che rifiutano la sottomissione, USraele, la Nato. Spesso anche il sacro libero mercato e relative rapine, o, perlomeno, i predatori multinazionali. Ed è già grasso che cola. Credibilissimi sono invece quelli che hanno inventato arsenali di distruzione di massa, terrorismi islamici, Al Qaida e Osama dall'Afghanistan allo Yemen, alla Somalia, alla Bolivia, a Milano..., pandemiie di influenze mortali, torri gemelle, Pearl Harbor, Golfo del Tonchino, Valpreda, l'Uomo del Cambio ... Basterebbe riflettere sul vecchio principio: Cui bono? A chi convengono queste "verità"?
C'è un termine per tutto questo: eurocentrismo. Anche un po' razzista. E ci sono altri sostantivi: presunzione, credulità, ignavia, collateralismo. I migliori si barcamenano tra Ahmadinejad e Obama, sgretolandosi inevitabilmente sugli scogli. Nel loro schematismo irrealistico e sempliciotto non concepiscono che Ahmadinejad possa essere espansionista in Iraq e antimperialista verso chi vorrebbe divorare il suo paese. Sono fermi e fissi come Prodi davanti, anzi dietro, l'articolo 11 della Costituzione. Una volta fissato in mente che Saddam è un dittatore, non si curano d'altro. Nè che quel paese era azzannato da tutte le parti fin dall'indipendenza, che per metterlo in piedi, a difesa e contrasto e a benessere e unità, non ci si poteva attardare tra complotti democristiani e temporeggiamenti cooperativi del PCI, con magari tra le palle un MSI. Che da 2mila anni sotto imperi tirannici, la sola struttura sociale e "politica" ammessa e inserita nel dna di quella società era quella tribale, unico spazio di autonomia e autogoverno: niente parlamento, niente processo decisionale se non quello assembleare della tribù, con relativo capo scelto tra i migliori e più affidabili. Che governo volete che venisse fuori da una simile storia e cultura? Non gli si poteva dare un po' di tempo? Quanto ci abbiamo messo noi per arrivare da Augusto a Berlusconi? Ma qui si lamentava che, cacciati gli inglesi nel 1958, questi primitivi in balìa del primo tiranno venuto, non avessero subito improvvisato una simpatica democrazia come quella uscita fuori (o che sarebbe dovuta uscire fuori) da rivoluzioni tutte nostre: francese, russa, inglese...
E, comunque, un po' di rispetto per i selvaggi, cara civiltà superiore!
Quanto alla mia "cacciata" dal PRC e da Liberazione, di cui mi si fa disonorevole fardello nei commenti su donchisciotte, beh, l'esito che questi onanismi collateralisti hanno avuto, dallo chic anticomunista di Valeria Marini, Bertinotti, in qua, mi meriterebbe una medaglia per aver provocato quelle intolleranze. O no?