venerdì 1 settembre 2017

DebunkerizzIamo Charlottesville e Zanotelli DOV’E’ CHE STANNO I NAZISTI? SUPREMATISTI ALL’URANIO IMPOVERITO E SUPREMATISTI ALLE POLVERI BAGNATE





Quando il “manifesto” mobilita tutte le sue menadi dei diritti umani, antirazziste e antifasciste, quando questo coincide con lo scatenamento dello Stato Profondo USA che ha ai piani alti i Rothschild, i Rockefeller, i Warburg, i Goldman Sachs, nello staff operativo 14 servizi segreti e i generali, nelle risorse umane i media più potenti e talmudisti (NYT, WP, CNN); quando su questo ordine del giorno si rinsalda e manifesta l’unità strategica delle vere destre (PD e arcipelago colonial-imperialista dei diritti umani (Soros), vuol dire che di questo grumo infernale del mondialismo a perdere(il pianeta) si è toccato un nervo molto sensibile e molto scoperto.

False Flag a Charlottesville
Il la l’ha dato Charlottesville in Virginia, quando chi a ciò preposto ha allestito l’ambaradan tra alcune migliaia di sedicenti “antifa” e alcune decine di decerebrati “suprematisti bianchi” che avevano messo sotto una donna. Episodio poi ripetutosi con la stessa “spontanea” regolarità, nelle stesse sproporzioni numeriche e con analoghi personaggi, identici cartelli, parole d’ordine e costumi della famosa serie di tumulti che precedettero l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il fatto che il reprobo che aveva soffiato a Hillary Clinton, nonostante tutti gli sforzi del “manifesto”, degli sceicchi, della criminalità finanziaria internazionale, dei signori di tutte le guerre, si fosse azzardato a rilevare anche qualche accenno di violenza tra gli “antifa” vestiti da Black Bloc, armati di spranghe, caschi e bottiglie incendiarie, idioti che buttano giù la storia sotto forma di monumenti, lo riportò in vicinanza di quel patibolo che il rettilario dello Stato Profondo gli sta erigendo dal giorno della sua vittoria presidenziale.



Segnale partito, segnale raccolto dai fiduciari nella marca italica. E così, di fronte al provvedimento stragista, razzista, fascista, xenofobo (così tutti da Del Rio, Orlando, ai sottopanza di “sinistra” ) del ministro degli interni Minniti che, con un educato invito alla correttezza e alla trasparenza auto-adottata di coloro che si erano rivelati “nastro trasportatore” (copyright Gabanelli) tra lo spopolamento dell’Africa e lo stravolgimento demografico del Sud Europa, l’operazione migranti ha potuto riprendere quella quota che i mandanti lontani desiderano.
Riprendere il filo tagliato da Minniti, rilanciare gli annegamenti
Il drastico calo degli arrivi, da decine di migliaia ad alcune, dopo la mordacchia di velluto suggerita alle Ong da trasbordo, la tanto consolatoria quanto, per altri, disarmante scomparsa degli annegamenti che ne giustificano l’esistenza e il ruolo, richiedevano una risposta forte. Possibilmente sulla scia di Charlottesville ed effetti collaterali che avevano fatto re-incombere sui destini dell’Occidente, dell’Europa, l’orrendo spettro del nazifascismo, pronto, con i 200 suprematisti Usa, corpo pretoriano di Trump, con le orde unniche di Casa Pound e Forza Nuova, a ricacciarci tutti in camere a gas e forni crematori, migranti extraeuropei in testa.

Il pretesto, chissà quanto ampliato, o addirittura costruito, ce l’ha fornito il palazzo di Via Curtatone, Piazza Indipendenza, Roma. Dove l’immancabile bastonatura che la polizia riserva a chiunque si muova in gruppo irritato per strada e la frase di un funzionario presa direttamente dal glossario della polizia di Obama quando ammazzava un nero inerme al giorno, hanno compiuto il capolavoro di regalare ai saprofiti che si nutrono della benevolenza dello Stato Profondo USraeliano, il martirio di 250 occupanti (poi diventati 700 nel martirologio) un “centro rifugiati”. Tutti eritrei, sebbene di composizione mista dal Corno d’Africa (evidenziare eritrei serve a criminalizzare un paese che figura tra i target del Pentagono) e tutti,da ben sette anni, in condizioni di disperata emergenza all’insaputa di prefetto, regione, governo (il Comune non c’entra).

Come una Suk si eleva a santuarioCome poi inquirenti, evidentemente al servizio del ministro degli interni xenofobo, fascista e assassino (Colombo, Zanotelli, Tommaso De Francesco), avrebbero appurato in base a documenti, video, testimonianza, quel palazzo si era andato trasformando da rifugio d’emergenza, in autentico covo del malaffare: racket delle stanze e delle poltrone, prostituzione, traffici d’ogni genere gestiti da una cosca di capobastone ai danni di poveracci bisognosi, individui scoperti a recuperare borsoni con dentro 23mila euro….
Così, grazie anche al sollecito intervento dell’alto comando dirittoumanista, i Manconi , i don Zerai, le Boldrini, i Zanotelli, un movimento per la casa romano dai grandissimi meriti e dal degradante discernimento, il pulviscolo sorosiano dell’accoglienza senza se e senza ma (anche a costo di offrire ai predatori multinazionali il petrolio, le gemme, i minerali, le terre dell’Africa opportunamente svuotata degli abitanti necessari a dare un qualche futuro al continente), ha finalmente avuto la sua Charlottesville. Buoni contro cattivi, pochi umanitari contro miliardi di suprematisti bianchi che annichileranno la nostra bella democrazia.

E come non potrebbe essere così quando l’house organ dei buoni è il “quotidiano comunista” e tra i suoi maggiori fiduciari per la liberazione dell’Africa (ma anche del Medioriente) dai suoi abitanti, è un leggendario frate missionario? Quello che solo pochi giorni fa si è rivolto alla coscienza dei giornalisti italiani, notoriamente immacolata e vertiginosamente sopra le parti, perché urlassero la loro condanna e il loro sdegno nei confronti di un paese come l’Eritrea dove –intollerabile per Zanotelli – nessuno torce un capello ai cristiani, nessuno muore di fame, tutti vanno a scuola e in ospedale gratis, e, peggio ancora, ai militari Usa come agli strozzini FMI, viene sbarrata la porta. Scivolato un po’ in parossismo sotto la spinta degli anni, questo frate della migliore tradizione storica del colonialismo clericale, su Minniti e “stupri, torture, assassinii, schiavitù” nei campi libici dal ministro incoraggiati, è arrivato alla formula magica, definitiva, fine-del-mondo: “Siamo ai nazisti, siamo alla Shoah”.

Facendo la tara a quanti, deprivati dell’assist delle ONG sorosiane a scafisti, annegamenti e trasbordi, straparlano di questi orrori nei campi libici senza fornirne prove e immagini e che, per l’inverso, tacciono sia sulle ottime condizioni di 2 milioni di africani al lavoro sotto Gheddafi e che, cacciato Gheddafi nel plauso del “manifesto”, sono in parte stati scuoiati dai rivoluzionari democratici di Misurata e in parte ora arrivano qua, va detto che di questi campi poco si sa. Certo è che, più ce li dicono gironi dell’inferno peggio della Giudecca e più dovremmo detestare Minniti e amare le Ong che li tiravano via da lì.



Zanotelli, a chi rispondi a Soros o a Francesco I? O a tutti e due?
Che Zanotelli sia solo un frate missionario occidentale, accanito nemico dell’Ottavo Comandamento (vedere in enciclopedia, la carta fa bene, lo smartphone fa male) e perciò giustamente destinato all’eternità nella decima bolgia dell’Inferno di Dante (dei falsari), o una spia, o tutti e due, fa poca differenza. Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia.

Quello che conta in tutta questa sarabanda di razzismo, suprematisti bianchi, nazifascisti che si avventerebbero sulla nostra civiltà e relativa libertà, non è che la sponda sulla quale batte la palla per poi indirizzarsi in buca. E la buca è sostituire nelle percezione delle persone perbene il nemico inventato, o pompato come la rana di Esopo, al nemico vero, grosso come un bue. Eccoci, con Charlottesville, Trump, Ku Klux Klan, neonazi, Forza Nuova, suprematisti, (ovviamente con, di riserva, gli sconci sovranisti, populisti, frontieristi) sollecitati dalla nostra natura di antifascisti storici e ontologici, più che dalle scomposte urla dei sedicenti antifascisti e antirazzisti, a schierarci, contro quello che dal 1945 in qua ci viene descritto e percepito come il nemico pubblico numero uno. E a torcere lo sguardo su tanto pericolo, tanta nequizia in avvicinamento, distogliendolo da quello che ci sta travolgendo, ci ha già travolti, ci destina al macero: libero mercato, marines, Sturmtruppen, Stato della sorveglianza totale, caccia boldriniana alle notizie vere, guerre a gogò, lavoro schiavistico, oligarchia mondialista, Juncker, Lagarde, milioni di deportati come esercito di riserva…….

Buscare el levante por el occidente, o il bue che dà del cornuto all’asino
Grande, astuta e in buona misura riuscita operazione di depistaggio del rettilario obamian-clitonian-sorosian-wallstreetiano con, a supporto, il verminaio parassita della finta sinistra e vera apristrada ai macelli globali perpetrati da un colonialismo bellico, culturale, sociale, mediatico, che sta a quello dei secoli passati come il vampiro di Transilvania sta alla zanzara.

Il califfo Al Baghdadi programma genocidi con l'inviato di Obama, Sen. McCain

Ma li avete mai visti, tutti questi crociati senza macchia e paura dei diritti umani scaldarsi per i diritti, non al trasferimento forzoso da casa propria a casa altrui, ma alla vita sulla propria terra, individuale e di comunità? Li avete visti, gli Zanotelli, per dire uno dei peggiori, appellarsi ai giornalisti perché illustrassero come, non solo le bombe Nato, ma anche le sanzioni, avessero ucciso milioni di persone in paesi che non correvano sui binari predisposti dalla cupola che oggi li incarica di sbraitare contro quattro gatti suprematisti? Ne avete sentito i clamori di protesta per le migliaia di “sospetti” (per la Cia) di cui Obama ha decretato l’uccisione via droni per via di poteri presidenziali da lui assunti e che, questi sì, assomigliano più a Mussolini che alla Magna Charta? Avete percepito il loro sgomento di fronte alla caccia alle fake news e alla hate stories (storie d’odio) con le quali una strategia che parte da Langley e passa per Londra, Parigi, Berlino, fino a degradare nella presidenza della Camera dei deputati italiana, punta a sopprimere ogni alternativa al menzognificio globale, politico e mediatico, instaurato sul modello di Orwell.



Dov’è il fascismo? Dove sono i suprematisti? Tra quattro ottenebrati sfigati, gonfiati da palloncino a mongolfiera, senza che ne venisse potenziata la carica esplosiva, che girano con la croce uncinata al braccio e fanno il saluto fascista, inneggiando a una qualche loro idea di razza e di gerarchia di valori? O il fascismo, anzi, il più-che-fascismo, l’iperfascismo, il tecno- fascismo, stanno nella biopolitica di un’oligarchia del denaro, delle armi, della persuasione occulta che sta distruggendo il mondo che non riesce a divorare e che, per non farsi notare, ci mette davanti al muso il cartonato di un imbecille in camicia nera?
Chi è il pericoloso fascista, razzista, xenofobo, suprematista, colui che abbaia al Duce, o alla luna alla cui falce appendere i neri, o chi a sberle e persuasori occulti ha fatto sì che otto personaggi e i loro sguatteri avessero più di 3,6 miliardi di umani senza diritti umani, cittadini ovviamente in eccesso? Chi fa del fascismo, quelli che vorrebbero salvaguardati i diritti e le capacità dei popoli di stare a casa loro e continuare a costruirla, o coloro che, come Badoglio e Graziani, o Zanotelli, applicano alle genti del Sud la consolidata idea di civiltà praticata in giro per il mondo a partire dall’astuta invenzione del monoteismo?

Al fascio al fascio! S'ode a destra uno squillo di tromba; a sinistra risponde uno squillo
Ora il fascismo questi segugi lo hanno perfino scoperto in Russia, dove Putin “il rossobruno” - figurati se i sinistrati si lasciavano sfuggire anche questa fake news - avrebbe messo in campo trucidi neonazisti a fianco dei suoi bolscevichi del Donbass e sarebbe lui il vero padrino del fantasma neonazista che si aggirerebbe per il mondo. Qui si manifesta un’impunità e conseguente mancanza cosmica di pudore, assieme a una buona dose di imbecillità rilevabile perfino dai gonzi, ma puntellata dai soliti sinistrati, che gli fa sorvolare disinvolti su un paradosso kolossal: si strepita contro il nazismo rinascente a Charlottesville e a casa Minniti, mentre si marcia, a stelle e strisce spiegate, accanto alle Sturmtruppen catto-islamiste installate a Kiev, nei paesi baltici, a Tegucigalpa, o scatenate in Venezuela, Libia, Siria, Iraq, Nigeria, Afghanistan.

Reparti Usa sfilano con battaglioni nazisti a Kiev

E ricordiamoci di un’altra cosa, quella che ci insegna la nostra storia repubblicana di un’Italia modello per le sperimentazioni terroristiche a fini di consolidamento e destrizzazione del potere. Nel formicolare di provocatori fascisti, con al seguito gruppetti dall’ego frustrato, s’è invariabilmente scoperta la mano dei servizi. Gli stessi servizi incaricati di mantenere al potere coloro i quali, quando i fascisti non ci sono, o fanno ridere, se li inventano con le zanne, per poterli additare e nascondercisi dietro.. A Charlottesville come nella cella di Frate Zanotelli
Non c’è che da chiudere con Totò: MA MI FACCIA IL PIACERE!

domenica 27 agosto 2017

Chi si prende cura degli attentati e della nostra "sicurezza"

Video straordinario su chi fa cosa e perchè.

(Le foto c'entrano poco col contesto. Oppure c'entrano? Non svolgono i curdi in Iraq e Siria lo stesso lavoro per USraele che si propone ai poliziotti addestrati e indottrinati dagli stessi padrini?)

Formidabile, illuminante video che spiega parecchio su quello che è successo a Barcellona e che già ci si è rivelato come ennesima provocazione terroristica di Stato grazie alle clamorose contraddizioni, bugie, invenzioni, delle varie versioni diffuse da Guardia Civil e Mossos. Come si doveva sospettare e come si deve alla luce della cronaca e della storia ragionare, ancora una volta nella fenomenologia c'entra il suo moderno Stato guida: Israele, di cui bene conosciamo la protezione e collaborazione con il terrorismo jihadista in Medioriente. 

Questo video rivela la straordinaria circostanza che la polizia spagnola, Guardia Civil, come quella catalana, Mossos, vengono entrambe addestrate in ISRAELE! Un dato che ci rivela gli obiettivi strategici di questi mercenari di Stato: imparare dallo Stato illegale sionista,massimo esperto di pulizie etniche e di repressione della popolazione sul proprio territorio, le tecniche per reprimere la propria popolazione in caso di manifestazioni e di qualsiasi espressione di subordinazione sociale. E' probabile che quanto Israele insegna ai robocop iberici, lo faccia anche, nella solita discrezione degli Stati canaglia, con altri Stati i cui governi siano inseriti nel progetto della dittatura mondiale dei globalisti, vedi paesi Nato. Giornalisti adddestrati e pagati dalla Cia, forze dell'Ordine addestrate e istruite al terrorismo e alla repressione da Mossad e Israele... annammo bbene!

Intanto l'ennesima psicopatica con le zanne che Washington manda come ambasciatrice all'ONU, Nicky Haley, ha dettato all'ONU un nuovo ordine del giorno USraeliano: trasformare l'UNIFIL, che da 11 anni si interpone in Liibano tra gli aggressori israeliani e i patrioti libanesi, in mercenariato USraeliano contro Hezbollah, di cui deve essere soprattutto stroncato il ruolo determinante svolto nella liberazione della Siria.


venerdì 25 agosto 2017

ERITREA: A botta di chi esegue, controbotta di chi vede. I diritti umani del “manifesto” tappeto rosso per i missili del Pentagono


Commento a Piazza Indipendenza e sugli avvoltoi che vi calano  e mia intervista su Eritrea e dintorni imperialisti allo Studio Del Bianco: https://youtu.be/3zGUdTFOSCA . E’ lunghetta, ma quando ce vo’ ce vo’.

La polpetta avvelenata confezionata da chi ha scatenato la baraonda di Piazza Indipendenza a Roma, con lo sgombero del palazzo abitato da immigrati del Corno d’Africa, etiopi, somali ed eritrei (ma per la stampa solo “eritrei”) e i successivi scontri alimentati da una polizia diretta da un energumeno provocatore e da lanciatori di bombole di gas, sassi e mazze, ha conseguito tutti i risultati ripromessi. Una polpetta-fava e un bello stormo di piccioni presi, come da piano preordinato (poi è a noi che danno del “complottista”). Ne cito i primi che mi vengono in mente. 

L’ordine di sgombero l’ha dato il prefetto passando sopra la testa del Comune, ma è la sindaca Raggi,  5Stelle, che viene crocefissa per “le donne e i bambini lasciati senza tetto, allo sbando, nelle aiuole, sotto gli idranti”. Ordine dunque del governo. Piuttosto di qualche manina del governo che già si era esibita a tirare palline d’inchiostro sulla lucida testa del “ministro-anti-Ong” e affogatore di rifugiati, Minniti. All’insaputa di un Comune preso alla sprovvista e che non ha potuto improvvisare che una soluzione rimediata per una parte degli sfrattati.

Dopo Raggi e Minniti , sullo sfondo a giganteggiare, le infami Procure che si sono azzardate a scoprire magagne nei traffici di esseri umani tra Lagos e Pozzallo, passando per la Grande Armada delle Ong finanziate dal golpista planetario George Soros. Magistrati a busta paga di Salvini che, con tali vergognose montature, hanno fornito a un ministro degli interni, chiaramente xenofobo, razzista e pure un po’ nazista, il pretesto per bloccare coloro i quali sopperiscono agli italiani che non vogliono più fare né figli, né certi lavori di merda.

E siamo a quattro fave e passa. Fava-effetto collaterale è indubbiamente quanto addirittura il vescovo di Rieti, poco tipicamente prete, ha proclamato nell’anniversario del primo terremoto del 2016: siete una manica di incapaci, ciarlatani, ritardatari, traffichini e trafficoni e con voi la ricostruzione non si farà mai. Ho un po’ parafrasato, ma il senso era quello. In ogni caso, le celebrazioni a reti ed edicole unificate sulla rinascita miracolosa di Amatrice, a forza di centri commerciali, palestre, ristoranti e dove un presunto ministro cosmopolita, quello a cui il segretario Renzi intima: “Vai avanti tu, chè a me viene da ridere”,  ha internazionalizzato il tema inaugurando “l’Area Food”, non hanno potuto azzerare lo spettacolo di un regime che, sul prima- e dopo-terremoto, ha dimostrato tutta la sua cialtroneria, inettitudine, protervia.

Altra fava-collaterale, l’oscuramento del fantasmagorico pasticcio spagnolo-catalano su attentati fatti o programmati  da un presunto Imam ,cultore meno dell’Islam quanto del narcotraffico, che, una volta ancora, fa apparire in tutta la sua spaventosa dimensione criminale la matrice vera del terrorismo e i suoi obiettivi di guerra a tutti e ognuno.
Ma  tutte queste favette scompaiono davanti al favone grosso che, poi,  dei cacciatori di piccioni di Piazza Indipendenza era l’esca principale. Dal momento che agli sponsor dello Stato Profondo Usa, quelllo che fa parlare il pappagallo Trump, il genocidio in Yemen, lo sterminio di civili in Iraq, Siria, Afghanistan,  da trasformare in cadaveri sul posto o in fuggitivi, la promessa di obliterazione a Venezuela e Nordcorea, la parata di marines, a bandiera Usa spiegata, a fianco dei nazisti ucraini del battaglione Azov, non danno sufficienti soddisfazioni, ecco che doveva trovarsi un altro paesuccolo impertinente da spiaccicare al muro.

Pensandosi il generale prussiano Bluecher a Waterloo che lancia la sua cavalleria a salvare Wellington dalla quasi sconfitta per mano di Napoleone, la caporale di giornata italica dello Stato Profondo, Norma Rangeri, apre le stalle del suo  “manifesto” e lancia un tiro a tre di somari (infinite scuse al nobilissimo animale) a depositare deiezioni che coprano quanto è opportuno coprire (a partire dalle macerie di terremoto e regime e a finire con i nazionicidi Pentagono e Cia) e che invece facciano emergere quanto conviene far emergere.
E così nell’ampio spazio informativo del “manifesto”, nulla si legge di terremoti, Venezuela, Nordcorea, mentre tantissimo si legge sui migranti all’addiaccio a causa della malvagità di Virginia Raggi  e su quanto il trattamento da loro subito si colleghi a quello scellerato inflitto da Minniti e PM vari  alle Ong  figlie di Soros (che, oltre a pagare quelle, ha versato 50 milioni di dollari nei tascapane del battaglione Azov e suoi camerati quando si trattò di rovesciare il governo legittimo filo-russo). L’asso calato sulle pagine così pregne di eroismo diritto manista è però un altro. Come da ordine di scuderia, l’Eritrea.

Affidandosi alla penna di tale Alessandro Leogrande, che cito tanto per non far nomi di coloro a cui va riconosciuta integrità deontologica e competenza professionale, “il manifesto” infierisce sull’unico paese africano che non accetta né basi Usa, né ricatti FMI e BM, che è autosufficiente e si fida solo di sé, che ha per cardini della propria azione governativa l’ecologia e la giustizia sociale, che non conosce né macrocriminalità, né microcriminalità, che è laico fino all’osso e tiene insieme in fraternità le due grandi religioni, islamica e cristiana, che per liberarsi della dominazione coloniale dei dittatori etiopici sostenuti da Usa, prima, URSS, dopo USA e, infine, di nuovo Usa, che non si piega alle periodiche aggressioni del vicino da 100 milioni di abitanti e dall’armamentario Usa più ricco del continente e che, soprattutto, anti-neoliberisticamente, garantisce a tutti i suoi abitanti istruzione e sanità gratuite. Roba da far accapponare la pelle tanto a Goldman Sachs, quanto Luciana Castellina e Norma Rangeri.

Avendo Barack Obama, il presidente della sette guerre e della licenza di assassinio di massa  extragiudiziario mediante drone, formulato il giudizio definitivo sull’Eritrea, pronunciando questa sentenza: “Corea del Nord e Eritrea sono le due dittature più orribili del mondo”, come poteva esimersi “il manifesto” dal corroborare e rimpinguire il verdetto, come ha fatto con tutti quelli dello stesso presidente, lastricando di buone intenzioni umanitariste tutte le sue mattanze belliche?

Naturalmente un occhiuto analista come Leogrande non ha bisogno di documentarsi sul posto. Che gli è del tutto ignoto. A uno dalla perspicacia come la sua basta ascoltare un paio di rifugiati  e la segretaria (ex-Amnesty!!!) della Commissione d’inchiesta ONU. Una  che ha ascoltato gente solo nella nemica Etiopia e poi è stata sbugiardata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite che ha rigettato il suo cumulo di menzogne. E allora vai con lo scroscio di fandonie che i lustratori di scarponi del Pentagono rigurgitano ogni qual volta quelli sentono l’uzzolo di calpestare qualcosa e qualcuno: “una delle dittature più feroci del mondo… un regime cha  ha privato il suo popolo di ogni libertà civile e politica… che ha imposto il servizio militare obbligatorio e a tempo indeterminato per ogni eritreo uomo o donna che sia (è vero per Israele, non per l’Eritrea), un’immensa caserma-prigione da cui i giovani fuggono in massa… i gulag eritrei dove si praticano le torture imparate dagli italiani… almeno diecimila i prigionieri politici…”

E’ chiaro che al nostro arrivo ad Asmara, nel primo zighinì (l’ottimo piatto nazionale) offertoci ci devono aver siringato una notevole dose di acido lisergico per colmarci di tali traveggole da farci attraversare per due settimane un paese sereno, dove presidenti e ministri circolano tra la folla senza l’ombra di una guardia del corpo, dove non si vede un poliziotto se non quando passa la corsa ciclistica, dove le ragazze girano libere e con jeans incollati a mezzanotte, dove in ogni locale pubblico si può sghignazzare alle balle di CNN, BBC, e Euronews, dove i cafè internet traboccano di ragazzi, dove i soldati hanno tutti meno di vent’anni e dopo si fa anche un po’ di servizio civile per la comunità, dove peraltro si può essere richiamati a difendere la patria perché ogni due per tre gli Usa mandano gli etiopi ad attaccare, dove abbiamo potuto parlare liberamente con bimbetti e vecchietti, studenti e operaie. Dove abbiamo colto l’orgoglio di una nazione che si è liberata e libera intende rimanere.

Stesso trattamento dello zighinì al peyote deve essere capitato a tanti giornalisti che hanno visto, scritto e filmato quello che abbiamo visto, scritto e filmato noi (“Eritrea, una stella nella notte dell’Africa” è il documentario mio). E pure alle numerose delegazioni parlamentari, ricordo quella danese e quella svizzera, che hanno visitato il paese e se ne sono venuti via sbigottiti non da quello che avevano visto, ma da quanto Obama andava blaterando. Gente che di sicuro al ripetitore Leogrande suggerirebbe quello che gli suggerirei io, ma che la mia difettosa pronuncia del romanesco gli risparmia.

Comunque, bravo “il manifesto”, per aver assolto ancora una volta al meglio, con i generosi ragli della sua cavalleria, quanto da Wellington gli veniva chiesto.

P.S. E ancora una volta complimenti anche al comunista Manlio Dinucci  che si pregia di poter raccontare dallo sgabuzzino del “quotidiano comunista” qualche notiziola su dove gli USA manovrano e su dove mettono i loro missili. Fa bene. Vuoi forse dubitare che i suoi trafiletti non sappiano ripulire tutta una foliazione imbrattata come sopra?



giovedì 24 agosto 2017

Una verità sul Venezuela per ripulirci dal menzognificio catalano-spagnolo.



Per uscire dal grottesco psichedelico delle contraddizioni che annegano ogni credibilità delle versioni arruffate e baruffate delle polizie in rissa, spagnola e catalana; per riinfrescarsi un cervello arroventato dall'indignazione per la platealità e impudiciza delle menzogne che sistematicamente vorrebbero offuscare le chiarissime responsabilità dei veri autori di Stato delle stragi; per superare la triste collera per l'assassiniol extragiudiziale, in circostanze del tutto surreali, dell'ennesimo capro espiatorio, un ragazzo, che si aggira demenzialmente da solo (dove sono le famose "cellule"? e per le stesse lande della zona, ancora col furgone presunto delle Ramblas e non poteva essere catturato vivo da un'armata di robocop; per non schiattare di sghignazzi per le 120 bombole di gas e i 400 litri di acetone assemblati senza che nessun occhio della sorveglianza totale di Stato e di contractors se ne accorgesse; per non far paralizzare quanto ci resta di cellule raziocinanti di fronte al fumetto disegnato dai Mossos di un megattentato alle fetenzia metastatica della Sagrada Familia (magari la tirassero giù, ma nel segno di un recupero dell'estetica umana), zompato per esplosione fortuita nella villetta, ma rimpiazzata nel giro di sei ore, da 200 km di distanza, con l'operazioncella Ramblas, eccetera eccetera eccetera, fino alla fine dei tempi e della guerra dell'élite mondialista al/del terrorismo.
Per uscire da questo tritacarne della verità, ecco un succinto, ma efficace, inequivocabile e inconfutabile video sul Venezuela che la Giunta del Generali attorno all'emasculato Trump vorrebbe cancellare dalla carta geografica, salvaguardandone però duecento gaglioffi golpisti e i pozzi di petrolio.

domenica 20 agosto 2017

Il katziatone di Rita Katz: o zitti e buoni, o l’attentatone




ISIS/SITE: tocca a voi!
A proposito dell’annuncio post-Barcellona di un imminente attentato in Italia,  ce ne sono stati altri che minacciavano sfracelli in Vaticano, al Colosseo, la conquista di Roma. Ma stavolta potrebbe essere diverso. Intanto la notizia proviene da fonte autorevole e credibile: il sito SITE di Rita Katz, portavoce e diffusore da anni del jihadismo più efferato, in particolare dell’ISIS, con il quale la collaborazione nella promozione di quel panico che si sa funzionale alle aggressioni belliche e all’instaurazione di regimi di polizia, è stretta e, come provano i risultati, efficacissima. Senza l’istantanea diffusione a dimensione mondiale dei più raccapriccianti video e comunicati, prodotti con la nota perizia professionale dagli studios del mercenariato imperialista, di cui siamo debitori a Rita Katz, titolare del sito SITE, gran parte del messaggio terrorizzante e intimidatorio assegnato ai protagonisti della guerra al e del terrore sarebbe andata persa.

Rita Katz, ufficiale israeliano e portavoce Isis
Non deve stupire, data l’intesa strategica sugli obiettivi, l’amalgama Israele-jihadisti, evidenziato nel concorso israeliano alle operazioni sul campo dell’Isis e di Al Nusra e nel recupero israeliano di combattenti jihadisti curati negli ospedali allestiti sul Golan. Così non può sorprendere che Rita Katz, israeliana ex-ufficiale di Tsahal e da allora e sempre agente  dei servizi israeliani, abbia costruito il meccanismo per il quale ogni azione e ogni parola del terrorismo jihadista entri nel conscio e nel subconscio delle popolazioni di mondi da condizionare. I grandi vecchi della guerra al/del terrorismo, la testa della piovra gigante, hanno in SITE lo strumento indispensabile perchè di ogni iniziativa jihadista non sia perso l’effetto propagandistico: odio per l’Islam e guerre, panico e autorepressione. Piovra che alla periferia, per la penetrazione anche in nicchie potenzialmente refrattarie, si avvale dei formidabili tentacoli della grande informazione internazionale, a partire dal New York Times e, scendendo per li rami, dei tentacoli di seppioline mediatiche come gli organi ripetitori italiani, non escluso l’apporto di meduse tossiche dai peletti urticanti come “il manifesto”.




 Ci si dovrebbe porre una domanda facile facile, ma che nessuno si pone perchè sarebbe un po’ come utilizzare un piede di porco contro la cristalliera: come mai a nessuno è mai venuto in mente di indagare per quali vie un video Isis, tipo che mostra un gruppo di esseri umani chiusi in gabbia, incendiati e poi affogati, sia riprodotto istantaneamente nel canale di Rita Katz. Con chiaro effetto glorificatore. Domanda alla quale potrebbe appaiarsi l’altra, circa una totale apatia, se non accidia, del dotatissimo  apparato investigativo, di sorveglianza, di controllo, sviluppato in occidente con le nuove tecnologie, rispetto a qualche indagine su natura e dislocazione degli avanzatissimi studi e macchinari dai quali escono le perfette produzioni audiovisive dei jihadisti. E siccome le domande, volendo, sono come le ciliege, si potrebbe considerare che l’assenza di queste domande, epocali quanto ne sarebbe la risposta, equivale a quella che per anni, fino all’arrivo dei bombardieri russi, non si è posto l’interrogativo di cosa fossero, da dove venissero, dove andassero (a Haifa) , cosa contenessero, quali profitti generassero e per chi, le colonne di cisterne che viaggiavano alla luce del sole tra pozzi petroliferi di Iraq e Siria sotto occupazione Usa-Isis-curdi, Turchia,  mare e porti israeliani?

Siamo diventati discoli



Ma lasciamo il fumo e torniamo all’arrosto. Perchè a questa nuova, diretta minaccia post-Barcellona di Rita Katz/Isis andrebbe dato più rilievo che alle passate smargiassate contro papa e Colosseo? Perchè prima non risultava esserci motivo per impartire all’Italia una qualche lezione imperiale via terroristi sedicenti islamisti. Le minacce erano fuffa, fumo che obnubilasse un po’ di cervelli perchè chiedessero “Strade sicure”, soldati agli angoli della metro e accettassero le intemerate della Boldrini per l’accoglienza senza se e senza ma e contro le fake news. Poi nell’opinione pubblica è incominciato a muoversi la sensazione che con tutti questi migranti, tutti da noi, con queste Ong che andavano a raccattarli dai trafficanti, qualcuno puntava a fregarci. Noi e pure i migranti. La coperta buonista su certe malefatte in mare veniva lacerata da politici e magistrati.

E, a coronamento dell’insubordinazione ai piani imperialisti, appaltati a Soros, un ministro italiano, che evidentemente non aveva imparato la lezione Moro, è uscito dallo sgabuzzino dove curano le scope della villa i nostri politici, e ha messo la mordacchia a un anello della filiera criminale che svuota paesi per alluvionarne altri. Insomma è spuntato qualcosa e qualcuno che minacciava di far vedere nudo il re. E questo è niente: quando gli era stato fatto capire che l’ENI doveva limitarsi a fare le pulizie alle Sette Sorelle, che Roma doveva starsene lontana dal gas del Mediterraneo, che a occuparsi di Al Sisi, dell’Egitto e della Libia, cuore della regione, ci pensavano Usa, UK, Francia, ma mica i loro subalterni, addetti all’accoglienza e basta, Roma non si è addirittura azzardata di far tornare l’ambasciatore al Cairo! Lo svuotatore di posaceneri che si intrufola nella partita di briscola?  E Rita Katz ha tuonato.

Regeni e Oxford Analytrica, la sete di verità dei regeniani
Vogliamo allargarci, eccedere in domande impudiche, anche riguardanti campi lontani, ma pur sempre connessi a quelli di cui sopra? Sappiamo, anche se il silenzio sulla cosa è di tomba (a offesa di quella in cui è rinchiuso Giulio Regeni), che tutti sanno che il giovanotto, definito ricercatore a Cambridge, ma invece, o anche, collaboratore dell’agenzia internazionale di spionaggio e affari sporchi vari “Oxford Analytica”, al Cairo andava sfrucugliando soggetti sindacali “indipendenti”, potenzialmente sovversivi, ai quali, per conto dei suoi mandanti, offriva ricchi fondi perchè presentassero e attuassero “progetti” (testuale nel video). .

Qualche timido tentativo di risalire a dove originava la missione di Regeni, consultando i suoi referenti a Cambridge, ebbe piena collaborazione  quanto alle domande poste dagli investigatori italiani. Lo dichiarano quelli di Cambridge, lo negano i corifei italiani di Regeni e di Aegyptum delendum est. Sarà, non sarà. Ma la domanda da un milione e passa di verità è un’altra. Stabilito, sebbene sottaciuto, che Regeni aveva lavorato, almeno per un anno e mezzo, ufficialmente per Oxford Analytica, prima di spostarsi al Cairo per offrire progetti a oppositori del governo, alle dipendenze e su disposizioni di provati criminali come John Negroponte, David Young e l’ex.capo-spione britannico McColl, c’è un solo motivo al mondo che spieghi perchè coloro che si sono arrabattati da 17 mesi per Regeni e contro Al Sisi, con un accanimento degno della neutralizzazione di Mengele, non si siano mai occupati di Oxford Analytica, non siano mai andati a sentire che cosa il ragazzo ci facesse tra le grinfie di quei pendagli da forca che avevano insanguinato interi continenti?




Un autentico antimperialista come Manlio Dinucci, valido illustratore delle mene militari di Usa e Nato attorno al resto del mondo, che ancora si pregia di poter inserire la sua settimanale pecetta nell’angolo più remoto del “manifesto”, sarebbe titolato a porre questa domanda ai colleghi del “manifesto”. Forse a lui risponderebbero. Sempre che non siano troppo impegnati, come in questi giorni, a raddrizzare la barca delle bufale su Al Sisi, Regeni, il terrorismo, riempiendo paginate con interviste su Regeni e Al Sisi ai rinomati professori dell’Università Americana del Cairo, noto covo di intelletti antimperialisti, o ai tanti che, nel web e sui giornali, sbertucciano o demoliscono il presidente di questa povera repubblica, sottoposta a una dittatura che reprime ogni libertà d’espressione. Salvo quella di dire peste e corna dell’assassino di Regeni.

sabato 19 agosto 2017

YO TENGO MIEDO - In margine a Barcellona


False Flag, che palle
Con tutto il rispetto per le 14 vittime e i tanti feriti di Barcellona, con tutto, lo sconcerto per i morti “cattivi” ammazzati, o saltati per aria (prassi ricorrente e risolutrice), con ogni apprensione per gli arrestati, predestinati o a casaccio, con tutto l’orrore possibile per il viluppo terroristico in cui ci  hanno rinchiuso e con cui ci stanno sterilizzando, viene ormai a noia occuparsi dell’ennesimo attentato False Flag. E’ diventato sfessante ogni volta  gridarne al vento obiettivi immediati, scopi finali, lacerazioni logiche, elenco di chi se ne avvantaggia e chi ci rimette, parallelismi con episodi identici, analoghi, affini, contraddizioni, incongruenze, veri e propri buchi neri, colmati soltanto dalla dabbenaggine della gente assordata dal coro complice delle presstitute. Lo facciamo dall’11 settembre, dove l’arrogante insipienza degli autori e il lavoro meticoloso e inconfutabile del contradditorio scientifico e tecnico, ci avevano reso il lavoro facilotto.

Un operativo anti-islamico serio mai?
Ora, dopo Nizza, Berlino, due volte Parigi, due volte Londra, siamo all’ennesimo veicolo lanciato nel mucchio, a falcidiare una folla qualunque, priva di qualificazioni politiche, culturali, sociali, militari, composta da cittadini comuni, inermi e inoffensivi di 38 paesi, compresi i musulmani. Come in tante altre occasioni, da Charlie Hebdo – operazioni guardata e protetta da mezzi della polizia, vedi video – in poi, il conducente se la svigna, ma lascia sul cruscotto un documento che consente a chi interessa di indovinare non il, ma un esecutore da offrire a folle e schermi. Che, con ogni probabilità, non è quello che guidava, ma quello che dovrà essere catturato o, meglio, ucciso.

E subito sgorga imperiosa la domanda, bloccata in gola a tutti dal tappo mediatico made in regime: ma com’è che questi fanatici islamici se la prendono sempre con chi non si sogna di torcergli un capello, anzi, perlopiù ne favorisce, con l’accoglienza senza se e senza ma, l’invasione a casa sua? E com’è che non riescono neanche una volta a fare cianchetta, o tirare una pietra, o tagliare i freni dell’auto, a uno che di torti massicci ai musulmani è inequivocabilmente responsabile? Non dico arrivare a Obama o Blair, ma a un deputato della maggioranza bellicista, un carceriere a riposo di Guantanamo, un AD la cui multinazionale depreda la Nigeria, un caporale nei campi di pomodoro pugliesi, un velinaro di Stampubblica, o del “manifesto” che scriva sotto dettatura Cia… Se quelli in villa e i loro guardiani se la ridono, sapranno perché.

Tutte canaglie schedate, tutti radicalizzati che se ne fottono
Dopo queste, come in un rosario, si snocciolano altre domande che ad alcuni di noi, pochi, il tappo del concorso mediatico in associazione a delinquere non lo ha ricacciato in gola. Com’è che, con monotona regolarità (segno evidente di carenza di immaginazione negli organi preposti), i presunti attentatori sono tutti schedati, seguiti da tempo nel loro andirivieni tra mondo islamico ed Europa, spesso carcerati, facili dunque al ricatto, tutti detti “radicalizzati”, ma tutti assolutamente indifferenti a fede e pratiche religiose, anzi fortemente e viziosamente laici in quelle di vita, specie notturne. Pronti ad immolarsi nel segno del Corano, di cui non conoscono una sura. Tutti di cui ai giornali, nel giro di minuti, vengono comunicati nomi, cognomi, età, residenza, famigliari, viaggi, gusti, taglio dei capelli, caccole nel naso.

E, avanti, ci volete spiegare come tutti costoro, pur schedati e tenuti d’occhio, pedinati, perquisiti, fermati, ascoltati a distanza, al momento del botto risultano sfuggiti sistematicamente a qualsiasi consapevolezza e controllo? Mentre noi no, di noi, tramite telecamere più frequenti delle zanzare, aggeggi telematici e informatici che di ogni istante della nostra vita, di ogni comunicazione, di ogni spostamento, danno contezza a un qualche software centrale, di noi che, appena formuliamo un pensierino cattivo in rete, ci salta addosso la Boldrini e ci disintegra con i suoi strali anti-odio, di noi si sa tutto, prima, durante e dopo?

Un thriller che neanche Hitchcock. Talmente ingarbugliato che alla fine rinunci di trarne qualche filo o senso logico. E questo è lo scopo. A 200 km da Barcellona, Alcanar, la notte prima delle Ramblas, salta per aria una casetta e  si trovano bombole e resti carbonizzati di due sconosciuti. Sconosciuti, ma opportunamente “sospetti”. Come fa a non esserci un legame tra una bombola esplosa a 200 km di distanza e un furgone che falcia passeggiatori a Barcellona?!  Hai visto mai che volevano caricare bombole di gas su un camion e farlo esplodere nelle Ramblas. E’ che poi è andata storta e, nel giro del mattino successivo, hanno noleggiato un furgone, trovato l’autista, elaborato il piano B e predisposto un giro miracoloso che avrebbe evitato di incocciare nei mezzi blindati e nelle pattuglie che guardavano le Ramblas. Obiettivo perennemente affollato di possibili vittime, quindi obiettivo del tutto alieno agli interessi dei terroristi. Che, come si sa e come ho ricordato sopra, prediligono colpire in alto, i bonzi che li bombardano….

Tutto fila liscio, tranne la sicurezza dei cittadini
Passa il furgone, fa il suo bravo macello e il conducente riesce a darsi alla fuga. Tra migliaia di persone e decine di poliziotti tutt’intorno. Vabbè. In compenso, il passaporto del personaggio da incriminare ce l’abbiamo, trovato sul cruscotto. Vabbè. Visto quanto di interessante era successo a 200 km a sud di Barcellona, vediamo un po’ cosa succede a 100 km a nord, Ripoll. Senza il minimo dubbio, la cellula islamista stava qua. Così ne arrestiamo un po’, altri li dichiariamo in fuga e la stampa avrà l’osso da rosicchiare e i congiunti delle vittime di che confortarsi.. I media inondano foliazione e i schermi di valanghe di sciropposa e stereotipata retorica sulla Barcellona che non ha paura, che in centomila urla “No tengo miedo”, o come si dice in catalano. I poveretti lo fanno invece  proprio per esorcizzare una paura che gli viene rovesciata addosso a grandine. Con il re, Rajoy e i secessionisti catalani che si ritrovano uniti e circonfusi nell’unica bandiera nazionale. Una roba quasi più micidiale degli exploit della Guardia Civil.


Carosello catalano
Non è finita. Torniamo a sud di Barcellona, a 115 km, poche ore dopo la mattanza delle Ramblas. Cambrils, esterni notte. Al posto di blocco per prendere il conducente delle Ramblas (17 anni, no 22, boh, chissà, alla faccia del passaporto ritrovato), transita un’Audi A3. Dopo pochi metri, inspiegabilmente, cappotta e così la ritroviamo nelle foto. Succede una baraonda, al termine della quale i cinque passeggeri della vettura restano stecchiti per terra. Tutti fulminati, ci raccontano, da un unico poliziotto. Clint Eastwood era un bamba al confronto.  Gli altri del posto di blocco, si stavano accendendo sigarette. E i cinque del macchinone sportivo erano altrettanti imbranati persi, ansiosi di fare la figura dell’orso nel tirassegno. Quella delle esecuzioni extragiudiziali di massa pare una specialità della polizia spagnola. 11 marzo 2004: strage terroristica alla stazione Atocha di Madrid, 191 morti, 1.858 feriti. I colpevoli, tali definiti dalla polizia, stanno tutti rinchiusi in una casa. Li prendono per fame, per gas asfissianti, per granate acustiche? No, fanno saltare per aria l’intero edificio. Nessun superstite. Nessun pentito. Però, stesso annuncio di oggi: “Totalmente smantellata cellula islamica”. O qualcosa.

Quelli bravi sapevano. E facevano?
Altra ricorrenza rituale. La Cia da Langley e il Mossad dal Marocco (che ci sta a fare?)  avevano avvertito con grande precisione: attentato a Barcellona. Azzardare il pensiero che chi sa fa, è davvero qualcosa che la Boldrini considererebbe un  crimine dell’odio. Da evitare, se non vogliamo che la presidente della Camera ci rada al suolo.
Vabbè, vabbè, vabbè. Passiamo all’inevitabile cui prodest. Siamo stravaganti a fare questa domanda, secondo le persone normali domanda inutile, tautologica, stupidina e anche un po’ maleducata. Pazienza, abbiamo i nostri limiti. Ci sono, come sempre, i soliti prodest che si ripetono fin dall’11 settembre 2001 e anche da molto prima. Prodest vecchi come il mondo. Da quando gli Usa fecero saltare per aria la nave Maine per poter fregare Cuba agli spagnoli. Avere per le mani un pretesto per muovere guerra a chi si vuole togliere di mezzo è pratica che risale a Ulisse.

Paura glocal, dittatura global

In questi anni i motivi ricorrenti sono quelli strategici: fomentare lo scontro di civiltà e di religione per giustificare ai mortali comuni l’assalto e la rapina della parte migliore e più ricca del Terzo Mondo. Alla faccia dei poveri catalani e loro amici parigini, londinesi, berlinesi, che urlano di non avere paura e di non voler cambiare vita, istituzionalizzare lo stravolgimento della vita e la paura dell’altro, dentro e fuori di noi, al punto da invocare poliziotti fin in camera da letto, sorveglianza totale, militarizzazione di ogni centimetro quadrato (in Spagna il raggio militarizzato nell’occasione è di qualcosa come 500 km da sud a nord di Barcellona), tanto da rendere rivolte antisistema, e anche solo manifestazioni incazzate, gozzaniane “buone cose di pessimo gusto”, una foto ingiallita di Nonna Speranza, un vaso di fiori secchi su un centrino a punto e croce.

Nello specifico iberico, c’è il bonus addizionale del ricompattamento, nel segno delle lacrime e della comune lotta al terrorismo, dei gruppi dirigenti di Spagna e Catalogna, proprio alla vigilia di quel referendum sulla secessione che farebbe degli uni e degli altri qualcosa di poco più rilevante del Kosovo o del Nord Irlanda e, comunque, susciterebbe perpetua turbolenza nel Sud-ovest d’Europa. Con un pezzo, la Catalogna, che, oltretutto, viaggia a un alto tasso di sinistrismo. Tutte cose, ci sembra, poco gradite alla Nato e ai neoliberisti, da Washington a Bruxelles.

Aggiungo una considerazione che potrebbe sembrare balzana. Ma il fatto che quelli che allestiscono tutto l’ambaradan da qualche tempo mandano avanti la loro strategia a forza di veicoli guidati contro folle qualunque, Nizza, Berlino, Parigi, Londra, Barcellona, vorrà pure dire qualcosa. Per avere la patente, comprare una macchina, noleggiarla, guidarla, ti ci vorranno la fedina penale intonsa, il curriculum erotico, le impronte digitali, la parentela perbene fino al 7° grado, la presenza di un controllore, un chip sottocute? O si vuole farla finita con l’auto privata e imbarcarci tutti su blindati?

Tra le varie possibilità riferisco la riflessione di uno che di solito ci prende, Claudio Messora del canale web Byoblu. Le più grandi industrie automobilistiche e del software (da Google a Telint, da BMW a Fiat-FCA) stanno investendo miliardi nello sviluppo dell’automobile senza guidatore. L’auto con conducente è un auto controllata da chi la guida e da nessun altro. L’auto che si guida da sola, e i suoi passeggeri, vengono guidati da fuori. Il software centrale che ne dispone, sa tutto dei tuoi movimenti. E, al limite, può farti sbattere contro un muro. Auto uguale autonomia. Quel poco di autonomia che ci resta. Troppa.

Vedete voi. 

mercoledì 16 agosto 2017

GOLDEN STANDARD E BIGIOTTERIA - GLI INFAMI DELLE FAKE NEWS - Ordigno Regeni su Medioriente e Mediterraneo



Da quelli che danno la caccia alle informazioni che disturbano l’establishment dei ladri, corrotti, mafiosi, massoni, assassini seriali, che governano i vari paesi dell’area euro-atlantica, che hanno già stabilito sanzioni, radiazioni, eliminazioni, punizioni per chi insiste a diffondere quelle per le quali hanno inventato il termine “fake news” (notizie farlocche), o che, come la Boldrini, le promuovono da noi, il New York Times, house organ della lobby insraelo-talmudista internazionale viene giudicato la Bocca della verità, il Golden Standard del giornalismo mondiale.

E non potrebbe che essere così, dato che questo giornale è stato negli anni dell’assalto terroristico, militare, agrochimico, farmaceutico e finanziario, dei globalisti all’umanità, del trasferimento della ricchezza globale dal 99% all’1%, ben rappresentato da quegli 8 individuo che hanno più di quanto hanno 3, 5 miliardi di conseguentemente poveri, delle 7 guerre di Obama, lo strumento principale della lobotomia transorbitale operata sui cervelli dei sudditi dell’Impero.

Il giornale che, con i suoi soci nelle campagne di demolizione della verità, Washington Post, CNN, Guardian, giù giù fino agli sguatteri mediatici italiani, è diventato la bandiera di uno storicamente inusitato blocco nichilista sinistre-destre nel fiancheggiamento delle ragioni per le quali l’apparato bellicista Usa viene lanciato contro paesi e popoli, con meta finale l’armageddon Occidente-Russia, s’è prodotto nell’ennesima bufala galattica mirata ad avvicinarci a quella “soluzione finale”.

Non è bastato che il NYT si fosse totalmente squalificato con gli avalli a tutti i falsi pretesti che hanno consentito ai  predecessori di Donald Trump, primatista Barack Obama, di sbattere al muro un paese debole dopo l’altro, o invadendolo,  o riducendolo con le bombe all’età della pietra, o scatenandogli contro  branchi di subumani ben retribuiti, o rovesciandone i governi legittimi con colpi di Stato. Godendo nell’opera dell’apporto sussidiario di specialisti umanitari della menzogna e della diffamazione, come Amnesty International, HRW, Save the Children, MSF, giornaluccoli e partitini sedicenti di sinistra.
L’occasione era propria per un nuovo colpo grosso. Ridotto, a forza di ricatti dei servizi segreti, colpi di maglio mediatici, il mastino pre-elettorale che, vaneggiando di intese con la Russia,  si azzardava a intralciare l’armageddon, a botolo ringhiante contro il Venezuela e la Corea del Nord; costrettolo a firmare nuove sanzioni contro il falso scopo Russia e il vero scopo Europa, ecco che occorreva colmare una defaillance del concerto bellico tra Mediterraneo e Medioriente.

Mediterraneo-Medioriente: dove Trump latita, il NYT provvede
Erano successi fatti intollerabili per lo Stato profondo USraeliano e sul quale il presidente-ostaggio aveva manifestato titubanze ed esitazioni. Lo stop ai finanziamenti della Cia ai jihadisti Isis e Al Qaida; una mancata risposta all’esuberanza militare e diplomatica di siriani e russi che stavano rimettendo le cose a posto, come erano prima del 2011; l’Iraq che ribadisce la sua ritrovata coscienza nazionale con la liberazione di Mosul, la definitiva messa in crisi del mercenariato jihadista e, anatema!, l’intesa con Mosca addirittura per aiuti militari ed economici; l’Iran che, alle nuove sanzioni appioppiategli a dispetto della sua ottemperanza all’accordo nucleare, minaccia di bruciarlo, quell’accordo. Questo per il Medioriente.


Bloccato “l’evento naturale” emigrazione
Nel Mediterraneo di male in peggio. Quattro scalzacani giuridici e politici della colonia Italia, a Trapani, Catania e al Ministero degli Interni romano, si permettono di mettere il sale sulla coda alla flotta delle Ong messe in campo dal destabilizzatore umanitario di fiducia George Soros. Viene buttata una mappata di sabbia negli ingranaggi perfetti della filiera criminale dell’”accoglienza”, che inizia con l’induzione del meglio delle società africane e del Sud del mondo (quelle dei paesi rigurgitanti di risorse) a mollare terra, popolo, Stato, cultura, identità, e che si conclude nei bassifondi sociali di un’Europa meridionale da sprofondare in default vari, economici, sociali, culturali. Due piccioni con la fava del “inarrestabile fenomeno epocale”, evento naturale quanto il crollo dei nostri cavalcavia, o i fuochi della terra dei fuochi.

Mica basta. Forse l’offesa più grave è che, anziché trattare il presidente egiziano Al Sisi da lebbroso che di notte esce per infettare bambinelli, magari europei, come auspica la solita alleanza del buoncostume sinistro, dal “manifesto” a Stampubblica, Roma ha la tracotante impudicizia di ristabilire con lui rapporti normali, quasi quanto quelli di Obama e successori con i nazisti di Kiev e i narcogolpisti dell’Honduras. E addirittura di ingolosirsi alla prospettiva che l’Egitto, detentore con l’ENI del più vasto giacimento di gas dell’intero Mediterraneo, possa rifornirci di energia a costo molto più basso del gas fracking da scisti, che Washington cerca di rifilare all’Europa. E senza i condizionamenti “anti-antisemiti” legati al gas israeliano.

Non si era spento l’inquinamento acustico provocato dalle geremiadi della famiglia Regeni e dai suoi sponsor, da Luigi Manconi alla solita Boldrini, al solito “manifesto”, per il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo (quelli Usa, Germania, Regno Unito, Francia, mondo intero, ci stanno, forse perché se ne fottono, forse perché sanno chi era Regeni), che dal NYT è arrivato l’ordigno acustico nucleare. Tirato fuori 17 mesi dopo l’evento culminante dell’”Operazione Regeni”, il ritrovamento del corpo senza vita e torturato.

Il Regeni reinnescato

Dunque, secondo quella bocca della verità, della quale se te ne fidi finisci con la mano mozzata, i servizi di Obama avevano subito capito tutto e avevano immediatamente fornito al governo italiano le prove inconfutabili dell’assassinio ad opera di un servizio segreto egiziano, ordinato dall’orrido Al Sisi in persona. Incidentalemtne, Al Sisii è un altro di quelli con i quali Trump pensava di poter intrattenere un modus vivendi, ma lo Stato Profondo Usa, Israele, “il manifesto”, i “sinistri”, no. Con uno che amoreggia con Putin, che possiede tanto gas da ridurci, noi Usa, a subappaltatori, che si permette di mettere le dita nella marmellata libica sostenendo un generale che, oltreché amico dei Gheddafi,  pare potere addirittura ricostituire l’unità del paese che abbiamo tanto fatto perchè evaporasse, tocca andarci giù pesanti.

E dunque la colossale bufala. Il governo non poteva che negare, dato che non ne aveva mai avuto, di prove o documenti “inconfutabili”.  E anche, perché, a dispetto di tutta la sua ontologica  buffoneria, cialtronaggine, piaggeria, davanti ai propri elettori come faceva a vantare un minimo di credibilità se, avendo in mano fin da subito la prova provata di Al Sisi assassino, non ne ha fatto l’uso che ossessivamente le prefiche coloniali, da Manconi al Manifesto, a tutta la “sinistra”, gli chiedevano?  Ovviamente non esiste nessuna prova. Ovviamente il NYT si è ripetuto come quando riempiva di stronzate le provette di Colin Powell. Ovviamente si trattava solo di far starnazzare un po’ più forte i propri dipendenti italioti e mettere Roma sull’avviso per quanto concerne Egitto, Libia e migranti.

Gli obamiani  fanno la loro parte nello Stato Profondo della guerra per la guerra, il Golden Standard del giornalismo fa la sua parte di cloaca maxima dell’informazione, le sinistre degli infiltrati e lobotomizzati fanno la loro parte sotto lo sguardo benevolo dei Rothschild, Rockefeller, Warburg, Goldman Sachs, Soros. Quello che inchioda tutti costoro alla loro infamia (mentre la Boldrini mi inchioderà alla mia “propaganda dell’odio”) è la fenomenale malafede che imbratta ogni loro parola.


Tutti sanno che Giulio Regeni (lo ripeto per la ventesima volta) era dipendente e collaboratore di un’accolita di delinquenti della massima categoria, specializzati in spionaggio industriale, politico, destabilizzazioni, regime change, repressione, uccisioni di massa. Uno così come lo definisci?  Uno che dal 2013 ha lavorato per John Negroponte, inventore dei Contras e degli squadroni della morte tra Latinoamerica e Medioriente, un pendaglio da forca se ce n’è uno; per Colin McColl, già capo del Mi6, servizio segreto britannico, che organizza operazioni sporche in giro per il mondo; per David Young, fondatore della ditta, Oxford Analytica, già carcerato per aver lavorato per Nixon, da “idraulico”,  nell’operazione Watergate.

Tutti hanno visto e, quando non  lobotomizzati, hanno capito che al Cairo Regeni cercava di assoldare elementi con la prospettiva di fargli avere denari dalla sua organizzazione britannica (quale? Quella di Negroponte?), purchè presentasse “progetti”. E a chi, nel noto video, Regeni prospettava questi finanziamenti per “progetti”? A Mohamed Abdallah, capo di un sindacato di ambulanti, cui Regeni, manifestatosi come possibile elargitore di quattrini, negava però un caritatevole uso personale, per la moglie ammalata di cancro. “Ci vogliono progetti, avete progetti?” Il sindacalista, che Regeni cercava di infilare in qualche oscura operazione, aveva ogni motivo per denunciare l’ambiguo straniero di Cambrdige alla polizia.
 
Regeni, Negroponte

Questi sono fatti. Sono fatti enormi. Sono mattoni di una storia che porta dritto all’eliminazione del provocatore nel momento in cui un cittadino non sobillabile, denunciandolo, ne aveva lacerato la copertura. Lo aveva bruciato. Lo sanno tutti, da Washington a Roma, dal Cairo al “manifesto” e a Cambridge (che apposta mantiene il riserbo sul suo “ricercatore”). Non vi pare che quelli che fanno finta di niente, ma piangono e imprecano sul “martire” della resistenza ad Al Sisi, non abusino di una vittima, tradita dai suoi mandanti? Non meritino la qualifica di infami?
Infami di sinistra che si fanno sbugiardare dai giornali di Berlusconi, quelli “di destra”. Ma a che punto siamo arrivati!
Ora aspettiamo i fatti dei servizi Usa e di Obama il retto. Ovvio che sanno tutto. La NSA che spia tutti, Merkel compresa, ce la siamo scordati? Vediamo se, quanto a fake news, saranno più bravi almeno di quelli dell’11 settembre.