mercoledì 5 giugno 2019

Come ti sistemo quelli del sovranismo altrui ------ IL BILDERBERG DEI NOSTRI



“Mai otterrai che il granchio cammini diritto” (Aristofane, Le Commedie)
https://www.fanpage.it/bilderberg-tutti-i-partecipanti-italiani-nei-60-anni-di-incontri/  Ecco coloro che ci hanno guidato alle nostre magnifiche sorti e progressive. E insistono.

Trentesimo anniversario dei fatti di Tien An Men, 65esima riunione segreta del Gruppo Bilderberg. C’è qualcosa che collega i due anniversari? Inevitabilmente, l’uno, nella congiuntura, è propedeutico all’altra e ne fonda l’attualità. Insieme a temi vari, segretissimi nella definizione del metodo, tra i quali abbastanza scoperto è quello delle Quinte Colonne politico-economico-mediatiche da infiltrare in campo amico, neutro o nemico. Però manifesti negli obiettivi, giacchè praticati dalla fondazione in piena prima guerra fredda, 1954. Fondazione in Olanda agevolata e protetta dai servizi segreti angloamericani e a cui hanno dato corpo, denaro, tattica e strategia le residue case monarchiche e le massime divinità del capitalismo imperial-tribale, Rockefeller e Rothschild. Obiettivo finale: globalizzazione, affermazione di una sovranità di portata planetaria e guerra totale a quella altrui, a partire – o finire – con la conquista del “cuore terrestre del mondo” (“Heartland”, nella famosa espressione di Brzezinski), Russia e Cina.


L’evento, dagli aspetti securitari di una trasparenza democratica da far scoppiare d’invidia un vertice mondiale della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra messi insieme, ha avuto luogo dal 30 maggio al 2 giugno  tra i fasti ultralusso dell’Hotel Montreux, congeniali a questo parterre de Rois , ascendente nobile dei Casamonica, nell’omonima cittadina svizzera. 130 partecipanti da 23 paesi, euro-atlantici con poche eccezioni. Tra cui la créme de la créme di quell’0,1%, poche decine di individui,  che veleggia sulla ricchezza di metà dell’umanità grazie a una pervicace creazione di diseguaglianza tramite guerra di classe capitalista , colonialismo, guerra e, appunto, globalizzazione.

Chi c’e
Ministri dell’economia e delle finanze, megabanchieri e governatori di banche dette centrali (che le governano per conto dei loro proprietari privati), AD e padroni di multinazionali, alti gradi militari con al guinzaglio il segretario Nato Stoltenberg (ospite fisso), alti bonzi politici, prestigiosi - per servizi resi – giornalisti, capi dell’Intelligence, stimatissimi cibernetici, strizzacervelli in sostituzione dei demodé preti e psichiatri, Jared Kushner con doppia rappresentanza Usa-Israele, nientemeno che il braccio destro del papa, Parolin, animatore della resistenza anti-Chavez in Venezuela e, ad ascoltare le direttive, Mike Pompeo, segretario di Stato. Più gli amici delle diverse filiali: Trilaterale, Council of Foreign Relations, Chatham House, World Economic Forum, P2, P3, Gladio, Greta, Messina Denaro, Ong varie….

Più ospitanti che ospiti, gli immarcescibili garanti della continuità: i Kissinger, i Soros, le Lagarde, un qualche Rockefeller con la sua J.P. Morgan (che manda ai governi italiani sollecitazioni a cestinare la Costituzione) e un qualche Rothschild a nome delle loro 166 (centosessantasei) banche sparse sui 5 continenti. Infine una serie di accademici e intellettuali messi lì  a infiorettare di bella forma gli scambi di opinioni tra i gentiluomini e impedire che qualche malvissuto sospetti che si tratti di un convegno per decidere le sorti del genere umano a forza di complotti.

 
Composizione di Adriano Colafrancesco


Chi impara
Chiaramente per affinità elettive e palmares di servizio, ci sono anche due eccellenze  del giornalismo italiano, Gruber e Feltri, e un politico in disarmo, Renzi, ma da cui, forse, si spera di ricavare ancora qualcosa. Della sudtirolese Lilli Gruber non può non essere stato apprezzato la rigorosa ed elegante imparzialità e l’orgogliosa monotematicità con cui gestisce il suo Parnaso delle “Otto e mezzo” secondo il modulo napoleonico del nemico – di solito un 5 Stelle, o chi non li tratta come deiezioni sul marciapiede – da prendere, con amici alla Mieli, Lerner o Carofiglio, da davanti, dietro e dai fianchi.

L’agenda
Nell’Hotel Montreux,  dopo meticolose e ripetute disinfestazioni della Zucchet,  contro eventuali, ma, dato il contesto, del tutto improbabili tracce di populismo, sovranismo, plebeismo , dagli ospiti in arrivo considerati al pari di blatte e peggio, i temi erano quelli classici, più qualche novità. Governo mondiale, amici, nemici, domestici, cani da caccia, da riporto e d’attacco, profitti dal cambio climatico (tutti per Greta), difesa della Vergine di Norimberga, detta UE, alla faccia di Brexit, Orban, Le Pen (Salvini è finto, va bene), l’impero carolingio franco-germanico e sue forze armate in confronto con l’impero anglosassone e Nato per una comune strategia di obliterazione di Russia e Cina, passando per le tappe intermedie Siria, Iran, Nordcorea, Venezuela e altre. Come armare certi social e disarmarne altri, come sgomberare il sud del mondo di genti, estrarne risorse e confondere in un megamiscione le identità dei popoli in generale, attivando sradicamenti e migrazioni, come fare in modo che le intelligenze artificiali operino, in guerra e in pace, da nuovo strumento maltusiano di sfoltimento delle erbacce umane.

E’ la Nuova Via della Seta, baby


Negli anni ’80 e ’90, quando mi sbizzarrivo in Rai su ambiente, clima, guerre, sport estremi, fui frequentemente onorato da quell’intelligente, ironico, acuto e astuto collage di giustapposizioni demistificanti che era il “Blob” di Enrico Ghezzi. Tipo, volavo in parapendio col bassotto Rambo e di seguito si vedeva la corte dei miracoli di Craxi in volo sull’aereo di Stato. Era la cosa più frizzante della tv dei quegli anni. Oggi Blob, con Ghezzi fuorigioco per malattia, è una stanca “voce del padrone” che arranca sciropposo tra buonismo dell’ipocrisia sinistra, con migranti in barcone, lacrimosità e savianismi vari, e geopolitica funzionale. Da settimane va scassandoci ogni organo interno con la ripetizione di immagini di Tien An Men e relativi mezzibusti d’ordinanza. All’Hotel Montreux non se ne sono fatti sfuggire una puntata.

Fa peggio, se possibile, il resto dei media, primo fra tutti, immancabile quando si tratta di lastricare la strada all’evento e agli obiettivi Bilderberg, “il manifesto”, con ben quattro pagine di inserto di anatemi anticinesi, proprio in coincidenza coll’acme del Bilderberg.. Che sono, implicitamente e in prima linea oggi, anatemi contro la Via della Seta, temuta e odiata dagli Usa. Tant’è che quel “quotidiano comunista”, tenuto in piedi da miei e tuoi soldi, abusivamente sottrattici, stava però spaparanzato su ogni poltrona damascata del Montreux.

Ci sono montagne di reportage contrari alla vulgata subito impostata dall’imperialismo e dai suoi ascari contro un Cina dal modello sociale insidiosissimo e dal potenziale di crescita incommensurabile. I 300 morti degli scontri, dopo due mesi di occupazione della piazza, con ampia presenza criminale di spaccio e prostituzione, scontri detti feroci da parte dell’esercito e pacifici da quella dei rivoltosi, sono diventati “migliaia”. Dei  soldati linciati, bruciati vivi nei loro mezzi, sparati, dei gas tossici usati dai manifestanti, nessuna menzione. E  la solita radio Cia, “The voice of America”, che 24 ore su 24 incitava alla rivolta e inneggiava a Zhao Ziyang, il dirigente infiltrato dagli Usa al vertice di Partito e Governo, per le sue promesse di democrazia e mercato, scompare dalla cronaca e dalla Storia. Come Radio B-92 di Belgrado, dello stesso circuito, cara a Luca Casarini e ai suoi.

Tien An Men, prima rivoluzione colorata

La prima rivoluzione colorata, con tutti gli attrezzi dell’organizzazione – tende, armi, cecchini, rifornimenti, soldi delle Ong - visti poi a Belgrado, Kiev, Cairo e oggi a Khartum e Algeri,  diretta a Pechino da quel Gene Sharp che  dei regime change è stato l’inventore e diffusore tramite i serbi di Otpor. E’ grazie alla risposta, estremamente controllata del governo, che la Cina ha evitato un Guatemala, un Kosovo, un Cile, una Libia. Il rilancio dell’anniversario, più massiccio delle passate ricorrenze si spiega con quella brutta bestia, anzi brutto drago, della Nuova Via della Seta, Belt and Road Initiative, che senza bisogno di fottermi la sovranità, togliere migranti  da casa loro e metterli in casa altrui,  tirarmi addosso bombe e soldati, costringermi all’austerity, rischia di inferire un colpo mortale a chi , invece, quelle cose le infligge giorno e notte a me a tutti.

Feltri, nessuno come lui

Ma la “Croce di ferro da Cavaliere, con alloro d’oro, spade e brillanti”, non va negata a colui che ci ha restituito il fenomeno Bilderberg, quello di cui financo benevoli assertori rilevavano una qualche tendenza all’operare sott’acqua, nella sua pura, cristallina, veste di innocente consesso tra il bridge e il circolo della Caccia: Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano  e capo dell’Economico a griffe Draghi. Uno di cui ho sempre pensato che fosse stato messo lì, forse da Bilderberg, forse da Draghi, forse da Friedman, data la comunanza confessionale, per sorvegliare l’intemperante e imprevedibile Travaglio. Whitewashing, è quello che gli anglofoni chiamano il riciclaggio, meglio: la ripulitura , la riabilitazione di una roba sporca in anima più bianca del bianco. Il paginone di Feltri sul Bilderberg nel numero del 4 giugno ne è la sublimazione. La sua partecipazione, a fianco dell’uomo del Condor in America Latina e dei massimi succhiatori di midollo dalle colonne vertebrali dei popoli, andava giustificata.

Aah quei complottisti!. Chi potrebbe anche lontanamente sospettare che si complotti in quella specie di fortilizio blindato da trincee e schieramenti di mezzi e uomini militari, poliziotti, Forze Speciali, guardie eco-zoologiche, pompieri, funamboli, maghi e  qualche ricuperato Isis? Cosa c’è di male in un po’ di privacy e distinta discrezione quando si tratta di discutere di tutti gli altri esseri, umani e non, del loro destino individuale e collettivo, e magari di correggerlo e si fa divieto ai partecipanti, tipo P2 o Gladio, di divulgare quanto detto, concordato, deciso.

Pregiata Casa detersivi Feltri


Così finalmente Stefano Feltri rettifica, bonifica, purifica un’immagine dai complottisti pesantemente deteriorata facendoci il rasserenante racconto, tra la fiaba e l’apologo, di una “riunione di vecchi saggi (sic), la cui opinione è sempre utile, come l’ex-segretario di Stato Henry Kissinger”, brav’uomo, o “gli attivisti dei diritti civili, gente con incarico di rilievo (ovviamente benefico), esperti dei temi in agenda, leader emergenti, qualche giornalista, alcuni (sic) membri facoltosi…” Quanto alla segretezza, non è che l’apoteosi con la cultura americana del networking, costruzione di rapporti personali come ponte tra culture, professioni e idee diverse, fin dalla prima cena con – massimo della democrazia! – freesitting”. E poi i temi: “Cina, tanta Cina, visto che gli americani, hanno confidato per qualche anno che a Pechino arrivassereo le riforme, democrazia e mercato (inscindibili, ovvio). Ora hanno capito che non succederà… la Russia di Vladimir Putin è un vero pericolo o è aggressiva per mascherare le sue fragilità?” E l’ecologia verde?  Greta insegna: “Grande possibilità di business, purchè dai fossili non si esca con troppi traumi”, poverini.

Ai pretenziosi e gossipari che si chiedono se, in democrazia, la gente non ha il diritto di farsi dire dai giornalisti presenti cosa dicono e decidono i più potenti e ricchi personaggi della Terra, Feltri risponde con prontezza: “Che domanda, tutti i partecipanti sono già attivi nel dibattito pubblico (Rothschild e Rockefeller soprattutto)… e poi, quella che dall’esterno pare segretezza , da dentro risulta assenza di distrazioni e formalità, di sera al bar con whisky che gli esperti giurano essere notevoli”, meno male. Più Circolo della Caccia, o Accademia dei Lincei di così?


Quanto ai fissati che vedono complotti ovunque ci siano poliziotti, militari, blindati e cecchini a difendere un consesso di miliardari e triliardari, non va riservato che sfottò: “Che le teorie del complotto ricomincino”, sghignazza l’eulogo alla fine del panegirico. Detto da un maligno Manzoni “vile encomio”. Mentre l’intenzione del buon Feltri era più che commendevole: “put some lipstick on the pig”, come la mettono gli anglofoni.  Se si va per correzioni di grugni, Feltri ha ampiamente battuto la Gruber quando  a Emma Bonino  fece dire quanto filantropo fosse George Soros per averle dato tanti bei soldini.
Intanto Bilderberg, camminando anche sulle stampelle di bravi giornalisti, procede. Grazie all’ingegneria genetica, agli operativi digitali e alle intelligenze artificiali, già sappiamo il mondo che ci prospettano. Dal popolarissimo transgender, all’imminente transumano. Insomma, sempre meno “umanità”. Con una buona mano data dal 5G. E qui non scherziamo.

lunedì 3 giugno 2019

L’altro 2 giugno: Garibaldi non deve morire ------- NIENTE RADICI NIENTE PRIMAVERE




“Il metodo più efficace per distruggere un popolo è negare e cancellare la sua comprensione della propria storia”. (George Orwell)

https://www.youtube.com/watch?v=OSzw_O5v6Cc da ascoltare in sottofondo


L’altro giorno, in occasione della Festa della Repubblica, che qualcuno ha percepito come Festa delle Forze Armate, Olimpo della Repubblica, ci siamo occupati di quei tre generali, tutti ex-capi di Stato Maggiore, tutti dell’Aeronautica, che hanno rifiutato di presenziare alla parata militare in via dei Fori Imperiali. La motivazione? Una ministra della Difesa troppo pacifista (per costoro il pacifismo, seppure nella forma ridotta di un limite alla prevalenza delle ragioni  e spese di guerra, è diventata una colpa, un delitto), si sarebbe addirittura permessa di tagliare le pensioni d’oro (2% su 100mila euro e passa), come a tutti i “dorati” delle Istituzioni, di mettere il becco nella valutazione delle carriere con le loro porte girevoli tra FFAA e industrie, di far sfilare dei civili davanti ai baldi militi, di sostenere il sindacato dei soldati, di tergiversare sull’acquisto di quello che viene definito il peggiore prodotto del complesso militar-industriale Usa, l’F35 e tanti altri misfatti.

Noi avremmo voluto chiedere a questi signori cosa gli impedisce, a un quarto di secolo, di parlarci di chi ha voluto far ammazzare i miei colleghi al TG3, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e, per depistare, ha fatto fare 17 anni di galera all’innocente somalo Hashi Omar Hassan (e, non fosse stato per “Chi l’ha visto”, sarebbe ancora dentro).



Noi vorremmo contrapporre a questi generali, sui quali il Fatto Quotidiano ha fatto una precisa prima pagina, un altro generale. Sempre in occasione del 2 giugno, ormai per fortuna superato, con tutti i suoi clangori marziali e le uscite inopportune e inconsapevoli di Roberto Fico. Meritevole di essere festeggiato più di qualsiasi altro pari grado della storia patria, che poi è andata vantando tipi come il Bava Beccaris, macellatore savoiardo di lavoratori, il fucilatore dei propri soldati e fallimentare stratega savoiardo Cadorna, lo stragista fascista Graziani, il fellone savoiardo Badoglio. Giuseppe Garibaldi, il 2 giugno 1882, muore a Caprera, dove s’era ritirato per disgusto dell’Italia dei Savoia, del Vaticano e di De Pretis. Non cosmopolita dell’indistinto, ma internazionalista delle nazioni, sull’altare dei nostri penati non deve morire mai.

So benissimo che ora meridionalisti e neoborbonici mi scaglieranno addosso le solite frecce acuminate con le quali trafiggono qualsiasi mio riferimento al Risorgimento. Ma continuo a considerare il Risorgimento di Garibaldi, Mazzini, Pisacane, Mameli, dei Bandiera e dei tanti altri, caduti tra Napoli, Roma, Venezia e le guerre d’indipendenza, il momento più alto, generoso, pulito, della nostra Storia nazionale. L’unico antimperialista, prima della stagione dei partigiani.. Con tutte le insufficienze, le cadute, gli errori, le atrocità che accompagnano i grandi rivolgimenti. Che non sono mai pranzi di gala. Abbiamo conquistato quella unità della nostra comunità storica, territoriale, linguistica, culturale, geografica, di intenti, che è un bene del quale oggi i predatori globalizzanti cercano a forza di guerre economiche e psicologiche di privarci.



Garibaldi di questo processo è stato il nobilissimo protagonista. L’eroe. Con tutti i suoi difetti e le sue azioni sbagliate e improvvide, come sono anche ricordate nel testo storico che ho ricevuto e qui pubblico. Ci sarà un motivo per cui le Brigate Garibaldi dalle liberazione della patria dal nazifascismo hanno messo il nome dell’eroe dei due mondi sui loro vessilli. O erano sovranisti, nazionalisti, populisti anch’essi?

Fanno di tutto, i globalisti del capitalismo planetario e autocratico, per recidere le nostre radici, garanzia di vita e di nuove primavere del tronco, per privarci dell’anima, del nome, dell’identità. Prendendosela col sangue, che è qualcosa di più dei globuli rossi o bianchi, e che ci accusano di interpretare come lo concepirono quelli della razza superiore (ce ne sono anche oggi, in forma di Stato, belli rispettati), fanno passare lo jus soli, una terra concepita come mensa dei nomadi poveri. Il famigerato manzoniano volgo disperso che nome non ha.E lo strumento immediato per ridurci così sarebbe quel mostruoso, malavitoso e abusivo leviatano che è la UE, azzeratrice per conto USA della conquista della libertà. Vedi Grecia. 

Ci  dicono, con intento  diffamatorio, “sovranisti “, affiancando ai patrioti veri, tromboni simulatori che sovranisti si proclamano mentre non sono che una manovra di dequalificazione del concetto di sovranità popolare e nazionale al servizio dello stesso capitalismo planetario autocratico. Come disvela ll criminale progetto di annullare secoli di lotta e sangue, frantumando il paese in frammenti dove il Nord ritorna a divorare il Sud, mentre si offre al servizio di chi è ancora più a Nord. Servi dei più potenti, che della propria sovranità fanno lo strumento militare, economico, istituzionale, mediatico, per negarla agli altri. Ai deboli. Dominanti e dominati. E di mezzo i raccattapalle. Popolo ed élite, dicotomia che è diventato politicamente scorretto riconoscere.

Negando la nostra storia, neghiamo chi siamo e facciamo da palo ai rapinatori. Non abbiamo i loro eserciti, le loro banche, la loro industria della manipolazione. L’unico modo per salvarci è una nostra superiore coscienza nazionale e volontà di autodeterminazione. Viva Garibaldi. Gramsci è d’accordo. E il sinistro rinnegato e il destro venduto, peste li colga.


Paola Claudio Munzi Tosi
Anniversario della Repubblica?
Mah! Sappiamo che fin dalla nascita questa “repubblica” è stata condizionata dall'imperialismo americano che ha provocato la caduta del governo Parri, l’unico governo che voleva un'Italia veramente democratica, popolare e sovrana, e perciò autenticamente repubblicana, pur avendo operato sotto la forma istituzionale monarchica.
Per questo, per la giornata di oggi proponiamo un’altra memoria:
MEMORIA 2 giugno
Il 2 giugno 1882 muore nella sua casa nell’isola di Caprera (Sassari) dopo una breve malattia GIUSEPPE GARIBALDI (74 anni) patriota Risorgimentale condottiero rivoluzionario uomo politico e Padre della Patria. Fu Padre e difensore della Repubblica Romana del 1849.
Noto anche con l’appellativo di “Eroe dei due mondi” per le sue imprese militari compiute sia in Europa sia in America Meridionale, è la figura più rilevante (insieme a Mazzini e a Cavour) del Risorgimento e protagonista controverso dell’unificazione italiana. Lo scrittore francese Victor Hugo ( 1802- 1882) che lo conobbe scrisse di lui:
“Garibaldi cos’è Garibaldi? E’ un uomo niente altro che un uomo. Ma un uomo in tutta l’accezione sublime del termine. Uomo della libertà uomo dell’umanità. ”Vir“ direbbe il suo compatriota Virgilio.”
La popolarità di Garibaldi, la sua capacità di sollevare le folle e le sue vittorie militari diedero un contributo determinante all’unificazione dello Stato italiano premiandolo con una popolarità enorme tra i contemporanei – solo a titolo di esempio si possono citare le trionfali elezioni (nel 1860, nel 1861 al Parlamento subalpino poi italiano e nel 1874 eletto deputato del Regno d’Italia) e il trionfo che gli venne tributato a Londra nel 1864. Numerose furono anche le sconfitte fra le quali particolarmente brucianti furono quelle di Roma (1849) dell’Aspromonte (1862) e di Mentana (1967): queste ultime due lo opposero a una parte rilevante dell’opinione pubblica italiana che in tutti gli altri episodi della sua vita lo aveva grandemente amato.
Nonostante la sua profonda stima nei confronti di Mazzini (Garibaldi aveva iniziato la sua avventura di patriota subito dopo aver aderito alla Giovine Italia nel 1833) ebbe forti dissidi con lui circa l’atteggiamento da tenere nei confronti di Casa Savoia: infatti Garibaldi accondiscese a divenire sostenitore della monarchia sabauda (pur essendo convinto repubblicano) finché questa dimostrasse di credere fermamente nella causa italiana e assumendo la guida dell’esercito piemontese contro l’Austria (1858-59).
Garibaldi, pur ritenendo lecita l’uccisione di nemici in battaglia e traditori in tempo di guerra, a partire dal 1861 si batté per l’abolizione della pena di morte proponendo varie volte una legge che la abolisse nel Codice penale vigente. Un altro grande impegno di Garibaldi fu quello per la pace tra i popoli: nonostante le numerose guerre egli riteneva lecito usare la forza militare solo per liberare le nazioni e difendersi dai nemici, manifestando altrimenti una forte convinzione pacifista e umanitaria. Per questo avversò sempre con forza le mire espansionistiche coloniali che da subito animarono il giovane Regno d’Italia affermando che se l’Italia avesse tolto la libertà e la sovranità ad un altro popolo egli avrebbe combattuto con quel popolo contro gli italiani.
Garibaldi criticò le misure prese contro il brigantaggio meridionale postunitario dal nuovo governo italiano, come l’uso della legge marziale e la feroce repressione; nonché la rigida estensione della leva militare obbligatoria piemontese al sud Italia che giudicava controproducente preferendo l’entusiasmo volontaristico che aveva animato i suoi eserciti. Nel 1868 scrisse all’attrice Adelaide Cairoli:
“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale temendo di essere preso a sassate essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.”
Garibaldi fu un grande amante della natura e degli animali: questo grande amore si palesò quando nel 1871 anno nel quale Giuseppe Garibaldi, su esplicito invito di una nobildonna inglese lady Anna Winter contessa di Southerland, incaricò il suo medico personale di costituire una Società per la Protezione degli Animali annoverando la signora Winter e Garibaldi come soci fondatori e presidenti onorari; oggi la società è nota come Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA). Attualmente l’ENPA è il più antico e importante ente di protezione e salvaguardia animale in Italia. In seguito a queste riflessioni e azioni animaliste Garibaldi divenne quasi vegetariano in tarda età e rinunciò alla caccia (che era stata una sua grande passione fin da giovane) in nome del rispetto della vita degli animali.
Garibaldi fu notoriamente uomo di costumi semplici e quasi vicino alla povertà non avendo mai in alcun modo approfittato in senso personale di vittorie militari e politiche e della fama straordinaria di cui godeva. Cercò di guadagnare qualcosa per vivere scrivendo libri e con il lavoro agricolo nella sua Caprera e usò lo stipendio di parlamentare per aiutare le famiglie dei reduci dei “Mille” che non avevano ricevuto alcun riconoscimento economico dallo Stato. E soprattutto conservò un forte tratto di umiltà e di rifiuto di apparire come “prima donna“: il 26 gennaio 1875 Garibaldi all’ età di 67 anni è a Roma per prendere possesso del suo scranno in Parlamento come deputato del Regno d’ Italia. Il giorno stesso del suo arrivo giunge a Montecitorio accolto dai deputati della Sinistra con grandi applausi che s’interrompono solo quando il generale pronunzia il giuramento. Poi chiamato al balcone della casa dove abitava a Roma dagli applausi scroscianti della folla e infastidito dall’eccessivo entusiasmo pronunciò la famosa frase: «Italiani siate seri!».
Il 27 settembre 1880 Garibaldi si dimette dal Parlamento prevedendo la non attuazione dei suoi ideali politici e in segno di protesta si ritira definitivamente a Caprera. Nella lettera di dimissioni dichiara che non intende più far parte dei
«legislatori in un Paese dove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti e ai nemici dell’ unità d’ Italia… Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla parte peggiore della nazione.”
Ebbe tre mogli ( tra le quali spicca la prima ANITA GARIBALDI (1821- 1849)) e sette figli.
FORZA E ONORE!
Gruppo Laico di Ricerca.

L’altro 2 giugno: Garibaldi non deve morire ------- NIENTE RADICI NIENTE PRIMAVERE




“Il metodo più efficace per distruggere un popolo è negare e cancellare la sua comprensione della propria storia”. (George Orwell)

https://www.youtube.com/watch?v=OSzw_O5v6Cc da ascoltare in sottofondo


L’altro giorno, in occasione della Festa della Repubblica, che qualcuno ha percepito come Festa delle Forze Armate, Olimpo della Repubblica, ci siamo occupati di quei tre generali, tutti ex-capi di Stato Maggiore, tutti dell’Aeronautica, che hanno rifiutato di presenziare alla parata militare in via dei Fori Imperiali. La motivazione? Una ministra della Difesa troppo pacifista (per costoro il pacifismo, seppure nella forma ridotta di un limite alla prevalenza delle ragioni  e spese di guerra, è diventata una colpa, un delitto), si sarebbe addirittura permessa di tagliare le pensioni d’oro (2% su 100mila euro e passa), come a tutti i “dorati” delle Istituzioni, di mettere il becco nella valutazione delle carriere con le loro porte girevoli tra FFAA e industrie, di far sfilare dei civili davanti ai baldi militi, di sostenere il sindacato dei soldati, di tergiversare sull’acquisto di quello che viene definito il peggiore prodotto del complesso militar-industriale Usa, l’F35 e tanti altri misfatti.

Noi avremmo voluto chiedere a questi signori cosa gli impedisce, a un quarto di secolo, di parlarci di chi ha voluto far ammazzare i miei colleghi al TG3, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e, per depistare, ha fatto fare 17 anni di galera all’innocente somalo Hashi Omar Hassan (e, non fosse stato per “Chi l’ha visto”, sarebbe ancora dentro).



Noi vorremmo contrapporre a questi generali, sui quali il Fatto Quotidiano ha fatto una precisa prima pagina, un altro generale. Sempre in occasione del 2 giugno, ormai per fortuna superato, con tutti i suoi clangori marziali e le uscite inopportune e inconsapevoli di Roberto Fico. Meritevole di essere festeggiato più di qualsiasi altro pari grado della storia patria, che poi è andata vantando tipi come il Bava Beccaris, macellatore savoiardo di lavoratori, il fucilatore dei propri soldati e fallimentare stratega savoiardo Cadorna, lo stragista fascista Graziani, il fellone savoiardo Badoglio. Giuseppe Garibaldi, il 2 giugno 1882, muore a Caprera, dove s’era ritirato per disgusto dell’Italia dei Savoia, del Vaticano e di De Pretis. Non cosmopolita dell’indistinto, ma internazionalista delle nazioni, sull’altare dei nostri penati non deve morire mai.

So benissimo che ora meridionalisti e neoborbonici mi scaglieranno addosso le solite frecce acuminate con le quali trafiggono qualsiasi mio riferimento al Risorgimento. Ma continuo a considerare il Risorgimento di Garibaldi, Mazzini, Pisacane, Mameli, dei Bandiera e dei tanti altri, caduti tra Napoli, Roma, Venezia e le guerre d’indipendenza, il momento più alto, generoso, pulito, della nostra Storia nazionale. L’unico antimperialista, prima della stagione dei partigiani.. Con tutte le insufficienze, le cadute, gli errori, le atrocità che accompagnano i grandi rivolgimenti. Che non sono mai pranzi di gala. Abbiamo conquistato quella unità della nostra comunità storica, territoriale, linguistica, culturale, geografica, di intenti, che è un bene del quale oggi i predatori globalizzanti cercano a forza di guerre economiche e psicologiche di privarci.



Garibaldi di questo processo è stato il nobilissimo protagonista. L’eroe. Con tutti i suoi difetti e le sue azioni sbagliate e improvvide, come sono anche ricordate nel testo storico che ho ricevuto e qui pubblico. Ci sarà un motivo per cui le Brigate Garibaldi dalle liberazione della patria dal nazifascismo hanno messo il nome dell’eroe dei due mondi sui loro vessilli. O erano sovranisti, nazionalisti, populisti anch’essi?

Fanno di tutto, i globalisti del capitalismo planetario e autocratico, per recidere le nostre radici, garanzia di vita e di nuove primavere del tronco, per privarci dell’anima, del nome, dell’identità. Prendendosela col sangue, che è qualcosa di più dei globuli rossi o bianchi, e che ci accusano di interpretare come lo concepirono quelli della razza superiore (ce ne sono anche oggi, in forma di Stato, belli rispettati), fanno passare lo jus soli, una terra concepita come mensa dei nomadi poveri. Il famigerato manzoniano volgo disperso che nome non ha.E lo strumento immediato per ridurci così sarebbe quel mostruoso, malavitoso e abusivo leviatano che è la UE, azzeratrice per conto USA della conquista della libertà. Vedi Grecia. 

Ci  dicono, con intento  diffamatorio, “sovranisti “, affiancando ai patrioti veri, tromboni simulatori che sovranisti si proclamano mentre non sono che una manovra di dequalificazione del concetto di sovranità popolare e nazionale al servizio dello stesso capitalismo planetario autocratico. Come disvela ll criminale progetto di annullare secoli di lotta e sangue, frantumando il paese in frammenti dove il Nord ritorna a divorare il Sud, mentre si offre al servizio di chi è ancora più a Nord. Servi dei più potenti, che della propria sovranità fanno lo strumento militare, economico, istituzionale, mediatico, per negarla agli altri. Ai deboli. Dominanti e dominati. E di mezzo i raccattapalle. Popolo ed élite, dicotomia che è diventato politicamente scorretto riconoscere.

Negando la nostra storia, neghiamo chi siamo e facciamo da palo ai rapinatori. Non abbiamo i loro eserciti, le loro banche, la loro industria della manipolazione. L’unico modo per salvarci è una nostra superiore coscienza nazionale e volontà di autodeterminazione. Viva Garibaldi. Gramsci è d’accordo. E il sinistro rinnegato e il destro venduto, peste li colga.


Paola Claudio Munzi Tosi
Anniversario della Repubblica?
Mah! Sappiamo che fin dalla nascita questa “repubblica” è stata condizionata dall'imperialismo americano che ha provocato la caduta del governo Parri, l’unico governo che voleva un'Italia veramente democratica, popolare e sovrana, e perciò autenticamente repubblicana, pur avendo operato sotto la forma istituzionale monarchica.
Per questo, per la giornata di oggi proponiamo un’altra memoria:
MEMORIA 2 giugno
Il 2 giugno 1882 muore nella sua casa nell’isola di Caprera (Sassari) dopo una breve malattia GIUSEPPE GARIBALDI (74 anni) patriota Risorgimentale condottiero rivoluzionario uomo politico e Padre della Patria. Fu Padre e difensore della Repubblica Romana del 1849.
Noto anche con l’appellativo di “Eroe dei due mondi” per le sue imprese militari compiute sia in Europa sia in America Meridionale, è la figura più rilevante (insieme a Mazzini e a Cavour) del Risorgimento e protagonista controverso dell’unificazione italiana. Lo scrittore francese Victor Hugo ( 1802- 1882) che lo conobbe scrisse di lui:
“Garibaldi cos’è Garibaldi? E’ un uomo niente altro che un uomo. Ma un uomo in tutta l’accezione sublime del termine. Uomo della libertà uomo dell’umanità. ”Vir“ direbbe il suo compatriota Virgilio.”
La popolarità di Garibaldi, la sua capacità di sollevare le folle e le sue vittorie militari diedero un contributo determinante all’unificazione dello Stato italiano premiandolo con una popolarità enorme tra i contemporanei – solo a titolo di esempio si possono citare le trionfali elezioni (nel 1860, nel 1861 al Parlamento subalpino poi italiano e nel 1874 eletto deputato del Regno d’Italia) e il trionfo che gli venne tributato a Londra nel 1864. Numerose furono anche le sconfitte fra le quali particolarmente brucianti furono quelle di Roma (1849) dell’Aspromonte (1862) e di Mentana (1967): queste ultime due lo opposero a una parte rilevante dell’opinione pubblica italiana che in tutti gli altri episodi della sua vita lo aveva grandemente amato.
Nonostante la sua profonda stima nei confronti di Mazzini (Garibaldi aveva iniziato la sua avventura di patriota subito dopo aver aderito alla Giovine Italia nel 1833) ebbe forti dissidi con lui circa l’atteggiamento da tenere nei confronti di Casa Savoia: infatti Garibaldi accondiscese a divenire sostenitore della monarchia sabauda (pur essendo convinto repubblicano) finché questa dimostrasse di credere fermamente nella causa italiana e assumendo la guida dell’esercito piemontese contro l’Austria (1858-59).
Garibaldi, pur ritenendo lecita l’uccisione di nemici in battaglia e traditori in tempo di guerra, a partire dal 1861 si batté per l’abolizione della pena di morte proponendo varie volte una legge che la abolisse nel Codice penale vigente. Un altro grande impegno di Garibaldi fu quello per la pace tra i popoli: nonostante le numerose guerre egli riteneva lecito usare la forza militare solo per liberare le nazioni e difendersi dai nemici, manifestando altrimenti una forte convinzione pacifista e umanitaria. Per questo avversò sempre con forza le mire espansionistiche coloniali che da subito animarono il giovane Regno d’Italia affermando che se l’Italia avesse tolto la libertà e la sovranità ad un altro popolo egli avrebbe combattuto con quel popolo contro gli italiani.
Garibaldi criticò le misure prese contro il brigantaggio meridionale postunitario dal nuovo governo italiano, come l’uso della legge marziale e la feroce repressione; nonché la rigida estensione della leva militare obbligatoria piemontese al sud Italia che giudicava controproducente preferendo l’entusiasmo volontaristico che aveva animato i suoi eserciti. Nel 1868 scrisse all’attrice Adelaide Cairoli:
“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale temendo di essere preso a sassate essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.”
Garibaldi fu un grande amante della natura e degli animali: questo grande amore si palesò quando nel 1871 anno nel quale Giuseppe Garibaldi, su esplicito invito di una nobildonna inglese lady Anna Winter contessa di Southerland, incaricò il suo medico personale di costituire una Società per la Protezione degli Animali annoverando la signora Winter e Garibaldi come soci fondatori e presidenti onorari; oggi la società è nota come Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA). Attualmente l’ENPA è il più antico e importante ente di protezione e salvaguardia animale in Italia. In seguito a queste riflessioni e azioni animaliste Garibaldi divenne quasi vegetariano in tarda età e rinunciò alla caccia (che era stata una sua grande passione fin da giovane) in nome del rispetto della vita degli animali.
Garibaldi fu notoriamente uomo di costumi semplici e quasi vicino alla povertà non avendo mai in alcun modo approfittato in senso personale di vittorie militari e politiche e della fama straordinaria di cui godeva. Cercò di guadagnare qualcosa per vivere scrivendo libri e con il lavoro agricolo nella sua Caprera e usò lo stipendio di parlamentare per aiutare le famiglie dei reduci dei “Mille” che non avevano ricevuto alcun riconoscimento economico dallo Stato. E soprattutto conservò un forte tratto di umiltà e di rifiuto di apparire come “prima donna“: il 26 gennaio 1875 Garibaldi all’ età di 67 anni è a Roma per prendere possesso del suo scranno in Parlamento come deputato del Regno d’ Italia. Il giorno stesso del suo arrivo giunge a Montecitorio accolto dai deputati della Sinistra con grandi applausi che s’interrompono solo quando il generale pronunzia il giuramento. Poi chiamato al balcone della casa dove abitava a Roma dagli applausi scroscianti della folla e infastidito dall’eccessivo entusiasmo pronunciò la famosa frase: «Italiani siate seri!».
Il 27 settembre 1880 Garibaldi si dimette dal Parlamento prevedendo la non attuazione dei suoi ideali politici e in segno di protesta si ritira definitivamente a Caprera. Nella lettera di dimissioni dichiara che non intende più far parte dei
«legislatori in un Paese dove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti e ai nemici dell’ unità d’ Italia… Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla parte peggiore della nazione.”
Ebbe tre mogli ( tra le quali spicca la prima ANITA GARIBALDI (1821- 1849)) e sette figli.
FORZA E ONORE!
Gruppo Laico di Ricerca.

sabato 1 giugno 2019

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi di sudamericano------- 2 GIUGNO: STELLETTE CONTRO LE STELLE



https://www.youtube.com/watch?v=JfjMrOEWQrk  da sentire come sottofondo
Succede che certe volte i governi, specie quando capita per sbaglio che siano, almeno parzialmente, espressione genuina del popolo, dirazzino e si dimentichino il motivo per il quale stanno lì. Che è, tra le altre cose e in prima linea, quella di sostenere, onorare, rafforzare e retribuire chi ha il gravoso compito di difendere i sacri confini della patria, che siano al Brennero, in Crimea, Etiopia, Somalia, Serbia, Libia, Iraq, o Afghanistan. E anche l’onere e l’onore di stare a fianco, costi quel che possono costare 90 F35, di coloro che stanno sopra di noi. Queste dimenticanze da parte di governanti che insistono a voler essere civili e non uniformati, il popolo le paga. Pensiamo al Cile, all’Argentina, a tutto il Sudamerica (escluso il Venezuela, dove un fenomeno del tutto anomalo e contrario ha infranto la regola).

Succede che tre dei più illustri nostri generali, pluridecorati per meriti acquisiti nelle campagne per la democrazia e i diritti umani, che hanno fatto il lustro del nostro paese e offerto alle giovani generazioni esempi di amor di patria e di vittoria, rispettivamente già capi di Stato Maggiore della Difesa e capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, alla parata militare del 2 giugno non ci sono voluti andare.

Rinunciare a vedere sfilare, al suono di esaltanti marce e fanfare, i corpi reduci da guerre di liberazione, come quelle sopra elencate, e candidati a chissà quali nuove imprese di diffusione della civiltà, magari in Iran, Russia, Cina, perdersi quei momenti di batticuore, tensione muscolare e spirituale, che valgono la sopportazione di un resto dell’anno alle prese con politici che remano contro, con opinioni pubbliche corrotte da turpi messaggi culturali,  tipo il devirilizzante “love and peace”, deve essere stato causato da qualcosa di molto, molto grave.


Qualcosa di davvero scellerato, che si è abbattuto come un infausto ciclone sulla nobile selva dei nostri monumenti e lapidi, sparsi dal più grande al più piccolo borgo della nazione, in memoria dei generali che hanno saputo opporre all’invasore straniero i corpi di 600mila nostri eroici cittadini (in buona parte anche da essi fatti fucilare perché in errore di direzione d’assalto); di quegli altri che, sfoltendo le turbe di selvaggi con gli scintillanti strumenti della tecnologia e chimica italiana, hanno portato tra faccette nere e brune la prestanza del maschio italico e il suo retaggio di civiltà; di coloro, ancora, che alle popolazioni stremate dal bolscevismo, hanno offerto il conforto di chi per riscattarle ha lasciato tra le loro nevi la propria pelle e i propri scarponi di cartone. Si potrebbe proseguire su questa strada lastricata di eroismo degli umili, di sublime scienza strategica dei rispettivi comandanti, di sacrifici alla patria e all’umanità, offerti con spirito stoico e coscienza di missione civilizzatrice da operai, contadini, poeti e navigatori  della patria italiana. Nel senso, largo e generoso, di patria prima germanica e poi atlantica.

Ma veniamo al fatto. Uno dei generali, Tricarico, ha dichiarato di non poter partecipare perché “sarebbe ipocrita applaudire i nostro soldati in compagnia di soggetti che stanno contribuendo a un progressivo e, per certi versi, irreversibile indebolimento delle Forze Armate”. E ha aggiunto: “Una componente della maggioranza gialloverde sta portando avanti un atteggiamento ostile nei confronti di una delle poche istituzioni che funzionano bene in Italia: le Forze Armate”. A qualcuno di noi, mosso da odio di classe, come denuncia il generale Arpino, un pensiero cattivo e fazioso è corso a Emanuele Scieri della Folgore, a Stefano Cucchi della stazione CC di Tor Sapienza, ma anche a qualche distesa di macerie scavalcate a Belgrado, Baghdad, Mogadiscio e Tripoli. Effetti collaterali dell’istituzione che funziona meglio in Italia.  

A sua volta, un altro generale, Camporini, dichiara di non voler assistere alla parata perché “troppe sono le disattenzioni del governo nei confronti dei tempi della Difesa, spesso snaturata con un’ipocrita enfasi sul ‘Dual use’ … da dichiarazioni di vuoto pacifismo del presidente del Consiglio… e potrei continuare”. E chissà come avrebbe potuto continuare se quel pacifismo anziché “vuoto” fosse addirittura pieno, mentre comprendiamo il suo risentimento rispetto a militi che, anziché offrire il petto al fuoco nemico il fuoco al petto nemico, sono costretti ad umiliarsi a tirare fuori sepolti dal terremoto, a rimuovere rifiuti dalla Terra dei Fuochi,  o a fare i piantoni  a metro e treni.



Insomma, come conclude ancora, il generale, qui si “sta minando un’istituzione di cui il paese deve essere orgoglioso”!. E allora ci tocca andare a scovare e denunciare i fin qui impuniti, se non dall’indignazione delle megastellette, responsabili e fatti di tanta dolorosa defezione nel giorno della più alta celebrazione della Repubblica, quella al vibrante sound di scarponi, trombe, cingoli e rombi tricolori in cielo. Paolo Riccò, altro generale di quelli dai tanti nastrini, a Viterbo lasciò la cerimonia del 25 aprile - già di per sè fastidiosa concorrente di quella del 2 giugno – perché qualche  diffamatore della nostra storia  imperiale andava cianciando di quelli che definiva “i crimini di guerra fascisti in Etiopia”. Grave offesa alla bandiera, per mere trecento tonnellate di iprite lanciate sui neri riottosi e qualche esecuzione di massa del maresciallo Graziani, dio l’abbia in gloria. La ministra della Difesa, la grillina Trenta, ha osato aprire un’istruttoria sul difensore della nostra missione civilizzatrice!



Ma l’improvvida femmina ha fatto di peggio. Il nervo scoperto e arroventato sta lì. E non mancano di cantargliela i nostri generali. Tergiversa da tempo sull’emanazione del decreto missioni militari, quelle che, contribuendo alla spesa militare di quasi 100 milioni al giorno, ci mantengono liberi e democratici  nei favori dei nostri papà Usa e mamma UE; non provvede all’ammodernamento dei mezzi e quel varo da lei fatto a Castellamare della più grossa nave militare italiana, il mezzo d’assolto anfibio “Trieste”, con tanto di F35 a bordo, non è che una goccia nel deserto se si vuole giocare nel Golfo Persico alla pari almeno con i lituani. Senza contare che quei F35 sono ancora bloccati da perplessità, solo per dare ascolto ad alleati tentenna che li hanno chiamato “bare volanti” e li hanno disdetti.
Quanta nostalgia dei tempi quando una ben diversamente simpatica Elisabetta Trenta fungeva da entusiasta consulente al nostro apparato militare ai tempi delle imprese di Nassiriya e di quelle dei nostri alleati su Falluja.

Il decadimento dello spirito di corpo di questa donna anomala (se si pensa a Pinotti, Mogherini, Albright, Rice) si è poi manifestato anche nell’assurda decisione di far sfilare davanti ai combattenti che, invece, sono quelli che rappresentano la virile baldanza della nazione, i mollaccioni della Riserva (quelli che risalgono all’infausto periodo della Leva, pre-professionismo), i veterani col pannolone, gli atleti olimpici e addirittura paraolimpici. Il tutto presentato in un manifesto ufficiale in cui – incredibile dictu! – non appaiono armi. “Vogliamo una cerimonia all’insegna dell’inclusione”, ha detto la ministra. Concetto stranissimo e straniante per qualsiasi sano spirito di corpo.


Insomma quel “vuoto pacifismo” da “peace and love” che tanto aveva in passato indebolito il nerbo della patria e che tanta fatica si è fatta, grazie ai governi di guerra, da Andreotti, attraverso D’Alema, Berlusconi, Monti, Letta, Ranzi, Gentiloni, fino ad oggi, a corroborare e lanciare verso nuove imprese, nuove glorie. Non ci fosse stato il nefasto influsso sulla già valente Trenta di quella “componente” del governo che l’amico Salvini non è riuscito a temperare.

Ma c’è un’accusa  più grave, mossa ancora dal generale Tricarico con le seguenti sofferte e dannanti parole: “Noi militari siamo stati trattati da malfattori”. Possibile che dai gialli del regime si sia arrivati a questo? Possibile, ahinoi. Nella loro fregola indistinta e acritica di sforbiciare a manca e a destra, soprattutto a destra giacchè a manca non ce n’è, hanno tagliato le pensioni d’oro perfino ai generali. Pensate, niente di meno che il 2% a tutte le pensioni da 100mila l’anno, tutte meritate sul campo e calcolate non sul contributivo, come per i civili, ma sul retributivo, come merita una categoria esposta a incalcolabili rischi. Ecco, è qui, soprattutto qui, che casca l’asino. Anzi, il generale. Con tutti i suoi nastrini. Non vogliamo solidarizzare con il boicottaggio di una parata militare civilizzata? E’ questione d’onore.

Ah, dimenticavo. Alla parata farà spiacevole difetto anche la melodia dei rauchi borborigmi di un’eccellenza nel campo delle criptostellette: il potenziale maresciallo d’Italia ed ex-ministro della Difesa La Russa. Le sue limpide corde vocali hanno  raschiato:”La ministra manca di rispetto ai militari”. Incredibile: offesa al ministro della difesa.
Resta una domanda: quale potrebbe essere la prossima mossa dei generali alla luce di quanto questi nostri Tupamaros stanno combinando?

N.B. La parata fu sospesa nel 1977, poi dal 1989 al 1994 e più nulla fino al 2000. Altri tempi, altre temperie. E i generali si limitarono a borbottare. Nel 2000 Ciampi la restaurò. E nessuno fiatò più.