In
guerra la verità è così preziosa che deve sempre essere difesa da una vigilanza
di bugie
(Winston Churchill)
Far
fuori l’Iran, costi quel che costi
Al
momento in cui scrivo è partito l’attacco. A trazione israeliana, con gli USA a
rinforzo, ma politicamente costretti a reggere il moccolo. E’ partito proprio
quando pareva che Tehran stesse rispettando l’estrema linea rossa fissata da
Trump: la rinuncia al materiale da arricchire e la sua consegna all’estero. Il
nodo decisivo stava nel tiro della corda tra, a un capo, Netanyahu e la sua
cosca internazionale e, all’altro, Trump e la realtà MAGA, confortata da alti
comandi di Pentagono e Servizi, sorretta dal voto di chi voleva dal nuovo
presidente lavoro, non guerre. E’ prevalso il ricatto di Netaniahu.
Questo
tiro della corda è metaforicamente rappresentata dal genocida di Tel Aviv, con
i suoi 800.000 squadristi delle colonie e una buona parte di popolazione
intossicata di odio anti-arabo dal momento in cui hanno guadagnato la facoltà
di udire, che dice: “O mi fai fuori l’Iran (mica solo gli Ayatollah), o tiro
fuori foto e carte di Epstein. E saresti fottuto”. Con l’altro che risponde: ”Ti
riconosco la Cisgiordania giudaizzata, ci piazzo subito un consolato, ti ridò
Gaza ripulita e kushnerizzata, ma risparmiami l’Iran. Quella è un’altra guerra
che non vinceremo e allora addio Trump e ti perdi quello che dicevi fosse il
migliore amico di Israele”.
Non
è bastato. Ha prevalso la demenza criminale necrofaga di Netaniahu, della sua
cricca dirigente, sostenuta da una parte non indifferente della popolazione. Del
resto qualsiasi concessione Tehran avesse fatta, fino alla chiusura delle
centrali di ricerca nucleare e allo smantellamento dell’armamento missilistico,
non sarebbe bastata allo Stato sionista. L’obiettivo è sempre stato chiaro e
irrinunciabile: via dal Medioriente, dopo Iraq, Siria, Libano, Palestina, la
Repubblica Islamica, 90 milioni di abitanti, la seconda potenza petrolifera del
mondo, 1.648 milioni di chilometri quadrati, una popolazione che, alla faccia
delle rivoluzioni colorate, vanta una fortissima coesione in difesa della
nazione. Con quell’Iran a due passi, un Grande Israele non si sarebbe potuto
fare.
Colpo
all’immagine e alla fiducia: decapitato il vertice politico e militare
Tel Aviv
La
risposta dell’Iran è stata immediata a conferma della forza e delle capacità
del paese. Sono state colpite le maggiori basi USA in Medioriente e il cuore di
Israele. Esattamente quanto a Washington e in tutti gli Stati Uniti e loro
vassalli si temeva. E ci si poteva aspettare. Il blocco dello Stretto di Hormuz
all’imboccatura del Golfo Arabopersico, decretato da Teheran, ferma il 25% dei
rifornimenti petroliferi al mondo e taglia fuori le petrodittature del Golfo,
Ne subiranno gli effetti, non tanto gli USA, energeticamente autosufficienti ed
esportatori, quanto le popolazioni affidate ai mercenari europei, propagandisti
dell’impero. Motivo di più per farli saltare, a cominciare dai nostri.
Ma
sul lato delle passività per il mondo antimperialista e antisionista pesa
moltissimo la ferita all’immagine di un caposaldo della resistenza come l’Iran.
Pur sapendo e avendo sperimentato le diaboliche capacità tecnologiche di Peter
Thiel col suo Palantir, probabilmente attivate anche qui, non ha saputo mettere
in sicurezza la propria leadership. Sia che fossero riuniti, in vista dell’attacco
annunciato da giorni, la Guida Suprema con proprio tutti i capi dell’apparato
militare, Pasdaran, Forze Armate, Difesa. Più i più stretti congiunti di
Khamenei. Sia che fossero stati colpiti uno per uno, nei rispettivi luoghi,
grazie alle diaboliche tecnologie già collaudate a Gaza e nel Libano, dove
dirigenti, giornalisti, operatori umanitari sono stati fatti fuori
singolarmente, e per le quali non sembra sia stata trovata risposta.
Si
deve sperare che questa debacle non incida sul morale e sulla determinazione
della popolazione, che peraltro queste qualità le sta dimostrando nella
contingenza attuale. Invece c’è da salutare la sicura, ulteriore
demoralizzazione di una società israeliana che, ogni due per tre, si vede
costretta a rintanarsi nei bunker e a tremare per vita e beni. Una condizione
di insicurezza già sperimentata al tempo della guerra con Hezbollah e, in altri
termini, con le Intifade, e che ha determinato la massiccia inversione dei
flussi migratori
Ciò
che avanza a valanga è quanto serve a tenere il mondo spaventato, spettatore
paralizzato dall’ignavia, parzialmente connivente, come nel caso dell’osceno
servilismo UE, e prono al più catastrofico degli esiti. Come in tutti casi, da
che Storia è Storia, in cui si tratta di far mandare giù all’umanità bocconi
indigeribili, chi vince e persuade, o induce rassegnazione, è la menzogna. Di
questo dato, connaturato a coloro che detengono il potere, continuiamo a
dimenticarci. E abbocchiamo. E subiamo.
Per
quanto riguarda la geopolitica dell’emisfero occidentale che gli USA, con al
guinzaglio l’UE, provano a determinare, viviamo in una realtà totalmente
travisata ovunque si tratti di risolvere questioni e raggiungere obiettivi
determinati dalle oligarchie al comando. Molti di noi ne sono perfettamente
coscienti, data la brutalità e la primitività di certi rovesciamenti della
realtà, ma poi è talmente compatta, corale, violenta, la diffusione della bugia,
che piano piano il pensiero critico fa fatica e si acquieta.
Bugie
che si autodistruggono
Esempio.
Una guerra, quella lanciata, senza la minima presenza di un pretesto. O con
pretesti talmente falsi – bomba fra una settimana, missili su Europa e USA,
massacri della propria gente - da sembrare partoriti da un gioco d’asilo
infantile. L’Iran, non minaccia nessuno da sempre, semmai ha dato una mano a
Hezbollah che, al momento, non pare rappresentare una minaccia. Dal 1979, anno
della rivoluzione, l’Iran si è impegnato a rifiutare l’armamento atomico e
persegue lo sviluppo di energia civile tramite un modestissimo arricchimento
dell’uranio che non ha mai superato il 20%, quando per la bomba occorre
superare il 90%. Ha firmato il trattato di non proliferazione (Israele no e ha
almeno 200 ordigni nucleari), si è fatto ispezionare regolarmente dall’AIEA,
organismo ONU per questi controlli, ottenendone la conferma, ha firmato con
Obama un accordo, stracciato da Trump, che confermava i suoi impegni. Avrebbe
dovuto ottenere in cambio la revoca di sanzioni al limite del genocidio
strisciante. Cosa mai verificatasi. Tuttavia l’assemblea generale dell’ONU
resta ammutolita e passiva davanti a un capo di governo, baro e genocida, che
illustra alla lavagna come l’Iran sia a un passo dalla bomba atomica. Ora
Salvini gli ha fatto da pappagallo.
Di
fronte a questa realtà incontrovertibile. tutta l’incessante aggressività di
USA e Israele, condivisa propagandisticamente da una UE nel ruolo di valletta
reggimicrofono, rappresentano un crimine di falsità e manipolazione
dell’opinione pubblica mondiale che per trovare un precedente si deve ricorrere
almeno al genocidio dei nativi d’America, preteso nel nome della loro barbarie
e della nostra superiore civiltà.
Esempio.
Come è possibile che coesistano, senza farci esplodere le sinapsi, due concetti
rispettivamente incompatibili come: la Russia è allo stremo, la sua economia è
sbrindellata, per contenerli gli oppositori vengono avvelenati, la rivolta
popolare serpeggia, i soldati sopravvissuti al milione di caduti sono costretti
ad avanzare di qualche metro al mese a forza di fionde e vanghe in mancanza di
munizioni, non si vede più un carro armato russo operativo, da anni conquistano
solo campi e casolari…
Dopodichè:
dobbiamo riarmarci, doppiamo convertire l’economia di pace in economia di guerra,
fuori i miliardi dalle tasche dei cittadini, volgere l’automotive in carri
armati e cacciabombardieri, le fabbriche di würstel e crauti in droni, perché
la Russia, al massimo fra tre anni, ci salta addosso e rischia di farci fuori
tutti quanti fino all’ultimo lusitano. E se lo dicono due signore come von der
Leyen e Kallas, con la nonna rapita da un russo…
Ovvio
che coloro che diffondono queste bufale non ci credono. Il problema è che non
ci crede quasi nessuno, ma tutti fanno finta di crederci e agire in conseguenza
non al dubbio, ma alla bugia.
Qualche
esempio di totale mendacio, solidificato a forza di ripetizione e perpetuato come
scontato perfino dai più meticolosi tra cronisti, analisti e storici?
Il
falso si impersona in manipolatori, infiltrati, false flag
L’attualissimo
caso del progetto israeliano che si tira dietro il ricattato Trump e i da
sempre volenterosi neocon di uno Stato Profondo tutt’altro che rassegnato al
MAGA, per ora ha realizzati i primi due elementi del falso. La manipolazione
dei tumulti, con le sue presunte 10.000, poi 20.000, poi 30.000 vittime dei
masskiller Pasdaran, mutati da forza militare in banda terrorista, che
azzerano, grazie alla collaborazione del 90% dei media, i dati statistici e
video forniti dal governo. Inattendibili perché di una civiltà inferiore. Dati
che danno nomi, cognomi, circostanze della morte delle vittime, in maggioranza
poliziotti, vigili del fuoco, esponenti delle amministrazioni, colpiti per
strada, nei luoghi delle loro attività: caserme, commissariati, municipi. Impagabili,e
un must collaudato in tutti i regime change, le manifestazioni di
sostegno al governo fatte passare per quelle delle opposizioni.
Quanto
ai manifestanti uccisi - e ce ne saranno pure vittime della repressione -personalmente
mi ricordano le prime rivolte siriane a Daraa. Proliferavano i video in cui si
vedevano manifestanti armati sparare, da posizioni defilate, vuoi sulla
polizia, vuoi su altri manifestanti. Una costante: la necessità di una strage
di civili da attribuire al governo. Che poi si specchia nelle stragi del
governo da caricare sugli oppositori. Grande uso ne fecero i servizi britannici
nell’Irlanda del Nord dove i pub dei lealisti fatti saltare erano, par force,
terrorismo dell’IRA.
Il
che ci riporta all’elemento “infiltrati”. Non sono mai mancati in Iran, e io li
ho visti operare anche in occasione delle proteste contro l’esito del voto che
inaugurò il secondo mandato di Ahmadinjad.
Del
resto ormai i mandanti se li attribuiscono direttamente e se ne vantano, a
conforto dei casinari in piazza: gruppi curdi armati provenienti dal vicino
Kurdistan iracheno, separatisti beluci e gli storici MEK, Mujahedin del Popolo,
gruppo terrorista ospitato da Saddam ai tempi della guerra con l’Iran, poi
trasferiti a Washington e ora, sotto tutela CIA, operanti dall’Albania. Sono i
responsabili dell’assassinio di scienziati iraniani e di vari attentati contro
civili. Alto e forte è echeggiato dalle tv, dai giornali e dai social il
messaggio indirizzato ai tumultuanti in piazza: Guardatevi attorno, noi, CIA e
Mossad, siamo al vostro fianco. Si è perfino esposto Mike Pompeo, ex-segretario
di Stato ed ex-capo della CIA. Più chiaro di così….
Resta
sospesa su questo quadrante della bellicosità occidentale la False Flag, falsa
bandiera, peraltro quasi immancabile in quasi tutte le guerre e rivoluzioni
colorate allestite dagli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una per
tutte: l’11 settembre attribuito ad Al Qaida e a un suo presunto capo, Osama
Bin Laden. Lo realizzano piloti acrobati che sanno infilare, quasi rasoterra,
quell’ago nel pagliaio che sono due torri e il Pentagono. Aerei e relativi
passeggeri svaporano. I grattacieli, compreso uno manco colpito, vengono giù a
piombo, con esplosioni di piano in piano, si dice perché il kerosene degli
aerei avrebbe fuso, in un attimo, i 47 pilastri d’acciaio e le 236 colonne
perimetrali, assicurati inincendiabili, che reggevano tutto. Da un terrazzo di
fronte, già prontissimi, tre individui filmano la cosa mentre avviene e
saltellano per la soddisfazione. Vengono arrestati. Poi rilasciati: sono agenti
dei Servizi israeliani. E chi s’è visto s’è visto.
Morto
di nefrite, ucciso dai Marines un anno dopo
Osama,
ricco immobiliarista saudita nascosto in una caverna afghana, muore di insufficienza
renale, attaccato agli apparecchi, in una clinica ad Islamabad nel 2002, dopo
che prima, attaccato al macchinario in una clinica del Dubai, lo aveva visitato
un emissario CIA. Della morte e relativo funerale parlano i giornali pakistani.
Poi, ovviamente, lo riuccidono i Marines nel 2011 a Abottabad, pure Pakistan,
ma - per evitare domande? - ne buttano il corpo in mare e di prove DNA non ce
n’è. Una foto della sua faccia ferita risulta un falso e chi s’è visto s’è
visto. Obama fa sapere che le foto della salma sono così atroci da non potersi
esibire. Ognuno tragga le sue conclusioni. Ma almeno escluda le fede cieca in
quanto costoro ci raccontano.
Abbiamo
detto delle manipolazioni in Iran e Siria. Che dire delle fosse comuni in cui
Gheddafi avrebbe stipato le vittime dei suoi bombardamenti di oppositori
civili, dove non c’erano né bombardamenti, né bombardieri, né fosse comuni, ma
solo le immagini delle normali buche scavate dai seppellitori del cimitero di
Tripoli? O del viagra che, secondo una storiaccia inventata da una famosa Ong
umanitaria, Gheddafi avrebbe distribuito ai suoi soldati perché con più foga
violentassero donne libiche (casualmente elettrici del governo di Gheddafi)?
Ucraina,
spariti otto anni di guerra civile
Della
manipolazione su chi ha incominciato in Ucraina ho detto tante volte,
ricordando l’episodio emblematico del mio incontro con Pierluigi Bersani a Di
Martedì. Lui che imperversa contro i russi che “il 24 febbraio 2022 hanno
iniziato il conflitto invadendo l’Ucraina”. Al che io gli ricordo il golpe
obamiano di Kiev del 22 febbraio 2014, i massacri di piazza Maidan per opera
dei battaglioni nazisti Azov, la cacciata del presidente democraticamente
eletto e che voleva l’Ucraina neutrale e amica di tutti e, soprattutto i
successivi 8 anni di guerra ai russi d’Ucraina che rifiutano il ritorno del
nazismo e la guerra a chi li aveva liberati.
Conclusione
di Bersani: “Ma questa è storia!”, corredata da spallucce. E Floris cambia
argomento. Devo aggiungere l’Iraq, con la famosa fialetta del Segretario di
Stato, Colin Powell, eroe di guerra, che “conteneva un campione delle armi di
distruzione di massa di Saddam”? O lo yellow cake, uranio che, grazie ai
servizi italiani, l’Iraq avrebbe contrabbandato dal Niger per farsi l’atomica?
Quell’atomica che, a proposito di manipolazioni, il supernucleare Netaniahu ha
indicato all’ONU come di imminente fabbricazione in Iran. Quella bomba i cui
presupposti tecnico-scientifici Trump, al culmine grottesco delle manipolazioni,
giura di aver annientato nella “guerra dei 12 giorni”, ma che ora,
miracolosamente, sono tornati talmente minacciosi da dover richiedere l’intervento
davanti alle coste iraniane della più grande armada aeronavale dal tempo della
guerra all’Iraq.
Dobbiamo
essere parecchio annebbiati, o distratti da altre incombenze (Pucci che non va
al Festival di Sanremo?), per dar retta a simili patacche e alla sfrontatezza
di simili pataccari. Che poi sono gli stessi, in continua escalation, di tutte
le guerre maggiori dal 1945 in qua. A titolo di esempio vediamone due, la cui
configurazione storica sembra ormai basata su dati incontrovertibili.
La
guerra NATO, senza ONU, di D’Alema e Mattarella
Serbia.
Saltiamo la manipolazione secondo cui il “dittatore” Milosevic trucidava e
torturava la sua gente e gli albanesi del Kosovo e merita di essere stato fatto
crepare in carcere all’Aja (tribunale messo su e pagato dall’aggressore).
Saltiamo anche la False Flag Racak, gennaio 1999, località dove 45 miliziani
kosovari, caduti in combattimento contro l’esercito nazionale serbo, vengono
rivestiti di abiti civili, bucati da una pallottola alla nuca, e fatti passare
per cittadini innocenti passati per le armi dagli sgherri di Milosevic. E’
William Walker, delegato dell’OSCE in Kosovo, che giura si sia trattato di
torture ed esecuzioni a freddo. In precedenza, da ambasciatore USA, aveva
coltivato gli squadroni della morte che, 1988-19992, insanguinarono il Salvador
ribelle.
Passano
un paio di mesi e io e la mia collaboratrice Sandra ci troviamo in un ospedale
di Belgrado portati a vedere incubatrici vuote. Erano spariti i neonati, morti
per mancanza di corrente dato che, nei primi giorni dei bombardamenti (D’Alema,
Mattarella), la NATO si era premurata di bruciare l’intera rete elettrica della
Serbia. Poi, per lasciare la sua orma nei secoli, venne anche con le bombe
all’uranio di provato effetto iracheno. Quelle di cui mi ero già reso conto a
Bagdad tra i bambini nati senza braccia, senza orecchie e con un solo occhio,
tra l’altro collocato dalla parte sbagliata….
Srebrenica,
regina delle False Flag?
Eppure
tutti zitti e a commemorare Srebrenica. Serbi cattivissimi pensavano di
mantenere serba la Serbia quando la NATO aveva deciso che diventasse Bosnia,
islamica e sotto il presidente
Izetbegovich, anche un tantino fascista. Come del resto il croato Tudjman,
dichiaratosi erede di Pavelic, quisling croato sotto i nazisti e, dunque,
sterminatore di serbi nelle Krajine (250.000 cacciati). A Srebrenica si era
combattuto e caduti c’erano da entrambe le parti. Ma i serbi persero. E una
volta lontani, quei caduti bosniaci in combattimento divennero 8000 civili
trucidati dai generali Mladic e Karadzic. E tali rimasero, anche se molti di
loro poi miracolosamente ricomparvero, addirittura nelle liste di candidati
alle elezioni.
Sembra
la ripetizione di Timisoara. Il massacro nel 1989 in quella città
romena, attribuita alla repressione del presidente Ceausescu, era una notizia poi
provata completamente inventata. Si parlò del ritrovamento di fosse comuni
contenenti fino a 12 000 civili uccisi dalle forze sicurezza. Restò
credibile per il tempo che occorse per la barbara esecuzione di Ceausescu e
della moglie Elena, fucilati senza l’ombra di un decente procedimento
giuridico, e per la damnatio memoriae del socialismo, quanto meno nei Balcani
orientali. Resistette la Serbia, a cui la fecero pagare dieci anni dopo.
Srebrenica,
a eterna dannazione di una Serbia che insiste a essere serba, viene celebrata
ogni anno. Una decina di inchieste effettuate e che hanno smentito, con forza
di dati e testimoni, l’assunto ufficiale, non le menziona anima via. Andrebbero
citati, tra questi ricercatori, lo scrittore austriaco Peter Handke, profondo
conoscitore degli eventi balcanici e premio Nobel per la Letteratura,
l’accademica USA Jessica Stern e perfino Mladen Grujicic, sindaco di
Srebrenica. Anche qui, ognuno è padrone delle sue
conclusioni.
Ruanda,
un genocidio “occidentale” che punta al Congo
Passo
a quello che, per me, è l’esempio più strepitoso di falsificazione bellica in
salsa neocolonialista, anche perché l’unico a non essere stato messo in
discussione, se non da un accademico britannico, Christopher Black, criminologo,
storico e avvocato al tribunale internazionale sul Ruanda, destinato alla damnatio
memoriae, senza che nessuno mai abbia saputo negarne le conclusioni. L’indiretta
conferma della sua tesi, totalmente contraria alla narrazione marmorizzata,
venne dall’assoluzione, in quel tribunale, del generale ruandese Augustin
Ndindiliyimana, falsamente accusato della falsa strage dei Tutsi.
La
storia è lunga e complessa. In sintesi, dopo l’indipendenza nel 1962, la
colonia belga del Ruanda, popolata da una maggioranza di etnia hutu, dedita ad
agricoltura e pastorizia e da una minoranza di Tutsi feudatari, allevatori e
fiduciari del padrone coloniale, vede la presa del potere degli hutu e
l’instaurazione di un’economia parasocialista e anticoloniale. Il gruppo
dirigente Tutsi si rifugia nella vicina Uganda. Da lì si susseguono, con
l’appoggio di Uganda, Belgio e Francia, incursioni armate di milizie Tutsi che
mirano a destabilizzare il governo. Quella del 1994, supportata dagli
ex-padroni coloniali, è vincente e si risolve nella presa di potere dei Tutsi e
in un bagno di sangue di…hutu. Tutto il rovescio di quanto passato a futura e
perenne memoria dai gazzettieri del molto soddisfatto mondo coloniale
revanscista.
Ma
l’obiettivo vero di tutto questo non è tanto il piccolo e, dal punto di vista
delle risorse, insignificante Ruanda. La preda sono le sconfinate e
indispensabili risorse minerarie del contiguo Congo, nel quale il Ruanda
penetra a cuneo. Repubblica Democratica del Congo che da decenni se la deve
vedere con una guerra civile agita da varie fazioni esterne – compagnie
minerarie - e in cui ci si contende cobalto, oro, rame, tungsteno, terre rare,
perlopiù concentrati nella regione del Kivu. Dove, non a caso, nel 2021 ci ha
lasciato le penne anche il nostro ambasciatore Luca Attanasio che,
evidentemente, non ci doveva buttare l’occhio. L’operazione neocolonialista “Strage dei Tutsi” in Ruanda,
aveva nel mirino il recupero del Congo minerario.
Oggi
la regione è invasa e occupata a partire dal 2021, a dispetto della resistenza
dell’esercito congolese, dal Movimento 23 Marzo, formazione di tutsi in
maggioranza ruandesi e quelli congolesi sono trapiantati dal Ruanda. E dietro
al M23 chi ci può essere se non coloro che hanno fomentato la distruzione del
Ruanda democratico per affidarlo, dal 2000, a uno dei vicerè africani più
affidabili, Paul Kagame, già protagonista degli eventi sanguinari del 1994 e
seguenti. E uno di quei dittatori che all’Occidente dirittoumanista vanno
benissimo.
Per
finire, il pensiero non può non correre alla Palestina, oggi devastata e
svuotata della sua popolazione millennaria per motivi e scopi analoghi a quelli
che causano i sommovimenti tra Ruanda e Congo. Solo che qui si sostituiscono le
risorse minerarie congolesi con le speculazioni immobiliari in riva al mare dei
palazzinari americani e con le appropriazioni fondiarie finalizzate al Grande
Israele.
Il
cane da guardia s’è girato dall’altra parte
Sapete
quale è il fattore che ha reso possibile che ci passasse sopra come uno
schiacciasassi una storia raccontata all’incontrario e spesso del tutto
inventata. Diceva Humphrey Bogart “That’s the press, baby”. E’ la
stampa, bellezza. Ma l’aggiunta è dimenticata e non per caso: “and there’s
nothing that you can do”: E non ci puoi fare niente. E lo dice quando il
famoso cane da guardia del potere, cioè a nostra protezione DAL potere, s’è
girato e s’è messo di guardia DEL potere.
L’hanno
capita dopo il Vietnam. Mai più un Seymour Hersh che ti racconta della strage
di donne e bambini fatta dai Marines a Mi Lay. Che poi finisce che ti spieghi
come la CIA, travestita da marinai ucraini, abbia fatto saltare il Nord Stream…
Troppa
stampa, troppo diversa, troppo libera, troppi editori. Parola d’ordine:
concentrazione. E negli ultimi decenni del ‘900 e nei primi di questo secolo si
sono comprati tutto, Reductio ad unum. Dal latino: ricondurre molteplici
fenomeni, cause o concetti diversi, a un unico principio esplicativo.
E
così che, secondo gli studi degli storici del giornalismo, negli USA le fonti
d’informazione considerate autorevoli si sono ridotte da 150 a 6. E noi siamo
ridotti a La Stampa, il Corriere, Repubblica, Mediaset, Telemeloni. Il resto è
robetta: L’intendence suivra, si assicurava Napoleone, l’Intendenza
seguirà. E campa grazie, non ai lettori,
ma alla pubblicità. E chi gliela dà se non gli imprenditori che, oltre ad
automobili, missili, cliniche, palazzi, farmaci, carburanti, fanno anche gli
editori?