Scricchiolio,
brusio, vocio, brulichio, ronzio, cicaleccio, pissi pissi, perfino flatulenze
revansciste … Le ultime settimane ci hanno lanciato nella contesa elettorale.
Sono quelle in cui i cancelli si aprono e ogni genere di botolo si lancia
ringhiando all’inseguimento del coniglio di pezza. Più che il tifo tonitruante
di scommettitori e drogati di corse fine a se stesse, sono questi rumorii ad
aver fatto vibrare etere, cronaca e storia. Degni di quella che appare come una
gara non proprio tra levrieri. (Quei levrieri che consolarono lo zar Nicola II
quando, nel 1905 a San Pietroburgo, dovette far abbattere dalla guardia
imperiale alcune migliaia di operai e contadini straccioni che ai suoi levrieri osarono contendere i
bocconi. Quegli operai e contadini straccioni che, nella storiografia della
Mosca attuale, sono diventati turba di farabutti violenti che attentavano alla vita di uno zar buono e
saggio, finalmente in procinto di essere proclamato santo nel plauso dei nipoti
dei servi della gleba dagli zar così amorevolmente curati).
Sto
digressando. Torniamo al brulichio. Brulichio per noi, ché per coloro che lo
hanno emesso parrebbe avere il volume e la risonanza delle trombe di Gerico.
Sembra che oggi basti riempire un teatro, occupare il palco di una conferenza
stampa, vedersi in quattro amici al bar, per ricavarne investiture popolari con
la stessa naturalezza e automaticità in cui i re erano tali per grazia di dio e
volontà del popolo. Se in Ernest Hemingway la campana di Spagna suonava per
l’umanità, qui trillano campanelle per ribaltare il destino di qualche
circoscrizione.
La zattera della Medusa
C’era
una volta… un MDP, diranno subito i miei piccoli lettori (piccoli nel senso dei
numeri). E anche un Fassina, un Fratoianni, addirittura un Pisapia. No,
ragazzi, avete sbagliato (Collodi mi
perdoni). C’era una volta un Brancaccio, con un Montanari e una Falcone,
che a quelli sopra citati intendevano fornire il connotato nobile della
“società civile”, il marchio DOC e DOP che, come da statuto del politicamente
corretto, provengono solo “dal basso”. E
autodissoltasi questa ennesima reincarnazione dei belli, buoni, bravi e
politically correct, persi tra i sanpietrini delle piazze e tra le fodere dei
teatri di Roma gli ultimi brusii, ronzii, pissi pissi dell’annunciata
palingenesi nazionale e continentale dal basso, dal medio e dall’alto, c’è
rimasto il vuoto. Ma horror vacui,
come ammonisce Aristotele, la natura aborrisce il vuoto e, infatti, subito si è
manifestato un fenomeno naturale di proporzioni tali da non solo colmare i
vuoticini dai quali erano fuorusciti
quei brusìì e scricchiolii, ma dei vuoti di proporzioni spaziali.
Trascuro
qua volutamente un altro suono, un po’ più corposo, almeno in prospettiva, dei
mormorii di questi soliti che vengono e, soprattutto, vanno. Il falcone che
s’invola, il montanaro che si perde tra picchi rocciosi. Dei Bersani e Pisapia
non mette conto seguire le traccia. Trascuro invece al momento il rumore
levatosi dal Teatro Italia, sempre in Roma, ma garrulo di inflessioni da
Forcella e Torre Annunziata. Dove l’ex Opg je
so’ pazzo ha dato un senso, magari meno chic, ma assai concreto e credibile
(a dispetto della presenza di alcune mummie revisioniste e trotzkiste), al
concetto “dal basso”, con tanto di voci operaie, precarie, disoccupate,
militanti con cicatrici di piazza e argomenti come Jobs Act, Buona Scuola,
pacchetto Treu, riforma Fornero, guerre imperialiste. Se usciranno dalla morta
gora dell’ipocrisia dirittoumanista che mimetizza la strategia colonialista dell’operazione
migranti, da questa “zattera della
Medusa” si potrebbe anche intravvedere un lembo di terra.
Quello
che, invece, pinocchiescamente c’era una volta, ma che non ha voluto privare di
sè il genere umano, il presente e il futuro della patria, la convivenza tra i
popoli e l’equilibrio degli astri, è Giulietto Chiesa. E, con lui, Antonio
Ingroia. Da autentici cavalli di razza quale altro motto potevano far cavalcare
a una creatura che prometeicamente accenderà il fuoco nei nostri animi e sotto
i fondoschiena dei nostri nemici, tinteggiando di futuro purpureo l’orizzonte
meglio del sol dell’avvenir, se non “la mossa del cavallo”, che è quella con la
quale Bluecher annichilì Napoleone?
Cogliendo fiore da fiore
Non
scherziamo. Si tratta di galantuomini di sicuro affidamento, garantito da
impeccabile passato. Uno già magistrato, apprezzato PM accanto a Borsellino e
Di Matteo nel processo allo Stato mafizzato e, per converso, alla mafia
statizzata (gliene restiamo grati). Prezioso ma volatile. Dopo un rapido
andata-ritorno tra Palermo e Guatemala per conto ONU, in meno tempo di quanto
occorra per farsi Roma-Ostia-Roma, dopo uno scazzo con il CSM, lo si è visto
saettare in altrettanto rapido andirivieni tra candidatura politica a capo di
Rivoluzione Civile e ritorno in magistratura ad Aosta e nuovo ritorno alla
politica come capo della più tranquilla Azione Civile. Ma l’uomo non ha pace,
un po’ si avvicina al governatore PD Crocetta, che gli fa continuare il
carosello ruotandolo tra capo di “Sicilia Servizi” e commissario della
Provincia di Trapani, un po’ lo si vede alle assise del fu PdCI. Intanto fa l’avvocato,
a non disdegna di tracciare la penna sul “Fatto Quotidiano” dove a volte perde
la brocca e si aggroviglia in questioni che da ex Pm dovrebbe approfondire
meglio. Tipo quando s’intruppa con la solita veemenza nelle brigate del “Giulio
Regeni Martire”, scordandosi di indagare sui trascorsi del giovanotto alle
dipendenze di masskiller e spioni e trascurandone le implicazioni geopolitiche
di non limpidissima trama.
L’altro
cavallo di razza è il giornalista dal lungo e variato passato professionale Giulietto
Chiesa. Riassumo e noterete la linearità del percorso: Federazione PCI di
Genova, scazzo con il partito ligure, passaggio all’Unità di cui è inviato a Mosca per le Olimpiadi del
1980. Da lì in poi brillante carriera di russologo da una sponda all’opposta: La Stampa, Galatea, Megachip, MicroMega, Il manifesto, Latinoamerica. Importante
è stata anche la sua lunga collaborazione con il Tg5. Quella di cui poco ama
parlare è stata, ai tempi di Eltsin, la collaborazione a Radio Liberty/Radio
Free Europe, l’emittente CIA per i paesi dell’Est europeo. L’attenuante che
adduce e che non è possibile provare che ne sia stato compensato. Sempre che
attenuante sia il volontariato per simile testata. Scrive un libro e realizza
un dvd in cui trasferisce in italiano le validissime riserve, perplessità e
controdeduzioni che negli Usa si avanzano nei confronti della vulgata ufficiale
sugli attentati dell’’11 settembre. Ma se in quel momento condivide la tesi
dell’autoattentato e della demolizione controllata, successivamente recepisce
quella, propalata da Washington, del lavoro a guida saudita, con tanto di
dirottatori in volo.
Lo incontro per un viaggio di tre ore tra Roma
e Gubbio in cui mi informa, per 120 minuti, della prossima nascita di una sua TV satellitare all-news che sarà la CNN italiana. I
fondi stanno arrivando. Dopo un po’ nasce la web-tv Pandora. Di CNN italiana
non si parla più. Ma, come in Ingroia, l’uzzolo della politica politicata infetta
l’uomo e gli prospetta orizzonti non meno grandiosi della CNN italiana. Con “La
mossa del cavallo” siamo al terzo tentativo di imporsi con un partito sulla
scena politica nazionale, dopo ”Bene Comune”
e “Alternativa”, il cui esercito di
followers a livello nazionale è sempre rimasto quello dei passeggeri di un
autobus. Si estingue, purtroppo rapidamente, sotterrato dall’ego eccessivamente
misurato del creatore, la positiva iniziativa anti-Nato lanciata con il
concorso di alcuni parlamentari fuorusciti dai 5 Stelle, presto defilatisi. Ma
ecco ora, finalmente, il fatto palingenetico, appunto la mossa del cavallo, il “partito
non partito contro tutti i partiti” (così Ingroia) che si farà partito per le
prossime elezioni. Roba da far tremare i polsi e cambiare, capovolgere,
riscattare lo scenario politico nazionale, non solo.
Vediamo chi c’è. I dioscuri, ovviamente, Chiesa
e Ingroia. Poi l’avvocato Diotallevi, prezioso per eventuali controversie
legali, il generale dei carabinieri
Nicolò Gebbia e l’ex-generale dell’esercito Fabio Mini, una doppia garanzia
patriottico-securitaria, lo scrittore Nikolai Lilin, la realtà romanzata al
potere (“Educazione siberiana”),
l’illustre medievalista Franco Cardini, l’attore, scrittore e umorista David
Riondino, che aggiunge l’ilare nota comica e riduce di un tantinello un’età
media che viaggia verso gli 80, e, incredibile
dictu, l’ex-sostenitore di Beppe Grillo e del M5S Aldo Giannuli (Incredibile dictu
est quam celeriter Hannibal, apud Zamam a Scipione victus, Hadrumetum
pervenerit. Dove Cicerone rimane perplesso della velocità con cui Annibale sia passato da un posto all’altro).
Resta uno dei misteri d’Italia cosa di meglio Giannulli, che nella compagnia
spicca luminoso, abbia trovato in questo campioncino di salvatori della patria rispetto
ai 5 Stelle di cui è stato per anni saggio amico e puntuale critico.
Come si può già intuire, questo mazzetto di
virgulti, devoti al moto di Mao “che mezza dozzina di fiori fiorisca”, non si
cura di obsoleti requisiti, tipo omogeneità ideologica , affinità culturale, sintonia
politica. Abbiamo due cattolici, conservatori fino all’integralismo, come
Cardini e Diotallevi. Si fondono un eversore dell’establishment come Giannuli, con
un avventuriero della penna e dello
spionaggio occidentale come il sedicente siberiano Lilin, dalla biografia
fantasmagorica tra combattente in Cecenia, migrante siberiano di stirpe Urca,
testa di cuoio in Iraq (un critico l’ha definito “la bufala che venne dal
freddo”). Poi uno scavezzacollo della satira come Riondino e due generali: un
carabiniere che spara a zero sui massoni e l’altro che ha il merito indiscusso di
pettinare contropelo le strategie della NATO, però lisciando il pelo alla
visione del mondo sancita nelle sacre scritture della civiltà occidentale come
intesa alla Nunziatella..
Fondi, fondi e vedrai che scappa fuori
l’oro
Tra
i microrganismi del paleolitico che
stanno proliferando in luoghi che ci si ostina a definire di sinistra, questo
mi affascina più degli altri. Compensa una inesistente e probabilmente ormai
obsoleta omogeneità politico-culturale e di vita vissuta con una fantasiosa
varietà di efflorescenze (come auspicato da Mao) ed esperienze che,
nell’abraccio dell’immenso ego di Giulietto Chiesa, troveranno sicuramente una
felice composizione. Alle quattro severe stellette dei generali in marcia fanno
da controcanto le acrobatiche e spigliate invenzioni di un narratore di
ambienti ed eventi equivoci, peraltro più volte sbugiardato, per quanto invece
accreditato dal noto Roberto Saviano, forse in cambio di qualche tatuaggio siberiano.
Stessa fantasmagorica diversità tra i puntuti sberleffi dell’umorista
Riondino e le solenni liturgie del
trappista Cardini (vedi un suo testo sacro in calce). E che dire dei fuochi
d’artificio che esplodono nell’incontro tra un magistrato capace di
saltabeccare di mestiere in mestiere, per un totale di mezza dozzina in un
battere d’anni e un giornalista che sa muoversi con grazia e perizia tra
testate di opposte fedi politiche, tipo L’Unità e Radio Liberty e che nasce
nella Federazione del PCI e finisce candidato al governo d’Europa in Lituania.
Il
mondo è bello perché vario, ma il tasso di varietà che a questa armonia di difformi porta l’avvocato Alessandro Diotallevi rasenta
il sublime: incontro tra un sax e un’ocarina in un concerto di Coltrane. Chi è
Alessandro Diotallevi ?E’ tantissime cose.Tutte indispensabili a caratterizzare
in modo incisivo, al limite del lapidario, l’intero drappello in marcia verso
quella che a buona ragione si potrà prevedere una Terza Repubblica. Intanto è
un italiano libero e forte, a dispetto dell’età e dei 17 anni trascorsi come
consigliere alla Camera dei deputati, in quanto presidente del Comitato Tecnico
Scientifico degli “Italiani Liberi e
Forti” (ILEF). Al “cavallo della mossa” ne verranno forza e anelito di libertà.
Poi
è socio fondatore di DEconflict, un
organismo che “si propone di contribuire
alla crescita della cultura della pacificazione”, cultura che, viste le diversità che s’incontrano nel
nuovo movimento, non potrà che fargli del bene. E siccome la pacificazione,
seppure nel fuoco della palingenesi annunciata, deve essere un pranzo di gala
(e qui la rivoluzione ingroian-giulettiana rinnega Mao) ecco che risulta
determinante che Diotallevi sia socio anche dell’Accademia del Cerimoniale, alto consesso dei capi del Cerimoniale
del Quirinale e di Palazzo Chigi. In quanto a protocollo nazionale, comunitario
e diplomatico, qualsiasi altra formazione politica farà la figura del bifolco a
fronte della mossa di un cavallo addestrato da Monsignor della Casa.
Non
finisce qui. Diotallevi è un vaso di Pandora. Accanto al generale Repetto (qui
le stellette sono una galassia) nel CLM,
Comitato di Liberazione Municipale, lo sostenne nella corsa al Campidoglio
contro Virginia Raggi. Corsa che neanche i radar ci dissero mai dove fosse
finita. L’elenco non finisce qui, l’uomo una ne fa e cento ne pensa. Chiudiamo
con la sua partecipazione a “Persona è
Futuro”, titolo criptico solo per chi non è addentro alle cose di Giulietto
e Antonio, perché di politica qui si tratta, tale da investire di sé l’intero
cavallo e la sua mossa.
“Persona è Futuro” è un consesso che ci tiene a questa UE, per quanto
Giulietto, alla conferenza stampa ci abbia fatto sapere che l’Europa va rifatta
da capo a coda. Ma sono contraddizioni interne al popolo. Come lo sono il
principio di PèF secondo cui “i cardini della democrazia europea sono i
partiti, perché contribuiscono a formare la coscienza politica europea e a
esprimere la volontà dei cittadini”, a fronte del proclama di Ingroia: “Non siamo un partito, non saremo mai un
partito, siamo contro tutti i partiti”. Se poi poniamo la celebrata russofilia
giuliettiana accanto alla diotalleviana analisi geopolitica sulla deprecabile “assertività di Putin in politica estera, la
sua presidenza muscolare”, o sull’altrettanto deprecabile “disimpegno dalla regione di Obama” di
fronte alle “ambizioni imperiali della
Russia in Medioriente”, memori “dell’alto
valore ideale che dalla Prima Guerra Mondiale accompagna l’interventismo
americano nei teatri di conflitto (sic!
sic! sic!), abbiamo capito tutto. O niente.
La
capacità di comporre gli opposti in un unico canto mette in ombra quanto i
democristiani, classe politica che, sotto varie denominazioni, ha tenuto in
mano e per mano il paese dalla sua fondazione (salvo per un intervallo di
vent’anni), hanno saputo raggiungere in termini di convergenze parallele. Chi
dovesse adontarsene è solo un meschino dall’ego modesto, invidioso di autentici
titani di una dialettica in cui tesi e antitesi raggiungono una sintesi di
fronte alla quale a Hegel non rimarrebbe che dire chapeau!
Qualcuno,
alla luce delle sue variazioni sui temi, di Giulietto ha detto che non si sa
mai con chi sta. Ma anche se stesse con qualcuno, nessuno se ne accorgerebbe.
Comunque
continuate a guardare PandoraTV: qualcosa di buono ne esce.
Spunto ideologico della Mossa del
cavallo
« La nuova primavera coranica, alla quale
stiamo assistendo in questi anni, è una benedizione per il mondo: anche, e
soprattutto, per le altre due fedi abramiche. La Modernità occidentale ha
provocato un dilagare dell’agnosticismo e dell’ateismo che peraltro ha messo in
crisi la fede in Dio, ma non ha affatto debellato forme di paganesimo che sono
risorte (…) I credenti nel Dio di Abramo di tutto il mondo non possono che
salutare nel rinascimento musulmano -al di là dei fenomeni politici che lo
accompagnano ma che restano solo equivocamente collegati a esso- una riscossa
della fede che solo alcuni lustri or sono era insperabile. (…) I fedeli non
possono che guardare con speranza e fiducia a ogni luogo nel quale si adori e
si preghi Iddio onnipotente, Creatore del Cielo e della Terra, e si rinsaldi
giorno per giorno il patto che Egli ha stipulato con Abramo e al quale è
rimasto fedele. Il Dio di Abramo, di Mosè, di Gesù e di Muhammad. » (Franco
Cardini)































