LETTERA
A MARCO TRAVAGLIO
Caro e, per l’alternativa che ci offri alla degenerazione
mediatica, stimato Direttore. In virtù della quale vitale alternativa possiamo
di buon grado, sebbene a volte con disappunto, passare sopra certe clamorose
divergenze strategiche tra te e alcuni tuoi collaboratori. Fin quando non si
superi il limite. O, come nel caso del paginone di Pino Corrias su Nicolas
Maduro, presidente del Venezuela, pubblicato dal FQ il 27 novembre, la freccia
sul bersaglio sbagliato.
Tutti i mali del Venezuela sono caricati su Maduro, a fianco
di una vignetta che, con un Maduro mostrificato, urlante con la bava alla
bocca, fa torto al bravissimo caricaturista. Come il testo del libello fa torto
a Corrias, che sappiamo arguto e pungente scrittore satirico, in grado di
affondare chi se lo merita.
Non è il caso di Maduro. Ma questo Corrias non lo ha voluto
sapere ed è grave. Non tanto perché non credo abbia mai messo piede in
Venezuela – o, se lo ha fatto, non si sia guardato in giro - e quindi non ne
abbia idea. Per quanto adeguata conoscenza ne sia acquisibile con un minimo
impegno. Parlo di informazioni che ovviamente non originino da coloro che ora piazzano
cannoniere in bocca a paesi presunti protagonisti di narcotraffico (ultimo il
Messico, sulla cui neopresidente Sheinbaum, visto che ha perso l’occasione con
Obrador, ci potremo ora attendere un’analoga tirata diffamatoria). Narcotraffico
che, quanto al Venezuela, le competenti agenzie dell’ONU hanno da sempre
escluso da ogni coinvolgimento, a partire da quel Pino Arlacchi che, con grande
beneficio per i lettori, validamente ospiti sulle tue pagine.
Basterebbe il primo capoverso del pezzo di Corrias per scoprire
il tentativo, corroborato da nulla se non dall’hasbara NED o CIA, di delegittimare
un presidente, che, secondo sondaggi indipendenti gode del consenso dell’80%
della sua popolazione, come confermano le innumerevoli elezioni giudicate
corrette da istanze internazionali. Delegittimazione che odora, non solo di nozioni
manipolate della materia trattata, storica e attuale, ma anche di punti di
vista preconcetti e involontariamente colonialisti.
Non una parola di Corrias sulle sanzioni USA e poi UE che,
dall’avvento di Chavez alla fine del secolo scorso, hanno imposto la tagliola
di terribili privazioni a un paese che si stava riscattando da decenni di ingiustizia
e iniquità imposte da dittature e presidenze al servizio del principio del “cortile
di casa yankee”. Sanzioni che uno squinternato manigoldo, pervenuto equivocando
alla Casa Bianca, ha accentuato in morsa mortale. Dal suo primo mandato, gli si
possono attribuire buona parte dei 40.000 morti a seguito di carenze dovute
alle sanzioni.
A dispetto di tale assedio, di grotteschi tentativi di golpe
impersonati da grotteschi personaggi in ricorrente visita a Washington e al
soldo della CIA, come Guaidò e Corina Machado (la quale ora invoca invasioni di
Marines), il governo e la classe dirigente di Maduro hanno tenuto dritta la
barra della prevalenza del pubblico sul privato, su quanto assicura eguaglianza
sociale e sovranità nazionale. La coalizione di paesi che difendono la propria
sovranità contro l’imperialismo e tentano via di giustizia sociale, ha tuttora
come riferimento il Venezuela.
Non credo che ci siano, in Corrias, ragioni condivise con
chi assegna Nobel della Pace, per meriti di guerre o di golpe, a Begin,
Kissinger, Obama. O che abbia in uggia, di Maduro, il suo ruolo di operaio alla
guida di autobus. Che però vagamente irride. Ma prima di fare di tali suoi moti
del cuore e della coscienza un assist per l’ennesima demolizione di uno Stato e
la relativa devastazione di terra e popolo, facendosi inconsapevole strumento
della forza sul diritto, della menzogna sulla verità, il bravo Pino Corrias
riveda la scelta dei bersagli che con tanta perizia trafigge. Non tragga le
relative nozioni da chi, ogni minuto del nostro tempo, ci trasforma la realtà
nel suo opposto.
Per inciso, chi scrive frequenta il Venezuela dal primo
colpo di Stato, nel 2002, quando Chavez, allora rimosso su ordine di servizio
del Bush Minore, tornò, entro 48 ore, al palazzo presidenziale di Miraflores
sull’onda di una sollevazione di popolo. Caro Travaglio, quella sollevazione
garantisce ancora oggi che la nazione bolivariana abbia 22 università
pubbliche, mantenga il tasso di alfabetizzazione al 97%, organizzi in tutto il
paese mercati dai prezzi calmierati per tutti i generi di consumo di base, dove
si ottengono esami del sangue gratis, abbia assistenza sanitaria e istruzione
gratuite, assicuri l’autosufficienza alimentare, non abbia ceduto al saccheggio
estrattivo che va distruggendo la ricchezza naturale di molti paesi
latinoamericani. E, soprattutto, non abbia mai ospitato né un Marines, né una
base USA.
E tanto meno una piantagione di coca. Come quelle di cui
quei marines custodivano la produzione in Afghanistan. Prima dei Taliban.
Fulvio Grimaldi, giornalista
30 novembre 2025
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