domenica 30 novembre 2025

LETTERA A MARCO TRAVAGLIO

 

LETTERA A MARCO TRAVAGLIO

Caro e, per l’alternativa che ci offri alla degenerazione mediatica, stimato Direttore. In virtù della quale vitale alternativa possiamo di buon grado, sebbene a volte con disappunto, passare sopra certe clamorose divergenze strategiche tra te e alcuni tuoi collaboratori. Fin quando non si superi il limite. O, come nel caso del paginone di Pino Corrias su Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, pubblicato dal FQ il 27 novembre, la freccia sul bersaglio sbagliato.

Tutti i mali del Venezuela sono caricati su Maduro, a fianco di una vignetta che, con un Maduro mostrificato, urlante con la bava alla bocca, fa torto al bravissimo caricaturista. Come il testo del libello fa torto a Corrias, che sappiamo arguto e pungente scrittore satirico, in grado di affondare chi se lo merita.

Non è il caso di Maduro. Ma questo Corrias non lo ha voluto sapere ed è grave. Non tanto perché non credo abbia mai messo piede in Venezuela – o, se lo ha fatto, non si sia guardato in giro - e quindi non ne abbia idea. Per quanto adeguata conoscenza ne sia acquisibile con un minimo impegno. Parlo di informazioni che ovviamente non originino da coloro che ora piazzano cannoniere in bocca a paesi presunti protagonisti di narcotraffico (ultimo il Messico, sulla cui neopresidente Sheinbaum, visto che ha perso l’occasione con Obrador, ci potremo ora attendere un’analoga tirata diffamatoria). Narcotraffico che, quanto al Venezuela, le competenti agenzie dell’ONU hanno da sempre escluso da ogni coinvolgimento, a partire da quel Pino Arlacchi che, con grande beneficio per i lettori, validamente ospiti sulle tue pagine.

Basterebbe il primo capoverso del pezzo di Corrias per scoprire il tentativo, corroborato da nulla se non dall’hasbara NED o CIA, di delegittimare un presidente, che, secondo sondaggi indipendenti gode del consenso dell’80% della sua popolazione, come confermano le innumerevoli elezioni giudicate corrette da istanze internazionali. Delegittimazione che odora, non solo di nozioni manipolate della materia trattata, storica e attuale, ma anche di punti di vista preconcetti e involontariamente colonialisti.

Non una parola di Corrias sulle sanzioni USA e poi UE che, dall’avvento di Chavez alla fine del secolo scorso, hanno imposto la tagliola di terribili privazioni a un paese che si stava riscattando da decenni di ingiustizia e iniquità imposte da dittature e presidenze al servizio del principio del “cortile di casa yankee”. Sanzioni che uno squinternato manigoldo, pervenuto equivocando alla Casa Bianca, ha accentuato in morsa mortale. Dal suo primo mandato, gli si possono attribuire buona parte dei 40.000 morti a seguito di carenze dovute alle sanzioni.

A dispetto di tale assedio, di grotteschi tentativi di golpe impersonati da grotteschi personaggi in ricorrente visita a Washington e al soldo della CIA, come Guaidò e Corina Machado (la quale ora invoca invasioni di Marines), il governo e la classe dirigente di Maduro hanno tenuto dritta la barra della prevalenza del pubblico sul privato, su quanto assicura eguaglianza sociale e sovranità nazionale. La coalizione di paesi che difendono la propria sovranità contro l’imperialismo e tentano via di giustizia sociale, ha tuttora come riferimento il Venezuela.

Non credo che ci siano, in Corrias, ragioni condivise con chi assegna Nobel della Pace, per meriti di guerre o di golpe, a Begin, Kissinger, Obama. O che abbia in uggia, di Maduro, il suo ruolo di operaio alla guida di autobus. Che però vagamente irride. Ma prima di fare di tali suoi moti del cuore e della coscienza un assist per l’ennesima demolizione di uno Stato e la relativa devastazione di terra e popolo, facendosi inconsapevole strumento della forza sul diritto, della menzogna sulla verità, il bravo Pino Corrias riveda la scelta dei bersagli che con tanta perizia trafigge. Non tragga le relative nozioni da chi, ogni minuto del nostro tempo, ci trasforma la realtà nel suo opposto.

Per inciso, chi scrive frequenta il Venezuela dal primo colpo di Stato, nel 2002, quando Chavez, allora rimosso su ordine di servizio del Bush Minore, tornò, entro 48 ore, al palazzo presidenziale di Miraflores sull’onda di una sollevazione di popolo. Caro Travaglio, quella sollevazione garantisce ancora oggi che la nazione bolivariana abbia 22 università pubbliche, mantenga il tasso di alfabetizzazione al 97%, organizzi in tutto il paese mercati dai prezzi calmierati per tutti i generi di consumo di base, dove si ottengono esami del sangue gratis, abbia assistenza sanitaria e istruzione gratuite, assicuri l’autosufficienza alimentare, non abbia ceduto al saccheggio estrattivo che va distruggendo la ricchezza naturale di molti paesi latinoamericani. E, soprattutto, non abbia mai ospitato né un Marines, né una base USA.

E tanto meno una piantagione di coca. Come quelle di cui quei marines custodivano la produzione in Afghanistan. Prima dei Taliban.

Fulvio Grimaldi, giornalista

30 novembre 2025

 

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