martedì 29 settembre 2026

Fulvio Grimaldi --- CORAGGIO IN FINALE, TERRORISMO OUT --- Palestina e resto del mondo

 


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Il coraggio, uno, se non ce l’ha, se lo può dare…

Scusate se ho parafrasato le parole che Manzoni ha messo in bocca al tremebondo Don Abbondio, spaventato e dunque soggiogato dai potenti, ma è una correzione che sta nelle cose ed è anche dimostrata dall’attualità.

Intanto nessuno nasce col coraggio incorporato nei neuroni, nei muscoli e nei nervi. Quindi è giocoforza che, quando giunge l’ora, se lo debba dare. Ci sono vari gradi. C’è chi non se lo trova, come il curato dei Promessi Sposi. Chi se lo costruisce e se lo ritrova nel corpo e nello spirito e, a volte, ciò che scappa fuori merita di essere considerato eroe per via dell’immane costo affrontato e, magari, pagato. Chi ne produce quanto basta per cavarsela, o dare una mano. E c’è chi non ci pensa e si chiama indifferenza al rischio.

Nel primo caso abbiamo gente come gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di NAZA, o il rapper statunitense Macklemore (Benjamin Haggerty). Nel secondo e terzo, gente come me e come altri che fanno il mio mestiere di inviato di guerra, o i vigili del fuoco, o i soccorritori di seppelliti da macerie, di prossimi ad annegare, o a cadere da una roccia, o da confortare e salvare in qualsiasi altro modo. O a chi si prende la manganellata sul cranio, per evitare che finisca sulla testa del compagno, o vuole dimostrare che non è detto che si debba sempre scappare davanti alla forza sul diritto.

 I nomi che ho citato sono di terroristi o, quanto meno, sostenitori di terroristi. Così li definiscono, condannano e, quando possono, puniscono, coloro che danno del terrorista all’universo mondo che non gli lucida le scarpe. E sono quelli che campano di terrorismo e quando non riescono a fare il transfert nominale del terrorismo da sé agli altri, come sta avvenendo sempre più, anche grazie agli eroi qui nominati, che restano fottuti. Intanto, per proteggere la categoria dalle conseguenze del suo abominio, fanno leggi-bavaglio

A dispetto di Brecht: beato il paese che produce eroi

Di Yuval Abraham va sottolineato la caratura del coraggio anche alla luce delle campagne di diffamazione e dell’ostracismo sociale subito a seguito del suo “No other land” (Nessun’altra terra), il film premiato con l’Oskar e girato, in commovente amicizia col palestinese Basel Adra, nel villaggio cisgiordano di Mosafer Yatta, ininterrottamente aggredito e vessato dai coloni e soldati. Uno destinato alla condizione di privilegiato ontologico che vi rinuncia e condivide la sorte degli ultimi, dei morituri.

Raras Flores di questo giardino del coraggio e della nobiltà ne abbiamo anche a casa nostra. Cito per tutti Moni Ovadia, che sa bene quali rischi corra la sua persona per la posizione assunta su Netanyahu e il genocidio. Quale sofferenza e quale coraggio di fronte di chi guida il paese dove i correligionari di Moni si sono fatti Stato a scapito di un intero popolo, protetti dalle conseguenze dei propri delitti da un vittimismo strutturale e ipocrita.

Vittimismo celebrato da penitenti con la cenere sul capo a scapito delle vittime vere e di oggi, laddove la presunta vittima ha dimostrato di non avere scrupoli ove si trattasse di sacrificare membri della propria comunità. Il 7 ottobre lo dimostra. Quello di Ovadia, o di Anna Foa e di altri che, come loro, antepongono il coraggio della verità e dell’etica a un legame identitario che si vuole di valenza superiore a ogni altra cosa, rappresenta un’insidia parallela e a volte superiore a quella di forze di resistenza combattenti.

Uomini e caporali

E’ il caso del governo sionista e dei suoi sicofanti d’Occidente. Più recentemente e clamorosamente è il caso del cantante Ed Sheeran e di Robert Kraft, organizzatore di stadi e concerti, premiato da Netanyahu e finanziatore di gruppi del sionismo estremista. Nei concerti USA di Sheeran, Macklemore era l’apertura, con le parole e il canto che troverete qui in chiusura. Dopo la cancellazione di Macklemore da numero d’apertura nello stadio del New Jersey, accusato da Kraft di “discorso dell’odio”, la star musicale dai capelli rossi si è rifugiato tra i topi, nel covo dell’apoliticità e dell’equidistanza; l’israelita Kraft, ha incalzato cacciando il rapper e cantautore anche da tutti gli eventi successivi programmati.

La reazione di pubblico e di protagonisti della scena politica, musicale e culturale statunitense è stata l’inatteso contraccolpo che ha dimostrato come stesse cambiando il vento e l’immagine di Israele. Vili o complici, si sono trovati rasi al suolo dal coraggio dei “terroristi” e “sostenitori del terrorismo” come Yuval, Rachel e lo stesso Macklemore.

Per Sheeran e Kraft l’atto codardo dell’uno e repressivo dell’altro si è trasformato, a dispetto del supporto milionario, in disastro di pubbliche relazioni. Altri artisti impegnati nel tour si sono tirati fuori in segno di protesta, il pubblico già prenotato ha espresso solidarietà al rapper, migliaia di biglietti sono stati restituiti. Segno evidente di una svolta morale e politica, inevitabilmente anche culturale, della quale l’ovazione di Venezia è stata il segno più visibile. Ricorda gli anni 80, quando una maggioranza di posizioni politiche e di opinione pubblica decretò la morte dell’apartheid in Sudafrica.

Macklemore, Sheeran, Kraft

C’è voluto del coraggio anche nei primi sostenitori di Nelson Mandela, in carcere da “terrorista”. Il vento dominante era quello del colonialismo che non si arrendeva e che anzi già programmava la rivincita nella forma dell’aggressione imperialista “umanitaria”, in attesa dell’innesco dell’11 settembre. Quel coraggio si è visto manifestare tante volte, ma nel caso delle figure che hanno illuminato il palco della Biennale e poi quello del concerto di Sheeran, alla luce del prezzo pagato e ancora da pagare, assume l’indeffettibile carattere dell’eroismo. Quello vero. Quello di Giordano Bruno, le cui ossa ridotte in cenere, da cinque secoli trionfano sulla superstizione e la soperchieria e lo faranno, di millennio in millennio (Atomica e I.A. permettendo). Non meno del Che Guevara, sconfitto, ammazzato, dalle mani mozzate, ma che si è fatto sangue da inondare di coraggio e far vincere i cuori di milioni.

Coraggio? Audacia? Lavoro!

Dicendo coraggio, si parla della libera e determinata scelta di chi sa e accetta cosa glie ne può venire in termini di rischio, di danno, fino alla perdita di tutto. Gli viene affiancata l’audacia, che non ne è affatto un sinonimo, ma la copia vociferante, spensierata e goliardica del coraggio. Roba da Decima MAS. Ma anche, nobilmente, da scalatore del Cervino, o da navigatore in solitaria. Il coraggio è solo per lui. Lo impersona colui che non è che accetti conseguenze difficili, che però non riguardano che lui stesso. E’ una condizione che non comporta niente di etico, non si impiega per altri, è radiosamente onanistica.

Conosco e ho sperimentato da giornalista le fattispecie di ciò che non sempre correttamente è definito coraggio dell’inviato di guerra. Molte volte mi hanno interrogato sul coraggio che occorrerebbe per fare un mestiere che ti porta tra pallottole che fischiano e bombe che cadono, gente che ti insegue e ti vorrebbe strappare la penna, o la telecamera, o ti vorrebbe far pagare ciò per cui le hai usate. Ebbene, non è questione di coraggio.

Non di quello espresso dai due registi israeliani che sapevano di mettersi contro tutto il loro mondo, dalla comunità nazionale e religiosa alla famiglia e agli amici, e relativi aggregati. Perdere un futuro rassicurante. Invece, nella mia esperienza, a tirarsi fuori del coraggio in situazioni di conflitto, uno nemmeno ci pensa. Si deve andare, fare e basta. Come quando in laboratorio devi maneggiare la stricnina per fare un farmaco.

 

Faccio un esempio che più emblematico non si può. Bloody Sunday a Derry, Irlanda del Nord, la Domenica di Sangue, 30 gennaio 1972. Nella mia foto Jack Duddy morente, il primo colpito della strage, compiuta dai Parà inglesi, dei 14 manifestanti uccisi e dei 100 feriti. Lo raccolgono un infermiere e tre manifestanti. Davanti, ma chino per evitare le pallottole che continuano a sibilarci sulla testa, Padre Edward Daily, che sventola un inutile straccio. Io sono dietro all’obiettivo che fotografo. Lo farò per altre vittime, a decine, fino a quando il Primo Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà si dimostrerà sazio di sangue e Londra potrà illudersi di avere impartito una lezione definitiva alla protesta degli underdog irlandesi.

Qui il coraggio c’è. E’ quello anche di Yuval e Moni, di Rachel e Macklemore, degli ebrei che tengono testa al sionismo e alla sua illimitata capacità e volontà di rappresaglia. Di quei ragazzi, anch’essi eroici, che frappongono i propri corpi alla barbarie inflitta da coloni e IDF ai titolari di quella terra, uccidendo, bruciando, sradicando, abbattendo, scuole, cliniche, case, colture. E’ anche il coraggio di Aaron Rowe, Lukas Graham, Finneas e la band irlandese Beoga, tutti previsti in apertura dei concerti di Sheeran, che si sono giocati una barca di soldi e un pezzo di carriera abbandonando il tour dopo la cacciata di Macklemore. Il quale ha devoluto l’intero suo compenso di 1 milione di dollari a sei organizzazioni di sostegno dei palestinesi.

E’ il coraggio di tutti i palestinesi che, a costo di farsi sfracellare, restano attanagliati alla propria terra. E‘ il coraggio di quegli uomini con il corpo di un sedicenne sconosciuto in braccio, che per tutto il tempo che è occorso loro per allontanarsi dalla piazza del massacro e raggiungere un qualche rifugio, sapevano che potevano morire. Ma quel ragazzo, con gli occhi piantati fissi sul cielo, non lo hanno voluto lasciare lì.

A me non è neanche venuto in mente di dover fare appello a una forza chiamata coraggio. Né allora, né a Gaza durante Piombo Fuso, né nell’Eritrea sotto le bombe etiopiche, né in Honduras sotto le pallottole contro chi manifestava contro il colpo di Stato di Hillary Clinton e Mossad, né lungo il Giordano ad accompagnare le operazioni dei fedayin inseguiti dalla mitraglia degli elicotteri israeliani.

Questa disinvoltura dello stare tra i pericoli avevo creduto mi fosse rimasta dalla Guerra 1939-1945. Mia madre ci aveva reso immuni a spaventi e paure facendone un gioco. Quando passavano i bombardieri angloamericani ci faceva gareggiare per individuarne il modello e scorgerne i primi sganci. Mai in un rifugio: “Si rischia di crepare come topi”. Un’incosciente? Ci ho guadagnato l’audacia. Che non è nobile come il coraggio, ma serve a non farsi azzoppare dalla paura.

Ma, a parte questi retroterra personali, che ognuno ha diversi, né per me, né per i miei colleghi si pone la questione del coraggio, E’ lavoro. Addirittura deformazione professionale. E’ meccanico. Non c’è spazio per la paura e per la sua risposta, il coraggio. Pensi solo a guardare, vedere, riprendere, annotare, capire. Per poi comunicare.

Ecco, se qualcosa di etico, di ideale, c’è, è questo imperativo morale-professionale che ti impone di far conoscere, sapere. In questo senso il giornalista distribuisce armi alla gente. Come quello che da Gaza ci ha parlato e mostrato, a costo di morire, individuato da Palantir con tutta la sua famiglia e con tutta la sua famiglia fatto esplodere. Ce lo racconta NAZA, il film del coraggio di Yuval e Rachel, premiato a Venezia più che con il Premio della Giuria, con 24,5 minuti di ovazione in piedi, condivisa dal mondo degli umani. Un lungo passo di Israele a scendere verso l’autodistruzione, essendo .la distruzione morale già pienamente realizzata.

Togliere la cittadinanza: come i nazi con Thomas Mann

 

Il ministro della Cultura di Tel Aviv ha proposto il ritiro della cittadinanza israeliana a Yuval e Rachel. Ennesima scopiazzatura del regime nazista che l’aveva inflitta a uno dei più prestigiosi dei suoi cittadini oppositori espatriati negli USA, o altrove: Thomas Mann il più grande scrittore tedesco allora vivente e di cui ho avuto l’onore di seguire il corso di Germanistica a Colonia. E non c’è organo di rilievo anglosassone, o tedesco che non abbia blaterato di antisemitismo. Da noi si armano i genocidi militarmente, ma anche culturalmente e politicamente: si va facendo votare da un parlamento, o complice o impotente, la legge che anatemizza come antisemitismo ogni critica al regime dell’apartheid e del genocidio.

Si sono scatenati negli USA, utilizzando lo stesso falso scopo dell’antisemitismo inteso come critica dei genocidi, la Lega Antidiffamazione, il Consiglio Israelo-Americano, fondato e finanziato dalla famiglia miliardaria degli Adelson (finanziatrice della campagna elettorale di Trump), tutti i maggiori media nordamericani, dalla CBS a USA Today, dal New York Post a Variety.

I militanti dell’Hasbara hanno alluvionato internet e social con una foto di Macklemore del 2014, nella quale, addobbato con parrucca, pelandrana e naso finto, avrebbe irriso agli ebrei (si trattava di un travestimento raccattato in magazzino, per non farsi riconoscere da un’audience).

Yuval e Rachel hanno rivelato al mondo, con le parole dei suoi perpetratori militari, “di che lagrime grondi e di che sangue e di che inenarrabili atrocità, un genocidio che, strisciante per quasi un secolo, è diventato rimozione totale di ogni vita a partire dal 7 ottobre 2023. Data di un evento atteso e lasciato accadere, come oggi si imputa a Netanyahu, e poi narrato in termini opposti al vero per poter giustificare la mostruosità di 3 anni di pulizia etnica e del progetto di rimozione totale di un’intera componente del genere umano.

 

 

 

 

Il terrorismo, fattosi Stato, risponde

 

Coloro che l’11 settembre di 25 anni fa hanno inventato, fatto e poi caricato su altri il terrorismo, con un copia e incolla dei 60 anni di pulizia etnica in Palestina, con quel transfert hanno provato a comandare l’universo mondo, spazio compreso. Per questa impresa, all’umanità hanno fatto pagare il prezzo di 26 anni di guerre ininterrotte a chi non ne faceva. Una ricerca, guerra per guerra, della Brown University ha calcolato che nei vent’anni successivi agli attentati dell’11 settembre, un precursore del 7 ottobre nella Palestina occupata, 900.000 sarebbero state le morti dirette causate dalla “guerra al terrorismo”. Le morti indirette, provocate dal collasso di economie e infrastrutture nei paesi aggrediti, sbaraccati e falliti, ammonterebbero a 3,8 milioni.

 Ne è anche conseguita la riconfigurazione di Stati, delle rispettive leggi, istituzioni, pratiche e dei rapporti di potere. Tutto doveva essere resettato in funzione della “lotta al terrorismo”, obiettivo supremo e strumento fondamentale dell’ondata autocratica che pervade l’Occidente. Con il solito pretesto dello stato d’emergenza, praticato ormai su vari piani, sanitario, climatico, dell’immigrazione, era nato lo Stato antiterrorista, funzionale all’utilizzo globale del terrorismo sia all’esterno, sia per il disciplinamento interno. Lo ha codificato, nel luglio scorso, il Segretario di Stato Rubio con il suo summit dedicato alla lotta globale contro “l’estremismo – terrorismo – di sinistra”. La società della sorveglianza, fondata sulla raccolta di dati, ne è il corollario.

Screditato agli occhi dell’umanità, ridotti a farsi scudare da fascismi richiamati in servizio dall’emergenza della propria disfunzionalità, lo Stato degli 80 anni di terrorismo ha provato a seppellire lo tsunami scatenato dal coraggio degli eroi succitati. Un osceno e patetico contrasto ai racconti di NAZA. Tipo questo: Le interviste sono una frode, non si tratta che di calunnie e di tradimento. Agli autori va tolta la cittadinanza israeliana…”

Dovrebbe bastare per neutralizzare la catastrofe di credibilità e la dimensione della ripugnanza di fronte ad affermazioni come questa, contenuta nel film dell’orrore NAZA.

 

“E’ più facile ammazzare gente quando lo fai su uno schermo. E’ morbosamernte divertente. I funzionari dell’Intelligence sanno e ti dicono tutto. Ascoltano i cellulari, penetrano con gli algoritmi. Sanno che le case che vanno a bombardare sono piene di bambini. Addirittura ascoltano bambini piangere. Poi ordinano il colpo”.

Questo per quanto riguarda la reazione difensiva, che è quella del buco nell’acqua. Ahinoi meno fallimentare è la risposta offensiva. Il lunedì successivo alla premiazione di NAZA a Venezia viene annunciato che il regime Trump – ovviamente sempre tramite ordini esecutivi che sbeffeggiano il Congresso – venderà a Israele armi aggiuntive per 2,8 miliardi di dollari: 40.000 bombe da 1 tonnellata e 20.000 bunker-buster (sfonda-bunker). Spedizione successiva a quella di marzo con armamenti per 4 miliardi.  Si tratta degli ordigni utilizzati da Israele per incenerire Gaza e uccidere 75.000 palestinesi (non calcolate le decine di migliaia seppelliti sotto le macerie e morti o moribondi per gli effetti dei raid). Bombe “intelligenti” che uccidono in un raggio di 305 metri e fanno crateri profondi 15,4 metri.

 

Quanto all’accusa di frode, calunnie e tradimento con cui l’Hasbara, la sempre più maldestra propaganda israeliana, l’ombrello con prova a ripararsi dalla grandine dei fatti, ne ha rilevato al mondo le stecche, sotto il telo stracciato, il “moderato” presidente iraniano Pezeshkian. Sta in questa immagine, vista dai 193 paesi dell’ONU, il compendio del sistema basato sullo sterminio di civili, con per asse infanticidio e femminicidio:

 

Il “discorso dell’odio” di un “terrorista”

Chiudo, riportando cosa disse Macklemore il 4 settembre, dal palco, aprendo per Ed Sheeran il concerto del New Jersey.

“Ho pensato tutto il giorno a cosa dire qui. Uno dei motivi per i quali ho voluto partecipare a questo tour è perché volevo stare sui palchi degli stati in America per dire due parole che sono vicine e care al mio cuore: Palestina libera.

Ho detto Palestina libera. Voglio che queste parole siano chiare e forti, in modo che la gente, da Gaza fino alla Cisgiordania occupata, sappia che non l’abbiamo dimenticata.

E questa prossima canzone, mi è stata ispirata dal coraggio degli studenti della Columbia University che hanno organizzato un movimento di campeggi che ha mobilitato il mondo intero e hanno aperto i cuori, compreso il mio. Dico grazie a quegli studenti che hanno rischiato le loro lauree, il loro apprendimento, le loro borse di studio, perché si sono alzati a dire: “No”.

Studenti per la Giustizia in Palestina, Studenti della Columbia University, Voci Ebraiche per la Pace, grazie!

A tutte le mie sorelle e ai miei fratelli ebrei: la critica a Israele, la critica all’apartheid, essere contro il genocidio non è una critica a voi. Il mio messaggio è peer la pace, perr l’amore per tutti gli esseri umani che siano trattati con dignità, rispetto ed uguaglianza.

Perciò dico Palestina Libera, dico Libano Libero, Cuba libera, Congo libero, Sudan libero, liberi tutti coloro che in America vivono nel timore di questa organizzazione terrorista che è l’ICE. Nessuno di noi sarà libero finchè tutti non saremo liberi.

Macklemore ha chiuso il suo intervento, cantando la sua canzone per Hind Rajab, la bambina palestinese di 5 anni, uccisa dall’IDF mentre invocava aiuto dalla macchina in cui si trovava accanto ai suoi famigliari uccisi.

Siamo a 1000 giorni di genocidio. E a dirlo siamo passibili di condanne penali ai termini della nuova legge del sionregime meloniano contro l’antisemitismo. Ovviamente inteso come sacrilega critica allo Stato fratello sionista. Avanguardie della fascistizzazione globale in Occidente, vanno fermati insieme.

Se questo è il prezzo per aver contribuito, nel nostro piccolo, a diffondere quanto Yuval, Rachel, Macklemore hanno tirato in faccia ai genocidi e fascismi aggregati, ben ci sta.

 

 

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