Il
coraggio, uno, se non ce l’ha, se lo può dare…
Scusate
se ho parafrasato le parole che Manzoni ha messo in bocca al tremebondo Don
Abbondio, spaventato e dunque soggiogato dai potenti, ma è una correzione che sta
nelle cose ed è anche dimostrata dall’attualità.
Intanto
nessuno nasce col coraggio incorporato nei neuroni, nei muscoli e nei nervi.
Quindi è giocoforza che, quando giunge l’ora, se lo debba dare. Ci sono vari
gradi. C’è chi non se lo trova, come il curato dei Promessi Sposi. Chi se lo
costruisce e se lo ritrova nel corpo e nello spirito e, a volte, ciò che scappa
fuori merita di essere considerato eroe per via dell’immane costo affrontato e,
magari, pagato. Chi ne produce quanto basta per cavarsela, o dare una mano. E c’è
chi non ci pensa e si chiama indifferenza al rischio.
Nel
primo caso abbiamo gente come gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor,
registi di NAZA, o il rapper statunitense Macklemore (Benjamin Haggerty). Nel
secondo e terzo, gente come me e come altri che fanno il mio mestiere di
inviato di guerra, o i vigili del fuoco, o i soccorritori di seppelliti da
macerie, di prossimi ad annegare, o a cadere da una roccia, o da confortare e
salvare in qualsiasi altro modo. O a chi si prende la manganellata sul cranio,
per evitare che finisca sulla testa del compagno, o vuole dimostrare che non è
detto che si debba sempre scappare davanti alla forza sul diritto.
I nomi che ho citato sono di terroristi o, quanto
meno, sostenitori di terroristi. Così li definiscono, condannano e, quando
possono, puniscono, coloro che danno del terrorista all’universo mondo che non
gli lucida le scarpe. E sono quelli che campano di terrorismo e quando non
riescono a fare il transfert nominale del terrorismo da sé agli altri, come sta
avvenendo sempre più, anche grazie agli eroi qui nominati, che restano fottuti.
Intanto, per proteggere la categoria dalle conseguenze del suo abominio, fanno
leggi-bavaglio
A
dispetto di Brecht: beato il paese che produce eroi
Di
Yuval Abraham va sottolineato la caratura del coraggio anche alla luce delle
campagne di diffamazione e dell’ostracismo sociale subito a seguito del suo “No
other land” (Nessun’altra terra), il film premiato con l’Oskar e girato, in
commovente amicizia col palestinese Basel Adra, nel villaggio cisgiordano di
Mosafer Yatta, ininterrottamente aggredito e vessato dai coloni e soldati. Uno
destinato alla condizione di privilegiato ontologico che vi rinuncia e
condivide la sorte degli ultimi, dei morituri.
Raras
Flores di
questo giardino del coraggio e della nobiltà ne abbiamo anche a casa nostra.
Cito per tutti Moni Ovadia, che sa bene quali rischi corra la sua persona per
la posizione assunta su Netanyahu e il genocidio. Quale sofferenza e quale
coraggio di fronte di chi guida il paese dove i correligionari di Moni si sono
fatti Stato a scapito di un intero popolo, protetti dalle conseguenze dei
propri delitti da un vittimismo strutturale e ipocrita.
Vittimismo
celebrato da penitenti con la cenere sul capo a scapito delle vittime vere e di
oggi, laddove la presunta vittima ha dimostrato di non avere scrupoli ove si
trattasse di sacrificare membri della propria comunità. Il 7 ottobre lo
dimostra. Quello di Ovadia, o di Anna Foa e di altri che, come loro,
antepongono il coraggio della verità e dell’etica a un legame identitario che
si vuole di valenza superiore a ogni altra cosa, rappresenta un’insidia parallela
e a volte superiore a quella di forze di resistenza combattenti.
Uomini
e caporali
E’
il caso del governo sionista e dei suoi sicofanti d’Occidente. Più recentemente
e clamorosamente è il caso del cantante Ed Sheeran e di Robert Kraft, organizzatore
di stadi e concerti, premiato da Netanyahu e finanziatore di gruppi del
sionismo estremista. Nei concerti USA di Sheeran, Macklemore era l’apertura,
con le parole e il canto che troverete qui in chiusura. Dopo la cancellazione
di Macklemore da numero d’apertura nello stadio del New Jersey, accusato da
Kraft di “discorso dell’odio”, la star musicale dai capelli rossi si è
rifugiato tra i topi, nel covo dell’apoliticità e dell’equidistanza; l’israelita
Kraft, ha incalzato cacciando il rapper e cantautore anche da tutti gli eventi successivi
programmati.
La
reazione di pubblico e di protagonisti della scena politica, musicale e
culturale statunitense è stata l’inatteso contraccolpo che ha dimostrato come
stesse cambiando il vento e l’immagine di Israele. Vili o complici, si sono
trovati rasi al suolo dal coraggio dei “terroristi” e “sostenitori del
terrorismo” come Yuval, Rachel e lo stesso Macklemore.
Per
Sheeran e Kraft l’atto codardo dell’uno e repressivo dell’altro si è trasformato,
a dispetto del supporto milionario, in disastro di pubbliche relazioni. Altri artisti
impegnati nel tour si sono tirati fuori in segno di protesta, il pubblico già
prenotato ha espresso solidarietà al rapper, migliaia di biglietti sono stati
restituiti. Segno evidente di una svolta morale e politica, inevitabilmente
anche culturale, della quale l’ovazione di Venezia è stata il segno più
visibile. Ricorda gli anni 80, quando una maggioranza di posizioni politiche e
di opinione pubblica decretò la morte dell’apartheid in Sudafrica.
Macklemore,
Sheeran, Kraft
C’è
voluto del coraggio anche nei primi sostenitori di Nelson Mandela, in carcere
da “terrorista”. Il vento dominante era quello del colonialismo che non si
arrendeva e che anzi già programmava la rivincita nella forma dell’aggressione
imperialista “umanitaria”, in attesa dell’innesco dell’11 settembre. Quel coraggio
si è visto manifestare tante volte, ma nel caso delle figure che hanno
illuminato il palco della Biennale e poi quello del concerto di Sheeran, alla
luce del prezzo pagato e ancora da pagare, assume l’indeffettibile carattere
dell’eroismo. Quello vero. Quello di Giordano Bruno, le cui ossa ridotte in
cenere, da cinque secoli trionfano sulla superstizione e la soperchieria e lo
faranno, di millennio in millennio (Atomica e I.A. permettendo). Non meno del
Che Guevara, sconfitto, ammazzato, dalle mani mozzate, ma che si è fatto sangue
da inondare di coraggio e far vincere i cuori di milioni.
Coraggio?
Audacia? Lavoro!
Dicendo
coraggio, si parla della libera e determinata scelta di chi sa e accetta cosa
glie ne può venire in termini di rischio, di danno, fino alla perdita di tutto.
Gli viene affiancata l’audacia, che non ne è affatto un sinonimo, ma la copia
vociferante, spensierata e goliardica del coraggio. Roba da Decima MAS. Ma
anche, nobilmente, da scalatore del Cervino, o da navigatore in solitaria. Il
coraggio è solo per lui. Lo impersona colui che non è che accetti conseguenze
difficili, che però non riguardano che lui stesso. E’ una condizione che non
comporta niente di etico, non si impiega per altri, è radiosamente onanistica.
Conosco
e ho sperimentato da giornalista le fattispecie di ciò che non sempre
correttamente è definito coraggio dell’inviato di guerra. Molte volte mi hanno
interrogato sul coraggio che occorrerebbe per fare un mestiere che ti porta tra
pallottole che fischiano e bombe che cadono, gente che ti insegue e ti vorrebbe
strappare la penna, o la telecamera, o ti vorrebbe far pagare ciò per cui le
hai usate. Ebbene, non è questione di coraggio.
Non
di quello espresso dai due registi israeliani che sapevano di mettersi contro
tutto il loro mondo, dalla comunità nazionale e religiosa alla famiglia e agli
amici, e relativi aggregati. Perdere un futuro rassicurante. Invece, nella mia
esperienza, a tirarsi fuori del coraggio in situazioni di conflitto, uno
nemmeno ci pensa. Si deve andare, fare e basta. Come quando in laboratorio devi
maneggiare la stricnina per fare un farmaco.
Faccio
un esempio che più emblematico non si può. Bloody Sunday a Derry,
Irlanda del Nord, la Domenica di Sangue, 30 gennaio 1972. Nella mia foto Jack
Duddy morente, il primo colpito della strage, compiuta dai Parà inglesi, dei 14
manifestanti uccisi e dei 100 feriti. Lo raccolgono un infermiere e tre
manifestanti. Davanti, ma chino per evitare le pallottole che continuano a sibilarci
sulla testa, Padre Edward Daily, che sventola un inutile straccio. Io sono
dietro all’obiettivo che fotografo. Lo farò per altre vittime, a decine, fino a
quando il Primo Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà si dimostrerà sazio di
sangue e Londra potrà illudersi di avere impartito una lezione definitiva alla
protesta degli underdog irlandesi.
Qui
il coraggio c’è. E’ quello anche di Yuval e Moni, di Rachel e Macklemore, degli
ebrei che tengono testa al sionismo e alla sua illimitata capacità e volontà di
rappresaglia. Di quei ragazzi, anch’essi eroici, che frappongono i propri corpi
alla barbarie inflitta da coloni e IDF ai titolari di quella terra, uccidendo,
bruciando, sradicando, abbattendo, scuole, cliniche, case, colture. E’ anche il
coraggio di Aaron Rowe, Lukas Graham, Finneas e la band irlandese Beoga, tutti
previsti in apertura dei concerti di Sheeran, che si sono giocati una barca di
soldi e un pezzo di carriera abbandonando il tour dopo la cacciata di
Macklemore. Il quale ha devoluto l’intero suo compenso di 1 milione di dollari
a sei organizzazioni di sostegno dei palestinesi.
E’
il coraggio di tutti i palestinesi che, a costo di farsi sfracellare, restano
attanagliati alla propria terra. E‘ il coraggio di quegli uomini con il corpo
di un sedicenne sconosciuto in braccio, che per tutto il tempo che è occorso
loro per allontanarsi dalla piazza del massacro e raggiungere un qualche
rifugio, sapevano che potevano morire. Ma quel ragazzo, con gli occhi piantati fissi
sul cielo, non lo hanno voluto lasciare lì.
A
me non è neanche venuto in mente di dover fare appello a una forza chiamata
coraggio. Né allora, né a Gaza durante Piombo Fuso, né nell’Eritrea sotto le
bombe etiopiche, né in Honduras sotto le pallottole contro chi manifestava
contro il colpo di Stato di Hillary Clinton e Mossad, né lungo il Giordano ad
accompagnare le operazioni dei fedayin inseguiti dalla mitraglia degli
elicotteri israeliani.
Questa
disinvoltura dello stare tra i pericoli avevo creduto mi fosse rimasta dalla
Guerra 1939-1945. Mia madre ci aveva reso immuni a spaventi e paure facendone
un gioco. Quando passavano i bombardieri angloamericani ci faceva gareggiare
per individuarne il modello e scorgerne i primi sganci. Mai in un rifugio: “Si
rischia di crepare come topi”. Un’incosciente? Ci ho guadagnato l’audacia.
Che non è nobile come il coraggio, ma serve a non farsi azzoppare dalla paura.
Ma,
a parte questi retroterra personali, che ognuno ha diversi, né per me, né per i
miei colleghi si pone la questione del coraggio, E’ lavoro. Addirittura
deformazione professionale. E’ meccanico. Non c’è spazio per la paura e per la
sua risposta, il coraggio. Pensi solo a guardare, vedere, riprendere, annotare,
capire. Per poi comunicare.
Ecco,
se qualcosa di etico, di ideale, c’è, è questo imperativo morale-professionale
che ti impone di far conoscere, sapere. In questo senso il giornalista
distribuisce armi alla gente. Come quello che da Gaza ci ha parlato e mostrato,
a costo di morire, individuato da Palantir con tutta la sua famiglia e con
tutta la sua famiglia fatto esplodere. Ce lo racconta NAZA, il film del
coraggio di Yuval e Rachel, premiato a Venezia più che con il Premio della
Giuria, con 24,5 minuti di ovazione in piedi, condivisa dal mondo degli umani.
Un lungo passo di Israele a scendere verso l’autodistruzione, essendo .la
distruzione morale già pienamente realizzata.
Togliere
la cittadinanza: come i nazi con Thomas Mann
Il
ministro della Cultura di Tel Aviv ha proposto il ritiro della cittadinanza
israeliana a Yuval e Rachel. Ennesima scopiazzatura del regime nazista che
l’aveva inflitta a uno dei più prestigiosi dei suoi cittadini oppositori
espatriati negli USA, o altrove: Thomas Mann il più grande scrittore tedesco
allora vivente e di cui ho avuto l’onore di seguire il corso di Germanistica a
Colonia. E non c’è organo di rilievo anglosassone, o tedesco che non abbia
blaterato di antisemitismo. Da noi si armano i genocidi militarmente, ma anche
culturalmente e politicamente: si va facendo votare da un parlamento, o
complice o impotente, la legge che anatemizza come antisemitismo ogni critica
al regime dell’apartheid e del genocidio.
Si
sono scatenati negli USA, utilizzando lo stesso falso scopo dell’antisemitismo
inteso come critica dei genocidi, la Lega Antidiffamazione, il Consiglio
Israelo-Americano, fondato e finanziato dalla famiglia miliardaria degli
Adelson (finanziatrice della campagna elettorale di Trump), tutti i maggiori
media nordamericani, dalla CBS a USA Today, dal New York Post a Variety.
I
militanti dell’Hasbara hanno alluvionato internet e social con una foto di
Macklemore del 2014, nella quale, addobbato con parrucca, pelandrana e naso
finto, avrebbe irriso agli ebrei (si trattava di un travestimento raccattato in
magazzino, per non farsi riconoscere da un’audience).
Yuval
e Rachel hanno rivelato al mondo, con le parole dei suoi perpetratori militari,
“di che lagrime grondi e di che sangue e di che inenarrabili atrocità,
un genocidio che, strisciante per quasi un secolo, è diventato rimozione totale
di ogni vita a partire dal 7 ottobre 2023. Data di un evento atteso e lasciato
accadere, come oggi si imputa a Netanyahu, e poi narrato in termini opposti al
vero per poter giustificare la mostruosità di 3 anni di pulizia etnica e del
progetto di rimozione totale di un’intera componente del genere umano.
Il
terrorismo, fattosi Stato, risponde
Coloro
che l’11 settembre di 25 anni fa hanno inventato, fatto e poi caricato su altri
il terrorismo, con un copia e incolla dei 60 anni di pulizia etnica in
Palestina, con quel transfert hanno provato a comandare l’universo mondo,
spazio compreso. Per questa impresa, all’umanità hanno fatto pagare il prezzo
di 26 anni di guerre ininterrotte a chi non ne faceva. Una ricerca, guerra per
guerra, della Brown University ha calcolato che nei vent’anni successivi agli
attentati dell’11 settembre, un precursore del 7 ottobre nella Palestina
occupata, 900.000 sarebbero state le morti dirette causate dalla “guerra al
terrorismo”. Le morti indirette, provocate dal collasso di economie e
infrastrutture nei paesi aggrediti, sbaraccati e falliti, ammonterebbero a 3,8
milioni.
Ne è anche conseguita la riconfigurazione di
Stati, delle rispettive leggi, istituzioni, pratiche e dei rapporti di potere.
Tutto doveva essere resettato in funzione della “lotta al terrorismo”,
obiettivo supremo e strumento fondamentale dell’ondata autocratica che pervade
l’Occidente. Con il solito pretesto dello stato d’emergenza, praticato ormai su
vari piani, sanitario, climatico, dell’immigrazione, era nato lo Stato
antiterrorista, funzionale all’utilizzo globale del terrorismo sia all’esterno,
sia per il disciplinamento interno. Lo ha codificato, nel luglio scorso, il
Segretario di Stato Rubio con il suo summit dedicato alla lotta globale contro
“l’estremismo – terrorismo – di sinistra”. La società della sorveglianza,
fondata sulla raccolta di dati, ne è il corollario.
Screditato
agli occhi dell’umanità, ridotti a farsi scudare da fascismi richiamati in
servizio dall’emergenza della propria disfunzionalità, lo Stato degli 80 anni
di terrorismo ha provato a seppellire lo tsunami scatenato dal coraggio degli
eroi succitati. Un osceno e patetico contrasto ai racconti di NAZA. Tipo
questo: Le interviste sono una frode, non si tratta che di calunnie e di
tradimento. Agli autori va tolta la cittadinanza israeliana…”
Dovrebbe
bastare per neutralizzare la catastrofe di credibilità e la dimensione della
ripugnanza di fronte ad affermazioni come questa, contenuta nel film
dell’orrore NAZA.
“E’
più facile ammazzare gente quando lo fai su uno schermo. E’ morbosamernte
divertente. I funzionari dell’Intelligence sanno e ti dicono tutto. Ascoltano i
cellulari, penetrano con gli algoritmi. Sanno che le case che vanno a
bombardare sono piene di bambini. Addirittura ascoltano bambini piangere. Poi
ordinano il colpo”.
Questo
per quanto riguarda la reazione difensiva, che è quella del buco nell’acqua. Ahinoi
meno fallimentare è la risposta offensiva. Il lunedì successivo alla
premiazione di NAZA a Venezia viene annunciato che il regime Trump – ovviamente
sempre tramite ordini esecutivi che sbeffeggiano il Congresso – venderà a
Israele armi aggiuntive per 2,8 miliardi di dollari: 40.000 bombe da 1
tonnellata e 20.000 bunker-buster (sfonda-bunker). Spedizione successiva a
quella di marzo con armamenti per 4 miliardi. Si tratta degli ordigni utilizzati da Israele
per incenerire Gaza e uccidere 75.000 palestinesi (non calcolate le decine di
migliaia seppelliti sotto le macerie e morti o moribondi per gli effetti dei
raid). Bombe “intelligenti” che uccidono in un raggio di 305 metri e fanno
crateri profondi 15,4 metri.
Quanto
all’accusa di frode, calunnie e tradimento con cui l’Hasbara, la sempre più
maldestra propaganda israeliana, l’ombrello con prova a ripararsi dalla
grandine dei fatti, ne ha rilevato al mondo le stecche, sotto il telo
stracciato, il “moderato” presidente iraniano Pezeshkian. Sta in questa
immagine, vista dai 193 paesi dell’ONU, il compendio del sistema basato sullo
sterminio di civili, con per asse infanticidio e femminicidio:
Il
“discorso dell’odio” di un “terrorista”
Chiudo,
riportando cosa disse Macklemore il 4 settembre, dal palco, aprendo per Ed
Sheeran il concerto del New Jersey.
“Ho
pensato tutto il giorno a cosa dire qui. Uno dei motivi per i quali ho voluto
partecipare a questo tour è perché volevo stare sui palchi degli stati in
America per dire due parole che sono vicine e care al mio cuore: Palestina
libera.
Ho
detto Palestina libera. Voglio che queste parole siano chiare e forti, in modo
che la gente, da Gaza fino alla Cisgiordania occupata, sappia che non l’abbiamo
dimenticata.
E
questa prossima canzone, mi è stata ispirata dal coraggio degli studenti della
Columbia University che hanno organizzato un movimento di campeggi che ha
mobilitato il mondo intero e hanno aperto i cuori, compreso il mio. Dico grazie
a quegli studenti che hanno rischiato le loro lauree, il loro apprendimento, le
loro borse di studio, perché si sono alzati a dire: “No”.
Studenti
per la Giustizia in Palestina, Studenti della Columbia University, Voci
Ebraiche per la Pace, grazie!
A
tutte le mie sorelle e ai miei fratelli ebrei: la critica a Israele, la critica
all’apartheid, essere contro il genocidio non è una critica a voi. Il mio
messaggio è peer
la pace, perr l’amore per tutti gli esseri umani che siano trattati con
dignità, rispetto ed uguaglianza.
Perciò
dico Palestina Libera, dico Libano Libero, Cuba libera, Congo libero, Sudan
libero, liberi tutti coloro che in America vivono nel timore di questa
organizzazione terrorista che è l’ICE. Nessuno di noi sarà libero finchè tutti
non saremo liberi.
Macklemore
ha chiuso il suo intervento, cantando la sua canzone per Hind Rajab, la bambina
palestinese di 5 anni, uccisa dall’IDF mentre invocava aiuto dalla macchina in
cui si trovava accanto ai suoi famigliari uccisi.
Siamo
a 1000 giorni di genocidio. E a dirlo siamo passibili di condanne penali ai
termini della nuova legge del sionregime meloniano contro l’antisemitismo.
Ovviamente inteso come sacrilega critica allo Stato fratello sionista. Avanguardie
della fascistizzazione globale in Occidente, vanno fermati insieme.
Se
questo è il prezzo per aver contribuito, nel nostro piccolo, a diffondere
quanto Yuval, Rachel, Macklemore hanno tirato in faccia ai genocidi e fascismi
aggregati, ben ci sta.
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