martedì 22 settembre 2026

Fulvio Grimaldi CUBA, DOVE VAI? 176 trasformazioni: deviazione o inversione a U?

 

Fulvio Grimaldi

CUBA, DOVE VAI?

176 trasformazioni: deviazione o inversione a U?

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𝗖𝗨𝗕𝗔, 𝗟'𝗜𝗦𝗢𝗟𝗔 𝗜𝗡 𝗕𝗜𝗟𝗜𝗖𝗢 Cuba attraversa una delle fasi  più delicate degli ultimi decenni. Il Partito Comunista Cubano mantiene il  controllo politico del Paese e Miguel Díaz-Canel resta al centro del sistema

 

(Premetto che devo molti dati sul processo di trasformazione che sta vivendo Cuba a “Resumen”, la piattaforma digitale, tv, radio e stampa, argentina che da decenni illustra le cose latinoamericane e del mondo da una posizione rigorosamente anticapitalista e antimperialista)

Venezuela andata, Honduras andato, Perù andato, Bolivia, Ecuador, Colombia, Cile andati… E neanch’io, cubano rivoluzionario da oltre 60 anni e ininterrottamente stritolato dallo yankee, mi sento tanto bene. E mica solo per via del bloqueo.

La vicenda di Alessandro Di Battista tra Santa Clara e l’Avana dimostra quanto la rivoluzione sappia fare a dispetto dello strangolamento, da Trump accentuato oltre ogni tollerabilità umana, con conseguente invivibilità per i 10 milioni di persone che ancora non si accomodano sotto l’ombrellone guardato da  sentinelle della Casa Bianca, del Pentagono, dei Fondi d’Investimento USA.

E però, assodata oltre ogni dubbio, anche grazie all’esperienza di Di Battista e a dispetto del bloqueo, l’ineguagliabile efficienza delle prestazioni di Stato cubane in materia di sanità, oltrechè di istruzione, come dimostrate nel caso di Dibba e, prima, per decenni, in tante parti del mondo, compresa la nostra, interrogativi nuovi si pongono. E sono materia di discussione tra chi la vede nell’ottica dei due famosi concetti di Gramsci: l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Dove al termine pessimismo preferirei quello di circospezione.

Si dà per scontato che vi possano essere, come per il Venezuela, o per i curdi filoisraeliani e filo-USA del Rojava,adesioni sentimentali al limite dell’irrazionale e che non sanno privare la loro visione delle cose, oggi segnata da ombre pesantissime, del conforto delle luci offerte dai consolidati capisaldi della resistenza. Ma poi ci sono i fatti. E sono quelli che dovrebbero mantenerci in equilibrio tra i due termini del postulato di Gramsci. E qui, facciamo un modesto tentativo per guardarne e capirne alcuni di quei 176 che hanno comunque e al di là ogni dubbio radicalmente cambiato l’assetto economico e sociale dello Stato cubano.

Non c’è luce, non c’è cibo, non ci sono combustibili, non ci sono trasporti, non c’è produzione, non c’è agricoltura. C’è tantissimo sole, ma non ci sono i pannelli solari. Ora li ha forniti la Cina. Un po’ di internazionalismo ci rimane. Se la questione è la sopravvivenza, ogni critica o condanna dovrebbe confrontarsi con le condizioni di ogni cittadino cubano.

Un’altra Cuba

 

Riproduciamo da comunicati ufficiali. Il Parlamento cubano ha approvato un pacchetto di 176 misure economiche, dette “trasformazioni”, suddivise in 23 aree, per flessibilizzare il modello economico del Paese e fronteggiare la grave crisi.

Apertura al settore privato: Vengono ampliate le opportunità per le attività private e introdotta l'apertura verso le banche private.

Investimenti esteri e diaspora: Si facilitano i capitali stranieri e si punta ad attrarre risorse finanziarie provenienti dalla diaspora cubana.

Riforme strutturali: Il piano tocca il sistema bancario, il turismo, l'agricoltura, la fiscalità, i salari, il mercato valutario e la riduzione graduale dei sussidi statali.

Obiettivo: Ridurre la dipendenza dalla gestione statale centralizzata e introdurre correttivi di mercato per rilanciare la produzione e la distribuzione di beni.

E allora veniamo ai fatti. Quelli delle 176 misure. Non tutte, perché finiremmo a Natale. Ma qualcuna delle più significative. Misure, peraltro che, pur trasformando radicalmente il modello socioeconomico del paese, sono state approvate, con insolita celerità, in unica seduta, all’unanimità, dopo una breve dichiarazione di appoggio del Generale Raul Castro, sia dal Comitato centrale del PCC, sia dall’Asemblea Nacional del Poder Popular.

Poi chiunque si farà la sua opinione. Basta non anatemizzare chi arriva a conclusioni diverse dalle proprie. E’ successo con il Venezuela, quando perfino con i militari USA e israeliani a prendersi carico del territorio e la legge degli idrocarburi che restituisce tutto ai privati, perlopiù stranieri, ENI compresa, chi osava mettere in dubbio la “ritirata strategica e la continuità del chavismo”, veniva definito “tarantolato da tastiera che giudica da sicura distanza (divano?) e ignora il fuoco del conflitto di classe”.

Fidel: “Rivoluzione è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato”

Trasformazioni 20, 21, 23. Un’impresa privata può contrattare più di 100 lavoratori; una stessa persona può essere proprietaria di più imprese ed essere azionista di ognuna. Si tratta di misure che forniscono la base legale per un’accumulazione capitalista senza precedenti dal 1959. Da dove sorgano questi nuovi proprietari e azionisti, non è specificato.

Trasformazione 19. Il salario dei lavoratori non viene determinato da una scala salariale nazionale, ma verrà calcolato in relazione alla salute economico-finanziaria di ogni impresa. Si tratta dunque di un dispositivo che fa dipendere il salario dallo stato di solvenza dell’impresa, la quale impresa, se dovesse non resistere alla svalutazione pianificata della moneta, verrà liquidata, senza indicazioni su cosa avverrà dei dipendenti.

Trasformazione 63 e 70. Il sussidio di Stato cesserà di essere destinato ai prodotti per essere indirizzato al cittadino. Virtualmente estinta, la libreta dei ben razionati, già concepita per tutti, sarà sostituita da una piattaforma con classificazione di coloro che sono definiti vulnerabili (calcolati in 876mila) e che riceveranno aiuti. Il resto rimane escluso. La sostituzione di un sussidio universale, - e si sa quanto vitale per 10 milioni di cubani – con sussidi mirati, modifica lo statuto dell’uguaglianza. Da un diritto riconosciuto a tutti, si passa a una condizione personale da verificare e l’onere della prova spetta al soggetto reclamante.

Trasformazione 36. Sulle relazioni di proprietà il testo riconosce la legittima crescita del patrimonio finanziario (accumulazione capitalista) delle persone giuridiche e fisiche, ma promette di ostacolare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma ciò che viene espressamente respinto è lo sfruttamento indiscriminato, sia per omissione, sia all’interno di una sfera consentita. La domanda su quanto occorra alla gente per vivere, cessa di essere il punto di partenza della strategia economica e la ricchezza della nazione non viene più concepita come mezzo per il sostegno alla vita.

Trasformazione 71. Il pacchetto crea un Fondo Protezione Sociale come “premessa delle altre trasformazioni”. Tale fondo verrà capitalizzato con il risparmio che si otterrà dall’eliminazione proprio dei sussidi ai prodotti e servizi.

Trasformazione 64. Impone a tutti gli attori economici, statali e privati, nazionali o stranieri, di partecipare, nel nome della propria responsabilità sociale, a un elenco di tredici funzioni che, prima delle nuove misure, erano tutte statali. Aiutare a pagare le pensioni. Sostenere mense comunitarie, farsi carico di alloggi per bambini senza protezione famigliare, come delle residenze per anziani, sostenere ospedali e scuole e concorrere alle spese funebri di famiglie che non se le possono permettere. La mano privata, ove volenterosa, a integrazione delle carenze dello Stato.

La protezione sociale universale, per decenni fondamento principale della legittimità dello Stato, passa a dipendere da un terzo che decida di farsi carico, senza che vi sia obbligo esigibile, di ciò che era competenza dello Stato.

Quale delle tre Cuba possibili?

 

A questo punto il dibattito pubblico a Cuba, per quel che si esprime, volge attorno a tre posizioni. Quella approvata dal governo che separa la proprietà dalla gestione, apre all’azionariato senza sfiorare la titolarità sociale e fa decidere dallo stesso apparato che decideva in passato.

L’altra propone una socializzazione effettiva del potere che subordini ogni forma di gestione, statale o privata, al controllo vincolante dei lavoratori e delle comunità organizzate. Opzione socialista. La terza postula una transizione verso un’economia sociale di mercato nel quadro di uno “Stato di diritto democratico”. Opzione nettamente liberista che è risulta ovviamente la preferita da Washington.

L’isola che non c’è… più

Quanto al sottoscritto, quell’isola l’ha frequentata, illustrata e sostenuta in parole e opere, ma poi non si è più ritrovato, né nella retorica dell’Associazione d’Amicizia Italia-Cuba (di cui aveva fondato una sezione), marchiata da interessato opportunismo, né in quella dei tromboni della nomenclatura burocratica cubana destinata ad occuparsi di visitatori, brigate di lavoro, turisti, compagni. Era rimasto impegnato per il cubano di strada, di aula, di corsia, di poesia, quello del peso leggero e di massa e della libreta e non del peso pesante, pari al dollaro, da acquisti nei negozi dei ben di dio. Quello del centro storico fatiscente e non quello delle villette sulla collina verde, quello dei campi cui non è stata mai data l’opportunità dell’autosufficienza alimentare, quello delle fattorie dai tetti di amianto in una terra che trasuda argilla per tegole e mattoni. Quello della mia motocicletta, a lui donata, ma che a lui non è mai arrivata.

 Per farsi un’idea della Cuba che era

Qualcuno, forse a ragione, trova compatibili, dopo tanti anni di messa al bando, di resistenza, di trovate per tenere botta, che si verifichi qualche tralignamento. Sento da comunicatori non certo ostili che, dal Covid in qua, oltre 2,5 milioni dei quasi 10 milioni di cubani, non certo tutti gusanos anticastristi, avrebbero lasciato il paese. L’embargo pesa su tutto, e già da prima della stretta al collo di Trump. Ma è solo questo?

Chi non pare risentire eccessivamente di questo costante peggioramento sono le società e imprese del conglomerato statale Gaesa, quello che riunisce le proprietà amministrate dai vertici governativi e dalle Forze Armate, di cui resta comandante supremo il 95enne Raul Castro. Quando lo Stato ha autorizzato l’importazione diretta dagli USA di benzina e petrolio, le solite voci sussurrano che se ne siano avvantaggiate in particolare le imprese in cui è coinvolta la famiglia Castro. Gli idrocarburi verrebbero acquistati negli USA e poi rivenduti alle stazioni di servizio della catena statale Cupet che fa capo a Raul. Resta da dimostrare se di queste attività di una struttura pubblica si avvantaggiano interessi privati.

Tutto questo sarebbe, comunque, perfettamente giustificabile con la necessità di liberare i cubani dalla vera e propria progressiva agonia a cui sono costretti da un nemico spietato, indipendentemente dall’ipotesi che vi possano essere profittatori locali.

La Cia all’Avana

Forse meno comprensibile, o comunque degno di circospetta attenzione alla luce di questa ripetizione di quanto ha condotto alla debacle di Caracas, è la visita di maggio all’Avana del direttore della CIA John Ratcliffe. Nell’occasione, cosa abbia detto o chiesto, o ordinato Ratcliffe, pare riassunto nella dichiarazione di Trump secondo cui gli USA sono pronti a impegnarsi in una collaborazione sul piano economico e della sicurezza, a condizione che Cuba adotti “cambiamenti fondamentali”. Parole di Trump poi integrate da Ratcliffe, di ritorno a Washington, con la dichiarazione secondo cui “Cuba non deve mai più essere un santuario per avversari degli USA e dell’Occidente”

Per la controparte, si è saputo che gli interlocutori cubani, il ministro dell'Interno Lázaro Álvarez Casas, il capo dell'intelligence Eduardo Delgado Rodríguez e Raúl Guillermo Rodríguez Castro (noto anche come Raúlito), figlio di Raul, avrebbero ricordato all’emissario di Trump che “Cuba non costituisce in alcun modo una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, né può essere inclusa nella lista dei paesi che sosterrebbero il terrorismo”.

Facendo poi riferimento alle ripetute minacce di Trump di un’azione di forza contro l’isola, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Eduardo Rodríguez Parrilla, ha avvertito che “un simile percorso pericoloso comporterebbe un bagno di sangue per tutte le parti in causa”. In ogni caso, se Trump si illude, come Kennedy, che basta far apparire in spiaggia un plotone di Marines perché l’isola gli si stenda ai piedi, non ha la più pallida idea di cosa, nel popolo per quanto tartassato da ogni immaginabile angheria e difficoltà, alberghi ancora di patriottismo e di culto della sovranità.

Tocca a Raul?

 

Alcuni analisti ipotizzano che il compito di Ratcliffe all’Avana sarebbe stato anche quello di individuare la figura più idonea su cui puntare per un nuovo corso cubano gradito a Washington. E qui non mancano i commenti secondo cui tale personaggio, lasciando da parte la figura, largamente rappresentativa, del presidente Miguel Diaz-Canel, sarebbe chi avrebbe già in passato offerto occasioni cosiddette di apertura.

Il pensiero corre all’anziano generale e imprenditore Raul Castro, nel ricordo che fu lui a ricevere con tutti gli onori tre papi - Giovanni Paolo II nel 1998 (insieme a Fidel), Benedetto XVI nel 2012 e Francesco nel 2015 – e a riaprire le chiese al culto (che tosto vidi riempite all’inverosimile e anche questo voleva dire qualcosa). E fu sempre Raul ad accogliere, anche qui con tutti gli onori, il presidente USA più belligerante della storia: Barack Obama, che, in compenso, ridusse di un filino l’embargo, ma non eliminò le sanzioni secondarie a chi si permetteva di commerciare con l’isola. Il bloqueo rimase e continuò a prosperare e a seminare morte e devastazione.

Concludo facendo mie i concetti dell’eccellente pubblicazione Resumen, alla quale devo alcuni dati di questo testo.

Niente di quanto è scritto qui sopra deve essere letto come argomento a favore della rinuncia cubana alla riforma in atto e neppure come una concessione a coloro che, da fuori, eliminano sessant’anni sperando che il paese fallisca per poter dire che avevano ragione. Lo stesso Dipartimento di Stato che stabilì le sanzioni in risposta a questa riforma, il 20 luglio pubblicò un comunicato in cui si ridefinisce il conflitto con Cuba come una crociata di civiltà contro il “terrorismo di sinistra”, piuttosto che come una disputa su politiche economiche e sovranità. Questo ci insegna a essere sospettosi di ogni posizione di sinistra che non si riduca a denunciare il bloqueo, come se esaminare questa riforma con atteggiamento critico equivalesse a rendere un servizio a Washington.

Esigere la fine dello strangolamento imperialista ed esigere al tempo stesso che coloro che gli resistono rendano conto di chi trae beneficio dalla forma concreta scelta per resistere, fanno parte di un’unica responsabilità.

 

 

 

 

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