
Un
ritiro che sa di fuga
La
Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è
completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli
italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare
un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel
2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la
presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si
ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato
Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato
alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di
terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il
controllo del paese sotto falsa bandiera.
Il
fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo
mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia,
finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi
ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in
Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq,
dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella
delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non
solo.
In
Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole
avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del
mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di
un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo
di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo
affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta
potenziali indocilità.
In
Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come
più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai
termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse
energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli
di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali
va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli
impicci.

Questa
non può non essere interpretata come una delle più significative sconfitte
strategiche subite nella regione. Se la combiniamo con la disfatta in Iran,
abbiamo un uno-due da knock out. Ben simboleggiato dalla battaglia in cui il
finto nemico ISIS, cui il Trump del primo mandato aveva commissionato la
conquista di Mosul, veniva sbaragliato dalla forza congiunta dell’esercito
iracheno e delle Unità di Mobilitazione Popolare. Si potrebbe argomentare che
il ritiro degli USA, con inevitabili ripercussioni sul controllo delle risorse
petrolifere, e il loro allontanamento strategico dai confini con l’Iran, con
cui sono in guerra, abbia avuto il suo innesco nella vittoria irachena a Mosul.
Detto
questo sugli accadimenti di questi giorni, ciò che mi interessa illustrare qui
è una nemesi. Nemesi è una dea greca. Rrappresenta
la giustizia ineluttabile che punisce una colpa, ristabilendo l'equilibrio. E
Nemesi ha operato per il ristabilimento dell’equilibrio, seppure a distanza di
vent’anni (cosa sono per una dea greca?), compromesso e dissacrato dal
traditore della patria che s’ingrazia il conquistatore offrendogli il massimo
dei sacrifici: la testa del nemico
Nemesi,
ristabilire l’equilibrio

Il
30 dicembre del 2006 il presidente legittimo dell’Iraq veniva impiccato sotto
supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse degli
sgherri di un capopopolo tribale, Moqtada al Sadr, buono per ogni stagione,
saudita, statunitense, o iraniana che fosse.. Una sentenza dettata dalla
volontà del vincitore al termine di un processo-farsa, durante il quale tre
avvocati dell’imputato vennero assassinati e numerosi testimoni a difesa furono
espulsi, percossi, incarcerati.
Agli
invasori di Washington, arrivati a Bagdad nella marea nera della menzogna sulle
armi di distruzione di massa, che gli avevano assicurato la vita e un
salvacondotto per l’estero se avesse ordinato alla resistenza di arrendersi, ha
opposto lo stesso rifiuto con cui “l’uomo degli americani” per trent’anni aveva
risposto alle offerte, blandizie e provocazioni dei gangster del Nord. Perfino
all’offerta della fine delle ostilità e di un salvacondotto se solo avesse
riattivato l’oleodotto Kirkuk- Haifa
Oggi
mi trovo qui, davanti a una tastiera, per rivendicare una verità che è quella
che vive nella memoria e nella coscienza degli iracheni e, parzialmente, anche
nella mia, visto che, dal 1977 alla caduta del 2003, sono stato cronista degli
iracheni, ne ho conosciuto i valori, vi ho avuto grandi amici, ho vissuto la
loro vicenda gloriosa e tragica, ne sono stato corrispondente da Roma per i
quotidiani Ath Thawra (“Rivoluzione”) e Baghdad Observer.
Capitai
per la prima volta in Iraq nell’autunno del 1977. Ne potei avere conoscenza
approfondita grazie a un incontro fortunato. Nasif Awad era il direttore di Ath
Thawra, il più importante quotidiano del paese. Palestinese scampato alla Nakba,
era uno dei migliori giornalisti che abbia mai conosciuto. Di raffinata
intelligenza, grande sensibilità ed empatia, vasta cultura antica e profonda
conoscenza del mondo arabo in lotta per la liberazione dal colonialismo, mai
del tutto vinta. Quando, nella primavera del 2003, arrivati i barbari a Bagdad,
arrivò anche la fine della mia frequentazione di un quarto di secolo del paese
più progredito del “Terzo Mondo”, il retaggio che mi portai via e che mi ha
aiutato a tracciare un percorso sistematicamente fuori dalle deformazioni dell’
“Orientalismo”, lo devo a quel palestinese che mi aveva regalato l’Iraq.
Due
guerre e una pietra d’inciampo

Saddam
Hussein? Capitolo chiuso, codificato, consegnato ai posteri, archiviato: brutale
dittatore, violatore dei diritti umani (garantiscono Amnesty International e
Human Rights Watch). Poi, anche peggio, finto patriota ed effettivo “uomo degli
americani”, “armato dagli americani contro l’Iran di Khomeini” (è successo il
contrario, tanto che col ricavato gli USA alimentarono i loro Contras in
Nicaragua). Insomma un doppiogiochista, un baro.
Qui
L’AntiDiplomatico mi consente di proporne una catarsi, la purificazione dalle
deformazioni a cui ogni popolo e ogni umano ha diritto. Poi, inevitabilmente,
ci sarà chi la contesterà con il sostegno decisivo di una pubblicistica
occidentale nella quale non ha scampo qualsivoglia presenza che non condivida i
nostri valori, o vi si pieghi, disobbediente a come le cose dovrebbero essere
viste e raccontate. Ma questa mia andava detta.
Marzo
2003, ho visto arrivare a Bagdad le truppe statunitensi, ed è stato un trauma
per chi, come il sottoscritto, aveva condiviso, fin dalla prima visita nel
1977, l’esperienza di grande successo di una rivoluzione socialista
“all’araba”, e di emancipazione dal colonialismo. Esperienza protrattasi per
oltre mezzo secolo, a dispetto di complotti innescati dall’esterno, di
conflittualità etniche e religiose, anche queste alimentate da fuori, di una
prima guerra mossa dall’Impero nel 1991 (condotta da un’ “Alleanza dei
Volenterosi”), da anni di feroci bombardamenti di Clinton su genti e strutture,
di una seconda guerra, come la prima di natura genocida grazie all’impiego,
devastante nei secoli, dell’uranio impoverito.
Ne
ho visto i raccapriccianti effetti, una generazione di nati cancellata, altre a
seguire contaminate e deformi. A partire da quella colonna di soldati iracheni in
ritirata accompagnati da migliaia di civili in fuga su vetture, autobus,
ambulanze, sadicamente inceneriti tra Kuweit e Bassora, sull’Autostrada 80, quella
che divenne “I 100 km della morte”. Uomini, donne, famiglie, in gran parte
palestinesi, sudanesi ed egiziani, sono stati sterminati senza che potessero, o
volessero, opporre alcuna resistenza. Bombe a grappolo, all’uranio impoverito,
incendiarie, che incenerivano togliendo l’ossigeno. Nessun giornalista o fotografo venne ammesso allo
spettacolo ‘apocalittico’ della strage – così lo definì il maggiore americano Bob Williams –
prima che migliaia di cadaveri carbonizzati fossero seppelliti. E ci vollero tre
giornate.


Noi
sviluppati e civili, loro sottosviluppati e…
E
noi, italiani, eravamo lì, “Volenterosi” dell’imperialismo genocida, comandati ad
ammazzare e a farci ammazzare. A commuoverci e a indignarci solo quando
qualcuno provò a difendersi e rispondere, a Nassiriya, dove per diventare eroi
toccava morire. E neanche per la patria, che da quelle parti non c’era proprio.
O, piuttosto, c’era stata messa, infilata dalla propaganda del nostro padrone
nell’immaginario collettivo. Eroi a loro insaputa. Vittime del Grande Inganno.
Oggi ce stanno a riprova’.
Nell’iconografia
dei paesi del mondo che allora ci veniva rappresentata, noi dell’Occidente euroatlantico,
eravamo per definizione universalmente, quelli “sviluppati”, “avanzati” e,
ça va sans dire", civili. Gli altri, quelli del Sud, erano trapassati
dal colonialismo civilizzatore ai regimi (mai governi), inesorabilmente
autocratici, languenti nel sottosviluppo o, al meglio, in via di sviluppo,
sotto l’immancabile tacco del “dittatore”. Che spesso aveva l’addizionale
difetto di essere stato alla guida della lotta di liberazione anticoloniale.
Marchiarlo
di dittatore rendeva implicitamente il suo popolo destinatario, vittima, dell’importazione di diritti umani e
democrazia, valori che giustificavano il ritorno, in versione neocoloniale, del
“fardello dell’uomo bianco”. Poi, chi tra noi e loro, fosse il progredito, lo
sviluppato, l’equo, ce lo dicono i dati sociali che qui sotto riporto.

Torniamo
a Saddam. Non sono, forse, suoi seguaci, non hanno Saddam sui vessilli, coloro
che oggi sono militanti di un Asse della Resistenza che, per gli strani giri
che fa la Storia, fa riferimento proprio al paese e al popolo con cui l’Iraq di
Saddam si scontrò? Ma, che lo sappiano o no, se l’obiettivo è la libertà e
l’indipendenza, nel momento in cui al nemico vero e perenne hanno imposto di
levare le tende, di Saddam sono testimoni ed eredi.
Ciò
che qui ricordo del leader del paese arabo con cui, a parte la Palestina, ho
avuto la maggiore intimità, credo che non verrà condiviso da molti nel nostro
mondo. Se riesce a sopravvivere e a imporsi una balla di 2000 anni fa, come
quella su Nerone strimpellatore pazzo incendiario, figurati se si può scalfire
l’immagine impostaci per cielo, terra e mare da un’armata
politico-mediatico-accademica dalla potenza di fuoco senza precedenti. In
compenso, però, i miei ricordi si sposeranno con quanto di Saddam allora
pensavano e oggi ricordano i cittadini di questo antico cuore della
Mesopotamia, sapendo distinguere tra il grano dei fatti e il loglio
dell’hasbara e sue succursali.
L’Iraq
di Saddam
Saddam era l’iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni
contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni ha
costruito la nazione più progredita, socialmente giusta, coerentemente
antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Ha fatto sì che il
suo paese reggesse, anche in virtù della forza che gli veniva da un’identità
millenaria - i sumeri semiti come gli achemenidi persiani e come le dinastie
faraoniche - contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali,
attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, la guerra
con l’Iran scatenata su istigazione USraeliana.
Uno Stato che noialtri ci impuntavamo a condannare perché “autocratico”,
per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni
storiche e culturali che imponevano altri percorsi verso la modernità e
l’emancipazione. Ha rappresentato, con il consenso della stragrande maggioranza
del suo popolo, l’estremo baluardo della resistenza laica e socialista alla
rivincita imperialista, all’espansionismo israeliano, al dilagare della vandea
integralista.
Ha costruito diritti umani collettivi, quelli che contano
nel riscatto di un popolo dopo millenni di dominio e depredazioni di tirannie
esterne, dai mongoli ai britannici: alfabetizzazione, sanità, istruzione,
lavoro, casa, benessere, sviluppo industriale, emancipazione delle donne, il
rispetto delle minoranze (primo paese ad aver concesso ai curdi autogoverno e
autonomia istituzionale). E, di conseguenza, l’esplosione di una creatività
letteraria e artistica senza pari nella regione, il sostegno incessante a
popoli perseguitati, palestinesi in testa, il ruolo di polo aggregante per le
forze rivoluzionarie arabe e del Sud del mondo.

Tu uccidi un uomo morto
Tutto questo è stato sepolto, con l’ottusa complicità delle
sinistre internazionali, da una campagna di diffamazioni contro l’uomo e la sua
opera, dall’intento, evidente a chiunque non si disponesse alla
lobotomizzazione politica e mediatica, di impedire che all’Iraq di Saddam e del
Baath, la società veramente civile, le masse private di ruolo politico, le
classi sfruttate, i popoli oppressi, le avanguardie di lotta, offrissero quella
solidarietà che, in altri tempi, aveva sostenuto la decolonizzazione, le guerre
di liberazione nazionale, le rivoluzioni socialiste. A partire dall’altro
grande esempio arabo, l’Algeria.
A un gruppo dirigente espresso dalla volontà di
emancipazione del suo popolo, impegnato contro tutto e contro tutti a costruire
uno spazio di benessere, sovranità e dignità, si pretendeva di imporre il
modello di borghesie sedicenti democratiche. Borghesie che alle spalle non
avevano solo secoli di oppressioni dispotiche, ma il Rinascimento, il riscatto
illuminista, la rivoluzione francese e quella russa. Liberatosi nel 1958, a
prezzi di sangue altissimi, dell’ultima e più brutale dominazione straniera,
quella britannica, l’ipocrisia occidentale, cristiana, bianca, esigeva che la
società irachena, quella araba in generale, maturassero nelle istituzioni,
prima ancora di una coscienza collettiva con radici nel proprio passato, le
forme di governo con le quali dalle nostre parti ci si vanta di essere i
migliori. I migliori, come si vede meglio ogni giorno, a ingannare, sfruttare,
condurre guerre, sterminare. Una pretesa antiscientifica, prima ancora che
ipocrita e immorale.
Oggi con la dipartita definitiva del
colonizzatore-invasore-predatore, c’è spazio per demolire la colossale muraglia
di menzogne – dalle armi di distruzione di massa ai curdi gassati, dagli sciti
repressi ai comunisti sterminati, dai grotteschi sadismi all’ “uomo degli
americani” – con cui i mostri della guerra e del vampiraggio hanno
seppellito la verità.
E soprattutto hanno
provato a farci togliere lo sguardo dagli orrori del fosforo su Fallujah, una
città bruciata dal primo all’ultimo cittadino, delle torture praticate dalle
SAS britanniche a Nassiriya, dagli orrori indicibili nel carcere dei militari
USA di Abu Ghraib.

Despota feroce, sterminatore di minoranze, utilizzatore di
armi di distruzione di massa, e, per grottesco paradosso, “uomo degli
americani, armato dagli americani”, per uccidere oltre al corpo, l’onore, la
credibilità, l’etica. Io, come ogni cronista delle guerre in Iraq, ho potuto
constatare de visu che di armi USA in Iraq non c’era neanche una pistola Smith
& Wesson. Solo vecchie armi sovietiche.
Fa parte del discredito anche la vicenda della sua cattura,
presentata come quella di un barbone nascosto in un buco, sotto un albero pieno
di datteri quando di datteri non era il tempo. Il racconto di testimoni
iracheni e di marines ci hanno restituito un combattente che, tradito e individuato
in casa di amici, si è difeso armi in pugno, è stato messo in ceppi, drogato e
torturato. Quindi esibito settimane dopo tra marines sghignazzanti

Al suo popolo Saddam ha saputo portare la gentilezza della
dignità e della vita, anche se il prezzo da pagare era quello di non poter
essere sempre gentile. Considerato a ragione il massimo ostacolo alla
normalizzazione sionista e neocoloniale del Medioriente (nel ruolo oggi
dell’Iran), non è stata resa facile la vita al governo (regime, ovviamente, nel
caso non sia occidentale) e al suo gruppo dirigente. In prima fila figuravano,
accanto a Saddam, i compagni della rivoluzione indipendentista, il suo vice Izzat
Ibrahim Al Duri, poi, dopo la morte di Saddam, leader della decennale
resistenza, e il cristiano Tariq Aziz, premier, ministro degli esteri,
universalmente rispettato. Arrivò fino al Papa per trovare la pace. Da lui, in
una mia intervista, ho potuto ascoltare gli innumerevoli, defatiganti e
sistematicamente respinti, tentativi di arrivare a un’intesa con gli USA, a una
mediazione che evitasse lo scontro.
Minoranze e quinte colonne
Difficile aspettarsi da costoro che conducessero il loro
paese come fossero sanitari di Emergency, o un priorato francescano, quando
questo loro paese era da tempi immemorabili osteggiato, assediato, calunniato,
infiltrato, provocato, aggredito con mezzi diretti o indiretti (colorati), col
fine di negargli ogni ruolo nella regione e ridurlo in briciole, colonia o
protettorato. Difficile per un Iraq cui, da quando ha avuto l’impudenza di
dichiararsi indipendente dai gassatori di Churchill e poi dalle tagliole delle
multinazionali, nulla è stato risparmiato. A partire da bombe, sanzioni e dal
vecchio schema colonialista di sobillare, con prebende e ricatti, minoranze
convinte di essere discriminate.
Al netto della demonizzazione praticata dalle nostre parti
con vere e proprie montature alla Srebrenica o Bucha, ci furono indubbi episodi
di pesante repressione interna, sia contro la componente scita nel sud del
paese, divisa tra lealtà nazionale e richiamo religioso intensamente lanciato
da Tehran, sia contro i curdi. Una minoranza il cui ruolo di quinta colonna era
coltivato da Israele e USA da anni, qui come in Siria e Iran. I due feudatari a capo delle maggiori tribù
curde, Barzani e Talabani, rispettivamente leader del Partito Democratico Curdo
e dell’Unione Patriottica Curda, non hanno mai negato la loro intesa con i
servizi israeliani e statunitensi e se ne davano vanto.
Ci
sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei
20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e, ad eccezione di quelli siriani,
sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno
con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari a quella
araba. Il loro partito, PDK, era membro della coalizione di governo con
baathisti e comunisti. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di
stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e
narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi
capitribù, i Barzani e i Talibani, a vendere, in cambio di un po’ di man bassa
sul petrolio iracheno, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero.

Manifestazione
di curdi a Irbil, Kurdistan iracheno
Mi
rendo conto che molti tra i lettori di questa inadeguata orazione funebre se ne
ritireranno sconcertati, se non oltraggiati nelle convinzioni coltivate in
tanti anni con il concime delle calunnie arrivate da orizzonti a 360 gradi. Non
mi sottraggo al rischio di perderli, questi interlocutori. Lo debbo alla
verità.
Ci
sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato negli anni ’70, ’80, ‘90 nella
Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole, delle organizzazioni
di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e
delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della
sanità e istruzione gratuite al pari di quelle cubane, degli ospedali visitati
da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da
milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di
un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, del milione di
curdi sfuggiti alla morsa di capitribù radicati nel medioevo e spesso agenti
del colonialismo. Ero tra contadini per la prima volta padroni della loro
terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre….
Per
la Palestina, nonostante tutto

Netanyahu
all’ONU: “Noi siamo la terra della benedizione, questa è la terra della
maledizione”
C’ero
in Iraq quando l’Occidente decise di farla finita con questo modello di
irriverente e pretenzioso “terzomondismo” e si scagliò contro il paese che
aveva costituito il “Fronte del Rifiuto” per neutralizzare il connubio
israelo-egiziano, sancito nell’accordo Begin-Sadat di Camp David. Pace tra due manipolatori
di destini altrui con la quale s’intendeva abbandonare il popolo palestinese all’esito
che poi avrebbe preso la forma di Gaza.
L’Iraq
di questo disegno, di cui tanti segni promettevano che si sarebbe perfezionato
in genocidio, è stato, accanto alla Siria, il massimo oppositore. La più
concreta e temibile minaccia contro la sua riuscita. Nel crepuscolo di questo
Stato, con il suo popolo ferito a morte, ma che andava raccogliendosi nella
resistenza, oggi rinata nelle Forze di Mobilitazione Popolare, l’ultima
iniziativa politica lanciata dalla capitale occupata aveva per oggetto e
destinazione la Palestina. Un simbolo se mai ce ne è stato uno
Scampato al cannoneggiamento dei tank contro il Palestine, hotel
preso di mira perché ospitava giornalisti che si sospettavano amici del paese,
in uscita da Bagdad con i Marines alle calcagne, mi trovavo affiancato sul taxi
in fuga verso Amman da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro,
lungo i mille chilometri di deserto, i suoi passeggeri mi si rivelarono
funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi. Con alle spalle più nessun
governo e una capitale in fiamme, stavano portando alle vittime dell’entità
sionista l’ultima consegna di aiuti: come sempre, per decenni, 20mila dollari alle
famiglie dei caduti, 10mila a quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Non
si sono sognati di intascarli e tornare a casa. Erano nati e cresciuti
nell’Iraq di Saddam. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero
più potuti tornare.

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