martedì 13 ottobre 2026

Fulvio Grimaldi --- RITIRO USA – VINCE SADDAM --- Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto

 



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Un ritiro che sa di fuga

La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.

Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo. 

In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.

In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.

Questa non può non essere interpretata come una delle più significative sconfitte strategiche subite nella regione. Se la combiniamo con la disfatta in Iran, abbiamo un uno-due da knock out. Ben simboleggiato dalla battaglia in cui il finto nemico ISIS, cui il Trump del primo mandato aveva commissionato la conquista di Mosul, veniva sbaragliato dalla forza congiunta dell’esercito iracheno e delle Unità di Mobilitazione Popolare. Si potrebbe argomentare che il ritiro degli USA, con inevitabili ripercussioni sul controllo delle risorse petrolifere, e il loro allontanamento strategico dai confini con l’Iran, con cui sono in guerra, abbia avuto il suo innesco nella vittoria irachena a Mosul.

Detto questo sugli accadimenti di questi giorni, ciò che mi interessa illustrare qui è una nemesi. Nemesi è una  dea greca. Rrappresenta la giustizia ineluttabile che punisce una colpa, ristabilendo l'equilibrio. E Nemesi ha operato per il ristabilimento dell’equilibrio, seppure a distanza di vent’anni (cosa sono per una dea greca?), compromesso e dissacrato dal traditore della patria che s’ingrazia il conquistatore offrendogli il massimo dei sacrifici: la testa del nemico

Nemesi, ristabilire l’equilibrio

Il 30 dicembre del 2006 il presidente legittimo dell’Iraq veniva impiccato sotto supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse degli sgherri di un capopopolo tribale, Moqtada al Sadr, buono per ogni stagione, saudita, statunitense, o iraniana che fosse.. Una sentenza dettata dalla volontà del vincitore al termine di un processo-farsa, durante il quale tre avvocati dell’imputato vennero assassinati e numerosi testimoni a difesa furono espulsi, percossi, incarcerati.

Agli invasori di Washington, arrivati a Bagdad nella marea nera della menzogna sulle armi di distruzione di massa, che gli avevano assicurato la vita e un salvacondotto per l’estero se avesse ordinato alla resistenza di arrendersi, ha opposto lo stesso rifiuto con cui “l’uomo degli americani” per trent’anni aveva risposto alle offerte, blandizie e provocazioni dei gangster del Nord. Perfino all’offerta della fine delle ostilità e di un salvacondotto se solo avesse riattivato l’oleodotto Kirkuk- Haifa

Oggi mi trovo qui, davanti a una tastiera, per rivendicare una verità che è quella che vive nella memoria e nella coscienza degli iracheni e, parzialmente, anche nella mia, visto che, dal 1977 alla caduta del 2003, sono stato cronista degli iracheni, ne ho conosciuto i valori, vi ho avuto grandi amici, ho vissuto la loro vicenda gloriosa e tragica, ne sono stato corrispondente da Roma per i quotidiani Ath Thawra (“Rivoluzione”) e Baghdad Observer.

Capitai per la prima volta in Iraq nell’autunno del 1977. Ne potei avere conoscenza approfondita grazie a un incontro fortunato. Nasif Awad era il direttore di Ath Thawra, il più importante quotidiano del paese. Palestinese scampato alla Nakba, era uno dei migliori giornalisti che abbia mai conosciuto. Di raffinata intelligenza, grande sensibilità ed empatia, vasta cultura antica e profonda conoscenza del mondo arabo in lotta per la liberazione dal colonialismo, mai del tutto vinta. Quando, nella primavera del 2003, arrivati i barbari a Bagdad, arrivò anche la fine della mia frequentazione di un quarto di secolo del paese più progredito del “Terzo Mondo”, il retaggio che mi portai via e che mi ha aiutato a tracciare un percorso sistematicamente fuori dalle deformazioni dell’ “Orientalismo”, lo devo a quel palestinese che mi aveva regalato l’Iraq.

Due guerre e una pietra d’inciampo

Saddam Hussein? Capitolo chiuso, codificato, consegnato ai posteri, archiviato: brutale dittatore, violatore dei diritti umani (garantiscono Amnesty International e Human Rights Watch). Poi, anche peggio, finto patriota ed effettivo “uomo degli americani”, “armato dagli americani contro l’Iran di Khomeini” (è successo il contrario, tanto che col ricavato gli USA alimentarono i loro Contras in Nicaragua). Insomma un doppiogiochista, un baro.

Qui L’AntiDiplomatico mi consente di proporne una catarsi, la purificazione dalle deformazioni a cui ogni popolo e ogni umano ha diritto. Poi, inevitabilmente, ci sarà chi la contesterà con il sostegno decisivo di una pubblicistica occidentale nella quale non ha scampo qualsivoglia presenza che non condivida i nostri valori, o vi si pieghi, disobbediente a come le cose dovrebbero essere viste e raccontate. Ma questa mia andava detta. 

Marzo 2003, ho visto arrivare a Bagdad le truppe statunitensi, ed è stato un trauma per chi, come il sottoscritto, aveva condiviso, fin dalla prima visita nel 1977, l’esperienza di grande successo di una rivoluzione socialista “all’araba”, e di emancipazione dal colonialismo. Esperienza protrattasi per oltre mezzo secolo, a dispetto di complotti innescati dall’esterno, di conflittualità etniche e religiose, anche queste alimentate da fuori, di una prima guerra mossa dall’Impero nel 1991 (condotta da un’ “Alleanza dei Volenterosi”), da anni di feroci bombardamenti di Clinton su genti e strutture, di una seconda guerra, come la prima di natura genocida grazie all’impiego, devastante nei secoli, dell’uranio impoverito.

Ne ho visto i raccapriccianti effetti, una generazione di nati cancellata, altre a seguire contaminate e deformi. A partire da quella colonna di soldati iracheni in ritirata accompagnati da migliaia di civili in fuga su vetture, autobus, ambulanze, sadicamente inceneriti tra Kuweit e Bassora, sull’Autostrada 80, quella che divenne “I 100 km della morte”. Uomini, donne, famiglie, in gran parte palestinesi, sudanesi ed egiziani, sono stati sterminati senza che potessero, o volessero, opporre alcuna resistenza. Bombe a grappolo, all’uranio impoverito, incendiarie, che incenerivano togliendo l’ossigeno. Nessun giornalista o fotografo venne ammesso allo spettacolo ‘apocalittico’ della strage – così lo  definì il maggiore americano Bob Williams – prima che migliaia di cadaveri carbonizzati fossero seppelliti. E ci vollero tre giornate.

Noi sviluppati e civili, loro sottosviluppati e…

E noi, italiani, eravamo lì, “Volenterosi” dell’imperialismo genocida, comandati ad ammazzare e a farci ammazzare. A commuoverci e a indignarci solo quando qualcuno provò a difendersi e rispondere, a Nassiriya, dove per diventare eroi toccava morire. E neanche per la patria, che da quelle parti non c’era proprio. O, piuttosto, c’era stata messa, infilata dalla propaganda del nostro padrone nell’immaginario collettivo. Eroi a loro insaputa. Vittime del Grande Inganno. Oggi ce stanno a riprova’.

Nell’iconografia dei paesi del mondo che allora ci veniva rappresentata, noi dell’Occidente euroatlantico, eravamo per definizione universalmente, quelli “sviluppati”, “avanzati” e, ça va sans dire", civili. Gli altri, quelli del Sud, erano trapassati dal colonialismo civilizzatore ai regimi (mai governi), inesorabilmente autocratici, languenti nel sottosviluppo o, al meglio, in via di sviluppo, sotto l’immancabile tacco del “dittatore”. Che spesso aveva l’addizionale difetto di essere stato alla guida della lotta di liberazione anticoloniale.

Marchiarlo di dittatore rendeva implicitamente il suo popolo destinatario, vittima,  dell’importazione di diritti umani e democrazia, valori che giustificavano il ritorno, in versione neocoloniale, del “fardello dell’uomo bianco”. Poi, chi tra noi e loro, fosse il progredito, lo sviluppato, l’equo, ce lo dicono i dati sociali che qui sotto riporto.

Torniamo a Saddam. Non sono, forse, suoi seguaci, non hanno Saddam sui vessilli, coloro che oggi sono militanti di un Asse della Resistenza che, per gli strani giri che fa la Storia, fa riferimento proprio al paese e al popolo con cui l’Iraq di Saddam si scontrò? Ma, che lo sappiano o no, se l’obiettivo è la libertà e l’indipendenza, nel momento in cui al nemico vero e perenne hanno imposto di levare le tende, di Saddam sono testimoni ed eredi.

Ciò che qui ricordo del leader del paese arabo con cui, a parte la Palestina, ho avuto la maggiore intimità, credo che non verrà condiviso da molti nel nostro mondo. Se riesce a sopravvivere e a imporsi una balla di 2000 anni fa, come quella su Nerone strimpellatore pazzo incendiario, figurati se si può scalfire l’immagine impostaci per cielo, terra e mare da un’armata politico-mediatico-accademica dalla potenza di fuoco senza precedenti. In compenso, però, i miei ricordi si sposeranno con quanto di Saddam allora pensavano e oggi ricordano i cittadini di questo antico cuore della Mesopotamia, sapendo distinguere tra il grano dei fatti e il loglio dell’hasbara e sue succursali.

L’Iraq di Saddam

Saddam era l’iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni ha costruito la nazione più progredita, socialmente giusta, coerentemente antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Ha fatto sì che il suo paese reggesse, anche in virtù della forza che gli veniva da un’identità millenaria - i sumeri semiti come gli achemenidi persiani e come le dinastie faraoniche - contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali, attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, la guerra con l’Iran scatenata su istigazione USraeliana.

Uno Stato che noialtri ci impuntavamo a condannare perché “autocratico”, per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni storiche e culturali che imponevano altri percorsi verso la modernità e l’emancipazione. Ha rappresentato, con il consenso della stragrande maggioranza del suo popolo, l’estremo baluardo della resistenza laica e socialista alla rivincita imperialista, all’espansionismo israeliano, al dilagare della vandea integralista.

Ha costruito diritti umani collettivi, quelli che contano nel riscatto di un popolo dopo millenni di dominio e depredazioni di tirannie esterne, dai mongoli ai britannici: alfabetizzazione, sanità, istruzione, lavoro, casa, benessere, sviluppo industriale, emancipazione delle donne, il rispetto delle minoranze (primo paese ad aver concesso ai curdi autogoverno e autonomia istituzionale). E, di conseguenza, l’esplosione di una creatività letteraria e artistica senza pari nella regione, il sostegno incessante a popoli perseguitati, palestinesi in testa, il ruolo di polo aggregante per le forze rivoluzionarie arabe e del Sud del mondo.

 

Tu uccidi un uomo morto

Tutto questo è stato sepolto, con l’ottusa complicità delle sinistre internazionali, da una campagna di diffamazioni contro l’uomo e la sua opera, dall’intento, evidente a chiunque non si disponesse alla lobotomizzazione politica e mediatica, di impedire che all’Iraq di Saddam e del Baath, la società veramente civile, le masse private di ruolo politico, le classi sfruttate, i popoli oppressi, le avanguardie di lotta, offrissero quella solidarietà che, in altri tempi, aveva sostenuto la decolonizzazione, le guerre di liberazione nazionale, le rivoluzioni socialiste. A partire dall’altro grande esempio arabo, l’Algeria.

A un gruppo dirigente espresso dalla volontà di emancipazione del suo popolo, impegnato contro tutto e contro tutti a costruire uno spazio di benessere, sovranità e dignità, si pretendeva di imporre il modello di borghesie sedicenti democratiche. Borghesie che alle spalle non avevano solo secoli di oppressioni dispotiche, ma il Rinascimento, il riscatto illuminista, la rivoluzione francese e quella russa. Liberatosi nel 1958, a prezzi di sangue altissimi, dell’ultima e più brutale dominazione straniera, quella britannica, l’ipocrisia occidentale, cristiana, bianca, esigeva che la società irachena, quella araba in generale, maturassero nelle istituzioni, prima ancora di una coscienza collettiva con radici nel proprio passato, le forme di governo con le quali dalle nostre parti ci si vanta di essere i migliori. I migliori, come si vede meglio ogni giorno, a ingannare, sfruttare, condurre guerre, sterminare. Una pretesa antiscientifica, prima ancora che ipocrita e immorale.

Oggi con la dipartita definitiva del colonizzatore-invasore-predatore, c’è spazio per demolire la colossale muraglia di menzogne – dalle armi di distruzione di massa ai curdi gassati, dagli sciti repressi ai comunisti sterminati, dai grotteschi sadismi all’ “uomo degli americani” – con cui i mostri della guerra e del vampiraggio hanno seppellito la verità.

 E soprattutto hanno provato a farci togliere lo sguardo dagli orrori del fosforo su Fallujah, una città bruciata dal primo all’ultimo cittadino, delle torture praticate dalle SAS britanniche a Nassiriya, dagli orrori indicibili nel carcere dei militari USA di Abu Ghraib.

 US to release pictures of prisoner abuse in Iraq and Afghanistan | Torture  | The Guardian

 

 

Despota feroce, sterminatore di minoranze, utilizzatore di armi di distruzione di massa, e, per grottesco paradosso, “uomo degli americani, armato dagli americani”, per uccidere oltre al corpo, l’onore, la credibilità, l’etica. Io, come ogni cronista delle guerre in Iraq, ho potuto constatare de visu che di armi USA in Iraq non c’era neanche una pistola Smith & Wesson. Solo vecchie armi sovietiche.

Fa parte del discredito anche la vicenda della sua cattura, presentata come quella di un barbone nascosto in un buco, sotto un albero pieno di datteri quando di datteri non era il tempo. Il racconto di testimoni iracheni e di marines ci hanno restituito un combattente che, tradito e individuato in casa di amici, si è difeso armi in pugno, è stato messo in ceppi, drogato e torturato. Quindi esibito settimane dopo tra marines sghignazzanti

Al suo popolo Saddam ha saputo portare la gentilezza della dignità e della vita, anche se il prezzo da pagare era quello di non poter essere sempre gentile. Considerato a ragione il massimo ostacolo alla normalizzazione sionista e neocoloniale del Medioriente (nel ruolo oggi dell’Iran), non è stata resa facile la vita al governo (regime, ovviamente, nel caso non sia occidentale) e al suo gruppo dirigente. In prima fila figuravano, accanto a Saddam, i compagni della rivoluzione indipendentista, il suo vice Izzat Ibrahim Al Duri, poi, dopo la morte di Saddam, leader della decennale resistenza, e il cristiano Tariq Aziz, premier, ministro degli esteri, universalmente rispettato. Arrivò fino al Papa per trovare la pace. Da lui, in una mia intervista, ho potuto ascoltare gli innumerevoli, defatiganti e sistematicamente respinti, tentativi di arrivare a un’intesa con gli USA, a una mediazione che evitasse lo scontro.

Minoranze e quinte colonne

Difficile aspettarsi da costoro che conducessero il loro paese come fossero sanitari di Emergency, o un priorato francescano, quando questo loro paese era da tempi immemorabili osteggiato, assediato, calunniato, infiltrato, provocato, aggredito con mezzi diretti o indiretti (colorati), col fine di negargli ogni ruolo nella regione e ridurlo in briciole, colonia o protettorato. Difficile per un Iraq cui, da quando ha avuto l’impudenza di dichiararsi indipendente dai gassatori di Churchill e poi dalle tagliole delle multinazionali, nulla è stato risparmiato. A partire da bombe, sanzioni e dal vecchio schema colonialista di sobillare, con prebende e ricatti, minoranze convinte di essere discriminate.

Al netto della demonizzazione praticata dalle nostre parti con vere e proprie montature alla Srebrenica o Bucha, ci furono indubbi episodi di pesante repressione interna, sia contro la componente scita nel sud del paese, divisa tra lealtà nazionale e richiamo religioso intensamente lanciato da Tehran, sia contro i curdi. Una minoranza il cui ruolo di quinta colonna era coltivato da Israele e USA da anni, qui come in Siria e Iran. I due feudatari a capo delle maggiori tribù curde, Barzani e Talabani, rispettivamente leader del Partito Democratico Curdo e dell’Unione Patriottica Curda, non hanno mai negato la loro intesa con i servizi israeliani e statunitensi e se ne davano vanto.

Ci sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei 20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e, ad eccezione di quelli siriani, sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari a quella araba. Il loro partito, PDK, era membro della coalizione di governo con baathisti e comunisti. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi capitribù, i Barzani e i Talibani, a vendere, in cambio di un po’ di man bassa sul petrolio iracheno, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero.

 

Manifestazione di curdi a Irbil, Kurdistan iracheno

Mi rendo conto che molti tra i lettori di questa inadeguata orazione funebre se ne ritireranno sconcertati, se non oltraggiati nelle convinzioni coltivate in tanti anni con il concime delle calunnie arrivate da orizzonti a 360 gradi. Non mi sottraggo al rischio di perderli, questi interlocutori. Lo debbo alla verità.

Ci sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato negli anni ’70, ’80, ‘90 nella Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole, delle organizzazioni di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della sanità e istruzione gratuite al pari di quelle cubane, degli ospedali visitati da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, del milione di curdi sfuggiti alla morsa di capitribù radicati nel medioevo e spesso agenti del colonialismo. Ero tra contadini per la prima volta padroni della loro terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre….

Per la Palestina, nonostante tutto

Netanyahu all’ONU: “Noi siamo la terra della benedizione, questa è la terra della maledizione”

C’ero in Iraq quando l’Occidente decise di farla finita con questo modello di irriverente e pretenzioso “terzomondismo” e si scagliò contro il paese che aveva costituito il “Fronte del Rifiuto” per neutralizzare il connubio israelo-egiziano, sancito nell’accordo Begin-Sadat di Camp David. Pace tra due manipolatori di destini altrui con la quale s’intendeva abbandonare il popolo palestinese all’esito che poi avrebbe preso la forma di Gaza.

L’Iraq di questo disegno, di cui tanti segni promettevano che si sarebbe perfezionato in genocidio, è stato, accanto alla Siria, il massimo oppositore. La più concreta e temibile minaccia contro la sua riuscita. Nel crepuscolo di questo Stato, con il suo popolo ferito a morte, ma che andava raccogliendosi nella resistenza, oggi rinata nelle Forze di Mobilitazione Popolare, l’ultima iniziativa politica lanciata dalla capitale occupata aveva per oggetto e destinazione la Palestina. Un simbolo se mai ce ne è stato uno

Scampato al cannoneggiamento dei tank contro il Palestine, hotel preso di mira perché ospitava giornalisti che si sospettavano amici del paese, in uscita da Bagdad con i Marines alle calcagne, mi trovavo affiancato sul taxi in fuga verso Amman da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro, lungo i mille chilometri di deserto, i suoi passeggeri mi si rivelarono funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi. Con alle spalle più nessun governo e una capitale in fiamme, stavano portando alle vittime dell’entità sionista l’ultima consegna di aiuti: come sempre, per decenni, 20mila dollari alle famiglie dei caduti, 10mila a quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Non si sono sognati di intascarli e tornare a casa. Erano nati e cresciuti nell’Iraq di Saddam. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero più potuti tornare.

 

 

 

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