YEMEN,
STAVOLTA DAVID E’ ARABO
Bab el
Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugolare
Andare
da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai
millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni,
quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato
storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava
il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce.
Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori
strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.
Era
quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni
e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della
regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da
aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai
“falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di
metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso
Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.
Colpito
anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato
di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e
chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda
latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due
bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea
all’Iraq.
Oggi
la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato
di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez,
che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel
palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del
segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle
unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per
pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che,
uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.
Lontani
i tempi in cui l’ONU aveva dei veri segretari: Waldheim, Boutros Ghali, Hammarskjöld
(ammazzato, probabilmente dagli stessi che uccisero il primo premier congolese,
Lumumba)
Due
Yemen
A
Sanaa mi aveva chiesto di farle da corrispondente dal Mashrek, Golfo e Corno
d’Africa, una pubblicazione arabo-britannica, The Middle East. Il paese aveva
ereditato dal passato coloniale la divisione tra Nord e Sud, che però si è
perpetuata perfino dopo che si era potuto liberare degli ultimi scampoli di un
colonialismo britannico abbarbicato ad Aden.Una divisione stavolta affidata ai
proconsoli imperiali di Riad, spalleggiati dall’imperialismo tutto, con un
regime scissionista a sud, capitale Aden, a guardia dell’omonimo golfo, dello
stretto di Bab el Mandeb e dei giacimenti di idrocarburi nell’ovest. Governo
fantoccio, ovviamente riconosciuto dalla sedicente “comunità internazionale”,
con tanto di ONU, perché organico agli interessi messi al sicuro dal transito
di un 40% del commercio tra Est e Ovest.
Per
buona parte della sua storia moderna, lo Yemen di Sanaa, demograficamente e
culturalmente il più significativo, appeso in cima ai 2.300 metri che da
Hodeida sul Mar Rosso, lo proiettano letteralmente nel cielo, era riuscito a
difendere la sua scelta panaraba, socialista, repubblicana, nasseriana. Era
quello Yemen che trovai nel 1977, con presidente Ibrahim Al Hamdi, con ancora
il popolo più povero e privo di risorse della regione, ma ospitale fino a
eccessi di generosità, orgoglioso, vispo di intelligenza, fiero della sua
ininterrotta coltivazione di civiltà e indipendenza, con molti burka che ora si
sono andati diradando.
A
inizio settembre. In rosa lo Yemen controllato da Sanaa, in grigio Aden e le
aree largamente disabitate in mano alle forze sostenute dai sauditi, o dagli
Emirati, in nero organizzazioni tribali di dubbio allineamento
Ai
monarchi sauditi, freschi di petrolio e capitali e antichi di sabbia e oasi,
intrecciati all’Occidente dal doppio ruolo di fornitori e beneficiari e di
conseguenza obbligati alla funzione di subcolonialisti, lo Yemen, nella sua
fierezza e cultura antica, ha sempre fatto ombra. Inconcepibile che la penisola
arabica dovesse avere i piedi nell’Oceano indiano bloccati da questi esseri
minuscoli (altezza media 154 donne, 160 uomini).
In
queste ore, a fronte dell’avanzata degli yemeniti di Ansar Allah, prossimi a
conquistare le due maggiori città ancora in mano agli invasori, Taiz e Aden,
ultime roccaforti del governo fantoccio e delle forze saudite ed emiratine che
lo sostengono l’Arabia Saudita, priva di capacità strategica sul terreno, ha
scatenato l’inferno dall’aria. I bombardamenti si succedono ininterrotti, al
ritmo di una dozzina nelle 24 ore, con l’evidente prospettiva, in mancanza di
una presa del territorio, di rendere il paese un deserto.
Quello
di Riad si può definire genocidio strisciante. Golpe dopo golpe, sabotaggio
dopo sabotaggio e guerra dopo guerra. Quella che ora è ripresa e si sta
volgendo in vittoria definitiva dello Yemen, aveva visto una prima conclusione nel
2011, con la cacciata del fiduciario dei sauditi, Ali Abdallah Saleh, è stato primo
ministro a partire dagli anni 80, quando, per i miei reportage sugli eventi,
fui dichiarato persona non grata nel paese. Successivamente si nominò
presidente, fu ferito nella sollevazione del 2011, si rifugiò a Riad e,
rientrato nel 2017, venne ucciso nel corso della sollevazione popolare che
liberò definitivamente la Capitale e il Nord del paese. Fu sostituito dai
sauditi con un altro burattino, Abd Rabbih Manṣūr Hādī, messo a capo del
governicchio rintanatosi ad Aden.
Il
governo “riconosciuto” di Hadi, se la deve però vedere con altre presenze, in
un vero caos di bande armate. Di queste la principale pare essere il
secessionista Consiglio di Transizione Meridionale che recentemente è riuscito
ad occupare il palazzo presidenziale di Aden. Mentre chiara è la loro ostilità
al governo di Sanaa, oscuri e cangianti appaiono i rapporti interni tra gli
autoctoni del Consiglio di Transizione e le milizie controllate rispettivamente
da Emirati e sauditi e a loro volta in competizione armata tra loro. Una
situazione caotica la cui conflittualità è ormai endemica e dovrebbe portare a
un’agevole disfatta collettiva nel caso che le forze di Sanaa riuscissero a
conquistare gli interi sud e ovest.
Non
cambia il rapporto di forze e la situazione sul terreno l’offensiva aerea
lanciata nel 2015 dai sauditi, con il sostegno di Trump Primo e poi di Trump
Secondo, brevemente sospesa dall’ONU nel 2022. Tregua non osservata dagli
aggressori sauditi, USA e del Regno Unito. Anche perché dovranno poi
confrontarsi, in risposta al genocidio a Gaza, con il blocco yemenita del
traffico di mare che coinvolge interessi israeliani. Puntualmente, da bravi ascari
dell’Impero, l’Italia si presenta sul posto, in armi e navi, per la missione UE
“Aspide”.
Una
svolta decisiva si verifica con la guerra israelo-statunitense all’Iran, del
quale lo Yemen è alleato, ma non subordinato. Siamo ai giorni nostri. Il più
grande dei paesi del Medioriente chiude lo Stretto di Hormuz e manda in tilt
l’approvvigionamento mondiale di energia.
Perché
Houthi?
Precisiamo
subito che chiamare gli yemeniti Houthi, anzi “ribelli Houthi”, è come chiamare
gli italiani garibaldini, carbonari, grimaldini, o milanisti. E’ arma di
distrazione di massa intesa a impedire che ci si renda conto che non è una
banda di miliziani irregolari a porre un freno a chi nella regione vorrebbe
riprendersi il boccone sottratto. Soprattutto fare carne di porco di quella
civiltà millenaria e dei suoi importuni protagonisti. Quella che governa la
capitale e la rappresentanza dell’essenziale demografico e geostrategico dello
Yemen e si chiama Governo del Cambio e della Costruzione dello Yemen. Sta lì
dal 2014, a dispetto della guerra che gli ha mosso l’eterno padrino predatore
saudita.
L’appellativo
Houthi risale alla rivolta antisaudita culminata nella cacciata del presidente
Ali Abdallah Saleh nel 2012. Fu innescata da una delle grandi, secolari,
famiglie scite del ramo zaydita, oggi capeggiata da Abdul-Malik Badr al-Din
al-Houthi, 40 anni, fratello e successore di Hussein che aveva dato vita alla
formazione combattente indipendentista e antisionista Ansar Allah. Sono entrati
nella cronaca del conflitto in corso dando prova di notevole perizia quanto ad
armamenti. Con droni e missili, oltre a obiettivi sauditi, in solidarietà per i
palestinesi, hanno colpito Eilath, la città portuale di Israele nel Golfo di
Akaba e altri bersagli militari israeliani.
Sauditi solo bombe
Lo Yemen,
lo Stato più piccolo della regione (tenuto conto che le monarchie del Golfo
Stati non sono, ma lager e mercati di schiavi con sul collo una famiglia reale),
decide che è giunto il momento di eliminare la ciste del sud occupato e conteso
da governi fantoccio, rispettivamente di obbedienza saudita ed emiratina. E
intanto, nel settembre di quest’anno, con un’irresistibile e fulminea
iniziativa, si prende l’intera linea costale di 150 km, compresi il porto
strategico di Mokha e le isole immerse nello Stretto, la “Porta delle lacrime”,
bloccando ogni transito da e per l’Arabia Saudita. Riesce perfino a far saltare
in aria l’oleodotto tra Golfo e Mar Rosso, con il quale Riad pensava di
rimediare alla chiusura di Hormuz, e a colpire il porto d’arrivo di Yanbu. E
alla richiesta di una mano militare del come mai inguaiato Bin Salman, Trump
risponde forte e chiaro لا (lā), che in arabo vuol dire no.
Privo
di una forza di terra che possa tener testa all’esercito yemenita, l’Arabia
saudita da oltre dieci anni martella il vicino con le bombe. La devastazione
dell’architettura urbana più originale e antica del mondo, è “merito” suo. Sono
decine di migliaia, senza calcolare le morti indirette causate dalla
distruzione delle infrastrutture e dal blocco delle forniture, gli yemeniti
uccisi dai bombardamenti sauditi negli oltre 10 anni di aggressione. Ma alto è
il costo a sua volta pagato dal regime che con i proventi del petrolio pensava
di poter fare un grande salto nella modernità tecnologica. Basta pensare alla
sospensione della costruzione della città che doveva proiettare Riad nel futuro,
The Line, una mostruosità lunga 170 km, alta 500 e larga 200.
Le
esportazioni attraverso il Mar Rosso, che avrebbero dovuto sostenere questo
come altri progetti, sono calate da 3,8 milioni di barili al giorno del marzo
scorso, ai 1,5 ad agosto, quando Ansar Allah iniziò gli attacchi ai trasporti
marittimi sauditi. Complessivamente, includendo la chiusura dei due stretti, Riad
ha dovuto ridurre la produzione per l’esportazione dai 5,1 milioni di barili a
luglio, già il livello più basso da 2013, ai 2,44 di settembre.
Se poi i sauditi, rispedito
al mittente dagli USA la richiesta di aiuto,
vista la malapartita in Yemen, avessero pensato che
un soccorso sarebbe dovuto arrivargli da Pakistan e Turchia, quelli del
trattato di mutua difesa appena firmato, con la clausola, tipo NATO, che prevede
l’aiuto reciproco in caso di attacco, anche qui sono finiti contro un diniego.
Con lo Yemen che conta in mano a un
governo in controllo della parte significativa del paese, Stretto e Mar Rosso
compresi, forte e legittimato dal volere della sua maggioranza, cresce
l’apprensione di coloro che, a forza di Accordi di Abramo, puntavano
all’egemonia nella regione, a partire dalla rimozione di tutte le pietre
d’inciampo antisioniste e antimperialiste.
Eritrea e Yemen uniti nella
lotta
Fino a qualche anno fa, nel loro
perenne contrasto con i sauditi e mandanti neocoloniali, lo Yemen aveva una
valida sponda sul lato opposto del Mar Rosso. Eritrea e Yemen, tra i porti
yemeniti di Hodeida e Mokha e quelli eritrei di Assab e Massawa, si parlavano,
assistevano e accompagnavano in una comune lotta contro intrusioni imperialiste
e neocoloniali. Mi capitò, quando la poi trentennale lotta degli eritrei per
l’indipendenza dall’Etiopia era al suo culmine, di sbarcare in Dancalia, la
rocciosa costa eritrea che confina con Gibuti.
Sfilando di notte, a motore spento e a remi, sotto le
gigantesche masse delle navi da guerre etiopiche in agguato, con una barca da
pesca avevamo superato i 125 km tra Mokha e il villaggio di Barasole, nella
Dancalia appena liberata dal Fronte di Liberazione Eritreo. Con a bordo un
quantitativo di armi leggere e munizioni, mi trovavo, cronista, tra militari e
sanitari eritrei venuti a dare una mano e alcune famiglie eritree che rientravano
in patria dall’esilio nel paese amico. Dalla costa, con zoppicanti fuoristrada,
ci arrampicammo tra montagne che hanno i piedi nel mare e le vette tra le
stelle e nelle cui grotte gli eritrei avevano allestito ospedali da campo per
combattenti feriti e le necessità sanitarie della popolazione.
Ridiscendendo, dopo un paio di giorni, il villaggio di
Barasole, di frasche e paglia, si era trasformato in tizzoni e cenere, vagavano
alcune capre tra carogne di animali: erano passati i Phantom etiopi.
Oggi l’Eritrea è sempre lì, dal 1993 indipendente e con
presidente lo stesso leader della battaglia di liberazione, Isaias Afeworki, e
le stesse sanzioni statunitensi, implacabili per chi non si pente e non rientra
nei ranghi imperiali. L’Etiopia, invece, con Haile Selassiè protettorato USA e
UK, poi, col colonello Menghistu, caro a Mosca, oggi con Abiy Ahmed di nuovo allineata
all’Occidente (in funzione anti-Somalia anti-Egitto), si trova in frizione sia
con la Somalia, a cui aveva sottratto il grande e fertile Ogaden, sia con una
sua componente etnica interna, i tigrini, sia con l’Eritrea, che i tigrini li
sostengono.
Un chiodo israeliano nel Corno d’Africa
Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro) presidente del
Somaliland e Netanyahu
Il Corno d’Africa, posizione strategica tra le più rilevanti
del mondo, si presenta in pieno trambusto, tutti contro tutti o quasi. Addis
Abeba, lacerata al suo interno, cerca uno sbocco al mare che verrebbe sottratto
ai paesi rivieraschi; Mogadiscio destabilizzata, sia da successive secessioni
tribali, che dall’annosa rivolta islamica interna degli Shabaab; i due
frammenti scissionisti del Puntland e del Somaliland che pongono sul piatto
della loro sopravvivenza, al migliore offerente, il controllo sulla costa del
Mar Rosso.
Che, nel caso in esame, non poteva non essere un Israele
dallo sguardo puntato a est sullo Yemen e, a nord, su Sudan (dove nella guerra
civile agiscono i suoi proxi degli Emirati Arabi Uniti) ed Egitto.
Da Internet: Il 26 dicembre 2025, Israele ha riconosciuto ufficialmente il Somaliland
come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo paese membro delle
Nazioni Unite a compiere questo passo nei confronti della repubblica
autoproclamata separatasi dalla Somalia nel 1991. L'intesa è stata siglata dai
leader israeliani e dal Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi
(Irro), segnando una svolta epocale contro l'isolamento diplomatico di
Hargeisa.
Con l’ingresso del Somaliland negli Accordi di Abramo,
Israele si è assicurato una significativa presenza militare nel Corno,
mascherata da forniture logistiche e tecnologiche finalizzate a formazione e
addestramento delle forze locali. Ma soprattutto si è installato sul Golfo di
Aden, ingresso al Mar Rosso, nel preziosissimo porto di Berbera, uno dei più
importanti di quel mare, in vista dello Stretto di Bab el Mandeb e dirimpetto a
uno Yemen che, al momento, è la forza più dinamica dell’Asse della Resistenza.
Così se l’Egitto, ultimo grande Stato arabo rimasto in piedi (a parte la
lontana Algeria che poco s’impiccia dovendosi guardare da ricorrenti
rivoluzioni colorate ispirate da Parigi), controlla la testa del braccio di
mare più strategico della regione, ora Israele ne contende allo Yemen la coda.
Stella di David sul Continente Nero
Detto del Corno, detto del Sudan più grande Stato
africano-arabo, fatto a pezzi col contributo degli Emirati, sodale arabo di
Israele, c’è ancora da dire sulla penetrazione israeliana nel continente nero:
il Congo. A Gerusalemme si è presentato ai primi di settembre Felix Tshisekedi,
presidente della Repubblica Democratica del Congo. Risultato, un accordo di
cooperazione bilaterale di sicurezza, difesa ed economia. Non manca nulla per
una pervasività israeliana a 360 gradi. Israele fornirà appoggio tecnico e
strategico alle forze armate della RDC in tema di intelligence, cibersicurezza,
addestramento e utilizzo di droni, infrastrutture, tecnologia, formazione
diplomatica. Non si era asciugato l’inchiostro dell’accordo e arrivò la
ratifica della decisione della RDC di trasferire la propria ambasciata da Tel
Aviv a Gerusalemme, mentre Tel Aviv apriva la sua a Kinshasa.
Nell’immediato e sul piano concreto, consiglieri israeliani
stanno preparando forze congolesi allo scontro contro i ribelli Tutsi del
Movimento 23, penetrati dal Ruanda nel nordest del Congo, eterno mandatario
euro-atlantico per i soliti interessi minerari. Qui i militari dell’IDF si
trovano affiancati dai miliziani di Eric Prince, ricordate? Il fondatore delle
bande mercenarie Blackwater, onusto di onori coloniali. Tout se tient, come
suol dirsi.
Dove appare Israele le condizioni per un grande botto, o per
una serie di fragori diffusi, ci sono tutte.

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