domenica 11 ottobre 2026

PRIMA DI ME? IL DILUVIO!

 

PRIMA DI ME? IL DILUVIO!

 


https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titolo345:8

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Avant moi, le deluge

L'espressione francese "après moi, le déluge" si traduce "Dopo di me, il diluvio". Tradizionalmente attribuito a Luigi XV, indica un totale disinteresse per le conseguenze future e per i problemi che colpiranno gli altri dopo la propria fine, o il proprio allontanamento. Insomma dopo di me, il nulla.

C’è chi, e sono soprattutto coloro che la storia la scrivono da posizioni di potere corrente, parafrasa Luigi XV all’incontrario: prima di me il diluvio, cioè il nulla. E fa partire lo stato delle cose dal punto che più gli conviene. Per darne una rappresentazione concreta, mi soccorre un ricordo.

Eravamo, io e Pierluigi Bersani da Floris, a “di Martedì”. Tema, l’invasione-aggressione della Russia all’Ucraina, tema immortale, imprescindibile, roccia su cui erigere la verità nei secoli dei secoli. Una delle vicende più complesse del nostro tempo veniva codificata, pietrificata, nella formula ineluttabile “un aggressore e un aggredito”. Da lì non si scappa, ne va della riuscita di ciò che il destino, la giustizia, la morale e, soprattutto il mercato, ci impone: Russia delenda est.

Fidando nell’immagine che veniva data di un Bersani virtuoso delle metafore bovine, prospettiva un tantino più radicale della comitiva portata a passeggio dalla Schlein e, soprattutto, insignito di una laurea in Storia e Filosofia, al già segretario del Grande Partito mi rivolsi per un aiutino contro il deluge dell’”aggressore e aggredito” che alluvionava pubblico presente e audience.

Ero certo che lui, il laureato nella materia, non l’avrebbe lasciata finire così, col rudimentale “aggressore e aggredito”, anche se da lui, forse distratto, lì per lì condiviso. E così mi gli rivolsi: “Ma prima non erano successe delle cose?...”  “Quali cose?”, reagì, leggermente perplesso, il laureato in Storia. E io: “Ma, per esempio, un colpo di Stato americano, la cacciata di un premier neutralista, l’installazione di un regime retto da forze politiche e militari di dichiarata fede nazista, che poi iniziarono subito un attacco alle popolazioni delle regioni russofone, alle quali il golpe e il regime all’insegna di rune e svastiche non andava bene. E intanto la NATO… “

A questo punto mi interruppe una mano, quella di Bersani, che pareva spazzar via una fastidiosa mosca, accompagnata da un altrettanto vigoroso colpo di scopa verbale: “Ma questa è storia!”, come dire con Totò: quisquiglie, pinzillacchere. E si voltò verso Floris che, vegliando premuroso su rischi di uscita dal seminato dell’aggressore e aggredito, con prontezza passò ad altro.

Questa estenuata pappardella su un fattarello che si protrasse per non più di un minuto serve a introdurre un metodo, molto poco sportivo, del piazzare i blocchi di partenza nel bel mezzo della pista, anziché al suo inizio. Uscendo di metafora: l’11 settembre, il 7 ottobre, il 22 febbraio (aggressione russa), la Nakba (magari partissero da quella).

Il “prima”

Nell’intervista che mi ha fatto Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione” il nocciolo è questo: Ma, e prima? Dovrebbe servire a mettere qualche sassolino d’inciampo a coloro che fanno partire tutto da quei blocchi di partenza piazzati a metà pista, obliterando così montagne di responsabilità e malfatti accumulati. Al cui proposito vanno sciolti elogi e ringraziamenti alla regista Annemarie Jasir che, con “Palestina 36”, ha sistemato la questione palestinese nel suo arco storico completo. Quello di un popolo che ha subito negazione ed esproprio fin dagli anni ’30 del secolo scorso, in parallelo con la maturazione e l’affermazione di un’identità nazionale e di una coscienza anticoloniale per le quali sta pagando con l’attuale genocidio.

I mistificatori interessati e i loro sicofanti, indicando il punto dove la Storia avrebbe subito un salto qualitativo, sancendo l’irrimediabile e connaturato carattere terrorista del popolo palestinese, talmente onnicomprensivo da richiedere la sua eliminazione totale, hanno collocato i blocchi di partenza nel giorno del “massacro”, 7 ottobre (massacro di cui Netanyahu era stato avvertito e che ha lasciato succedere, con vittime sacrificate principalmente per mano dei suoi militari). Quello che c’era prima era stato assorbito interamente da quell’evento: terroristi quel giorno, terroristi da sempre.

Pulizia etnica, praticata da quasi un secolo, prima dai britannici a sostegno degli espropri a vantaggio dell’immigrazione ebraica, contrastata da una sollevazione di popolo – la Grande Rivolta araba” dal 1936 al 1939 - che precede di vent’anni quella algerina, considerata a torto il vero inizio della decolonizzazione. Pulizia etnica poi ripresa dai coloni invasori, legittimati dall’ONU nel 1948, la Nakba. Terrorismo Irgun e Haganah, 500 villaggi palestinesi bruciati, 700.000 autoctoni espulsi, altri 300.000 nella Guerra dei Sei Giorni. I palestinesi sopravvissuti rinchiusi in riserve indiane, incessantemente aggredite e devastate.

Genocidio strisciante, già sperimentato negli anni ’30. Ma se ne parla solo a partire da dopo il 7 ottobre 2023, quando il mondo dei poteri assiste, passivo o complice, al tentativo di rimuovere dalla faccia della Terra chi quella terra l’ha vissuta e l’ha fatta vivere da millenni.

In questo video si spostano le date, procedendo dal 7 ottobre in qua, ma anche dal 7 ottobre all’indietro, dove tutto è già successo e il dopo è stato fatto succedere. Tra gli strumenti che l’umanità possiede per valutare il trionfo delle ragioni palestinesi, e l’abisso dell’ignomia israeliana, non solo di Netanyahu, di tutti i suoi predecessori e di chi li ha voluti e accettati, ci deve essere tutto il dopo il 7 ottobre, quando un popolo è evaso dal carcere e si è ripresentato al mondo, e tutto il prima, quando si era cercato di sorvolare: “Ma questa è Storia…”

Altro che Bersani.

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