lunedì 16 gennaio 2012

La rosa purpurea di Damasco


Non credere a nulla solo perché ti è stato detto. Non credere a quanto il tuo maestro ti dice, solo per rispetto per il maestro. Ma qualunque cosa tu, dopo accurati esame e analisi, trovi essere gentile, vettore al bene, al giusto, al benessere di tutti gli esseri, fanne dottrina in cui credere e a cui attenersi. Fanne la tua guida. (Gautama Siddharta)

Rosa del deserto

Accettiamo la qualifica della rosa come fiore più bello, fiore per antonomasia, metafora del bene, dell’amore, della gentilezza, dell’umanità che rimane se stessa Per esempio, finchè negli Stati Uniti non sanno decidersi se essere statunitensi o esseri umani (ma parecchi, negli ultimi tempi, si sono avvalsi della scelta), in quel paese non cresceranno rose e quelle che vi appaiono sono finte, come è finto cibo l’hamburger McDonalds e finta bevanda la Coca Cola, e finto presidente e finto democratico Barack Obama. Parto con questa storia di rose, perché quando l’altro giorno me sono venuto via da Damasco, avevo dietro tutta una scia di profumi di rose, che ancora mi circonfonde, e nel cuore una specie di Graal. Ma non l’hollywoodiana menata criptomassonica per dementi esoterici che, trovando la mitica coppa, contano di acchiappare le redini del mondo. Il Graal, al contrario, come epitome del sangue versato per l’uomo, la giustizia, la verità, la felicità. Mica da un Cristo immaginario. Da chiunque, dagli iracheni, serbi, afghani, libici, tantissimi altri, in resistenza contro l’orrido mostro della regressione a un passato ferino e cannibale. Oggi dal popolo di Siria.

Fulvio Grimaldi

Ho fatto un viaggio nel fiore della migliore umanità, quella della quale noialtri al Nord ci stiamo scrostando di dosso gli ultimi petali. E quel fiore, appunto la rosa di Damasco, purpurea di sangue e passione, era diventato il mio personale Graal, in sostanza una luce che rischiara la corretta via nella notte, per come me lo ha tradotto in parole un uomo, un siriano, un grande arabo.

Si chiama Adam Mohammad, il responsabile di tutte le comunicazioni tv in Siria, con il quale, in un convivio sull’altura che ti permette di raccogliere negli occhi l’intera capitale, abbiamo unito la fantasmagoria di una cucina che non conosce manipolazioni chimiche, alla discussione su qualche punto cardinale della vita, da Gilgamesh a Ibsen, da Averroé a Tommaso d’Aquino, dai fenici che depositavano sulle spiagge sicule miele, olive e datteri e dettero così inizio agli scambi tra comunità unite dal lago mediterraneo, fino a Freud. Ha ripetuto, ha indirizzato a noi tutti, il voto che quasi ogni siriano incontrato mi ha espresso: impediamo che questo mare, intorno al quale sono sorte le migliori civiltà, diventi un oceano, come vorrebbe chi costruisce il suo dominio sulla frantumazione. E’ che, incredibilmente, da quelle parti, specularmente alla nostra razzista indifferenza, si guarda a noi con affetto, come a gente di una famiglia allargata e ne sono simbolo proletario sui ragazzetti le maglie di Milan o Roma, o della Nazionale, uniche tra quelle di paesi calcisticamente più blasonati, ma fuori dal Mediterraneo. Gridavano Paolo Rossi e Baggio, oggi ti offrono un rapporto, gioioso per quanto effimero, chiamando Totti o Ibrahimovic. La rosa che Adam, a esaltare tutte le rose raccolte nei percorsi umani su tutte le vie di Damasco del mondo, mi ha consegnato ha10 petali. A sua volta l’ha avuta in dono da suo padre. E’ una rosa che per noi, ingabbiati nel sospetto, nella diffidenza, nella paura, fin nell’odio per chi ti corre accanto, ha un sapore antico, di riscoperta archeologica: “Devi ritenere buono chiunque incontri. Fino alla prima esperienza negativa”. Elementare, direbbe Sherlock Holmes. Tanto semplice che noi, ingorgati nella civiltà dell’individualismo e della competizione, del vicendevole sbranamento, non riusciamo più a concepire, tanto meno a praticare. Da noi vale l’homo homini lupus. Nella cinica formula di chi se ne intendeva: “A pensare male si fa peccato, ma ci si prende”. Picciotto tra picciotti.

Sono in un paese, dove il detto del padre di Adam (un dio?) è principio di vita, si esprime in sorrisi a prescindere, in ospitalità che è gioia prima di tutto dell’ospitante, in delicati segni di amicizia. Eppure è un paese infestato da stranieri dalle cattive intenzioni, da visitatori col coltello dietro la schiena, da giornalisti ai quali il mandante planetario ha intimato il motto contrario: tutti cattivi, specie se di un altro ordine sociale, di un altro colore, di un’altra cultura, di un’altra religione, di un altro genere, di un’altra età, e neanche fino alla prima esperienza positiva. Che infatti non si vuole vedere mai, minerebbe la legge naturale della nostra superiorità, del nostro diritto di andar lì e uccidere chi rifiuta la logica del diverso da abbattere e consumare.

Per un ritardo e una coincidenza aerea bucata, sono giunto a Damasco da Amman via terra. Carico di tecnologie di ripresa e registrazione, al posto di frontiera siriano mi hanno guardato con severa attenzione. Loro, sì, hanno saputo dei giornalisti occidentali infilati in Libia, sia per capovolgere la realtà che vivevano, sia per passare ai fucilatori alle consolle del Nevada o di Sigonella le coordinate per sfoltire popolo in eccesso e polverizzare strutture da affidare a ricostruttori stranieri nel quadro della globalizzazione dei predatori. Qualche telefonata ha allentato la circospezione, ma decisiva è stata la scoperta, nel mio bagaglio, delle copertine di due miei docufilm: quello su Piombo Fuso contro Gaza e quello sul martirio della Libia. Più perspicaci di qualsiasi congegno elettronico usato per penetrare la tua intimità e agguinzagliarti alla paura, come quelli che abusano di noi agli aeroporti per farci convinti che il terrorismo lo fanno gli altri, i doganieri siriani mi hanno capito e accolto, subito, a suon di pacche sulle spalle, bibite, tè e pasticcini.

Vorrei rovesciare il sangue di Gilles Jacquier, reporter di France 2, i frantumi del suo corpo scaraventati dalla granata di mortaio sulle pareti del Centro Comunitario di Homs, in faccia ai cialtroni di Al Jazira e di tutte le emittenti embedded in Nato, quando inveiscono contro “l’autocratico e sanguinario Bashar El Assad che non consente alla stampa straniera di entrare in Siria e documentare quelle che si dicono le atrocità genocide del regime”. Gilles e altri colleghi esteri erano andati a Homs, appena poche ore dopo che c’ero stato io con un gruppo che comprendeva inviati britannici, tedeschi, austriaci, spagnoli, cubani, cinesi, turchi, giapponesi, cinesi, norvegesi, russi. La stessa sera, dagli schermi delle emittenti di cui sopra, facce di tolla deploravano con indignato sussiego che, appunto, in Siria non erano accetti giornalisti stranieri. Professionisti, magari con qualcuno onesto tra loro, che trasmettano da qui storie con anche solo briciole di verità, devono essere sepolti dall’uragano delle “testimonianze dirette” e dalle veline Cia dettate ai vari organismi umanitaristi di fuorusciti siriani incistati all’ombra di Westminster, o della Casa Bianca.

Già c’era stata la deplorevole esperienza degli osservatori della Lega Araba, arrivati pochi giorni dopo Natale e che, pur selezionati e spediti dalla cosca reazionaria del Golfo che controlla l’organismo, erano stati costretti dall’evidenza a demolire il castello di menzogne costruito dalle “testimonianze degli attivisti” e dal quale ci hanno bombardato conoscenza e coscienza. Li ho incrociati varie volte, perplessi, perché quanto vedevano e sentivano non corrispondesse all’agenda dettatagli dai satrapi del Golfo. Hanno battuto palmo per palmo la Siria, per settimane e settimane, sono penetrati in ogni angolo delle presunte città-martiri, Homs, Hama, Daraa, Idlib, e il peggio che gli è capitato era di essere circondati da gruppetti di facinorosi che denunciavano invisibili e in documentate atrocità di regime. Nonostante fossero l’emanazione tossica di una Lega che non rappresenta ormai che petrodollari, dittature monarchiche e interessi occidentali, non sono proprio riusciti a scovare segni della brutale repressione attribuita ad Assad, dei 5000 morti sanciti dall’ONU su imbeccata non di suoi ispettori, o di parti terze, ma esclusivamente dei mai verificati “attivisti”. E a proposito di questi 5000, cresciuti a dicembre in quattro giorni da 4000 e che ricordano le cifre a pene di segugio e a fini di consenso alle guerre diffuse su Srebrenica, sui curdi “sterminati da Saddam”, sulle fosse comuni di Gheddafi, non fosse per la dabbenaggine comatosa dell’opinione pubblica qualcuno avrebbe pur potuto pretendere, per un minimo di serietà, dati disaggregati: di questi 5000 manifestanti uccisi (di cui oltre 300 bambini: fa il massimo effetto), quanti civili, quanti miliziani armati, quanti dove, quanti da chi. Per il governo siriano le vittime complessive, di tutte le parti, erano dopo 11 mesi circa 3.500, di cui oltre 2000 delle forze dell’ordine, con tanto di identificazione e immagini. E, alla luce dei documentati oppositori armati (i ratti Al Qaida venuti dalla Libia, i miliziani infiltrati da Libano, Turchia, Giordania, definiti tutti “disertori” dell’esercito, le ingenti quantità di armi, anche israeliane, sequestrate ai confini), alla luce della presenza, in basi di addestramento in Turchia, Giordania e Libano, di forze speciali Nato e del Qatar, uno è portato dall’alluvione di probabilità a credere al governo. Anche l’ordine di Assad di non usare armi da fuoco contro manifestanti civili e lì da vedere presso ogni reparto della Sicurezza. Qualcuno avrà disobbedito, magari ne andava della vita, ma l’ordine questo era. Mentre qui abbondano le immagini di cecchini che da ripari sparano su cortei, poliziotti e soldati, mai mostrate in Occidente, nel Gran Guignol di cadaveri allestito dagli “attivisti” e diffuso dai media (che hanno meticolosamente occultato i corpi dei militari uccisi e il loro numero), non si è potuta trovare un’immagine dei terribili “miliziani” di Assad e dei suoi carri armati mentre sparano sulla folla. Eppure avrebbe dovuto essere facile.

A proposito di folle, quelle dell’opposizione le ho viste sugli schermi di internet e dei media e non c’era in mezzo neanche l’ombra di una donna, neppure di quelle incarcerate nel niqab nero caro ai “democratici rivoluzionari”. Invece a Homs, dappertutto e, quotidianamente, nella piazza delle Sette Fontane a Damasco, sono stato sommerso da moltitudini anche di donne che inneggiavano a Bashar e alla resistenza contro i cospiratori di Nato, tirannie integraliste del Golfo e la loro fanteria islamista. Anche al Cairo, anche a Tunisi, nella Libia di Gheddafi, perfino in Arabia Saudita, erano le donne a infoltire le prime file. Sarà questa, la partecipazione o meno di donne, la discriminante tra primavere vere e regime change agli ordini dell’imperialismo? Capiterà, come in Libia, che quelle adunate milionarie, che nessun partito sarebbe capace di “comandare” ininterrottamente per mesi, compaiano nei servizi di Al Jazira e codazzo mediatico occidentale travestite col fotoshop da manifestazioni “dell’opposizione”. In Libia a questi “informatori” scappò una bandiera indiana e qualche turbante sikh in quella che era stata fatta passare per la sollevazione di Bengasi. Pensate di cosa è capace l’emittente dell’emiro del Qatar: incollerita per come gli osservatori della Lega Araba, nonostante i rinforzi mandati dalle petrodittature, insistano a trovare accettabile la situazione e arrivino addirittura a esigere la fine delle violenze – inaudito! - a entrambe le parti, sbraita la notizia che, dopo otto giorni dall’arrivo degli osservatori, nonostante questi non abbiano visto alcunché del genere, ben 400 persone erano state ammazzate dalle “milizie” di Assad. E come illustra tale bufala? Con le immagini dell’attentato a Damasco del 23 dicembre, quello contro i servizi di Sicurezza, destinate a far credere che si tratta di vittime del regime.

Quello degli osservatori, spediti per inchiodare la Siria a responsabilità tali da giustificare un’aggressione, è stato il più formidabile autogol dall’inizio della cospirazione. Inevitabilmente, dati i mandanti, il rapporto finale farà le acrobazie necessarie a criminalizzare Assad e il popolo che lo sostiene. Ma sarà difficile eliminare lo stupore, o almeno i dubbi, con cui le dichiarazioni sul campo degli osservatori hanno lacerato la blindatura di bugie sotto la quale colonialisti e monarchi tentano di celare la realtà della Siria.

Sono riuscito a riprendere un fatto, emblematico al confronto delle chiassate anti-regime androcratiche e deserte di donne. Siriane di ogni età, religione, etnia, ogni giorno si radunano in piazza e si esibiscono nel taglio collettivo dei capelli. Significato? Antonia, cristiana, sottobraccio ad Amina, musulmana, me l’hanno spiegato, esibendo ciuffi di chioma raccolti in fazzoletti con i colori della bandiera: “E’ il segno che siamo uguali agli uomini e, come loro, combattenti per il nostro paese; che nessuno s’illuda che, nascoste sotto il niqab, ci rassegneremo a tornare a guardare al mondo per una fessura di due centimetri e a valere nel matrimonio e nei diritti un terzo degli uomini”.

Ho intervistato tanta gente, di strada, in famiglia, nelle riunioni dei congiunti, negli uffici, anche il vescovo cristiano orientale di Damasco, Toni Dora, capo di un movimento pacifico di opposizione. Una valutazione era comune a tutti, sostenitori del governo e oppositori onesti: Bashar el Assad non viene discusso. Nessuno che non lo consideri onesto, corretto, di buona volontà e assolutamente credibile nelle sue proposte di riforma, di modifica della Costituzione, di elezioni affidabili, di multipartitismo, di riassetto dello Stato in senso trasparente e partecipativo, di riconciliazione nazionale contro ogni cedimento a mire colonialiste e di vassallaggio. Proposte lanciate e rilanciate, in corso di elaborazione, con elezioni fissate per i primi mesi del 2012.

Nessuno che non sia consapevole delle mire di divisione e depredazione occidentali con l’utilizzo dei Fratelli Musulmani e dei salafiti di Al Qaida. E che non veda nel fondamentalismo ultrà, ma detto “moderato” da noi, già vincente in Egitto, Tunisia, Marocco e in travolgente avanzata in Libia, la fine di una Siria libera, laica, progressista, sovrana. Le critiche vanno piuttosto in direzione di settori dell’establishment a cui si attribuiscono un’ossificazione e una distanza che, come ovunque e peggio da noi, inesorabilmente si accompagnano a corruzione capillare e di alto bordo. C’è chi lamenta una presenza ossessiva dei servizi di sicurezza, vagheggia un Occidente democratico che non sa defunto, seppure mai esistito, del tutto televisivo e cinematografico, e però dimentica che da oltre 45 anni la Siria è sotto schiaffo israelo-occidentale, assediata, spesso colpita nei suoi uomini e nei suoi apparati, rapinata di territorio, infestata da provocatori e spie come fossero cavallette d’Egitto. Lasciare in queste condizioni finestre e porte aperte fa rischiare l’ingresso di correnti letali. Lasciamola in pace, la Siria, tagliamo le unghie alla rapacità genocida di Usa, Ue e Israele e vediamo che paese ne viene fuori.

Nella chiesetta cattolica di Bab Tuma, il giovane parrocco, con i banchi pieni di cristiani iracheni, fuggiti dal terrore del fanatismo scita (la Siria generosamente ne ospita e alimenta un milione e mezzo e, sicuramente, anche questa è una colpa agli occhi di wahabiti, salafiti e fratelli cristiani occidentali ), mi chiede timoroso di non registrarne le parole. Parole di pena e paura che gli suggerisce la prospettiva che per i cristiani di Siria vada a finire come per quelli dell’Iraq. Una comunità ridotta di due terzi dopo la scomparsa di Saddam. Un’apprensione che albergherà anche nelle frotte di giovani donne in abiti e atteggiamenti liberi e laici che scintillano nel traffico umano delle città siriane.

Da sotto la giacca del vescovo Dora, tre lauree, traluce una pistola. E’ l’effetto delle tante minacce di morte ricevute e del rischio per i propri figli, nell’andare a scuola, di finire in uno degli innumerevoli sequestri di persone non allineate alla sedizione golpista e alqaidista. “Il cuore della mia teologia è il secolarismo”, dice il prelato. “I regimi religiosi alla fine cadranno perché non sanno offrire soluzioni ai problemi sociali, alle ingiustizie, al bisogno di libertà. La carità che praticano non è una soluzione di giustizia e dignità. Per il nostro paese l’unica soluzione è il dialogo tra benintenzionati. Quello che viene rifiutato solo da chi intende mettere a ferro e fuoco il paese. Succederà quando ogni parte si convincerà che non raggiungerà una vittoria totale, quella che eliminerebbe l’altro del tutto. Per avviare questo dialogo è necessario tagliar fuori gli elementi che non si battono per la Siria e per il suo popolo, ma obbediscono a un ordine del giorno straniero.Tutti quelli che vanno in corteo appresso a Bernard Henry Levi, uno che si dice filosofo e che non è altro che un piromane arrampicato su montagne di corpi inceneriti, al servizio degli incendiari del mondo”. Così parlò il vescovo di Damasco, presidente del Movimento di Opposizione Indipendente Patriottico (IPOM), ma c’è da dubitare che Usraele e la cupola bellico-finanziaria occidentale si convincano a far dialogare e a rinunciare alla vittoria. Per quella, del resto, basta ridurre la Siria in Stato fallito, frazionato, dilaniato da conflitti tribali, confessionali, politici, come tutti i paesi brutalizzati e desertificati dalla Superiore Civiltà, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, Somalia, Libia, Haiti… Basta che non esistano sovranità, protagonismo nazionale e, nello specifico, sostenitori di Iran, palestinesi, Hezbollah, Hamas, amici della Russia, della Cina, dell’America Latina.
Ahmadinejad e Fidel

E se non ce la fanno le fanterie islamiste, sono pronti sia la No Fly Zone da bombardamento, sia il Corridoio Umanitario ove innestare un “governo provvisorio”, invocati entrambi, con sempre maggiore forza, dal sedicente Consiglio Nazionale Siriano, coccolato da Erdogan a Istambul, o dai Coordinamenti dei Comitati Locali, o dalla “Free Syrian Army” messa su da Qatar, sauditi e turchi con la supervisione di tagliagola francesi e britannici, o, ancora, da quella vetrina del MI6 che è, a Londra, l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani.


Il reporter Jacquier era all’incontro con le famiglie di Akrama e Al Nuzha, quartieri di Homs, città laureata da “attivisti” e media capitale dell’insurrezione. Gli sono arrivati addosso due granate di mortaio e un proiettile di RPG. Con lui sono morte altre 7 persone, più di 50 i feriti. L’ennesima.strage dei “rivoluzionari”. Aveva sicuramente lo stesso scopo di quella cannonata stragista del tank Usa contro l’Hotel Palestine, quartier generale di noi giornalisti cui Bush aveva ordinato di non restare a Baghdad. Nessuno che non sia embedded nelle “forze del bene” deve poter scrivere, riprendere, trasmettere. Noi giornalisti stranieri in quel luogo c’eravamo stati il giorno avanti, i primi di questo nuovo ciclo di visite, e forse, visto che il nostro percorso è stato identico, siamo serviti ai terroristi a prendere le misure per il massacro.

Abbiamo percorso la città di 900mila abitanti in lungo e in largo. Come già al mio arrivo via terra dalla Giordania, lungo la serie di città che, a partire da Daraa, erano definiti focolai di una rivolta irriducibile, con una sequenza di morti da 30-40 al giorno, anche qui la vita scorreva normale, qualche negozio chiuso (qui i “rivoltosi” chiedono il pizzo, sennò…), molti aperti, moltissime bancarelle, piazze e vie centrali immerse nel via vai della spesa, dei capannelli, dello struscio, del lavoro. Neanche l’ombra di un tank, di un blindato, di soldati, nemmeno lungo strade d’accesso dall’ampia visibilità desertica. Ci siamo mescolati alla gente, senza guardie, senza alcuna misura di sicurezza, e non abbiamo ricavato che rifiuti al terrorismo degli islamisti e desiderio di pace. Non che a Homs e in posti analoghi non ci siano oppositori e non vi si rintanino gli elementi armati al soldo della destabilizzazione. Un nucleo tradizionale e consolidato di Fratelli Musulmani gli ha fatto da brodo di coltura. Ne ha saputo qualcosa il giovane film-maker francese. Ma anche noi, poche ore prima, seppure senza esiti tragici sul momento.

Ci hanno fatto visitare l’ospedale civile (sanità e istruzione gratis in Siria, grave provocazione ai globalizzatori). Qualche sanitario, nessun degente se non al pronto soccorso, nosocomio vuoto. Una collega tedesca della RTL, isterica e provocatrice a 360 gradi, quanto può essere un soggetto decerebrato da ignoranza, pregiudizio e supponenza, dà in escandescenze: “Siete degli idioti, ci fate visitare un ospedale vuoto, ci nascondete la vostre vittime…” Chi ci accompagnava nel giro, siriani, spesso studenti, residenti all’estero, ma accorsi volontari nel loro paese per dare, dotati di conoscenze linguistiche, una mano nella gestione dei media stranieri, ci porta allora a vedere finestre e corsie perforate da pallottole. L’ottusa collega non aveva inteso la spiegazione dataci all’inizio: vi portiamo a vedere un ospedale vuoto di pazienti perché ripetutamente attaccato da elementi armati. I rivoltosi non vogliano far funzionare la città, la vogliono paralizzare a partire da strutture fondamentali come questa e poi darne la colpa ad Assad. Se feriscono, voglio far morire.

Aveva ragione il governatore della provincia di Homs, Ghassan Abudl Al, quando ci aveva detto che visitare quell’ospedale vuoto era istruttivo. Un altro, questo governatore, che, come tutti i siriani incontrati, esprime la sua, più attonita che irata, constatazione della “discrasia tra realtà effettiva e realtà riferita dai media”, delle riforme offerte e respinte sistematicamente, che ci giura come non ci siano zone controllate dai ribelli, che riflette come 11 mesi di repressione armata avrebbero dovuto allora provocare un numero ben maggiore di vittime, che ha visto manifestazioni di 200, 300 persone, con tra loro non più di 10 ribelli armati che sparano sui poliziotti, tramutate dai media in adunate oceaniche pacifiche e quelle da un milione e mezzo per Assad taciute. Il giorno prima a Homs erano stati uccisi sette civili cristiani e 10 delle forze dell’ordine, tutti registrati negli obitori, ma Al Jazira riportava 17 manifestanti sparati dai militari.
Il fiato di Al Jazira

Come quando giravo per Tripoli vispa e pacifica e Al Jazira farneticava di combattimenti in tutte le strade e della solita proliferazione di “disertori dall’esercito del dittatore”. Qui qualche disertore c’è stato, ma porta i gradi e gli hanno riempito il conto in banca a Londra. Continuano ad essere arrestati uomini armati provenienti dalla Turchia e dal Libano, da dove li spedisce Saad Hariri, ex-primo ministro, amico della Nato e di Israele. Questi i dati del governatore per l’intero territorio nazionale dal marzo 2011: 3.707 uccisi, di cui 2.100 poliziotti e soldati, 324 rapiti e scomparsi; nella provincia: 415 soldati, 503 civili, 186 corpi non identificati. Contatti con l’opposizione? Non ce ne sono. Quella politica non ha né un programma, né rappresentanza e con quella armata non negoziamo.

Se era svuotato dalla paura degli attacchi terroristici il grande ospedale civile di Homs, quello militare, al quale i feriti colpiti dai cecchini non possono rifiutarsi, è colmo. Sono agenti e militari in condizioni a volte disperate, come quelli che avevo visto negli ospedali di Sliten e Tripoli in Libia, ma che almeno sono sfuggiti agli orrori che vediamo inflitti a civili e soldati nelle immagini dei cellulari mostrateci nel Centro Comunitario dei quartieri poi visitati, con esito tragico, dal gruppo di Gilles Jacquier. E’ un’esperienza straziante. Centinaia di donne e di anziani che si presentano alle telecamere con le foto incorniciate dei loro congiunti uccisi, con nei telefonini orrende sequenze di atrocità e torture inflitte dai “ribelli” alle vittime, gole tagliate, corpi smembrati, le stesse identiche procedure praticate a Bengasi, Misurata, Tripoli occupata, contro neri e “gheddafiani”. Se ne fanno garanti i mille lanzichenecchi trasferiti qui dalla Libia dal comandante militare dei ratti a Tripoli, il fondatore di Al Qaida in Libia, Abdel Hakim Belhadj. Questi padri, queste madri, queste figlie e sorelle, cacciati dagli scherani del colonialismo di ritorno in una galleria del terrore quotidiano, hanno i bei volti arabi segnati da un dolore che né pianti, né grida d’angoscia sanno rendere. Vi si accende una luce di affannata speranza quando ci chiedono, tutti, insistentemente, come l’invocazione a un santo, di dire là fuori, almeno noi, la verità. E’ su questa sanguinante umanità che la barbarie dei mercenari Nato ha fatto piovere, poco dopo, i suoi ordigni, portandosi via, oltre a chi quella verità rischiava di portarla via con sé, sette membri di questa comunità e lasciandone dozzine di feriti, mutilati, accecati.

Ne Homs, né Daraa, né Aleppo, né Damasco, né altre città appaiono militarizzate, come ci si aspetterebbe da un “regime che massacra la sua popolazione”. Circolano meno agenti armati che in qualsiasi nostra grande città e rispetto a un paese della sfera atlantica, come per esempio il Messico della presunta guerra al narcotraffico e della vera guerra di classe, la Siria è un parco giochi per bambini. Forse anche troppo, se l’antevigilia del Natale 2011 è stata celebrata dal terrorismo Nato, via terzi, con le autobombe contro gli edifici della Sicurezza nazionale, 25 morti, 50 feriti, in centro città, affollato nel venerdì di festa. Può darsi che le misure di protezione non siano adeguate, può darsi che le autorità siriane non si aspettassero una tale mostruosa escalation terroristica, ma può anche darsi che i maestri del terrorismo mondiale, quelli che sanno far venire giù torri gemelle, far saltare in aria metropolitane e treni e ammazzare uno dopo l’altro scienziati nucleari iraniani, abbiano voluto dar dimostrazione di una guerra contro la quale, alla fin fine, non ci sono difese. La guerra della paura, prima ancora che della morte. Da noi, la minaccia del baratro, della rovina meritata, per portare a termine la mattanza sociale. Da loro, la minaccia che la vita tua e dei tuoi figli è appesa al filo di una Parca le cui forbici non conoscono tregua, per farti desistere dalla resistenza e ricondurti alla schiavitù coloniale. Di fronte a questo sequitur, più che osceni, appaiono grotteschi i tentativi delle “opposizioni”, dei sicari della più forsennatamente feroce coalizione di Stati terroristi della storia, di scaricare sulla spalle del “regime” la responsabilità degli attentati. C’è una specie di transfert, qui: pensano che si possa far credere che anche altri compiano i crimini contro la propria gente di cui sono pratici loro. A partire dall’11 settembre 2001.

E’ stato in un altro venerdì, 6 gennaio, che ho avuto esperienza diretta di tale terrorismo dalle chiare impronte di specialisti USraeliani. Scelta degli obiettivi, manipolazione e utilizzo di operativi finali, organizzazione e mezzi, non sono sistemi padroneggiati dalla marmaglia raccogliticcia di mercenari di Libia, Qatar, Afghanistan. Questa volta l’esplosione (autobomba, uomo bomba?), non lontano dagli uffici governativi, è avvenuta davanti alla stazione di polizia del quartiere centrale di Al Maidan, sotto un cavalcavia dove era sistemato il parcheggio di auto della polizia e autobus urbani e dove scorreva il fiume della folla da e per la moschea. 26 morti, un centinaio di feriti, 11 poliziotti, altri civili a piedi o su bus. Un sottopasso scelto come camera di scoppio, per il massimo della strage. Carneficine del genere hanno sempre un marchio, un mandante. Quest’ultimo è sempre lo stesso, quelle dei missili sulle case degli uomini, quello degli assassinii mirati, quello della “guerra a bassa intensità”. Quello del terrorismo di Stato.

Con una corsa all’impazzata, tra vetture saettanti da e per il luogo dell’eccidio, sirene di polizia, vigili del fuoco, ambulanze, giungiamo sul posto mentre stanno portando via gli ultimi corpi. Quelli che si possono ancora definire tali, ché da muri, selciato, macchine sventrate, soffitti, si stanno raccogliendo, tra vaste pozze di sangue ancora rosso vivo che serpeggiano sul suolo formando arabeschi splatter, come quelle create dai rivi di sangue di mattatoio su terreno diseguale, frammenti di esseri umani: crani a metà, mani, viscere, grumi indistinguibili lungo tutta una serie di sedili sul pullman. Chiazze di sangue sulla pancia del viadotto che scorre su di noi alto 15 metri. Intorno tutto un compresso silenzio di chi va operando, raccogliendo, analizzando, lavando, enumerando, circoscrivendo. Silenziosi e pallidi negli uffici, con passi in giro senza senso, i poliziotti dell’edificio le cui finestre sono andate in frantumi, le cui pareti sono crepate, i cui arredi e cose si sono disperse e mischiate come in un gioco di Shanghai.

Un silenzio che dura attimi eterni e che, alla fine, viene screziato da grida lontane, sempre più vicine, sempre più forti e folte: Allah, Bashar, Siria u bas. Alla fine saranno migliaia, donne in testa, urlanti come menadi della tragedia greca: tra gli slogan per Bashar e la Siria si fanno largo, acute, le grida di queste donne. Sembra qualcosa di istintivo e immediato. Ma se ti avvicini senti un discorso articolato, in inglese quando ti riconoscono straniero, sul terrorismo dei veri Stati canaglia, sulla strategia del colonialismo, sull’obbrobrio delle tirannie islamiste, su Israele dietro a ogni guaio subito in mezzo secolo da questo paese, sull’irriducibilità delle scelte di un popolo antico, consapevole, coraggioso, civilissimo, buono. Sono sempre loro, le donne, che si fanno sotto per dare parole al dolore, alla rabbia, alla chiarezza delle cose. Come in America Latina, in Egitto, in Libia, in Iraq, sono le donne a dare corpo alle contraddizioni vere, ad assumersi l’avanguardia. Meglio degli altri, sanno sulla pelle cosa è in gioco.

Avevo visto gente sminuzzata dalle bombe, incendiate dal fosforo, fucilata, segnati a vita dalla tortura, bambini serbi morenti in incubatrici spente dalle bombe di D’Alema, devastazioni senza fine, corpi sbiancati, svuotati di sangue, estratti dalle macerie, un reporter amico iracheno, Ayub, frantumato da un missile a Baghdad. Ma quanto mi schiaffeggiava la vista nella carneficina di Al Maidan non aveva confronti. Il cervello va in corto circuito per eccesso di input al di là del concepibile, del sopportabile. Una consapevolezza prevale: ci sono, ci sono gli Untermenschen, i sottoumani, e non sono solo quelli che inventarono il termine, oggi sono coloro che allora erano dall’altra parte. Ci si attacca alla telecamera come a un salvagente e si gira, si gira. Si gira fino ai funerali, immediati nel giorno dopo per norma islamica, dove appaiono imam, preti cristiani, ministri, notabili e la solita folla immensa, composta davanti alla fila estenuante delle bare col vessillo nazionale, ma che divampa in frenetiche invocazioni e anatemi alla chiusura della cerimonia. All’interno della moschea uomini in ginocchio e a mani profferte piangono su bare, bandiere e immagini dei derubati della vita. Sembrano il trailer di un film: “Siria”.
Obama, Hillary, e il logo della loro fanteria Fratelli Musulmani

Viaggiando per città e borghi, vedendo dalla macchina scorrere bancarelle zeppe di commestibili, meravigliosa e variegata verdura, lucenti montagne di frutta, pane, dolci, carni e turbe che vi si avvicendano, passeggiando per Hamidiyeh, il più bel suq del Medioriente, scintillante di stoffe e gioielli, non pare che abbia causato gravi effetti la grandinata di sanzioni che, impedite all’ONU da Russia e Cina, vengono illegalmente imposte dai vari governi e organismi dell’Alleanza dei Necrofori, Usa, Ue, Regno Unito, Francia. E dalla Lega Araba, quell’Idra dalle teste coronate, scudiscio di serpenti agitato in prima persona dall’obeso despota qatariota, Hamad bin Khyalifa Al Thani, espressione morfologica di ottusa scaltrezza, tracotanza e corruzione.
L’Emiro del Qatar Al Thani

Fattosi capobastone dell’offensiva vandeana, accanto ai più accorti sauditi, questo protagonista dell’involuzione araba, dopo aver contribuito con denari, mezzi, media e lanzichenecchi al disfacimento della Libia, ora è il più vociferante sostenitore di un intervento militare arabo in Siria. L’emiro, finto per un po’ di essere antisraeliano, se ne è rivelato alleato cruciale diventando ufficiale pagatore del mercenariato islamista e di quei Fratelli Musulmani, cavallo di Troia da sempre degli interessi occidentali, che da oltre mezzo secolo sognano la rivincita contro il nazionalismo antimperialista e antisraeliano arabo, socialisteggiante e laico, dei Nasser, Saddam, Assad, Gheddafi, Buteflika, Boumedienne, El Hamdi (Yemen), Nimeiry. Ma se bancarelle e negozi sono affollati e Damasco soffoca nello smog di un traffico di livello romano, caotico, ma civile, rari clackson e mai i vituperi e le risse tra conducenti che rendono bruti noialtri, nel mio albergo moresco, evocazione fedele delle Mille e una notte, tra fontane, ceramiche, lucidi ottoni da caffè, piante lussureggianti, sono l’unico ospite per una cinquantina di stanze. Ma nessuno del personale è stato licenziato causa crisi e tutti mi circondano di quell’esuberanza di attenzioni e sorrisi che normalmente verrebbe distribuita tra tanti clienti. Il personale è arabo, curdo, druso, cristiano, musulmano. Fanno come se l’albergo fosse pieno: lucidano ottoni, curano fiori, spazzano e lavano, ti portano ogni due per tre il ciai, il tè alla menta che rende acquetta ogni Twining’s. Nulla deve essere fuori posto quando torneranno gli ospiti. Perchè torneranno nella Siria vittoriosa. Intanto curano l’amicizia con me: dopo le domande e il racconto relativi a figli, scuola, ricordi, immancabile la deflagrazione della rabbia, più contro i media mendaci e traditori, di cui, evoluti, hanno conoscenza diretta, che non contro il nemico sul terreno e alle porte. Primo della lista, senza fallo, l’emiro del Qatar, minaccia di annichilimento di tutto ciò che è stato conquistato, negli anni, nei secoli. Hanno naso fino, i siriani. Memori del colonialismo, feroce ma vinto, ne sanno riconoscere all’istante la ricomparsa, e i quisling che lo agevolano. Tra di loro, a ogni attenta osservazione, questi ragazzi appaiono una famiglia solidale e affettuosa. Romperla. ottenebrarli gli uni contro gli altri, è l’arma dell’Impero, prima che intervenga il complesso militar-industriale, motore dell’inciviltà neoliberista e della soluzione finale.
Al Thani tra dirigenti Nato

Dell’accanimento sanzionatorio contro la Siria, mirato come in Iraq, Iran, Libia, a piegare le ginocchia della resistenza popolare attraverso guerre tra poveri e frustrazioni da imputare al governo, l’effetto più drastico e visibile è la scomparsa del turismo, seconda voce dell’economia siriana. Poi ci sono, innumerevoli, enormi edifici popolari non finiti. Scheletri scarnificati, dalle occhiaie nere, a significare il solito furto dei fondi sovrani all’estero, il crollo delle importazioni, la paralisi dell’edilizia, industria portante. Se il paese è, grazie a una florida agroindustria, largamente autosufficiente sul piano alimentare, se le tradizionali produzioni siriane di tessili non abbisognano di interventi esteri per soddisfare i bisogni interni, il turismo verso le ineguagliabili ricchezze storiche e bellezze naturali, ottimamente preservate, è stato la prima vittima della sobillazione, dell’irruzione di gangster armati e, più che altro, dalla fanfara mediatica impegnata a trasformare una biscia in cobra. Ne soffrono pesantemente tutti i servizi attinenti all’ospitalità, ai trasporti, alla ristorazione, ai prodotti dell’elegante artigianato arabo. Si farà più grave, in mancanza di una sconfitta della cospirazione colonial-reazionaria, la carenza dei carburanti e dei combustibili nafta. La Siria, modesta produttrice di petrolio, ne ha quanto basta per il consumo interno, ma ha perso i pur redditizi sbocchi esterni e ha una limitata capacità di raffinazione. Il venire meno di questi idrocarburi avrà l’effetto desiderato e a suo tempo conseguito in Iraq (ricordate il milione e mezzo di vittime dell’embargo occidentale?) e in Libia: la paralisi della vita sociale ed economica: difficoltà a raggiungere il posto di lavoro, le strutture sanitarie e dell’istruzione, i mercati, i famigliari. L’alleanza con l’Iran, quella con mezzo Libano, i traffici con la Giordania, ostile, ma attenta ai suoi interessi, il sostegno di Russia e Cina hanno finora impedito conseguenze gravi. Ma sarebbe ora che negli ambienti antiguerra mondiali ci si muovesse per denunciare e bloccare il terrorismo genocida delle sanzioni e degli embarghi finalizzati non, come sarebbe in Palestina, a punire gli oppressori di un popolo, ma a sfiancare chi agli oppressori e assalitori resiste, minandolo nella salute, nel morale e nella lealtà al proprio paese.

Ancora un ospedale, quello militare della capitale. Ne è direttore il generale Maurice Mawad, un cristiano che esordisce chiedendosi perché sia tanto flebile la voce del papa sulle tragedie che vanno sconvolgendo i popoli arabi. Denuncia, con veemenza dettata dalla partecipazione diretta al compianto per commilitoni al servizio del paese, il vergognoso occultamento da parte dei media occidentali, dei militari caduti sotto il fuoco dei rinnegati, figli del popolo siriano sacrificatisi in sua difesa. Si chiede cosa avrebbe fatto Obama se la comunità musulmana fosse insorta contro lo Stato e avesse chiamato a rinforzo, oltre ai narcotrafficanti messicani e colombiani, sanzioni e “operazioni speciali” russe e cinesi. Quando gli chiedo se non sentisse la Siria isolata nel contesto geopolitico e geografico, con nemici a quasi tutti i confini e nella sedicente “comunità internazionale”, citati gli scontati amici russi, cinesi, iraniani, perfino iracheni del regime scita, ribadisce un principio – ci sono ostili i governi, non i popoli – che è tanto vero nel mondo del 99% contro l’1%, quanto è deformato dai tiranni oligarchici dei media.

Riprende il concetto anche Elias al Mourad, presidente dell’Unione dei Giornalisti ed ex-direttore del quotidiano del Baath, quando afferma che un governo può resistere se isolato nel contesto internazionale, vedi Cuba, ma non resiste un giorno se isolato dal proprio popolo e se non ne sostiene in primis la componente più bisognosa. Con Elias mi si offre anche l’occasione per entrare nel merito della situazione istituzionale e delle riforme in corso. “Ci sono nove partiti nel paese e nel parlamento, due sono comunisti, tutti sovvenzionati per l’organizzazione, la promozione, le pubblicazioni. Solo il Baath si autofinanzia. Noi chiediamo a chiunque voglia creare un partito di presentare 7000 firme raccolte, in proporzione alla popolazione, in tutte le provincie. E’ vero che il Baath aveva un ruolo preponderante, ma questo era una necessità per la nascita e crescita del paese, per garantire unità e resistenza alle costanti aggressioni esterne. La maggioranza dei consensi non ci è mai venuta meno e posso assicurare che gli strumenti della comunicazione in mano allo Stato non sono mai stati unilaterali e mendaci come quelli che, da voi, pretendono di raccontarvi la realtà".

Ora, mi spiega ancora il giornalista, "è al lavoro per la nuova costituzione un comitato di 27 persone. Vi sono rappresentati il Baath e tutte le opposizioni politiche, le varie religioni, i curdi, più il meglio dei nostri giuristi. Il progetto verrà sottoposto al parlamento espresso dal libero e controllato voto. Il parlamento proporrà modifiche, vi sarà la presa d’atto del presidente e poi la legittimazione col voto popolare. Rimangono tre punti irrinunciabili: il ruolo del presidente, il laicismo e pluralismo religioso, il rapporto conflittuale con Israele. E conclude con un riferimento evangelico: “Gesù aveva appena 12 apostoli e ne bastò uno che prese i soldi e cambiò la storia. Noi in Siria siamo 23 milioni, e di Giuda ce ne sono pochi”.

La larga strada tra villaggi e nulla nerastro di un deserto che ha reso forti questi abitanti, a volte duri, sempre in viaggio e alla ricerca tra loro per millenni, in cui si ergono robuste e indomabili testimonianze di intelligenze lontane nel tempo, confuse nell’aria vibrante con monti pietrosi, è in buona parte la stessa che da Amman porta a Baghdad. E’ la via di Damasco, delle rivelazioni che determinano scatti storici. L’ho fatta tante volte in tanti decenni, quando Damasco e Baghdad rilucevano di forza, giustizia, dignità. Qualità intollerabili per i licantropi che, dalla loro notte della ragione e del terrore, si sono avventati su queste strade dell’ umanità in cammino. Nel 1991 della “Tempesta nel deserto”, quando in tre mesi gli Usa lanciarono sull’Iraq più bombe che sulla Germania nell’intero secondo conflitto mondiale; negli anni ’90 quando il cappio dell’embargo giustiziava 1,5 milioni di innocenti, di cui 500mila bambini; nel 2003 quando con “Colpisci e terrorizza” il paese fu cannibalizzato, ma poi mai ricondotto alla sottomissione, se non a quella di una cricca di vendipatria. E sempre ritrovo nel respiro il profumo di datteri, tè, olive, montone abbrustolito, carbonella, mattoni di fango, calda umanità, un cordone ombelicale fatto di sorrisi, ricordi, comunanza, che mi lega a queste genti come l’assetato è vincolato all’oasi nel deserto. Che la Siria, che i di gran lunga migliori arabi vivano. Disse Maxim Gorky, il grande scrittore rivoluzionario russo: “Ognuno, mio amico, ognuno vive per qualcosa di meglio a venire. Ecco perché dobbiamo rispettare e essere premurosi verso ogni uomo. Chissà cosa ha dentro, perché nacque e cosa potrà fare”. Adam Mohammed me l’ha ripetuto all’araba: “Devi ritenere buono chiunque incontri. Fino alla prima esperienza negativa”.

Venivano dall’antica Ugurit, a fianco dell’odierna Lattakia, i fenici che depositavano sulle spiagge della Trinacria offerte di beni preziosi, alimenti rari e porpora, benessere del dentro e del fuori. Prendevano in cambio, zinco, ferro, zolfo. E ne scaturivano scambi a livelli altri, di poesia, industria, scienza. E altre comunità, più vaste e colorite. Da quelle coste, poi, qualcuno del nostro giro ritenne opportuno lanciare un Cartago delenda est. Incorreggibili e ingrati, da quelle coste noi oggi rispondiamo ancora con il ferro, ma col ferro dell’offesa, che non costruisce ma porta morte. Cosa c’importa se quello Stato, in cui sono interrati i semi della nostra conoscenza, non corrisponde millimetricamente alle configurazioni sociali che vagheggiamo. E’ un problema nostro. Importa che una nazione, portatrice di valori umani superiori ai nostri e quindi garante del progresso umano, laddove da questa parte ce ne sono gli affossatori, sia sotto attacco dalle forze della fine del mondo. E se anche la fine del mondo sta scritta, inesorabile, nel firmamento, non vale la pena battersi contro i mostri, i draghi che, già prima dell’uomo, impedivano l’evoluzione verso l’armonia? Non vale la pena abbellire un eventuale epilogo lanciando sulle fauci del mostro missili di dignità? Qualcuno nel cosmo lo deve sapere e portare avanti.
Sennò, cosa ci stiamo a fare?


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FIRMATE E FATE CIRCOLARE IL SEGUENTE APPELLO CONTRO LE SANZIONI, LE AGGRESSIONI E LE MINACCE DI GUERRA A SIRIA E IRAN. Si costruiscano gruppi in merito su Facebook.
Bernd@freundschaft-mit-valjevo.de
All’indirizzo qui sopra si possono inviare le adesioni all’appello in calce che, originato in Germania, ha già raccolto migliaia di firme e che va esteso internazionalmente.
Fermare i preparativi di guerra! Eliminare l’embargo!
Solidarietà ai popoli dell’Iran e della Siria!

Diecimila morti, una popolazione traumatizzata, un’infrastruttura grandemente distrutta, uno Stato disintegrato: ecco il risultato della guerra condotta da Usa e Nato per saccheggiare le ricchezze della Libia e ricondurla al dominio coloniale. Ora viene apertamente preparata la guerra contro Siria e Iran, paesi strategicamente importanti e ricchi di risorse minerali che conducono una politica indipendente e non si sottopongono agli ordini delle potenze occidentali. Un’aggressione Nato alla Siria o all’Iran può portare al confronto diretto con Russia e Cina, con conseguenze inimmaginabili.
Con costanti minacce di guerra, la collocazione di forze militari ai confini di Siria e Iran, come con azioni terroristiche e di sabotaggio eseguite da reparti speciali infiltrati, gli Usa e i paesi Nato impongono a questi Stati una condizione di emergenza che vorrebbe sfiancarli. Cinicamente e con disprezzo dei diritti umani gli Usa e l’Unione Europea tentano con le sanzioni di paralizzare gli scambi commerciali e finanziari di questi due paesi. L’economia di Siria e Iran viene fatta precipitare in una crisi acuta che faccia aumentare la disoccupazione e peggiori drasticamente i rifornimenti di beni essenziali. Eventuali conflitti sociali ed etnici interni ne devono risultare accentuati, se ne deve sviluppare una guerra civile, allo scopo di creare pretesti per un intervento militare da lungo tempo programmato. A questa strategia delle sanzioni e della pressione bellica partecipano l’Unione Europea e il nostro governo.
Facciamo appello ai cittadini, ai partiti, ai sindacati, ai movimenti pacifisti, alle Chiese perché si oppongano coerentemente a questa politica di guerra.
Chiediamo al nostro governo
- Di sospendere immediatamente e senza condizioni le misure sanzionatorie contro Siria e Iran;
- Di affermare che non parteciperà in alcun modo a una guerra contro questi Stati e che non consentirà l’utilizzo di installazioni nazionali per un’aggressione Usa e Nato;
- Di impegnarsi a livello internazionale per porre termine alla politica dei ricatti e delle minacce di guerra contro Siria e Iran.
I popoli di Siria e Iran hanno il diritto di decidere da soli e sovranamente l’ordine politico ed economico della propria società. Il mantenimento della pace esige che si rispetti in modo assoluto il principio della non interferenza.

domenica 1 gennaio 2012

Ecce Homo







2012: Non vi dimenticheremo, vi onoreremo, vi faremo risorgere da tombe costruite con la menzogna, vi faremo vivere nella verità, nella resistenza e nella rivoluzione


Nessuno è schiavo senza speranza quanto colui che si illude di essere libero (Johann Wolfgang Goethe)


Il capitalismo è la stupefacente credenza che i peggiori degli uomini fanno le cose più infami per il maggior bene di tutti (John Maynard Keynes)


Tutte le tirannie governano con la frode e la violenza. Una volta che la frode è scoperta, devono dipendere esclusivamente dalla violenza (George Orwell)


Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere (Anonimo)


Una società cresce e diventa grande quando uomini vecchi piantano alberi nella cui ombra sanno di non potersi mai sedere (Proverbio greco)


Cari compagni, amici, interlocutori, avrei voluto scrivere qualcosa di dignitoso su tutta una serie di accadimenti di questi giorni, che so:


che il fuoco di fila di attentati stragisti a Baghdad, in Nigeria, a Damasco, in Pakistan, in Egitto contro i copti, recano l’evidentissimo segno dei fondatori e maestri del terrorismo, Cia e Mossad, e servono rispettivamente a destabilizzare Stati sovrani e disobbedienti, a indebolire e frantumare paesi vassalli lungo linee etniche e confessionali (sciti, sunniti, curdi, musulmani, cristiani), a confondere le acque tra resistenza armata patriottica irachena e scontro di potere tra regime scita filo-iraniano e opposizione sunnita filo-paesi del Golfo, a far affondare in divisioni e conflitti religiosi e razzisti le varie primavere antiche e nuove che si vanno diffondendo nel mondo, a da sfogo alla propria necrofilia;



che alla partenza dei necrofori Usa dall’Iraq dopo 9 anni di occupazione, saccheggi, atrocità, stragi, l’intero popolo di Baghdad ha salutato unito, a milioni, la fuga del nemico (rintanato ora nel Kuweit per balzare addosso a qualche nuova preda) e a Falluja, la vera città martire ed eroica, massacrata nel 2004, ma irriducibile punta di lancia della lotta di liberazione, grandi masse hanno festeggiato inalberando ritratti di Saddam. Saddam che, insieme a Gheddafi e Che Guevara, è colui che merita l’insegna Ecco Homo. Quello vero;


che i briganti a cui il golpista nazionale ha affidato, su ordine della coppia neocarolingia Merkel-Sarkozy e su mandato del finanzcapitalismo mondialista, l’esercizio della dittatura sul 99% degli italiani, hanno ilo compito di portare a termine la depredazione, non adeguatamente maltusiana, condotta dalle anti-democrazie fordiste e post-industriali precedenti;


che, oltre a denudarci e buttarci sul ghiaccio, al colmo dell’impunita spudoratezza e protervia, la cupola tecnocratico-dispotica, BCE, fa piovere miliardi, tasso dell’1%, sulle banche che di questa guerra di classe sono gli strumenti primi, con il presunto obiettivo del sostegno alle imprese e ai bisognosi e quindi di occupazione e consumo e quindi di crescita e che la banda di usurai, anziché impiegare queste generose elargizioni ai fini suddetti, le ha imboscate. Dove? Ma chiaramente nei depositi della casa-madre della setta, la BCE. Dove quei miliardi diventeranno stra-miliardi. Non è la rendita l’Atlante che sorregge il mondo? Intanto il paese più in rotta e dalle casse tracimanti dollari mondiali appese sul vuoto record del suo debito-record, fatto fuori Saddam, anche perché era passato dal dollaro all’euro, Gheddafi, anche perché aveva voluto una valuta panafricana legata all’oro, sganciata dalla dittatura del dollaro, del FMI, della Banca Mondiale, in tutte le transazioni, se la spassa demolendo con le mazzate delle agenzie di rating il rivale Euro e la rivale, pur se complice e finanziatrice di tutte i suoi crimini bellici, Europa. La quale sta a cuccia: le provocazioni bombarole di questi giorni in Nigeria, Egitto, Damasco, Iraq, Pakistan, come l’affine 11 settembre, sono anche messaggi di avvertimento. C’è anche un 1% in cui ci si arpiona tra cosche concorrenti.


Che uno Tsunami ha travolto il pianeta con le urla di sdegno di falsari, terroristi, satrapi del Golfo, Obama e Hillary, HRW e Amnesty, cani di guerra vari, media al traino, all’annuncio, dato dal capo sudanese degli osservatori amici, spediti dalla Lega Araba (saudita), che a Homs, presunto centro della rivolta e dei massacri di Assad, “tutto risulta tranquillo e non si è notato niente di grave” . Ottimo disvelamento di una briciola di verità sulla Siria imprigionata nella menzogna colonialista. E patetico è il tentativo di squalificare il generale sudanese collegandolo al noto Darfur. Peraltro classico lavoretto imperialista.


Ma non fidiamoci: i congiurati Nato-Israele-monarchie del Golfo che con le sanzioni stanno strangolando il popolo siriano (nuova tirannia monarchico-neoliberista-islamista in vista, yum yum), il rapporto finale alla banda di spie della Lega, mandata ad avallare l’ordine del giorno imperiale, l’hanno già dettato in partenza: in Siria si è sollevata la popolazione contro un regime di massacratori, le migliaia di miliziani, fatti filtrare con carichi di armi da Libano, Turchia, Giordania, agli ordini di addestratori e teste di cuoio Nato insediate in Giordania e Turchia, non sono che disertori dell’esercito di Assad che si sono rifiutati di sparare sui civili. Peccato che ci siano gli ordini di servizio, confermati da immagini, che vietano a soldati e poliziotti di sparare sui civili, peccato che, anche per questo motivo, i militari uccisi siano ormai oltre 2000 e tutti occultati in Occidente, peccato che le forze siriane continuino a catturare alqaidisti, libici e altri, già operativi nei bagni di sangue e di orrori in Libia e trasferiti qui al comando di Abdelhakim Belhadj, fondatore di Al Qaida in Libia e già governatore di Tripoli occupata. Notare: il 21 dicembre a Damasco hanno manifestato per la patria e il proprio governo e contro gli aggressori due milioni di persone. Ovviamente tutte comandate… (occhio che non ve la rifilino come manifestazione dell’opposizione!)


Di questo e altro avrei voluto scrivere in questo passaggio dall’anno peggiore dei trascorsi al migliore di quelli a venire, ma ciò da fa’ perché parto e torno verso metà gennaio Non disperiamo: corre per il mondo un vento di primavera, forse un uragano. Gli manca un vessillo. Glie l’ha disegnato il grande Enzo Apicella. Auguri.


mercoledì 21 dicembre 2011

Chi ha ucciso la Primavera?

Cari amici, questa è, in anteprima, l'introduzione al mio libro, di prossima uscita, su Libia, Siria, primavere arabe,  nessi internazionali e ruolo dell'Italia destra e sinistra


C’è ancora una volta una Potenza Civilizzata, con il suo stendardo del Principe della Pace in una mano e il sacco da rapina e il coltello da macellaio nell’altra. Non c’è altra salvezza per noi se non di adottare quella Civiltà e abbassarci al suo livello? (Mark Twain)


Questo libro, in buona parte una raccolta di miei articoli e saggi, non è né una cronaca, né un’analisi, né un reportage, né un rivisitazione storica dei fatti che hanno sconvolto il mondo arabo dall’Atlantico all’Oceano Indiano, a partire dalle insurrezioni disarmate per arrivare alle aggressioni Nato, con corredo di monarchi del Golfo, mercenari e terroristi. Il libro, un diario degli avvenimenti nel loro succedersi, cerca di essere un po’ tutto questo, ma, contro la tattica mistificatrice della separazione e dell’isolamento dei singoli episodi, ne sottolinea l’internità a un quadro geopolitico nel quale gli avvenimenti in Medio Oriente risultano inscindibili da quelli, di analoga matrice e dagli obiettivi strategici non dissimili, vissuti nell’ annus horrendus 2011 (in latino: orribile e meraviglioso) nel nostro emisfero. E’ soprattutto un tentativo di sottrarre le primavere arabe e, principalmente le aggressioni a Libia e Siria, da me in parte direttamente vissute, al faro accecante delle mistificazioni, falsificazioni e diffamazioni, diffuse dalla stessa élite predatrice e distruttrice che, in Italia e in tutto il mondo, ha lanciato un replay del colonialismo di secoli non lontani. Colonialismo di guerra, o di eversione (le “rivoluzioni colorate”), verso l’esterno, guerra coloniale interna a bassa intensità per una dittatura “tecnocratica” sull’ormai conclamato 99% della popolazione umana,  destinata allo sterminio sociale e alla notte post-democratica. Un colonialismo che è riuscito a darsi i connotati dell’inevitabile e del giusto, con l’esportazione dei diritti umani, grazie al concorso suicida di quelle formazioni e individualità che si richiamano alla Sinistra. E che si allineano concettualmente e, spesso, operativamente (Bersani, che lamenta l’insufficiente entusiasmo di Berlusconi per l’annichilimento della Libia), ai necrofori della cupola finanziaria mondialista, in tutte le sue articolazioni politiche, militari, mediatiche, ideologiche.

Quanto alle guerre autenticamente genocide lanciate dalla Cupola neocolonialista nel segno del bushiano Nuovo Ordine Mondiale, in cui il rapporto tra vittime civili e militari ha superato abbondantemente il già agghiacciante 90 a 10 del secondo conflitto mondiale, si tratta di un vero e proprio autodafé. In questo falò di vite e beni altrui, il capitalismo imperialista si è visto costretto, al culmine di una crisi planetaria di efficienza e credibilità politico-economico-culturale, di bruciare anche tutto ciò che costituiva la sua mimesi da distributore di civiltà, sviluppo, democrazia. L’inaudita ferocia con la quale, organizzatosi in Nato e oligopolio finanziario, si va avventando sulle sue prede, l’impunità che impone all’universo mondo per mandanti e sicari, manda all’aria per riflesso anche gli ultimi brandelli della ricostruzione storica di un passato coloniale “responsabile della civilizzazione di popoli selvaggi e del progresso di paesi arretrati”. Una cosmesi delle rapine e dei massacri inflitti ai colonizzati, del resto già rivelata – e, allora, anche da noi recepita – dalle lotte di liberazione di quei popoli, che avrebbe dovuto suggerire maggiore cautela nel risolversi a sorreggere i nuovi vessilli della “democrazia” e dei “diritti umani”, da scambiare con la sovranità e l’autodeterminazione delle nazioni.


Avrebbe dovuto suggerire tale cautela la memoria di tempi in cui alla depredazione dei paesi depositari della massima parte della risorse corrispondeva, sì, un vertiginoso aumento della ricchezza in Europa, ma di una ricchezza concentrata in pochissime mani. Poco ne sgocciolava sulla piccola borghesia, niente sulla maggioranza della popolazione. A casa loro i colonialisti utilizzavano le condizioni delle popolazioni assoggettate per deprimere quelle della propria forza lavoratrice. L’analogia con quanto fatto oggi ai danni di noi autoctoni dalla triplice Marchionni-Monti-Vaticano e da analoghe consorterie in tutto il mondo, sfruttando l’abiezione inflitta ai migranti, divenuti tali grazie ai crimini colonialisti, è impressionante. Anche se, tragicamente, perlopiù non vista da chi da Marx e seguenti aveva ricevuto gli strumenti per capire e superare queste e altre manifestazioni della cospirazione capitalista. Nei milioni di schiavizzati del mondo di allora, potevano rispecchiarsi gli schiavi minorili delle filande di Manchester, o i servi della gleba delle campagne europee; i 20 milioni trucidati da re Leopoldo nel Congo belga erano fratelli delle 146 operaie bruciate nel 1911 a New York e degli 80 fucilati da Bava Beccaris nel 1898 a Milano.


Cosa impedisce di vedere riflesso l’assalto in atto alle nostre residue possibilità di sopravvivenza politico-sociale, alla nostra convivenza libera e civile, ai diritti insanguinati da un secolo di lotta, alla nostra libertà, nelle analoghe scorrerie di Usa, Israele, UE e Nato, contro la pace, il benessere e la sovranità degli altri mondi? L’abusato lemma “siamo tutti nella stessa barca” che, nei tempi delle ultime vacche magre da scuoiare, ci viene sussurrato a mantra nelle orecchie dall’ultima e più estremista progenie di vampiri, gli va sottratto e riempito di validità con la consapevolezza che in quella barca loro non ci stanno, noi sì. Noi, i precari, i cacciati in strada, i privati di istruzione, i cementificati, i bastonati dell’Aquila, i combattenti della Val di Susa, trattati come una qualsiasi tribù del Sud da sloggiare per far posto a una diga, o a un villaggio-vacanze. I vampiri viaggiano su panfili carburati dal sangue, dalle lacrime e dal sudore, di tutti gli altri.


Non siamo soli, ecco il punto di questo libro. Nella stessa barca, stretti a noi, a remare e a tappare falle aperte da missili, ci stanno libici, iracheni, afghani, somali, yemeniti, egiziani, serbi. Ma anche gli honduregni del golpe Usa, i colombiani della repressione e della rivolta, naxaliti indiani, messicani sotto narcodittatura Usa, latinoamericani in rivoluzione, greci, sanspapier… Insomma, hanno detto bene quegli sveglissimi ragazzi di un paese, gli Usa, che pensavamo narcotizzato oltre ogni recupero: noi il 99%, voi l’1%. Non più proletariato contro borghesia, ma tutti contro l’1%. Un salto non da poco. Tanto svegli da aver prodotto in mille città nordamericane una lotta non solo di massa, non solo di mesi, ma, per la prima volta in Occidente, dotata di una chiave di lettura politica da scardinare il sistema: il nemico è la cupola delle banche, delle corporation, del loro apparato militare sempre e comunque di offesa, i signori dai 4 milioni di bonus, i predatori del pianeta perduto, quelli che scambiano gli ospedali per i “derivati”, le scuole per i futures, le pensioni per le stock option. Gli amici, i compagni, siamo noi, tutti. Una partita che, per una volta, si mette bene. Il remake splatter  del lungometraggio “Colonialismo” potrebbe avere davanti a sé un avversario più numeroso e più consapevole.


Questo lavoro vorrebbe, come i miei precedenti, dare un modesto contributo alla presa di conoscenza-coscienza che, in un mondo spedito dal potere nel tritacarne dell’atomizzazione sociale (individualismo, razzismo, particolarismo, eurocentrismo, competitività, vincenti-perdenti, autoctono-alloctono, cristiano-musulmano, democrazia-dittatura, giovane-anziano, uomo-donna) ci aiuti a lottare contro la separazione di fatti, eventi, genti. Isolati si perde, uniti si vince. Sono le connessioni a consentirci di vedere e capire l’insieme. Certo, ci sarebbe poco da sperare in un paese dove, dopo anni di controffensiva padronale a tutte le componenti della società, del lavoro, della cultura, il Grande Sindacato non ha ancora messo in piedi un straccio di strategia che compatti le innumerevoli istanze di resistenza e di alternativa, dai precari ai pensionati, dai franati di Messina agli espropriati di habitat, storia, futuro, della Val di Susa, dagli studenti deprivati agli agricoltori immobiliarizzati, dagli operai ai migranti. Non fosse per la primavera araba.


Altre primavere di popoli hanno scosso il mondo e ne hanno spaventato i reggitori. Nel secolo scorso, da Cuba, dal Vietnam, dall’Algeria, dall’Egitto di Nasser, dalla Libia di Gheddafi, dalle lotte di Africa, Asia, Latinoamerica, giovani generazioni in Occidente hanno tratto ispirazione ed esempio. Ne è fiorita una rivolta che ha fatto fare passi da gigante ai nostri umili, oppressi, esclusi, da Berkeley a Valle Giulia, da Berlino agli studenti del Politecnico ateniese, dalla Parigi del Maggio alla Spagna del riscatto antifranchista. Poi c’è stata una controffensiva. Ci hanno messo vent’anni, ma hanno vinto. 


Avevano vinto, fino a quando non è esplosa la primavera araba, prima in Tunisia, poi con forza travolgente in Egitto, Bahrein, Yemen, Iraq, mentre anche nelle altre tirannie arabe si verificavano sussulti popolari che emergevano, andavano in sonno, riprendevano. I tentativi di normalizzazione, attraverso ricambi di pura apparenza, fallivano. Seguivano sanguinose repressioni che né  contenevano la forza della rivolta, né ne impedivano il contagio, fin addirittura, con Occupy, nel cuore dell’Impero, la “pancia del mostro”. A questi moti di popolo contro despoti vassalli nel Sud e mafio- tecno-regimi nel Nord, gestori di brutali programmi liberomercatisti di trasferimento della ricchezza dal corpo della piramide sociale alla sua ristrettissima vetta, si è risposto con la messa in mora della democrazia rappresentativa al proprio interno, giunta negli Usa fino all’internamento senza processo di cittadini sul mero sospetto, o con assalti militari o macellerie sociali, a seconda dell’avversario da neutralizzare.


I paralleli che ci fanno naviganti, auspicabilmente non naufraghi, nella stessa barca sono infiniti. Si eliminano caposaldi dei diritti umani, come l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che riduceva l’arbitrio dei padroni su lavoro e vita, come in Libia si procede alla liquidazione di salvaguardie sociali che a quel paese avevano assegnato il primato continentale dell’Indice di Sviluppo Umano. L’accanimento, pure illegale, per l’acqua privatizzata in merce di profittatori, ha il suo equivalente nella sottrazione, a favore delle solite Suez, Bechtel, Acea e Veolia, dell’immenso patrimonio di acqua potabile e da irrigazione che Gheddafi aveva assicurato al suo popolo tramite un sistema idraulico giudicato l’Ottava meraviglia del mondo. La vendita, da noi, delle terre demaniali e del patrimonio economico e culturale pubblico, ha il suo corrispettivo nell’appropriazione del petrolio libico, o iracheno, da parte degli speculatori delle materie prime, nei ladri di ricchezze archeologiche e nella furibonda corsa a terre del Sud da parte di governi e multinazionali dell’agroindustria a fini di agrocarburanti e cibo da esportazione. Nella violenza di Stato, o di persone e congreghe, contro immigrati, detenuti, “diversi” di ogni tipo, con i ricorrenti pestaggi a morte compiuti da sbirri e loro emuli, c’è il riflesso della virulenza genocida su popoli “diversi”. Per non scordare quello che dovrebbe essere lo strumento chiave per l'illuminazione delle menti e la conseguente azione, l'informazione, abbiamo, non distante dai 106 giornalisti uccisi in guerre antinformazione ad alta intensità del 2011, quasi tutti in paesi a dominio occidentale, 74 in Messico, 18 in Honduras, 280 in Iraq dal 2003, la ministra dell'uccisione del lavoro, Fornero che, a questo e altri fini, conduce una guerra di bassa intensità ai giornalisti nostrani, per quanto già abbondantemente addomesticati: si tagliano i fondi ai giornali liberi, si va dal sindacato a insultare la categoria e a garantirgli l'eliminazione dei privilegi (leggi "diritti", già abbondantemente falcidiati; leggi precariato universale a 400 euro). Per non scordare quello che dovrebbe essere lo strumento chiave per l'illuminazione delle menti e la conseguente azione, l'informazione, abbiamo, non distante dai 106 giornalisti uccisi nel 2011, quasi tutti in paesi a dominio occidentale, 74 in Messico, 18 in Honduras, la ministra dell'uccisione del lavoro, Fornero che, a questo e altri fini, conduce una guerra di bassa intensità ai giornalisti nostrani: si tagliano i fondi ai giornali liberi, si va dal sindacato a insultare la categoria e a garantirgli l'eliminazione dei privilegi (leggi "diritti", già abbondantemente falcidiati).  E i mercati che ci annilichiscono, entità opache e spersonalizzate, da noi assumono la veste di gelidi tagliatori di teste “tecnici”, da loro quella dei droni senza pilota, lanciati al massacro da invisibili consolle in altri continenti.


Con una primavera, innesco arabo e poi incendio ovunque, che ha iniettato nella Cupola lo stesso terrore dei tempi della lotta per la liberazione nazionale nelle colonie e della contigua lotta sociale in casa, nella seconda metà del ‘900, non poteva non essere la Libia, primatista democratica e sociale in Africa e nel Medioriente, il destinatario di un simbolico messaggio di morte a tutte le primavere. A quelle che durano da un anno, come a quella che era fiorita, senza alternarsi di stagioni fredde, da molti decenni in Libia e in Siria. L’osceno trucco dei colonialisti d’assalto del terzo millennio era di far passare terroristi integralisti e mercenari raccattati sul luogo e da altri scenari di destabilizzazione imperialista, da giovani rivoluzionari insorti contro una spietata dittatura. Osceno, perché mentre si metteva questo brigantaggio armato, al servizio della Nato, sullo stesso piano di chi si rivoltava contro fantocci della medesima necroalleanza e la sua globalizzazione della miseria, importata dai famigerati “mercati”, ci si riprometteva, dalla distruzione della Libia e dagli orrori con cui è stata condotta, una lezione risolutrice da impartire ai rivoluzionari arabi veri. Che non si azzardassero a esagerare e a respingere pure la “normalizzazione” operata dall’imperialismo con la carta di ricambio dell’”islamizzazione amica”, se non volevano finire come Gheddafi e il popolo che aveva osato amarlo e sostenerlo. O come gli insorti contro i satrapi filoccidentali in altri paesi della regione, “terminati” da droni e forze speciali Usa e saudite. O come, prima, i serbi, gli afghani, gli iracheni.


In questo inganno si sono tuffati appassionatamente tutti nel Nord del mondo, tranne irriducibili e chiaroveggenti nicchie di verità e coraggio. E quando c’è unanimità, inesorabilmente vince la destra, vincono il padrone, l’imperialismo, le Chiese. Nelle guerre (quanto meno condotte, se non vinte) e nelle lotte di classe. I vari nostrani compromessi storici e le unità nazionali insegnano. Quella che si definisce sinistra, assorbendo i meccanicismi ideologici del profitto che la borghesia chiama valori, ha perso la grande occasione di congiungersi ai popoli delle giuste ragioni e delle sacrosante rivolte, centuplicando la propria forza e quella degli alleati, come succedeva ai tempi del Vietnam. E’ in atto il più grande roll back della storia moderna. Il rullo compressore imperialista a guida Usa punta, attraverso successive desertificazioni, a schiacciare ogni residua sovranità nazionale e diversità di organizzazione socio-economica. Strategie e tattiche vengono da lunga data elaborate nei recessi di organizzazioni segrete, o semi-segrete, come la Bilderberg e la Trilateral, o nei fascinosi e champagnosi attici della Goldman Sachs, dove i più élite della élite occidentale si prefigurano una dittatura mondiale su quel che resterà del 99%.


Nosotros somos tantos, ellos pocos, ho visto scritto sui muri dell’università di Ciudad Juarez, la città martire del femminicidio. Sterminio di donne, nodo del tessuto sociale, che, per il narcoregime Messico-Usa, è lo strumento primo della lotta di classe. Se riuscissimo a buttare nell’immondezzaio della storia i dalla borghesia abusati e rivoltati concetti di “democrazia” e “diritti umani”, tanto affettuosamente recepiti dalla “sinistra”, e unissimo e coordinassimo la nostra lotta per la vera democrazia e per veri diritti umani con quella del Sud del mondo, senza la debilitante supponenza instillataci da due millenni di eurocentrismo culturale, ideologico, religioso, il somos tantos, ellos pocos sarebbe foriero di vittoria certa. Il deserto dal quale, nella sua fortezza nella marca dell'Impero, il tenente Drogo si aspettava l'arrivo del nemico, oggi è pieno di Tartari (*).  C’è tra noi chi sussume lo sprezzante giudizio sul “terzomondismo,  romantico e obsoleto”, giudizio che emana da chi del Sud ambisce il sangue, ma di quei cinque miliardi ha anche una maledetta paura. Mandatelo al diavolo. Consegna i chiodi ai crocifissori.

* Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari.


lunedì 12 dicembre 2011

Connessioni: una faccia, una razza.

Siria, Grecia, Libia, Italia - Chi colpisce, una faccia una razza; chi resiste: una faccia una razza
Bombe a Equitalia, bombe nei mercati pachistani, bombe su Yemen e Somalia: una faccia una razza


Che la borghesia vinca o soccomba nella lotta, essa è condannata a perire dalle contraddizioni interne, che diventano mortali nel corso dello sviluppo. Il problema è solo se perirà di mano propria o per mano del proletariato. La permanenza o la fine di un’evoluzione millenaria dipendono dalla risposta a questa domanda. La storia ignora la cattiva infinità dei gladiatori eternamente in lotta. Il vero politico ragiona a base di scadenze. Se la liquidazione della borghesia non si compie entro un termine quasi esattamente calcolabile dell’evoluzione economica e tecnica [..] tutto è perduto. Prima che la scintilla arrivi alla dinamite bisogna tagliare il filo che brucia [Walter Benjamin, Einbahnstrasse, 1928]

http://justiceinconflict.org/2011/04/28/no-joke-2010-un-review-praised-libyas-human-rights-record/ (sito dove si trova il riconoscimento ONU alla Libia come primo paese africano per Indice di Sviluppo Umano e difesa dei diritti umani)


Quella che una banda di licantropi geronto-sionista-massonico-mafioso-vatican-plutocratici, nelle spire della sua psicopatica frenesia, conduce contro il 99% dell’umanità, è una guerra totale. All’ultimo sangue. Guerra di classe, guerra generazionale, guerra contro le donne, i bambini, i vecchi, guerra di religione, guerra di razza, guerra contro popoli sovrani e fuori dal girone assassino della globalizzazione liberomercatista. Tutte guerre, ricordando l’immortale Nando, di altotti contro bassotti. Scemi, succubi o complici, coloro che non vedono le connessioni. Connessioni che l’insostituibile Maria Montessori ci aveva insegnato essere la chiave per capire i fatti, gli insiemi. Come li hanno capiti gli Occupy in Usa e in giro per un mondo ammanettato dalla globalizzazione e, soprattutto, nella Grecia, che pare quella di Leonida e Filippide e con i suoi ormai due anni di nobilissimi scontri e scioperi generali non cessa di azzannare il tentacolo locale della BCE. Ovunque, nelle piazze, nei cortei, nei cartelli, tra le mazzate e gli scoppi, si mira al bersaglio grosso, a quello giusto: la cupola dei bulimici necrofagi del finanzcapitalismo che spende per distruggere e ammazzare nelle guerre ad altri paesi quanto depreda nelle guerre al proprio. Hanno capito che il colonialismo al tempo di Obama, Merkel, Monti, si è fatto dittatura. Dopo la dittatura catto-soft della DC-Nato (con puntello PCI), quella mafiosa dei topi da formaggio-Nato, la dittatura dichiarata, netta e pura come il suo grembiulino, di Rigor Montis Di Pietà.

Da noi, per contro, si viaggia in spensierata schizofrenia. Ci si arrovella su come una personcina così ammodo come il nostro premier comandato, sobria, profumata e dall’argentina chioma, possa farsi boia e calare la mannaia sul collo di un 99% già rantolante sotto le scudisciate di trent’anni di predecessori, ma si aderisce con fanfare e vessilli al vento a ogni spedizione di “diritti umani” che la medesima cosca allestisce e conduce finanziandosi con la di noi salute, istruzione, pensione, paga, terra, metamorfizzate in 132 cacciabombardieri F35 da 15 miliardi e altre chincaglierie da genocidio. Se Al Qaida è il concreto e simbolico strumento che esegue sul campo le disposizioni della Cupola criminale mondializzata, è simil-Al Qaida lo squadrone della morte sociale nominato a Palazzo Chigi, quanto quello che, effettuata la mattanza della Libia, si è ora trasferito con 600 tagliagole per analogo mandato in Siria. Anche il meccanismo è lo stesso qua e là: ricatto e conseguente senso di colpa, alla cattolica. Hanno la protervia, quelli che ci colpiscono alla giugolare mentre esentano dai nuovi estimi catastali cravattari banche, assicurazioni e Chiesa, di farci piangere su nostre colpe che poi sono tutte i loro delitti: avremmo vissuto a lungo come cicale e quindi la nemesi del "rigore" la dobbiamo addebitare a noi. Lo dicono tagliaborse dall'alto dei loro depositi di Paperone a turbe che da trent'anni, sconfitta la loro rivoluzione, si arabbattono intorno a livelli minimi di decente vivere. Il ricatto è analogo per popoli come la Siria e la Libia, il cui senso di colpa deve essere coltivato sulla complicità con il "dittatore sanguinario", il chiamarsi fuori dalla "comunità internazionale" dei probi e della libertà (intesa come libero mercato dei pirati), per cui la dovuta nemesi sotto forma di liberatori e bombe, oceani di sangue, sui quali, però, poi veleggerà leggiadra la "democrazia".

Chiamare uno che viene da Trilateral, Bilderberg e Goldman Sachs a “salvare l’Italia” è come mettere il capo di Ku Klux Klan, Lega Padana e Bengasi a protezione dei neri. A quattro petali del trifoglio si chiede la fortuna, ai quattro cavalieri dell’apocalisse berlusconiana, Marchionne, Gelmini, Letta e Di Paola, Mario Monti ha sollecitato ispirazione per completare lo sterminio: il carnefice dei lavoratori, la carnefice della cultura, il carnefice dell’onestà, il carnefice di esseri umani. E se il terrorismo ricattatorio dell’estortore viene chiamato “baratro”, o “catastrofe”, i lemmi che da Bersani ad Alfano a Caasini sono utilizzati per tenerci accucciati nel panico, e se l’altro mantra da ipnosi, quello della “responsabilità”, sta per “lasciateci tirar sù ‘sto patibolo”, per Libia e Siria il rovesciamento di senso si chiama, appunto, “democrazia”. Già, proprio quella impersonata da uno tutto liscio, stirato e chic, cui solo mancano sul bavero nero le chiavi del portiere d’albergo tailandese da turismo di stupro. Era volgare, osceno, grottesco, ottuso, protervo, l’inetto predecessore, ma questo, col suo bip-bip al rallentatore, tipo Al di Odissea nello spazio (e, vedrete, si spegnerà come quello, basta copiare i greci), trasuda oscenità, volgarità, protervia e ottusità da Centro Benessere peggio di quello. Passa un simile pacchetto solo perché infiocchettato di nastri rossi e neri. Da Mussolini a Monti non c’è mai fine al peggio, siamo scivolati in discesa.

In Siria le cose sono analoghe, ma ancora più chiare. La vostra intelligenza antidirittoumanista aveva già percepito che, per la Siria, c’era qualcosa di nuovo nell’aria, anzi d’antico, di libico, iracheno, afghano, serbo. Le procedure si assomigliavano come gocce d’acqua di solfatara. Ma ora è arrivata anche la prova Dash: Il CNT di Tripoli, quei valletti che spompinano il principe mentre si fanno le pippe (scusate la nostalgia berlusconiana), fattogli assolvere il compito Nato della pulizia etnica di neri e libici perbene, reso omaggio agli equipollenti del CNS (Consiglio Nazionale Siriano, Londra, M16, Cia e Mossad), ha spedito nel carnaio siriano il comandante militare della capitale. Si chiama Abdelhakim Belhadj, ha fondato il Gruppo Libico Islamico di Combattimento, filiale terroristica Cia, forza d’elite al servizio degli Usa dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Bosnia alla Libia, dalla Cecenia al Kosovo. Con se ha portato un primo contingente di 600 tagliagole di Allah, scelti con cura tra chi aveva bruciato e sezionato neri, chi aveva stuprato ed affettato donne, chi aveva linciato il comandante partigiano Gheddafi. Si aggregano agli squadroni della morte, istruiti da specialisti Nato, spediti da Qatar, Arabia Saudita, Giordania, per riprodurre in Siria il proprio modello di democrazia e rispetto dei diritti umani, dalle masse in disarmata protesta massacrate, alla tirannia assoluta del sovrano, dove l’unico privato, la famiglia reale, è anche l’unico pubblico e voi nun siete ‘n cazzo!

Qualcuno tra noi ha arricciato il naso e sollevato le sopracciglia, magari tastandosi qua e là, alla constatazione che le orrende cose raccontateci su Gheddafi avevano trovato la loro nemesi nell’uccisione di un paese, in atrocità agghiaccianti compiuti da cavernicoli già chiamati “giovani rivoluzionari”, nell’annichilimento di una nazione prospera, giusta e coraggiosa più di ognuno di noi, il tutto epitomizzato dal sacrificio di Muammar Gheddafi e dei suoi figli. Ebbene, se ancora una volta si mantiene in bilico sul ponte tibetano degli ondeggiamenti, tra “brutte bombe Nato” e “bruttissimo Assad”, quando arriverà dall’altra parte avrà dato una mano a scagliare nella forra, non solo Bashar Al Assad, ma di nuovo tutto un popolo. Quel popolo che, con più impegno e assiduità di un figlio che sostiene il padre aggredito da teppisti, a milionate in tutto il paese da mesi si riunisce, invisibile alle tv occidentali, per condividere il destino di resistenza e libertà del presidente. Già, e le oceaniche manifestazioni di protesta relazionate puntigliosamente dai nostri osservatori sotto dittatura di Al Jazira e del suo emiro? Le decine di “martiri” della rivoluzione ogni giorno e per ogni dove? Le torture degli sgherri di Assad? I bambini trucidati? In attesa degli stupri di massa, solitamente cari a Amnesty e HRW, tocca a dirittoumanisti, pacifisti e guerrafondai accontentarsi di queste perle di verità. Di cui non viene fornito uno straccio di prova, o firma, per quanti satelliti spiino dall’alto. “Parlano testimoni”. Proprio come quella psichiatra di Bengasi che, inviati 40mila formulari ad altrettante donne per registrarne la violenza subita dai gheddafiani, poi, chissà com’è, nel trambusto della guerra, li ha tutti smarriti. O quel notabile dei diritti umani a Ginevra che la notizia del bombardamento di Gheddafi su civili – pistola fumante per l’ONU - l’aveva avuta per telefono e, di fronte alla smentita del satellite russo, ha riconosciuto: “non ci sono prove”.

Hanno lo stesso tasso di realtà le panzane del pitbull in smoking di Goldman Sachs sul “baratro” e sulla “catastrofe”, sull’Italia da salvare attraverso il “sacrificio di tutti”, di quelle con cui ci tempesta il fantoccio Al Qaida-Nato, Burhan Ghalioun, capo designato di quel Consiglio Nazionale Siriano, partorito a Parigi sotto l’egida dei colonialisti francesi e installato a Istanbul sotto l’arnese Nato, Erdogan, in rappresentanza di non più di 100mila su 24 milioni di cittadini (se si sommano le manifestazioni di tutte le città). Nessuno dei 4000 mila civili “uccisi dalla repressione” è mai stato verificato. Le fonti, perlopiù anonime, sono i fantasmatici “attivisti”, dirittoumanisti, Coordinamento dei Comitati Locali, meticolosi copioni di quanto sulle “stragi di Gheddafi” ci somministravano i “giovani rivoluzionari” di Bengasi, mentre scuoiavano gheddafiani e neri. Quanto a morti ammazzati veri siamo, a 8 mesi dall’inizio della libizzazione della Siria, a quasi 1.500, tutti poliziotti e soldati impegnati contro cecchini mercenari, poi nobilitati in “Esercito Libero Siriano”all’assalto della sovranità e indipendenza del paese. Ragazzi che, rifiutata la fuga, hanno pagato lo scotto dell’ordine di Assad di non sparare sui civili. Stesso prezzo pagato dai soldati di Gheddafi quando, nell’assalto degli islamisti a caserme e stazioni di polizia di Bengasi, gli era stato comandato di non reagire con armi da fuoco.

In Siria i manifestanti, sistematicamente centuplicati da queste autorevoli fonti, chiedevano la libertà? Macchè, istigati dai predicatori sauditi ed egiziani (quelli che schiavizzano l’Arabia Saudita e si sono mangiati le rivoluzioni di Egitto, Tunisia, Marocco) ospitati da Al Jazira, voce del padrone assoluto e vassallo USA-UK Al Khalifa al Thani, ciò che invocano è l’instaurazione di un regime islamista a disposizione del padrone coloniale. Ne sono capifila esponenti del takfirismo, setta sunnita che accusa Assad, leader di un popolo laico dall’VIII secolo, di eresia e apostasia. Come in Libia, in Iraq, in Jugoslavia, sono le armate fondamentaliste e terroriste di un Occidente che percuote il mondo con il paradosso della “guerra al terrorismo islamico”. Fanno il paio con i barbuti che ovunque abbiano infilato le proprie zanne sulle ossa della Libia hanno proclamato Sharia ed emirato islamico. E non sono neanche tanto lontani da quei nostri crociati interni che, ripetendo un modulo millenario, intessono l’integralismo cattolico con le potenze del dominio, dello sfruttamento e delle guerre Gott mit uns. E’ quando in Occidente hanno iniziato a imporsi, lacerando il complice occultamento delle Ong umanitariste, le rivelazioni sugli squadroni della morte venuti da fuori, sulle imboscate ai militari e l’uccisione di civili, che la Nato e i suoi vassalli del Golfo hanno iniziato a inventarsi un esercito di “disertori che non hanno voluto sparare sui manifestanti”. E’ bastato che qualcuno, non certo una missione ONU o di Stati neutrali, non certo Amnesty o HRW, latitanti come durante il mattatoio Nato-islamista in Libia, visitasse ospedali e obitori per vedere il rapporto tra morti delle forze dell’ordine e civili. I disertori conclamati non sono che poche decine, fuggiti in Turchia e inquadrati da esponenti del clan di Rifaat El Assad, zio del vecchio presidente e noto narcotrafficante inseguito dall’ Interpol, e di Abdelhakim Khaddam, già vicepresidente, fuoruscito coccolato da Sarkozy e formalmente legato alla Cia. La notizia buona, qui, è che tra il fasullone Consiglio Nazionale Siriano e il fasullissimo Esercito della Libera Siria, già sono scoppiati i fisiologici conflitti tra sciacalli attorno alla carcassa. Si danno sulla voce, sparare tanto, sparare poco per non insospettire i pacifinti, questo sarà mio, non tuo, comando io, non tu, la Clinton non ama te, ma me... Finiranno con l'avventarsi gli uni sugli altri, come in Libia.

Il menzognificio colonial-mediatico non poteva esimersi da quel travestimento umanitario che gli ha assicurato la frantumazione di Jugoslavia, Iraq, Somalia. Si sono mimetizzati con la vecchia legittimazione umanitarista dei manutengoli delle guerre giuste, come la carovana dei flagellanti di Sarajevo, i Sofri, i Langer, i Saviano, i Lotti e, oggi, ministri baciapile, integralisti della moneta e della superstizione, infiltrati dal Vaticano, come il criptochierico Riccardi del S. Egidio che, ministro della greppia Cooperazione, fa da sponda umanitaria al “tecnico” Di Paola, ammiraglio, caporione Nato e ministro della Difesa per meriti genocidi in Libia. Si invocano per la Siria urgenti “corridoi umanitari” (tipo quello di Misurata, per teste di cuoio occidentali e armamenti pesanti in soccorso ai lanzichenecchi) e, dunque, l’irrinunciabile No Fly Zone. Ci sarebbero 1,5 milioni di siriani da salvare dalla morte per fame. Particolare trascurato: la Siria è da decenni autosufficiente sul piano alimentare e la produzione agricola non ha subito riduzioni significative. Negli ultimi anni ha registrato una crescita media del 5%. Nonostante le scarse risorse minerarie ha assicurato giustizia sociale, mano pubblica egemone, sanità e istruzione. La sua popolazione sta meglio di quella di tutti i paesi della coalizione petro-capitalista che la vogliono morta, lo stesso valeva per Serbia, Afghanistan, Somalia, Iraq e Libia. Pensate che quadriglia assolutamente sincronizzata: Usraele, UE, Turchia e califfi con gli anfibi che da tempo puntavano su Iraq, Siria, Libano, Algeria, per installarvi una delle loro democratiche monarchie assolute!
Lega Araba in salsa Calzedonia

Ignorando misure alla Turco-Napolitano, alla Caldaroli, o all’Obama della cacciata dagli Usa di un milione e mezzo di immigrati latinos, ha accolto centinaia di migliaia di palestinesi e oltre un milioni di disperati fuggiti alla mattanza Nato-islamista in Iraq. Ebbene, se oggi in Siria c’è chi si dibatte tra difficoltà economiche lo deve al caos provocato dal mercenariato Nato, alle sanzioni inflitte dalla coalizione petrosatrapi-comunità internazionale, all’impossibilità di vendere il proprio petrolio in Europa, al crollo del turismo in uno dei paesi più ricchi di patrimoni culturali e storici, alla disoccupazione indotta dalla chiusura di imprese esportatrici, al blocco delle transazioni e al congelamento dei fondi sovrani. Se in Siria ci fosse davvero un milione e mezzo di malnutriti, potrebbe ringraziare coloro che ora propongono “corridoi umanitari”. Misurata, appunto, e Bengasi, ma prima ancora il Kosovo, ci hanno insegnato a cosa servano i “corridoi umanitari”. Ong che, senza guerre, andrebbero per grilli, riescono ad andare per tordi quando cospargono dello zucchero vanigliato dei diritti umani le manovre di regime change delle jene colonialiste. Foderano di qualche sacchetto di farina e qualche barattolo di latte in polvere i canali attraverso i quali viaggiano armi, mercenari, provocatori, spie. Collateralmente si fanno tramite verso gli utili idioti e gli amici del giaguaro delle fandonie raccattate tra “attivisti” e “comitati dei diritti umani” locali. Ricordate quei farabutti di “Save the Children” che da Misurata raccontavano del viagra fornito da Gheddafi alle sue truppe perché stuprassero bimbetti di 8 anni?
Mercenari Nato dalla Libia alla Siria

L’International Institute for Strategic Studies, autorità mondiale su modi e meccanismi di guerra, riferisce che la cosiddetta “Free Syria Army” non è per niente composta da “disertori”, ma da miliziani reclutati, pagati e armati da Stati Uniti, Israele, Turchia e petromonarchie del Golfo. Armi israeliane sono state ripetutamente sequestrate in Siria, a dispetto di quel fessacchiotto di diplomatico italiano, già ambasciatore in Libano, che l’altra sera, a una presentazione del mio docufilm “Maledetta Primavera”, farneticava di un “Netaniahu che non sogna altro che la permanenza al potere di Assad” e plaudiva alla democrazia portata in Egitto e Tunisia dai “moderati” Fratelli Musulmani”. Tale è la nostra diplomazia. Stupida e proterva quanto le ordalie dei nostri governanti quando ci raffigurano lo sterminio sociale come la via, l’unica possibile e concepibile, per uscire dal gorgo (il famoso “gorgo” nel quale ci collocava quell’altro depistatore di professione, Ingrao; non si sa chi abbia fatto più danno a paese, popolo, lavoratori, intelligenza, tra i due capobastone “opposti” del PCI, Ingrao o Napolitano). Del resto, ben sapendo che ha la facoltà di tirarsi dietro, a forza di ricatti finanziari e “morali”, la macchina da guerra Usa e UE, Israele neanche si preoccupa di smentire e, insieme agli altri armieri e addestratori francesi e britannici, accorsi in Turchia a mettere in piedi questo “Esercito della Libera Siria”, tace e ammicca, puntando sull’effetto intimidazione nei confronti della Siria e sull’impunità totale che, dopo il lontano exploit contro la guerra all’Iraq, gli assicurano pacifinti e democretini.

Del resto, non ci sono tutti i media, in rasserenante unanimità, a spianare eventuali increspature di coscienza? Fate un po’ il confronto tra lo sdegnato clamore riservato alla sacrosanta collera degli indignati di Damasco e Tehran contro le ambasciate di chi non si perita di allestire “rivoluzioni colorate”, magari di sangue, per annichilire popoli, benessere e sovranità (ricordate gli ambasciatori di Francia e Usa che vanno a Hama per istruire la teppaglia eversiva?) e, dall’altro lato, mettiamo, le bastonate date all’ambasciatore russo e ad altri due diplomatici dai doganieri del satrapo del Qatar, Al Thani. Di queste vi hanno riferito? Avete confrontato le cronache e i puntuti argomenti, a destra e sinistra, su quei violenti di Black Block, dalla Val di Susa ad Atene,  da Londra a Lisbona, “a stento contenuti dalle forze dell’ordine”, con lo sdegno, ripetuto a rullo, sulla “brutale repressione” dello “Zar” Putin di chi, fiancheggiato dal pizzaiolo Gorbaciov, denunciava brogli e chiedeva democrazia in Russia? Nelle cui immagini si continuano a vedere poliziotti che, facendo sghignazzare i nostri robocop, si limitano ad allontanare i manifestanti a braccia. Come sempre, quando in un paese non sottomesso si vota, esplode la storia dei brogli. Li conferma quell’organismo sopra le parti che è l’OSCE, nido di spie ed embedded, ben collaudato in Kosovo. E, naturalmente, alle ben istruite e orchestrate fanfare sulle “tante irregolarità” sul “voto rubato”, comprensibilmente corrono appresso i delusi e incazzati che hanno perso: hai visto mai che, con un aiutino occidentale, non possano tornare i bei tempi alla vodka di Eltsin. Ridere o piangere al pensiero che chi allestisce queste caciare (la confessa NED statunitense sempre in prima linea) ha presidenti eletti due volte con brogli eclatanti e colloca, ovunque abbia spianato paesi con le bombe, i golpe e i narcos, fantocci eletti con sistemi da “La stangata”? Honduras, Iraq, Afghanistan, Somalia, Messico, Costa d’Avorio… E aspettate a vedere il can can colorato che nel, 2013, quando Putin stravincerà le presidenziali, schiamazzerà sotto il Cremlino, armato di satellitari Motorola, dollari, sms della NED, e magari qualche “vittima” ammazzata dagli sgherri dello zar” (vedi i “falsi positivi” in Iran o America Latina).
Comunisti, monarchici, zaristi romanoviani, neonazisti, neoliberisti, uniti nella lotta


E’ che la Russia dà molta noia. E ne darà di più quando qualcuno con spina dorsale, magari quello che, alla faccia dell’Occidente e della eltsiniana banda di oligarchi ladroni e assassini alla Kodorkovsky,”martire” in Siberia delle prefiche occidentali, ha miracolosamente resuscitato una Russia a brandelli, sostituirà Medvedev e i suoi giri di valzer. All’orizzonte si profila Putin e già parte la flotta russa per il Mediterraneo e la Siria, violando il feudo Nato-islamista del Mediterraneo. L’Iran si schiera a difesa della Siria azzannata dai brontosauri Usa-UE-tappetari del Golfo. Il governo dell’Iraq, incamerato dall’Iran, ondeggia verso il sostegno a Damasco, mettendo in difficoltà le teste di cuoio angloamericane che, da lì, si infiltrano in Siria. Ce n’è per bastonare l’ambasciatore russo, scatenare le cellule dormienti colorate a Mosca, satanizzare Putin, far saltare per aria impianti industriali e ammazzare scienziati in Iran (avete visto come il Mossad ammiccava e si lisciava i baffi con ancora grumi di sangue iraniano?). Non c’era da perdere tempo per riattivare gli ascari colorati, spedire droni-spia (uno felicemente abbattuto) nei cieli sovrani iraniani, preavviso di droni-missili che sparano distruzione e morte un po’ ovunque si possa far finta che rivolte di popolo siano sconquassi Al Qaida. Israele è coprotagonista lì e anche in Palestina, dove, tra un’apocalisse minacciata all’Iran un giorno sì e l’altro pure, il regime nazisionista trova il tempo per seppellire sotto una cementata di colonie quanto resta della Palestina e per massacrare un po’ di ragazzetti nell’Auschwitz di Gaza. Fosse mai che ai palestinesi ancora in piedi, sapendo anche che centinaia di migliaia di loro fratelli sono da sessant’anni rifugiati in Siria, venisse l’uzzolo di parteggiare per l’unico appoggio e santuario che gli rimane nel mondo!

E qui rammento con pena quel compagno, rappresentante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), che l’altra sera a Genova, durante la presentazione del mio film sulle primavere arabe e sulle aggressioni a Libia e Siria, riecheggiando il coro davvero vile e turpe contro Gheddafi di tutte le organizzazioni palestinesi, borbottò, storcendo la bocca: “Dopotutto, la Siria è uno Stato di polizia…” Ma chi te lo ha fatto dire? Cosa fai, dai lo zuccherino al drago? Ma anche lo fosse, Stato di polizia (comunque sempre meno di quelli Usa e UE), ti sembra il momento di sfrucugliare un paese che ospita da decenni i tuoi fratelli e che da sempre, ormai unico, sostiene la tua lotta e le tue aspirazioni per la libertà e l’indipendenza? La speranza e lotta per un mondo arabo riunito, laico, antimperialista, socialista? Ti sembra la cosa principale e unica da dire dopo aver visto e sentito dell’uccisione della Libia, vostra amica, da parte degli assassini del tuo popolo e dell’identica operazione in atto in Siria? Ma chi è il tuo nemico principale? Uno Stato assediato da ogni lato, da quando ha intrapreso il cammino dell’indipendenza e la costruzione di uno Stato sociale: guerre, squadroni della morte, persecuzioni giudiziarie ONU (con l’accusa alla Siria dell’uccisione del tycoon libanese Rafiq Hariri, attentato classico del Mossad), bombardamenti, provocazioni, assassinii mirati, con uno strangolamento economico decretato dalle sanzioni di chi, insieme al midollo della propria società, vuole succhiare anche la polpa delle altre? A parte che vedo più poliziotti e, ora, militari armati per picchiare e sparare, in una cittadina come Pistoia che agenti in tutta la Siria, come fa un paese in quelle condizioni ad aprire porte e finestre, a presentare partiti e media ai forzieri dell’imperialismo? Cosa gli offri, una democrazia che sembra un tappeto divorato dalle tarme e che ora fa da scendiletto a despoti inguainati Armani che, ottuse e tracotanti marionette attaccate ai fili dei Pantagrueli finanziari, hanno fatto tracimare la Prima della Scala di più impudica volgarità di quanto non abbiano mai potuto rigurgitare l’inadeguato ciarlatano burino e la sua compagnia di giro.

Terroristi, una faccia, una razza. Mentre in Siria squadracce di ossessi religiosi, bulimici di libero mercato alla Monti, e miliziani rastrellati dai vari scenari della destabilizzazione, sparano su folle e custodi della sovranità della Nazione, con perfetta specularità riparte in Italia la logora tiritera del terrorismo ante portas. Un terrorismo che, dalla sua prima apparizione, è USraeliano e serve a giustificare guerre di conquista, come pure quella al proprio popolo. Non vi ricordano, le buste esplosive "anarcoinsurrezionaliste" all’usuraio-capo di Equitalia, come a suoi compari in altri posti, le bombe “anarchiche” del ’69 e seguenti e quelle del ’92-’93? Finalizzate, le prime, a contenere una messa in crisi rivoluzionaria del sistema, le seconde ad avviare, dopo la bonifica di Mani Pulite, l’avvento diretto della criminalità organizzata al potere e, queste ultime, a intimidire e reprimere ogni sussulto di vita nella camera della morte in cui questi tonnaroli Bilderberg stanno cacciando il 99% del paese. Siccome, ottusi e rapaci, ci trombano con la minchiata che “non c’è alternativa”, ottusi e monotoni cercano di trombarci anche con l’ennesima riproposizione del terrorismo. E se non spunta qualche cazzone a piazzare ordigni, i provocatori pronti all’uso in questo paese e nei suoi servizi non sono mai mancati. Il parallelo è costante: da noi qualche finto brigatista, o qualche infiltrato nero (“opposti estremismi”), in Siria il detrito Al Qaida che ha finito il soldo per i lavoretti in Libia o Cecenia. O in Pakistan. Già, lì droni Cia ne violano ogni giorno la sovranità e spazzano via villaggi e villici del Waziristan e, ultimamente, ben 24 soldati “alleati”. E se i militari, dove alligna un residuo di dignità nazionale, finiscono con lo scocciarsi e cacciano gli Usa dalla loro base aera di Shamsi in Beluchistan, ecco che, botta e risposta, saltano per aria mercati e moschee affollate nella principali città. Terroristi pachistani? Forse. Ma scudiscio manovrato, come da noi e in Siria, dagli stessi mandanti di Monti. La barca è sempre quella. Ci siamo dentro tutti. Una faccia una razza, dall’una e dall’altra parte della barricata. A saperlo si diventa più forti.

Da noi c’è, accanto al presidente che ha firmato tutte le porcate del guitto mannaro e padrineggiato il golpe Monti, il “con-viva-e-vibrante-commozione” rifilatoci dagli Usa mezzo secolo fa, sempre a disposizione di chi ci vuole male, santo-subito per gli auspici di alcuni milioni di decerebrati, l’altro capo di Stato. Quello incistato da millenni nel cuore del nostro paese, che, esentato dall’ICI, munito di greppie scolastiche e imprenditoriali, conferma la sua vocazione a benedire chiunque faccia transitare armate di cammelli per la cuna dell’ago, bambinelli per la psicoterapia alla “Chi volò sul nido del cuculo”, morituri per i trattamenti della strega cattiva di Calcutta. Paradossale, ma neanche tanto, che, mentre le chiese cristiane, liberamente e rigogliosamente presenti in Siria (come lo erano in Libia), si svociano a denunciare la nemesi Nato-islamista programmata per uno Stato laico, tollerante e progressista, il Papa si limiti a deplorare le “violenze” (e intende quelle che gli racconta Hillary Clinton) e unge di olio sacro il terminale domestico della cosca colonialista che di tutte le violenze, di ogni terrorismo, è prima ed esclusiva fucina.
Esportare primavere. O comprarle.


Tout se tien, tra Libia, Siria, Iran, Russia e le nostre faccenduole nazionali. E’ in atto, come dice James Petras, il più grande roll-back (riavvolgimento del tappeto) delle conquiste di popoli, nazioni, lavoratori, donne, dai tempi della Compagnia delle Indie, o del macellaio santo del Sacro Romano Impero. Mai ci vorrebbe come oggi un Marx che tornasse a spiegarci cos’è e come opera e cospira il Capitale e come si dovrebbe fare per riprendersi libertà e plusvalore. Ma mai, come nell’attuale proliferare di gruppi, sottogruppi, conventicole e torri d’avorio dalla falce e martello, c’è stata mancanza di comunismo. Visto che senza internazionalismo e senza antimperialismo, checché ne dicesse quell’altro fiore del revisionismo, Bertinotti, comunisti non si è. Come non lo si è quando, da “marxisti-leninisti” palestinesi, ci si taglia le palle sbertucciando Gheddafi o Assad. A questo punto meglio il Baath, la Jamahirija, il Myanmar (non dell’amerikana San Suu Kyi!), Cristina Kirchner... Di fronte a una Jamahirija, a una Siria baathista, a un Iran da sessant’anni sotto schiaffo dell’Occidente, a un qualsiasi paese che non si metta carponi davanti ai belluini appetiti di mercanti di cannoni e trafficanti di narcotici chimici e psicologici, visto che, autosterilizzata, non ce la sa fare a schierarsi dalla parte giusta, questa “sinistra” almeno si batta il petto. Fino a sfondarlo e farne uscire tutto il suo pus cerchiobottista. La discriminante oggi è diventata la dignità. Di operai e popoli.
Myanmar. L’Idra e un’altra delle sue teste


Per l’oftalmologo divenuto, per fortuna dei Siriani, presidente al posto dello zio Rifaat, amerikano e narcotrafficante, massacratore dei rivoltosi di Hama nel 1982, c’è un Barbablù, Premio Nobel della pace, nero, conclamato mandante di killer, che gli augura “la stessa fine di Gheddafi”. E, presto, si attiverà anche il Tribunale Penale Internazionale con la ferula dei “crimini contro l’umanità”. E’ selettivo, questo super partes giudiziario: mentre gironzolavano con la mannaia tra milioni di cadaveri tipi come Blair, D’Alema, Napolitano, Bush, Obama, Sarkozy, Cameron, i reggitori di Abu Ghraib, Guantanamo e di mille carceri segrete della tortura, ha incriminato esclusivamente “delinquenti” del Sud, prima di Gheddafi tutti neri. Ultimo, quel Laurent Gbagbo che, per il Comitato Nazionale Elettorale e la Corte Costituzionale aveva vinto le elezioni in Costa d’Avorio, ma per la Francia che, sterminando un po’ di renitenti, gli ha preferito l’ennesimo virgulto del FMI, per l’ONU e per il TPI, no. Ricordate che il TPI aveva anche ordinato l’arresto di Gheddafi, proprio mentre i crimini contro l’umanità e di guerra li perpetravano alla grande i bombardieri Nato e il loro mercenariato di terra? E’ di ieri la notizia che “il caso è stato archiviato”. Operazione riuscita, paziente morto. Di coloro che hanno ordinato e di quelli che hanno eseguito lo squartamento del combattente patriota Gheddafi, il procuratore Moreno Ocampo non ha neanche sentito parlare. La sua polizia giudiziaria a stelle e strisce nulla gli ha riferito. Il pigolìo di Amnesty e HRW era troppo basso. E così, sulle orme del predecessore manichino di Upim, il montiano neo-ministro degli esteri, un carneade di nome Giulio Terzi di Sant’Agata (ex-rappresentante italiano a Nato, Onu e Israele: qualifiche perfette), ha potuto, con pieno plauso UE-USA, farsi bello inchinandosi  al compare del Consiglio Nazionale Siriano, omologo del comparuzzo del Consiglio Nazionale di Transizione libico, ai cui piedi si era gettato di corsa Frattini. Siamo grandi trasvolatori bombaroli, ha promesso al farabutto dal ginocchiatoio della Farnesina, e grandi elemosinanti di briciole.

Mamma, li turchi! Chiudo con una notizia che nessuno ha smentito. Nella base navale turca di Iskanderun i servizi segreti britannici e francesi hanno stabilito un centro terrorista di addestramento per mercenari arabi da lanciare contro la Repubblica Araba di Siria. Sarkozy e Erdogan hanno stretto un patto: in cambio del pieno appoggio logistico e operativo alla campagna terroristica dei servizi anglofrancesi e della Nato contro la Siria, Parigi faciliterà l’ingresso sollecito della Turchia nell’agognata Europa di Draghi e della Lagarde (FMI), Oli Rehn e Barroso, di Marchionne e campi rom bruciati. La UE non sarà da meno. Come non lo è stata l’altro giorno con la Croazia, nata dalla distruzione della Jugoslavia sovrana, dalla secessione del post-ustascià,Tudjman, e dalla benedizione di Karol e Marco Pannella in mimetica, è accolta a braccia aperte nell’Unione degli Zombie. Non così, buon pro le faccia, la Serbia che, a dispetto della svendita di Karadzic, Mladic, patrioti vari e di tutta l’industria serba da marchionnizzare, con qualcosa anche per la ‘ndrangheta, a dispetto del disponibile valvassore Boris Tadic, presidente, si è vista richiedere “altri passi”. Magari ora quello della soppressione violenta, in sinergia con la KFOR e con il brigantaggio di Stato di Pristina, degli ultimi dei serbi che resistono al genocidio. Quelli dei centomila sopravvissuti alla pulizia etnica vera in Kosovo che, in questi mesi, agli sgherri Nato hanno impedito con barricate, pietre e fucili da caccia, di creare un artificiale confine tra la Serbia di Belgrado e la Serbia del Kosovo Metohjia. Chi comandava gli sgherri Kfor che sparacchiavano, intossicavano e menavano? Herr Majorgeneral Erhard Buehler, il successore in Serbia di coloro che, per la Germania nazista, avevano massacrato la Serbia. I serbi sono stati gli unici che, da soli, li cacciarono. La vendetta si serve fredda.

A volte c’è chi mi rimprovera che, in questi pezzi, faccio digressioni che allontanano dal tema, che salto di palo in frasca, che faccio perdere il filo. E’ così? Gli è che il filo è quello di Arianna e che l’altro capo lo tiene nella zampa il Minotauro divoratore di vergini. Questo filo si arrovella attorno a mille siepi, il che rende difficile a Teseo la scoperta e l’eliminazione del mostro. Pensi di aver imbroccato nel labirinto il sentiero giusto, ma sbatti contro una siepe, viri a destra e, se non deviava a sinistra, finivi in un cul de sac. Invece sbatti il grugno contro una statua di Monti. A volte ti tocca addirittura districarti tra fitti cespugli per evitare l’ennesimo fine corsa. Io lascerei a cronisti di nera e bianca, agli storici di guerra, ai criminologi il racconto del sacro “tema”, dall’a alla z. “Contano le connessioni”, insisteva la maestra di tutte le nostre maestre, e avevano anticipato Marx e Lenin. Lavoratori di tutti i popoli unitevi! Oggi siamo al “99% dell’umanità uniamoci!” E non vogliamo sapere cosa succede di qua e di là e scoprire le connessioni e anche i giri per arrivare a incontrarci? Dite voi.
Anche chi sta visionando il mio libro su Primavere arabe e guerre Nato - penso di titolarlo "Chi ha ucciso la primavera?" (che dite?) - suggerisce di “stare al tema”, di non divagare, o Libia, o Pakistan, o Italia, o Siria, o Monti o Gheddafi, o bombe o manovre finanziarie… Ma, dico, le connessioni? Tra quelli e noi, tra quelli e quelli, tra noi e noi?
Modello Wall Mart-Wall Street

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Campagna: Syria no war. Siria: no alla guerra, sì ai diritti umani
Promossa da: PeaceLink
ENDORSED BY: Albassociazione;U.S. Citizens for Peace & Justice–Rome;Associazione nazionale di amicizia Italia Cuba - Circolo di Roma;Rete No War Roma; Contropiano;Associazione U.V.A;associazione Liberigoj;associazione Un Ponte per;Associazione Yakaar;Italia Senegal; Rete romana di solidarietà con la Palestina; Ecoistituto del Veneto Alex Langer; Rete Disarmiamoli; Comitato con la Palestina nel cuore;Associazione Culturale Chico Mendes;Associazione per la Pace.



PROMOTED BY
Peacelink Association, Italy
volontari@peacelink.it
NO ALLA GUERRA IN SIRIA
SI' AI DIRITTI UMANI E ALLA LEGALITA’

Le sottoscritte organizzazioni non governative umanitarie e a difesa dei diritti umani chiedono con forza alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di agire immediatamente per fermare ogni tentativo di intervento militare straniero contro la Siria e di favorire una vera mediazione svolta in buona fede. Questa imperdonabile negligenza non può continuare.
Com’è noto, nei mesi scorsi c’è stata una crescente campagna mediatica internazionale sugli eventi in Siria, spesso basata su resoconti parziali e non verificabili, com’è già successo nel caso della Libia.
Quello che si sa è che sono in corso violenti scontri fra truppe governative e le truppe di insorti dell'autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria, con basi in Turchia al confine con la Siria, e che questo crescendo di violenze ha già provocato enormi perdite anche di civili. I civili innocenti sono le prime vittime di ogni guerra. Entrambe le parti armate hanno dunque responsabilità.
Ma l'intervento militare esterna non è assolutamente il modo per proteggere i civili e i diritti umani.
AFFERMIAMO CON FORZA CHE:
1) Il cosiddetto “intervento militare umanitario” è la soluzione peggiore possibile e non può ritenersi legittimo in nessun modo; la protezione dei diritti umani non viene raggiunta dagli interventi armati;
2) al contrario le guerre portano, come inevitabili conseguenze, ad imponenti violazioni dei diritti umani (come si è visto nel caso della “guerra umanitaria” in Libia);
3) l'introduzione di armi dall’estero non fa che alimentare la “guerra civile” e pertanto dev'essere fermato;
4) non è tollerabile che si ripeta in Siria lo scenario libico, dove una “no-fly zone” si è trasformata in intervento militare diretto, con massacri di civili e violazioni dei diritti umani.
VI CHIEDIAMO CON FORZA DI FAVORIRE:
1) una mediazione neutrale tra le parti e un cessate il fuoco: ricordiamo che la proposta avanzata da alcuni paesi latinoamericani del gruppo Alba è gradita anche all’opposizione non armata;
2) un’azione per fermare l’interferenza militare e politica straniera, volta a destabilizzare il paese;
3) il reintegro della Siria nel Blocco Regionale;
4) lo stop a tutte le sanzioni che attualmente minacciano il benessere dei civili;
5) una missione d’indagine internazionale parallela da parte di paesi neutrali per accertare la verità;
6) l'invio di osservatori internazionali che verifichino fatti e notizie che circolano attualmente privi di verifiche e di verificabilità.
PROMOSSO DA
Peacelink, Italy
volontari@peacelink.it
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o Come persona
o Come associazione
Adesioni dal 26 novembre 2011: 138 persone , 17 associazioni
Stati Uniti - Il più grande inquinatore del mondo è l’esercito degli Stati Uniti d’America che produce ogni anno almeno 750.000 tonnellate di residui tossici. È un inquinamento a livello globale dal momento che gli USA possiedono basi in decine di Paesi. Solo in Italia sono installate 113 basi americane e NATO.

Stati Uniti - L’esercito americano e la NATO non solo rilasciano materiale tossico nell’aria e nell’acqua, ma avvelenano la terra e il mare: anche delle comunità confinanti, provocando un aumento dell’incidenza di tumori, patologie renali, malformazioni congenite, neonati sotto peso e aborti spontanei.

Stati Uniti - Il Pentagono gestisce basi militari anche fuori degli Stati Uniti come “riserve federali” non sottoposte alla sovranità degli Stati ospitanti, tale situazione è stata denunziata con una petizione presentata a Camera e Senato ai sensi dell’art 50 della Costituzione e rubricata presso le rispettive commissioni parlamentari competenti.

Stati Uniti - Il Pentagono ha ottenuto anche, dagli Stati servili come l’Italia, deroghe alle leggi che tutelano chi denuncia reati, laddove siano coinvolti militari statunitensi. Vedi il clamoroso caso del Cermis. Molti sono stati i tentativi nei vari Paesi per tentare di obbligare le forze armate americane e NATO al rispetto delle leggi nazionali per la tutela ambientale, ma senza esito.

Stati Uniti - Nonostante le proteste contro la guerra stiano crescendo in tutto il mondo, la “guerra alla Terra” da parte del Pentagono continua. Gli Stati Uniti sono guidati da una oligarchia criminale che non porta rispetto allo stesso territorio americano come pure non tiene conto della salute dei propri militari che, al ritorno dalle varie “guerre umanitarie”, spesso finiscono in centri di igiene mentale o ospedali per malattie tumorali.

Stati Uniti - Un rapporto dedicato all’Iraq, dell ’Unità di Valutazione Postbellica del Programma Ambientale
delle Nazioni Unite, ha rivelato che i pesanti bombardamenti USA e i movimenti di un gran numero di veicoli militari, hanno fortemente degradato l’ecosistema naturale e agricolo. L’intenso uso di proiettili all’uranio impoverito ha fatto rilevare livelli di contaminazione radioattiva pericolosi per la salute, per l’acqua e per l’ambiente.

Stati Uniti -Le centinaia di migliaia di proiettili all’uranio impoverito utilizzati nella guerra di aggressione
all’Iraq, hanno lasciato sul terreno ben 75 tonnellate di materiale tossico. Stessa situazione in Serbia, in una guerra che
ha visto l’intervento diretto anche dell’Italia, complice il governo di sinistra di D’Alema. “Questo e quello per me pari sono”, non lo dimentichiamo !

Afghanistan – Gli Usa in Afghanistan stanno ancora utilizzando materiale bellico altamente tossico con conseguenze
devastanti per l’ecosistema naturale e per la salute degli abitanti, e degli stessi militari (compresi gli italiani) fortemente colpiti da malattie tumorali.

Afghanistan - Nonostante quanto rilevato dagli organismi internazionali, le forze anglo-americane e NATO continuano ad utilizzare munizioni all’uranio impoverito facendosi beffe di una specifica risoluzione O.N.U. che classifica tali proiettili come armi illegali di distruzione di massa. Lo stesso tipo di armi che l’entità sionista che occupa la Palestina ha usato durante l’ultima invasione del Libano.

Usa - Le minuscole particelle radioattive che si sprigionano quando un proiettile all’uranio impoverito colpisce l’obiettivo, vengono facilmente inalate anche attraverso le maschere antigas a Circa 10.000 veterani della“Guerra del golfo” sono morti per malattie tumorali.

Stati Uniti - Una ex infermiera dell’esercito americano, Carol Picon, ha raccolto un’estesa documentazione sulle malformazioni congenite riscontrate nella popolazione irachena e sui figli dei veterani statunitensi.

Stati Uniti - In “The Hidden Killers” è stato messo insieme un originale rapporto dall’Iraq e dalla Bosnia con le interviste ai veterani dell’esercito statunitense malati di tumore; un numero elevato di civili iracheni e bosniaci esposti all’uranio impoverito, hanno presentato gli stessi tipi di tumore dei veterani americani della “Guerra del golfo”.
Stati Uniti – Il governo statunitense si dovrebbe vergognare di questi crimini contro l’umanità, come pure
si dovrebbero vergognare anche i mezzi d’informazione italiani e stranieri che, pur essendo a conoscenza di quanto sta accadendo, censurano le notizie e continuano a sostenere le cosiddette “guerre umanitarie”.
Ipocriti, sepolcri imbiancati, come gli stessi governanti italiani di tutti i colori che mandano i nostri ragazzi a seminare morte e devastazione in paesi che non ci sono ostili, insieme ai criminali statunitensi e per gli interessi di quella cupola demo plutocratica giudaica-massonica che sta devastando e impoverendo i popoli e le nazioni
(Agenzia d’Informazione Islamica)