domenica 10 marzo 2019

“BUCHI NERI DELLA SIRIA”. O BUCHI NERI DEL GRANDE GIORNALISTA?




Pubblico un mio commento ai due articoli sulla Siria inviatimi da un amico di provata competenza.

Non ho mai capito come esperti di geopolitica e attenti osservatori delle questioni mediorientali, di cui si occupa il giornalista citato nei due commenti che riporto, abbiano potuto dare a esso credito di indipendenza e alterità rispetto alla stampa main stream. Sempre interno ai media di regime, prima al “Sole24Ore” e ora al “manifesto”, questo esperto di politica estera è un autentico campione della rappresentazione della realtà in chiave di vero/falso, di quelli particolarmente abili, ma anche trasparenti all’occhio collaudato. Il credito viene dal saper mescolare verità scontate con elementi spuri. A questi  si è portati a credere perchè, appunto, affiancate da verità riconosciute.

Nel pezzo sul “manifesto”, richiamato dall’amico Jure, solito campionario di ambiguità e di rappresentazioni in chiave di vulgata ufficiale, i passaggi rivelatori sono parecchi. Non per nulla il vicedirettore del quotidiano, Tommaso Di Francesco, riprende ed esalta il pezzo di Negri nella prima pagina del numero successivo. Atto dovuto per uno che ha rappresentato il meglio del “manifesto” al tempo della Jugoslavia, quando  lacrimava sui bombardamenti Nato e, al tempo stesso, gli spianava la strada parlando, alla tedesca e americana, di “Milosevic despota” e di “ultranazionalismo serbo”, accentuando poi la mistificazione con l’accredito offerto all’infame menzogna di Srebrenica.

Curdi? I bravi ragazzi della pulizia etnica
Si inizia con riferimento alle FDS (Forze Democratiche Siriane), mercenariato degli Usa al 90% curdo, con irrilevanti presenze assoldate da minoranze della zona. A definirle “curdo-arabe” gli si vorrebbe dare una legittimazione inter-nazionale e occultarne il ruolo, vuoi di ascari degli invasori occidentali, incaricati di rimpiazzare l’Isis nello squartamento della Siria, vuoi di unici buoni sulla scenain quanto, rispetto al “regime”, “progressisti”,  “femministi”, “federalisti”, “ecologici”, “democratici” (nulla di più delle caratteristiche proprie, ma vere, delle forze patriottiche siriane). Nulla è detto della pratica di queste formazioni di espellere  dai centri abitati arabi coloro che non si piegano al loro potere, all’occupazione di case ed edifici pubblici, alla presa in possesso e allo sfruttamento degli impianti petroliferi e delle coltivazioni di Stato siriano e privati.
 
 
Si prosegue con la notizia di “6 miliziani delle forze scite” fatte fuori dall’Isis nella vicina Makmour, in Iraq, quando si tratta delle “Forze di Mobilitazione Popolare” irachene, a composizione totalmente inter-etnica, che sono state decisive nell’affiancare l’esercito di Baghdad nella disfatta dell’Isis (a dispetto del costante, documentato aiuto in materiali e armi fornito ai jihadisti dagli Usa e denunciato ripetutamente dalle FMP e dagli stessi parlamentari di Bagdad). Questi “miliziani” (termine che li dovrebbe apparentare ai terroristi) sono definiti “sciti” nell’intento propagandistico che vuole ridurre l’intero tentativo di ridisegnare il Medioriente in chiave colonialista a uno scontro religioso tra sfera scita e sfera sunnita.

L’aviazione della coalizione a guida Usa prepara il terreno ai curdi bombardando senza posa la zona ad est dell’Eufrate, come aveva fatto radendo al suolo Raqqa, provocando migliaia di vittime civili e distruggendo ogni vestigia storica, civile, infrastrutturale, con lo stesso scopo di ridurre all’inoffensività dell’età della pietra e allo spopolamento umano perseguito da Churchill sulla Germania della Seconda Guerra Mondiale. Di queste stragi degne, secondo l’ONU, della definizione di genocidio, non v’è parola nel pezzo dell’illustre analista. In compenso si evidenzia un’ “aviazione siriana che da giorni martella a Khan Shaykhun e Jisr Shughur, a sud e a ovest di Idlib”.  Brutti e cattivi bombaroli i siriani che lottano per far sloggiare il terrorismo turco-jihadista dal proprio territorio; taciuti  e dunque degni di silenzio, comprensione e attenuanti, gli invasori imperiali che spazzano via, più che i mercenari obsoleti, per insediare quelli moderni e presentabili, intere parti umane e materiali della Siria.

I curdi, ci informa Negri, alla luce delle incertezze sul restare o partire dei prosseneti americani, chiedono una forza internazionale di interposizione. Effettuata la pulizia etnica degli arabi siriani e allargato di cento volte il proprio territorio iniziale, sapendo che non saprebbero resistere nemmeno 24 ore allo scontro con l’Esercito Arabo Siriano, invocano i caschi blù, o qualcosa di simile, magari ascari del Golfo, per garantirsi la conquista e la frammentazione della Siria, progetto iniziale del colonialismo, mai abbandonato

 
Kurdistan siriano ieri e oggi


Non poteva mancare, nel racconto di Negri, la ribadita natura di “rivolta popolare contro il regime alauita” (notare: “popolare” e “regime”), che poi si sarebbe “trasformata in una guerra di procura contro l’influenza dell’Iran, vero motivo strategico del conflitto”. Ecco così purificata in rivolta popolare contro il regime una cospirazione imperial-colonialista, progettata da decenni, contro un paese laico, progressista, bastione antisionista e antimperialista, sopravvissuto alla distruzione di Libia e Iraq. Macchè, si trattava, per Negri, oltrechè di giusta rivolta popolare, di contenere l’espansionismo, detto “influenza”, dell’Iran. Un Iran assediato e minacciato da anni, in crisi umanitaria grave per via di sanzioni sociocide, che in Siria è intervenuto legittimamente, su richiesta di un paese aggredito da mezzo mondo, e solo dopo tre anni dall’inizio dell’assalto.

In tutto questo quadro non vi è una sillaba, neanche un pensierino nascosto tra le righe, sul fattarello che fin dal primo giorno della crisi, in Siria operava la marmaglia jihadista di Al Qaida, poi al Nusra, poi Isis, rastrellata in Libia, Marocco, Tunisia, Cecenia, Xinjang, repubbliche asiatiche, finanziata dagli illuminati governanti democratici di Saudia e Golfo, addestrata in Turchia e Giordania da turchi e marines, fornita di armi e assistenza sanitaria da Israele, arricchita dal furto di petrolio siro-iracheno tramite intermediari di Erdogan. E, naturalmente, spaventato il colto e l’inclita con l’affermazione, del tutto priva di fondamento, che oramai hanno vinto l’autocrate Putin, il regime di Assad insieme all’Iran, e ulteriormente terrorizzatolo con la denuncia che l’ideologia e le affiliazioni dell’Isis si sono diffuse ben oltre i confini del Medioriente, dall’Asia all’Africa, competenza, esperienza, e deontologia vietano ad Alberto Negri di ricordare che si tratta pur sempre di una fauna fiorita nelle serre seminate, coltivate dall’Occidente, da questo innaffiate, potate e portate a nuove fioriture. In caso contrario, che ne sarebbe mai dalla “guerra al terrorismo”, strumento indispensabile per la realizzazione del Nuovo Ordine Mondiale?

Ciò che invece al nostro attentissimo analista è incredibilmente sfuggito è proprio la notiziona del giorno. Quella che da 24 ore gira sulla rete ed è stata addirittura ripresa, a volte con malcelato orgoglio, dalla stampa occidentale, questa sì di regime. Ci siamo indignati perché i britannici si sono appropriati dei miliardi depositati dalla Libia nei loro caveau?  E poi, recentemente, che gli stessi illustrissimi banchieri della City abbiano requisito tonnellate di oro del fondo sovrano venezuelano? Gangsterismo? Ma no, pratica legittima, a protezione dei dirtti umani, delle democrazie colonialiste, dai tempi della Compagnia delle Indie e dello sbarco di Cristoforo Colombo “scopritore”.

Gangster e ladri
Ciò su cui l’esperto del “manifesto” ha sorvolato è di dimensioni ancora più grosse. Un sogno di Al Capone. Gli occupanti Usa in Siria hanno sottratto a quello Stato ben 50 tonnellate di oro. Lo affermano, non smentite, fonti dell’una e dell’altra parte. Comprese quelle locali. E’ successo nella provincia di Deir Ez Zor, a est dell’Eufrate, dove imperversava l’Isis e ora imperversano basi e forze speciali Usa e mercenari curdi.10 tonnellate erano stata rastrellate qua e là, dalle banche dei centri via via occupati. Ma ben 40, insieme a milioni di dollari in banconote, erano custoditi nell’ultimo presidio Isis ad al Baghuz. Il malloppo è stato consegnato ai militari statunitensi e portato via su elicotteri. In cambio, quelli dell’Isis e le loro famiglie hanno avuto quel salvacondotto che ha portato all’evacuazione da tutti vista nei notiziari dei tg. Ai curdi delle SDF sarebbe stato concesso una mazzetta, guiderdone per i servizi prestati.


Davvero un’altra tacca sul fucile dell’YPG, unità curde, e del giornalismo alla “manifesto”.

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La guerra infinita nella Siria dei «buchi neri»
Alberto Negri Il Manifesto
EDIZIONE DEL09.03.2019
PUBBLICATO8.3.2019, 23:58

Questa è la Siria dei «buchi neri», un conflitto con un campo gravitazionale così intenso che non se ne vede la fine. La guerra siriana proprio non si esaurisce all’orizzonte del modesto villaggio di Al Baghouz, sull’Eufrate.
Dove le forze curdo-arabe hanno assediato l’ultima sacca di un Califfato che a un certo punto controllava migliaia di chilometri quadrati a cavallo tra Iraq e Siria e la vita di quasi nove milioni di persone.
Al culmine della sua potenza ho potuto vedere sventolare la bandiera nera a 15 chilometri dal centro di Damasco, a 70 da quello di Baghdad, a 40 minuti di auto dalla capitale curda irachena di Erbil, a Makmour, dove proprio ieri l’Isis ha fatto fuori 6 miliziani delle forze sciite. E nella roccaforte dei curdi siriani a Kobane, nell’ottobre 2014, il vessillo di Al Baghdadi era di fronte, dall’altra parte della strada.
Dal buco nero di Al Baghouz vediamo emergere, insieme a centinaia di cadaveri di donne e vittime yazide nelle fosse comuni, i prigionieri dell’Isis e le loro famiglie. Le mogli dei jihadisti accusano ad alta voce gli americani di essere i veri massacratori del popolo siriano.
Qualche cosa di diverso mi racconta Lamya Haji Bashar la giovane yazida, premio Sakharov, ridotta in schiavitù dai jihadisti. «Le donne dell’Isis sono state quasi peggio degli uomini che mi hanno stuprato. Sono stata venduta cinque volte – racconta Lamya – e ogni volta picchiata, violentata e torturata dai miei aguzzini: gli uomini mi stupravano, le donne mi trattavano come un animale che striscia per terra». Il volto di Lamya porta le cicatrici di una granata esplosa mentre tentava la fuga ma i segni dentro la sua anima sono ben più profondi. «Vedo che oggi escono dall’assedio e chiedono di tornare a casa, mi domando se questa sia davvero giustizia: forse dovrebbero affrontare un processo alla Corte penale internazionale».
La guerra non finisce in questo lembo di terra siriana si Al Baghouz affacciata sul governatorato iracheno di Al Anbar – dove si stima ci siano ancora 5-7mila combattenti – per i seguenti motivi che elenchiamo:
1) A Idlib e nel Nord siriano _ 2,5 milioni di abitanti – ci sono ancora decine migliaia di jihadisti affiliati di Al Qaida, con stime variabili da 20mila a 40mila. La loro resa o ricollocazione è affidata all’accordo tra Russia, Turchia e Iran, ma non c’è ancora niente di deciso neppure dopo il vertice trilaterale di Sochi del 14 febbraio. L’aviazione siriana da giorni martella a Khan Shaykhun e Jisr Shughur, rispettivamente a sud e a ovest di Idlib, dove sono asserragliate anche le milizie filo-turche.
2) Continua il conflitto tra curdi e la Turchia. I curdi, considerati da Ankara dei «terroristi», chiedono una forza internazionale di interposizione mentre Erdogan insiste per ampliare la sua «fascia di sicurezza» dopo essersi impossessato del cantone curdo di Afrin: qui nelle scuole si insegna il turco e Ankara ha imposto la sua economia.
Il presidente turco ieri ha ribadito la minaccia di invasione e al contempo ha confermato la sua sfida a Usa e Nato con l’acquisto del sistema di difesa missilistico S-400 e per gli S-500 di prossima generazione. È chiaro che vuole il via libera di Putin, il quale nicchia, mentre tiene sulla corda gli americani.
3) Permane il vero motivo strategico del conflitto che nel 2011, da rivolta popolare contro il regime alauita, si è trasformato in una guerra per procura contro l’influenza dell’Iran, l’alleato storico di Assad, con il coinvolgimento della Turchia delle monarchie del Golfo e delle potenze occidentali che pur di abbattere il regime hanno sostenuto i jihadisti, come del resto ha affermato di recente il colonnello francese François-Régis Legrier nell’intervento sulla Revue de la Défense nationale, con grande disappunto delle Forze Armate.
4) Israele, che gli Stati uniti si ritirino o meno, continuerà i raid in Siria contro i pasdaran iraniani. Azioni militari che coinvolgono inevitabilmente gli Hezbollah, alleati di Teheran in Libano. Gli israeliani sono stati investiti da Washington del ruolo di guardiani della regione mentre anche Putin, che finora ha contato sugli iraniani, deve arrivare a un accordo sia con l’Iran che con Netanyahu che ha incontrato la scorsa settimana a Mosca.
Chi «tradirà» chi? Putin è il vincitore della guerra, insieme all’Iran e al regime di Assad, ma ha anche grandi interessi politici ed economici con Israele, la Turchia e le monarchie del Golfo: deve far fruttare, con la ricostruzione, una vittoria militare di prestigio ma assai costosa.
5) La fine territoriale dell’Isis non è la fine del jihadismo: continueranno azioni di guerriglia e l’insurrezione sunnita, tra Siria e Iraq, non è sepolta perché le rivendicazioni settarie restano sia in Siria che tra la minoranza sunnita dell’Iraq. Come non è certo evaporata sull’Eufrate l’ideologia dell’Isis che si è diffusa con le sue affiliazioni ben oltre i confini del Medio Oriente, dall’Asia all’Africa.


Una questione si lega all’altra, una guerra si lega all’altra. La fine dell’Isis, nel gioco degli specchi mediorientali, riflette il netto contorno di una sconfitta militare ma anche il destino tragico e precario di interi popoli e nazioni.


Aram Mirzaei for the Saker blog

Trump declares “victory” over ISIS but Washington’s foul plans in Syria are far from over

https://thesaker.is/trump-declares-victory-over-isis-but-washingtons-foul-plans-in-syria-are-far-from-over/

At the eve of the 8 year anniversary of the Syrian war, the battle for one of the last ISIS strongholds in Syria is still raging. The so called “caliphate” is on its last knees as US president Trump declares that “100 percent of ISIS ‘caliphate’ has been taken back.

Trump was of course only referring to the US coalitions “efforts” and didn’t even bother to mention that it is Syria and her allies that have done most of the heavy lifting. Nevertheless, he was right about ISIS losing all of the territories they occupied in Syria, but what happens now?

The US has for long declared that their presence (occupation) in Syria is mainly to fight ISIS, while sometimes also claiming to “prevent Iran from entrenching itself” in Syria. Of course any serious observer who has the slightest interest in Middle Eastern politics understands that this is a lie.

The US’ top priority has been from the beginning to save its masters in Israel from their day of reckoning. In the long run this objective is and has always been linked to the much greater plan of destroying the Islamic Republic, the only true threat to Israel’s continued existence. For years Washington has deceived and fooled a vast majority of the world’s population and “analysts” into believing that its presence in Syria is tied to “fighting ISIS”, while hiding their intentions to overthrow the Syrian government and destroying the Resistance Axis. Now, Washington’s true objective will resurface for everyone to see.

This goal has not been linked to a specific US administration but has been a very longstanding policy for decades no matter who’s the president.

Despite Trump’s bogus declaration back in December that the US is pulling out of Syria, Washington recently backtracked and declared it won’t fully withdraw its troops from Syria but will leave “400 peacekeeping forces”, making these soldiers an official occupation force as the last ISIS stronghold is about to be destroyed. This new situation leaves the US and European allies without any cloak of legality since the pretext of “counterterrorism” is no longer plausible.

But this should not come as a surprise to anyone. Only a fool would believe that the US has spent so much time and money on training and arming Kurdish militias to grab as much land as possible east of the Euphrates, just to let the Syrian government take all the land back in a deal with the Kurdish militias.

The continued US occupation makes any kind of reconciliation between the Kurdish militias and Damascus impossible. Now that the ISIS terrorists are gone, the future of the Kurdish militias remain very much at the hands of Washington. Where will they be used next?

Turkey has for long threatened to invade north eastern Syria as Turkish president Erdogan vowed to create a “safe zone” along the Syrian-Turkish border after a phone call between him and Trump. At the same time Trump has threatened Turkey to refrain from attacking its Kurdish proxies in that region. This contradictory situation became even messier when Moscow declared that it will not accept such a “safe zone” without Damascus approval, a highly unlikely outcome as relations between Damascus and Ankara remain very hostile.

To the northwest, jihadist group Hayat Tahrir Al-Sham has outmanoeuvred and taken over most of the other “rebel groups’” positions and now remains the sole powerhouse in the Idlib province. Turkey’s inability or rather lack of interest to remove these terrorists has opened up the possibility for a new Syrian Army offensive on the region. If history is to repeat itself, we should expect Washington to threaten Damascus to refrain from launching this offensive.

Meanwhile, voices are being raised in neighbouring Iraq, demanding US forces stationed near the Syrian border to leave the country. Despite the unlikelihood of US troops withdrawing from Iraq, such a scenario would give Washington even more incentive to hold on to its foothold in Syria.

Washington has recently showed a great obsession with Iran and will do its utmost to destroy the Iranian-Syrian alliance and to isolate Iran, making the Islamic Republic an easy target for Washington’s next planned “humanitarian intervention”. This is manifested through Washington’s strategic occupation of eastern Syria and the Al-Tanf region, located right next to the Iraqi border and close to the Golan Heights. This was further proven after President Assad’s surprise visit to Iran where Iranian officials revealed that Washington had offered Assad to back his presidency in exchange for him breaking ties with Tehran.

Terrorist forces in Syria may be on the verge of defeat, but their sponsors in Washington remain as dangerous as ever. The last chapter of the Syrian war is yet to be written.






giovedì 7 marzo 2019

Signora mia, i golpe non sono più quelli di una volta… VENEZUELA-IRAN-ALTRI : POPOLO VINCE, POPOLO PERDE



La nostra società è governata da dementi per obiettivi demenziali. Credo che siamo governati da maniaci per scopi maniacali e penso che rischio di essere rinchiuso come pazzo per aver detto questo” (John Lennon)

La notte dei morti viventi neocon
A Piazza Santi Apostoli in Roma, il 23 febbraio, ci siamo trovati in un centinaio a manifestare per il Venezuela bolivariano e contro l’ennesima aggressione Usa tramite golpe, terrorismo e fantocci. PRC, PaP, Militant. NoNato, cani sciolti… Cento meschinelli che avevano, però, più buone e giuste ragioni dei 200mila di Milano in marcia appresso a Ong, Boldrini, Zingaretti e Bersani, impegnati a coprire, sotto il lenzuolo iride della pace e dell’antirazzismi, i più efferati crimini di sanzioni, di guerra e contro l’umanità, cioè di vero razzismo ricco, bianco, cristiano, dalla Siria al Venezuela, dallo Yemen all’Afghanistan, alla Somalia, alla Corea del Nord, all’Iran, a mezza latinoamerica, a tutta l’Africa.



In compenso constatiamo con soddisfazione un dato che ai 200mila di Milano e loro guide spirituali non ha fatto per nulla piacere: il colpo di Stato lanciato dagli Usa contro il legittimo e democratico governo bolivariano di Nicola Maduro, utilizzando un teppista da guarimbas, ai primi di marzo, oltre un mese dopo risulta fallito. Il fantoccio  che pare la controfigura di un modello di Dolce e Gabbana, percorre invano le Americhe, cercando conforto da altri compari nel lupanare del neoliberismo colonialista. Invano, perché nessuno vuole corroborare una mannaia che, domani, la banda neocon che fa ballare Trump, potrebbe far calare su lui stesso. La False Flag dell’incendio di un camion di soccorsi sul ponte in Colombia è stato risolto nel suo contrario, quando dei video hanno dimostrato che ad appiccare il fuoco erano stati gli scagnozzi di Guaidò. Il rientro del teppista, riconosciuto presidente dalle cancellerie del settore più vergognoso del pianeta (europei e qualche cliente afrolatino, per un totale di 40 su 190 paesi) non ha suscitato oceanici affollamenti che, invece, in queste ore festeggiano la resistenza bolivariana che ha bucato il pallone  con cui Trump e i suoi guardiani neocon avevano pensato di vincere la partita.

Rubio? Un modello!


Marco Rubio, senatore Repubblicano spuntato da sotto qualcosa  sparando agghiaccianti fascisterie alle primarie Usa, ideologo dei gusanos cubani e guida “morale” dell’assalto neocon ai paesi progressisti del subcontinente, ha postato una foto di Gheddafi vivo e una di Gheddafi morente, mentre veniva linciato dai sicari di Hillary Clinton. Ci ha aggiunto la promessa a Maduro che avrebbe fatto quella fine. Non basta per capire di che pasta siano fatti coloro, che, ai vertici nostri ed europei, danno retta a uno come Rubio? E, si parva licet componere magnis, non vi troviamo la stessa evidenza della vera natura di un giornale come il “manifesto”, che si riflette in tutto ciò che di politico si oppone al primo provvedimento per 5 milioni di poveri assoluti mai visto e, al contempo, suona le trombe imperiali della russofobia, della sinofobia e della difesa delle donne afghane da parte dei marines e dei nostri alpini?

Frenata alla ricolonizzazione USA-UE dell’America Latina
Gli è andata bene con i dollari, le Ong, i media ascari e USAID. A volte, come in Honduras e Paraguay con colpi di Stato, a volte con giudici assoldati, come in Brasile, o con presidenti in saio, ma proni al neoliberismo e al Pentagono, come in Uruguay (Pepe Mujica), o con i narcos in Colombia, Messico e Afghanistan. Il primo gioco l’avevano vinto. Nel secondo, tuttavia, visto che né la Bolivia, né, a dispetto del “manifesto”, il Nicaragua, cedevano, che la sempre indomita Haiti si rivoltava a sostegno di Caracas e che in Messico, svaporata l’arma di distrazione di massa zapatista, si imponeva Obrador e, or ora, che il Venezuela imponeva una battuta d’arresto alle ingerenze golpiste più massicce mai tentate dopo Kiev, tutto si riapriva. Chi alla fine si assicurerà game, set e partita resta da vedere.

La Russia ha fatto sapere che un’invasione di truppe Usa non gli sta bene per niente e questo, siccome qualsiasi nequizia siano disposti a commettere i neocon, salvo confrontarsi sul terreno con i russi, lascia spazio solo a due opzioni. Spedizione di mercenari latinoamericani sul modello Isis-Al Qaida in Libia, Siria e Iraq, che in men che non si  dica verrebbero appesi ai propri pantaloni da una popolazione e un esercito dimostratisi tuttora compatti dietro al loro legittimo governo, a dispetto dei 20mila dollari offerti a ogni militare che passasse ai golpisti e che hanno ottenuto la colossale defezione di circa 60 soldati e di un alto ufficiale. Oppure guerra civile strisciante sul modello del 2014 e 2017 con, di nuovo, un rapporto di forze tale da assicurare caos prolungato, ma non vittoria definitiva. Che il Venezuela, per ora in piedi in virtù dell’evoluzione morale e politica del suo popolo e della determinata guida dei suoi leader, al netto di errori e ritardi (diversificazione produttiva, corruttele), abbia davanti tempio durissimi non è dubbio.


Il Venezuela caro al Colle e quello caro ai venezuelani
L’Iran rappresenta una minaccia straordinaria e inusuale alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti” (Barack Obama, Ordine Esecutivo, 2015)
Dubbio però è che il complotto prevalga alla luce dei dati che vantano gli uni e gli altri. Dalla parte di chi, dal Colle fino all’Hulk padano, anzi, al suo cartonato, dal biumvirato europeo Merkel-Macron ai loro garzoni di bottega a Bruxelles, dall’arrapato dal martirio di Gheddafi ai mastini da guerra Bolton, Pompeo, Abrams, sta molta roba. Un secolo di colonia Usa, sotto dittatori sanguinari o autocrati ladroni e, dunque, il paese più ricco e la più spaventosa diseguaglianza sociale delle Americhe. Tutto il petrolio agli Usa, con una cresta ai feudatari locali, spesso italiani. Dalla parte, invece, di coloro cui sfrigola in testa ancora qualche barlume di diritto, risulta: milioni di dollari e armi all’opposizione terrorista, sanzioni genocide, serie di golpe, tentativi di assassinare Chavez e Maduro, contro il paese della minore diseguaglianza sociale del continente, la più bassa mortalità infantile, le elezioni più frequenti e corrette, istruzione e sanità per tutti, sostegno alimentare ai bisognosi per mille tonnellate al giorno, il 70% del bilancio alle spese sociali, povertà ridotta dal 40 al 7%, malnutrizione calata dal 21 al 5%, analfabetismo debellato al 100%, petrolio nazionalizzato e concesso a condizioni di favore ai paesi in difficoltà, compresi cittadini Usa privi di riscaldamento. Roba da inquietare profondamente tutti i colli e tutti i Viminali d’Europa.


Una partita tra armi e sentimenti. Occhio a schierarsi, 5Stelle!
All’operazione Condor degli anni ’70-’80, con dittature feroci disseminate da Kissinger &Co in tutto il subcontinente per soffocare gli aneliti  di liberazione anticoloniale e antifeudale, ha fatto seguito un generale risveglio di massa, coronato in molti paesi da scatti di emancipazione sociale e geopolitica. Ora siamo alla risacca. Ma i tempi della Storia si vanno accorciandosi quanto quelli della comunicazione e degli spostamenti nello spazio. Si provi a fare un’indagine onesta sui sentimenti dei latinoamericani nei confronti degli Usa. Anzi, non solo dei latinoamericani, dei popoli del mondo. Nei tempi del neoliberismo dei 40 energumeni capitalisti che posseggono quanto 3,5 miliardi di poveri e della violenza imperiale appena ti dissoci, i risultati di quell’indagine sono scontati. Puoi aprire quanti fronti vuoi. Più ne apri, e più dimostri la tua debolezza. Corri in giro come un pazzo a tappare buchi.

Ci pensino quelli gialli, del nostro governo, quando, anziché mantenere un lungimirante riserbo, si mettono sull’attenti davanti a Nato e UE, comprano gli F35, traccheggiano sul Venezuela, permettono al cartonato di Hulk di dare del terrorista a Hezbollah e cercano di arrivare primi a Washington.

Pensino alla protezione di chi si affidano, quando vedono che i risultati elettorali di un voto presidenziale in Venezuela vengono validati da osservatori internazionali di ogni colore e di cui il Centro Carter dice che è il sistema migliore del mondo, per poi accorgersi che l’ennesimo prodotto di un colpo di Stato Usa, Poroshenko, in Ucraina, rifiuta osservatori internazionali tedeschi, russi e di qualunque paese che non appartenga alla Nato. Alla faccia della pretesa di imparzialità di quella vetrina dell’Atlantic Council e del Dipartimento di Stato che è l’OCSE.

Perso l’Afghanistan, prendersela con il Pakistan “cinese”
Netaniahu, Modi

A proposito di sempre nuovi fronti aperti dagli Usa, non gli bastano i loro: si precipitano anche su quelli degli altri. Nel 1946, i britannici, tanto per non smentirsi e preparare futuri bagni di sangue, proficui per industrie d’armi e recuperi coloniali, divisero il Kashmir islamico tra zona sotto il Pakistan, islamico e, impropriamente, zona sotto l’India, eminentemente indù e fortemente antislamica. Le due zone sono divise dalla “LoC”, Linea di Controllo. Inevitabilmente ne vennero tre guerre. Ora lampeggia la quarta. Tra due potenze nucleari. Un attentato nella zona occupata e ferocemente repressa dagli indiani, ha causato la morte di 40 soldati di Delhi. Viene rivendicato da Jaish e-Mohammed, dubbia organizzazione islamista basata in Pakistan, ma puzza molto di False Flag.

Un fetore alimentato sia da Bolton, Consigliere per la Sicurezza, che da Pompeo, Segretario di Stato: entrambi si sono precipitati ad appoggiare “il diritto dell’India all’autodifesa contro il terrorismo”. Adagio nato e collaudato in Palestina, quando si fa fuoco su ragazzi che minacciano lo Stato ebraico muniti di copertoni i cui fumi gli evitino di morire. Israele che, guarda caso, non fornisce armi al Pakistan, ma tante all’India, tra cui l’avanzatissimo sistema antiaereo “Barak 8”. India, Usa e Israele hanno tutti un sogno: che l’India si prenda tutto il Kashmir, elimini così la frontiera tra Cina e Pakistan e la comunicazione vitale dalla Cina al Mare Arabico che eliminerebbe i problemi dell’insidioso Stretto di Malacca, costellato di basi e navi Usa.


 
Come sapete, sono seguite incursioni aeree indiane all’interno del Pakistan, per punire i “terroristi” (bombe su rocce e arbusti, un jet abbattuto, pilota riconsegnato) e altre pachistane, più caute, sul Kashmir “indiano”. Poi scambi di colpi di artiglieria lungo la LoC. Il premier indiano, Narendra Modi, a capo di un partito indù fortemente integralista, fra poco deve affrontare le elezioni. La galvanizzazione nazionalista e antislamica serve. 
Imran Khan, giovane presidente e popolarissimio ex-campione di cricket, ha commesso due errori: ha chiesto agli Usa di smetterla di bombardare indiscriminatamente le aree pachistane di frontiera, facendo stragi di civili col pretesto di colpire forze vicine ai Taliban afghani; e ha avvicinato drasticamente il suo paese alla Cina, che gli ha offerto grandi investimenti infrastrutturali e un proficuo coinvolgimento in quella Via della Seta che, al mondialismo  della prepotenza neoliberista e militare Occidentale, oppone un mondialismo degli scambi e delle comunicazioni. OneBelt One Road intollerabili per gli Usa, al punto che hanno incominciato a fare pressioni  sul governo italiano perché si astenga dal partecipare in qualsiasi misura alla colossale impresa.

Poi, visto che si sa come all’Occidente siano graditi più gli estremisti, i radicali, dell’Islam, al punto da farsene fucina contro i laicismi (Libia, Iraq, Siria, Egitto, Algeria), ecco che Imran Khan ha fatto un altro faux pas. Ha difeso e protetto Asia Bibi, la donna cristiana condannata  e poi assolta dall’accusa di blasfemia e che gli integralisti volevano giustiziata, facendola espatriare e garantendone la sicurezza.


Iran,  si riapre la partita tra “moderati” e “radicali”?
Ultimo capitoletto, l’Iran. Grande turbolenza interna, per quanto poco notata, vista la grancassa con cui la propaganda occidentale ci assorda sulle nefandezze dell’Iran integralista, misogeno e terrorista. Noi, con il documentario “Target Iran”, abbiamo provato  a intaccare quel cumulo di falsità. Ma falso non è il rinnovato scontro tra quelli che la nostra dotta stampa distingue tra moderati, o innovatori, o riformisti, e conservatori, o radicali, o estremisti”. Si legga la prima categoria come la classe benestante, favorevole all’apertura economica e politica all’Occidente; la seconda, come la popolazione lavoratrice nella produzione industriale e agricola. Con i commercianti del Bazar ondeggianti in mezzo. I primi hanno vinto le ultime elezioni presidenziali con Rouhani, un prete, i secondi si sono affermati grazie alla voce politica e un rilevante progresso sociale, guadagnati nei due mandati dell’amico di Chavez, Ahmadinejad, un laico.

Il botto l’ha fatto il ministro degli esteri Javad Zarif, dimettendosi dopo “l’offesa” di un incontro tra Khamenei, Guida Suprema, il generale Qassem Soleimani, mitico capo dei Pasdaran e Bashar Assad, per la prima volta a Tehran, senza che ne fosse stata data notizia e tanto meno invito a Zarif, ministro degli esteri. Uno sgarbo. Uno schiaffone. Preoccupazione per la sicurezza di Assad, secondo i sostenitori dell’intervento iraniano in Siria, non garantita dal personale di  un ambiguo Zarif, e consapevolezza che  a questo ministro la Siria e Assad stanno pesantemente sulle gonadi. Poi lo scontro è rientrato, apparentemente e per il momento, con il ritiro delle dimissioni su richiesta dell’amico Rouhani.

Rouhani e più ancora Zarif (educato negli Usa e con due figli tuttora lì), oltre a non aver mai visto di buon occhio l’impegno di Soleimani in Iran e Iraq, sono stati gli artefici della più grande debacle nazionale dall’epoca della rivoluzione khomeinista: l’accordo che ha smantellato un’avanzatissima industria nucleare che, per energia e medicina, arricchendo l’uranio al 20% (per la bomba ci vuole il 90%), avrebbe liberato il paese dalla dipendenza dal petrolio. Un ricatto in cambio della cancellazione delle sanzioni. L’Iran ha mantenuto il suo impegno e, contrariamente alla Corea del Nord, nucleare, può essere minacciato e aggredito quanto pare a Israele e agli Usa. Gli Usa, manco per niente: le sanzioni rimangono, si aggravano e il paese, minacciato di armageddon un giorno sì e l’altro pure, deve essere ridotto alla fame. In attesa che a Netaniahu parta il dito sul pulsante. Fallimento totale della linea Rouhani-Zarif. Arretramento sociale e civile.

Da qui il ritorno possente sulla scena dei sostenitori di Ahmadinejad e della dignità nazionale. Quando l’Iran si faceva rispettare. L’umanità ne ha bisogno, quanto del Venezuela, della Siria, della Libia, della Russia e della Via della Seta, piuttosto che di supereroi tipo bar di Guerre Stellari. Se son rose…..

lunedì 4 marzo 2019

Colonialisti una volta, colonialisti sempre ------- IL RAZZISMO DEGLI ANTI RAZZISTI





Quanto più grande è la devastazione causata dal neoliberismo, tanto più grande è l’esplosione di ONG. Nulla dimostra questo dato in modo più convincente del fenomeno per cui gli Usa si preparano a distruggere un paese e al tempo stesso allestiscono ONG che preparino e poi bonifichino la devastazione”. (Arundhati Roy)

….ogni scherzo vale
E’ carnevale. Un tempo rito propiziatorio di greci e romani, ricco di licenze, svaghi e rovesciamenti di ruolo. Come al solito, se ne è appropriato il cristianesimo, evirandolo dei suoi elementi libertini e facendotelo pagare con 40 giorni di quaresima. Un’occasione che la nostra classe dirigente non si lascia sfuggire e festeggia con grande impegno. Irrinunciabili, al vertice, le maschere di Pulcinella, Arlecchino, Brighella,  Burlamacco, Stenterello, Balanzone,  che si sono alternate impersonandosi in presidenti del Consiglio, da Berlusca ad oggi. Tra loro hanno colto al volo il momento anche i pidini da Congresso della famosa canzone “Siamo sempre tre, tre somari e tre briganti, siamo tre”, che a Milano, “contro il razzismo e la xenofobia” (non gli è rimasto che quel tema,serve a riprendersi gli appalti) sfilano travestiti da politici di sinistra.

Milano, operazioni di distrazione di massa
Dentro questa carnevalata, spostatasi da Viareggio a Milano, anche il carro del congresso di Magistratura Democratica, affollato da burloni mascherati da giudici  di sinistra e dunque neorenziani e dunque bellissime maschere dell’ipocrisia, spocchia, autoreferenzialità, doppiopesismo, elitismo e compiacimento di essere quelli buoni e giusti, contro i sovranisti e populisti votati dal popolo bue. Tra tutti costoro anche quelli che, incantati dal verbo di Marco Travaglio e affini puntano naso, occhi e orecchi su Zingaretti, casomai uno di questi giorni , svegliandosi bene, non gli sfuggisse un sospiro: “Toh, quasi quasi un caffè con Di Maio me lo prenderei”. Sono gli incurabili dei tarallucci e vino che preferiscono che i 5Stelle siano mangiati con forchetta e coltello dal PD, piuttosto che masticati a bocca aperta da Salvini, che a tavola rutta e non sa distinguere i bicchieri.



Razzista a chi?
Ci sono una xenofobia, un razzismo più estremi e meno dichiarati  di quelli  delle guerre a popoli innocenti, quasi sempre inermi rispetto agli stravaganti eccessi di forza degli aggressori, condotte con strumenti militari, economici, culturali  nei confronti di chi non si ritiene titolato a rivendicare le risorse del proprio territorio e della propria società. Di chi, in quanto razza, classe, nazione, categoria, inferiore può essere privato di tutto a vantaggio di chi ne pretende il possesso in virtù della propria superiorità di razza, classe, categoria, nazione? Dove si parla di questo ur-razzismo, di questa ultra-xenofobia, che nei secoli depreda, rapina, sradica, uccide, schiavizza, nei cortei  dell’accoglienza? E nei media e nei partiti che tali cortei promuovono ed esaltano? E non è questo sintomo e prova del più ipocrita dei veri razzismi?


Alle spalle  degli immancabili amici del giaguaro che ha suonato l’adunata di Milano, una moltitudine di Pantaloni (sono quelli che pagano), Lenin li chiamava “utili idioti”,  convinti che dei migranti, per quanto ormai spariti dal mare, si debbano addolorare piuttosto che di inezie esistenziali, come, in America Latina, la distruzione del diritto che teneva insieme il mondo, l’imperversare di un moloch di guerra in tutto il Medioriente, un infanticido di massa nello Yemen, la fucilazione ogni venerdì di un po’ di ragazzi denutriti e inermi a Gaza, la quasi-guerra atomica tra India e Pakistan, la tecnologia nucleare a fini civili per cui è stato affamato l’Iran e la tecnologia nucleare militare da Trump ora concessa ai sauditi, munifici e imprescindibili alleati di tutti noi, per quanto osceno rigurgito del peggiore Medioevo; l’arma fin di vita del clima ferito a morte, l’arma fin della libertà dell’eugenetica digitale, tutte allestite dai ricchi; la metastasi in Valsusa del carcinoma che s’è mangiato il paese e, poi, quel fattarello di cronaca locale  che è lo squartamento dell’Italia. Ci sono voluti mille anni per costruirla a forza di genii e di sangue, la fine dell’uguaglianza tra i suoi cittadini, con il primo, secondo, dessert, vini, caffè e ammazzacaffè ai ricchi e, agli altri, i piatti da lavare.….


Un crimine rispetto al quale la famosa schiforma costituzionale di Renzi è meno dello scippo di una busta della spesa. Ma a chi sta bene distruggere gli africani, svuotandone i paesi a favore di terzi con gli artigli e cacciandoli qui nella schiavitù, cosa volete che importi difendere l’unità, il cuore, l’anima, il passato e il futuro, della propria nazione? Siamo cosmopoliti, no? Vadano, il Veneto, la Lombardia, l’Emilia-Romagna, a poi tutti gli altri, vadano per la loro strada. Basta che in fondo alla via ci sia quella pentola con le monete d’oro per illuminare di colori arcobaleno la pace dei ricchi.

Milano, operazioni di distrazione di massa
Dentro questa carnevalata, spostatasi da Viareggio a Milano, anche il carro del congresso di Magistratura Democratica, affollato da burloni mascherati da giudici  di sinistra e dunque neorenziani e dunque bellissime maschere dell’ipocrisia, spocchia, autoreferenzialità, doppiopesismo, elitismo e compiacimento di essere quelli buoni e giusti, contro i sovranisti e populisti votati dal popolo bue. Tra tutti costoro anche quelli che, incantati dal verbo di Marco Travaglio e affini puntano naso, occhi e orecchi su Zingaretti, casomai uno di questi giorni , svegliandosi bene, non gli sfuggisse un sospiro: “Toh, quasi quasi un caffè con Di Maio me lo prenderei”. Sono gli incurabili dei tarallucci e vino che preferiscono che i 5Stelle siano mangiati con forchetta e coltello dal PD, piuttosto che masticati a bocca aperta da Salvini, che a tavola rutta e non sa distinguere i bicchieri.

Razzisti contro il razzismo


Un breve ricordo. Altra marcia, identica, maggio 2017. L’abbiamo filmata e sta nel docufilm “O la Troika o la vita!” (sempre disponibile a visionando@virgilio.it ). A Bersani, Manconi, Sala, Orlando, Lerner, Scotto, Boldrini e gli altri facemmo la stessa domanda: “A quando una manifestazione contro le guerre della Nato che provocano tutte queste migrazioni?”  Più o meno la stessa risposta da ognuno, con espressione stupefatta, o infastidita: “Ma che c’entra…?”. Bersani si sbilanciò: “No, la Nato non ha colpe”. Manconi sviò: “Tu non ci vedi bene…”

Rancorosa e schiamazzona, naturalmente, la presenza di Soros, attraverso l’intermediazione delle Ong. Proprio nell’infelicissimo momento, per loro, in cui i servizi segreti, dopo Frontex e ogni persona di buonsenso, avevano rilevato che la scomparsa di questi traghettatori aveva comportato la scomparsa degli scafisti e, dunque, delle morti in mare. Bella sconfitta per i razzisti del colonialismo di ritorno, quelli veri, per i quali l’Africa non è che il deposito di Paperone, mentre gli africani si tolgano dai piedi e vadano a spiaggiarsi a Lampedusa.