domenica 10 maggio 2020

GIORNATA DELLE VITTIME DEL TERRORISMO. DI QUALE? ---- Nel giorno dedicato alle vittime del terrorismo e quindi del popolo rinchiuso nell’unico Stato a cui tutto si condona




Da tre mesi, per occuparmi dell’operazione coronavirus, ho tralasciato l’argomento – gli Esteri - al quale mi sono dedicato da quando, nel 1967, il quotidiano “Paese Sera” mi ha inviato in Palestina a riferire della Guerra dei Sei Giorni. Domani, mi tocca tornare sul maledetto progetto virus, che, peraltro, rientra anch’esso a pieno diritto nella giornata delle vittime del terrorismo, come è anche il fulcro oggi della politica internazionale. Non solo perché è un’operazione per cambiare il mondo in peggio, paragonabile solo all’altra grande mistificazione di duemila anni fa, ma perché intende ristrutturare l’intera umanità con annesso un calcolato sacrificio di una sua grande parte.
Sul tema terrorismo e relativi mandanti e vittime dovrebbe essere difficile insegnare qualcosa agli italiani. Ne siamo il laboratorio da almeno 50 anni. Il nostro 11 settembre si chiama Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, BR-Moro, Stazione di Bologna, Ustica, stragi Stato-mafia 1992-93 e, ora, Sars-CoV-2. Qualcuno sta rilasciando i boss al 41bis. Altri che hanno altrettanto e più colpe per meritarsi il 41bis, girano liberi (dopo pochi anni di formale galera), e pontificano su giornali e schermi, consolidando l’inganno Moro. Sicari e mandanti sono sempre gli stessi. Eppure un sacco di gente continua a cascarci.
Lascio, per oggi, il pontefice del vaccino, i suoi chierici, sacrestani e sguatteri, a sbattersi tra le travolgenti onde delle nuove terapie del “sangue iperimmune”, che al vaccino, ai suoi miliardi e alla sua dittatura globale, rischiano di rovinare la festa. E torno in Palestina, lì dove, forse, tutto è incominciato.
InfoPal
Intervista di Lorenzo Poli di InfoPal a Fulvio Grimaldi: collaborazionismo, consapevolezza politica, “fightwashing” e l’annientamento del popolo palestinese.
Come nasce il collaborazionismo palestinese? In che circostanze politiche si definisce e quali eventi storici l’hanno segnato?

Tutto nasce dagli accordi di Oslo nel 1993. Sono stati micidiali e hanno
creato un’illusione paralizzante in gran parte della società palestinese. Colpa di una
dirigenza politica che, con il passare degli anni, ha contribuito a spegnere ogni determinazione alla resistenza. Questo è stato il punto di partenza che ha portato a percorrere una strada di continui cedimenti, progressivi arretramenti e compromissioni con la complicità di una disastrosa classe dirigente guidata da al-Fatah. Un’organizzazione maggioritaria ma che Abu Mazen, scaduto da anni, da anni governa abusivamente.
Sono stato in Palestina alla vigilia del nuovo millennio ed ho assistito ad una
rappresentazione visiva della degenerazione del conflitto che avrebbe portato alla eliminazione della parte più consapevole, più cosciente e più combattiva del popolo palestinese. Quella rappresentata da Marwan Barghuti durante la Seconda Intifada. Marwan è stato una grande figura carismatica di dirigente capace di recuperare i valori che con Oslo si erano impalliditi e svuotati. Non per nulla, gli israeliani gli hanno comminato ben tre ergastoli.
Barghuti e Arafat dicembre 2000

Ho incontrato Barghuti ed altri compagni nel pieno dell’Intifada che, allora, si stava allargando a tutta la Palestina occupata. Abbiamo poi assistito anche ad un incontro con i
dirigenti dell’Intifada e Yasser Arafat. Era evidente, anche dal punto di vista fisico, come esistessero due gruppi, solo formalmente unit4i sul palco, ma profondamente contrapposti nel linguaggio, nei contenuti e nei metodi. Dal gruppo di Marwan venivano espressi propositi di coesistenza con l’occupazione israeliana e di continuità di lotta, in tutte le sue forme, fino alla vittoria. Poi parlò Arafat, in imbarazzante difficoltà per le condizioni di età e di salute, costantemente assistito dagli interventi dei suoi compagni. Un discorso tutto centrato sulla retorica della “terra santa” e della riconciliazione dei due popoli, nel segno dell’utopia, poi del tutto annientata da Netaniahu, dei due Stati. Abu Ammar, l’ombra del vecchio leone che avevo conosciuto negli anni ’70, era circondato da personaggi della vecchia guardia, quella che ora sopravvive con Abu Mazen, che lo sosteneva, lo correggeva e interveniva quando era in difficoltà. Si aveva la dimostrazione visiva di due mondi opposti. Grazie a Israele e a un mondo di ignavi ha prevalso quello della resa.
 Marwan Barghuti

Gli israeliani si sono resi contro molto presto che questo giovane gruppo dirigente, che aveva l’opportunità di prendere in mano l’organizzazione palestinese con il sostegno delle organizzazioni politiche palestinesi di sinistra, come il Fronte Popolare e il Fronte Democratico, avrebbe comportato una ripresa della coscienza e combattività delle masse. Tale da riportare la questione palestinese all’attenzione del mondo, esattamente come fecero i resistenti nordirlandesi, non accettando compromessi e portando avanti la battaglia per trent’anni. Anche lì con l’esito poi deciso dai compromessi a perdere. Israele si rese conto del pericolo ed intervenne pesantemente, sia sul piano della repressione, sia su quello della corruzione di elementi della borghesia palestinese collaborazionista.
Arafat era stato un punto di riferimento per tutti i palestinesi, quindi il suo cedimento non poteva non riflettersi anche nella disponibilità alla lotta e nella lucidità politica delle masse. Questo permise alle Forze di Difesa Israeliane di metter le mani su Marwan Barghouti
che venne arrestato nel 2002 a Ramallah e condannato a tre ergastoli. Alla stanchezza di dieci anni di Intifada complessivi, con le sue perdite e distruzioni, la scomparsa dei una direzione politica dinamica e profondamente legata al popolo aggiunse smarrimento e rassegnazione.
Ne derivò il totale l’annientamento della lotta di liberazione palestinese?
Il decadimento politico e fisico di Arafat e la cattura di Barghouti diffusero incertezza accentuarono anche i contrasti tra le varie formazioni palestinesi. Tutto questo influenzò sul piano dell’azione, sia la lotta di liberazione, sia la lotta di classe in Palestina. Avvenne un drastico arretramento rispetto alla resistenza dei Fedayin e dell’OLP prima e durante la Prima (1987-1993) e la Seconda Intifada, detta di “Al Aqsa” (2000-2005), guidata da Barghuti e innescata dall’irruzione di Sharon nella spianata delle moschee.

Ci racconti la sua Palestina

Ho assistito alle principali fasi del conflitto israelo-palestinese ed ebbi la fortuna di essere inviato da “Paese Sera” alla Guerra dei Sei Giorni del 1967. Lì mi feci una prima idea di quello che stava accadendo. Seguii l’offensiva israeliana in Galilea e verso Gaza. Ciò che vedevo era nel contrasto più strabiliante con quanto raccontavano i media israeliani i quali, a loro volta, dettavano la linea ai media di quasi tutto il mondo La realtà mostrava villaggi palestinesi bruciati senza che venisse evacuata la gente. Alcuni giorni dopo la fine delle ostilità, andammo in pulmino, con per guida  un ufficiale israeliano, verso Rafah e il Sinai. Sui lati della strada erano disseminati i corpi, carbonizzati al sole, di soldati egiziani. Domandai all’ufficiale di Tsahal perché quei soldati egiziani non fossero stati restituiti al loro Stato, come prevedono le norme di guerra. Rispose invece che tutti dovevano vedere quei cadaveri perché “l’unico arabo buono è l’arabo morto”. Ci fu poi uno spiacevole episodio a Gaza, quando lo stesso militare pose al sindaco e ai consiglieri del comune la provocatoria domanda: “Chi è meglio per voi, l’Egitto o Israele”? Dissi che non ci interessava la risposta e ne seguì più tardi un alterco con l’ufficiale, in seguito al quale fui espulso da Israele.  
Tornai un’altra volta, primavera 1970, mi aggregai ad una unità del Fronte Democratico Popolare nella Valle del Giordano, sopra le colline che guardano il confine tra Giordania e Palestina. Lì, dalle grotte sopra il Giordano, partecipai per diversi mesi alle attività dei fedayin e fui testimone della passione e del coraggio di una giovane generazione di palestinesi, di grande spessore politico, ideologico e di incredibile coraggio, vista la sproporzione delle forze. Quella esperienza fu troncata dal “Settembre Nero”, come fu chiamato il massacro di migliaia di palestinesi ordinato dal fantoccio britannico Re Hussein   
E la seconda Intifada?

La Seconda Intifada, vera rivolta di popolo , puntava al superamento,sul piano diplomatico, politico ed ideologico, di un ormai screditato piano di convivenza come prefigurato dagli Accordi di Oslo. Israele si valse della collaborazione implicita di Arafat e della sua cerchia. Nonostante il declino, il vecchio leader della prima resistenza conservava nell’immaginario della popolazione un grande valore simbolico. Israele ne era consapevole e molti glie ne attribuiscono la morte, nel 2004, con la collaborazione di rinnegati palestinesi. Il decadimento politico e fisico di Arafat e l’arresto di Marwan Barghuti segnarono la fine della mobilitazione collettiva del popolo. 
Ne seguì l’ascesa di opportunisti, burocrati, autocrati, che si spinsero fino alla collaborazione con i servizi segreti e le forze della repressione israeliana. Questa involuzione, insieme al debilitante e mai risolto conflitto interno tra Fatah e Hamas, con le organizzazioni un tempo politicamente influenti, come il FPLP e il FDPLP, sostanzialmente alla finestra, minò alla base lo spirito di resistenza del popolo, costretto a subire un contraccolpo dopo l’altro. Perlopiù nel quadro di una dominazione coloniale che inesorabilmente intensificava le sue vessazioni, mentre svaniva nel nulla la solidarietà e il sostegno dei paesi arabi, assorbiti gradualmente nella sfera di influenza e degli interessi israeliani e occidentali. Quando non si ha una leadership che indica la strada in difesa della dignità, della volontà di liberazione, si è sguarniti. Oggi c’è Hamas che ha il controllo della striscia di Gaza e, nonostante le indicibili sofferenze, il sostegno della maggioranza della popolazione. E’ anche molto presente nel tessuto sociale dei territori occupati ma non si sa quale ne sia il consenso in Cisgiordania, poiché Abu Mazen non ne consente la misurazione attraverso elezioni. Oggi la Palestina soffre, insieme, la durissima repressione di Israele,  e loe tensioni e l’impotenza determinate dal collaborazionismo e dal frazionamento politico che impedisce di ricostituire un fronte unitario di liberazione nazionale.
Oggi il collaborazionismo palestinese è così forte da impedire il potenziale rivoluzionario di questo popolo?
Il potenziale c’è, ma è dormiente. La propaganda fa passare l’idea che Israele sia un “polo civile e democratico” in un ambiente circondato da “barbari violatori di diritti civili”, ma questa è assolutamente una fake news. Israele ha una rete vastissima di sostenitori nella politica e nei media non solo occidentali. E’ lontano il tempo in cui consistenti forze politiche riuscivano a far passare nell’opinione pubblica una corretta informazione sulle condizioni in Palestina. Scomparsa dalla scena una resistenza visibile e dai riflessi, di conseguenza inevitabili, nella stampa internazionale, ne discende anche l’attenuazione della solidarietà militante esterna, così privata dei suoi riferimenti.
La persecuzione sistematica dei palestinesi viene costantemente oscurata dai media e ignorata dai governi “democratici”,ma la reazione palestinese è, ormai, ai minimi storici. E gli isolati episodi di opposizione a coloni o militari israeliani, non fanno che sottolineare frustrazione e impotenza. Vedo che in Siria si resiste, in Iraq si resiste, in Libia si resiste, mentre in Palestina non si resiste. Tra repressione israeliana, tradimenti della dirigenza palestinese, inadeguata e corrotta, e collaborazionismo di ampi settori della borghesia palestinese, che pensano solo alla loro sopravvivenza in termini socio-economici, la popolazione si trova disarmata e anestetizzata. Oggi sopravvivono “fuochi fatui”, attacchi occasionali all’occupazione, lembi di una resistenza improvvisata, dai caratteri della disperazione.

Per quanto siano molto utili e politicamente influenti le campagne BDS e per quanto abbiano mostrato forza persuasiva nei confronti di istituzioni in molti paesi, nonostante tanti interventi repressivi, se all’interno di una situazione di conflitto la parte repressa non esprime conflitto, la risonanza internazionale e l’impegno politico e materiale scompaiono, attratti da altre situazioni a cui dare sostegno e mobilitazione.
Poi ovviamente la storia ci riserva sempre delle sorprese e noi dobbiamo contare sul fatto che i palestinesi hanno dimostrato in ottant’anni che ai periodi di una brace sommessa, hanno potuto seguire impennate che hanno messo in grande difficoltà l’occupante, anche di fronte all’opinione pubblica mondiale. Ora, però, il proposito del nuovo governo, nel quale figurano estremisti come Netaniahu e Ganz, di estendere la sovranità di Israele sulla maggior parte della Cisgiordania, ridurrebbe la consistenza e coesione sociale e territoriale palestinesi a un insieme di frammenti senza forza e senza voce.

Crede che la comunità palestinese in Italia abbia presente il quadro geopolitico per sostenere la causa palestinese senza farsi strumentalizzare?
I rappresentanti della Palestina in Italia sono ottime persone che nei lunghi tempi della diaspora hanno consolidato la loro posizione nel paese lontano dalla madre-patria e dai contatti familiari. Negli anni si sono abituati a uno stile di vita  direi normale, sostenibile, non esattamente tale da alimentare uno spirito rivoluzionario, nonostante ogni buona volontà. Una situazione, però, anche di isolamento che  li ha portati ad avvicinarsi a partiti di incondizionata obbedienza agli Stati Uniti quindi in nettissima contraddizione con la storia della Resistenza palestinese e con i valori rivoluzionari e di liberazione dall’imperialismo-colonialismo di qualsiasi popolo. L’appoggio di partiti che non sono per niente in sintonia con la causa palestinese e di associazioni filo-palestinesi in Italia gli consentono di esistere, di fare attività politica, “diplomazia”. Si tratta di una situazione probabilmente inevitabile, ma che rischia anche di essere l’ennesimo lento veleno volto a disarmare le coscienze.
Quindi queste forze politiche in Italia giocano sulla perdita di coscienza e maturità politica da parte di frange della comunità palestinese?

Bisogna aggiungere che non essendoci in Italia una forza autenticamente antimperialista e
coerentemente rivoluzionaria e antagonista, anche la comunità palestinese ha perso un
punto di riferimento politico e si ritrova in uno stato di mancanti punti di riferimento.
La strumentalizzazione del tema dei diritti umani da parte di media occidentali, di intellettuali e di giornalisti, rovescia la dialettica oppresso-oppressore e spaccia per vittima chi è in realtà il carnefice. Per questo quando si sente parlare di diritti umani, oggi dobbiamo “mettere mano alla pistola”, poiché si spaccia per vittima chi in realtà è il vero repressore dei diritti umani. Questo processo ha inquinato anche coloro che avevano un’ottima maturità politica e geopolitica e ha generato grande confusione nell’analisi geopolitica del Medioriente. 
Si pensi solo al madornale e imperdonabile errore compiuto dalla quasi totalità delle forze politiche palestinesi in occasione dell’aggressione alla Siria di Usa, Nato e dei governi reazionari della regione, con tanto di scellerato impiego di terroristi subumani rastrellati da mezzo mondo. A eccezione di pochissime, come il Fronte Popolare Comando Generale, per cecità o opportunismo le organizzazioni palestinesi si sono schierate, perfino militarmente, nelle loro zone in Siria, contro il paese massacrato da aggressori che, storicamente, sono gli stessi nemici della Palestina. Un errore dalla portata tragica, che ai palestinesi ha alienato molti consensi.
C’è l’impressione che sia in atto un’operazione di “fightwashing”, ovvero che forze
liberali usino l’immagine iconica della lotta palestinese per attirare verso di sé consenso palestinese, mirando a scopi ben lontani dal riconoscimento della Palestina. Cosa ne pensa?

Non so quanto questo possa aiutare i palestinesi rappresentanti della loro comunità nazionale in Italia che svolgono il loro ruolo nella relazione con partiti che fingono comprensione. Partiti il cui sostegno è semmai inteso a dare una prospettiva alla borghesia palestinese perché accetti di sopravvivere in termini di convivenza subalterna con lo Stato etnico. Si tratta di una gravissima minaccia perché comporta il rischio dell’assorbimento in una logica che porrebbe fine alla prospettiva di uno Stato Nazionale libero, antimperialista, equo sul piano sociale. Si entrerebbe così nell’ottica normalizzata di uno pseudo-ministato, senza sovranità, dignità, autodeterminazione, confini, in mano ad una classe di profittatori che sopravvivono in virtù del loro collaborazionismo con Israele.  Si atteggiano ad amici esponenti politici che stanno part in partiti e organizzazioni che non ha espresso una sola parola di opposizione al trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Pur trattandosi di una violazione di tutte le risoluzioni dell’ONU e persino degli Accordi di Oslo, non c’è stata una risposta da parte dei partiti italiani che si mostrano “comprensivi” nei confronti della situazione palestinese.
Adesso che in Israele si sta formando un governo dal netto segno razzista, che già
ha dichiarato di volersi appropriare delle poche aree rimaste in mano ai palestinesi, non  si è vista alcuna presa di posizione in difesa quantomeno dell’ONU e del diritto internazionale. Questi partiti usano la borghesia palestinese, totalmente priva di spina dorsale politica, a livello d’immagine, senza aver mai votato una mozione in favore della Palestina, o aver denunciato gli abusi e le sofferenze inflitti a quel popolo.
C’è speranza in Palestina nonostante l’Accordo del Secolo?

Credo che, alla resa dei conti, quando il governo israeliano attuerà i suoi propositi di divorare i resti della pur sempre ventilata realtà statuale palestinese, forse lì potrà esserci una risposta della popolazione. Parrebbe l’ultima opportunità per la Palestina di tornare ad una prospettiva che non sia quella dell’annientamento. Vedendo come la Siria in dieci anni di lotta sia riuscita a sopravvivere a un’aggressione  delle maggiori potenze della regione e del mondo (grazie anche all’appoggio russo, che, però, è negato ai palestinesi) e come l’Iraq si stia riprendendo spazi d’autonomia e di opposizione agli Stati Uniti, dopo aver debellato con le sue sole forze l’invasione Isis appoggiata da Turchia, Golfo e Usa, credo che possano riaprirsi spazi e prospettive anche per il popolo palestinese. Purchè rinneghi gli errori compiuti nei confronti dei fratelli arabi aggrediti e riesca a far parte di un grande fronte della resistenza, dall’Iran alla Libia. Ripeto: la storia ci riserva sempre delle sorprese.
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Giorno delle vittime, ma anche della Vittoria

Come sorprese ce l’ha riservate Putin con la Russia, vent’anni fa rasa al suolo e oggi in piedi più di prima e baluardo della resistenza umana. Per cui può, a diritto moltiplicato, nel giorno delle vittime del terrorismo, celebrare quello della vittoria, costata 27 milioni di morti, della vittima sul carnefice. Esempio al mondo e sua speranza.


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