domenica 29 novembre 2009

CLASSE, NAZIONE, IMPERIALISMO: UNO SCAMBIO










Se la tirannia e l’oppressione si abbatteranno su questa terra, sarà sotto forma della lotta contro un nemico esterno.
(James Madison, 4° presidente Usa)

Questa e nessun’altra è la radice da cui erompe un tiranno: quando appare si presenta come garante della sicurezza.
(Platone)

A proposito di lotta di classe sì o no: Meno male che il popolo di questa nazione non capisce il nostri sistema bancario, finanziario, monetario. Se lo capisse avremmo una rivoluzione entro domattina.
(Henry Ford)


Cari interlocutori e lettori del blog, avrei una marea di spunti per fabbricare nuovi post. Dallo spappolamento del mito delle sinistre Obama sotto la grandinata di crimini che va compiendo in giro per il mondo in prima o seconda persona, alle puttanate che scrive tale Moreno Pasquinelli del Campo Antimperialista, sodale dei trapanatori sciti di corpi iracheni, sulla secondo lui sacrosanta sconfitta di quella ”merda di resistenza sunnita irachena” (utilissimo servizietto, per quel che conta il filo-scita Pasquinelli, agli squartatori Usa-iraniani dell’Iraq); dallo scatenamento nazista dei coloni israeliani contro i traditi e abbandonati (anche da chi li degrada in oggetto di compassionevole Caritas) titolari millenari di quella terra, al ritorno di un’Operazione Condor 2 contro l’America Latina; dagli ululati fondamentalisti di fascisti cattolici contro la rimozione dell’orrido crocefisso, affiancati da chi invece la sostiene in nome di un Cristo “autentico”, buono e salvifico, ma che è personaggio inventato da una banda di delinquenti famelici di dominio mondiale, alla vexata questio “con Di Pietro-contro Di Pietro” e alle sinistre che, un tempo, volevano precipitarsi in massa a combattere il Pinochet originale o, come CGIL, quanto meno scioperavano e boicottavano e ora sonnecchiano ignavi davanti al Pinochet installato in Honduras dall’Operazione Condor 2, con intervento decisivo, qui come in tutto il continente dei carnefici Gestapo israeliani. Ma non ce la faccio. Appunto perché, fabbricando il nuovo documentario sul golpe e la resistenza in Honduras, con tutto quello che fa balenare sui destini dell’America Latina, spero di aprire qualche crepa in quel muro di stampo sionista. E fino a metà dicembre e passa non ho più tempo per inondarvi delle solite intemperanze.
Così, per non far piangere il piatto, ho pensato di inserire nel blog questo scambio con un corrispondente. Tocca argomenti che appaiono di sicura rilevanza, anche se qui interpretati con chiavi di lettura diverse e a volte opposte da quelle che paiono corrette a me. Spero che suscitino le riflessioni e eventualmente gli interventi che essi meritano. Parto con la mia risposta all’intervento di questo interlocutore a me sconosciuto, ma di cui si percepiscono i riferimenti comunitaristi. Non sapete chi sono i comunitaristi? E' gente che, appropriandosi di alcuni fondamentali comunisti e antimperialisti, li mescola con deviazioni radicali dagli assunti marxiani sul conflitto tra le classi. A questo sovrappone, sotanzialmente annullandolo, istanze nazionaliste che, lungi dal mettere in discussione l'imperialismo per sè, si indirizzano contro quello statunitense, anglosassone, israeliano, nel nome neanche troppo dissimulato di un imperialismo italiano, oggi sublimato in quello euroasiatico. Si intravvede una linea di continuità con i paradigmi di 80 anni fa che ci parlavano della demoplutocrazia. Lo spazio per simili riemersioni lo offrono i vuoti e le storture teoriche di chi, a sinistra, ha sempre guardato con sospetto, se non con aperta ostilità, alle rivendicazioni nazionali dei popoli sottomessi, identifcandole tout court con lo sciovinismo da declinazione fascista. Rivendicazioni che, così, trovano ampio spazio di espansione in movimenti spuri. Non meno di quanto la Lega faccia, a discapito del movimento dei lavoratori, con la sua mitologia padana e il suo razzismo localistico mimetizzato da intervento sul territorio in difesa delle comunità. Seguono quell’intervento e repliche.


Ciao Piero. Sono ancora nel tritacarne del montaggio sull'Honduras e l'America Latina nella battaglia finale del continente e ne avrò fino a metà dicembre almeno, senza un minuto di tempo per altro, anche perchè mi tocca viaggiare ogni giorno in treno dal mio borgo a Roma, per complessive tre ore.
Ho dunque dato una scorsa rapida al tuo pezzo, ma vorrei considerarlo con più calma. Per adesso ti dico solo chenon è difficile trovarsi d'accordo con parte di quello che scrivi su globalizzazione, stati nazione e neoliberismo, ma, come prevedevi, nient'affatto sul No-B-Day. Ricordando che i conflitti oggi sono determinati in gran parte dallo scontro tra nazioni e blocchi di nazioni, cioè tra le loro elites, con masse rimbecillite al seguito, infliggi un ulteriore colpo alle teorie “moltitudinarie” dei fiancheggiatori Hardt e Negri. Il grande aiuto dato dalla sinistra post-autonoma all’imperialismo. Però non ti accortgi che, al pari delle fumisterie da amico del giaguaro di Toni Negri, tu ignori, e quindi abolisci, la lotta di classe, ponendoti così in sintonia più con coloro che dici di avversare, che con i popoli-classe che ne sono aggrediti. Negri la annega nelle “moltitudini” acefale lanciate contro una “globalizzazione” acefala. Tu la fai sparire dietro allo scontro geopolitico degli Stati-nazione e relative coalizioni. Cosa ha determinato la modernità e la prospettiva marxista: lo scontro tra la Francia di Napoleone e Regno Unito con imperi centrali, attorno a rotte e domini coloniali, o la rivoluzione delle masse nel 1989?

Non credo che la lotta di classe possa essere abolita e son anche stanco di stare a vedere come i conflitti oggi siano determinati tra comparti capitalisti-imperialisti, sopra le nostre teste, con le masse che stanno a guardare e a subire E’ verissimo tra noi, non per assenza di soggetti della lotta di classe, necessaria più che mai alla vista del fascismo di ritorno a livello planetario, ma per deficienza di organizzazione e direzione e, peggio, per irrimediabile invischiamento con le subalternità e collusioni introiettate dalle sinistre storiche di questo paese. Ma mi pare di aver visto in Honduras e ovunque le mie vecchie gambe mi trascinino – Palestina, America Latina, Somalia, Iraq, Afghanistan - che nella lotta dei popoli sono le classi subalterne a condurre le danze e a rappresentare la forza d'urto: pensa a Hamas e, per l'altro verso, ai bonzi e fighetti di Fatah della borghesia compradora palestinese. Con popoli proletari che, come ho sperimentato in Honduras, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile, Argentina, custodiscono nella loro coscienza l’istanza di liberazione nazionale perché prodromo e condizione sine qua non dell’emancipazione di classe, la lotta non può che essere di classe. C’è un intero continente di centinaia di milioni che avanza nella sinergia di lotta antimperialista e lotta di classe. Chi manovra questo conflitto, quale blocco di nazioni contro un altro armato? Poi non mi scandalizzano i termini "globalizzazione" o "neoliberismo": essendo i piedi di porco dell'imperialismo nordico, conviene addirittura usarli rovesciandone il presunto e falso significato. Come quando si dimostra che antisemiti sono gli ebrei, che non sono semiti ma artefici di olocausti di arabi... semiti. Penso che invece vada lasciata nel cassonetto dei rifiuti lo stolto e sterile automatismo di quasi tutte le sinistre radicali che si inalberano ogni volta che sentono la parola nazione, o nazionalismo. Pensa alla demonizzazione di Milosevic come “ultranazionalista” perché si opponeva allo sfacelo della Jugoslavia e, dopo, a quella del cuore jugoslavo, la Serbia. Nessuno di questi polverosi grilli parlanti ha mai imparato la lezione di Cuba o dell’Iraq o de nostri partigiani con il tricolore accanto alla bandiera rossa, per cui la rivoluzione o unisce le istanze di liberazione nazionale (Patria o muerte) a quella della vittoria delle masse escluse e sfruttate, o difficilmente se ne parla.

Quanto a Di Pietro, la pratica che ho appreso dai popoli in lotta di mescolare il sangue col fango quando l'uso congiunturale permette di perseguire il mio scopo, mi hanno finora evitato, non sbagli, ma qualcosa di peggio: la torre d'avorio del perfezionismo autoreferenziale. Di Pietro si muove contro l'attuale rompighiaccio del mondo militarizzato e mafizzato? Difende una legalità costituzionale che è stata conquistata dalle masse in lotta e dai partigiani in guerriglia, anche se non è ancora la legalità rivoluzionaria dei proletari? Sto con lui in questo. Primum: difendere le posizioni conquistate. Sto contro di lui quando parla di Saddam e lecca i piedi al Dalai Lama. Non mi dice chi sta dietro alla crisi? Lo so io e lo comunico alle masse che gli vanno dietro in buonafede e anche perchè non c'è nessuno al di fuori di quella Piazza del Popolo. Dai vecchi comunisti irrimediabilmente PCI, da me come sai pervicacemente sottoposti a ludibrio, ho però imparato una cosa buona e imprescindibile: stare sempre dove stanno le masse. Sofri, il cialtrone rinnegato, faceva bene a mandarci, noi di Lotta Continua, alla rivolta di Reggio Calabria, anche se guidata dalla destra. Le ragioni della gente erano sacrosante, bisognava indirizzarle nella direzione giusta. Leggevo giorni fa una velenosa tirata trotzikista contro Hugo Chavez. Non aveva ancora abolito la proprietà privata e sottoposto tutta l'industria e la distribuzione alla gestione operaia. Aveva strappato al latifondo SOLO quasi tre milioni di ettari di terra per darli ai contadini, ma non l'aveva ancora abolito, il latifondo. Aveva garanetito istruzione e sanità gratuita a tutti, ma lasciava sopravvivere le scuole cattoliche e le cliniche private. Sparata che si affianca ai bombardamenti mediatici e ai complotti di destabilizzazione e aggressione messi in atto dall'imperialismo. C'è sempre un grillo parlante che raccatta qualche banda di ottusi scontenti e ne fa la forza di complemento della Cia e del Mossad, ambedue massicciamente all'opera in tutta l'America Latina in vista del resoconto finale. Così "rivoluzionari" indigeni, sacri alle nostre pietose ONG, ma paragonabili alle nostre infiltratissime ed eterodirette Brigate Rosse, in Bolivia contro Morales, in Ecuador contro Correa, in Nicaragua contro Ortega. Meglio rovinare tutto per l'orgasmo delle proprie pippe? In ogni caso, ripeto, senza vedere il mondo sotto la specie della lotta di classe e vederlo agitato esclusivamente da potenze geopolitiche contrapposte, con le quali o ci si schiera o si sta a guardare, mi pare apra la strada a infiltrazioni spurie di ogni sorta finalizzate alla sussunzione di ogni istanza di liberazione in una regia che le è irrimediabilmente ostile. E' questa la pratica dei femigerati comunitaristi, pesce pilota degli utili idioti del Campo Antimperialista. E non servono citazioni gramsciane a correggere questa vera e propria degenerazione destrorsa. Comunque, la discussione è aperta.

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Caro Fulvio,

1. Il 5 dicembre prossimo si terrà il No Berlusconi Day.
Superando la nausea per queste espressioni americanoidi (che dicono molto di un clima culturale), sembra proprio che si stia profilando un Halloween politico.
Se non si aderisce al dolcetto della manifestazione, si avrà come scherzetto la solita serie di improperi: “cripto-fascista”, “passato dall’altra parte”, ecc.
Io non ci sto: non parteciperò e mando anticipatamente a quel paese i soliti confusionari che si dedicheranno agli scherzetti idioti.
Perché non ci andrò?
Partiamo dall’appello Ferrero-Di Pietro.
L’incipit è sconfortante: “La crisi economica sta determinando una sofferenza sociale sempre maggiore”.
Dopo di che non si dice nulla di cosa sia questa cosiddetta “crisi economica”.
E’ un evento naturale? Deriva da troppe ruberie a livello globale? Dagli spacciatori internazionali di titoli tossici? Dall’ingordigia di alcuni? Dalla caduta tendenziale del tasso di profitto? Dall’avvicinarsi dell’allineamento planetario previsto dai Maya?
Boh!
Dopo di che si passa a una breve descrizione delle malefatte del governo: tagli al welfare, disoccupazione, compressione degli stipendi, ecc... . Cose che conosco benissimo dato che sono un metalmeccanico in mobilità.
Diciamo subito che l’alternanza dei governi di centro-destra e centro-sinistra della Seconda Repubblica, hanno visto solo un accumularsi bipartisan di tagli, un accumularsi bipartisan di tasse e un accumularsi bipartisan della pressione sugli stipendi, sull’occupazione, sulle pensioni ecc. Questo è un punto che riprenderemo dopo, quando cercheremo di immaginarci un post-Berlusconi.
Il punto principale rimane quello precedente: che diavolo è questa “crisi”?

2. La sinistra tutta, da quella riformista a quella radicale ha curiosamente introiettato l’elaborazione di Hardt e Negri dell’impero acefalo (variamente chiamato “globalizzazione”, dai più riformisti, o “imperialismo delle multinazionali”, dai più radicali), che a sua volta curiosamente introiettava la visione ideologica che i protagonisti economici e ideologici della globalizzazione e della finanziarizzazione davano di questi fenomeni.
A nulla servì la precoce ammissione di Henry Kissinger “Globalizzazione è un altro termine per supremazia statunitense”. L’interpretazione era ormai data: la globalizzazione era uno “stadio” del capitalismo, ottimo per alcuni, funesto per altri.
La crisi mondiale a questo punto poteva essere vista solo come un errore di percorso (ingordigia, mutui subrime, titoli tossici vari, perdita di contatto con l’economia reale - per alcuni nostri blasonati economisti di sinistra la crisi era addirittura dovuta all’incapacità dell’americano medio di calcolare il montante quando chiedeva un mutuo; e non sto scherzando!). E’ quanto fece e fa la sinistra moderata (e la destra).
In alternativa i più audaci la vedevano e la vedono come una crisi del capitalismo tout-court. Ovvio: essendo la globalizzazione uno stadio del capitalismo, la sua crisi è la crisi del capitalismo. Di riffa o di raffa si è tornati all’idea di “fase suprema del capitalismo”.
Per cui basta rispolverare la lotta di classe e ci siamo.
L’imperialismo, ovvero lo scontro di blocchi geograficamente distinti di stati-nazione, non esiste più nell’orizzonte politico. Lo spazio politico mondiale è liscio, come ci hanno insegnato Gilles Deleuze e Toni Negri, ergo le sole striature sono di carattere sociale.
E’ solo in quest’ottica che si possono sostenere gli yuppies di Teheran contrabbandandoli per “giovani, donne, studenti e lavoratori” senza altre qualifiche sociali. E’ solo in quest’ottica che ci si può dimenticare in pochi mesi del massacro di Gaza per concentrare il proprio sdegno sulla visita ufficiale non di Lieberman, non di Netanyau ma del colonnello Gheddafi. E’ solo in quest’ottica che ci si può dimenticare bellamente del golpe fascista in Honduras orchestrato dalla coppia di serpenti Obama-Clinton, che invece si vorrebbe come rappresentante della presa di coscienza che, per l’appunto, lo spazio politico mondiale è liscio.
Rifacciamo allora un passo indietro di dieci anni, e vediamo cosa ci diceva allora senza peli sulla lingua il tre volte Premio Pulitzer e falco democratico, Thomas Friedman:

«La mano invisibile del mercato globale non opera mai senza il pugno invisibile. McDonald's non può prosperare senza McDonnell Douglas, il costruttore degli F-15. E il pugno invisibile che mantiene sicuro il mondo per il fiorire delle tecnologie della Silicon Valley si chiama Esercito degli Stati Uniti, Marina degli Stati Uniti, Aviazione degli Stati Uniti, corpo dei Marines degli Stati Uniti. [...]
Questo è troppo facilmente dimenticato oggi. Per troppi executives della Silicon Valley [ma anche per troppi “rivoluzionari” nostrani. Nota mia], non ci sono più né geografia né geopolitica. [...]
Lì ci sono executives che si vantano dicendo: “Non siamo una compagnia statunitense. Siamo IBM-USA, o IBM-Canada, o IBM-Australia, o IBM-Cina”. A loro dico “Ah si? Bene, allora la prossima volta che avete un problema in Cina chiamate Jiang Zemin perché vi aiuti. E la prossima volta che il Congresso liquida una base militare in Asia - e voi dite che non vi riguarda, perché non vi interessa quello che fa Washington - chiamate la marina di Microsoft perché assicuri le rotte marittime dell'Asia. E la prossima volta che un congressista repubblicano principiante chiede di chiudere più ambasciate statunitensi, chiami America-On-Line quando perde il passaporto”.

(“A Manifesto for the Fast World”. New York Times Magazine, 28 marzo 1999)

Poco dopo iniziavano i bombardamenti sulla Serbia con cui l’amministrazione di “sinistra” di Clinton apriva le danze che sarebbero continuate con le guerre infinite di Bush Jr. che ora stanno passando la necessaria revisione (o “assessment” nelle nuove e meno favorevoli condizioni) da parte del novello idolo della sinistra, Barack Obama.

3. Ma lo spazio politico mondiale non è liscio: al contrario si sta striando sempre di più. E allora occorre molta prudenza nelle azioni e nei giudizi.
La crisi attuale non è la “crisi del capitalismo”. La crisi attuale è la crisi di una particolare configurazione del potere mondiale emersa dai conflitti tra stati-nazione generati in continuazione dal fatto che il capitalismo è un rapporto sociale conflittuale basato su differenziali di sviluppo non solo tra classi, ma anche tra nazioni.
In specifico sono in crisi i rapporti di potere emersi dalla II Guerra Mondiale, l’evento che concluse la lunga crisi dell’egemonia sui meccanismi di accumulazione mondiali che era stata esercitata nel XIX secolo dalla Gran Bretagna e fece emergere il ciclo di accumulazione coordinato ed egemonizzato dagli Stati Uniti.
Neo-liberismo e globalizzazione sono stati tentativi di gestire la crisi di questo nuovo ciclo, innanzitutto da parte della potenza globale, in carica ma in declino, e in subordine da parte dei suoi vassalli (ed è quanto Kissinger e Friedman dicono nei loro rispettivi linguaggi).
Non ha quindi alcun senso parlare di “crisi del neo-liberismo come sintomo della crisi globale del capitalismo” come fa il 90% della sinistra da quella riformista a quella cosiddetta radicale. Questo è puro economicismo, dove i rapporti sociali (intrinsecamente conflittuali) escono di scena. Ovvero: il contrario di quanto ha cercato di insegnarci Marx.

4. Ritorniamo a questo punto all’appello congiunto Ferrero-Di Pietro.
Un appello senza un contenuto sociale, senza una parola sui conflitti geopolitici che l’hanno generata e che essa a sua volta rigenera.
Un appello che limitandosi all’antiberlusconismo ha un solo effetto: qualora la mobilitazione, per puro caso, riuscisse a dare una spallata parziale o sostanziale a Berlusconi, tutti i benefici politici andrebbero innanzitutto a quel signore (Di Pietro) che si augura per l’attuale premier la fine di Saddam Hussein (magari aprendo lui stesso la botola della forca e comunque facendo vedere apertamente di che caratura giustizialista sia fatto e soprattutto da che parte stia nelle aggressioni statunitensi).
In secondo luogo i vantaggi andrebbero a quelle forze e a quei personaggi politici come il PD, D’Alema, Casini, Fini e compagnia, che dopo aver devastato il Paese e specialmente i suoi strati medi e popolari con le “riforme” neo-liberiste a maggior gloria e vantaggio della finanza e dell’economia statunitense, dopo aver fatto passare, vuoi nascosti da belati buonisti vuoi anticipati da ululati più o meno mannari, razzismo, intolleranza, ingordigia, sopraffazione, inganno - insomma quelle qualità etiche che definiscono in senso pieno la totale mercificazione della società a partire fin dai suoi principi biologici - dopo aver portato a buon punto questo compito, adesso si ergono come paladini della solidarietà, dell’accoglienza, della democrazia, dell’equità sociale.
L’orizzonte della sinistra radicale è sempre lo stesso: per non finire azzerati perché giustamente puniti per evidente inanità politica, si spera di ridare vita a una “colazione di volenterosi” (come avrebbe detto il cretinoide Bush Jr) purchessia, pronti ad allearsi nuovamente con personaggi come D’Alema, che per servire al meglio l’imperialismo statunitense fece, lui massimo e primo, definitivamente carta straccia del nostro patto costituzionale, mandando i nostri bombardieri sulla Serbia. Dopo di che si parla di “difesa della Costituzione”: alla faccia!
Una coalizione che sfanculata dal popolo, evidentemente “sovrano” sì ma per qualcuno anche bue, ha come uniche possibilità di rivalsa l’azione giudiziaria (ergo extraparlamentare) pilotata, come avvenne con Mani Pulite, e la rivoluzione colorata e ben prezzolata da chi non ha in uggia assolutamente le politiche antipopolari, razziste o xenofobe del nostro premier (contestate solo sul palcoscenico dei teatrini della politica dall’altra coalizione), bensì la sua eterodossia geopolitica (Russia, South Stream, Libia, Algeria, politica araba, ecc...).
Eterodossia che in un momento di approfondimento delle striature geopolitiche mondiali non è tollerabile, perché qui si gioca la partita dell’egemonia mondiale prossima futura (if any).

Nossignori! Dato che solo questi, ahimè, possono essere gli effetti, tenetevi il vostro dolcetto e al diavolo i vostri scherzetti. Tanto anche Gramsci già doveva scrivere nel 1921, per anticipare le scemenze della sinistra di allora (cioè i Socialisti): «E’ ormai certo che alle ingiurie di: “bergsoniani, volontaristi, pragmatisti, spiritualisti”, si aggiungerà l’ingiuria più sanguinosa di “futuristi marinettiani”!».

Si parva licet vorrei mettermi nel mucchio insieme al fondatore del Partito Comunista d’Italia.


Caro Fulvio,

sì, pensavo che mi avresti risposto suppergiù così. Ma io non ricerco la torre d'avorio del perfezionismo. Non mi farebbe paura nessuna alleanza: figurati, Lenin difendeva persino il ruolo oggettivamente antimperialista del "reazionario sultano dell'Afghanistan".
Il problema non è fare i puri o no (ché la risposta sarebbe, ovviamente, "No"). Il problema, per me, è che non vedo nessuna forza politica o sociale che in questo momento possa essere anche minimamente assertiva e usare alleanze. Vedo solo la possibilità di essere usati.
Se Lenin diceva che bisognava sostenere Kerensky come la corda sostiene l'impiccato, io purtroppo non vedo nessuna corda in giro, se non quella al nostro collo.
Ho ben visto questa rincorsa al ricompattamento antiberlusconiano a cosa porta. Ho visto le alleanze che portano i compagni della "sinistra radicale" un giorno a manifestare contro il massacro di Gaza e un altro giorno in piazza con la Santanché contro "il regime terrorista di Teheran"; un giorno in piazza contro le guerre di Bush e un altro giorno in piazza tutti insieme contro "il dittatore Gheddafi", un giorno palpitare per la nostra Costituzione e il giorno dopo cercare l’alleanza con chi ne ha fatto per primo apertamente carta da cesso (D’Alema e compagni) per poi magari stracciarsi le vesti perché il giustizialista Travaglio è rimasto ai margini del teatrino mediatico (e forse è meglio così, perché quando non è ai margini riesce a sostenere i massacri di Gaza e il suo "Fatto quotidiano" afferma, è il caso proprio dell'altro giorno, che "l'Europa sta perdendo la guerra dei gasdotti", per il semplice motivo che non la sta vincendo l'America).
Dopo decenni e decenni di militanza so bene che bisogna stare dove "stanno le masse". Ma dove stanno adesso? Siamo sicuri che staranno più al No Berlusconi Day che non al raduno di Pontida?
Sicuri che le masse non abbiano già visto che i posteriori di quelli che sventolavano la bisaccia del mendicante e che esse seguivano erano ornati dei vecchi blasoni feudali, come diceva Marx della sinistra dell'epoca sua?
Lo so che è disperante non poter andare in piazza per togliersi di dosso, con una vera azione di massa, questo governo e le sue politiche populiste, xenofobe, razziste, opportuniste, volgarmente presuntuose e arroganti (e dato che sono un metalmeccanico in mobilità e ho subito il razzismo fin dentro la mia famiglia, so bene di cosa sto parlando).
Ma non vorrei disperarmi di più come è succeso dopo che avevo votato per il dannato governo Prodi II, dopo che avevo votato per le Menaguerre, per i parolai populisti ("Anche i ricchi piangono"!) e per questa sinistra embedded fino al collo nell'imperialismo americano.
Non fu un incidente di percorso da parte della sinistra: fu la continuazione, anche se ormai raffazzonata e litigiosa, di una scelta politica latente (a partire almeno da Berlinguer sotto l'ombrello protettivo della NATO) e maturata con la Bolognina.

Mi chiederai: ma allora tu cosa proponi di fare?
Non lo so mica tanto, caro Fulvio.
Mi sento più tranquillo quando denuncio e scendo in piazza contro il golpe in Honduras (benché fossimo quattro gatti - incidentalmente: non mi è passato per la testa di fare il purista anche se c'erano delle forze politiche alle quali tirare le orecchie).
Mi sento più tranquillo quando mi mobilito contro la repressione dei contadini nel Bengala Occidentale attuata dal governo del Fronte delle Sinistre con a capo il Partito Comunista Indiano (Marxista) o quando denuncio la cosiddetta "Operation Green Hunt" contro, questo è il motivo ufficiale, la guerriglia maoista in India.
Sarà perché lì, come dici tu, la lotta di classe è più palpabile. Sarà perché ho le idee poco chiare qui in Italia, ma mi sento molto meno tranquillo a prendere certe decisioni di mobilitazione nel nostro Paese, dove non vedo attualmente nemmeno un piccolo nucleo da cui partire con la possibilità di potersi fare carico di compromessi senza cadere nella compromissione.

Un carissimo saluto.

Piero

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Va benissimo se pubblichi il mio pezzo e la tua risposta. Ti pregherei anche di pubblicare poi di seguito questa mia di sopra e, se credi, una tua ulteriore "contromossa".
Dato che, come ti ho detto, non ho nessuna verità in tasca e mi muovo solo a fiuto (Palestina, Honduras, America bolivariana, India, qualche macro-mossa geopolitica tipo gasdotti - anche perché me ne sono occupato in "Alla conquista del cuore della Terra" che pubblicai all'indomani dell'attacco all'Iraq con Punto Rosso di Milano, se ne trovo una copia te lo regalo, Iran, ecc...), posso solo dire "Che mille fiori fioriscano, che cento scuole contendano".

Fammi sapere quando hai finito l'editing del documentario, perché vorrei farne pubblicità al meglio delle mie possibilità.

Ancora un caro saluto.

Piero

domenica 15 novembre 2009

DOMANDE SUL SIONISMO, O MENAR IL CAN PER L'AIA?




Fama di loro il mondo esser non lassa, misericordia e giustizia li sdegna, non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
(Dante Alighieri)
I civilizzati hanno creato i miserabili freddamente e deliberatamente, e non intendono cambiare lo status quo; sono i responsabili di massacri e schiavismi, scagliano bombe su bambini indifesi quando e dove decidono che i loro "interessi vitali" sono minacciati. Come niente torturano persone fino alla morte. Questa gente non va presa sul serio quando ci parla di "santità della vita umana", del "mondo civilizzato", di olocausto, terrorismo, autodifesa.
(James Baldwin)

Inserisco nel blog un lista di dieci domande sul sionismo che stanno circolando in rete in vista di un convegno a Roma, nel quale dovrebbero essere dibattute. Parrebbero domande tautologiche, se si considera che non sono rivolte al governo o a esponenti culturali israeliani o ebrei (che del resto se ne stroppiccerebbero), bensì a un pubblico che si presume di conoscitori e critici del sionismo. In una congiuntura in cui il rullo compressore israeliano e della lobby sta procedendo sulla base di gigantesche mistificazioni propagandistiche e storiche, mi pare che altre sarebbero le domande da porre a chi si muove nella nebbia di queste mistificazioni. Questo non vuole significare che un qualsiasi convegno di buone intenzioni sulla minaccia sionista e sulla situazione palestinese non sia il benvenuto. Però, forse, bisogna mirare a bersagli più concreti e operativi. Le occasioni perdute "stanno come d'autunno sugli alberi le foglie".
Sono dieci domande fumose, astratte, intellettualistiche, perlopiù retoriche e quindi inefficaci, a volte anche un po' infantili, che non forniscono strumenti di chiarificazione e quindi di mobilitazione. Si tratta di domande e, quindi, di risposte scontate e ovvie, vuoi da parte dei sionisti, vuoi da parte degli antisionisti.

Ad andare più a fondo e sull'essenziale dell'attualità si potevano porre domande circa le questioni che costituiscono i pilastri della propaganda e della geopolitica israeliana, a partire dall'11 settembre e dal suo retroterra neocon-sionista: la guerra al terrorismo islamico, la funzione e la realtà effettiva di un "antisemitismo" sparato a 360 gradi, la penetrazione e influenza della lobby sugli assetti mondiali del potere politico, economico, culturale, il compito assegnato a Israele da poteri occulti (Bilderberg, Trilateral, massoneria, mafia) e manifesti (Usa, Nato) nel quadro mediorientale e mondiale, la funzione di Israele e del Mossad a sostegno di tutte le dittature e di tutti gli estremismi di destra in vari continenti (per quale disegno strategico?), a partire dall'America Latina (esperti israeliani addestrano squadroni della morte, insegnano assassinii mirati, dirigono la repressione, ora anche in Honduras); la questione dello Stato etnico, o meglio confessionale, nella prospettiva della modernità pluralista, laica, democratica, la nascita del nazionalismo ebraico ai primi dell'800 dopo secoli di "inconsapevolezza" di un elemento "nazionale" e suoi obiettivi, l'invenzione del "ritorno" sullo sfondo delle disparate origini etniche e regionali non palestinesi degli ebrei (i kazari), fondata sulla menzogna storica dell'"esilio"; l'utilizzazione e oscena strumentalizzazione dell'olocausto a copertura di olocausti perpetrati in Palestina direttamente e a supporto di olacusti in altre parti del mondo, la realtà della dissidenza israeliana antisionista, la questione della libertà nella ricerca storica consentita ovunque, ma non agli studiosi dell'olocausto "eterodossi", la questione del nemico permanente necessario a compattare e fascistizzare la società (oggi Hamas e l'Iran), la funzione dell'armamento nucleare israeliano... eccetera, eccetera...
Sono questi temi che vanno sollevati per arrivare a "una pace giusta in Medio Oriente". Guai a scordarsi la dimensione mondiale del sionismo e il suo ruolo nel quadro dell'internazionale imperialista, fondamentalista, planeticida. Israele, il sionismo, sparano a noi, alla vita, all'umanità. Se si resta appesi al concetto di solidarietà e non ci si vede e ritrova tutti in una stessa barca, si lavora essenzialmente per la propria soddisfazione e si incide poco sulla realtà.
Questo mi ha detto una compagna honduregna del Fronte di Resistenza contro il colpo di Stato.

Fulvio.



----- Original Message -----
From: marta turilli
To: undisclosed recipients:
Sent: Friday, November 06, 2009 4:06 PM
Subject: Roma: CONVEGNO 10 DOMANDE SUL SIONISMO


Roma, 28-29 novembre
Quali sono gli ostacoli per una pace giusta in Medio Oriente?

Dieci domande sul sionismo

Convegno (Centro Congressi “Cavour”, via Cavour 50/A, Roma)


Le risposte alle dieci domande e la discussione che ne deriveranno potranno offrire una sintesi più avanzata possibile sulla natura di un progetto ideologico, storico, politico e statuale segnato profondamente dal colonialismo e dalla discriminazione. I temi del primo incontro del 28-29 novembre che si cercherà di far sviluppare ai vari relatori ed ospiti vengono qui formulati sotto forma di domande per facilitare la discussione.



Dieci domande sul sionismo



1) Il sionismo nasce nell’Europa dell’espansione colonialista del secondo Ottocento. Quanto si sono influenzati e integrati reciprocamente il progetto sionista e quello colonialista europeo?

2) Il sionismo era l’unica opzione politica disponibile per i cittadini di origine ebraica in Europa? Oppure la lotta contro la discriminazione, le persecuzioni e i pregiudizi antiebraici aveva altri sbocchi politici ma di segno anticolonialista?

3) Quali sono state le conseguenze in Palestina del “sionismo reale” cioè di un progetto ideologico che “si è fatto Stato” con la nascita di Israele?

4) Come mai il sionismo riesce a funzionare ancora oggi da attrazione per le èlite dei paesi europei e degli Stati Uniti? Quanto ha influito sulla rinascita di un progetto e una cultura neocolonialista verso i paesi in via di sviluppo in questi anni?

5) Qual è l’influenza del sionismo reale nel dibattito, nella cultura politica e nelle scelte strategiche dei paesi dell’Europa, dell’Africa, dell’America Latina e degli Stati Uniti?

6) E’ storicamente, politicamente e scientificamente accettabile l’equiparazione tra antisionismo e antiebraismo che viene ripetutamente riaffermata dalle massime autorità istituzionali italiane?

7) Il governo italiano è “il migliore alleato di Israele in Europa”. L’esperienza del partito Kadima ha molti ammiratori nei partiti italiani. Tsahal ha molti sostenitori politici ed economici. La cultura sionista ha molti estimatori tra artisti e scrittori del nostro paese. Esiste il rischio di una sua egemonia nella vita politica e culturale italiana?

8) Il revisionismo storico, praticato a piene mani anche nel nostro paese, non è l’altra faccia del negazionismo messo all’indice dalla comunità intellettuale? Può esistere un unico monopolio dell’orrore e della memoria?

9) Il boicottaggio accademico verso Israele invocato da docenti universitari e sindacati di altri paesi europei, può essere ritenuto e praticato come una normale forma di pressione internazionale sulla politica di uno Stato?

10) Il progetto di uno Stato Unico per ebrei e palestinesi è da ritenersi una minaccia o una soluzione possibile per la pace in Medio Oriente?

A queste domande invitiamo a rispondere studiosi, giornalisti e attivisti italiani, palestinesi e israeliani.
IMPORTANTE:
Per partecipare al convegno è necessario iscriversi entro il 24 novembre inviando
una mail con nome, cognome, città, associazione di appartenenza a: convegnosionismo@hotmail.it
Il Forum Palestina

giovedì 12 novembre 2009

YOANI SANCHEZ, PESCI PILOTA E PESCI BOCCALONI


Non temere il nemico, il tuo nemico ti può prendere solo la vita. Molto meglio temere i media, poichè ti rubano l'onore. Quell'orribile potere, l'opinione pubblica, è creata da un'orda di sempliciotti ignoranti e protervi che fallirono come sarti o ciabattini e intrapresero il giornalismo sulla strada verso l'ospizio.
(Mark Twain)
La stampa è talmente potente nel creare immagini da far apparire vittima un criminale e criminale la vittima. E' la stampa, una stampa irresponsabile. Sei non stai attento, i giornali ti faranno odiare gli oppressi e amare coloro che opprimono.
(Malcolm X)
Riproduco, a far seguito al mio recente post "Provocazioni e chi ci sguazza", il documento in calce per rischiarare le nebbie che ottundono le menti dei boccaloni della "libera stampa" occidentale (più altri due sagaci commenti al nuovo capitolo dell'offensiva obamiana contro l'America Latina). Ovviamente non è italiana la fonte di questa accuratissima ricerca sulla "rivoluzionaria colorata" cubana Yoani Sanchez, blogger libera da controlli e censure come nessun internettista delle nostre parti, recente vittima di un " lungo e feroce pestaggio da parte di tre energumeni maestri di karate" che, più abili degli espertissimi secondini o caramba italiani, non le hanno lasciato nè un graffio, nè un ecchimosi, nè un'unghia rotta. Nè un testimone tra le decine che affollavano la strada del trafficatissimo Vedado all'Avana. Neanche a pagarlo. Le precisazioni tecniche fornite da questo documento integrano le considerazioni politiche e giornalistiche che chiunque può agevolmente, addirittura istintivamente, fare purchè non appartenga nè alla categoria dei pesci pilota dell'imperialismo, nè a quella dei pesci-grullo che si fanno agganciare da qualsiasi fetido verme fattogli pencolare sul muso.Con questa superattrezzata e superpagata "blogger della libertà" siamo alla stessa faciloneria con cui si sono allestite le frodi estorsive e abbindolanti delle rivoluzioni colorate o di velluto. Truffe di un'evidenza solare, appena il più orecchiuto dei somari collodiani si tolga la mordacchia e i paraocchi in cui l'ha incastrato l'omino di burro.Turlupinatura di livello goliardico che può passare sulle nostre sinapsi come un rullo compressore solo perchè quelle sinapsi gliele abbiamo distese davanti con una disponibilità che nemmeno le brave passeggiatrici di Tor di Quinto.


Un mio bravissimo interlocutore sostiene sull'Iran, facendo torto alla sua provata perspicacia, quanto Bertolaso sostiene sulla non preventività del terremoto dell'Aquila. Dice che le "rivoluzioni colorate" si verificano solo contro regimi già zoppicanti e che quindi quella di Tehran non lo era. Impreciso, il mio amico: e quelle tentate contro Chavez nel 2002, contro il boliviano Morales nel 2007 e di nuovo oggi con la sedizione di settori indigeni reazionari (anche in Ecuador e Venezuela), contro la Cina in Tibet o Xinjiang, contro il potere in Birmania, o contro il governo libanese nel 2006-2007 che, semmai, rafforzarono governi già assai forti e stabili? Parla anche di milionate in piazza a Tehran, con sopra una massa di proletari sotto solo un sottile strato di panna borghese, e qui, cieco all'evidenza anche delle riprese tv imperiali, trangugia inconsapevolmente, ma colpevolmente, i beveroni tossici dell'informazione minzolian-sansonettiana. Cita anche i "comunisti" persiani, a sostegno del suo avallo al complotto Cia-Mossad contro il concorrente iraniano. Come se i partiti comunisti nel Sud del mondo fossero mai stati attendibili e affidabili. Pensate al PC iracheno, ieri nemico delle nazionalizzazioni di Saddam, poi colluso con Khomeini che per conto Usa assaltava il laico e socialista Iraq, infine al potere con la marmaglia criminale installata dall'occupante. Pensate al PC boliviano, che pugnala alle spalle il Che nel momento in cui la sua rivoluzione stava intravedendo esiti promettenti. Pensate al PC egiziano che non voleva la nazionalizzazione del Canale di Suez, pensate al nostro di PC di cui oggi Ochetto (lo scrivo apposta con una c) vanta la svolta della Bolognina che poi non era altro che il compimento fisiologico di una degenerazione iniziata con la morte di Gramsci e lanciata nel 1944, Salerno, nel 1947, mancata defascistizzazione, nel '68, repressione e controrivoluzione, sui binari della coesistenza pacifica interna ed esterna con le metastasi capitaliste dell'umanità.

Sto divagando. Fermiamoci a Yoani Sanchez, l'ennesima fetecchia infilata dalla Cia e dal Mossad tra le chiappe disponibili dei dirittiumanisti, febbre suina dell'umanità.



LA SIGNORA SANCHEZ DA CHI E' SPONSORIZZATA ??? >>>

fonte ::: http://www.resistenze.org/sito/te/po/cu/pocu9h21-005452.htm

Da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=90093

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare <<< """Se i blog sono terapeutici, chi paga la terapia di Yoani Sánchez?""" di Norelys Morales Aguilera -La Polilla Cubana <<<>>>

Alcuni bloggers d’esperienza dicono che i blog hanno delle virtù terapeutiche. Per Yoani Sánchez la terapia adatta alla sua frustrazione è stata un abile prodotto di comunicazione che soddisfa destroidi, controrivoluzionari e anticubani di ogni sorta.

Troppi sospetti si affacciano allorché si analizza “Generazione Y” e la sua autrice.

Fra milioni di blog esistenti in Internet, di qualunque tematica, non sembra casuale che proprio “Generazione Y” sia stato scelto dal Grupo PRISA e che l’opinione di questa signora sia stata elevata al rango di “voce autorizzata” nel quotidiano El País per vomitare ingiurie su Cuba. E mettendo da parte altri arrivisti che pure si sentono “meritevoli” in tal senso.

Yoani ha i requisiti richiesti per la cyber-dissidenza: essere una specie di “impiegata virtuale”, essere sul posto e subire “repressione e censura” (sebbene le permettano di concedere interviste a destra e a manca), di non essere mai interrotta, come ha potuto constatare la stampa straniera all’Avana, e fare inchieste come lei stessa ha spiegato... Tipico della “raffinata repressione” di cui è vittima la poverina.

Fra le denunce raccolte, come quelle dei colleghi cubani M. H. Lagarde e Rosa Miriam Elizalde, vengono spontanee alcune, ovvie, domande.

1) Per quale motivo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dato l’ordine - ordine eseguito - di far sparire più di 80 siti Internet legati a Cuba perché “fomentavano il commercio” e “violavano le leggi nordamericane”, e non si è accorto del travaso di denaro proprio attraverso Internet verso il sito di Yoani?

In “Generazione Y” appare in evidenza un link per comprare il libro di Yoani in italiano, “Cuba libre”. Lo può fare chiunque tramite PayPal, ma non un cubano che vive a Cuba, perché contravviene le regole dell’embargo, dove la normativa che proibisce il commercio elettronico è molto precisa.

Molti giornalisti rimasti senza lavoro vorrebbero “avere l’abilità” di usare le loro capacità con un servizio di pagamento gateway o elettronico per l’invio di denaro mediante carta di credito. In ogni caso Yoani, a scanso di equivoci, ha il suo bel Copyright © 2009 Generazione Y (All Rights Reserved). Una cosa che nessun cubano può fare nemmeno da Cuba.

2) Chi ha fornito il supporto tecnico del blog? Chi si occupa di mantenerlo in attività?

Quanto costa il servizio di personalizzazione di questo software? Si tratta di un supporto tecnico esclusivo, disegnato da un esperto, il cui salario non lo paga certo Yoani dividendo i suoi guadagni. Il suo “patriottismo”non arriva fino a qui, anche se di denaro ne ha. Dai dati del dominio che appaiono su Internet del portale Desde Cuba, quello che ospita il blog di Yoani, usa il sistema Joomla. E’ un complesso sistema di gestione di portali dinamici e di contenuti, i cui moduli possono essere abilitati solo da avanzate conoscenze informatiche. E non è il caso di questa signora.

Se “Generazione Y” può sembrare un blog semplice sul piano grafico, l’occhio del blogger coglie subito che non si tratta di un blog comune sul piano dei requisiti tecnici. Ha versioni in 18 lingue diverse (non un semplice traduttore per blogger), un alto traffico, con centinaia di commenti in ogni post, risorse per la pubblicità su Internet e per immagazzinare la memoria a lungo. Tutto ciò si può mantenere solo grazie a una forte sovvenzione. Soltanto per il traffico che provoca questa pagina e i GB di commenti immagazzinati, oltre ai servizi di amministrazione, “Generazione Y” richiede denaro, specie se i suoi server sono in Europa. E non sono gratis!

3) Chi è Josef Biechele, il vecchio amico di Yoani che “disinteressatamente” anni fa ha portato il server Desde Cuba all’estero?

Lui sì, che deve sapere come si sovvenziona questo portale, alloggiato in un server dell’azienda Cronos AG Regensburg, una succursale dell’azienda Strato in Germania.

Se si visita la pagina di questo provider in Internet all’indirizzo http://www.cronon-isp.net/index.html si noterà che un utente comune, in questo caso un blogger, non potrebbe essere fra i suoi clienti. Non appare pubblicato né il menù, né la lista dei prezzi, e nemmeno i termini e le caratteristiche dei servizi. Perché c’è scritto che bisogna scrivere a questa compagnia: “Professional IT-Services” e domandare direttamente quanto costerebbe affittare un sito? Allora significa che il servizio viene attivato tramite contrattazione diretta, non si pubblicizza.

Sembrerebbe che Cronon AG non abbia interesse al marketing e confidi nel fatto che i suoi probabili clienti contattino l’azienda tramite Internet o arrivino tramite raccomandazioni. Un fatto insolito o molto esclusivo nel mercato delle telecomunicazioni, che getta dei sospetti sulla lista dei suoi clienti.

4) Chi paga ciò di cui Cronon AG rende noto sulle caratteristiche dei suoi server in Germania? Così esposte:

- Superficie totale di più di 3500 m2 (spazio di esposizione netto) diviso in sei abitazioni
- Ampiezza di banda: Connessioni esterne 2 x 20 Gbit/s per la colonna vertebrale di Freenet, 1 x 10 Gbit/s per il DE-CIX Frankfurt, le connessioni più piccole in quest’ ampiezza di banda sono fino a 155 Mbit
- 1 GBit per il trasporto d’entrata e uscita
- Acceso / Sistema elettrico 48 e 230 volt in tutti gli ambiti. Multipli UPS ridondanti (per parcella ognuno da 230 e 48 volt)
- Energia elettrica d’emergenza: 4 x motori diesel e diesel 2 di Riserva. Un megavatt di potenza (6 Megavatt totali)
- 45.000 litri di gasolio in magazzino, continuamente preriscaldato, ora d’inizio: 40 secondi
- 6 stazioni proprie con un trasformatore di un 1 megawatt
- Controllo d’accesso:24/7 sicurezza; Lettore di carte - Anticipo - Vigilanza CCTV – Registrazione scritta

Dice anche che può disporre di “Connessioni esterne”:2 x 20 Gbit / s”. In altri termini: non è un provider qualunque.

Pur dando per scontato che “il primo mondo ne è pieno”, la realtà di Cuba (grazie a quell’embargo che Yoani si guarda bene dal criticare) è che il sito che ospita il blog “Generazione Y” ha 60 volte l’ampiezza di banda di cui dispone tutta Cuba, per tutti i suoi utenti Internet!

5) Tramite chi si è potuto registrare il dominio del blog di Yoani?

Tramite GoDaddy, la compagnia preferita per registrare il sito che il Pentagono usa per la cyber-guerra. GoDaddy è il modo più anonimo e sicuro di comprare un dominio negli USA, lo afferma questa stessa azienda. Comprare! Quindi non c’entra per niente l’astuzia di qualche ragazzo ribelle come invece si cerca di far credere nel suo marketing politico e pubblicitario.

Perché si da per scontato che l’anonimato sia innocente e Yoani tanto audace? Perché usare la stessa strategia del Pentagono? Casualità? Come fa la “Super Yoani” a impedire che GoDaddy non le chiuda il dominio, come è successo con decine di siti che promuovevano eventi culturali e viaggi a Cuba? Perché nessuno parla delle restrizioni che pesano su Cuba - e continuano a pesare con Obama - sul commercio elettronico grazie all’embargo?

6) Il blog di Yoani curiosamente è stato il primo a fornire informazioni tramite Internet con fini sovversivi tramite Granpa, all’indirizzo: http://www.granpa.info. Non si sono nemmeno preoccupati di mascherare il legame con i suoi padrini che hanno usato le stesse righe del registro e ubicazione dei server in Europa usata dal blog “Generazione Y”.

Il dominio di Granpa è stato creato il 9 giugno 2009, proprietari anonimi. Il suo server si trova a Copenaghen, Danimarca. Il proprietario del conto corrente che ha pagato il dominio ha registrato un indirizzo della carta di credito nel paradiso fiscale di Gran Caiman, secondo i registri pubblici che compaiono in Internet. L’indirizzo IP in cui si trova questo sito è 82.103.135.163, che appartiene a ISP Easyspeedy Networks.

Granpa è un servizio esclusivo per Cuba, con la caratteristica che chiunque può registrare un numero di telefono dell’Isola senza avere avuto l’autorizzazione del proprietario del telefono. Chi possiede un cellulare a Cuba non riceve un codice di accesso per verificare che desideri davvero ricevere i titoli quotidiani selezionati fra i tre giornali di più rabbiosa filiazione anticubana: New Herald di Miami, Cubaencuentro e Penúltimos Días, spagnoli.

Si intende che questo servizio può inviare messaggi senza che il proprietario li abbia richiesti, in violazione delle regole che proteggono la privacy degli internauti e delle regole contro l’immondizia digitale. Come si sa, le tariffe internazionali di messaggeria per cellulare si pagano.

Nel sito di Vodafone, provider di servizi di telecomunicazione in Spagna, si può vedere che il prezzo di questo servizio di messaggeria verso altri paesi d’Europa e all’estero oscilla fra 1,16 e 2,50 euro per messaggio. Si verifichi all’indirizzo: http://www.cronon-isp.net/index.html
Quindi, quanto costano, e chi finanzia l’invio massiccio di questi sms a Cuba dall’Europa?

7) Quanti blogger hanno il Grupo PRISA spagnolo come agenzia? Perché Prisa, che si dice sia in grave crisi finanziaria, ha potuto comprare Noticias 24 - il sito più aggressivo del web contro il governo venezuelano - ed ha pagato a Yoani un premio di 15.000 euro? Nientemeno che il premio Ortega y Gasset, tradizionalmente conferito a personalità letterarie, di lunga esperienza e attività?

Com’è possibile che la casa editrice italiana Rizzoli paghi 50.000 euro a una “scrittrice” sconosciuta?
Quel denaro non lo ha mai ricevuto nessun’altra figura indiscutibile della letteratura cubana.
Alla lista si aggiungono circa 100 premi, tra cui la recente menzione al María Moors Cabot, dell’Università nordamericana di Columbia.

Non voglio accusare Yoani di essere una mercenaria. No, è lei che si accusa da sola! Le hanno creato un’immagine fittizia, al punto di arrivare a definirsi una rivoluzionaria, ma frustrata e tanto “afflitta” da curarsi con la terapia del blog, che paga qualcuno per i suoi “sacrifici alla patria” (ma il denaro non ha Patria).

A fronte di tutto ciò non viene da pensare a un sofisticato marketing contro Cuba? Il suo blog potrebbe disporre della visibilità raggiunta senza un finanziamento di grosso calibro mascherato con i premi?

Yoani non parla al cittadino comune dell’isola, le fa piacere crederlo e approfittare del fatto che se non viene letta è opera della “repressione”. Però sa portare bene l’acqua al suo mulino. Ricordate come ha preso le distanze dalla fogna della blogosfera cyber-dissidente? Come a dire: “I soldini solo per me”. E certo anche per suo marito, lo scrivano.

Così, prosegue a messaggiare secondo i principi della cyber-guerra del Pentagono per un “pubblico esterno”, con degli interessi che non possiamo pensare che ignori, come quello che finanzia la terapia delle sue frustrazioni.

Fonte: http://norelysblog.blogcip.cu/2009/08/11/si-los-blogs-son-terapeuticos-%c2%bfquien-paga-la-terapia-de-yoani-sanchez/



Yoani Sanchez coi lividi al culo (ci prende tutti per il culo) >>>
Lettera di Alessandro Belmonte - 11 novembre 2009, ---
In questi giorni ha trovato molto spazio sui quotidiani italiani la notizia del presunto pestaggio ad opera della polizia cubana della blogger Yoani Sanchez.
Il tutto parte da un articolo della stessa Sanchez sul proprio blog, Generazione Y, in cui racconta, in modo alquanto fantasioso la presunta aggressione che lei ed i suoi amici avrebbero subito
Cito testualmente: "(...)ci hanno riempito di botte e spintoni, mi hanno caricato con la testa verso il basso e hanno tentato di infilarmi nell'auto. Ho afferrato la porta, ricevendo colpi sulle mani, sono riuscita a togliere un foglio che uno di loro portava in tasca e me lo sono messo in bocca. Mi sono presa un'altra scarica di botte perché restituissi il documento. Orlando era già dentro l'auto, immobilizzato da una mossa di karate che lo faceva stare con la testa verso il pavimento. Uno ha messo le sue ginocchia sul mio petto e l'altro, dal sedile anteriore mi colpiva nella zona dei reni e sulla testa per farmi aprire la bocca e liberare il documento. Per un istante, ho temuto che non sarei più uscita da quell'auto. "Sei arrivata fino a qui, Yoani", "Adesso la finirai di fare pagliacciate", ha detto quello che era seduto accanto all'autista e che mi tirava i capelli (...)".Da notare che la stessa afferma di essere stata "riempita di botte" e di avere ricevuto "colpi sulla testa e sulle mani". Sarà utile in seguito.Ancora più fantasiosa la presunta fuga dai "terribili poliziotti" inviati dal regime per farla tacere per sempre: "(...) In un gesto di disperazione sono riuscita ad afferrare, dai pantaloni, i testicoli di questo personaggio. Ho affondato le mie unghie, supponendo che lui avrebbe continuato a schiacciare il mio petto fino all'ultimo respiro. "Uccidimi adesso", gli ho gridato, con il fiato che mi restava, ma quello che stava nei sedili anteriori ha detto al più giovane: "Lasciala respirare" (...)".
Innanzitutto non si comprende come sia conciliabile la presunta mancanza di libertà di espressione che la Sachez denuncia con il fatto che essa possa liberamente gestire un blog apertamente anti-castristra proprio da Cuba. Tra l'altro, sempre da Cuba, la stessa ha rilasciato proprio in questi giorni un'intervista al corrispondente della Bbc Fernando Ravsberg che, trovandola in perfette condizioni di salute (la foto dell'articolo è quella fatta dalla Bbc), giustamente le chiede come mai non abbia mostrato nessuna foto dei lividi causati dalle percosse che sostiene di aver ricevuto (nel post sul suo blog è inserito un video in cui vi sono una decina di ragazzi con dei cartelli e nessun pestaggio, nemmeno l'ombra della polizia).
Tutta da leggere la risposta: "Ho diverse contusioni, in particolare sui glutei, purtroppo non posso mostrarli. Per tutto il weekend ho avuto gli zigomi e il sopracciglio gonfi. E soprattutto ho avuto molto mal di schiena. Ho perso molti capelli però avendo una capigliatura molto folta non si nota".
La mia domanda finale è: i lividi sono realmente sul culo, oppure è lei che vorrebbe prenderci tutti per il culo?




Yoani Maria Sánchez Cordera : quello che i giornali nascondono su di lei <<<>

lunedì 9 novembre 2009

MURI













Muro tra Usa e Messico, muro di Baghdad, muro in Palestina, muro di Padova

Da giorni ormai ci scassano la minchia, come bene dicono in Sicilia, con le celebrazioni del ventennale della caduta del “Muro di Berlino”. Stamane alla radio, nella trasmissione sportiva, ho sentito pure i subumani della cronaca calcistica (fatta eccezione per il grande Oliviero Beha) delirare sulla caduta del muro e sulle magnifiche sorti e progressive che quella demolizione avrebbe realizzato a est del muro. Il muro fu abbattuto da una folla di ubriachi di illusioni, ingenuità e astuti inganni. Lungi da chiunque l’idea che questa valutazione significhi l’identificazione con quei detriti del “socialismo reale” che furono i Brezhnev, i Cernienko e, peggio, i Gorbaciov. Semmai comporta un meritato rispetto e riconoscimento per la DDR che, nel mondo di quel “socialismo” della nefasta coesistenza e spartizione di genti con il capitalismo imperialista, faceva un po’ parte a sé. A Togliatti o Berlinguer, questi prelati dell’inquisizione e del compatibilità controrivoluzionaria, i dirigenti della DDR stavano come canguri a conigli. A Lenin e Gramsci avrebbero fatto meno ribrezzo di quei padri del bipartisan a perdere. Lo sanno bene gli abitanti della Germania Est che confrontano oggi la loro situazione sociale derelitta, appena superiore a quella degli altri socialismi esteuropei sbaraccati e desertificati dalle voraci mafie messe su dalle “democrazie” occidentali, con la pensione a cinquant’anni, la scuola e la sanità gratuite, la piena occupazione, la casa, casetta se volete, garantita e, last but not least, il Berliner Ensemble, Bertold Brecht o Christa Wolff. Guardatevi “Goodbye Lenin“.

Feci con mio figlio Oliviero un viaggio nella DDR e verso il muro che stava pencolando. Cosa che tutti vi tacciono, compresi i subumani degli spurghi calcistici, è il fatto che dalla Germania Est già da anni si poteva transitare verso ovest, a visitare parenti, amici, ricordi. E viceversa. E’ vero che lungo le autostrade da Dresda – polverizzata piena di umanità e vuota di soldati da quel bel campione della democrazia e dei diritti umani che era Churchill, una specie di orco cannibale – a Berlino ogni qualche chilometro ci toccava nettare il parabrezza dalla fuliggine di un apparato industriale che ogni vantaggio assicurava al paese fuorchè la tutela dell’ambiente e dei polmoni. D’altra parte continuavamo a incrociare la divertente “Trabant” che era di fibra sintetica (geniale), sparava fetori dalla marmitta, ma durava l’intera vita del possessore. Qui o la cambi ogni due anni, l’auto, o ti sputano appresso. Questione di accumulazione o di qua o di là. A Berlino Ovest, nel Kurfuerstendamm, andammo a cercare il numero 173 dove aveva vissuto mio nonno, fatto fuori dalla fame nel 1943. C’era stata la ricostruzione democristiana: una forca caudina di negozi di lusso, grandi magazzini, chincaglierie per gonzi. La volgarità fatta Berlino. Ci rifugiammo tra gli eterni tigli di Unter den Linden, a est, dopo la Porta di Brandenburgo, e venimmo vezzeggiati da un quartiere neoclassico tenuto come un roseto a Kew Gardens. Non solo, in vicoli, che lì si chiamano Gassen, in piazzette e recessi attorno al Potsdamer Platz, oggi stuprati in nome della Volkswagen e di altre multinazionali e banche dai macigni terroristici dell’architetto regimista Renzo Piano, venimmo accolti da caldi localini all’antica, dove si chiacchierava, poetava, spettacolava, beveva in letizia e armonia. E poi anche tutto il resto era come quando ero ragazzo, non aveva subito lo sderenamento da frenesia innovativa, perlopiù indotta da scaltri imbonitori della speculazione. Belli ed eterni i sanpietrini di tutte le strade su cui sobbalzavamo
senza dover temere ulteriori rapine dalle nostre tasche di contribuenti per riasfaltare, mettiamo, la Salerno-Reggio Calabria. Sentimentalismo? Chissà.

Quel muro fu eretto nel 1961 da Kruschev e dai dirigenti della DDR per porre un freno all’infiltrazione continua e massiccia di spie, provocatori, destabilizzatori, disinformatori, da parte dei servizi occidentali, principalmente Usa e di Bonn. Serviva anche a non permettere che cittadini dell’Est andassero a far soldi arruolandosi in quell’armata di prezzolati della reazione controrivoluzionaria e a impedire che, abbagliati dalle sirene del consumismo, dei farlocchi andassero a farsi gabbare dal tritacarne capitalista. Brutto muro, a volte delittuosamente insanguinato, comunque meno dei genocidi economici e militari che l’imperialismo andava perpetrando nel Sud del mondo, in fuga dal colonialismo. Muro da porsi almeno all’80 per cento sul groppone dei revanscisti occidentali. Muro infinitamente meno brutto dei democratici muri di oggi, tutti eretti dallo schieramento della “democrazia” e dei “diritti umani”. Vedi le foto. E un fiore di bellezza rispetto ai muri che i licantropi occidentali e i loro ascarucci (tipo sindaco di Padova) vanno costruendo intorno a popoli da incarcerare ed estinguere. Ma anche di muri, ai quali fanno mettere la calce a noi stessi, attorno alle nostre menti e al nostro cuore a forza di terrorismo della paura, della menzogna, delle guerre, degli attentati, del razzismo, dell’individualismo, del libero mercato. Potessimo avere un muro da fargli crollare addosso e seppellirli per sempre!

domenica 8 novembre 2009

PROVOCAZIONI E CHI CI SGUAZZA




Immagini: Micheletti sostenuto dagli sgherri della "scuola delle Americhe". La condizione alla quale si vorrebbe ricondurre la "repubblica delle banane".
Riproduco in calce un comunicato della Resistenza honduregna, che mi pare facilmente comprensibile anche per chi lo spagnolo non lo sa. In ogni caso internet fornisce strumenti per la traduzione, anche se scadenti.


Lasciatemi aggiungere una breve considerazione, sollecitata da quanto oggi i media tutti, sia degli utili idioti (sinistre), sia degli amici del giaguaro, pubblicano in prime o intere pagine (vedi, per es. L'Unità e Repubblica). La notiziona, intorno alla quale si percepisce la bava di chi la diffonde, è che la nota e famigerata blogger cubana "dissidente" Yoani Sanchez sarebbe stata sequestrata per alcuni minuti da tre sconosciuti che l'avrebbero trascinata nella loro macchina e poi malmenata. Il racconto, fatto dalla sola blogger, senza la minima traccia di violenze su faccia e corpo e non corroborata da neanche un testimone, puzza di provocazione lontana diecimila chilometri e dieci ore di volo. Figuratevi se i cubani son tanto idioti da mettere le mani su un personaggio che viene inalberato dal mondo capitalista-imperialista come vessillo della resistenza alla "sanguinaria dittatura di Fidel Castro", dopodichè non hanno neanche mai sfiorato con una piuma quei quattro dissidenti che per Bertinotti e ciurmaglia analoga erano "intellettuali e giornalisti per la libertà a Cuba", ma poi sono stati lasciati cadere in un opportuno dimenticatoio quando i cubani hanno potuto dimostrare che si trattava di mercenari prezzolati, mensilmente retribuiti dall'incaricato d'affari Usa, oltrettutto collegati alle centrali del terrorismo cubano a Miami. Nessuna, neanche delle più equivoche organizzazioni dei diritti umani ha mai potuto denunciare un solo caso di tortura a Cuba. In Honduras, al contrario, si tortura allegramente e massicciamente, sotto l'occhio sadico di emissari Usa come John Dimitri Negroponte e lo squadrista della morte Billy Joya.


Lascio ai lettori perspicaci e esperti di provocazioni tipo il "martirio" della Politovskaja, collaboratrice delle emittenti Cia "Radio Free Europe" e "Radio Liberty", tipo l'uccisione dell'inconsapevole iraniana Neda attribuita ai miliziani di Ahamdinejad e invece allestita, come si è dimostrato, da coloro che da Washington hanno allestito la "rivoluzione verde", o i pogrom dei venerati monaci buddisti, tipo ancora certe imprese delle nostrane infiltratissime BR, l'analisi del bucherellato racconto della Sanchez.


E li invito anche a vedere il quadro in cui si inserisce l'operazione Sanchez e che vide un perfetto sincronismo con il colpo di Stato e la sanguinaria dittatura Usa-oligarchia in Honduras, le sette basi d'assalto USA installate nella Colombia del narcofascista Uribe, le inziative di sabotaggio e destabilizzazione da parte di settori reazionari (purtroppo anche indigeni) in corso in Venezuela (dove si moltiplicano le infiltrazioni terroristiche di paramilitari colombiani), Bolivia, Ecuador, l'uragano propagandistico obamian-clintoniano contro Chavez e tutte le forze rivoluzionarie e progressiste in America Latina. E' partita la strategia imperialista per il recupero dell'America Latina perduta nel tempo in cui Bush prima e ora Obama erano e sono impegnati nel genocidio asiatico e mediorientale.


Ma quanto con ancora maggiore evidenza illustra la malafede e la strumentalità delllo "scandalo Sanchez" è il contemporaneo totale silenzio-connivenza con la pinochettata in corso in Honduras, dove gli Usa sostengono una feroce dittatura militare che, tra repressione e manipolazioni politiche, ha fatto oltre 27 morti, migliaia di feriti e mutilati, oltre cinquemila carcerati, la soppressione con leggi marizali e stati d'assedio di tutte le libertà costituzionali e di tutti i diritti umani. Il complotto Usa-oligarchi e militari honduregni, sostenuto da esperti israeliani degli squadroni della morte, è in atto, nell'urlante silenzio dei media, dal 28 giugno scorso ed è stato coronato da un finto "dialogo" al termine del quale il legittimo presidente destituito con la forza, Manuel Zelaya, resta imprigionato nell'ambasciata brasiliana assediata, il golpista fascista Roberto Micheletti ha preteso di costituire, lui, un governo "di riconciliazione e unità nazionale" per arrivare così a elezioni il 29 novembre da lui manipolate e dall'esercito golpista "controllate" e decine di migliaia di honduregni, riuniti nel Fronte di Resistenza, resistono nella strade al tentativo di rinnovare in America Latina i nefasti di Pinochet e Videla, dei Contras e delle invasioni Usa. Io non ho mai esitato di muovere critiche alle falle rivoluzionarie di Cuba, in quanto prima di tutto amico del popolo cubano e nemico di un imperialismo dal quale questo popolo da mezzo secolo eroicamente si difende. Ma basta questo confronto tra Sanchez e Honduras per assegnare alla blogger filo-Usa e ai suoi sicofanti il posto che meritano.
Mi auguro che gli amici di Cuba, soprattutto quelli organizzati , come anche le rappresentanze politiche e diplomatiche di Cuba, sappiano rispondere adeguatamente alla cialtroneria dei media e ai complotti contro la rivoluzione.


www.selvasorg.blogspot.com
Realismo mágico: Micheletti renuncia y se queda


Porque estás que te vas y te vas y te vas
y te vas y te vas y te vas y no te has ido...
bolero, Jose Alfredo Jimenez www.youtube.com/watch?v=3ZUPlE18VkM




Honduras: Oficialización del golpe
Etiquetas: EEUU/USA, Honduras
El Frente de Resistencia desconocerá el proceso electoral y sus resultados. Llama a todas las organizaciones de la Resistencia a nivel nacional para ejecutar las acciones de desconocimiento de la farsa electoral.

Tito Pulsinelli
Ahora es definitivo: Micheletti & asociados siguen por la misma ruta, tiran a la basura el acuerdo propiciado por T. Shannon, y con una operación de burda cosmética van a sacar del sombrero un “gobierno de unidad nacional”, con los mismos compadres y lacayos de siempre. Sin el regreso de Zelaya a la presidencia.


Borran el punto 5 del acuerdo recién alcanzado, que establece expresamente la restitución de Zelaya al puesto en que fue elegido por los electores, y marchan con trompetas y caradura hacia la farsa electoral. Con la anuencia del Departamento de Estado, su hipócrita diplomacia del doble carril, los servicios sucios del ex presidente chileno Ricardo Lagos y la bendición del cardenal de Tegucigalpa, han cocinado una burla grotesca a la ciudadanía de Honduras. Y a todas las instituciones internacionales que condenaron y cortaron la relaciones con los golpistas.

Sin Zelaya a la presidencia no habrá ningún gobierno creíble, mucho menos unitario, ni que pueda reconciliar la nación hondureña Sin Zelaya no habrá participación en el proceso electoral, que será una expresión minoritaria de los poderes fácticos y no involucrará la mayoría social. El Grupo de Río ya ha ratificado que la “unidad nacional” se alcanza con la aplicación integral de los acuerdos logrados. El punto 5 habla con claridad del regreso a Palacio de Zelaya.

Los actores ocultos del Tegucigolpe han siempre actuados inspirados en el “escenario Haití” (como este blog señaló desde el principio): uno de los comandantes de la base de Palmerola fue el protagonista del secuestro y deportación del presidente Aristide a Africa.


Ese secuestro culminó la reversión del proceso liberador de la isla antillana y la sucesiva desarticulación del movimento emancipador Lavalas. Estados Unidos lo logró después de un primer golpe y exilio de Aristide. Demasiadas coincidencias.


La fase 2 del Tegucigolpe, apunta al maquillaje acelerado de la fuerzas golpistas para que sean mas presentables, y puedan proceder al “fraude electoral anunciado". Buscan un reconocimiento internacional un poquito mas amplio del actual, limitado a Estados Unidos e Israel. ¿Quién participará activamente a ese fraude? Cuentan de obtener asi un tiempo adicional, suficiente para lograr lo que no han podido hasta hoy: desarticular, dividir, reprimir y subyugar el Frente Nacional contra el golpe.


En otras palabras, una estrategia siempre finalizada al factor tiempo, con la ilusión de poder remover el problema que está implantado en el centro nervioso y en el corazón de Honduras: proceso constituyente Esto, los golpistas y sus patrocinantes del norte, no han podido borrarlo. Tampoco la fuerza social que lo respalda, crecida en experiencia, determinación, conciencia de la fuerza acumulada, articulación interna y –por primera vez- también internacional.


Honduras no es Haití, Mel Zelaya no está en Africa. La resistencia ha conseguido una victoria táctica, y va en busca de la afirmación estratégica, con flexibilidad y capacidad de innovación.
El mundo, y aquello que no han perdido la decencia, deben seguir apoyando las gestas de los hijos de Morazán y de Lempira.

martedì 3 novembre 2009

HONDURAS: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO E CHI GUFA







Mi rifiuto di accettare l’idea che l’umanità sia così legata alla notte senza stelle del razzismo e della guerra da non permettere che la luminosa alba della pace e della fratellanza non possano mai diventare realtà.
(Danielle Wolfe)
O Signore! Sono, costoro, gente che non crede. Allontanati dunque da loro dicendo “Pace”. Presto sapranno.
(Salmi, 43, 88-89)
La tirannia di un principe in un’oligarchia non è tanto pericoloso al benessere pubblico quanto l’apatia del cittadino in una democrazia.
(Montesquieu. 1748)

Mi corre l’uzzolo di tornare sulla questione “Honduras chi ha vinto, chi ha perso”, per rispondere ad alcuni miei interlocutori e, in particolare, a chi mi è saltato addosso con la grinta di un grillo parlante caricato a mortaretti, rappresentandomi come un patetico illuso che, abbacinato dalle masse e dalla loro lotta, per lui un po’ meschinella per la verità, cieco come una talpa sbatte il grugno contro il “trionfo totale dei golpisti e degli Usa” senza rendersene conto (vedi commenti al post “Honduras, vittoria tattica…”). Da quel mio post sulla “vittoria tattica” del movimento popolare riunitosi nelle sue molteplici articolazioni in un “Frente de Resistencia contra el golpe de Estado”, e dalle reazioni che tale post ha suscitato, sono successe altre cose in Honduras. Collaboratori del lumpendiktator Roberto Micheletti hanno dichiarato che il ritorno di Mel Zelaya al suo posto di presidente della repubblica, concordato con l’emissario della neocon Hillary Clinton, Thomas Shannon, in cambio di un “governo di riconciliazione nazionale”, ma sottoposto all’approvazione del Congresso - golpista quanto Micheletti, le Dieci Famiglie e i militari - sentito il golpista Tribunale Supremo di Giustizia, era da escludersi. Motivo? Il Congresso non è in seduta, e non lo sarà fino a dopo le elezioni del 29 novembre, visto che i deputati sono in giro, impegnati nella campagna elettorale. In questo momento, dunque, siamo di nuovo allo stallo. Vediamo cosa dirà Shannon che, per conto di Clinton e Obama, doveva ripittare con vernice democratica la sfigurata faccia della, a loro pur cara, camarilla fascista del colpo di Stato.. Vediamo cosa dirà e farà la gente.

L’operazione cosmetica impostata dagli Usa minaccia di andare a puttane per via di un’intransigenza di golpisti burini che non origina solo dalla loro voracità di potere. E’ il prodotto del timore che uno Zelaya, sì svuotato della sua carica eversiva dagli accordi a perdere di S. José e del Hotel Clarion, ma anche rimpannucciato dal consenso di massa (l’80% degli honduregni lo vuole in carica), possa interferire in quelle elezioni che, sottoposte dal Tribunale Supremo al controllo dei militari, nientemeno, si vogliono ad ogni costo e con ogni broglio restauratrici della normalità oligarchica e coloniale. Con Zelaya, pure a capo di un mostriciattolo chiamato “governo di riconciliazione nazionale”, in cui si intreccerebbero oscenamente vittime e carnefici, ma sostenuto, o meglio sospinto, da una mobilitazione di massa che ha tutta l’aria di saper e voler insistere, come durante questi quattro mesi di insurrezione senza precedenti nella regione, il giochino alla Karzai potrebbe non avere un percorso tanto liscio. Alla faccia di chi si ostina a non far pesare sul piatto una popolazione che in misura maggioritaria si è trasformata in militante, in avanguardia, restando in piedi e continuando a marciare a dispetto di morti, feriti, scomparsi (si dice un centinaio), sequestrati, torturati, verso l’irrinunciabile obiettivo di un’assemblea nazionale costituente che rovesci il paese come un calzino; di chi interpreta addirittura come conferma del successo dei golpisti e dei loro mandanti il fatto che Israele si sia congratulato con l’esito delle trattative. Come se dai nazisionisti, sodali di ogni grumo di fascismo reperibile in America Latina e ovunque, ci sarebbe stato da aspettarsi il riconoscimento che il popolo, che gli esperti israeliani hanno insegnato a assassinare, avesse contribuito a far tornare al suo posto un presidente. Un presidente, tra l’altro, detronizzato anche nell’interesse geopolitico di Israele. Un presidente, oltrettutto, che, a gola spiegata, aveva denunciato il contributo dei tagliagole israeliani al golpe e alla successiva repressione.

Nel mio articolo sulla “vittoria tattica” del popolo honduregno avevo anche indicato i punti deboli dell’accordo imposto all’oligarchia golpista da un’amministrazione Usa che voleva far apparire cambi perché niente cambiasse. Già, il famoso gattopardismo. Che non sempre funziona. Riconciliazione nazionale per recuperare all’impunità e al loro ruolo proconsoli coloniali che avevano trucidato, represso, violato tutti i diritti costituzionali, ripresentato al mondo l’inaccettabile faccia dei Pinochet e dei Videla. Elezioni, con i soliti osservatori internazionali, magari della fidata OSCE, collaudati in tutte le democratizzazioni ordite dall’Impero, dal Kosovo alla Georgia, dall’Afghanistan al Messico, che togliessero alla “comunità internazionale” lo sgradito onere di deplorare e, dio non voglia, sanzionare i cari avversari honduregni del nuovo Saddam, Hugo Chavez. Infatti, quello che è sorto e si è rafforzato nelle coscienze delle masse escluse del miserabile e vampirizzato Honduras, è proprio dello stesso spessore e della stessa levatura etico-politica-ideologica, della stessa epistemologia del reale, dei popoli che hanno rivoluzionato tanta altra parte dell’America Latina. Quei popoli per i quali, a suo tempo, non avrebbero dato un soldo gli irriducibili monoculari di quel gufaggio che finisce inesorabilmente col farsi collateralista.

Intanto Zelaya, al quale i gufi non concedono neanche un grano di attendibilità e che noi, invece, insistiamo a considerare ancora, nel rapporto con le masse incazzate e determinate indispensabile alla sua sopravvivenza politica, umana, storica, un fattore destabilizzante per la normalizzazione, ha promesso la continuità della lotta per eliminare tutte le conseguenze del golpe. Gli sia concesso il beneficio del dubbio. Ha preteso, Zelaya, che “le elezioni del 29 si svolgano nel segno della libertà e senza un’ombra di repressione nei confronti di coloro che si oppongono al regime “. La vigilanza popolare e un presidente reinstallato, con il potere, quanto meno, di imporre correttezza e trasparenza al processo elettorale, costituiscono in ogni caso un contrappeso ai propositi manipolatori della cupola oligarchico-statunitense. Ricordiamoci quanto i gufi cancellano, che cioè è stata la resistenza senza confronti messa in campo dalla maggioranza sociale la chiave per forzare i golpisti al negoziato. Senza il movimento popolare quella conclusione, per quanto debole, soggetta a mistificazione e deformazioni, non sarebbe risultata necessaria. Il protagonismo conquistato dal popolo di quel paese è stato l’elemento centrale perché si producesse un fenomeno poco consueto nella storia dell’America Latina: un presidente defenestrato che viene rimesso al suo posto (sempre che venga rimesso. Ma in caso contrario c’è da aspettarsi qualcosa di più estremo di quanto la Resistenza abbia prodotto finora). Vediamo ora, ammettendo che Zelaya venga fatto tornare davvero al potere, se quest’uomo recupera il coraggio indubbiamente dimostrato e non si dimentica del debito morale assunto con la sua gente per la rifondazione dell’Honduras.

Sulla vittoria popolare, finchè non verrà tradita (che è solo una di due possibilità), non c’è da fare lo gnorri. Sappiamo tutti, e lo sanno loro, che si tratta di un’affermazione conseguita su una strada ancora irta di molte sofferenze, cadute, contraccolpi, nella ricerca di un paese nuovo. Emergeranno traditori, spossatezze, rinunce. Incombono coloro che, da una negatività che sembra mascherare la propria resa, la propria desolazione, traggono spunto per incenerire tutto ciò che brucia. Io l’Honduras l’ho visto bruciare e ho l’impressione che non si tratti di un incendio tanto facile da spegnere. L’ho visto anche a Cuba, in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e chi più ne ricorda, più ne metta. Del resto l'invincibile tigre, magari non di carta, ma dai piedi fragili, le sta buscando un po' dappertutto: grandi le trame, scadenti i risultati.

N.B. Il lupanare bipartisan italiota ha proiettato sulla scena europea, per la carica di ministro degli esteri, cioè di esteri dettati dall’imperialismo USraeliano e dal subimperialismo europeo, il più contorto, equivoco e fallimentare tra i furbi inintelligenti dei suoi professionisti: Massimo D’Alema, il bombarolo della Jugoslavia, il padrino del narcostato Kosovo, il firmatario della Nato trasformata in mattatoio planetario, quello dei Carabinieri santi subito come Quarta Arma della Repubblica. Qualche farlocco sul “manifesto”, plaudendo, ha addirittura previsto, in caso di riuscita, un gran gaudio dei palestinesi. Quei palestinesi da D’Alema, imbeccato da fuori, sollecitati a chiudersi nei frammenti di territorio-campo di concentramento che gli assassini e i loro pali chiamano “Stato palestinese”. Questa boutade da avanspettacolo Gran Guignol, fatta per colui che, tra Jugoslavia e Kosovo, ha più vittime sulla coscienza di Olmert a Gaza, ha fatto seguito al film dell’orrore nel quale si voleva far imperversare il morto vivente Tony Blair, presidente della UE. La forza dei palestinesi e dei loro amici – che ne dici, Gufo? – ha imposto all’Onu di far dire a una sua commissione che a Gaza Israele ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità; ha fatto avviare a molti tribunali indagini e procedimenti contro gli autori di quei crimini, che non di rado rischiano l’arresto se mettono il piede in certi paesi; ha fatto sì che nel mondo si diffondesse la parola d’ordine “boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” contro Israele; ha disintegrato in larghi strati di ogni società l’impunità assoluta del più terrorista di tutti gli Stati mai formatisi sulla faccia della Terra. Non è poco. C’è da aspettarselo anche per l’Honduras.

lunedì 2 novembre 2009

CONTRO L'ITALIA MILITARISTA E GUERRAFONDAIA, IN PIAZZA IL 4 NOVEMBRE











Riproduco nel blog questo appello diffuso da "Disarmiamoli". Nel deserto nel quale la sinistra ha seppellito da tempo la componente internazionalista ed antimperialista della sua attività e comunicazione politica, ben venga finalmente una manifestazione contro le guerre, occupazioni, destabilizzazioni in cui gli ascari coloniali nella classe politica italiana hanno impegnato il nostro paese e a cui partecipano con i loro mercenari, commettendo alto tradimento della costituzione. Non si tratta solo di sottrarre alla follia genocida dell'imperialismo la complicità dell'Italia, si tratta di riattivare la coscienza della trasversalità globalizzata della lotta di classe e della rivendicazione di autodeterminazione e sovranità dei popoli, a partire dal nostro paese, colonia Usa dal 1945 attraverso l'alleanza d'attacco Nato, l'occupazione del nostro territorio con innumerevoli basi Usa, la negazione di qualsiasi autonomia italiana in politica interna ed estera. A mio avviso è fondamentale smascherare anche l'implicito collaborazionismo e l'ignavia di tutti i cerchiobottisti che allignano a sinistra, spesso infiltrati dal nemico, e che castrano una formale opposizione alle guerra con l'eurocentrismo razzista dell'anti-islamismo, con la condivisione del paradigma imperialista della "guerra al terrorismo", con l'accettazione e promozione della criminalizzazione delle forze e dei governanti che nel mondo si oppongono all'imperialismo, o con la masturbatoria equiparazione di carnefici e assassini da Israele all'Afghanistan, dalla Somalia ai Balcani.
In questo appello segnalo un riferimento al Kurdistan, che mi auguro riguardi il Kurdistan turco e non quello iracheno, complice degli occupanti e loro fantocci a Baghdad, governato da cricche di narcotrafficanti e pulitori etnici al servizio di Israele. Meglio sarebbe stato specificare. E trovo anche ambiguo il riferimento all'Iran in successione a Palestina, Africa, Iraq, Afghanistan, con cui l'Iran ha in comune solo di essere, in parte complice dell'aggressore (Iraq), in parte sostenitore della resistenza anticolonialista (Palestina, Libano), in parte vittima di destabilizzazioni e provocazioni terroristiche imperialiste ("rivoluzione verde", attentati nel Beluchistan). Meglio anche qui specificare, o lasciare da parte.
E' opportuno che la manifestazione contro la guerra e per la pacifica indipendenza del nostro paese si svolga nel giorno in cui una classe di becchini celebra il macello della classe operaia e contadina italiana nella Prima Guerra Mondiale, una guerra voluta dalla Fiat e dagli industriali per esclusivi motivi di profitto e di potere e che ha sacrificato invano 600mila giovani e centinaia di migliaia di "nemici", nonostante le potenze centrali, Germania e Austria, avessero promesso al governo italiano Trento e Trieste se non fosse entrato in guerra!

-------Messaggio originale-------

Da: disarmiamoli.org
Data: 24/10/2009 9.52.17
A: susanna.angeleri@alice.it
Oggetto: APPELLO “SE VUOI LA PACE LOTTA CONTRO LA GUERRA"

APPELLO ALLA PARTECIPAZIONE “SE VUOI LA PACE LOTTA CONTRO LA GUERRA”

Il 4 novembre tutti in piazza per il ritiro delle truppe dall'Afghanistan e il taglio delle spese militari.

A te che hai partecipato alle marce per la Pace,
a te che avevi appeso la bandiera arcobaleno al tuo balcone,
che hai firmato petizioni contro la guerra e per il ritiro delle truppe,
che sei scesa/o in piazza per chiedere la fine della guerra permanente, travestita da missioni di pace,
che hai chiesto di tagliare le spese militari per riconvertirle in spese sociali,
che vorresti chiudere le fabbriche di armi per produrre beni per la vita, e non più strumenti di morte,
che vorresti chiudere le basi militari perché minacciano la vita di altri popoli e la salute del tuo paese,
che hai protestato contro le bombe atomiche ed hai chiesto il disarmo come unica sicurezza,
che hai contestato la retorica patriottica che giustifica la morte e la distruzione,
che ami la vita e odi la guerra perché non capisci la parola nemico,
che vuoi un’Italia di pace, solidale con gli altri popoli e non più complice della guerra globale,
che ripudi la guerra “ come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”,
che guardi alla Palestina, al Kurdistan, all’Africa, all’Iraq, all’Afghanistan, all’Iran, a tutto il Medio oriente e lotti per una politica di pace, perché l’Italia esca dalle alleanze di guerra

RIVOLGIAMO QUEST’APPELLO PER TORNARE A PARTECIPARE ALLE INIZIATIVE CONTRO LA GUERRA, PER SOSTENERE ANCORA IL MOVIMENTO CHE LOTTA PER LA PACE, NELLE PIAZZE, NELLE SCUOLE, NELLE UNIVERSITA’, NEI LUOGHI DI LAVORO

IL 4 NOVEMBRE GIORNATA DELLE FORZE ARMATE SCENDIAMO IN PIAZZA CONTRO IL MILITARISMO, CONTRO LE MISSIONI DI GUERRA, PER IL RITIRO DELLE TRUPPE DALL’AFGHANISTAN !!

LANCIAMO IN TUTTE LE CITTA’ INIZIATIVE DI PROTESTA, CONTROINFORMAZIONE, PRESIDI, AZIONI DIMOSTRATIVE.

A ROMA SIT-IN A PIAZZA NAVONA- DALLE 15 ALLE 19 PATTO PERMANENTE CONTRO LA GUERRA- ROMA OTTOBRE 2009

LA GUERRA E’ UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’ E’ ANCHE UN MISFATTO ECONOMICO PERCHE’ STORNA RISORSE DAI BISOGNI SOCIALI AGLI STRUMENTI DI MORTE:

ALCUNI ESEMPI

La Guerra in Afghanistan costa in euro 3 milioni al giorno per mantenere in stato di occupazione militare circa 3000 uomini con gli strumenti di morte e distruzione tecnologicamente avanzati. In moneta afghana ciò che l’Italia ha speso dal 2001 per la guerra avrebbe potuto produrre 600 ospedali e 10.000 scuole - secondo i dati forniti da Gino Strada.

In Italia con 3 milioni di euro al giorno si potevano risolvere in tutte le regioni i problemi dei rischi idrogeologici e del riassetto territoriale.

Il piano di acquisto e assemblaggio - a Novara - dei cacciabombardieri atomici F35 prevede la spesa di 13 miliardi di euro a rate fino al 2026 per la coproduzione e l’acquisto di 131 aerei da guerra ribattezzati “dalle ali d’oro”. Un delirio di potenza militare che serve a devastare altri popoli ed a togliere risorse alla cura della vita e della terra nei nostri territori.

Lo specchietto qui sotto riportato ci mostra la gigantesca distruzione di risorse operata dalle spese militari (fonte Manlio Dinucci)

spesa militare mondiale nel 2007

= 1.340 miliardi $ = + 45% rispetto al 1998 = 2.5 milioni di dollari al
minuto. Nel 2009 prevista a 1.500 miliardi di dollari. (SIPRI)

spesa militare NATO
= 3/4 della mondiale = 985 mld di $ (febbraio 2009 - SIPRI)

spesa militare USA
= 666 mld di $ (2008)

spesa militare ITALIA
= 30 mld di $ (2008)

spesa militare mondiale di 7 giorni = 30 mld $ = soluzione crisi alimentare
mondiale per 1 anno (FAO)

NO ALLE SPESE MILITARI

NO ALLE MISSIONI MILITARI – RITIRIAMO LE TRUPPE DALL’AFGHANISTAN