martedì 12 ottobre 2010

MESSICO E NUVOLE. ROSA. Ciudad Juarez, Falluja latinoamericana. (Terza parte). Più qualche divagazione

Statua di Don Chisciotte a Chihuahua.
Le foto di questo post sono di
Marco Diotallevi.


Sono grandi solo perchè noi stiamo in ginocchio.

Il potere non fa mai un passo indietro, se non davanti a un potere maggiore.
(Malcolm X, 1965)


PREMINARE 1
Fumogeni terroristici, bombe umanitarie
Così gli "hooligans ultranazionalisti", ovviamente fascisti, nostalgici di Arkan, Mladic e Milosevic, hanno scatenato il casino per non far giocare Italia-Serbia. Magari questi mascalzoni avranno pensato che più che di pallonate i serbi avrebbero avuto bisogno di pace, rispetto, verità sulle megapatacche di Sebrenica, su Milosevic dittatore, sulla "pulizia etnica in Kosovo" (subita e non attuata), sulla Serbia "ultranazionalista" (l'unica democratica tra neo-narcostatarelli) mentre non faceva che difendere brandelli di Jugoslavia, e alla fine se stessa, dallo sbranamento dell'imperialismo occidentale. Magari avranno detto: voi bombe, noi pugni. Magari non avranno dimenticato che D'Alema, l'Italia delle sinistre conniventi, li ha massacrati, rasi al suolo, eliminati dalla storia. Questi hooligans, prendersela con i criminali di guerra!
Del resto, di che ci meravigliamo? Noi delinquenti che fischiamo e gettiamo uova.

PRELIMINARE 2
Così muoiono gli italiani
Altri quattro nostri compatrioti, fucilatori di professione in missione colonialista “di pace”, semi umani deformati da una gravidanza gonfia di tossici, fame, ignoranza, violenza di regime, Botteri, sono caduti vittime dei terroristi: Barack Obama e, scendendo giù per la scala a pioli dei suoi polli, Ban Ki Moon, Barroso, Berlusconi, La Russa, Fassino…. fino a tutte quelle galline sinistre che se ne stanno appollaiate, zitte, nello staio. Essere compianti da La Russa o dallo scheletro piemontese è il più infame degli insulti a un morto. Essere esaltati sul Corriere da Sergio Romano, “alpini che in Afghanistan giustificano la guerra perché danno lustro all’Italia nel mondo”, sottolinea la coerenza e il coraggio dell’assegnazione, da parte del Comitato Stefano Chiarini, del premio intitolato a uno dei quattro o cinque giornalisti rimasti in Italia. Che Giove passi qualcuno dei suoi fulmini all’indimenticabile Stefano.

PRELIMINARE 3
Premio Nobel e “il manifesto” defunti
Il “giornale comunista” Il manifesto ha annunciato la sua scomparsa tra tre mesi. E’ pronta la lapide che dice: Terminò un’alterna vicenda umana nell’ assenza dei lettori delusi e perduti, riscattata però dal rimpianto di Nichi Vendola, Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti e del banchiere Profumo. Una prece.
Dalle cronache dell’infausto evento: Guidarono il corteo funebre in lacrime gli alla salma devoti Premi Nobel Barack Obama, eccelso pacifista e difensore degli oppressi (di banca e industria); Mario Vargas LLosa, talentuoso spadaccino letterario a sostegno di razze e ceti superiori vocati a salutari pulizie etniche, sociali, imperiali; Liu Xiabao, patriota cinese formato alle università delle Hawai e di New York, presidente del Centro Pen per scrittori indipendenti alla dipendenza dei potenti, e subito inviato in patria ove diffondere il verbo di Vaclav Havel, esemplare campione dell’inserimento di nazioni, stufe di sovranità e arcaiche giustizie sociali, nella luce rigenerante delle stelle e nei legami rassicuranti delle strisce
(sia detto senza alcuna simpatia per i neocapitalistici capi cinesi, ma con ancor meno simpatia per i mandanti di Liu nelle Grandi Democrazie Occidentali, quelli del per lui innominabile Guantanamo).

Recano sulle spalle il nobile fardello i già venerati pionieri della tramutazione del Nobel, dai tempi polverosi dei Pirandello, Schweitzer o del vietnamita Le Duc Tho (che, vistosi affiancato a Kissinger, rifiutò), in premio ai più affidabili Gott mit uns: Rabin, Walesa, Dalai Lama, Shirin Ebadi, Aung San Suu Kyi, Begin, Sadat… Al seguito del carro, prefiche lacerate dal dolore, Sgrena, Forti, Dominijanni, Liberti, Giordana e tanti altri, salmodianti sulla perdita di un proscenio dal quale potevano esibirsi in argute commedie degli equivoci, con i buoni di qua e i “terroristi islamici” di là. Dietro, un po’ distanziata, una turba di profughi del “manifesto” verso terre meno sparagnine e più fertili di consensi, ma rimasti rigorosamente nel solco del colpetto al cerchio e del colpaccio al barile: i Riotta, le Annunziate, i Barenghi, i Sansonetti, Maiolo, Mineo, Miracco, Bonini… Dai campi elisi preparano accoglienze di ghirlande e giubilo quelle che del quotidiano caro alle donne che ci sanno fare furono le più recenti icone: Neda Soltan, Sakineh, Anna Politovskaya, Anastasia Baburova, compagne martire che promuovevano le democrazie e civiltà superiori occidentali.
Messa in coda e anche abbastanza riluttante, Teresa Lewis, giustiziata dal boia a New York, ma scema. Neanche partecipe di una piccola rivoluzione colorata.
Leggeremo “Il Fatto Quotidiano”, che sta al "manifesto" come la grappa sta alla camomilla, e, supportati dall’impeto delle mazzate inflitte a Berlusconi e berlusconidi, Bersani e Bersanidi, sorvoleremo sulle sue scarse paginette amerikane di politica estera, avendo stavolta perlomeno ben chiaro da che parte stia questo giornale. Per il resto c’è la rete. The Web,direbbe il cosmopolita liberal “Manifesto”.

DIVAGAZIONE 4
Quelli che “non è stato un golpe”
Attingendo scrupolosamente a fonti del Dipartimento di Stato, magari un po' di parte, ma corroborate da Augusto Minzolini e dalle forze politiche ecuadoriane, come il gutierreziano Pachakutik, finanziate da Ong della Cia-Solidarity come USAID, New Endowment for Democracy (NED) e affiliate nostrane, alcuni interlocutori del blog mi hanno rampognato per aver voluto intravvedere dietro al “finto golpe contro Rafael Correa”, presidente rimasto semplicemente impigliato in una disputa sindacale come un qualsiasi Bonanni, la mano feroce del golpismo reazionario e Usa. E di aver dato credito alla panzana secondo cui un presidente ferito e sequestrato da un reggimento di poliziotti istruiti e pagati dagli Usa, in combutta con reparti dell’aeronautica che hanno occupato aeroporti, con bande di insorti che hanno devastato Guayaquil invocando guerre civili, con reparti armati che hanno occupato televisioni e bloccato giornali di sinistra, con la CNN ad augurarsi che il tiranno (così anche il partito indigeno Pachakutik) sparisse, fosse nient’altro che un ciarlatano antiamericano alla ricerca di consensi da martirio. Un ciarlatano cui il colonello della polizia Manuel Rivadaneira, addestrato nella Scuole delle Americhe, fece tirare dietro sei fucilate quando, liberato dalla folla e dai militari, Correa si allontanava in macchina. L’assassinio era il piano B, come risultava da comunicazioni tra gli eversori. Ma, anche se ero stato in Venezuela, Bolivia e Honduras quando analoghi ciarlatani mettevano in scena altri finti golpe, non ci avevo capito niente. Chiedo venia. E suggerisco www.informationclearinghouse.info/article26547.htm. Parla Eva Golinger, sprovveduta analista statunitense che ha smascherato una per una, dalle origini al risultato, quelle che per i sapientoni anticomplottisti sono le “presunte” trame Usa contro i governi progressisti e antimperialisti in Latinoamerica. Vi presenta l’agente dell’Intelligence USA Norman Bailey, esperto di operazioni clandestine agli ordini di John Negroponte, creatore degli Squadroni della Morte in Centroamerica, coordinatore di tutta l’operazione ecuadoriana e già fondatore, con la complicità di cinque esponenti indigeni, della Confindustria indigena dell’Ecuador (CEIE), capofila, finanziata da USAID insieme a ONG associate come la CONAIE, dell’opposizione di destra a Correa. E allora passiamo al Messico delle “presunte” trame destabilizzatrici e colonialiste dei gringos. Quello dei gringos potrebbe anche essere stato un balon d'essai, una prova generale a vedere chi ci sta e chi no, ma sempre di operazione per buttar giù Correa si tratta.
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Murales di Siquieros
Fuoco e ferita
Sempre lì, nel mio Puerto Escondito rinato in Yucatan come Puerto Morelos, in quel pomeriggio di primo autunno ventilato dai soffi di un Golfo il cui carico di morte da petrolio e solventi chimici obamian-BP qui viene occultato, oltreché dalle balle consolatrici di quel binomio tossicogenico, da una barriera corallina che, sgretolandosi nella difesa dall’assalto delle scorie dello sviluppismo yankee, ci salvaguarda qualche striscia di mare cristallino. Un bicchierone di ghiaccio con due gocce di caipirinha me l’ha posato accortamente tra le gambe, stese sul parapetto del “Pelicano” , uno dei 17 camerieri che fluttuano intorno a quattro clienti. A forza di fluttuare e sorridere, stasera forse si riportano a casa cinquanta pesos di mancia, tre euro, quelli giornalieri di due quarti dei messicani. Un altro quarto porta meno o niente. L’ultimo quarto ruba. Il ghiaccio accende e rilancia il riflesso di una forte striatura rosa, la coda a strascico del sole che se ne scende maestoso oltre l’orizzonte. Rispetto ai cenci neri che si addensano in alto e mandano emissari a testare la tenuta della trincea rosa, questa striatura si potrebbe interpretarla come una sanguinosa lacerazione del cielo, o, invece, come l’anticipo di un grande incendio. Il dubbio me lo hanno risolto le donne di Chihuaha e di Ciudad Juarez. Quel rosa alla cucitura di cielo e mare è entrambe le cose, fuoco e ferita. Di donne.

A Città del Messico due sponsor confortano il visitatore nell’illusione del paese di Cielito Lindo, dei Mariachi, canterini onnipresenti in borchie e megasombreri, delle piramidi del mayatour, di Acapulco o, male che vada, del megagalattico Marcos. Uno lo incontri sulla collina che, incoronato di guglie, torri e cupole, più statuona di Woytila, guarda la città dall’alto in basso. E’ la cattedrale della Madonna di Guadalupe, patrona del Messico, fatta apparire dai conquistatori agli indigeni per rimpiazzare una divinità pagana femminile che incitava alla resistenza. Le passano sotto su nastro scorrevole, col naso in su e gli occhi spalancati al miracolo, fiumane di fedeli e curiosi. L’immenso caveau di questo centro commerciale della fede, scintillante di pacchiane lussuosità, imprigiona davanti a un tonante cerimoniere della superstizione qualche migliaio di inconsapevoli negatori della ragione. Ce ne sono diversi che entrano strisciando in ginocchio. Condizione preferita dai corifei dell’idolo che, più sotto, benedicono dai palazzi dell’accoppiata dell’apocalisse: potere secolare e potere ecclesiastico.

Lungo lo stradone intitolato alla “Riforma”, giustappunto alla separazione tra Chiesa e Stato decretata un secolo e mezzo fa da Benito Juarez, a restaurare sul lato militare la trinità Dio, Patria, Famiglia, si snoda una muraglia dietro cui batte il cuore pulsante dell’identità nazionale modellata dai potenti: il quartier generale dell’esercito. Di quell’esercito che, superata la battuta d’arresto del decennio rivoluzionario, 1910-1920 , ha servito il paese con colpi di Stato, caudillos, oligarchie, massacri, sempre d’intesa patriottica con il paterno vicino che al Messico aveva sottratto a fuoco e sangue, a metà Ottocento, il 52% del territorio nazionale. Quel muro lungo tale presidio della nazione è coperto fitto fitto da immagini edificanti e confortanti: militari che soccorrono alluvionati, soldatesse che coccolano bimbetti, giovanotti in camice che fanno evolvere il paese trafficando con tecnologie informatiche, generaloni che decorano petti-in-fuori per le prodezze compiute in Iraq… Una glorificazione dello Stato rilanciata lì vicino, nell’enorme zocalo, dallo sventolio crepitante di mille e mille bandiere nazionali, l’aquila che morde il serpente, luminarie, festoni tricolori, ritratti dei padri fondatori. Orgia di retorica iconografica che vorrebbe incatenare nella fittizia unità nazionale di classe un popolo sottoposto a disintegrazione sociale, culturale, politica. Un popolo decimato giorno dopo giorno, come nessun altro al mondo, da una cosca dirigente che ha fatto del crimine arte di governo. Un popolo tirato per i capelli a celebrare il bicentenario della sua indipendenza da mostruosi burattini manovrati da un burattinaio non soddisfatto di essersi già divorato mezzo Messico. Che impressionante analogia: nel nostro centenario di Stato nazione, indipendenza e unità, esattamente come in questo Messico, la festa è solo di una manica di ladroni, malviventi, terroristi, del tutto analoga alla banda Calderon e a tutte le masnade installate dall’Impero, che l’indipendenza l’hanno venduta, lo Stato appaltato alla mafia, l’unità frantumata e del ricavato di queste spoglie hanno fatto marmi per sé e armi contro i renitenti. E c’è un’altra analogia.

All’uragano di collera e bellezza che, nella seconda metà del secolo scorso, sollevò verso i campi elisi della giustizia e della libertà il nostro paese, la cosca partorita dall’avvoltoio a stelle e strisce reagì con le bombe dell’unità mafia legale-mafia illegale, fino all’attuale trionfo della criminalità su questa comunità di calpesti e derisi. In Messico, laboratorio dell’Impero, si è così risposto a
quanto il retaggio di Benito Juarez ed Emiliano Zapata aveva suscitato nei decenni a cavallo del millennio sotto forma di lotta di classe per autogoverno, rinascita indigena, rivendicazione sociale, uguaglianza, onestà, nuova legalità. Risposta qui corredata dalla stessa criminalizzazione di vertice, con il valore aggiunto dell’assassinio di massa. 30mila uccisi dal giorno dell’insediamento di Calderon, gennaio 2007, al 2010. Un Terrore che ha depravato quello, ben mirato, degli eterni calpesti e derisi della rivoluzione francese in strumento dei padroni, per una decimazione indiscriminata.


Statua di Pancho Villa a Chihuahua



Emorragie
Chihuahua, capitale dello Stato omonimo confinante con gli Usa, 1500 km a nord della capitale. Quando arriviamo, primi d'ottobre, sono state ammazzate 335 donne dall'inizio dell'anno. Di notte quei sorridenti soldatini da mutuo soccorso, scesi dalle gigantografie di Avenida de la Reforma e rivestiti da terminator spaziali, fanno il vuoto nella città di 750mila abitanti. Nelle strade dal centro storico, chino davanti alla statua di uno scatenato Pancho Villa lanciato al galoppo con la pistola puntata, come in quelle di una periferia divisa tra McDonalds e maquiladoras, le fabbriche Usa della schiavitù femminile, si alternano reparti blindati dalla mitraglia puntata. Scorribande di blindati dell’esercito, poliziotti, paramilitari autorizzati chiamati “Sicurezza privata”, paramilitari tollerati organizzati in bande di sicari e Narco-SUV dai vetri affumicati e dalla scorta di sicari in colonna. E’ la coalizione che, da queste strade desertificate di umanità un minuto dopo il tramonto, attraverso polizia, esercito e magistratura assoldati o perlomeno piegati alla narcodittatura, su su fino a Los Pinos, residenza del capo dello Stato, da dieci anni tiene in pugno il paese e, dal 2006, truffa elettorale di Calderon, quel pugno lo va stringendo al collo del popolo.

Ci accompagnano due giovani temerari, Juanito e Alejandro, ai quali ci hanno affidato Norma e
Irene, dirigenti di Justicia para nuestras Hijas, associazione di donne che, per figlie, madri, moglie, sorelle, vittime tutte, lottano contro le articolazioni del narcostato delle stragi in una città raggelata nella paura. Sopravvive, come in un’iperbarica che vorrebbe essere vetrina della normalità, il mercado al centro della città, con famiglie a spasso, suonatori di musica nordestena, caffé e botteghe affollati, bancarelle di tortillas e tarocco. Questo nelle ore diurne. La notte è di resa dei conti tra cartelli, quello di Sinaloa, dell’invincibile Chapo Guzman, da tutti saputo braccio del regime, contro quelli di Ciudad Juarez, Los Carillo, Los Artistas, Los Zetas, Los Aztecas, dei quali tutti i padrini Usa si dividono i ricavi da droga ricevuta e armi fornite (4 su cinque arrivano da oltreconfine). Dall’alto del belvedere Mirador lo sguardo fa fatica ad abbracciare l’immensa piana, folgorante di luci, della città stesa tra una corona di monti che ricordano la colonna hemingwayana degli “elefanti bianchi”. In lontananza, verso l’uscita dalla città, uno frego più nero: il ponte al quale erano appesi, giorni fa, sei cadaveri con la testa mozzata. Poi un grosso grumo, uno di quei carceri da cui il direttore manda a sparare i suoi detenuti, nell’interesse loro, o suo. E’ successo anche nei giorni del nostro viaggio. La direttrice li aveva addirittura armati. Sono rientrati tranquilli, dopo le esecuzioni. La distrazione del locale pubblico ministero è assicurata.

Una visione di silenzio e pace, quassù non sfrangiata dalle raffiche che, nelle zone oscure tra le luci, uccidono, con disinvoltura che sa di gusto, vittime cercate e vittime casuali. Per poi ritrovarsi euforici da sangue, droga, denaro (rende, l’esecuzione, al sicario adolescente, estratto da miseria, ignoranza e disoccupazione, 30 dollari da scambiare con donne, alcol, coca, abiti vistosi e macchina) in uno di questi antros. Sono discoteche, nelle quali si esibiscono i gruppi con cappello texano dei narcocorridos, le trucide canzoni che inneggiano alla bella e sanguinaria vita dei trafficanti e, con abbigliamento, comportamenti, ambizioni degli eroi narcos diventano costume di molta parte dei giovani sfibrati da miseria e vuoto di futuro. E un affollamento incredibile di ragazze in vesti succinte, giovanotti palestrasti, energumeni attillati nell’abito firmato, tra il sicario e il boss, giganteschi gipponi blindati e oscurati di cui mi metto a riprendere le targhe. Alejandro mi ha spiegato che quelli senza targa, e qui pullulano, appartengono ai fuorilegge. Nessuno se ne da pensiero e se talora vengono fermati, basta un rapido e generoso gesto dal finestrino al poliziotti e la corsa riprende. Arrivare in un tribunale, per un auto senza targa o un corpo senza vita, significa nove volte su dieci essere rispediti all’aperto con tante scuse. Toghe nere. Su me invece si precipita giù dalla scala che conduce al piano in penombra dei gozzovigli dei poderosos, inaccessibile agli altri, un cranio rasato tipo scorta di Berlusconi. “Sono turisti, gli interessano i nostri modelli fuoristrada”, mi cava d’impiccio lo svelto Alejandro. Ma poi ci arriva un saluto che sa di avvertimento: “Buenas noches a los amigos italianos que se encuentran aquì”. Ripetuto varie volte dal cantante dei narcocorridos. Senza sorridere...

Il patio del palazzo di governo è affrescato tutt’intorno da grandi murales di Siquieros e di altri maestri messicani, a narrazione dei trionfi storici di un popolo che ha saputo dare al mondo la prima rivoluzione del ‘900. Un ossimoro se visto nel contesto di ciò che da questo palazzo viene inflitto a quel popolo. Come urla la contraddizione tra questo palazzo e, sull’altro lato della strada, il sacrario di foto, stracci insanguinati, chiodi da crocefissione, che le donne di Chihuahua hanno eretto in faccia ai loro aguzzini. Accusatrici implacabili, le madri de las hijas uccise e poi buttate tra gli sterpi, prelevate all’uscita dalla scuola e massacrate nei riti necrofili dei festini narcos, sacrificate alla depravazione dei fruitori dei video snuff, giustiziate per aver alzato la testa contro lo schiavismo nelle fabbriche dell’assemblaggio Usa, sono ancora una volta giunte in corteo a questo monumento della disperazione e della rabbia senz’armi. Anche agitatrici politiche, oltreché combattenti per la vita e per la giustizia, oggi protestano contro la manipolazione, decisa dal parlamento locale, della Legge della Trasparenza e dell’Accesso all’Informazione Pubblica. In sostanza, una modifica che, berlusconianamente, mette i potenti, i complici nelle istituzioni, al riparo dal diritto democratico della società di conoscere connivenze, abusi, corruzione. Una corruzione che, scendendo per li rami, infetta il paese come una peste bubbonica.

Le Maquiladoras sono complessi di fabbriche, quasi sempre allineate in prima periferia, architettonicamente curate e tra accattivanti prati inglesi. Sono perlopiù statunitensi e assemblano per il prodotto finito, da vendere negli Usa e nel mondo, computer, cellulari, apparecchiature spaziali, automobili, tessuti, utensili, robotistica e altro. Il nostro tentativo di superare la barriera delle siepi fiorite, degli eleganti cartelli con i logo, dei gabbiotti con sentinelle, si infrange contro lo stupore e la diffidenza di chi non si fa capace che qualcuno possa chiedere di mettere naso e telecamera lì dentro. Perché l’interno è un inferno che alle filande ottocentesche narrate da Dickens sta come i tuguri di Teresa di Calcutta stanno a una clinica svizzera (quelle in cui la “santa” andava a curarsi). Luoghi entrambi di abuso, violenza, estrazione di plusvalore, ma i primi con arredi puliti, cessi moderni, aria ventilata che, qui però, si impegna a diffondere in ogni angolo i fumi tossici della produzione, come gli scarichi sversano del tutto impunemente veleni di scarto nei corsi d’acqua che alimentano la popolazione. Ciò che ne fa una riedizione degli orrori di Dickens e della santa albanese è lo sfruttamento alla morte di ogni fibra dell’essere umano, quasi sempre donna, che li è incatenato per 60 euro alla settimana di sei giorni lavorativi, 15 ore di turno (più due di trasporto con le navette della ditta, più il resto per la famiglia e la casa, più nulla), niente malattia, niente ferie, niente sindacati, ritmi da far invecchiare di dieci anni in due, disponibilità alle voglie predatrici di capi e amici dei capi, espulsione alla minima richiesta, protesta, infrazione, magari con conclusione letale se la preda non si presta a un’alternativa dettata dai narcos: spaccio, sesso, prostituzione. E’ il legato del trattato di libero commercio, NAFTA, concluso nel 1994 tra Usa e Messico e la cui estensione all’intera America Latina fu sventata da Hugo Chavez, Lula, Kirchner, al vertice del 2005. Colonne e colonne di vecchi autobus nordamericani, al cambio di turno delle 15, scaricano sulle piastrelle degli ingressi centinaia di donne in spolverino blù, quasi tutte tra i 15 e i trent’anni, che evitano microfoni e telecamere con un fastidio dal sapore di paura. Vanno di corsa. Un minuto di ritardo e il bonus di 100 pesos settimanali, 6 euro, svapora.



Donne a Ciudad Juarez


Nella sede dell’associazione di Norma, con le pareti trasformate dalle foto delle ragazze sequestrate, scomparse, uccise, in un memorial di olocausto, Eloisa Montez, mamma di Irene, ci racconta dieci anni di maquila. Ma non ce la fa ad andare molto avanti in questa sua storia di angherie, soperchierie, privazioni, umiliazioni, punizioni, ansia da rinnovo del contratto di mese in mese, combinati al sequestro di una figlia di 14 anni, appena fuori scuola e che nei pomeriggi puliva la fabbrica, mai più ritrovata. Così mi consegna un quaderno con in copertina tre trichechi che ridono. La scrittura, regolare, pulita, da bella delle elementari, racconta quei suoi dieci anni, episodio per episodio, sopruso per sopruso, paga per paga, insieme a profitto per profitto dell’impresa, scovati chissà dove. Così si esprime la coscienza di questa ex-contadina diventata operaia, esemplare di una forza politica e sociale tutta rosa, delle donne che, fin dalla recente resistenza al golpe in Honduras, ho visto guidare la lotta latinoamericana per il riscatto che verrà. “Nell’informazione finanziaria di tutto il mondo non si parla dei nostri salari di fame, della schiavitù, si parla delle migliaia di milioni di utili netti che le imprese ricavano per lo sviluppo, per la crescita del PIL. E si parla di quanta parte di questi utili siano generosamente investiti nei paesi poveri, ma non si dice che quegli investimenti creeranno altri schiavi come noi. Il sessennio del governatore Patricio Martinez si è caratterizzato per un ulteriore indurimento delle leggi sul lavoro. La Giunta di Conciliazione e Arbitraggio, che dovrebbe comporre i contrasti tra lavoratori e padroni non ha mai dato ascolto alla nostra voce. Permetteva che operai andati solo a chiedere che ne fosse stato dei loro diritti fossero cacciati seduta stante. Di che conciliazione si parla?
Così scrisse Eloisa Montez Pinuelas, cinquantacinque anni, combattente di Justicia para nuestras hijas.



Croci rosa a Ciudad Juarez


Il mattatoio dell’impero
Ciudad Juarez è divisa in due dal furto Usa di mezzo Messico: Texas, Arizona, California, Utah, Nuovo Messico. Camminiamo lungo il ”muro” di sei metri eretto da Bush e foderato da Obama con migliaia tra militari, Guardia Nazionale, poliziotti, fucilatori autoconvocati. Un serpente d’acciaio che vorrebbe impedire il passaggio dei sopravvissuti alla spoliazione imperialista dell’America Latina, ma che è di maglie larghissime per il passaggio della droga e dei relativi capitali. Tanto che, di là da questa barriera spacca-umanità di natura israeliana, di là dal Rio Bravo, nel quale vengono freddati trasmigratori a nuoto, di là dal ponte accessibile a frontalieri e trafficanti con licenza, nel quartiere El Paso diventato città degli Stati Uniti, lo squallore modernista degli stradoni urbani a sei corsie e dei falansteri per uffici finanziari vanta più banche e più negozi di armamentario da omicidio di quante jeanserie ospiti il Corso. Negli alberghi da cinque stelle e piscine sul terrazzo, i boss del narcotraffico se la godono indisturbati. Gli Usa sono un santuario. Anche per i condannati a vent’anni in Messico che, estradati, qui vengono rimessi in circolazione dopo un paio d’anni e anche meno. Remember Posada Carriles, terrorista, pluriomicida, a spasso per Miami?

Noi stiamo da questa parte, in un albergo appena ai margini del poligono di tiro che è il centro città e nel quale si esercitano a ogni ora del giorno e della notte i killer dei cartelli, i soci della polizia e di un esercito che qui, per condurre “la guerra al narcotraffico”, cioè a favore di uno o dell’altro dei cartelli e per una partecipazione agli utili, ha occupato la città, facendone una specie di Baghdad, più prolifica di morti di quella. Passando da quelle parti conviene abbassarsi sul fondo della vettura e accontentarsi di registrare i fischi e le detonazioni. Stiamo in un alberghetto ai margini, ma non tanto, visto che una mattina, dal supermercato di fronte al quale avevamo cenato la sera prima, sentiamo le raffiche che fanno fuori sette persone. Per gli investigatori, tutti “legati alla criminalità”. Per la verità, tre donne e quattro uomini innocui, impegnati a far la spesa. A Ciudad Juarez si ammazza per la competizione tra cartelli, per disfarsi di donne usate, per divertimento, per pratica alla “Gomorra”, per togliere di mezzo investigatori scomodi, per, e questo è l’obiettivo strategico, terrorizzare e recidere alla radice qualunque germoglio di antagonismo politico, sociale, culturale. E si uccidono in prima linea le donne. Danno il massimo di effetto intimidazione. 500 dal 1993 quando siamo arrivati, ormai 600. Un’altra mattina la radio “Minuto per minuto” riferisce di 28 corpi raccattati in giro nella notte. E’ più o meno la cadenza quotidiana. Dall’inizio dell’anno i morti ammazzati, senza che si saprà mai da chi e perché, sono 3.800: donne appunto, sicari, narcos, ragazzi delle padillas, passanti in gran numero, per caso o per terrorismo, medici, avvocati, poliziotti. E giornalisti. Dieci dall’inizio dell’anno. Ultimo un fotoreporter di 21 anni del Diario de Juarez, Luis Carlos Santiago. Il giornale è arrivato alla provocazione, nei confronti della Giustizia e della Politica, di chiedere alla delinquenza che cosa possa pubblicare e cosa no, affinchè i suoi giornalisti fossero risparmiati. Scandalo perfettamente speculare a quello suscitato dall’ammiraglio, comandante delle unità di Marina impegnate nella “guerra al narcotraffico”, quando ha pregato i narcos di “non esagerare nei giorni delle celebrazioni del bicentenario”, di “rispettare il pubblico festante”. Ovviamente l’altissima autorità dello Stato questa oscenità l’ha detta con le mutande alle caviglie e le mani in pasta. Eravamo lì e ora riprendiamo solo da dietro i vetri oscurati della macchina messaci a disposizione da Marisela che, alla faccia di tutto questo, dirige il nucleo d’assalto dell’antagonismo femminile: Nuestra Hijaas de Regreso a Casa. Dalla città della morte sono scappate 700mila persone su 1,7 milioni. Nelle casupole a cubetto della periferia di sterpi e sabbia, decine e decine tirate su per immigrati prima che la crisi svenasse anche il sistema maquiladoras, molte delle quali emigrate in Cina, si arrabattono gli ultimi laceri e cenciosi candidati al reclutamento dei narcos, senza neppure i pesos per la corriera della fuga.

Il sindaco uscente, José Reyes Ferriz, che fa la spola tra casa a El Paso e il municipio in Ciudad Juarez e sta per viversi la pensione a Washington, getta la spugna: “A quién pedir justicia? Quando van a acabar con tanta impunita? Por qué no detienen a los culpables de todos los
asesinatos?” Ma le sue domande a chi chiedere giustizia, sul perchè di tanta impunità per gli assassini, le ha poste Maria Avida, piccola donna in piccola casa nel quartiere insurgente di Villas de Salvarca, con i muri affrescati di volti “terminati”, scomparsi, di scritte di denuncia e di resistenza, del Che Guevara, con addirittura una piccola biblioteca popolare messa su da Julian Contreras, marxista, squattrinato laureato in lettere e filosofia, dai capelli sulle spalle e la camminata tra un Clint Eastwood e un hippy di San Francisco. A Maria, che ci sorride perfino quando gli angoli della bocca le frenano la discesa delle lacrime, pochi mesi fa hanno ammazzato i due unici figli, insieme ad altri 15 ragazzi riuniti da quelle parti per festeggiare diploma e un compleanno. Fu una delle poche mattanze che potè insinuarsi nelle colonne della stampa internazionale e addirittura nel palazzo presidenziale. Calderon, al solito compare di merende, liquidò la faccenda come “scontro tra bande criminali”. Ma l’indignazione questa volta si estese da Villa de Salvarca a mezza città e impose al caudillo di presentarsi agli abitanti mobilitati da Maria, Marisela, Julian e da tutte le donne delle associazioni. Alla faccia dei cartelli della droga e dei loro soci istituzionali. Al presidente assiso sul palco, Maria gridò la sua verità, la sua vergogna per la complice menzogna, l’urlo di tutti gli innocenti senza giustizia, massacrati in questa città, buco nero dell’umanità. Gli impose di chiedere scusa. Ora su quartiere e città sventola una bandiera che nessuno osa ammainare. E’ questa piccola donna in quella piccola casa.

Marisela Ortiz insegna nella scuola “Juarez Nuevo”, elementari, medie, superiori. La scuola è blindata, non entrano neppure i genitori, è allarme rosso. Ben sapendo, il potere criminale, come in quel che rimane del sistema scolastico disastrato, peggio che da noi, dai presidenti del PAN, si annidi, tra insegnanti e giovani, come a Oaxaca, la punta di diamante dell’antagonismo pensante, il giorno prima una scuola vicina era stata minacciata di fuoco e sterminio da sicari che hanno fatto irruzione grazie alla scomparsa delle consuete forze di sicurezza. O si sarebbe versato un pizzo, inimmaginabile per le condizioni dell’istruzione messicana, o ci si sarebbe trovati sull’uscio bambini sgozzati. Ma nella “Juarez Nuevo” il lavoro prosegue tra lezioni, interventi di assistenti volontari dall’università, giochi, lezioni di musica e danza, sport. E il direttore, Gilberto Oliveros, circondato dai suoi professori, artisti, sociologhi, ci spiega come sia il degrado nell’incultura, nel modello della competizione-prevaricazione, nella mitologia volgare dell’effimero, dell’inutile, del superfluo, il nemico quotidiano da affrontare e battere con la civiltà della solidarietà, della responsabilità, del rispetto, dell’amore. Incredibile come, in un simile oceano di disfacimento, reggano questi insegnanti, questi scolari e studenti, quali festanti nel salutarci, quali che ci coinvolgono in un’ilare scambio di pallonate, gridando “Totti, Totti”, quali in fila con la tromba appoggiata al muro per imparare a esercitare più forza nel soffio. Appunto: Juarez Nuova.



Marisela ce l’ha indicate, sparse qua e là sul territorio dove il cemento e le lamiere delle ultime casupole inerpicate sui contrafforti del deserto si riempiono della prima sabbia. Sono le croci del dolore e della sfida che le donne di Ciudad Juarez erigono alle loro sorelle perdute. Se ne trovano dall’ingresso sud della città, a contrasto con un grossolano arco trionfale, fino ai piedi della muraglia di esclusione, odio e razzismo eretto dai gringos. I partecipi del terrorismo di Stato e crimine le vanno a sradicare, bruciare, disperdere. Ma le croci sempre rinascono, come la più selvaggia e irriducibile delle gramigne. Sono croci rosa. E ci mandano, oltre i mari della distanza e della menzogna, fiori di coraggio e di verità.

giovedì 7 ottobre 2010

MESSICO E NUVOLE. ROSSE. Seconda parte.





Murales di Emiliano Zapata a Magdalena, con Gianni Proiettis; con dirigenti Triqui di S. Juan Copala; scritta; posteggiatore a Oaxaca; striscione e assemblea nazionale a Magdalena Ocotlan
Foto di Marco Diotallevi

La lotta del proletariato e dei popoli rivoluzionari per la trasformazione del mondo comporta la realizzazione dei seguenti compiti: trasformazione del mondo oggettivo e, nello stesso tempo, trasformazione del proprio mondo soggettivo, trasformazione delle proprie capacità conoscitive e trasformazione dei rapporti esistenti tra il mondo oggettivo e il mondo soggettivo.
(Mao Tse-Tung, “Sulla Pratica”)

Prologo
L’affaire Belpietro è il livello pataccaro assegnato all’Italia, quella della provocazione-sghignazzo, in linea con le dimensioni del premier. Ma sono tutte patacche dalla trama lisa per ogni verso, vista come broccato solo dagli interessati e dai minchioni. Che si tratti di Mumbai, chiassosa firma Mossad per lanciare l’India contro i musulmani pachistani, o del poveretto che, filmato dal collega astuto, sull’aereo si accende un petardo nelle mutande, o ancora del misirizzi Osama che, nei momenti cruciali, soccorre con un comunicato audio o video tanto pubblicizzato quanto viene occultata la demolizione che sistematicamente ne fanno i tecnici del falso. Ma negli Usa, prima Roosevelt con Pearl Harbor, poi tutti i successori guerra-e golpegenici, infine Bush, il minus habens delle Torri Gemelle che, però, aveva un maximus habens in Dick Cheney e nel kombinat Cia-Mossad. Il cripto-Bush-Cheney (finalmente riuniti), Barack Obama, ne segue le orme, come in tutto. Sul tappeto rosso stesogli dai corifei sparge bufale peggio di quelle blù tedesche, ma lo fa con rinnovato clamore. Ora rilancia la guerra al “terrorismo tout court”. Tout court perché l’islam resta sempre sullo sfondo, è la fonte ispiratrice e qualche volta ancora operatrice quando serve a bastonare pachistani, somali, yemeniti e qualche altro Omar in giro per il mondo. Ma gangli operativi si anniderebbero ormai in Europea e negli Stati Uniti. Potrebbero essere uno qualunque di noi. Non per nulla il buon Obama, caro alle “manifeste”, ha esteso ai suoi sbirri speciali la licenza di uccidere islamici anche ai cittadini di casa sua. E nostra, europea.

L’allarme strepitato in questi giorni da tutte le gole di regime ha la valenza scientifica della pietra filosofale che cambiava il piombo in oro. “Fonti dei servizi”, “rivelazioni di detenuti a Bagram”(e qua cola l’acqua del waterboarding), “rivendicazioni di Al Qaida” (logo depositato in un safe di Langley, quartier generale Cia), “conferme raccolte tra detenuti inglesi”, “impronte vocali registrate in intercettazioni”. “l’arresto rivelatore di un cittadino francese di origine algerina” e fuffa simile è quanto ci viene rifilato dai pappagallini mediatici della Gorgone, Hillary Clinton, e del portavoce sionista del presidente, Pete Rouse, gente che ai precedenti Condoleezza o Rumsfeld gli danno secchiate di biada. Naturalmente sono le capitali europee a stare nel mirino dei fanatici con cui, gomito a gomito, giriamo in città. Magari anarco-insurrezionalisti, se dovesse servire. Roma, Londra, Parigi, Berlino, Bruxelles, posti che brulicano di milioni di spendaccioni turisti Usa messi così sull’avviso di buttare i loro quattrini piuttosto da Wal Mart, dove non si rischia di essere disintegrati. Per ora. Poi toccherà anche ai cittadini Usa, in modo che la paura, da Jehova a San Paolo strumento principe del potere, possa deviare verso gli ologrammi Cia in turbante la loro incazzatura cosmica per le depredazioni subite dalle banche e industrie con sigla Obama mit uns. Rimane, più che rabbiosa disperazione, un attonito sgomento davanti alla complicità alla cagarella delle sinistre nel farsi portatori d’acqua, di balle, per conto di chi gli sta dando addosso. La chiamano “Maledizione di Montezuma”. Così quando il botto, dalle fonti dell’anonimato così preparato, arriverà, non si troveranno a cagare da soli.


Messico e nuvole, rosse. Seconda parte.
Metto i piedi sulla balustra del “Pellicano”, in questo “Puerto Escondito” replicato in Puerto Morelos e, tra una fila di uccelloni in gesso che tolgono ogni dubbio al logo della bettola, punto, come per un oculare di cinepresa, lo sguardo all’orizzonte. E’ la fase epigonale della nostra vicenda messicana. Dall’orrida Cancun dei panza e sottopanza un salto di 12 ore ed è Fiumicino. Quindi è il tramonto, come vuole il poeta che volge al desìo, affondamento del sole che arroventa all’orlo basso gli alti cumuloni bianchi già degradati in avorio, in perla, in viola e in questo scarlatto. E’ la stessa fenomenologia dell’alba, quella, però, in un’aria meno densa di ore passate, sprecate, sofferte. E deve essere l’alba, dopo una notte nera di licantropi, quella che i rossi fratelli Cerezo mi rappresentano. Parliamo di resistenze, vittoriose o sconfitte. Avete presente un campo agitato da talpe, tutti quei montarozzini a scacchiera? La resistenza messicana è così.

Pulsa e batte come su tamburi d’acciaio anche a Città del Messico, dove l’assennato e volenteroso sindaco, Marcelo Ebrard, erede del sempre rimpianto Lopez Obrador, e il parlamento del Distretto Federale hanno mantenuto in vita, nel Messico desertificato, un’aiuola di diritti, civili, sociali, per quanto sotto Calderon si possa. La resistenza filtra da sotto colonne di armati, blindati, cingolati, tra le crepe dell’assolutismo corrotto dei partiti dell’oligarchia e del gregge, PRI e PAN con, al guinzaglio, pezzi del già progressista PRD, affonda le radici nell’epopea del primo zapatismo, del trionfo di Atenco su Vicente Fox, dei bagni di sangue e di dignità di Oaxaca ed, esplosa in rosa, tra madri, figlie, vedove, orfani, cui hanno segato arti famigliari, a Chihuahua e Ciudad Juarez. C’è un motore di resistenza intellettuale nella capitale, scrittori e drammaturghi come Humberto Robles, autore di “Donne di sabbia”, che ha strappato le croste della calunnia e della mistificazioni dalla montagna di cadaveri femminili a Ciudad Juarez, giornalisti come Sergio Gonzales, che per i massacri sui confini ha scritto “Ossa nella sabbia”, docenti universitari come Pablo Romo, Adrian Ramirez e Marie Thepaut, a capo di un’irrudicibile Liga Mexicana por la defensa de los Derechos Humanos, capifila, anche all’estero, di una guerra alle “verità” spurgate dall’establishment, dai suoi media, dall’impero e dai suoi buffoni di corte. Ogni giorno questo motore di umanità ribelle è messo a rischio di patibolo da governo, narcos, sicari, killer Cia, intelligence israeliana. Anche qui, come con i golpe di nuova fattura obamiana, si ricorre ai manuali dell’Operazione Condor, quella di Videla e Pinochet.

E ci sono Los Hermanos Cerezo e il loro comitato. Ci hanno accolto e ospitato all’esordio. Sono quelli che racchiudono in sé e nella loro vicenda tutta la tragedia eschilea del Messico e tutta la resistenza partigiana di dieci anni di una nazione stuprata, ma non ridotta in ginocchio. Sono i figli dei forse 300 studenti dell’Università Autonoma del Messico (UNAM) che, nella tempesta del ’68 mondiale, furono il ciclone messicano, latinoamericano, e che vennero abbattuti a Tlatelolco, in Piazza delle Tre Culture, dalla mitraglia dei carri inviati dal presidente Gustavo Diaz per spegnere una miccia lunga come tutto il paese. E che avrebbe potuto turbare il sereno godimento, da lì a una settimana, dei giochi olimpici. Poi meravigliosamente riscattati dai pugni chiusi di Tommy Smith e John Carlos. Caddero, i ventennni, tra i ruderi del tempio atzteco, accolti da strati infiniti di ombre di salme sversate lì dai padrini storici degli aguzzini. E’ forse da lì che parte la discesa verso l’abisso di questo popolo che oggi Felipe Calderon, con sulle spalle il Condor suggeritore statunitense, cerca di portare al fondo. Del Messico deve restare una scatola vuota di umanità, buona solo per estrarne droga, petrolio, legname, metalli, manufatti di schiavi e per versarci spazzatura transgenica, tossici, e Coca Cola. La “guerra alla droga” del Narcostato messicano serve a portare alle auspicate conclusioni l’operazione Tlatelolco. Ma ci sono i Fratelli Cerezo. Da loro ci è stata anche data lo scioglimento del ingrovigliato nodo di San Juan Copala, autonomia indigena distrutta proprio nei nostri giorni laggiù. Di questo, dopo.

Hector, Francisco, Alejandro, Antonio, Emiliana. Studenti all’Unam. Tre rilasciati poche settimane fa, al settimo anno di carcere, uno liberato dopo tre anni è mezzo, la sorella e il fratello risparmiati dalla retata di Vicente Fox e che diventano da subito e per sempre gli iniziatori e vessilliferi di una campagna mondiale per i diritti dei fratelli, di quelli dei 3000 prigionieri politici, delle centinaia di donne incarcerate per l’aborto, delle migliaia di scomparsi di regime, desparecidos. Me la raccontano un po’ l’uno un po’ l’altro, un po’ durante l’assemblea nazionale all’UNAM di tutte le organizzazioni in lotta per i rapiti e scomparsi, un po’ nella loro casa in collina, nel barrio delle casette e delle bottegucce proletarie, spiata da sette occhi a circuito chiuso. Furono arrestati con un’operazione alla Kossiga nel 2003, condannati a vent’anni, poi a sette, “per aver dato fuoco a un paio di banche”. Stavano all’università, stavano a casa loro, tra folle di testimoni, non era vero niente. Ma erano “agitatori sociali”, dunque sospettabili di terrorismo. E, soprattutto, erano figli di una coppia di guerriglieri dell’EPR, svanita nel nulla da anni se non per le lettere d’amore ai figli dall’ignoto. L’idea era di farla uscire dall’ombra, quella coppia maledetta, con il ricatto dei figli in galera e sotto tortura, come ad Abu Ghraib, o a Bagram, di farla arrendere, infliggere un colpo alla resistenza armata e lo sputtanamento di militanti sociali piegati dal ricatto. Una resistenza che resta endemica in Messico, per quanto Marcos, rivisto e corretto sottobraccio a Bertinotti, voglia predicare nonviolenza e disinteresse per il Potere. Alejandro e Emiliana, mamma putativa dei ragazzi, hanno tenuto duro. E come non farlo, quando i fratelli in isolamento, tra maltrattamenti, minacce, estorsioni, nel buio dei senzalibertà, a tentoni scrivevano sulle pareti la loro fede e la trasmettevano su tele dipinte e in fogli di quaderno strappati al diario della sofferenza e della speranza.

Oggi liberi, i Cerezo hanno fatto del loro Comitato un centro di documentazione e mobilitazione a sostegno di tutte le vittime del regime. Un baretto all’interno dell’UNAM, affiancato da altri spacci concessi da questa straordinaria università alle organizzazioni sociali, trotzkisti compresi, è oggi la sede operativa e la fonte dell’autofinanziamento del Comitato. Se qualcosa nel mondo passa per le crepe della blindatura mediatica che, come il muro d’Israele, imprigiona il vero e il reale, ma emette verso l’esterno le menzogne di velluto di carnefici fintisi vittime, gran parte del merito va all’opera de los Hermanos Cerezo. Gli siamo grati dell’esempio. Pensate cosa si può fare da una prigione. Nel 2003 il Messico riapparve sul proscenio mondiale con San Salvador Atenco, città agricola che si trova a mezz’ora dalla capitale, per la prima volta, dopo la meteora Marcos. Era saltata in aria una città. Al popolo di contadini di una terra fertile di caffè e mais vollero rubare tutto e metterci un aeroporto per la metropoli. I campi sarebbero stati asfaltati. I contadini al macero. La rivolta durò mesi, coinvolse mezzo Messico, arrivò fin sotto il palazzo presidenziale, pagò i suoi diritti con morti e feriti, seppe infliggere danni di immagine e materiali (e questo conta) al regime cementificatore. I cittadini di Atenco non finirono nelle bidonvilles ai margini della capitale. I cittadini di Atenco, dandole e prendendole, vinsero. Blocchi stradali a Città del Messico e mobilitazione in tutto il paese. Niente aeroporto. Campi in rigoglio. Civiltà salva. E ci rifecero tre anni dopo, quando Fox tentò di prendersi la rivincita scagliando i suoi sgherri contro le bancarelle dei floricoltori. 400 agenti, 200 arresti, un quattordicenne ucciso. Non si trattava di bancarelle e fiori, ma del fatto che i fiorai, avanguardia politica, avevano occupato il mercato in protesta contro il progetto di un micidiale centro commerciale.

In località Venustiano Carranza, nel Chiapas della Depresion Central, c’è il conglomerato di comunità indigene e campesine “Semilla del Sur” (Seme del Sud). L’ha creato, lo gestisce tra 500 compagni, la Organizacion Campesina Emiliano Zapata, Region Carranza, che ha per responsabile El Chema, uno che all’autonomia indigena e contadina, alla crescita politica e civile e all’agricoltura pulita, ha dedicato una ragnatela di rughe in faccia e ripetute soste in carcere, fin dal 1983, e che Amnesty International, prendendoci stavolta, ha fatto suo “prigioniero di coscienza”. Le case, modeste, funzionali, ordinate, intramezzano vasti campi a canna da zucchero e mais, casti di intrugli contaminanti, recinti di bestiame. Galline razzolano tra tutti i piedi e i galli, a loro volta liberi, strepitano come fossero le cinque del mattino. Con Chema abbiamo percorso il gran territorio e poi, come si usa in tutte le società della saggezza, ci siamo ritrovati sotto il grande albero al centro della comunità, ma, diversamente da quelle società, con le donne in prima fila: Blanca, Maria Guadalupe, Hilda… El Chema ci è arrivato spingendo in carrozzella e sostenendo due mutilati, vittime della repressione.

Con lo zapatismo di Marcos, questa organizzazione, come altre nel Chiapas e nel Messico che si muovono sul piano sociale e politico, ha poco a che fare e tiene a distinguersene. Chema la dice parte integrante della rivolta contadina di tutto il Sud del mondo, costola del movimento antagonista messicano e latinoamericano. A cui lo uniscono il quadro antimperialista e l’obiettivo dell’abbattimento del capitalismo, con strumenti strategici come il processo decisionale che parte dal basso, l’autonomia indigena, però lontana da qualsiasi chiusura etnicista come quelle di parte del movimento indigeno continentale e in cui paiono rinchiusi anche i cinque residui caracoles di Marcos, ormai estranei alla scena nazionale e internazionale. È un grande questo ometto dall’ età ruralmente indefinibile, che parla delle sue terre come un agronomo di alto livello, ma con l’amore di chi a quella terra stringe la mano, delle sue comunità come un protagonista della Comune di Parigi, dello scontro sociale planetario come Gramsci. Il tutto con le trecento semplici parole di spagnolo che capisco. E le giovani donne che dalle lotte, idee, carceri di Chema sono scaturite, parlano in prima persona, come solo da poco succede e non dappertutto tra le popolazioni native. Parlano di fogne e collegamenti elettrici negati, dell’autosufficienza alimentare orgogliosamente avvicinata, delle incursioni dei paramilitari bastonatori del PRI, della scuola lontanissima e ora inventata sotto il grande capannone ex-stalla per i bambini delle elementari delle cento famiglie di questo agglomerato. Maestri e medici volontari ma assidui, bimbi che scrivono fin sulle copertine degli sparuti quaderni. Ce lo raccontano, bilanciando sulla schiena o tra le braccia creaturine dai giganteschi occhi interroganti e sorridenti. Il forte sapore del coriandolo sulle tortillas della colazione offertaci, cui non sfugge nessuna pietanza in questo paese, ci langue appresso come le immagini di quelle casette sparse tra liberi e felici campi del Chiapas, di quelle donne, di quei frugoli, di quell’Emiliano Zapata tra i sessanta e gli ottanta, di quelle enormi fronde cha danzano nell’aria trasparente su vie e campi della libertà.

C’è un altro gruppo di comunità nello Stato di Oaxaca che ha condotto una lotta secolare per l’autonomia del suo popolo Triqui. Fa capo a San Juan Copala, Stato di Oaxaca. Avremmo voluto raggiungerlo, quel municipio di San Juan Copala occupato da tanto tempo da questi aderenti all’ Otra Campana, quella lanciata negli anni passati da Marcos. Ma ci è stato smantellato, praticamente sotto gli occhi, con la cacciata degli occupanti da parte di polizia e militari, due giorni dopo il nostro tentativo. Del resto per arrivarci rischiavamo, come tutti ci avvertivano e come due carovane umanitarie prese a fucilate, con tanto di morti e feriti, confermavano, di tornarne in ambulanza o carro da morto. Una vicenda di feroce repressione da parte della Federazione e dello Stato, quest’ultimo governato da Ulises Ruiz del PRI, ossimorico Partido Revolucionario Istitucional, eternamente al potere fino al 2000, che farebbero e fanno stragi purchè il messaggio di altre autonomie conquistate o anelate non arrivi a Oaxaca. Troppo strategico, a rischio, quel posto, a cavallo con lo Stato di Guerrero dove è irriducibile la guerriglia dell’EPR. Una vicenda, anche, di devastanti conflitti interni agli indigeni Triqui, indotta e coltivata dal potere, ma innestata su arcaiche divisioni tribali. A San Juan Copala il regime aveva delegato a un settore di Triqui assoldato, fortemente armato, la repressione, a volte mortale, dei pacifici rivoltosi. Gli altri si erano spaccati tra due organizzazioni, il MULT e il MULTI, che si accusavano reciprocamente di collusione col nemico e si avversavano quasi con lo stesso accanimento con cui i paramilitari e poi polizia ed esercito aggredivano entrambi. Tanto da confondere e frammentare anche il sostegno internazionale. Una sconfitta gestita da fuori, ma dai semi velenosi sepolti in terra Triqui.

Facciamo ritorno cogliendo in pieno l’Asamblea Nacional de Afectados Ambientales, convegno di organizzazioni campesine, indigene e antiliberiste da tutto il paese. Avreste dovuto vederci arrivare, su quel camper che un generoso mattocchio gringo, forse sgocciolato qui dal primo zapatismo, aveva trasformato in carrozzone viaggiante per trascorritori di Oaxaca da mezzo mondo, che qui si aggirano per tessere i fili di una rete internazionale di solidarietà e azione comune, sopravvissuta all’agonia dei social forum e all’estinzione delle vecchie sinistre. Sulle pareti di questa improbabile corriera da spedizione di Pancho Villa (letto John Reed su quella rivoluzione?) lo sguardo si frantumava su cento e cento adesivi, volantini, locandine, manifesti prodotti negli ultimi 40 anni in cento luoghi dall’insofferenza. Un museo su ruote. Avreste dovuto sentire come ti scombicchierava le ossa il rombante precipitare del mezzo, dalle sospensioni perdute chissà dove, nelle voragini e negli acquitrini aperti su strade bianche o anticamente asfaltate, da un’inclemenza climatica che, nell’estate di quest’anno, ha annegato mezzo Messico e centinaia di persone dimenticate da dio e da Calderon. Dimenticate anche dagli Usa, responsabili primi, nel Continente, dell’alterazione degli equilibri naturali. Alterazione che qui si presenta come alleata di una strategia imperiale che relega pezzi di umanità “improduttiva”, o non riconducibile all’ordine voluto, ai margini del contesto. Come si dice da duecento anni: Messico, tanto lontano da dio, tanto vicino agli Stati Uniti.

L’assemblea, un migliaio di delegati, si svolgeva tra le quattro case di Magdalena Ocotlan, Oaxaca, tutte verniciate di murales emilianisti e di lotta, a tre ore dalla capitale dello Stato. Appropriatamente qui, all’ombra di una voragine gigantesca, inflitta alla montagna da una multinazionale che la chiama “miniera ”, contro cui e contro il relativo spodestamento e inquinamento di ampie popolazioni questa comunità conduce una clamorosa lotta da anni.
Al palco si alternano le teste accademiche della lotta allo stupro ambientale, esponenti di decine di organizzazioni sociali e ambientali dell’acqua pubblica, di Tierra y Libertad coltivate in autonomia, dell’agricoltura non pervertita in chimica, dei diritti conculcati da privatizzazione e deregolamentazione, delle difesa dell’ecosistema, del contrasto all’industrializzazione e urbanizzazione speculative e depredatrici, perché gli interessi delle comunità stiano sempre al di sopra degli interessi delle imprese, di gruppi e individui che puntano al potere. Dura due giorni il succedersi, in un atmosfera di appassionata partecipazione, spesso di rabbia, sempre di entusiasmo, degli interventi che inglobano l’intera problematica degli oppressi e sfruttati del Messico e non solo e che puntano a costituire per l’imminente vertice del clima di Cancun una forza di denuncia e proposta da condividere con i compagni del resto del mondo. A un certo punto si inserisce, via cellulare, anche la voce di Giuseppe De Marzo, dell’associazione ASud, da queste parti conosciuto come dinamico militante del buen vivir. E noi italiani, con Gianni Proiettis, corrispondente del “manifesto”, che qui ho ritrovato imbiancato ma rinvigorito dopo i trent’anni che ci separano dalla fine di Lotta Continua, ne condividiamo con soddisfazione il contributo. Immancabile alla fine di ogni sessione il coro tonante, a pugno chiuso, del Pueblo unido jamas sera vencido, colonna sonora della rinascita latinoamericana. Poi, tutti in fila per il pasto gratuito: tortillas, fagioli, riso, pollo, pannocchie, platanos, che per loro sono banane. Una pacchia. Intanto, nel cortile, un paio di campesinos, fattisi inventori alla faccia di chi li vuole boccaloni, descrivono con uno strano apparato, fatto di secchi di plastica trasparente, cavi, sostanze, manopole, come sono riusciti da soli a misurare l’inquinamento dell’aria, insozzata al di fuori di ogni monitoraggio da traffico e discariche.

Oaxaca, novembre 2006
Raquel Chavez, giovane docente della cattedra di sociologia della salute all’Università Autonoma di Oaxaca, ci fa incontrare le dirigenti Triqui, Emelia e Adriana del MULT, nei loro sfolgoranti costumi a dominante rossa, che, prima ancora della repressione appena subita a S. Juan Copala, lamentano la divisione del loro popolo. Nella casa sulla collina, al sicuro, ceniamo a base di tortillas al celebrato formaggio di Oaxaca, con Nelly e Belem, protagoniste dell’indimenticabile e tuttora vivo e scalciante APPO, Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca. La direzione di quel grandioso fenomeno di sollevazione sociale che, nella seconda metà del 2006, pagando con vite e salute, rappresaglie giudiziarie e professionali, mise in questione il controllo dell’intero Stato da parte dei politicanti farabutti, istigati dal caudillo centrale Vicente Fox. Durò mesi la rivolta e oggi serpeggia e torna a preparare futuri. Lo zocalo, è la piazza centrale, sempre alberata, con fontane e panchine elegantemente liberty, stupendi palazzi del gusto e della prosperità coloniali, gruppi di spettacolanti, orchestrine di fisarmoniche o cimbali a intrattenimento di famiglie festanti, coppiette disinibite, ragazzetti razzolanti. Interrompono questo quadro, da armonia veneziana del Canaletto, una torma di donne e uomini in panni essenziali, investono a centinaia il padiglione centrale delle orchestre e rivendicano a cartelli e slogan i loro diritti: sono stati derubati da una grande società immobiliare, lasciati senza casa e senza un peso. Ce n’è una al giorno, di manifestazioni analoghe, di bistrattati, espropriati, imbavagliati. E poi, lungo il lato est dell’enorme quadrato, sotto portici settecenteschi che garantiscono la mobilitazione anche sotto la pioggia, un presidio dopo l’altro, con enormi striscioni e megafoni implacabili: le donne Triqui, il sindacato degli elettricisti, oggi punta di diamante nazionale delle lotte, sotto schiaffo per la privatizzazione dell’ente nazionale e le migliaia di esuberi, un comando di Tierra y Libertad, un picchetto dell’APPO. Oaxaca non è per niente “normalizzata”. C’è la brace sotto le ceneri sparse dal tempo della sconfitta, che è oggi di riflessione e riorganizzazione. Come quello impiegato da Edoardo Bautista, professore all’Università Autnoma, autore di un recente libro sulla natura autoritaria dei regimi - Los nudos del regimen autoritario – da cui trae per me un’analisi delle varie forme con cui il dominio ha risposto alle richieste delle masse e di come quelle forme si possano neutralizzare. Bautista è reduce con tanti colleghi (gli insegnanti erano - e sono – le avanguardie dell’antagonismo a Oaxaca) della sollevazione del 2006 contro la macelleria sociale e il collasso pianificato dell’istruzione, operate sotto la presidenza di Fox.

Risaliamo l’asse centrale di questa bellissima città, ordinata secondo la classica planimetria geometrica coloniale, ispirata al castrum romano. Accucciato sui gradini che portano alla monumentale chiesa barocca di San Domingo, un quasi indistinguibile grumo di stracci e sombrero suona una melodia struggente sulla fisarmonica. Accanto una stampella, davanti un cappelletto per l’elemosina. E’ uno di quel terzo di messicani oggi precipitati nella miseria. Una miseria che, tra i giovani, diventa bacino di reclutamento per il governo parallelo dei narcos. Obiettivo raggiunto. Raquel l’ha vissuta tutta, l’epopea dell’APPO. Strada per strada, incrocio per incrocio, casa per casa, episodio per episodio, vittima per vittima, eroe per eroe, ci costruisce una sceneggiatura di quella vera e propria guerra ai padroni che, per quanto finita nella ricostituzione dei poteri esistenti, è tuttora il mantice che soffia nella coscienza dei nuovi soggetti antagonisti sollecitazioni, idee, obiettivi. Sono queste rivolte di massa latinoamericane, con quel tanto di forza organizzata che masse non inermi sanno produrre e di cui sanno accettare il costo, per quanto estremo, ma anche infliggerlo, che fanno del continente la luce in fondo al tunnel.

Ecco il tribunale dove si facevano processi-farsa ai manifestanti, andato a fuoco per una provocazione dei militari, strumento della repressione ormai inflazionato oltre ogni misura. Ecco, a quell’angolo, in quell’androne, il posto di primo soccorso dove medici e infermieri si adoperavano per rimediare a traumi e lacerazione e per sottrarre i feriti agli sgherri della controrivoluzione. Laggiù, dietro agli alberi, il Panolito, armonioso edificio conventuale trasformato in una specie di Villa Triste, quella di Salò, dove donne furono incatenate e abusate. Qui l’incrocio strategico della città da dove una serie di barricate si dipanava in quattro direzioni permettendo di tenere il centro per settimane e mesi. Raquel si commuove al racconto di giorni che ancora le ardono dentro grazie all’inesauribile combustibile costituito dalla felicità provata, collettiva, del combattente per il pane e le rose, la vittoria possibile. Ne sappiamo qualcosa noi degli anni’70. Ne sanno qualcosa i partigiani. Ritroverete questa nostra hermana nel documentario.
Continua.

lunedì 4 ottobre 2010

MESSICO E NUVOLE. NERE.







Sacrario per le vittime di Chihuahua, la discarica di Tapachula, il “muro” Usa al confine con il Messico, (Foto di Marco Diotallevi)
Ci sono soltanto due errori che si possono commettere silla via alla verità: non andare fino in fondo e non iniziarla.
(Budda)
Aveva visto bene Paolo Conte, ripreso da Jannacci, quando le ha cantate al cielo cobalto del Messico. Chissà se le aveva osservate da dove sto in questo momento io: una terrazza piena di pellicani di gesso, con nel mare un gabbiano vero che si spennacchia appollaiato su un palo e nel cielo nuvole che, per vederle, torreggianti affollate e gonfie, dal bianco neve al nero pece, appese a un cielo che più blù non si può, tocca venire solo qui. Per esempio su questa terrazza di un ristorantino sulla spiaggia a Puerto Morelos, Yucatan, una specie di dimenticato, se non da reduci sbrindellati di ben altri viaggi e storie, Puerto Escondito.

E’ il primo momento di quiete e di attenuazione di una pira di adrenalina che, nel bene e nel male, ci ha arroventato vene e neuroni da quando siamo sbarcati a Città del Messico per una tournee, con telecamera e taccuino, dalla vetrina federale, con il suo degrado periferico, i suoi palazzi, i suoi tumulti, le sue passarelle di bombastici presidenti, fino alle donne de pié della città-mattanza Ciudad Juarez, dal Chihuahua della narcocolonizzazione, agli indigeni Triqui in faida tra sé e il regime narcoligarchico e agli irriducibili reduci della Grande Rivolta a Oaxaca, dalle terre fermentose di un Emiliano Zapata reinterpretato male, reinterpretato bene, alle zattere e ai treni della morìa emigrante e alle turpitudini urbanistiche di Cancun per coglioni in denaro e camicia a fiori del Nord del mondo. Sto qui, sulla terrazza del “Pellicano” a nettarmi con un cafesito da quel brulicare di grattacieli che divorano la costa, lussi e tipi di una volgarità disumana, correttamente da noi interpretata come berlusconismo, incombere di barche da 90 metri e relativi boss più o meno “stupefacenti” e, comunque, trafficanti di pelle umana. Un lupanare da magnaccia e gonzi questa celebrata Cancun, Montecarlo latinoamericano, orrido agglomerato in pizzo alla penisola dei Maya. Mi ritrovo In salvo qui, coperto da quelle nuvole celestiali e strusciato da sdrucidi e innocui nonni dei fiori, detriti umani vari spiaggiati in questo “Puerto Escondito” e da famigliole o ubriaconi Usa che pregustano le espressioni tra meraviglia e invidia che il loro racconto di vacanze “dalle parti di Cancun” susciteranno tra gli amici a casa? Per niente. Proprio la notte scorsa a Puerto Morelos è stato catturato un narcoboss che aveva spedito i suoi sicari, Los Zetas, a incenerire un bar rivale con tutti gli otto avventori dentro. Non c’è isola, non c’è asilo in Messico, per tutti i suoi 2 milioni di chilometri quadrati, attraverso tutti i suoi 104 milioni di abitanti, non c’è una provincia “babba” esente da mafia, un luogo dove il crimine, shakerato con tutte le sue componenti, non detti legge, scanni, rapisca, determini i modi con cui si amministra la cosa pubblica.

San Cristobal de Las Casa, incastonata come gemma preziosa nella memoria di una sveglia zapatista il cui scampanellio presto esaurito ci si ostina a sentir trillare. Veniamo proprio da lì, penultima tappa della gira messicana da una mattanza all’altra, da un foco di resistenza all’altro, questi ultimi avendo tutti alla guida e nel cuore le donne, come già avevo ammirato in Honduras. Perciò “Messico e nuvole… rosa”. 13 anni fa avevo percorso i suoi vicoli stretti, le geometriche efflorescenze urbanistiche di stile coloniale, gli essenzialissimi negozietti di colorita e inoffensiva chincaglieria indigena, i suoi spacci di cibo da tre tavolini sguarniti. Erano i tempi dei fasti del subcomandante Marcos, quando il rusticamente modesto paesone del Chiapas pullulava, tra antichi abitanti straniti, di adolescenze e maturità occidentali, rispettivamente speranzose e nostalgiche di sollevamenti antichi, poi rievocati dalle pittoresche esibizioni a cavallo dello studente dell’UNAM fattosi rivoluzionario maya. La vedeste oggi, S. Cristobal de Las Casas!

Intanto tutto è stato ripittato e riportato a nuovo. Da androni lumeggiano lussureggianti patii colonnati, un tempo riservati ai sudditi privilegiati del vicerè spagnolo, poi sbriciolati e ammuffiti. Ora, per mano di qualcuno che ha saputo intuire quale pozzo di S. Patrizio potesse diventare un villaggione, terminale di promesse di palingenesi a giovanetti e giovanotte evasi nel romanzo, metamorfosizzato in una specie di “Madonna di Campiglio”. La speculazione ha fruttato una cittadina sfolgorante, ogni terzo portone un albergo a 4 stelle, magari “El Zapatista”, con la popolazione nativa rannicchiata in casupole di periferia, emergente solo con l’avambraccio fatto bottega di tessuti più o meno indigeni, o alla cerimonia domenicale della sfavillante cattedrale, già centro di comando del vescovo zapatista Samuel Ruiz. Ampie e civilissime isole pedonali, inanellate attorno allo Zocalo-salotto, pullulanti di café, enoteche, ristoranti dai tavoli con tovaglie, affusolati tovaglioli di lino bianco e porcellana Rosenthal, locali ”caratteristici”, dedicate allo zapaturismo con tascapane di canapa e basco con la stella, costellate di santini del grande Emiliano e simboli maya.

Ma sotto, intorno e piuttosto sopra tutto questo supermercato per reduci e libidinosi dalla pelle chiara di brividi eversivi, alita la nuvola nera dei padroni dei soldi e dei traffici di questa rete di ragno che avviluppa tutto il Messico, con al centro l’insetto, avvolto in stelle e strisce, del palazzo presidenziale. Bella copertura, questa S. Cristobal, per il terminale sud di quanto contribuisce a sostenere criminalità organizzata e classe dirigente del paese: snodo del narcotraffico dalla Colombia per il ricco consumo di Cancun, Acapulco, Oaxaca, Monterrey, Città del Messico, stati del nord, e centralina di controllo del flusso verso gli Usa; base di lancio delle multinazionali voraci di territorio chiapaneco, delle foreste, miniere, acque, campi, schiavi; manometro indicante dimensioni e tempi della rete venosa che dal confine con il Guatemala trascina verso il Nord, verso il “sogno americano”, le decine di migliaia in fuga da paesi devastati dai burattinai del Nord e dai loro bulimici burattini. Prima che strozzature di colesterolo, per dire gli agguati delle padillas di adolescenti inferociti, le estorsioni di briganti di strada, trafficanti di persone, balseros, poliziotti, militari e paramilitari, i massacri di oscure bande manovrate da molto lontano, non ne arrestino il corso.

Sulle pendici a scivolo verso il centro della città, tra esplosioni di un verde che tenta e ritenta di riprendersi margini di città, in una casetta alla Haensel e Gretel, ma senza strega dentro, ho ritrovato, a distanza di decenni, un compagno di Lotta Continua. Uno eminente, ma che non ha fatto la strada di altri eminenti, a culo di sacco di merda. Uno con cui si cantava, rideva e sbraitava con efficacia e spesso con muscoli contro le nefandezze dei Marchionne, Maroni, Bersani, Gelmini degli anni ’70. Gianni Proiettis è giornalista e i capelli bianchi giù al collo ne fanno un’icona della mia professione. Della verità negata sull’America Latina. Corrispondente del “manifesto”, ma anche professore di antropologia in questa Università, autore con altri compagni di racconti audiovisivi, è da mettere, per fortuna a lungo vivo, accanto a Stefano Chiarini, indimenticato e supremo correttore delle scivolate e degli sfondoni del suo giornale. Quello che con Stefano Chiarini abbiamo perduto in conoscenza e comprensione degli arabi e del Medioriente, lo teniamo salvaguardato da Gianni Proiettis – e tristemente solo da lui nel continente – per l’America Latina. Se leggo ancora “il manifesto” è anche per lui. Con Gianni, con il collega Emanuele, altro divulgatore di verità e rilevanze dal Sud del mondo, e con Mercedes, vera rivoluzionaria e conoscitrice del Chiapas come neppure i ranger Usa che da decenni ravanano nell’area (se ne parlerà dopo), abbiamo percorso l’alto e il basso dello Stato. Dai santuari di campesinos diversamente zapatisti, cioè tra i battiti di un cuore che non si arrende e si rinnova, fino ai limiti delle terre dove la guerra tra chi cerca vita e chi somministra morte, di qua e di là del fiume che separa il Messico dal Guatemala, ha mescolato sangue, rifiuti e droga.

Ad Arriaga, città poco distante dal confine dalla quale partono i treni merci verso il nord, lungo i binari, tra cespugli e carcasse di vagoni abbandonati, si aggirano fantasmi. Di solito sono in maglietta e jeans e si tirano dietro un fagotto. Spesso sono ubriachi. Sono donne e uomini di ogni età, guatemaltechi, honduregni, salvadoregni, approdati a queste parallele arrugginite con le ultime briciole di speranza, dopo che della speranza di partenza, di riscatto in qualche posto più a nord, è stato fatto scempio da bande giovanili, poliziotti e coyotes (così si chiamano gli spalloni di persone) estortori, sicari di narcos. Arrivano dal grande fiume Suchiate che stacca il Guatemala maya dal Messico maya. Vivono da settimane, mesi abbrancati a questo capolinea del treno del Nord. Ce ne sono che abitano lungo la ferrovia, tra le radici degli eucalipti, sotto uno straccio di plastica da anni. Di giorno si aggirano per le strade della città per racimolare con prestazioni occasionali quei quattrini da viaggio che li rilancino verso gli Usa dei parenti insediati in tempi meno brutali e, comunque, di quel boccone di lavoro che gli consenta di spedirne un pezzo ai genitori, ai figli lasciati a Tegucigalpa, a San Salvador, a Managua. Quattrini risparmiati all’origine in anni e anni di paraschiavismo, quattrini strappati da ladri in borghese o divisa alle magliette, alle mutande. Più giù, a Tapachula, città strategica che cavalca il fiume-confine, superate le guardie e i briganti del lato guatemalteco, sono i traghettatori su geniali zattere di assi e pneumatici di camion a spolpare chi si ostina ad avventurarsi in Messico. E con le spiccie. Ci siamo inzatterati anche noi per un’incursione clandestina nel paese vicino e li abbiamo trovati, i migranti, solo di poco meno sgualciti dei loro compagni più a nord, meno provati, ma già altrettanto derubati, indifesi, schizzati, odiati. Fraternamente dividono quel capanno, imbastito con cartoni e frasche, che insiste sulla riva dalla quale qualche miracolo li sposterà sul lato opposto: colombiani, ecuadoriani, dell’Honduras, di quel paese cui il golpe Usa ha voluto recidere la strada per un futuro di dignità. Ci raccontano tutto, macellerie sociali, stenti famigliari, viaggi a piedi tipo ritirata di Russia, andate e ritorni forzati e ripartenze, furti, mazzate, morti di fratelli di destino. Mucillagine del continente, esercito di riserva del neoschiavismo, occasione di intimidazione collettiva: se non ti rompi la schiena per quasi niente, c’è sempre quel migrante che si fa fare il culo per meno. Ne sappiamo qualcosa da noi. Messico laboratorio dell’Impero.

Ad Arriaga c’è una casa-rifugio religiosa che ospita pezzi di migranti. Sono quelli arrampicatisi sul treno di Arriaga, incastonatisi nelle scalette tra i vagoni o abbarbicati ai tetti che, sfiniti dalla fatica, sono precipitati nel sonno sulle traversine e, per quella volta, non ci hanno rimesso tutto, ma solo le gambe, le braccia. E quelli tirati giù e sotto le ruote dai delinquenti folli delle padillas, per divertimento, o da Los Zetas quando non mollano subito il rotolino di banconote, o non ci stanno a diventare spacciatori. Uomini spezzettati come li avevo visti solo negli ospedali della Mezzaluna Rossa palestinese dopo “Piombo Fuso”. Resti umani sia lì che qui che strisciano per terra, o camminano goffi senza arti superiori, ma nessuno dei quali vuole abbandonare il sogno. Questione di dignità, prima ancora che di sopravvivenza. A poca distanza, è il 16 settembre, anche in questo, come in qualsiasi degli angoli remoti di questo paese meraviglioso, indigente, butterato di tumori nutriti dall’alto (sociale e geografico), dissanguato al ritmo di 50-60 morti ammazzati al giorno, perlopiù civili innocenti, con bande e coccarde, vessilli e ghirlande, trofei e addobbi tricolori, pompa, palchi e notabili, si celebra il bicentenario, pensate!, dell’indipendenza e, pensate!, il centenario della rivoluzione, Hidalgo e Morelos, Zapata e Pancho Villa, padri della patria. Schiere di ornamentali cittadini di rango davanti, seguite da folle, piuttosto turbe, svogliate o appena incuriosite, convocate o sollecitate dall’opportunità di figurare che,ingrigiti dall’inedia, nel vento sabbioso paiono cumuli di polvere rappresa. A chiudere le formazioni a passo militare, tutti i bimbetti delle scuole di Arriaga e dintorni. Nella sfilata con trombe e tamburi si scorderanno per un attimo la manciata di riso e fagioli del forse unico pasto quotidiano tra pareti scrostate e lamiere e crederanno che quella festa di rinnegati e turlupinati celebri davvero qualcosa di buono per la patria e per loro.

Il giorno del nostro arrivo a Città del Messico, le prime pagine dei giornali del mondo sparavano i 72 migranti centroamericani trucidati a fucilate in Tamaulipas, a poche centinaia di metri dal confine Usa. Non potevano esimersi stavolta. Troppo forte e anche succulenta la notizia. Era una delle poche occasioni in cui i media si occupavano dei dolori e degli orrori di un paese, alleato dell’Occidente e dunque da esibire rutilante nella vetrina del turismo internazionale, di lusso o di pezza, che occulti la distesa di croci più vasta del mondo, battuta dal solo martire assoluto, l’Iraq. Ma con la qualifica onorifica di “democrazia” e di “paese in pace”. Ma al Nord è peggio che al Sud, dove nella foresta e nei campi insistono larghe sacche di resistenza umana e sociale. Ne parleremo.
Gli Stati di confine, Chihuahua, Nuevo Leon, Sonora, Tamaulipas, Bassa California, Cohauila, Veracruz, sono sotto il controllo assoluto del narcotraffico e di forze di “sicurezza” (polizia, esercito, forze speciali Usa, magistratura), che estendono i tentacoli del terrorismo di Stato nel profondo della colonia Messico. I migranti, quando non si prestino allo spaccio, al sicariato assassino e alla tratta di donne, vengono fatti fuori, se non dal deserto e dal muro elettrificato di tremila chilometri, dai 1.800 militari disposti sul confine da Obama, da reparti ufficiali dei 50mila sgherri sguinzagliati da Felipe Calderon per la “guerra al narcotraffico” (sostitutiva della “guerra al terrorismo”, sostitutiva della “guerra al comunismo”), da paramilitari (Minutemen) e bande al servizio dell’uno o dell’altro padrone sui due lati del confine. Vedrai che i sopravvissuti si presteranno più docilmente alla manovalanza del crimine, o allo schiavismo nelle maquiladoras delle multinazionali in Messico, o nei campi di mais della metropoli imperiale. Tragicamente il mais prodotto dal loro martirio, riccamente sovvenzionato dal governo Usa, è quello che ha sterminato il mais endogeno, cibo di base universale e sacro simbolo di identità e spiritualità messicane, con i concorso della nota Monsanto che alle importazioni di mais Usa transgenico a basso prezzo ha aggiunto il plusvalore dei suoi semi sterili, delle coltivazioni transgeniche contaminanti e del suo maltusiano Roundup, l’erbicida cui resiste il mais pervertito, ma cui non resistono gli organi vitali del volgo consumatore.

Torniamo a sud. A un breve volo di avvoltoio dal fiume e dai suoi scarichi, in una ferita enorme della giungla tropicale, si spalanca, fetendo e bruciando gli occhi, un oceano di rifiuti. Compattatori, autotreni e gli avvoltoi neri che qui sostituiscono i nostri bianchi gabbiani, a prima vista fanno correre il pensiero a Malagrotta di Roma, o ai vomitori scavati dai bassolinian-berlusconidi in Campania. Lezzo e business delinquenziale di Stato sono gli stessi e la stessa è la compenetrazione tra metalli, plastiche e schifezze tossiche e, ancora, analoghi sono i falò con cui qualche disperato cerca di trasferire ad altri i propri veleni ridotti in fumi. Qualche disperato che s’è installato all’orlo di quell’abisso, ricorrendo a scarti di risulta e rami di palma e lì ci lavora e vive. A volte da vent’anni, ex-migrante che continua a favoleggiare di fuga al Nord, in Texas, “dove mi aspetta mia sorella”. E’ una donnetta del Guatemala, di età più rovinata che avanzata, che, mentre non cessa di appiattire cartoni estratti dalla bratta, ci racconta questa cosa. Già, perché quell’immensa distesa di rifiuti dei poveri, e dunque tanto più avvelenati (il Messico è il terzo paese al mondo per obesità, obesità di cui i poveri possono ringraziare il cibo-spazzatura Usa), brulica di anime come il più tormentato girone dell’inferno dantesco. Ho detto anime, perché i corpi rinsecchiti dalle privazioni assomigliano a ombre. Il sole picchia a 45 gradi, nugoli di insetti non risparmiano nessuna superficie e lì in mezzo torme di avvoltoi contendono il bottino di carta, plastica, organico, ospedaliero, alluminio, nitrati, amianto, a un brulicare di esseri umani che, pur con anni calcati sul groppone, pur con le catapecchie erette agli orli di questa pozza di morte, pensano alla discarica come a una tappa verso qualche residuo frammento di vita al nord. Ce ne siamo trascinati dietro il fetore fino alla doccia a casa di Gianni in San Cristobal. Ci portiamo dietro, tra le pieghe del conscio e dell’inconscio, l’incisione dell’artiglio capitalista sui dannati della Terra. Continua.

venerdì 1 ottobre 2010

DALL'ECUADOR, PER COLOMBIA, HONDURAS E MESSICO, LA ROTTA DELLA DROGA E DEL PETROLIO USA



Signori, se volete ammazzare il presidente, eccolo qua: uccidetemi se ne avete il coraggio, anzichè stare lì vigliaccamente nascosti nell'ombra.
(Rafael Correa quando, volendo dialogare con i poliziotti, si vede bersagliato dai gas e picchiato)

Volete occupare le caserme, volete abbattere i cittadini indifesi, volete tradire la vostra missione di poliziotti, il vostro giuramento, ma questo presidente e questo governo continueranno a fare quello che ritengono di fare.
(Correa ai suoi carcerieri mentre era sequestrato nell'ospedale della polizia)

Se intendete distruggere la patria, distruggetela, però questo presidente non farà un passo indietro. Viva la patria.
(Correa ai suoi carcerieri)

Il presidente sta governando la nazione da questo ospedale, da sequestrato. Da qui io esco o come presidente, o come cadavere, ma non mi farete perdere la mia dignità.
(Correa a un'emittente presente al sequestro)

Il coraggio di Correa, la mobilitazione di popolo e la fedeltà dei militari sventano l'ennesimo golpe della Cia in Latinoamerica. (Tra parentesi, uno sghignazzo su Belpietro)

Gli è andata male stavolta. Avessero fatto in Honduras come le masse ecuadoriane, anzichè affidarsi a sindacalisti concertativi, forse a Tegucigalpa ci sarebbe ancora Mel Zelaya. Dunque, come tutti apprendiamo con grande sollievo e commozione, la gente di Quito e militari che si sentono esercito del popolo, memori di decenni di regimi rapinatori, vendipatria, oligarchici e filoimperialisti conclusisi con l'arrivo, nel 2007, di una presidente democratico, progressista e difensore della sovranità nazionale, hanno liquidato golpe e golpisti. Per ora. Gli Usa e i loro fantocci ladroni interni non demorderanno. Siamo al terzo colpo di Stato in otto anni allestito da Washington nel suo tentativo di tornare a sottomettere e depredare l'America Latina sfuggita al suo controllo: aprile 2002, golpe durato 48 ore contro Chavez, sconfitto dalle masse e dai militari fedeli; giugno 2009, colpo di Stato di militari, Cia, Chiesa e oligarchi in Honduras, deposto e cacciato il presidente Manuel Zelaya, golpe poi legittimato da illegittime elezioni; 30 settembre 2010, tentativo di golpe in Ecuador.

Correa al momento del sequestro da parte dei golpisti
Il golpista honduregno Micheletti, un soggettone. I poliziotti golpisti, lavoratori defraudati.
La solita canea venduta e, a sinistra, velinara (leggi l'indecente cronaca "equidistante" e con fatti falsi dettati dalla disinformazione, sul "manifesto") ha voluto far passare il tentativo di eliminare il presidente Rafael Correa come una specie di modesta jacquerie di pochi poliziotti scontenti della sacrosanta abolizione (dopo un aumento del 100% dei salari) di privilegi e decorazioni riservati alle sole forze dell'ordine. I tg addirittura s'inventavano, per dar credibilità alla misera motivazione dei "premi di produzione e delle medaglie perduti", che Correa aveva ridotto i salari delle forze dell'ordine.Tutti i dati pervenuti in gran flusso dall'Ecuador ci parlano, invece, di un'operazione analoga a quelle contro Chavez o Zelaya, di cui i principali operativi erano i mille poliziotti della Caserma del I Battaglione a Quito, ma che ha avuto un altamente coordinato sviluppo in tutto il paese con occupazione del parlamento, delle principali testate televisive e di stampa non legati all'opposizione di destra, degli aeroporti di Quito e Guayaquil, di una vera rivolta di settori di destra a Guayaquil, seconda città del paese e feudo di una destra fascistoide, che hanno seminato saccheggi e panico in combutta con i media che ne avrebbero fatto l'incipit di una guerra civile. Anche rispetto alla presa di posizione anti-golpe di tutti i governi latinoamericani, compresi quelli di destra, convenuti in fretta per un vertice a Buenos Aires per condannare il colpo di Stato e pretendere l'immediato ritorno di Correa alle sue funzioni, le minimizzazioni della grande stampa di regime costituiscono un non sequitur da far impallidire le farneticazioni di Berlusconi rispetto alla spazzatura di Napoli. Come in altri paesi dell'America Latina, il lavoro costante degli Usa attraverso Cia e organismi affiliati è l'infiltrazione tra agli alti quadri della polizia e delle forze armate. A Israele, invece, sono affidate "intelligence" e "sicurezza". Non per nulla nella capitale della destra oligarchica e narcotrafficante, Guayaquil, la sicurezza era affidata al solito ex-ufficiale del Mossad. Come in Honduras. Già nel 2008, il governo dell'Ecuador aveva mostrato documenti che provavano il costante lavoro di corruzione finanziaria di ufficiali, allo scopo di garantirsene l'obbedienza e la collaborazione per la nuova strategia di destabilizzazione Usa, emula della nixoniana "Operazione Condor" degli anni '60 e '70. E fu la Cia a collaborare in quella provocazione all'Ecuador che consistette nell'assalto combinato Usa-Colombia contro un accampamento di alcuni dirgenti delle FARC. Informazioni relative a questo attacco dall'aria e da terra, che risultò nella morte del capo guerrigliero Raul Reyes, furono occultate dal comandante fellone dell'Intelligence militare, Mario Pazmino, successivamente destituito. Le forze speciali dell'esercito liberano Correa. La folla marcia sul parlamento.Come prima, più di primaEro a Caracas durante la serrata padronale che avrebbe dovuto, dopo il fallimento del colpo di Stato contro Chavez, paralizzare il paese, provocare rivolte di masse esasperate e farla finita con la via bolivariana al socialismo e all'antimperialismo. Anche allora dalle nostre parti, spapagallando appresso alla CNN (che ci ha messo 24 ore prima di riferire a denti stretti di un "golpe"), si parlava di "scioperi", come si trattasse delle iniziative della FIOM contro gli ukase del neopadrone delle ferriere, e di catastrofe della politica economica del "caudillo" Chavez. Invece, foraggiata da milioni della Cia e delle varie ONG Usa e occidentali, tutta la produzione e distribuzione, ancora in mano alla élite spodestata dalla rivoluzione bolivariana, erano state bloccate e la popolazione ridotta alla mancanza di cibo, combustibile e farmaci. Ma questa gente non mollò. Ero con Chavez, a San Carlos, nel centro agricolo del paese, mentre, in risposta al sabotaggio, iniziava a distribuire ai contadini milioni di ettari sottratti ai terratenientes improduttivi e redditieri. Poi entrò nella modestissima casa di una campesina e la scoperse senza mobili. La poveretta, costretta dal blocco economico, si era dovuta ridurre a bruciare il suo arredamento per cucinare e scaldare la famiglia. Ma, irriducibile, ribadì al presidente la sua identità di chavista. Oggi, sette anni e mezzo dopo, pur in mezzo alle mene di USAID, Cia, Dea, Ned, al terrorismo dei compari di Posada Carriles e ai milioni di dollari rifilati da Washington all'opposizione clericofascista, ringalluzitasi all'ombra della crisi, Chavez vince la sua quindicesima elezione.
Mi è anche capitato di trovarmi in Ecuador (vedi il documentario "L'asse del bene"), poco dopo che l'insurrezione di massa dei famosi forajitos ("Fuori tutti!"), analoga a quelle che in America Latina hanno travolto i vecchi proconsoli coloniali di USA e UE, aveva cacciato il quarto presidente cialtrone di seguito, Lucio Guiterrez. C'era l'interregno del pallido Palacio e, poi, nel 2007, la vittoria trionfale di Correa. Dimessosi da ministro dell'economia, in contrasto con un presidente devoto all'iperliberismo e alle multinazionali del petrolio che stavano devastando e depredando l'Ecuador amazzonico, Correa mi anticipò quello che sarebbe diventato il suo rivoluzionario programma di governo: riforma agraria, unghie tagliate alle multinazionali, petrolio da farsi pagare per lasciarlo in seno alla pachamama, in mano pubblica tutti i servizi e le produzioni strategiche, diritti delle popolazioni native, chiusura della base yankee di Manta, la più grande della regione, redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti da sempre esclusi, integrazione latinoamericano nel segno dell'ALBA, fronte dei paesi progressisti. Tutto da quasi 4 anni avviato alla realizzazione. Un'azione politica, economica, sociale, che a Correa assicura in questo momento circa il 70% dei consensi, ma che non poteva non provocare orticarie purulente in un establishment obamiano votato alla riconquista di quel cortile di casa che i due Bush avevano in grande misura perso, costi quello che costi, anche con un ritorno ai fasti cileni e argentini celebrati da Kissinger su un tappeto rosso liquido: sangue latinoamericano.
Con due colpi di Stato fascisti meticolosamente preparati alla luce della lunga tradizione imperialista, da Mossadeq ad Allende e a Zelaya, ma sventati in poche ore da masse venezuelane ed ecuadoriane rese coscienti dal loro nuovo destino di soggetti della politica e della storia, e con un solo golpe riuscito in Honduras, grazie al controllo delle masse incazzate da parte di dirigenti "non violenti" votati al negoziato con il boia, è ovvio che i revanscisti Usa non hanno messo tutte le loro uova nel paniere di militari e poliziotti addestrati al golpismo e al killeraggio dalla Scuole delle Americhe. Obama, che si è trovato in mano le patate bollenti di due guerre, Iraq e Afghanistan-Pakistan, irresolvibili e sempre più laceranti sul piano dell'immagine e dei costi economici, pur senza rinunciare allo strumento forza, anzi estendendolo in forma di terrorismo militare ad altri scacchieri come Yemen e Somalia, per l'America latina ha ritirato dalla naftalina vecchie forme britanniche di demolizione di popoli e nazioni. Dividere, frantumare quando non si può annichilire. E con il debito Usa a livelli himalaiani, il costo dello spostamento di ricchezza a Wall Street e al Pentagono pagato da milioni di disoccupati, senzacasa e senzasalute, quattro quinti del mondo inferociti contro il moloch USraeliano, meglio fondare la controffensiva imperialista anche sull'altra gamba, quella della destabilizzazione e lacerazione della coesione sociale, facendo leva su infiltrati, manipolatori, burattini e anche su identità e bisogni, veri o indotti, insoddisfatti. Vedi il Tibet e il Myanmar dei monaci, l'Iran dell'"onda verde" e di Neda Soltan (logorata, quella, da verità emerse, si sono inventati Sakineh che con l'amante ha ammazzato il marito e che mai è stata condannata alla lapidazione, pratica scomparsa dai tempi dello Shah!).
In Bolivia, dopo la vittoria di Evo Morales, poi consolidata alla grande dalle politiche sociali, dalla riduzione a termini accettabili delle multinazionali e dalla cacciata dalla DEA, custode del business Usa della droga (grazie anche a noti emissari nostrani come Arlacchi e Costa, distratti, a dire poco, gestori Onu di quella strategia), ho ascoltato i Bossi e Calderoli di Santa Cruz e degli Stati che facevano la ricchezza e il dominio dell'oligarchia, illustrarmi i loro piani secessionisti, istruiti dalla Cia e da neofascisti italiani e facenti leva anche su comunità indigene arretrate e intossicate da menzogne e promesse. Altre realtà indigene, nel nord stavolta, contrastavano il governo in nome di un'autonomia indigena, pur sotto Morales in corso d'opera, ma che da quelle parti si prefigurava come sopraffazione della questione di classe con motivazioni etniche, in vista dichiarata di una rottura degli stati-nazione esistenti e di una ricomposizione dell'unità indigena addirittura di dimensioni inca. Fenomeni analoghi si verificavano curiosamente in altri paesi dell'ALBA con forti presenze indigene, Venezela, Nicaragua, Honduras e, appunto Ecuador (mentre di tutt'altro segno è la rivolta degli indigeni contro il regime semidittatoriale e filo-Usa del Perù, o delle grandi organizzazioni honduregne raccolte nell'organizzazione dei Lenca, Copinh, in lotta contro golpisti, loro successori e imperialismo yankee). Questi indigeni Quando lo intervistai, l'allora presidente della CONAIE, federazione delle comunità indigene, Luis Macas, non fece affatto velo alle sue intenzioni di unificare i popoli ex-inca di Bolivia, Ecuador, Perù e Colombia, come precedenza assoluta rispetto ad altre questioni, di rilievo sociale o geopolitico. E di nuovo oggi, il partito ecuadoriano dei nativi in parlamento, Pachakutik, ha sostenuto i poliziotti golpisti, mentre la CONAIE si è spaccata, con per fortuna una maggioranza accorsa con altre moltitudini a manifestare contro il golpe e ad assediare caserma di polizia e parlamento. In tal modo a preparare il terreno delle forze speciali che, a colpi di mitraglia (tre morti, 70 feriti), hanno strappato Correa alle grinfie dei golpisti. L'immane folla che ha poi salutato il presidente riapparso sul balcone del parlamento annoverava una forte componente indigena. Esemplare dell'attrito tra Correa e parte degli indigeni, la loro rivendicazione di affidare l'acqua padanamente alle rispettive comunità, nel momento in cui il governo aveva pubblicizzato le acque del paese inserendole in un unico ente pubblico, in grado di sopperire a zone carenti di risorse idriche con il contributo di quelle ricche.
L'ambiguità delle organizzazioni delle comunità native si era affacciata una prima volta nel sostegno all"indio" Lucio Guiterrez, che poi aveva venduto il paese agli Usa con tutti gli indigeni dentro, e nella successiva imbarazzata loro assenza dal moto di popolo che aveva cacciato questo guitto di stampo berlusconiano. Racconto questo anche in risposta a certi "indigenisti" nostrani che, magari dimenticando orrori storici come quelli, sì subiti dai conquistatori, ma anche inflitti dagli imperi che ne furono cancellati, praticano la filosofia del "buon selvaggio", appena corretta dalla giusta considerazione per il suo protagonismo ecologico. Un paternalismo riveduto all'insegna dei valori indigeni assoluti, presentati come preminenti su multinazionalità e unità di classe. Per fortuna questi innamoramenti, acritici come lo è sempre quella psicopatologia (ricordiamoci l'infatuazione per Marcos, poi scomparso dalla scena), sono ampiamente sovrastati da una davvero impressionante rinascita indigena che corre per tutto il continente, dai Mapuche cileno-argentini ai Lenca del Honduras, ai Triqui del Messico e che lavora in unità e sintonia con tutte le realtà antimperialiste, rivoluzionarie, progressiste, qualunque sia la forza impiegata. Con il valore aggiunto di una coscienza umana e biologica, forse ignota ai lontani antenati, ma maturata in cinque secoli di stragi, emarginazione, autodifesa, salvaguardia ecologica, conoscenza del nemico.
Ci vogliono due mani per elencare gli incidenti, solo negli ultimi cinque anni, di velivoli delle compagnie legate alla Cia precipitati nei paesi centroamericani o nei Caraibi e scoperti zeppi di cocaina. Basta il fiuto del bassotto Nando per scoprire che la mattanza di migranti ai due lati delle frontiere con Guatemala e Usa non impedisce per niente il transito del prodotto droga e del suo corredo di capitali (si ragiona su un trilione all'anno) e neanche il confortevole usbergo dei grandi boss nei Cinquestelle di El Paso, o la libera vendita di armi da guerra e corredo da sicario negli spacci di quella città dal lato buono della frontiera. Basta un passaggio per i tribunali di Dallas per capire quanto volentieri i boss catturati in Messico amino farsi estradare negli Usa: pluriassassini, sadici stupratori, trafficanti di donne, spacciatori di tonnellate di morte ai giovani statunitensi, che passano dai vent'anni comminati da qualche residuale giudice onesto in Messico, ai due anni, o giù di lì, grazie al "Sogno americano".Ecuador, Perù, Colombia, Centroamerica e Caraibi, Messico: e per queste terre che deve correrere il narcodotto - parallelo a oleo-e gasdotti e agli armidotti - che alimenta il consumo della maggiore piazza del mondo, gli Usa, i relativi profitti destinati alle banche e ai ceti, più o meno criminali, sostenitori della cupola economico-militare, con in sovrappiù il pretesto della "Guerra al Narcotraffico" funzionale, come le parallele "guerre al terrorismo", all'espansione imperialista e alla decimazione di classe interna. Un percorso che, nell'altro emisfero, va dall'Afghanistan-Pakistan all'Iraq e al centro asiatico, ai Balcani (il Kosovo l'hanno inventato apposta), all'Europa. Munifici condotti che, in sincronismo con armi, petrolio, agrobusiness, puntellano la bancarotta finanziaria Usa e depredano il mondo lungo le linee di controllo Usa-Ue. Con i golpisti in Honduras e Calderon in Messico, si è saldata la rotta degli stupefacenti, si è consolidata e rafforzata la presenza militare Usa in funzione "antidroga", si è riusciti a criminalizzare e quindi a rendere ricattabili o obbedienti le classi dirigenti. Il golpe in Ecuador doveva creare il terminale sud del percorso, ai piedi di un Perù che sta minacciando il primato colombiano della produzione, e in vista della perfettamente riuscita costituzione del terminale nord, messicano. Insegnando a Calderon il "Metodo elettorale Bush-Karzai-Maliki", i maestri gringos erano riusciti a spostare un milione di voti e la vittoria dal "sinistro" Lopez Obrador al destrissimo capo del PAN (Partido Accion Nacional) Felipe Calderon, oggi conclamato padrino del più grosso cartello di narcotrafficanti del paese, Sinaloa. Quattro anni di Calderon, dopo i sei solo di poco meno catastrofici e delinquenziali di Vicente Fox, hanno significato il crollo nella miseria di oltre metà dei messicani, il dilagare dei cartelli e delle bande di sicari, la corruzione universale, la repressione delle lotte sociali, il 47% di disoccupati, 7 milioni di giovani senza istruzione e senza lavoro, ambiti dal narcotraffico, 30mila morti dal giorno dell'insediamento dicembre 2006, 600 donne ammazzate solo a Ciudad Juarez. Ma di questo vi parlerò prossimamente nel dettaglio. Ebbene, a Correa e al popolo dell'Ecuador è riuscito di evitare lo stesso destino. Teniamo alta la guardia: i gringos ci riproveranno.
La becera arte della provocazionePer chiudere non si dovrebbe tralasciare di ricordare - e lo farò, con altri, all'infinito - cosa si trova nel nido dell'imperialismo, da quale uovo è sgusciato l'avvoltoio. Per fare all'America Latina e, prima, all'Iraq, all'Afghanistan, e via via a tutto il mondo, quello che gli Usa e i loro famigli europei hanno fatto e vanno facendo, occorreva solo una grande, una formidabile idea. Quasi quasi pari all'invenzione di dio. Un'idea trasudante tanto sangue e tanta morte da far ammutolire, paralizzare, robotizzarsi, l'intera società umana (ma ci sono solo riusciti con noi, i cittadini della "Comunità internazionale", il 7% dell'umanità, quella con le tv): gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, Osama Bin Laden, gli islamici tutti terroristi, Londra, Madrid, Casablanca, Amman, Bali, fino ai farlocchi sugli aerei cui avevano riempito le scarpe o le mutande di polvere da mortaretti. E fino, giù giù, a Maurizio Belpietro, salvato da un'eroica scorta dal tentato assassinio di uno proveniente dalle file -scommettiamo? - degli islamici, o degli anarcoinsurrezionalisti dai legami con la Fiom.
Quando le patacche sono vernacolari
Già, Belpietro, sorridente e soddisfatto nella bambagia di un coro universale (attenzione: unanimità vuol dire "destra") di inorridita e indignata solidarietà. Belpietro tranquillo e sereno in casa sua, a meditare per la prossima edizione di "Libero" sulle palle di veleno da sparare nei coglioni al primo antiberlusconiano tra i piedi. E fuori, nella tromba delle scale, la mortale minaccia che incombe sull'ignara preda: il giornalista onesto, trasparente e libero, impegnato a battere (è il termine) il marciapiedi delle virtù civili e professionali. Ma la scorta, oh quanto opportuna!, veglia sulla vittima predestinata. Impedisce il sacrilegio e il sacrificio. Uno di loro, tutto solo sulle scale, "sente un clic e spara a"...boh. Spara tre volte, ma da iperaddestrato cecchino delle forze speciali, manca tre volte il bersaglio. Che svanisce nella notte. Forse ancora stupefatto che uno sconosciuto gli abbia sparato sulle scale, mentre andava a trovare un amico. Sempre che questo spettro abbia corpo. Il caposcorta lo ha visto solo lui, gli è bastato un "clic" per sparare addosso a una persona che da esperto tiratore non ha beccato, che gli è sfuggita sotto al naso, che non ha potuto uscire dal portone perchè vigilato, che avrebbe dovuto saltare dal 4° piano e poi superare un alto muro fiancheggiato da una siepe che risulta...neanche sfiorata. Miracoli di un gorilla venuto alla notorietà per un presunto attentato al giudice D'Ambrosio, mai esistito e, quindi, promosso e investito della protezione del combattente per la libertà Belpietro. Un film che avrebbe fatto sganasciare dalle risate il tristissimo Buster Keaton. Ma l'arte della provocazione pataccara funzona. Non tanto per il pataccaro, quanto per l'imperturbabile dabbenaggine di chi gli crede, o comunque gli va appresso.
Insomma, nel tripudio dei solidaristi, non riesce a farsi largo neanche il più misurato dei dubbi. Proprio come quando occludono lo sguardo se si tratta di sprofondarlo nelle voragini della storiella dell'11/9 e seguenti. Oppure su una storiaccina che fa acqua da tutte le parti, compresa la logica del cui prodest, da non trascurare dove i cattivi e i carnefici hanno imparato a farsi passare per buoni e per vittime, specialmente quando hanno commesso qualche nefandezza, o si trovano in penuria di consenso. Il capostipite moderno è Israele. Ma anche Berlusconi, con quella statuetta del duomo, da buon apprendista stregone, ha imparato. E anche Maurizio Belpietro. Tramutato da pitbull, addestrato a terminare nemici, in pecorella sacrificale. I creduloni - e gli opportunisti - lastricano la strada alle puttanate. Sodomizzati e contenti.
Tranquilli. Aspettiamoci di peggio. I minchioni dell'anti-complottismo gli lastricano la strada. Troveranno una cacca del topo di casa Belpietro a casa vostra, o a casa mia.














Ero in Honduras pochi giorni dopo il golpe Usa del 28 giugno 2009.