mercoledì 18 aprile 2012

Palestina, non solo!




Ogni propaganda deve essere popolare e il suo livello intellettuale deve essere adattato all’intelligenza più bassa tra quelle cui è indirizzata. Di conseguenza, quanto è più grande la massa che si vuole raggiungere, tanto più basso deve essere il suo livello intellettuale.(Adolf Hitler, Mein Kampf)
La verità deve essere ripetuta costantemente, poiché l’errore è predicato ininterrottamente, non solo dai pochi, ma dalla moltitudine. Nella stampa e nelle enciclopedie, nelle scuole e università, ovunque l’errore tiene banco e si sente soddisfatto e a suo agio nella certezza di avere dalla sua la maggioranza. (Wolfgang Goethe)
La verità che rende gli uomini liberi è perlopiù la verità che gli uomini preferiscono non sentire. (Herbert Sebastian Agar)

Norimberga, antisemitismo e gli altri

Non ero ancora riuscito a metabolizzare l’infamia di una Gabanelli che, in Report, ha glorificato il carnefice sociale Mario Monti, la sorveglianza totale e la dittatura delle banche attraverso l’abolizione del contante (modello “Saviano”: si costruisce l’eroe su qualcosa di sopportabile e scontato, poi si piazza la botta reazionaria) che, ieri sera, ho assistito su Rai Storia all’ennesima glorificazione del più nefando dei procedimenti giudiziari, il processo di Norimberga. Una roba che al confronto Torquemada e l’Inquisizione si fanno Pool Mani Pulite. L’aberrazione del processo dei vincitori sui vinti, corresponsabili storicamente i primi di nefandezze insuperabili, e le scellerate impiccagioni degli avversari, hanno spianato la strada ai linciaggi di resistenti come  Milosevic, Gheddafi, Saddam. L’unica espressione di verità e di giustizia, in quel guazzabuglio di illegalità che ha segnato le vendette del 1946, è stata la definizione della guerra d’aggressione come massimo crimine contro l’umanità. Quanto sia stata rispettata dai giustizieri di Norimberga è sotto gli occhi di tutti. Sia chiaro, non ho indulgenze da offrire alla dittatura nazista, ai suoi assalti ai popoli, alla sua persecuzione delle minoranze, alla sua desertificazione culturale. Ma va precisato, alla faccia (sporca) di quella trasmissione, che praticamente le uniche vittime poste alla base di quelle condanne sono stati gli ebrei e il massimo delitto l’antisemitismo dei gerarchi nazisti. Nessun accenno né alla liquidazione di quel milione di tedeschi,  comunisti, socialisti, democratici, che si immolarono nella lotta contro il nazionalsocialismo, né delle centinaia di migliaia di rom, omosessuali, disabili, diversi, giustiziati, o periti in carceri e campi. Appena un sorvolo sullo sterminio di centinaia di migliaia di civili tedeschi, vecchi, donne, bambini, nelle città disarmate, incenerite dal tritolo e dal fosforo di Churchill e Roosevelt.

La Rosa Bianca, organizzazione dei giovani studenti antinazisti tedeschi decimati nel 1942-43
Nell’epoca in cui le trasfusioni di sangue all’antisemitismo d’antan vengono combinate alle provocazioni terroristiche di regime, mascherate di antisemitismo, tipo la strage della scuola ebraica a Tolosa in Francia (servite a Sarkozy, quanto a Bush le Torri Gemelle e quanto avrebbero dovuto servire ad Aznar in Spagna, per stringere il cappio poliziesco sulla propria società), sarebbe ora di spuntare una volta per tutte quest’arma, tanto micidiale quanto truffaldina, a difesa dei crimini di Israele. Né gli ebrei vittime del nazismo (e dei propri dirigenti sionisti collusi), né gli ebrei di Israele sono semiti, se non quando si tratta di arabi nei secoli convertiti all’ebraismo. Storici, addirittura israeliani, ora ovviamente  banditi, hanno dimostrato oltre ogni dubbio l’origine euro-caucasica di queste genti e l’implicita panzana del “ritorno alla terra dei padri”. Se di antisemitismo si può parlare, perciò, si tratta di quello che dai presunti semiti ebrei viene inflitto, in combutta con l’imperialismo occidentale, a 300 milioni di arabi, questi, sì, autentici semiti.

Un confronto con quanto gli imputati di Norimberga hanno inflitto all’umanità, sia consentito non solo per i crimini che i loro giudici colonialisti  hanno commesso in giro per il mondo negli stessi anni. Se del nazismo, durato 12 anni, si parla come del “male assoluto”, e qualsiasi ermeneutica ci dice quanto stolta e strumentale sia la definizione, se guardiamo a durata e portata dei crimini contro l’umanità – nel nome di Cristo! - vediamo ergersi come protagonisti assoluti degli ultimi cinque secoli quasi unicamente classi dirigenti anglosassoni e latine, non di rado con il consenso dei loro popoli. Si va dal genocidio totale di quanti vivevano nelle Americhe, ai 20 milioni sterminati dai belgi in Congo, al terzo dei libici trucidati dai fascisti, allo sfoltimento dei popoli operato dalla corona britannica, o da quella olandese. Basterebbero queste azioni da evasi dal manicomio criminale a delegittimare qualsiasi pretesa dei boia di Norimberga a ergersi a giudici di chicchessia. Ma a rafforzare la sproporzione tra i nazisti e i loro 10 anni totalitario-bellico-razzisti, c’è l’immane, orrenda decimazione dell’umanità (e dell’ambiente con tutte le sue vite) compiuta da allora e tuttora in corso, con un’escalation che promette l’apocalisse finale. Protagonisti sempre gli stessi, i giudici-giurati-boia di Norimberga. Con colui che si erge a capostipite e culmine di tutte le vittime a far da mosca cocchiera, infierendo su palestinesi e popoli a portata di missile nucleare.

TUTTI IN PALESTINA, NESSUNO IN LIBIA E SIRIA
E qui, con il massimo rispetto per i miei amici che hanno concorso alle iniziative filopalestinesi in successione, Flytilla, Flottilla, Marcia su Gerusalemme, e che hanno comunque raggiunto il risultato di evidenziare su qualche medium la faccia ottusa, proterva, fascista, dell’ “unica democrazia mediorientale”, c’è da porre una domanda, quanto meno agli organizzatori. Quale coerenza c’è in questa solidarietà rigorosamente monotematica che, mentre denuncia la ferocia del carnefice e le sofferenze della vittima, ignora ciò che di identico e anche peggio succede lì, a pochi passi? E ignorasse soltanto! Moraleggiando con altisonante linguaggio Nato, sionista, petromonarchico, i portavoce di questa solidarietà con un popolo oppresso e fatto a pezzi, si sono lanciati a testa bassa contro popoli cui la soluzione finale annunciata ai palestinesi è stata già, o sta per essere, inflitta. Paradosso supremo: trattasi di popoli  e Stati che erano gli ultimi a sostenere fattivamente e politicamente la Palestina e che al rullo compressore del cannibalismo colonialista si opponevano in disperante solitudine. Solidarietà a corrente alternata. Solo per vittime inermi, confortate da un discreto consenso pubblico.

 Marwan Barghuti

Che di questa schizofrenia, per usare un eufemismo, la ragione stia nel fatto che libici e siriani combattono, mentre i capi palestinesi, rifugiatisi in Qatar, hanno smesso? Non dovrebbe essere allora, denunciata, con il diritto che spetta agli internazionalisti, la sciagurata resa e complicità, oggettiva o soggettiva, dei dirigenti palestinesi tutti? Di quelli che si allineano con i massacratori del proprio e dei popoli fratelli? Di quelli che hanno represso e spento la grandiosa capacità di resistenza dei palestinesi che, per oltre mezzo secolo, ha confortato la speranza  e voglia di libertà di tutti? Di quelli che circolano liberi e ben nutriti tra Doha, Tel Aviv, Bruxelles, perché sono gli inservienti dei domatori del circo? E non si dovrebbero, come fanno i cubani per i Cinque rinchiusi da 14 anni nelle carceri Usa, lanciare campagne mirate, ossessive, per la liberazione di palestinesi che non si sono piegati, a cominciare da Marwan Barghuti, sei ergastoli, scambiato da un decadente Arafat per l’illusione della sua sopravvivenza?
Senza dire che separare il destino dei palestinesi da quello collettivo della nazione araba, laica e sovrana, o di quel che ne rimane o rimaneva in Libia e Siria, significa staccare un corpo dai suoi arti, o meglio, un arto dal proprio corpo. Perfetta logica leghista. Ribadisco la mia stima e la mia ammirazione per i compagni che hanno partecipato in perfetta e sacrosanta buonafede a quest’impresa, indubbiamente in assoluto opportuna. Ma mi chiedo anche se a qualcuno di loro, che so coinvolti quanto me nell’avversione alle aggressioni Nato a chiunque, non sia venuto il sospetto che questo intensificarsi di iniziative di esclusiva solidarietà con il popolo palestinese, mentre lì accanto, simultaneamente, venivano bruciati paesi, uccisi Stati antimperialisti, sterminati popoli fratelli dei palestinesi, possa avere avuto, consapevole o non, un intento di distrazione, di depistaggio, di occultamento con quanto proprio i nemici dei palestinesi stavano compiendo di ancora più orrendo. Non c’è qualcosa di ambiguo nello spedire tutte le autobotti antincendio verso quegli alberi che un’opinione ormai prevalente ritiene da salvare, mentre tutt’intorno brucia un’intera foresta, sulla quale invece l’opinione prevalente non interviene e, peggio, regge il moccolo ai piromani?

di Enzo Apicella

Guenter Grass
La fenomenologia Saviano-Gabanelli impera nell’epoca dei travestimenti. E’ diffusissima nella comunità ebraica nazionale che, ahimé, non conosce le valorose “diserzioni” di altri ebrei, tipo Pappe, Sands, Finkelstein. Il meglio, perché più astuto, che da noi  si manifesta è un Moni Ovadia, o un Schuldiner (quello del “manifesto”), il peggio i Lerner, Mieli, Pirani, Mafai (eroina da morta, come usa in questo paese dei tarallucci e vino, seppure effettiva sionista e revisionista anticomunista). Tutti di sinistra, ci mancherebbe.Tutti con la lacrima sul ciglio e il temperino sguainato quando si tratti di immigrati, zingari, precari e donne. Tutti con la fronte corrugata davanti agli “eccessi” di Olmert, o Sharon, o Netanjahu. Tutti allineati e coperti quando si tratta di antisemitismo autentico, quello contro Gheddafi, appunto, o contro Ahmadi Nejad, o Assad, o l’ultimo “black block” palestinese. Chi, come Pirani (Repubblica), da Marò assaltatore, chi da vivandiere, chi nelle Riserva. Cartina di tornasole, se ce ne fosse stato bisogno in un sessantennio di scelleratezze nazisioniste, la poesia di un grande scrittore, ahilui!, tedesco, Guenter Grass, e di una sua poesia che, per fortuna dei palestinesi, ha squarciato la rancida ipocrisia di un’ufficialità germanica che giustifica la sua complicità con i genocidi addossandosi una colpa collettiva che, razzisticamente, si vuole perpetuata nei secoli. Cosa ha fatto l’autore del “Tamburo di Latta” di così riprovevole da aver scatenato la sortita dal vespaio di quello stormo di insetti velenosi che poco mancava chiedessero anche per questo tedesco “antisemita” la sorte di Goering e Keitel? Una cosa addirittura lapalissiana: basta con le coperture delle nefandezze dello Stato israeliano, basta con i sommergibili atomici tedeschi per l’attacco israeliano all’Iran, basta con i due pesi e le due misure che fanno sorvolare sull’incontrollabile arsenale nucleare del più aggressivo Stato della regione, mentre minacciano di sterminio chi col 20% di arricchimento dell’uranio arriva al massimo a produrre medicinali. Ha più strappato vesti al corpo deforme del re, Grass, con quel suo componimento (potete ritrovarlo in un post precedente), che tante chiacchiere di solidaristi strabici.

Anatema. I furbetti del quartierino sionista, Ovadia, Schuldiner, resa liturgica e scontata critica agli eccessi del regime oppressivo e razzista di Tel Aviv, aggiustano il tiro sullo sciagurato malfattore, riproponendo la vulgata dell’Ahmadi Nejad che si propone di “cancellare Israele dalla faccia della Terra” (mai detto; auspicata era la comprensibile e condivisibile eliminazione, non del popolo israeliano, ma del regime fascistoide sionista. Niente di più di quanto ogni democratico si augurava rispetto ai nazifascisti) e che, indubbiamente, punta a dotarsi di ordigni nucleari. Non una parola sulla mancata firma (data invece dall’Iran) al Trattato di non proliferazione e sul rifiuto israeliano di far ispezionare all’AIEA le almeno 200 bombe atomiche minacciate su urbi et orbi da un regime da sessant’anni con la bava di guerra alla bocca. Mario Pirani non si fa nemmeno scudo del fervorino sugli eccessi di un Netaniahu. Con un’improntitudine degna di miglior causa, l’inviperito editorialista della Repubblica, titola “Grass è antisemita, ma se ne vergogna” e poi giù una sequenza di contumelie che in qualsiasi tribunale non di regime gli garantirebbero provvedimenti penali e civili da farlo zittire per sempre. Il minimo che all’onesto Grass è imputato e di far parte di una consorteria criminale che “nega l’olocausto, paragona Israele al nazismo, compie attacchi velenosi all’ebraismo e da secoli, con reazionari di destra e razzisti di ogni risma si vantavano della loro maledizione contro il popolo deicida”. Di più, Grass è messo a fianco di un Ahmadi Nejad  che “proclama pubblicamente e ripetutamente la volontà di distruggere Israele, mentre ha dato vita a un programma in atto per disporre di un apparato nucleare in grado di minacciare un secondo Genocidio” e le cui “milizie schiacciano nel sangue ogni resistenza democratica della gioventù iraniana”. Questa sequela del più rozzo mossadismo, tanto pateticamente vittimista quanto oscenamente diffamatori0,  culmina poi nella vertiginosa aporia per cui chi fa poesie del genere lo fa per “assolversi dall’antisemitismo di chi sogna la distruzione dell’entità ebraica”. Forse per Grass la sorte degli impiccati di Norimberga è anche poco. Come lo è quella che la democrazia israeliana commina a minorenni palestinesi carcerati e torturati, ai civili bruciati col fosforo, alle città rase al suolo, al popolo di “ratti e scimmie” da far sparire. Il “male assoluto” è una stronzata. Il che non impedisce a Pirani di sguazzarci.

Palestina

Mi rimane nel gozzo, infine, l’affermazione di un mio gentile commentatore che alla denuncia poetica del nuclearismo bellico israeliano da parte di Grass riserva la demolitrice rampogna di qualcosa di brutto che lo scrittore avrebbe detto “vent’anni fa”. Già, e io a 10 anni ero balilla, per cui tutto quello che ho scritto oggi e fatto durante mezzo secolo con parole e immagini è irrimediabilmente da scornacchiare e buttare. Mi viene in mente il povero Waldheim, unico segretario generale dell’ONU che non abbia fatto da lacchè a Washington e alla combriccola delinquenziale che si autodefinisce “comunità internazionale”. Mal gliene incolse: da adolescente era stato richiamato nella Wehrmacht. Gran trovata quella dell’indelebile peccato originale! Meglio Ban Ki Moon, o Kofi Annan: non sono mai stati né balilla, né Hitlerjugend, né sedicenni SS.
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Aggiungo alcuni elementi utili arrivatimi in questi giorni, in particolare su Siria (dove oggi il mercenariato Nato-Al Qaida-dittatori del Golfo sta tentando in tutti i modi di sabotare il pur fasullo piano di pace di Kofi Annan), e sull’Eritrea, unico Stato del Corno d’Africa ancora renitente alla subalternità colonialista. C’ anche una citazione di Beppe Grillo. La foto qui sotto vede stringersi la mano e gli intenti due giustizieri di libertà, sovranità, giustizia sociale. Quello a sinistra è il dittatore e padrone del Qatar, sicario Nato in Siria, assassino della Libia,  e metastasi reazionaria di tutto il Medioriente. Quello a destra è l’uomo Nato- Goldman Sachs per la soluzione finale in Italia.


COMUNICATO RETE NO WAR, con preghiera di diffusione
lunedì 16 aprile un gruppo di militanti della rete NO WAR è stato identificato e allontanato dalla Polizia mentre protestava all'ingresso della palazzina di Villa Doria Pamphili a Roma, al cui interno il presidente del consiglio Mario Monti stava ricevendo con tutti gli onori l'emiro del Qatar, monarca di uno staterello petrolifero feudale e mediovale, dove i diritti civili non sono garantiti.
L'emiro del Qatar, servendosi della rete televisiva Al Jazeera da lui controllata, ha contribuito in maniera decisiva alla campagna di disinformazione che è servita a giustificare l'attacco della NATO alla Libia, cui il Qatar ha direttamente partecipato con aerei, ed istruttori e finanziamenti ai ribelli.
Oggi il Qatar, insieme ad altre petromonarchie feudali e mediovali, com l'Arabia Saudita, sta svolgendo lo stesso copione in Siria, sia attraverso una nuova campagna di disinformazione, sia armando e sostenedo le bande di mercenari ed integralisti islamici che tentano di destabilizzare con la violenza il governo laico e repubblicano della Siria.

Siria: No ad un’altra Libia
Noi, presenti all’Assemblea contro la guerra alla Siria, tenutasi a Napoli, a Palazzo Giusso, il 19 marzo 2012:

·         di fronte alla forsennata campagna condotta dai mass media tendente a presentare come “inevitabile ed  umanitario” un imminente intervento contro la Siria;

·         di fronte al grave riconoscimento, da parte del governo italiano e dell’Unione Europea, del Consiglio Nazionale Siriano, che invoca l’intervento armato dell’occidente, quale “unico e legittimo rappresentante del popolo siriano”;

·         di fronte allo scatenarsi in Siria di scontri armati in cui la gran parte dei rivoltosi (il sedicente Esercito libero siriano ) sono pilotati, finanziati ed armati dall’Occidente e che, oltre a seminare lutti e distruzione, ostacolano una efficace lotta per un cambiamento non subordinato agli interessi occidentali e all’islamismo reazionario;

·         di fronte alla imminente aggressione che il nostro Paese si appresta a scatenare contro la Siria, anche con l’acquisizione di nuovi armamenti;

·         di fronte all’identico scenario che si profila per l’Iran, dove dopo aver tentato la carta della rivoluzione verde, ci si  prepara – con Israele come ariete –  a giustificare un bombardamento con i presunti pericoli derivanti dal programma nucleare iraniano

·         di fronte al silenzio complice delle “democrazie” occidentali sulla repressione compiuta dai loro alleati (Arabia Saudita, Bahrein) contro le rivolte di quei paesi e a quella israeliana nei confronti dei palestinesi

·         di fronte alla repressione della persistente mobilitazione espressa dal coraggioso popolo egiziano nella totale indifferenza di quelle stesse potenze.

Riteniamo non più rinviabile la presa di parola dei pacifisti italiani. L’assenza di opposizione e di mobilitazione contro l’intervento armato in Libia da parte del movimento, che in alcuni casi è diventata, in nome della difesa di una presunta primavera libica, uno schieramento netto a favore dei bombardamenti NATO, è stata pagata con morti e distruzione proprio dal popolo libico, ancora oggi vittima dei massacri portati avanti dagli ascari arrivati al potere grazie ai bombardamenti della NATO. Ma è stata ed è pagata dai lavoratori, dai precari, dalle donne dei paesi aggressori, Italia in primis, con il rafforzamento dei governi, le politiche di tagli e sacrifici nel mentre crescono a dismisura le spese militari.
Gli effetti di un’aggressione alla Siria ed all’Iran sarebbero ancora più devastanti. Non possiamo permetterlo. E’ ora di ridiscendere in campo ed opporsi fermamente a questa escalation con cui i governi, a partire dal nostro, stanno ridisegnando la spartizione del pianeta per tentare di uscire dalla crisi.
Per questo chiamiamo i sinceri pacifisti, gli attivisti, quanti si oppongono alle politiche del governo Monti e quanti sono schierati al fianco dei popoli oppressi dall’imperialismo, a  indire un’assemblea nazionale da tenersi a Napoli il 28 aprile, da cui far scaturire prime iniziative di mobilitazione contro l’intervento in Siria ed Iran. Tra queste, sin da adesso, proponiamo la convocazione di presidi da tenere davanti alle basi NATO ed italiane e alle sedi governative.

Invitiamo i singoli e i collettivi che lo condividono, ad aderire a quest’appello e a diffonderlo.

ASSEMBLEA NO WAR NAPOLI

Napoli 19 marzo 2012             Per info: assembleanowar.na@gmail.com                                 http://stopwar.altervista.org
I nostri avversari sono gli avversari dell'umanità.

Non è vero che abbiano ragione dal loro punto di vista:

il torto sta nel loro punto di vista.

Forse è inevitabile che siano così, ma non è

necessario che esistano.

E' comprensibile che si difendano, ma essi difendono

predatori e privilegi, e comprendere in questo caso

non deve significare perdonare.

Colui che è lupo fra gli Uomini, non è uomo, ma lupo.

Oggi che dalla semplice legittima difesa di masse enormi

stiamo passando alla battaglia finale

per il potere supremo,

"bontà" significa distruzione di coloro che impediscono la bontà.

                                                                                 
                                                                                           Bertolt Brecht



Anche in Italia, la feccia antisiriana dimostra chi sono.

I SIRIANI ALL'ESTERO VITTIMA DEGLI OPPOSITORI

Subito dopo l'estate tutti i giornali europei si premuravano a diffondere il rapporto di Amnesty International sui “Siriani all'estero vittima delle loro ambasciate”, salvo poi, ancora una volta, dimenticarsi di dare un piccolo spazio alle pronte smentite giunte dai diretti interessati.

Quello che, invece, nessun media si è curato di far presente è che in Italia da tempo si può assistere alla situazione contraria: ovvero sono i sostenitori del governo ad essere preda di minacce e ingiurie da parte degli oppositori del regime.

Il primo esempio, in questo senso, risale al 6 luglio quando un bar di Cologno Monzese è stato semi-distrutto da un gruppo composto da una ventina di persone guidate da esponenti dell'opposizione, che già da tempo minacciavano i proprietari colpevoli di essersi recati, proprio la sera stessa, a una manifestazione a sostegno del presidente Al-Assad e del suo programma di riforme contro ogni ingerenza straniera. I due siriani cristiani, oltre agli ingenti danni morali e economici, sono stati pesantemente malmenati dal gruppo e uno dei due ha riportato ben undici punti di sutura alla nuca. Colpito anche un altro amico siriano alawita che li accompagnava e che ha rimediato anche l'auto distrutta.
E' bene ricordare che quel locale, fino a pochi mesi prima (prima che in Siria scoppiasse quella che molti si ostinano a definire "primavera") era un punto di ritrovo per l'intera comunità siriana che conviveva, in Italia esattamente come in Siria, senza screzi.

Dopo un periodo di calma apparente, durante il quale il gruppo di oppositori si limitava a frecciatine, più o meno velate minacce durante le manifestazioni di piazza o sulla rete, la situazione è andata acuendosi nelle ultime settimane e si è palesata in due nuove spregevoli aggressioni. La prima risale alla sera del 25 febbraio quando un gruppo di cinque persone si è recato sotto casa di un sostenitore del governo "colpevole", dal loro punto di vista, di essere sunnita e non appartenere alle fila degli oppositori e, con un tranello, lo hanno invitato a scendere e tentato di aggredire armati di manganelli e coltelli; non riuscendo a colpire la vittima predestinata - che fortunatamente è riuscita a riparare in casa per tempo - si sono sfogati sulla sua auto (mezzo che, come gli aggressori ben sapevano, gli è fondamentale per poter lavorare) distruggendone i vetri, ammaccando la carrozzeria e tagliando tutte e quattro le gomme. Non contenti il giorno seguente lo hanno nuovamente minacciato al telefono, dicendogli che sarebbero tornati quella sera per finire quanto avevano lasciato in sospeso.

A un altro ragazzo, sempre in prima fila nelle manifestazioni pro-governo, è stato riservato un altro trattamento: invece di prendersela direttamente con lui, cercano di convincere il responsabile del luogo di lavoro che se non lo licenzia ne subirà le conseguenze.

Il secondo atto, invece, si è consumato nuovamente di fronte al locale di Cologno Monzese, questa volta a farne le spese è stato un siriano alawita (tengo a precisare ogni volta l'appartenenza religiosa non perché i siriani ci tengano particolarmente, ma solo perché da quando è scoppiato questo caos per una parte dell'opposizione il credo sembra essere diventato fondamentale), promotore delle manifestazioni nel nord Italia a sostegno del governo di Assad. Dopo le bestemmie religiose e le pesanti minacce, un gruppo - che in questo caso si è trasformato in vero e proprio branco - di una cinquantina di individui ha cercato di attaccarlo, provvidenziale è stata la possibilità di rifugiarsi nel bar fino all'intervento delle forze dell'ordine. Ne sono seguite ulteriori minacce personali e a tutti i partecipanti - siriani - delle manifestazioni milanesi contro la rivolta ("Non organizzate altre manifestazioni a Milano, altrimenti, a chiunque parteciperà, noi taglieremo le gambe", è stato dichiarato al telefono).

Aggressioni vili ed agghiaccianti, soprattutto se si pensa che a perpetrarle sono state le stesse persone che si ergono continuamente a difesa dei vessilli di libertà e democrazia.

Un caso che, benché non ritenuto degno di nota da parte  dei media "embedded" (forse perché troppo in contrasto con l'immagine che l'opinione pubblica si è creata sulla Siria), costituisce di certo un buon esempio che deve far riflettere sulla vera natura che si nasconde sotto questa rivolta e alcuni - molti - dei suoi esponenti.

E, purtroppo, casi non isolati: moltissimi, infatti, sono gli esempi di siriani che, dopo aver preso parte a manifestazioni filogovernative ed essersi esposti personalmente senza paura di esprimere il loro punto di vista, sono poi stati minacciati o aggrediti telefonicamente o via web da questi “pacifici e democratici” esponenti della corrente opposta.

Ma questi casi, chissà come mai, non interessano le grandi associazioni che operano per la difesa dei diritti, le istituzioni e i media che operano nel nostro territorio. Peccato, perché potrebbero aiutare ad aprire nuovi spiragli per analizzare in modo più completo e oggettivo la crisi siriana, o, forse, è proprio questo che si sta cercando di evitare?

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Note sui recenti attacchi dell'esercito etiope in territorio eritreo
Mattia Gatti

Alcune agenzie hanno riportato in questi giorni i comunicati con cui il governo etiope ha rivendicato attacchi militari in territorio eritreo, “contro basi terroristiche”; si tratta delle prime azioni militari compiute dopo la fine della drammatica guerra svoltasi 1998 e il 2000.[1] Gli eritrei sono stati accusati di essere responsabili di azioni avvenute in territorio etiope; in particolare lo scorso gennaio nella regione dell'Afar sarebbero stati uccisi cinque turisti europei e ne sarebbero stati rapiti altri quattro; si noti come la stampa, nonostante la confusione con cui è stata data la notizia (tanto che inizialmente era citato un italiano tra i turisti uccisi) non ha esitato a riportare la versione etiope dei fatti senza sentire la necessità di verificarla.[2]
L'Eritrea ha sempre risolutamente negato qualunque appoggio a gruppi terroristici e ha accusato l'illegittimità (peraltro evidente) degli attacchi compiuti dall'esercito etiope, ma ha anche affermato la volontà di non voler reagire trascinando l'intera regione in una guerra[3].
I mezzi di informazione si sono occupati dell'Eritrea e delle controversie con l'Etiopia poco e male negli ultimi anni spesso dando origine a vere e proprie mistificazioni che tendono a confondere aggredito e aggressore[4]; mi pare quindi opportuno provare a fornire al lettore alcune notizie ed alcuni dati che possano aiutare a comprendere meglio le origini del conflitto e più in generale la situazione del corno d'Africa.

Come si è conclusa la guerra tra Etiopia ed Eritrea del 1998-2000

Nel 1998 l'esercito etiopico è penetrato in Eritrea compiendo brutalità e distruzioni assolutamente ingiustificate sui civili. Ne è seguita una sanguinosa guerra che si è conclusa in seguito agli accordi di Algeri (18 giugno 2000), questi  prevedevano tra l'altro la formazione di una commissione per provvedere alla definizione della demarcazione del confine (Eebc - Eritrea and Ethiopia Boundary Commission) sulla base di alcuni trattati coloniali.
La decisione di questa commissione si concretizzò nel marzo del 2003, sancendo il diritto di appartenenza eritrea sul villaggio di Badme, la cui gestione era stata alla base dell’ultima guerra.
L’Etiopia ha però sempre rifiutato di accettare questa decisione ed ha continuato ad occupare alcuni territori che avrebbe dovuto restituire senza peraltro subire nessuna sanzione da parte degli organismi internazionali.

Le sanzioni internazionali (contro l'Eritrea)

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel dicembre 2009 (con l'astensione della Cina[5] e il voto contrario della Libia) ed ancora nel dicembre 2011 (con l'astensione di Cina e Russia) ha approvato due risoluzioni che prevedono sanzioni contro l'Eritrea: in particolare un embargo sulla vendita di armi e di qualsiasi tipo di equipaggiamento militare e il congelamento di fondi, di azioni finanziarie e di risorse economiche all’estero, di alcune individualità eritree da designare da una apposita commissione che però non è mai stata in grado di definire alcunché.
Le motivazioni addotte a giustificare le sanzioni sono incentrate sul presunto sostegno economico e militare del governo di Asmara ai gruppi di opposizione armata al Governo federale di transizione somalo; non è stata  però fornita alcuna prova che dimostri la reale consistenza di queste accuse.
Alcune fonti anzi dimostrerebbero proprio il contrario tanto che l'ambasciatore statunitense in Etiopia mentre in pubblico gli USA sostenevano l'accusa in documenti top secret, come è emerso dalla pubblicazione dei file in Wikileaks, dichiarava che “il ruolo giocato dall'Eritrea in Somalia è probabilmente insignificante ”(Wikileaks file "Ogaden; Counterinsurgency Operations Hitting a Wall, Part 2. sect. 7.). Di sicuro in ogni caso le armi in Somalia provengono quasi totalmente dagli Stati Uniti e dagli altri paesi occidentali: donate al governo di transizione somalo e rivendute nel mercato nero ad ogni fazione in lotta. [6]
In merito alla questione somala su cui ritornerò in conclusione è utile da subito sottolineare anche il  reale e dimostrato interesse del governo eritreo che da anni propone soluzioni diverse da quelle, ad oggi come è evidente fallimentari, messe in atto dalla cosiddetta comunità internazionale.
In particolare, secondo gli eritrei, è necessario dare vita ad “un processo politico che non dovrebbe escludere alcuna formazione somala o gruppo che volesse partecipare al processo (...) l'obiettivo finale del processo politico dovrebbe essere la ricostituzione della Somalia e la costituzione di un governo effettivo e sovrano che difenda gli interessi del popolo somalo”[7].

Eritrea e  terrorismo

Come abbiamo visto gli eritrei sono accusati di essere promotori di azioni terroristiche o di dare appoggio a presunti terroristi e il governo etiope utilizza questo pretesto per giustificare la sua politica di aggressione nei confronti dello stato vicino.
Anche in questo caso però è opportuno ricordare ancora una volta l'assenza totale di prove in questo senso ed anzi l'emergere di documenti che dimostrerebbero il contrario.
Il 16 settembre 2006 in seguito a un attentato avvenuto ad Addis Abeba (dove esplosero 3 ordigni) il governo etiope ha accusato il Fronte di Liberazione Oromo e soprattutto il governo eritreo, esattamente come nel recente attacco contrio i turisti.
Dalla lettura di altre fonti (anche in questo caso i file emersi con wikileaks) emerge però una realtà del tutto diversa secondo la quale l'ipotesi più probabile è che l'azione sia stata eseguita direttamente dalle forze di sicurezza etiopi al fine di accusare gli oppositori interni e l'Eritrea[8].
Può essere utile citare in questa sezione anche un altro caso di natura del tutto differente.
Il 23 dicembre 2010 quattro cittadini britannici sono stati arrestati dagli eritrei; la loro nave (dotata di sistemi d'arma tra cui fucili da cecchino) è stata intercettata dopo una sosta  nella costa eritrea e all'interno sono stati trovati fucili, pistole, dispositivi GPS, giubbotti antiproiettile e telefoni satellitari. In seguito gli inglesi, di cui due erano ex Royal Marines, hanno sostenuto di essere parte di una società che fornisce scorte armate in funzione antipirateria alle navi che transitano nel Mar Rosso e di essere sbarcati in Eritrea non volontariamente ma in seguito ad un guasto[9].
Indipendentemente dai dubbi che permangono su questa vicenda è opportuno porsi una domanda: come definiremmo una pattuglia armata in questo modo se fosse intercettata nelle vicinanze della costa inglese o di quella italiana? La verità è che i terroristi non sono quasi mai dove la stampa occidentale vorrebbe farceli trovare.  



Chi destabilizza la regione del Corno d'Africa in realtà

L'accusa più ricorrente e che in qualche modo comprende le “imputazioni” di cui abbiamo trattato nei paragrafi precedenti è quella secondo cui l'Eritrea sarebbe fonte di costante instabilità nell'area del Corno d'Africa.
Quella che emerge anche senza l'approfondimento che sarebbe necessario in una situazione così complessa ma con un semplice sguardo di insieme è però ancora una volta una storia del tutto diversa; bastino per ora due brevi considerazioni.
Innanzitutto è evidente che l'intervento occidentale (ed i costanti e ripetuti  interventi di stati africani, l'Etiopia in particolare su diretto mandato e dietro copioso finanziamento degli Stati Uniti) non ha oggettivamente aiutato la stabilità, se così non fosse, dato anche quanto è stato investito economicamente, la Somalia non sarebbe nella drammatica condizione di totale ingovernabilità in cui versa dal 1990. Io concordo con chi è giunto alla conclusione  che in realtà gli Stati Uniti dopo il fallimento dell'operazione “Restore Hope”nel 1992 non vogliano affatto stabilizzare la Somalia (e di conseguenza il Corno d'Africa) ma che anzi siano interessati a mantenerla nel caos per impedire ai concorrenti di negoziare vantaggiosamente con uno stato somalo ricco e potente ed inoltre per poter dispiegare la  flotta  NATO nell'Oceano Indiano con il pretesto di combattere la pirateria[10].
La seconda considerazione riguarda invece l'Eritrea stessa; nel momento in cui la si accusa di essere fattore di instabilità si rimuove infatti una verità che dovrebbe essere evidente a chiunque si sforzi di essere oggettivo nella sua analisi: l'Eritrea è il paese decisamente più stabile della regione.
In Eritrea si è sviluppata una convivenza pacifica tra le varie etnie e religioni, come sappiamo questo non è un dato scontato,  se dunque si vuole preservare la stabilità nel Corno d'Africa il primo passo dovrebbe essere quello di garantire il diritto all'integrità territoriale, all'autodeterminazione e alla pace del popolo eritreo.

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Tra alcune farloccate, anche gravi, Beppe Grillo è tra i politici su piazza l’unico che dica queste cose. E non si potevano dire meglio.

Nella canzone "O bella ciao" la prima strofa recita " Una mattina mi son svegliato/ o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!/ Una mattina mi son svegliato/ e ho trovato l'invasor". In questa canzone, bellissima e disperata, c'era la consapevolezza di aver perso la libertà e di volerla riconquistare a qualunque costo. Quella consapevolezza che manca ora e che ci sta trascinando verso una dittatura di fatto. Siamo stati governati da un Parlamento di nominati dal 2006, prima di essere oggi governati dal Nominato Unico, Rigor Montis, primo caso nella storia delle democrazie di un tizio divenuto senatore a vita e candidato premier in una notte. Di fronte alla scelta "Mercato o democrazia?" abbiamo optato per il Mercato. L'emergenza pretende scelte forti e condivise per il bene della nazione insieme a cittadini disinformati. E noi, che, seppur con qualche aiuto esterno, ci siamo liberati del fascismo, abbiamo abdicato alla nostra libertà per paura dello spread.
Barattare la democrazia per lo
 spread è qualcosa in cui si perde la ragione umana. Eppure ci siamo riusciti e ne siamo pure fieri. E' l'Italia dei nuovi cortigiani delle corti di Parigi e di Berlino, del Vaticano e del Quirinale. "Il cortigiano ha la testa di vetro, i capelli d'oro, le mani di pece greca, il corpo di gesso, il cuore per metà di ferro e per metà di fango, i piedi di paglia, il sangue una miscela di acqua e di argento vivo".
Siamo un popolo che tiene famiglia, ma anche Btp. "
Come si fa a non diventare dittatori in un paese di servi?" disse Benito Mussolini. Rigor Montis è diventato dittatore suo malgrado, è un dittatore inconsapevole. Un tecnico venuto dallo spazio profondo della Goldman Sachs che opera scelte politiche epocali come la revisione dell'articolo 18 aprendo di fatto la possibilità di licenziare nel settore pubblico e per le grandi imprese. E tutto va bene madama la marchesa. Ci stiamo vendendo l'anima del nostro Stato (che altro è infatti la democrazia?) per non fallire. Così almeno ci raccontano mentre falliamo. Hanno creato la Grande Emergenza per attuare la Dittatura Diretta senza referendum, leggi popolari e rappresentanti scelti dai cittadini. Gli spazi di democrazia sono azzerati. Senza un nuovo Risorgimento ci aspetta un Nuovo Fascismo (o forse c'è già?). Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure.




giovedì 12 aprile 2012

ARMAGEDDON SULLA VIA DI DAMASCO






Ciao a tutti, sono nati i gemelli, film e libro. Il primo racconta la guerra imperialista dei cinquant'anni, dal Vietnam fino all'assalto alla Siria compreso, dalle rivolte del'68 fino ai No Tav e agli Occupy Wall Street; il libro è centrato sui conflitti in Medioriente, Primavere arabe, guerre a Libia e Siria e guerra interna di classe.

Per ordinare il film o presentarlo con l'autore; visionando@virgilio.it. Per il libro, rivolgersi all'editore Zambon o ordinarlo in libreria.

venerdì 6 aprile 2012

Guenter Grass per tutti noi



Giorno della Terra: nazisionisti contro palestinese espropriato

Coloro che non si muovono non si accorgono delle loro catene
(Rosa Luxemburg)
Ogni qual volta ti trovi dalla parte della maggioranza, è tempo di fermarsi e riflettere.
(Mark Twain)


Buona Pasqua di resurrezione della più criminale fregatura della storia umana.


Ripropongo la recente poesia di Guenter Grass. C’è poco da aggiungere.


E intanto la fetecchia Abu Mazen dell’ANP, pur svergognato dai Palestine Papers che hanno rivelato la complicità della sua cosca mafiosa con il genocidio del popolo palestinese, mentre i nazisionisti moltiplicano gli insediamenti, obbedisce agli Usa e rilancia “negoziati” a perdere. E i rinnegati di Hamas e di tutte le organizzazioni palestinesi pugnalano alle spalle la Siria, ultimo baluardo dell’antisionismo in terra araba, per affidarsi alle cure e ai soldi del dittatore monarchico del Qatar, killer delle vere primavere arabe. E i filopalestinesi nostrani fanno kermesse pietistiche, agitando il coltello che anche loro brandiscono contro la Siria. Così non rimane che un tedesco onesto e uomo d’onore a dire quello che non si poteva dire meglio. Nemesi della storia.


Per questa poesia "Quello che deve essere detto", il grande scrittore e premio Nobel Günter Grass sta subendo in questi giorni gli attacchi più selvaggi e scomposti da parte dei soliti noti pennivendoli e lacché del pensiero unico.


Quello che deve essere detto - di Günter Grass

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt'al più le note a margine.

È l'affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un'atomica.

E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l'altro paese,
in cui da anni - anche se coperto da segreto -
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d'uso corrente.

Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l´esistenza di un'unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d'Israele
al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l´ultimo inchiostro:
la potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi - come tedeschi con sufficienti colpe a carico -
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più
perché dell'ipocrisia dell´Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un´istanza internazionale.(Il riferimento all’Iran è superfluo: sono anni che gli spioni dell’IAEA controllano  (N.d.r).

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia (imperialsionista. Nd.r.) ci sarà una via d´uscita,
e in fin dei conti anche per noi.

(traduzione di Claudio Groff dal blog di Annalisa Melandri http://www.annalisamelandri.it/2012/04/gunter-grass-quello-che-deve-essere-detto/)

martedì 13 marzo 2012

Sulla via di Damasco (con un appello di CSP)





Una stampa libera non esiste. Voi, cari amici, ne siete consci e io anche. Nessuno fra noi oserebbe dire la propria opinione liberamente e apertamente. Noi siamo le marionette che saltano e ballano quando quelli tirano i fili. La nostra abilità, la nostra capacità e la stessa nostra vita appartengono a quegli uomini. Non siamo altro che prostitute intellettuali. (John Swainton, nel suo discorso di commiato da direttore del New York Times).


Per il sollievo di molti, sono alcune settimane che non carico il blog. Non che mancassero gli spunti, soprattutto per invettive. In particolare contro quei sottopancia dei cannibali imperialisti che fanno girare appelli a sostegno degli scannatori della libera Siria e addirittura partecipano alle sparute chiassate allestite da cialtroni che si dicono pacifisti e poi sostengono il Consiglio Nazionale Siriano, il verminaio messo in piedi da Nato, Turchia e Fratelli Musulmani che insiste a invocare sulla Siria un intervento tipo Libia. Ho firmato, ma con riluttanza, l’appello per la Grande Marcia a Gerusalemme. Accanto a maleodoranti come il Campo Antimperialista, ci sono firme decenti. Tuttavia trovo non del tutto innocente l’intenzione degli ideatori di questa iniziativa. Come già al tempo dell’assalto e sterminio della Libia, trovai straniante che l’intero mondo della solidarietà con i popoli si concentrasse su una flottiglia per Gaza che, votata all’ovvio fallimento, puzzava di autoreferenzialità e di cortina fumogena per la propria ignavia sulla Libia fatta a pezzi.

Ora, mentre Nato e despoti del Golfo allestiscono in Siria, con la soldataglia Al Qaida, l’ennesimo bagno di sangue, l’ennesimo assalto della cupola mondialista alla sovranità nazionale, ecco che anziché marciare sulle ambasciate dei paesi boia, si marcia verso Gerusalemme. Sarà che qualcuno intende depistaggi dall’aria innocente? Sarà che la solidarietà con vittime che non lottano più (“viva la nonviolenza!”), e le cui organizzazioni, tutte, si arrendono e si pongono sotto tutela dei satrapi del Golfo, fiduciari di Israele e degli Usa (vedi Hamas e Abu Mazen, e le sinistre che tacciono), non costa assolutamente niente e ti guadagna pacche sulle spalle perfino dai licantropi.


C’era da dire dei fantastici No Tav, vera avanguardia di lotta e perciò massacrati da sbirri con la bava alla bocca come i Marines di Kandahar. Pretoriani di un regime, detto di tecnici, ma in effetti di razziatori fascistoidi, protervi quanto incompetenti e ignoranti, atti solo al furto con scasso, e perciò sodali dei partiti da sempre impegnati nella truffa e nel saccheggio. Monti, Bersani, Alfano, Casini fanno sembrare Crispi un eroe della democrazia e della giusta distribuzione del reddito. E quanto all’atteggiamento verso i sudditi, sfigati, stupidamente non ricchi, Goebbels era più educato.
C’erano tante altre cose da discutere con voi, ma mi è sembrato prioritario occuparmi, finendo di confezionare il docufilm, dello scenario siriano, quello dove oggi si consuma la guerra dei mondi, propedeutica all’apocalisse finale cercata dagli ipernazisti nichilisti del nuovo ordine mondiale. Ne avrò fino a Pasqua. Intanto riproduco qui alcune cose: un condivisibile appello di Marco Rizzo e dei “Comunisti-Sinistra Popolare”, finalmente non ligio alla vulgata dei carnefici del popolo siriano libero, laico, antimperialista e antisraeliano; una drammatica lettera di Gianni Vattimo sulla riduzione del nostro paese in Stato di polizia (con Pinochet travestito da banchiere di Goldman Sachs); un elogio dei "Comunisti-Sinistra Popolare" al KKE greco, che invece non condivido e in capo al quale ho messo una mia considerazione su questi tardivi e ritardati eurostalinisti; e una schifezza degli schifosi di Amnesty, in cui si sollecita appoggio a Obama e al suo intervento militare in Uganda (ottava guerra del Premio Nobel per la pace), per sconfiggere la cosiddetta Armata del Signore e impedirne il reclutamento di soldati bambini. L’Armata del Signore è la rivolta endemica di popolazione nel Nord del paese, da sempre escluse e decimate dal governo-ascaro degli Usa, e i bambini-soldato sono una specialità di tutte le fanterie islamiste della Nato. Queste fetecchie di Amnesty e HRW, alimentate da Soros e dal Dipartimento di Stato, rifattasi una verginità ammettendo tardivamente di aver sparato sanguinose balle su Gheddafi, ora si sono scatenati contro la Siria, mettendo nel ventilatore tutta la merda spurgata dai tagliagola al soldo di Nato e tiranni del Golfo. Rettili sulla testa della Gorgone.
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Appello contro la guerra imperialista a Siria ed Iran.
11 mar, 2012


CONTRO LA GUERRA E I SUOI MEGAFONI.
DOPO LA LIBIA, ORA TOCCA A SIRIA E IRAN.
INTERNAZIONALISMO CONTRO L’IMPERIALISMO USA E UE.
per adesioni scrivere a:
nazionale@comunistisinistrapopolare.com


Questo non è il solito general-generico appello contro la guerra del pacifismo di sinistra che serviva a pulirsi la coscienza, ma anche a tenere legate, con una montagna di ovvietà e false interpretazioni, esauste generazioni di militanti, a cui riproporre rapporti unitari col PD ed altri servi del partito più congeniale all’attuale governo del capitalismo.
Vogliamo invece prenderci la responsabilità netta e precisa, quanto breve e sintetica, delle amare verità di questo ultimo periodo.
All’imperialismo americano si è affiancato un imperialismo europeo che, con la guerra contro la Libia, ha dimostrato sul campo il salto di qualità dell’asse neocarolingio che governa il nostro continente.
Siamo totalmente contrari a ciò che i “megafoni” nostrani hanno raccontato, anche a sinistra, di una “primavera araba” che aveva lo stesso colore delle provocazioni “arancioni” nei paesi del vecchio blocco dell’Est. In realtà con la stessa origine nei centri di potere che hanno determinato la controrivoluzione nell’URSS e nei paesi suoi alleati.
Analizziamo con gli occhi della verità il “colpo di stato” realizzato dall’Unione Europea (governo francese in testa) nei confronti di Gheddafi, verso cui non abbiamo esitato a svelare la montagna di menzogne (dalle “fosse comuni” alla copertura militare totale della Nato e della UE nei confronti dei cosiddetti “ribelli”).
La stessa cosa facciamo parlando di Tunisia ed Egitto, passate dalle mani di burattini dell’Occidente al mix devastante fatto di estremismo islamico e forze armate corrotte.
La nostra buona vista non ci impedisce di vedere le provocazioni che vengono imbastite nei confronti di Siria ed Iran. Paesi guidati da governi che non hanno certo la caratteristica socialista che noi auspicheremmo, ma che tuttavia detengono un valore oggi molto apprezzabile: quello dell’indipendenza dall’imperialismo.
Non ci stupiamo di quanto accade, perché le crisi strutturali del capitalismo hanno avuto altre volte sbocchi in guerre devastanti contro cui è giusto ribellarsi. Per farlo efficacemente è però giusto partire da un’analisi oggettiva, priva di ogni influenza del revisionismo di sinistra che troppi danni, specie verso le nuove generazioni, ha fatto in questi ultimi anni.
Vogliamo esser espliciti: non si è coerentemente contro la guerra e contro l’imperialismo USA e UE se tra Gheddafi ed i cosiddetti “ribelli” si sta con questi ultimi, così come stride la contraddizione vergognosa nel vedere bandiere con la “falce e martello” sventolare in manifestazioni inneggianti ai colori monarchici di re Idris.
Adesso che siamo arrivati al conto alla rovescia per Siria ed Iran, non vogliamo avere al nostro fianco “pacifistoidi” più entusiasti della vittoria di un “nobile” alle primarie di Genova, che non al rigore e alla linearità della lotta antimperialista.
L’Italia è in guerra da tempo. Le nostre forze armate sono state inviate in numerosi teatri di conflitto, sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra, per non parlare di quello “tecnico” attuale. Ad oggi, in totale spregio dell’articolo 11 della Costituzione Repubblicana, truppe italiane sono presenti in ben 22 paesi del pianeta.
Costruiremo la mobilitazione partendo da questi punti chiari e determinati, per questo Vi vogliamo in tanti, ma solo se con grande convinzione di queste necessità.


Roma 12 Marzo 2012
Di seguito la lista dei promotori,
per adesioni scrivere a: nazionale@comunistisinistrapopolare.com


Marco RIZZO, segretario CSP-PARTITO COMUNISTA
Luca MARTINELLI, operaio Rsu Dalmine.
Gianni VATTIMO, filosofo e parlamentare europeo.
Massimo ZUCCHETTI, docente Politecnico Torino.
Fulvio GRIMALDI, giornalista, documentarista.
Giuseppe TULLI, cameriere Perugia.
Pietro ANCONA, già segretario generale CGIL Sicilia.
Canzio VISENTIN, manutentore stradale Ravenna.
Aldo BERNARDINI, docente Università Teramo.
Alessandro MUSTILLO, studente Università Roma.
Enzo PELLEGRIN, avvocato collegio NO TAV.
Alessandro D’ALESSANDRO, studente Università Palermo.
Massimo CATALANO, ricercatore CNR.
Fabio Massimo VERNILLO, operaio manutentore Roma.
Alfonso GALDI, avvocato del lavoro Roma.
Giovanna BASTONE, disoccupata Milano.
Alberto LOMBARDO, docente Università Palermo.
Guido RICCI, operatore artistico Genova.
Giuseppe DONEDDU, docente Università Sassari.
Marco DELLE ROSE, ricercatore CNR.
Monica PERUGINI, presidente cooperativa sociale Mantova.
Mario ALBANESI , giornalista Roma.
Franco COSTANZI, ispettore generale Ministero Salute.
Denis VALENTE, impiegato pubblico Forlì.
Maria FIERRO, consigliere Corte Costituzionale.
Luciana COLETTA, impiegata pubblica Potenza.
Laura BERGAMINI, coordinatrice USB Parma.
Mauro BONAZZI, pensionato Ferrara.
Walter TUCCI, costituzionalista Roma.
Yuri APOSTOLOU, operaio RSU Fiom Parma.
Giorgio BOTTIGLIERI, funzionario sicurezza lavoro Torino.
Massimo PELLEGRINO, impiegato pubblico Lecce.
Edoardo CASTELLUCCI, ingegnere Latina.
Giovanni DENARO, docente precario Palermo.
Roberto DELOGU, funzionario Amiu Genova.
Silvia ANTONELLI, tassista Trieste.
Luciano FAVARO, già segretario CGIL Venezia.
Umberto RUGGIERO, impiegato pubblico Torino.
Michele GIAMBARBA, medico Campobasso.
Pasquale Costantino LEVOTE, insegnante Potenza.
Antonino MOSAICO, bracciante agricolo Brindisi.
Dario ORTOLANO, già deputato XIII legislatura.
Franco SPECCHIO, insegnante Napoli.
Rolando SORRI, piccolo imprenditore Firenze.
Alessandro ZINGONE, operatore marittimo Napoli.
Massimiliano FE, impiegato Roma.


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Gianni Vattimo
Cari amici NoTav,


Se nei prossimi giorni mi capiterà di non venire alle manifestazioni in Valle non sarà (solo) a causa di altri impegni, sarà principalmente perché ho paura. Lo confesso senza pudore, e tanto più esplicitamente quanto più mi sembra un sentimento nuovo, che non avevo più provato da tanti anni, almeno dai fatti di piazza Statuto (governo Tambroni, un millennio fa), anche perché ai tempi del G8 di Genova ero, fortunatamente per me, all’estero per lavoro. Dagli anni di Tambroni porto sempre con me il ricordo di un suggerimento a cui penso con un certo umorismo: quando stai per andare alla manifestazione non mangiare o mangia poco, perché se ti sparano nello stomaco vuoto è più facile che la ferita si rimargini. Non ho mai avuto modo di verificare se è vero.


Comunque, non si sa mai, dato il clima che il governo sta deliberatamente creando per costruire il TAV. Rifletto su questa faccenda della paura fisica pensando all’immagine di Perino trascinato via e con il gomito rotto a manganellate; pensando ai dimostranti inseguiti nelle strade del paese e fin nel bar, quando ormai la manifestazione era dispersa e si trattava solo di “punirli” a botte. Che cosa posso aspettarmi da un governo che dice di voler “andare avanti a tutti i costi”? E comunque: è normale una situazione in cui un cittadino decide di restare a casa per paura? Non paura dei violenti black bloc – credo ce ne fossero anche sabato passato che marciavano in Valle del tutto inermi, allegri e amichevoli. No, ho paura delle “forze dell’ordine”, non dei singoli carabinieri e poliziotti, che, lo penso anch’io, “fanno solo il loro dovere”. Ma paura di chi questo dovere glielo impone in forme e modi fuori da ogni legalità. Difficile pensare che la caccia all’uomo di lunedì sera a Chianocco e Bussoleno, come la carica di sabato a Porta Nuova, sia stata una iniziativa di singoli agenti scatenati e assetati di vendetta.


Paura, dico. Certo può capitare di trovarsi in un tafferuglio dove si prendono anche manganellate. E la prudenza consiglia sempre di non fermarsi sul luogo in casi come questi: “circolare”… Ma qui si tratta davvero di tafferuglio casuale, di ristabilimento dell’ordine? In Valle la faccenda dura da più di vent’anni, il dialogo è stato sempre rifiutato: mente Virano sapendo di mentire, da quando ha deciso – con il pieno favore di tutte le autorità, PD in testa – che al tavolo dell’osservatorio sedessero solo i sindaci preliminarmente favorevoli alla TAV, cioè la minoranza, mentre tutti gli altri non avevano voce in capitolo.


Se nel futuro vicino la resistenza della Valle dovesse attenuarsi, se altri, come me, vi dicessero “non contare più su di me, ho paura, mia madre, mia moglie, i miei figli, ci stanno troppo male”; oppure: “io sono troppo vecchio e debole per sdraiarmi per terra, farmi trascinare via a calci e pugni” – non sarà certo perché ha vinto la sana ragione di chi vuole lo sviluppo, isolare i violenti, tenere l’Italia agganciata all’Europa, promuovere il lavoro e i commerci… Sarà solo perché un governo sempre più esplicitamente fascista (organizzazione armata delle classi dirigenti) avrà vinto la battaglia per la sua pretesa legalità (Berlusconi prescritto docet!), costringendo i cittadini a una più o meno rassegnata clandestinità. Purtroppo ce n’est qu’un debut!
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Al di là delle giuste considerazioni sulle sinistre italiote, c'è un fatto che dovrebbe essere determinante per valutare chi fa meglio:
Dall'inizio della rivolta greca, il KKE si è mantenuto distante dal movimento di contestazione di massa, addirittura rifiutando di confluire in piazza Syntagma dove avveniva la vera lotta contro i killer della Grecia, e ripetendo l'infame ritornello di Berlinguer ed eredi degeneri dei "provocatori", "facinorosi", Black Block, e altra sussidarietà alle criminalizzazioni di regime.
Altro che Black Block e "facinorosi isolati". Le ultime battaglie hanno visto una partecipazione di massa alla resistenza ai gendarmi e ripetuti applausi ai combattenti. Anche qui il KKE, affetto dal vizio che ha distrutto tutti i PC, non c'era e arzigogolava distinguo altrove. Le chiacchiere stanno a zero quando nelle piazze decisive non ci sei, preoccupato di sporcarti la camicia rossa.
La Grecia è diventata avanguardia mondiale in Occidente e si è imposta al mondo come esempio di lotta al finanzcapitalismo killer, grazie ai compagni fuori dal KKE.




From: Ottobre Rosso
Sent: Friday, February 17, 2012 7:26 PM
To: undisclosed recipients:
Subject: Fds: KKE o Synaspismos-Syriza? Per il socialismo o per riformare il capitalismo?


Federazione della Sinistra: KKE o Synaspismos-Syriza? Per il socialismo o per riformare il capitalismo?
16 feb, 2012
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I fatti accaduti in Grecia e le avvisaglie per l’Italia hanno aperto un forte dibattito a sinistra sulle analogie che sotto il profilo economico e politico il nostro paese ha con la Grecia ed allo stesso tempo hanno messo in luce l’arretratezza dal punto di vista politico ed organizzativo delle forze di classe in Italia. Molti compagni, anche tra coloro che militano in Rifondazione o nel Pdci, guardano giustamente al KKE come ad un partito comunista coerente e radicato, in un certo senso un modello per quella che dovrebbe essere un vero partito comunista anche in Italia, e appaiono stupirsi sul perché nelle iniziative politiche nazionali della Federazione della Sinistra con Paolo Ferrero siano invitati esponenti del Synaspismos-Syriza (i Vendoliani greci) e non del KKE. A questi compagni è indirizzata questa riflessione perché escano dalla genuina convinzione che si tratti di una casualità, capendo invece le profonde ragioni politiche che sono alla base di una precisa scelta di campo che la Federazione della Sinistra ha fatto. Vorrei a questo proposito elencare alcuni punti fondamentali.
1) Contro il neoliberismo o contro il capitalismo?
La prima domanda viene spontanea leggendo il titolo dell’iniziativa che si svolgerà a Roma, “contro l’Europa del neoliberismo”. Nelle iniziative pubbliche, nei documenti politici, nelle interviste la Federazione della Sinistra ed i suoi dirigenti hanno sempre attaccato il neoliberismo, bollandolo come l’origine di tutti i mali. L’accusa di neoliberismo, lascia però indicare l’accettazione del capitalismo in sé e solo la predilezione per alcune teorie economiche perfettamente interne al sistema capitalistico. Dalle deduzioni implicite si passa alle affermazioni ben più esplicite di Diliberto, che a Ballarò pochi giorni fa, al posto di indicare la necessità storica del superamento del sistema capitalistico rispolvera Keynes e le sue teorie, come farebbe qualsiasi buon socialdemocratico. L’identificazione del neoliberismo come nemico per dirla con le parole di un documento del KKE dello scorso anno “diffonde la falsa speranza che il capitalismo possa risolvere i problemi attuali dei popoli, senza intaccare le relazioni economiche del sistema capitalista e la sua sovrastruttura politica.”
2) L’Unione Europea.
L’Unione Europea per la Federazione della Sinistra non è in discussione. Il convinto europeismo del gruppo dirigente si fonda sull’assunto che all’unione economica debba conseguire anche un più stretta unione politica, una maggiore democratizzazione, una lotta ad alcuni settori dell’economica capitalista (la speculazione, le banche). L’Europa dei popoli contro quella dei capitali. Chi come noi è abituato a ragionare concretamente a partire da un’analisi materialista e non idealista, sa bene che l’elemento economico è alla base di quello politico e che non potrebbe esistere una Unione Europea differente da quella che esiste attualmente, dati gli attuali rapporti di produzione. Solo il rovesciamento del sistema nel suo complesso potrà far sorgere una vera unione dei popoli europei sulla base di un altro modo di produzione. Per la Federazione della Sinistra al contrario l’Europa va difesa e deve essere migliorata con una serie di riforme. Nessun accenno poi al ruolo imperialista della UE, che anzi viene lodata ogni volta che esponenti della Federazione della Sinistra chiedono a gran voce un ruolo forte ed una politica estera comune della UE. Andrebbe ricordato che la competizione tra URSS e Stati Uniti era una competizione tra sistemi contrapposti, non una competizione di natura interimperialista come quella che si sviluppa tra UE e USA. La differenza è sostanziale. Così come la linea politica sull’Europa della Federazione della Sinistra e quella del KKE che senza mezze parole chiede “la disarticolazione dell’Unione Europea”.
3) Alleanze elettorali o alleanze di classe?
Ultima e più strettamente nazionale tra le questioni quella che riguarda il rapporto che i comunisti devono avere con le altre forze politiche nei rispettivi paesi. Il KKE da sempre è contrario ad ogni forma di appoggio a governi o coalizioni di centrosinistra. La Federazione della Sinistra, trovando di volta in volta varie argomentazioni buone per il momento, chiede in ginocchio di stare in coalizione con qualcuno a sinistra. Prima con il Partito Democratico, contro Berlusconi, ora che Berlusconi non c’è più almeno con Sel e Di Pietro. Il KKE ritiene che ogni appoggio a forze politiche di sinistra opportunista sarebbe un tradimento, Diliberto afferma che in cambio di dieci seggi sarebbero pronti a votare tutto (e si può starne certi…). Al contrario della Federazione della Sinistra il KKE è convinto che non ci sia spazio per alleanze elettorali in questo momento, mentre sia necessario costruire forti alleanze di classe tra i lavoratori, gli studenti, i piccoli commercianti, i piccoli agricoltori, schiacciati e proletarizzati dalla crisi.
Alla luce di tutto questo viene da chiedersi se ancora ingenuamente si creda che la Federazione della Sinistra abbia rapporti con il Synaspismos e non con il KKE per un caso, oppure se sia chiaro che esistono profonde differenze ideologiche tali da rendere oggettivamente molto diversa la natura dei comunisti greci da quella della Federazione della Sinistra. Da tempo, CSP-PARTITO COMUNISTA ha costruito forti rapporti con il KKE, a partire dalla convinzione comune della necessità del rovesciamento del capitalismo, del ruolo imperialista dell’Unione Europea e di conseguenza della necessità di condurre una lotta contro l’Unione Europea stessa (senza se e senza ma…), e per quanto riguarda le alleanze, dal rifiuto di ogni alleanza opportunista che avrebbe come solo obiettivo quello di ottenere seggi in parlamento. È sulla base di questa convergenza ideologica profonda che noi consideriamo il KKE un partito fratello, così come sulla base delle precedenti osservazioni la Federazione della Sinistra ha scelto nel Synaspismos il suo referente in Grecia, ed in generale da quale parte del campo posizionarsi in Europa. E allora invitiamo i compagni che militano nella Federazione della Sinistra credendo così di lavorare per la ricostruzione del Partito Comunista in Italia; compagni che guardano al KKE come esempio e che sono delusi dalle scelte dei loro partiti, ad avere il coraggio di riflettere seriamente sulla loro scelta.Anche noi abbiamo ancora molta strada da fare, dal punto di vista teorico ed anche correggendo mancanze organizzative che siamo i primi a rilevare e voler superare.Serve costruire un Partito Comunista forte e radicato, con l’esempio del KKE, con l’obiettivo di abbattere il capitalismo e costruire il socialismo.
Alessandro Mustillo
Responsabile Nazionale Giovani CSP-PARTITO COMUNISTA.


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AMNESTY INTERNATIONAL
End the use of child soldiers


From South Sudan down to the DRC, the Lord’s Resistance Army, other armed groups, and all too often the national armies of the countries in which they operate, forcibly recruit children into armed conflict.


While the United States is supporting efforts to apprehend LRA leader Joseph Kony, it must also ensure that other armed groups and governments in the region cease recruiting child soldiers and help rehabilitate the children who are already soldiers.


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