giovedì 7 novembre 2019

Nel segno dell’odio buonista ----- MIGRANTI KALERGI O MIGRANTI ONU? ----- Migrazioni, chi ci guadagna, chi ci rimette



“A forza di una costante concentrazione della proprietà fondiaria  immobiliare, l’Irlanda invia il suo surplus sul mercato del lavoro inglese e così spinge verso il basso i salari e deprime la posizione materiale e morale della classe operaia inglese. Ogni settore industriale e commerciale in Inghilterra registra oggi una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. Questo antagonismo è alimentato artificialmente dalla stampa, dal clero, dai vignettisti, insomma da tutti i mezzi a disposizione della classe dirigente. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe lavoratrice inglese ed è il segreto grazie al quale i capitalisti mantengono il loro potere…. E impediscono l’indipendenza dell’Irlanda…” (Karl Marx, lettera a Sigfried Meyer, 1870)

Sostituite, nel testo di Marx, a Irlanda, Africa o Bangladesh e, a Inghilterra, Europa, o meglio, Italia e siete in piena attualità.

Accoglienza senza se e senza ma. Come detta il Deep State
Ci bombarda peggio che Dresda, da anni, la forsennata campagna a favore dell’accoglienza senza se e senza ma e quella di feroce virulenza (altro che “odio”) contro chi la considera una minaccia ai paesi di partenza come a quelli di arrivo. “il manifesto” ne è la fastidiosissima mosca cocchiera di tutte le italiote voci del guerrafondaio e globalista Governo Parallelo Usa, o Stato Profondo, quello che politicamente si esprime nel Partito Democratico. In un numero recente, per trequarti dedicato alla questione, rovescia vituperi contro coloro che vedono una nazione “corrotta dalla teoria del gender e alla soglia di una sostituzione etnica ordita da burattinai internazionali (George Soros naturalmente)”. Tra questi reprobi da Nono Cerchio dantesco (Traditori) ci troviamo dannati anche noi. Noi che riteniamo abietto il percorso forzato della partenza dal paese, migrazione, accoglienza e dispersione a raccogliere pomidori, dirigere spaccio di droga e prostituzione, sderenarsi per Amazon, chiedere mezzo euro sul marciapiede. Tutto per fare dumping su condizioni e diritti dei lavoratori tutti, creando al contempo il sempiterno diversivo capitalista della guerra tra poveri.

Terrapiattisti e altri complottisti


Vorrei evitare di essere subito bruciato come terrapiattista, che non sono, o visionario di scie chimiche, di cui non so, o negatore dello sbarco sulla Luna, su cui rifletto (vedi il destabilizzante documentario di Massimo Mazzucco), o addirittura come assertore di attentati autogestiti da coloro che ad altri li attribuiscono, che rivendico di essere, con vasta logica e conoscenza di causa. Quindi non mi rifarò alle teorie di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894-1972) e al piano per sostituire agli europei masse di africani ed asiatici, sotto il ferro dominio di un’élite aristocratico-ebraica, chiamato sostituzione di popoli. Basterebbe il richiamo al parallelo tra quel piano e quanto sta accadendo in questi decenni e alla forzosa omologazione di tutte le identità storiche e culturali (Pasolini), promossa con rabbioso accanimento dalle stesse forze legate al globalismo di cui sopra, per finire ai ceppi in cui già si dibattono tanti “complottisti”. Anche per merito del giustiziere di sistema Umberto Eco (Il Pendolo di Foucault). Gente, per dire, che si va chiedendo (cosa politicamente scorretta) con quali mezzi indecifrabili (o piuttosto indecifrati) una consorteria di pochissimi riesca a metterla sistematicamente in quel posto ai tantissimi.

Per schivarne condanna ed esecuzione ho però un argomento formidabile a cui far riferimento: l’ONU. Già, proprio quell’organismo supremo  della collaborazione tra i 193 Stati del mondo (essenzialmente tra cinque, gli altri fanno scena). Ebbene, pensate come si scapoccerebbero coloro che brandiscono il lanciafiamme contro i complottisti alla Kalergi, se scoprissero che perfino l’ente supremo, l’organo che dirime, pacifica, concilia, rende giustizia e verità, la pensa, anzi la fa, come il vituperato austriaco? L’organismo i cui Caschi Blu stanno a guardia dei terroristi Hezbollah in Libano, sovrintendono acchè nessuno si faccia male in Somalia o Kashmir, fa in modo che masse di facinorosi ad Haiti non sovvertano l’ordine costituitovi dai Clinton. Insomma quell’ONU, la cui esistenza ci assicura quel poco di equità, democrazia e libertà che i cattivi hanno concesso ai popoli.


Ce lo chiede l’ONU
Un rapporto ufficiale emanato dell’ONU, Divisione Popolazioni e Dipartimento degli Affari Economici e Sociali, il 16 marzo 2000, e di cui si raccomanda l’adozione-implementazione da parte degli Stati, si intitola “Migrazione di sostituzione, è la soluzione per popolazioni declinanti e invecchianti?” E risponde: “La migrazione di rimpiazzamento (Replacement Migration) è la migrazione internazionale che a un paese occorrerebbe per prevenire il declino e l’invecchiamento che risultino da bassa fertilità e alta mortalità”. Poi, azzardando fantasiose, ma forse strumentali previsioni, secondo cui entro il 2050 tutti i popoli europei decadranno biologicamente, cioè avvizzeranno e ammuffiranno, essi perderanno tra un quarto e un terzo della popolazione. L’Italia perderà, in termini relativi, il 28% della sua popolazione tra il 1995 e il 2050; l’età media salirà dagli attuali 41 a ben 53 anni e ci sarà il dimezzamento delle persone in età lavorativa in grado di sostenere quelle anziane. Catastrofe! Che fare? Ecco cosa dice l’ONU:

Il declino delle popolazioni è inevitabile in mancanza di migrazione di sostituzione. La fertilità potrebbe aumentare nei prossimi anni, ma, non essendo previste dal rapporto misure sociali – quando mai - per passare dall’austerity che impoverisce, dal 5G che sterilizza i maschi, all’eguaglianza nella distribuzione della ricchezza, delle case, del lavoro e degli asili nido e a un ambiente che non decima la gente, questo non si verificherà. Di conseguenza sarà necessaria, per evitare questo declino, una certa misura di immigrazione.

O migranti o morte

Tuttavia, il numero di migranti che occorrono per salvarci sarà considerevolmente più elevato di quanto finora previsto, in particolare per sostituire la popolazione in età lavorativa. Manco l’avesse letto a colazione, la scorsa mattina la Confindustria, in affanno per mancanza di lavoratori e abbondanza di offerta fornita dalla nostra esuberante crescita, ha dichiarato: “Servono più migranti!”. Vale soprattutto per l’Italia, a cui necessita, secondo il rapporto ONU, che nel 2050 fosse di immigrati il 39% della popolazione, con un ritmo, dal 1995, di 6.500 almeno all’anno per milione di autoctoni. Chi l’avrebbe detto… Mentre chi ha bisogno di molto meno, sono gli Stati Uniti, appena 1.300 per milione. Chi l’avrebbe detto…..


Ufficializzato, riscattato alla democrazia e solennizzato dall’ONU il fin qui famigerato “Piano Kalergi” non ci resta che aspettare con una certa soddisfazione che dal “manifesto” e da Orfini, Zanotelli, Bergoglio in su, tutti riconoscano che il detestato piano ha avuto l’altissimo riconoscimento dall’organismo universale in cui tutti ci riconosciamo. A noi non rimane che attirare lo sguardo sui mezzi e metodi con i quali l’Occidente della democrazia e del diritto internazionale si adopera coscienziosamente per facilitare il piano, ormai legittimato  in altissimo loco.

Indebitare per far emigrare
Prescindiamo da coloro che, provenendo da Siria, Afghanistan, Asia Occidentale, Somalia, Yemen, Libia, fuggono dalle bombe, spesso prodotte in Europa, o dalle sanzioni affamatrici, tutte inflitte dall’Occidente. Se chiedete ai migranti per quale motivo hanno affrontato l’abbandono della propria comunità, patria, famiglia, storia, identità e poi, in barca, l’appuntamento con la nave dell’Organizzazione Governativa, ma privata, per infine farsi maltrattare e sfruttare a sangue in Italia, uno su uno risponderà: “Ho pensato a mio padre e a mia madre, ai miei fratelli grandi e piccoli. Ecco perché il deserto, il mare, l’Europa, la schiavitù”.



Un’inchiesta dell’ONU ha accertato che, a dispetto dei 10 euro al giorno sui campi, il 97% degli africani accetterebbe il rischio di ripetere il viaggio. Anche a dispetto dell’inestinguibile dolore per le perdite che l’abbandono provoca. Abbandono che l’Europa, o piuttosto il suo sistema economico colonialista, impongono. Con le O(N)G che blandiscono i partenti e convogliano nella semischiavitù gli arrivati? Non solo. Non soprattutto. Il rapporto UNDP ci dice anche che il 58% dei migranti africani a casa aveva un impiego e guadagnava discretamente, o stava a scuola. Ciò che li ha convinti a partire, a parte i missionari di ogni risma, era l’insicurezza dei propri paesi e l’idea che altrove avrebbero guadagnato di più. Le loro famiglie si erano svenate per tirarli su e, perciò, il 78% degli immigrati manda soldi a casa. Così l’Africa sub-sahariana riceve oggi più valuta estera da queste rimesse, che non da investimenti stranieri. Nel 2018 le rimesse furono di 48 miliardi di dollari, il 10% in più dell’anno prima.

Debito, il motore dell’emigrazione
All’origine, la finanza occidentale. Quella che, attraverso gli industriali, invoca più migranti. Nel periodo della decolonizzazione, l’Africa, depredata delle sue ricchezze dal colonialismo occidentale, ha dovuto indebitarsi pesantemente per avviare un minimo di sviluppo. Ricchi fondi, ma grazie alla manipolazione del debito denominato in dollari dal LIBOR (tasso di credito interbancario di Londra) e ai tassi d’interesse usurai del Tesoro Usa, si avvia un periodo di austerità e sofferenza. Non ci si può illudere di pagare, o anche solo ridurre il debito, nella misura in cui le multinazionali continuano a rubare le risorse africane, senza neppure essere sottoposti a un minimo decente di tasse. Nel 2014 si verifica lo shock dei prezzi delle materie prime e la crisi del debito si aggrava. Secondo la Banca Mondiale, metà dei 54 Stati americani lottano con un rapporto debito-PIL di oltre il 60%. Il debito privato ammontava a 110 miliardi nel 2017. Aggiungi al debito e al collasso economico-sociale che comporta la crisi climatica, dall’Occidente provocata, e, di più, il furto di terra dell’agrobusiness, è capirai perché l’Occidente capitalista non abbia mai abbandonato il progetto di ripristinare la schiavitù e cancellare quanto ha dovuto concedere ai propri subordinati nel corso di due secoli.


Senza odio niente buonismo
Conseguenza di tutto questo, un generale degrado della situazione sociale, con la caduta dei livelli di istruzione e salute e il mancato accesso al credito per le medie e piccole imprese, vitali per la sopravvivenza della società. Da cui milioni di persone alla ricerca di migliori occasioni di guadagno, famiglie e interi paesi che sopravvivono a stento grazie alle rimesse degli emigrati. Sono l’elemento strutturale del sistema finanziario colonialcapitalista al suo interno e all’esterno. Ne prosperano trafficanti, traghettatori, caporali, Grande Distribuzione, industriali e tutti coloro che si definiscono “umanitari”. Il povero richiama la tua colpa. Lo devi per forza odiare. Il buonismo dell’accoglienza è la massima espressione dell’odio. Per Kalergi e la sua derivazione ONU non poteva andar meglio: una società di mescolati senza retroterra e quindi senza nome e senza futuro, al comando di un’élite, oggi oltre tutto dotata di incommensurabili poteri di sorveglianza, convinzione, punizione, con in mano il mondo e un futuro grosso così perché ci ha messo dentro anche quello rubato.


Quando a noi, l’ultima trovata per africanizzarci eccola qua: abolizione del contante e botte Chi esercita odio? Chi è razzista?






martedì 5 novembre 2019

Odio, razzismo, xenofobia, nazionalismo, etnicismo… LILIANA SEGRE CI SALVERA’




“Il modo migliore per vivere con onore in questo mondo è essere ciò che pretendiamo di essere” (Socrate)
“Grazie a Dio l’uomo non sa volare, e devastare il cielo come ha devastato la terra” (Henry David Thoreau)

Liliana Segre: vittima tra le vittime
Da zoticone vernacolare, isolato nel suo borghetto dietro la Luna, mi sono inevitabilmente sfuggiti i meriti per i quali la signora Liliana Segre, a parte il suo indubitabile fascino emanante sollecitazioni formidabili alla simpatia, sia assurta al prestigioso e prodigioso rango di senatrice a vita della Repubblica Italiana. Condivido necessariamente la dolorosa indignazione dei tanti per la sorte crudelissima che le è stata inflitta da ragazza. Ma non credo possa essere l’aver subito ingiustizia ed essere rimasta circondata da morte e devastazione, la motivazione per cui l’infallibile Mattarella l’ha incluso, in quel parnaso di non eletti. Altrimenti non basterebbe che le Camere Alte del mondo intero avessero le dimensioni della tundra siberiana per accogliere tutti e tutte coloro che, adolescenti, si sono visti circondati da morte e distruzione e ne sono scampati. E mi riferisco solo all’epoca da Bush in giù.

Un’impresa epocale. E globale.
Detto ciò, se i meriti di prima mi sono ignoti, quello monumentale di oggi glielo riconosco in pieno. E come non potrebbe essere così davanti a una donna che, pur nella fragilità dei suoi novant’anni, ha prodotto il generosissimo sforzo di affrontare, con la semplice proposta di una Commissione Parlamentare, lo smisurato e scellerato universo dell’odio, del razzismo, antisemitismo, nazionalismo, etnicismo, di tutto quello che si oppone con turpi metodi alla serena avanzata del bene corretto e globale. Di quale immane lotta sia paladina Liliana, nell’autunno del nostro scontentissimo scontento, provo a fornire alcune, del tutto inadeguate, risposte.

Non senza aver condiviso, con commosso trasporto, il vastissimo e travolgente coro che, come una sola voce, si è arruolata in questa epocale battaglia. Penso al solido unanimismo di tutti i media, penso all’immancabile Saviano, penso a Greta Thunberg, che ispirata dal nobile intento, ha subito chiesto ai vigilanti di Facebook, di sopprimere seduta stante ogni pur vago riferimento a odio per una Green New Economy che oltre a salvare l’umanità, le continuerà a far percorrere le vie che l’hanno innalzata all’attuale livello di benessere e giustizia sociale. E guardando molto in alto, penso al nostro Saggio sul l Quirinale che, antesignano della campagna lanciata da Liliana, ha ribadito che i capisaldi irrinunciabili della lotta all’odio sono e devono restare in perpetuo Nato, UE, Euro e le alleanze che, fin dalla fine della guerra, hanno vegliato acchè nel nostro paese non prevalesse l’odio, l’invidia sociale, il razzismo di classe, la xenofobia bene espressa nell’infame slogan di Yankee go home.


Antisemitismo contro 450 milioni di esseri umani
Quali contundenti armi non ci ha messo in mano la senatrice a vita! A partire dalla prima delle sue dolorose preoccupazioni: l’antisemitismo. Pensate ai 450 milioni di arabi, secondo gruppo etnico del mondo dopo i cinesi Han, tutti semiti e tutti abbastanza maltrattati a forza di guerre ininterrotte, milionate di morti, complotti destabilizzanti, desertificazioni, pessima stampa! Mario Monforte, che ne sa una più del demonio, ai semiti arabi aggiunge anche gli akkadi, i gutei, gli assiri e babilonesi, gli aramei. Parlavano tutti semita. Perfino gli ebrei che, tuttavia, o non lo sono (ashkenaziti), o lo sono essendo stati arabi prima di diventare ebrei (sefarditi), ma nondimeno sono universalmente considerati degni di protezione dall’antisemitismo.

Siria

Una lunga storia di odio
Ciò che poi la commissione della senatrice a vita consente, anzi imporrà, è una guerra totale e senza tregua a chi si appropria di beni altrui, che siano monete o terre, in virtù di una vantata superiorità, solitamente vera nel suo contrario. Che sono poi xenofobia, razzismo nella fase dell’erezione. Ciò a cui qui la Commissione Segre allude, anche se si guarda dall’esplicitarlo, è, senz’ombra di dubbio, il colonialismo nelle sue varie e via via ammodernate forme. Si va dalle crociate, con Goffredo da Buglione che ad Acri non lasciava sul collo una sola testa degli autoctoni infedeli, al “fardello dell’uomo bianco” di Kipling, emissario della Regina nell’India di tutti paria del vicerè. Fardello che si è abbattuto su qualche miliardo di persone bisognose di fardelli, fino all’intervento delle Ong per facilitare lo spostamento di quelle persone da casa loro a casa altrui.

Nazioni eccezionali


Avremo finalmente strumenti giuridico-parlamentari, insieme al vitale supporto dell’oligopolio mediatico-partitico-bancario-militare, che ci daranno modo di inaugurare finalmente un’era di pace, non più turbata da nazionalismi antistorici che rivendicano alla propria comunità “destini manifesti,” basati su una presunta “nazione eccezionale”, o sul “mandato divino del popolo eletto”. Quel mandato divino e quel destino manifesto che, grazie a Costantino, Teodosio, Torquemada e successori fino a noi, ha ridotto all’1% il patrimonio letterario, filosofico e artistico costruito dai classici in un millennio. Lottando con Liliana e Greta contro nazionalismo ed etnicismo, fomentatori di violenza, sapremo liberarci, non solo delle fisime patriottiche di paesi che hanno infierito sui loro civilizzatori e, oggi, sui portatori di democrazia e diritti umani, da Cuba al Venezuela, dalla Siria all’Afghanistan. Ma anche di coloro che, per profitti stellari e abietta xenofobia, provvedono i nuovi colonizzatori di armamenti che radano al suolo popoli e civiltà non compatibili con una gestione politicamente corretta del mondo.


Una commissione contro guerre e sanzioni. Finalmente!
Sicuramente, come ci insegna con particolare vigore “il manifesto”, saremo ora in grado di meglio affrontare quanto dai progressisti viene chiamato “discriminazione dei Diversi”. Impediremo che si blandiscano giovani di pelle scura perché lascino casa, famiglia, comunità, terra, storia, per favorire la Coop, Don Ciotti, Zanotelli, Bergoglio e Amazon, dopo seimila chilometri di angustie, in virtù di 14 ore nei campi per 14 euro. Inesorabilmente il mandato della senatrice è anche che si rifiuti che, solo per il fatto di non essere anglosassoni o europei, a certi paesi, seppure affetti da abietto sovranismo, vengano inflitte sanzioni, di indiscutibile natura razzista e xenofoba, a volte anche antisemita, quasi sempre nazionalista ed etnicista, mirate a sfoltirli a forza di malattia e fame.

Lotta alle fobie
Il fatto che “il manifesto” e altri strumenti di comunicazione (una faccia una razza) sfrenatamente plaudano alla senatrice a vita e al suo parto, che affida, a chi ha tutti i titoli per giudicare, la missione di separare il bene dal male e mettere a tacere le bocche de renitenti alla bonifica, non toglie che anche costoro, non sempre immacolati, subiscano gli effetti benefici della campagna. Coerenza con l’adesione alla commissione anti-odio esige che abbiano fine e giusta punizione certe forsennate campagne xenofobe. Campagne che pervadono tutto il nostro respirare, come russofobia e sinofobia, ma anche talibanofobia, o sirofobia e, soprattutto, islamofobia. Campagne fondate sull’accumulo spasmodico di fake news, tipo Russiagate, attinte da chi a Bagdad, 2003, ho visto poter pubblicare i suoi servizi in dipendenza da tre bottoni installati dal Pentagon nelle redazioni. Rosso, non pubblicabile; giallo, da rivedere; verde, pubblicabile. Ma forse già allora si trattava di neutralizzare, con la verità, l’incontenibile odio degli iracheni.


Con Liliana contro la stampa falsa e bugiarda
Cos’era la stampa, baby, mi si era già chiarito a vedere BBC e ITV riferire sulla strage di Bloody Sunday a Derry, a cui avevo assistito e che avevo documentato in maniera opposta a quanto veniva detto dagli schermi, quella sera e per altri quarant’anni. Quella di Bagdad non era che una modesta conferma. Ma anche a Tripoli, dove un’ombra di odio, mai scorta dal “manifesto”, deve aver lievemente increspato il ghigno di Hillary per la sodomizzazione alla baionetta di Gheddafi. Nulla, peraltro, rispetto ai suoi meriti in quanto donna, defraudata da quell’odiatore (e odiato) seriale di Trump (sempre secondo “il manifesto”). Avremo Liliana al nostro fianco sicuramente anche contro questa “vedova nera” di Libia, Honduras e Ucraina. E contro i suoi finanziatori, a Riyad, quelli del modernizzatore Mohammed bin Salman, quello della vivisezione di Khashoggi.


La Commissione Odio contro l’UE
Sollevandoci a un livello geopolitico, traiamo dal messaggio Segre l’insegnamento inconfondibile e incontrastabile della fuoruscita, oltreché dalla Nato, per i motivi nazionalistico-xenofobi citati sopra, dall’UE e dall’euro. Due entità che hanno consacrato il nazionalismo carolingio bi-etnico franco-tedesco, fondato su un odio millenario verso i paesi del Mediterraneo. Odio irrefrenabile in individui come Moscovici, Dombroski, Juncker. Un odio esplicitatosi con l’assalto a mano bancaria a Grecia e Italia, colpevoli di continuare a far scorrere nel sangue e circolare nelle sinapsi il retaggio di una civiltà che è la negazione di un Nuovo Ordine Mondiale fondato sull’odio di chi non si omologa all’1%.
Oppure c’è anche l’odio per i bambini di certe maestre d’asilo, di certe suorine francescane, di certi fucilatori al limitar di Gaza, di cui “il manifesto” non dice, di certi spacciatori di morte chimica, a volte farmaceutici, a volte perfino “migranti” neri, di cui “il manifesto” non dice. Ma di cui sicuramente Liliana Segre si occuperà. Gliene siamo grati.


E, per chiudere, abbassandoci invece a livello di terra, aria e mare, non credo possa essere sfuggito alla finissima sensibilità delle madri e dei padri della Commissione Odio, il razzismo specista di chi va per le fratte e se la spassa sparando a esseri viventi per mangiarseli e anche no. O chi nei laboratori e mattatoi degli scienziati pazzi esercita la sua xenofobia (avversione all’estraneo) tagliando a fettine cani, spellando volpi, elettrificando visoni, accecando conigli, torturando vitelli, polli e maiali. Ma forse andiamo oltre il seminato….E sicuramente Norma Rangeri, che, da modesta critica televisiva, è assurta per meriti Deep State alla direzione dell’edizione italiana di quell’organo, me ne vorrà. Indimenticabile una sua inveterata contro di me quando, al TG3 feci, secondo lei, servizi splatter “inutilmente agghiaccianti” quando mostravo le sevizie sofferte da certe scimmiette cui si fracassava il cranio con lenta pressione, per vedere quanto la testa del  conducente umano avrebbe resistito all’urto.

Sono certo che Liliana Segre e la Commissione Odio saranno al fianco mio e degli animali anche non umani, anche quando si tratta di tirare le orecchie alla loro corifea Rangeri.

venerdì 1 novembre 2019

Beirut, Baghdad, Cairo, Hong Kong, Quito, Santiago, La Paz… C’E’ ORO E C’E’ SIMILORO ----- Masse autodeterminate, masse eterodirette



Otpor a Beirut

“Credo che tutta questa operazione è un trucco. Baghdadi verrà ricreato con un nome diverso, un diverso individuo e l’Isis, nella sua interezza, potrà essere riprodotto con un  altro nome, ma con lo stesso pensiero e gli stessi scopi. Il direttore di tutta la commedia è lo stesso, gli americani”. (Bashar al Assad)

E, alla luce di Storia e cronaca, mi fido più di Assad che di qualsiasi fonte occidentale.
https://twitter.com/i/status/1189650911888642055 video del Pentagono su uccisione di Al Baghdadi, un bombardamento sul presunto bunker. Punto.

Sesta morte di Al Baghdadi
Per prima cosa dobbiamo smettere di sghignazzare- peraltro rabbiosamente – sull’ennesima eliminazione del turpe socio del noto fu senatore McCain, Al Baghdadi, che piagnucola e si fa scoppiare senza che nessuno lo possa riprendere, dato che tutto quello che gli Usa hanno fatto con i Chinook è polverizzare un presunto bunker, mettere al confronto qualche lembo di qualcuno con le mutande che un presunto curdo avrebbe sottratto a un presunto califfo e disperdere ogni presunta prova scientifica e inoppugnabile in mare. Copia poco fantasiosa di quanto questi illusionisti da baraccone dello Stato Profondo avevano fatto con Osama bin Laden, o a Pearl Harbor, o nel Golfo del Tonchino, o l’11 settembre, o con John e Robert Kennedy quando volevano smetterla in Vietnam, o con Nixon, quando strinse la mano a Mao. Quanto, ma quanto ci hanno fatto ridere. Con tanto di smorfia.

Oro o vermiculite (lega di  finto oro )?
Veniamo a noi. Se, seguendo il mio rozzo, ma efficace criterio di valutare, almeno approssimativamente, gli eventi alla luce di chi li appoggia e chi li disapprova, direi che a Beirut, come in Iraq, è in atto una bella rivoluzione colorata, finalizzata all’ennesimo regime change da Stato Profondo Usa, agli ordini della cupola militar-finanziaria capitalista. A prova adduco l’analisi dell’ISPI, quell’Istituto di studi di politica internazionale che più atlanticista non si può e il cui direttore ci viene presentato in ogni congiuntura come il guru delle verità geopolitiche. Il succo del pippone ISPI – pifferaio “tecnico” seguito con devozione dal monopolarismo mediatico, “il manifesto” in testa - è che il nemico della democrazia e del cambiamento in Libano, e dunque dei bravi manifestanti, non sono altri che Hezbollah e il loro alleato Michel Aoun, capo dello Stato e del partito dei Cristiani Liberi, peraltro storicamente primo esempio di convivenza e alleanza tra settori confessionali la cui separazione istituzionale il colonialismo francese in partenza impose  con il classico “divide et impera” confessionale e geografico.

Le analoghe rivolte libanesi del 2015 e del 2005, come queste e quelle di altre rivoluzioni colorate iconicamente rappresentate dalle prime file di signorine, signore e giovanotti freschi di moda e di trucco, come a Belgrado, Caracas, La Paz, Kiev, Hong Kong, poi spesso integrate da misteriosi cecchini che sparano equamente su polizia e dimostranti, furono parimenti apprezzate dall’ISPI, ma anche dalla finta sinistra talmudica e laica, con mosca cocchiera l’ex-“Liberazione” e oggi “il manifesto”, Guido Caldiron.

Passeggiate mediorientali
Pubblicità non occulta. Perdonate.

Metto le mani avanti. Mi picco di saperne un po’ di Libano, frequentato fin dal 1967, Guerra dei Sei Giorni, quando ci passai espulso da Israele per i miei pezzi al Paese Sera. Ma anche di Palestina, Egitto, Siria e Iraq, di cui fino a oggi ho scritto pezzi, libri e girato documentari. Del Libano credo di conoscere alcuni dei più significativi protagonisti: Walid Jumblatt, capo dei Drusi e spesso kingmaker, i dirigenti palestinesi, le grandi famiglie maronite fascistizzanti Chamoun, Gemayel, Geagea, Naim Kassem, vicesegretario degli Hezbollah, gli stessi Hezbollah con i quali e con Stefano Chiarini, il migliore giornalista mai incontrato, abbiamo girato il sud del paese. E poi i militanti, i combattenti nella guerra civile 1975-1990, i contadini, i palestinesi dei campi, Talal Salman, il grande direttore del quotidiano di sinistra Al Safir, per il quale ho scritto anni fa. Lo dico perché un po’ di antropologia e relativa morfologia mi è rimasta attaccata da tante frequentazioni, per cui, quando vedo una folla, non mi è difficile intuirne classe, motivazione e obiettivi.

Quando il pugno racchiude stelle e strisce



In Libano le prime file sono uguali a quelle che ho visto a Belgrado, nei moti che portarono al rovesciamento di Milosevic, visto appresso a Greta Thunberg, visto in tutte le operazioni di regime change Usa: benvestiti, lisci e belli, curati e che, fino a quando non arrivano quei certi cecchini (in Ucraina, Hama, Bengasi, Iraq, e Libano), appaiono personcine educate da ammirare e vezzeggiare. Non fosse per un particolare: il pugno, il pugno di Otpor, la camarilla delle manifestazioni popolari catturate e pervertite, creata dalla Cia in Serbia e poi riemersa e adoperata in tutte le rivoluzioni colorate. Pugno chiuso rubato furbescamente all’iconografia di antiche, autentiche sollevazioni per libertà e giustizia. Proprio come l’ormai abusatissima e dunque screditata “Bella Ciao” (contaminata perfino dalle ugole dei parlamentari PD), e che ora echeggia tra certe folle libanesi, egiziane, irachene.


Anche a Baghdad s’è visto il pugno, anche se lì la morfologia umana è più varia e a prevalenza di poveri e arrabbiati, merito di cui può vantarsi il mullah Moqtada al Sadr, passato dall’ obbedienza iraniana a quella saudita, ambiguo Masaniello che si è assicurato un vasto seguito tra gli strati sciti più deprivati. Il che non toglie nulla, né alle rivendicazioni dei partecipanti, tanto giuste, quanto strumentalizzate, né all’identità della manina spuria di chi s’è messo a capo di organizzazione e rifornimenti (del resto di una qualità, quantità e omogeneità incompatibili con quanto si definisce “protesta spontanea e senza capi”: tende, caschi, maschere antigas, comunicazioni, logistica, fino agli slogan e alle pubblicazioni. E ai finanziamenti di NED, Usaid, Soros).

“In Iraq come in Cile”?

Il trucco, cui quasi tutti i media ricorrono, per imporre una grandiosa mistificazione dei sommovimenti in atto in diversi continenti, è emblematicamente rappresentato dal “manifesto”, fidanzato di tutti i mediorientali purché curdi, quando scrive “In Iraq come in Cile”. Cosa deve metabolizzare il lettore di tale “questa e quella per me pari sono”, cantato da tutti gli altri fakenewisti, nel sincronismo che li unisce quando si tratta di far echeggiare la voce del padrone? Il Cile è al di là di ogni discussione. Incombe, nella figura, nello squilibrio sociale, nella garrota economica, nei carri armati in strada, con tale evidenza l’ombra del dittatore Pinochet; è talmente enorme e traversale l’insurrezione, dai nativi Mapuche, agli studenti, agli operai, ai professionisti e, soprattutto, talmente forte la ripulsa degli yankee da parte del “pueblo unido jamas serà vencido”, che perfino i più accaniti fan dei Chicago Boys e della Cia sono costretti a scappellarsi, “chapeau”.



Ed è questa, per altri versi fortunata circostanza che gli permette di infliggerci la Grande Mistificazione: visto che i manifestanti di Santiago sono bravi e hanno ragione, come non può essere così anche per quelli, ugualmente giovani, con tante donne, spontanei, senza capi, senza partiti, del Cairo, di Baghdad, Beirut, Bassora, La Paz? Ed ecco che tutti, perfino gli ultimi lettori del “manifesto”, i creduloni che ritengono i talk-show di “Fake News” su cui costruire “Fake Thoughts” (falsi pensieri), condotti da Gruber, Zoro, Floris, Formigli, Giletti e, ahimè, a volte anche del mio vecchio collega e amico, Ranucci, credibili finestre sul mondo, sono convinti che da Iraq, Libano, Egitto emani lo stesso profumo della Rivoluzione dei Garofani portoghese (che LC, meglio di altri, raccontò in Italia).

Ribadisco: non v’è dubbio che nei ceti dirigenti di quei paesi vi siano magagne a josa, che ci siano dominati in malessere e dominanti al caviale. Come da noi, forse di meno, forse di più, come dappertutto. In particolare dove le forze della globalizzazione, tanto benefiche verso la terra quanto benevole verso i deprivati, hanno fatto piovere i propri principi di democrazia, libertà, “law and order”, magari scortati da sanzioni, truppe, forze speciali, crociati e cultori di mezzelune impiegate sui colli.

Il non detto delle “rivoluzioni”

Dunque le colpe ci sono: corruzione, inefficienza, disuguaglianze, prepotenze, clientelismi, polizie brutali. Insomma, un bel po’ di pidismo, renzismo, andreottismo, leghismo. E da mo’ che ne soffriamo, loro e noi. Ma per scatenare oggi quelle proteste, far riemergere quel pugno chiuso, c’è qualcosa di non detto, come sempre. Qualcosa che non piace proprio, non tanto alla piazza, che si batte per i cazzi suoi, quanto a chi, lontano e in alto, non gradisce certi comportamenti di certi governi.


Vediamo. Per due volte il Libano ha ricacciato a casa sua chi lo aveva invaso, gli aveva inflitto Sabra e Chatila, ne viola da decenni la sovranità, lo ha messo in ginocchio a forza di missili, lo ha avvelenato con armi proibite. Ancora mi batte il cuore quando, nel 2006, a Bint Jbeil, rasa al suolo quanto Beirut e tutte le altre città libanesi, vidi le truppe israeliane scappare come lepri davanti agli sgarrupati guerriglieri Hezbollah, per la seconda volta vittoriosi. Il Libano era in macerie. Gli Hezbollah furono acclamati da tutto il popolo liberatori della patria e ne furono consacrati difensori in perpetuo. E l’Iran maledetto aveva trovato sul Mediterraneo un alleato forte e affidabile. Ne era nata un’unità nazionale con tutti i movimenti rappresentativi delle varie comunità e confessioni al governo, compresi gli Hezbollah con tre ministeri, e un presidente, il general Michel Aoun, cristiano ma loro alleato. E poi, quegli Hezbollah, non sono andati a combattere e vincere anche in Siria e Iraq? Intollerabile carcinoma nel Medioriente arabo da frantumare.

Saad Hariri, uomo dei sauditi e, dunque, degli Usa, si dimette a seguito, dice, delle proteste. I manifestanti puliti e civili si scontrano con omaccioni che si fanno passare per Hezbollah e Amal, l’altro partito scita. Saad, figlio del più grande e ricco speculatore libanese, ucciso in un attentato, chiede ad Aoun un esecutivo di tecnici: via dalle scatole gli Hezbollah. Libano aperto alle vendette israeliane. Ciò che deve crollare è l’accordo che ha posto fine alla guerra civile: l’unità nazionale di segno patriottico. Chi ne godrebbe?

A Baghdad si rialza la cresta


Poi le colpe degli iracheni, in primis delle Unità di Mobilitazione Popolare che, assieme al ricostituito esercito iracheno, hanno inflitto all’Isis la sconfitta più cocente, ricuperando per intero il territorio nazionale (tranne una striscia occupata dal solito Erdogan) e costringendo le mafie curde di Barzani e Talabani alla mera autonomia regionale. Il governo di Abdul Mahdi, meno prono ai voleri dei tuttora occupanti Usa, non si è opposto a che il parlamento e le milizie popolari denunciassero il sostegno dato dagli Usa all’Isis durante tutto il conflitto e alle recenti incursioni israeliane e chiedessero alle truppe Usa, evacuate dalla Siria e entrate in Iraq, di togliere il disturbo entro 30 giorni.

Chi ha ridotto l’Iraq in quello stato?
Gli apologeti nostrani dei rivoltosi, in effetti duramente repressi dopo aver dato alle fiamme edifici e personale governativo, denunciano i black out elettrici, la carenza di acqua potabile, lo sfascio delle infrastrutture, gli alti prezzi. Non si sognano neanche di accennare a due guerre distruttive, inframmezzate da bombardamenti clintoniani ogni quattro giorni per sei anni, al petrolio, che dovrebbe fornire l’energia e permettere la ricostruzione, per intero in mano ai grossi petrolieri anglosassoni insieme ai suoi proventi, l’acqua del Tigri e dell’Eufrate ridotti a fiumiciattoli dalle nuove, abusive, dighe turche. E se il bluff Moqtada, raffigurato come colui il cui seguito resistette agli occupanti Usa e Nato, mentre contro questi non ha mai sparato un colpo (la resistenza era tutta saddamita e Baath), ora chiede le dimissioni del governo di cui faceva parte e scende in piazza con i manifestanti, vuol dire che al gioco partecipano sauditi, americani e israeliani.

Del Cairo e di Al Sisi mette poco conto parlare. Bastano Amnesty International, HRW, Avaaz, gli atlantisti all’orgasmo del “manifesto”, “Fatto Quotidiano” e tutti gli altri pappagallini a farci capire di chi è nemico al Sisi e di chi sono amici i Fratelli musulmani. La loro descrizione dell’Egitto del presidente che si è avvicinato alla Russia, sostiene Haftar in Libia, ha pacificato il paese, ha raddoppiato il Canale, erige una nuova capitale per decongestionare il Cairo, ha costruito più case popolari di qualsiasi predecessore, deve affrontare ogni giorno un terrorismo jihadista sanguinario quanto e più di quello in Siria (e nessuno ne parla), fa della Giudecca di Dante un parco giochi.

Toccherebbe andare a vedere con i propri occhi. I dossier di Amnesty meritano la sorte dei diari di Hitler. Strillano che chiunque parli contro il “regime” finisce incarcerato, torturato e ucciso. Come Regeni. Come la grande operazione Regeni. Poi, per sostanziare l’affermazione citano “giornali d’opposizione”, “attivisti dei diritti civili”, “Ong”, tutti vivi e vegeti e parlanti. Strano.

E ora vediamo come la mistificazione dei destri-sinistri e destri-destri si estenda all’America Latina. Anche di questa, permettete, qualcosina ne so, e non solo sul piano fisionomico.

Americas reaparecidas
 
Cile e Argentina
Quanto al Cile, con codesti impresentabili continuisti del macello sociale nel paese del miracolo economico latinamericano, nessuno ha potuto sottrarsi, salvo qualche testa di Bolton, McCain, Ong, setta evangelica, o ISPI, al riconoscimento che qui si tratta della rivoluzione di un popolo contro il pinochettismo. Una “democratura” confermata nella pratica e nella Costituzione anche negli anni dei fasulloni della democrazia riconquistata. Personaggi sbaciucchiati dalla sinistra Deep State, alla “manifesto”, tipo Azocar, Escobar, la fellona Bachelet, corsa in Venezuela a dar mano forte al guappo amerikano Guaidò e alle calunnie di Pompeo. Cile nel quale, cosa non riferita dai mass media e non vista né al Cairo, né a Baghdad, né a Beirut, alle spalle del caudillo da abbattere, i manifestanti prendono univocamente per bersaglio i gringos.


Così in Argentina, dove vedo ripresentarsi, grazie a 4 anni di neoliberismo sotto ferula FMI (40 miliardi di dollari da trasformare nel debito di 45 milioni di argentini (escluso lo 0,01 % che ha incamerato il prestito), l’identica situazione lasciata dall’altro ladrone, Carlos Menem. Situazione aberrante che ho filmato nel 2002, attraversando un paese dove il 60% della gente, ridotta alla fame, veniva tenuta in vita dalle mense e dagli ambulatori delle organizzazioni popolari di sinistra. I soliti media, sempre col gufo “manifesto” in testa, masticano amaro. Tanto, che costretti a riconoscere una sollevazione sacrosanta contro l’ennesimo restauratore amerikano del “cortile di casa”, si rifugiano negli acidi sospetti su una Cristina Kirchner, già protagonista col marito Nestor della rinascita argentina. Cristina farebbe la vicepresidente dell’altro peronista Fernandez (più moderato, nella speranza dei media) per garantirsi l’impunità da una serie di inchieste montatele contro da una magistratura che fa il paio con la brasiliana dell’incarceratore di Lula, il procuratore Sergio Moro, poi premiato da Bolsonmaro con il ministero della…Giustizia.

In Bolivia, dove limpidamente ha vinto per la quarta volta Evo Morales, l’uomo che ha estromesso l’FMI, registrato un miglioramento delle condizioni di vita e della macro e micro-economia senza precedenti nella storia del paese, siamo alle solite: contestazione del risultato e accusa di brogli. La rivolta, del tutto analoga negli obiettivi, nei protagonisti e nelle manipolazioni di quelle di Libano e Iraq, stesso padrino, stesse Ong, parte come altre volte da Santa Cruz, feudo e regione di irriducibili latifondisti e covo dei revanscisti dell’alta borghesia, oggi guidata dallo sconfitto Carlos Mesa. Morales, in un soprassalto di generosità, ha invitato l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), a verificare i risultati. Visto la natura di zerbino yankee di questa organizzazione e del suo segretario, Luis Almagro, ha assunto un notevole rischio.

Ecuador: la vittoria tradita
Un discorso a parte merita l’Ecuador dove tutti, chi inconsapevole, chi da sorcio nel formaggio, festeggiano l’accordo tra il presidente Lenin Moreno, traditore e poi persecutore dell’ex-presidente Rafael Correa, che, in cambio del solito prestito miliardario FMI, s’era venduto il paese e Assange agli Stati Uniti. Correa  aveva fatto entrare il paese nell’ALBA, la coalizione antimperialista messa in piedi da Chavez, e adottato misure contro l’endemica povertà, in difesa dell’ambiente. Aveva anche lui cacciato il FMI. Sostenuto dalla Rivolucion Ciudadana, aveva risollevato il suo popolo dalle disastrose condizioni in cui l’aveva lasciato tutta una serie di fantocci di Washington.


Ho avuto la fortuna di passare con telecamera e taccuino dalle parti di Ecuador e Bolivia, proprio nella fase del passaggio dall’abiezione colonialista a una liberazione-emancipazione conquistata da enormi insurrezioni popolari e da due nuovi leasder. A Quito avevo intervistato Luis Macas, segretario della CONAIE, il coordinamento delle associazioni indigene e ne avevo notato la totale estraneità alla lotta e ai suoi obhiettivi anticapitalistici. Fatto da collegarsi al sostegno della Conaie al presidente Lucio Gutierrez, indigeno anche lui ma filo-americano e dollarizzatore del paese, abbattuto dall’insurrezione.

Indigeni alla vermiculite
Ebbene, oggi la stessa Conaie, stavolta protagonista delle rivolta, ma che aveva tentato di espellerne il movimento di Correa, Alianza Pais, ha concluso con Moreno un accordo nettamente a ribasso, confermandolo a una presidenza che le masse avevano voluto ritirata, rimandando a casa, nelle lontane province amazzoniche, le tribù che si erano mobilitate. Contro la promessa, si badi bene: promessa, di ritirare il paquetazo che aveva innescato la lotta, un insieme di tagli dei sussidi e di aumento dei prezzi, soprattutto del combustibile, la Conaie ha accettato che tutto rimanesse com’era: il caudillo Moreno, il sistema neoliberista, un’economia estrattivista al servizio delle multinazionali Usa. Un nuovo tradimento.

Non sempre le organizzazioni indigene, si veda Bolivia e, appunto, Ecuador, ma anche gli zapatisti dell’ex Marcos in Chiapas, sono esenti da ambiguità e corporativismi etnici, a dispetto degli indigenisti nostrani che, chiunque sia o qualunque cosa faccia l’indigeno, spesso in combutta con interessate Ong, si schierano senza se e senza ma dalla sua parte. Come con i migranti, fossero anche la mafia nigeriana.

Concludendo, la fattucchiera che, da capa del tritacarne FMI, ha ridotto l’America Latina nelle condizioni viste, salvo Bolivia e Venezuela dalle quali era stata cacciata, ce l’abbiamo oggi alla testa della grattugia BCE. Volessero gli dei che anche da noi cominciasse a spirare il vento che oggi gonfia le vele dell’America Latina.