domenica 2 settembre 2018

PARTE SECONDA----- Sullo sfondo del Corno d’Africa normalizzato----- ORRORI ERITREI O ORRORI COLONIALISTI ?



Provo a postare su Facebook la seconda parte dell'articolo su Eritrea e cambiamenti strategici nel Corno d'Africa, con ripercussioni tragiche sullo Yemen. Vediamo se la rimuovono o se mi bannano. In ogni caso tutti questi materiali sono visibili su www.vk.com e su fulviogrimaldi.blogspot.com. I commenti si possono fare sia qui che sul blog.

Vedere cammello
L’Eritrea, come l’ho conosciuta io, frequentandola fin dalla trentennale lotta di liberazione dall’Etiopia e fino a oggi, non è questa. L’Eritrea per i colonialisti di ritorno ha gravi colpe che forse oggi va emendando. L’Eritrea era l’unico paese dei 52 africani che non ha mai accettato un presidio militare straniero, tantomeno statunitense o Nato. Sotto sanzioni, precisamente per questo, dall’inizio del secolo, ha dovuto cavarsela da sola, ma non ha mai chiesto l’assistenza del FMI o di altri organismi sovranazionali, ontologicamente ricattatori e giugulatori. Ripetutamente e in due guerre maggiori è stata aggredita dall’Etiopia (100 milioni di abitanti contro 4) su mandato delle sue potenze madrine: Usa e Regno Unito. Ha adottato un sistema a partito unico, che è quello che l’ha guidata nella lotta rivoluzionaria, Il Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (FPLP). Sotto assedio economico, politico e militare del colonialismo di ritorno, ha saputo rendersi autosufficiente sul piano alimentare. Quella della spaventosa carestia, denunciata da “L’Avvenire”, è una bufala-pretesto per sollecitare un “intervento umanitario”. Con un sistema di dighe e bacini che raccolgono l’acqua piovana, l’Eritrea ha potuto salvarsi dalle ricorrenti siccità che affamano i popoli del Corno.

In ogni città eritrea, dove abbiamo visto vivere e lavorare una popolazione serena, libera di comunicare con lo straniero, di andare per le sue faccende, senza che vi si veda mai uno solo dei mille e mille poliziotti e soldati che presidiano le nostre democratiche strade, vi sono caffè internet aperti a tutti, frequentati anche da noi quando filmavamo per il nostro documentario. In ogni locale pubblico o albergo le menzogne dell’Avvenire sono smentite da televisori che trasmettono la BBC, la CNN, la CBS e altre emittenti delle presstitute occidentali. Quanto al famigerato servizio militare “a vita” , dura 18 mesi. I magliari dell’informazione includono in quel servizio perenne coloro che scelgono il militare come professione, che vengono richiamati per l’emergenza di una minaccia etiopica (per 25 anni l’Eritrea ha dovuto vivere in uno stato di no pace-no guerra) e che svolgono dopo il militare un servizio civile di alcuni mesi a sostegno dello sviluppo nazionale (scuole, edilizia, agricoltura, costruzione di infrastrutture, terrazzamenti, sistemi idrici).

 
visionando@virgilio.it


Tutto questo, con tante visite, tanti percorsi, tanti incontri, tante interviste, sempre liberi di parlare con chicchessia, studenti, operai, donne, intellettuali, artisti, baristi… Sandra Paganini e io lo abbiamo raccontato e fatto vedere nel nostro documentario: “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa”. Una stella che il nuovo colonialismo, in sinergia con solidarismi buonisti degli accoglitori impegnati nella spoliazione dell’Africa, ha costantemente tentato di oscurare. Oggi non sappiamo se vi è riuscito. Ciò che pasolinianamente sappiamo è che la coordinata operazione Diciotti, eritrei, manifestazione milanese, orrori libici e relativo tsunami mediatico, sono l’ennesima offensiva delle forze colonialiste con le loro armi di distruzione di massa. Colonialisti che si trascinano dietro un sacco di gente in buonafede e ansiosa di compensare profondi sensi di colpa coloniali e razzisti, innestatagli dalla storia dei “valori euroccidentali”. Colonialisti che vedono crescere un fronte avverso che non solo conta di salvaguardare la propria sopravvivenza materiale e culturale, ma che inizia a rendersi conto come quegli africani in ininterrotto esodo sono destinati, insieme ai loro paesi d’origine che, prima di noi, con la loro agricoltura di sussistenza erano autosufficienti grazie ad autoproduzione e autoconsumo, a costituire con la propria manodopera schiavistica, la garanzia delle utilissime disoccupazione e povertà domestiche in Europa.

 
Caffè ad Asmara

 
Giro d’Eritrea internazionale con squadra italiana


Corno normalizzato. A vantaggio di chi?
Resta da dire dei clamorosi sviluppi che stanno cambiando la configurazione del Corno d’Africa e la sua collocazione geopolitica in una delle zone strategicamente più cruciali, militarmente ed economicamente, del pianeta, con tragici effetti sul vicino Yemen. C’è stata la sbalorditiva riconciliazione tra Etiopia ed Eritrea dopo quasi un secolo di conflitti intermittenti. E’ seguita nei giorni scorsi, l’altrettanto sorprendente accordo tra Asmara e il governo somalo, insediato dagli Usa, riconosciuto dall’ONU, ma non dalla popolazione somala, la cui resistenza (oggi sostenuta dagli islamisti di Shabaab) ne ha ristretto il potere su una ridotta parte della capitale Mogadiscio, mentre le aree staccatesi dal corpo centrale del paese, il Puntland  e il Somaliland, sono governate da autonominati autocrati di stretta osservanza occidentale.


Difficile dire in che direzione si muova il giovane premier etiope Abiy Ahmed. Ma osservatori esperti, come Finian Cunningham, danno meno peso ai suoi atti “liberali”, la scarcerazione dei prigionieri politici, la pacificazione delle tante minoranze, Oromo in testa, la pace, appunto, con Asmara, quanto a un apparente ritorno nella zona di influenza occidentale, in fattispecie americana. Non è che i suoi predecessori l’avessero antagonizzata, l’Etiopia era infestata da basi Usa e israeliane, ma poi ci sarebbe stato un rapporto sempre più stretto con la Cina, grande investitrice nelle infrastrutture e nell’agricoltura dell’immenso paese., soprattutto col precedente premier, Desalegn. Cosa sgraditissima a Usa e alleati europei e del Golfo, di cui avrebbe tenuto conto Abiy Ahmed raffreddando i rapporti con Pechino e tornando all’ovile. La situazione si chiarirà presto. Nel frattempo, però, a dispetto di quella che viene detta pacificazione interna, appaiono moti di rivolta sia in Tigray, il cui Fronte Popolare di Liberazione (FPLT) era al potere da decenni e si oppone alla pace con l’Eritrea, sia in Ogaden, regione al confine della Somalia, popolata da etnie somale e sottratta alla madrepatria da Menelik II nel 1897.

Nessun dubbio, invece, sul gradimento occidentale e dei paesi africani clienti, come Kenia, Uganda, Sud Sudan, per le recenti mosse del presidente eritreo Isaias Afewerki. Se si ricorda come le sanzioni all’Eritrea fossero state inflitte con il pretesto del suo appoggio alle milizie somale degli Shabaab, fa colpo, dopo la ricomposizione con Addis Abeba, anche l’amicizia tra Eritrea e regimetto somalo, sancito il 28 luglio scorso ad Asmara, dagli abbracci tra Isaias e il presidente-fantoccio somalo Mohamed Abdullah detto “Formajo”.


Somalia libera? Mai!
Sono stato testimone, per il TG3, prima della collega Ilaria Alpi, del tentativo degli Usa di rimettere le mani sulla Somalia, subito dopo che, nel 1991, una rivolta di popolo, guidata dal generale Mohamed Farah Aidid, aveva posto fine al trentennale potere assoluto di Siad Barre, grande amico di Craxi e grande protagonista del criminale traffico armi-contro rifiuti tossici allestito con l’Italia che costò la vita a Ilaria e a Miran Hrovatin. Intervistai sia Aidid, proclamato presidente, sia Ali Mahdi, un contropresidente inventato da Italia e Nato, da opporre ad Aidid che puntava a una Somalia unita e libera di vincoli capestro con l’Occidente. Il Tg3 pubblicò l’intervista con il fidato Mahdi, non quella dell’incontrollabile Aidid. A proposito, da che parte pensate io abbia trovato il presidio di Medici Senza Frontiere a Mogadiscio? Da quella del burattino dei neocolonialisti, ovvio no?.

Ci fu poi il fallito tentativo di Restore Hope, brigantesca spedizione ONU, di riprendersi la Somalia con la forza, culminato nella fuga degli Usa e dei suoi ascari, anche italiani. Aidid cadde in combattimento, una forza popolare di islamisti moderati, chiamata  Unione delle Corti Islamiche, riuscì nel 2006 a interrompere la devastazione del paese per mano di capiclan di una fazione filoccidentale e l’altra e a ricomporre nella pace l’unità della Somalia. Gli fu lanciata contro un’altra offensiva imperialista, prima utilizzando truppe etiopiche e poi una spedizione ONU, Amisom, che fece nuovamente strame del martoriato paese.


Accompagnati da continui bombardamenti Usa, truppe dei paesi vassalli, Uganda, Kenia, Ruanda, imperversano da allora, a forza di ogni sorta di violenza, contro la popolazione civile, in gran parte sostenitrice della resistenza degli eredi delle Corti Islamiche, gli Shabaab, detti parte di Al Qaida, sebbene, diversamente da questa e dall’Isis, non siano certo stati creati e finanziati da Usa e Golfo. Intanto in un albergo di Mogadiscio si pretende governo della Somalia una successione di pseudo-presidenti e pseudo- parlamenti nominati a Gibuti da Washington, Parigi e Londra. Ultimo questo Formajo. Tutti del tutto incapaci di evitare che gran parte del paese resti sotto controllo o esposto alle operazioni, anche contro i nemici della Somalia a casa loro, dei “terroristi” Shabaab.

 
Al Shabaab


Dimmi con chi vai…
E’ evidente il segno che si può dare alla disponibilità dell’Asmara di stringere amicizia e accordi vari con una simile entità. Come altrettanto drammaticamente evidente è il significato di una scelta come quella che, aperti i porti eritrei al lungamente agognato accesso al mare dell’Etiopia, ha concesso agli Emirati Arabi Uniti una base militare nella città portuale dancala di Assab, di fronte allo Yemen. Base che, come riferiscono fonti ormai non più smentibili, da chi sta compiendo genocidi in Yemen, insieme ai sauditi e sotto madrinaggio Usa e Nato, viene utilizzata per gli attacchi navali e aerei contro l’opposta riva del Mar Rosso, dove 22 milioni di civili, donne, bambini sono esposti a un blocco alimentare e di farmaci di una ferocia senza precedenti nella storia delle cosiddette democrazie. La vergogna di tale sudditanza agli interessi imperialistici di satrapi del Golfo e bellicisti occidentali è esaltata dal ricordo che fu lo Yemen a sostenere la lotta di liberazione eritrea e ad accoglierne combattenti e profughi civili in fuga dalla repressione etiopica.

 
Yemen


Resta qualche spiraglio di incertezza nell’interpretazione da dare alla pacificazione tra la piccola Eritrea e il gigante etiope. Nessuno spiraglio, invece, per quanto riguarda il sostegno ai necrofori di un genocidio. Il che, beninteso, nulla toglie al carattere razzista e colonialista di coloro che infamano l’Eritrea per ragioni false.

Ma adesso che l’Eritrea promette di entrare nel giro dei nostri amici e alleati, come la mettiamo con “gli orrori della dittatura”, cari “manifesto”, “Nigrizia”, “L’Avvenire”, Ong e umanitari vari? Niente più asilo politico automatico? Tutti clandestini?

https://www.youtube.com/watch?v=PUupPymm-Y8&feature=youtu.be (documentario sulla guerra allo Yemen)

sabato 1 settembre 2018

RISPOSTA A MASSIMO FINI DE "IL FATTO QUOTIDIANO" A PROPOSITO DI AL SISI, ISIS E REGENI



(Una versione ridotta è stata inviata a lettere@ilfattoquotidiano.it)

Caro Massimo Fini,

da un giornalista esperto e libero come Lei mi sarei aspettato una maggiore circospezione nei giudizi su Al Sisi, Fratelli Musulmani e Regeni e una minore adesione alla vulgata propagandistica del colonialismo occidentale (Il "Fatto Quotidiano, "Il cielo poco stellato dei 5 Stelle tra Al Sisi e la guerra afghana", 1 settembre 2018).

Non dovrebbe esserle sfuggito che i FM, creatura partorita dagli inglesi nel 1924 contro il nascente risveglio panarabo, sono da sempre al servizio del recupero del controllo anglosassone sul mondo arabo, che Morsi, eletto appena dal 17% dei cittadini,  è stato cacciato da una rivolta popolare di cui si sono fatti carico i militari, ma sostenuta da 20 milioni di firme, tra l’altro per la sua repressione sanguinosa dei copti e delle lotte operaie, per il suo integralismo religioso con l'imposizione della Sharìa a una nazione storicamente laica e per la sua fornitura di volontari al jihadismo anti-siriano. 

Se in Egitto vige un forte controllo sulla popolazione, non certo nei termini da Lei acriticamente sussunti dalla disinformazione occidentale (tenga presente le grottesche – e poi smentite - bufale di organi del Dipartimento di Stato come Amnesty o HRW su Iraq, Libia, Siria), dovrebbe anche dirsi che il paese è sottoposto a una feroce guerra terroristica dell’Isis che non distingue tra civili, poliziotti, soldati e alti funzionari dello Stato e che è il braccio armato dei FM. 

Dal sua articolo esplode una contraddizione sbalorditiva. L’Isis le va bene se massacra egiziani per conto dei suoi mandanti occidentali e del Golfo, e le va male quando sabota il sacrosanto sforzo di liberazione dei Taliban da questi stessi mandanti. 

Quanto a Regeni, ne andrei a vedere il curriculum, tutto segnato dalla formazione di quadri dell’Intelligence negli Usa, da collaborazione con gli spioni John Negroponte (Squadroni della Morte in Centroamerica e Iraq) e McColl (MI6) in “Oxford Analytica”, probabilmente soppresso dai suoi stessi datori di lavoro una volta bruciato dal video in cui offriva 10.000 dollari al sindacalista purchè gli fornisse un “progetto”, ovviamente eversivo. Bruciato ma ancora da utilizzare da morto.

Non le provoca il minimo sospetto la circostanza che venisse tolto di mezzo nel momento in cui Roma e il Cairo concludevano grandi affari petroliferi a spese di altre potenze occidentali e serviva un cadavere tra i piedi di Al Sisi?  

Affermare poi che i servizi segreti egiziani, eredi di Nasser e Mubaraq, temuti in tutto il Medioriente, non siano capaci di far sparire un cadavere torturato,"come fa bene la mafia", fa davvero torto alla sua rispettabile storia professionale. Il cadavere di Regeni, con terrificanti segni di tortura, andava trovato, visto, mostrato al mondo e utilizzato per togliere dalla scena politica e petrolifera egiziana un concorrente robusto come l'Italia dell'ENI. 
Oltrechè per additare alla riprovazione universale un governante laico, sostenitore del generale Haftar in Libia, esponente dell'unico parlamento e governo eletti dai libici, e dalle intollerabili aperture verso la Russia di Putin.
  
Con stima,

Fulvio Grimaldi
Giornalista, inviato di guerra, già BBC, RAI-TG3 e di molte testate italiane e internazionali.



giovedì 30 agosto 2018

PARTE PRIMA--- Sullo sfondo del Corno d’Africa normalizzato ----- ORRORI ERITREI O ORRORI COLONIALISTI ?----- Macron e “manifesto” uniti nella lotta




(Precedenti articoli sul blog “Il prezzo è lo Yemen?” e “Pacificazione nel Corno”)
Eritrei manifestano a Ginevra contro le calunnie al loro paese
Avviso ai naviganti: Facebook, dopo avermi sospeso e rimosso ripetutamente miei articoli, ora rimuove anche i semplici titoli che posto senza il pezzo, indicando che questo si può trovare sia sul mio blog, sia sul facebook alternativo VK, al quale invito tutti a iscriversi. Cioè rimuove senza neanche conoscere il contenuto, prova che sono stato segnalato come da eliminare tout court. Succede a me come a Byoblu e a tanti altri, qui e nel mondo, vittime di queste liste di proscrizioni compilate dai governi occidentali. Ricordate Niemoeller: “Prima sono venuti a prendere gli zingari….” Eppure non si muove foglia. I cari amici e compagni, lungi dal mobilitarsi, protestare, scrivere, firmare, come è successo negli Usa, stanno alla finestra. Attenti a non cadere.

C’erano tutti nell’abbordaggio politico-umanitario alla motovedetta della Guardia Costiera “Diciotti”, comandata dal signor Massimo Kothmeir (nomen omen) che alle sue virtù marinare e umanitarie aggiunge la rara perizia dell’arte marziale praticata dalle forze speciali di Israele e colà appresa. Ognuno ne tragga le conclusioni che vuole, alla luce del curiosissimo fatto che ha visto una quasi totalità di giovani maschi eritrei (otto donne) tra i 170 migranti raccolti da un barcone in perfetta efficienza in acque di spettanza maltese, trasportati verso Lampedusa e infine dirottati dal governo a Catania.

Tutti, vuol dire il fior fiore dei portatori dei migliori sentimenti umani, in Italia, Europa e sul pianeta, autentici o meno (ma questi ultimi i più accaniti e vociferanti): Ong umanitarie del giro Nato-Soros, giornale e televisione unici nazionali e internazionali, destri-sinistri (vale a dire: tutti destri), il papa, preti e suore, cooperative di Comunione e Liberazione (non importa se logorate da inchieste giudiziarie), renziani, franceschiniani, martiniani, bersaniani, fratoianniani, arancioni demagistriniani, spiaggiati rifondaroli, centri sociali affumicati, poterealpopulisti… Consacrati, tutti quanti, da una magistratura che, con un guizzo da centometrista, incrimina il ministro fellone per non aver scaricato subito quella fetta di dolente umanità. Una magistratura in cui, come suol dirsi, abbiamo tutti la massima fiducia, che si tratti di quelli che hanno inchiodato i Woodcock, i De Magistris, i Robledo, i De Matteo, le Raggi e hanno sorvolato sui Renzi del Consip, o di Banca Etruria.
 Dall’altra parte, reietti, solo i populisti, la maggioranza di chi vota in Italia. Convitato di pietra, ma una pietra su cui erigere l’enorme cattedrale della solidarietà, l’UE e il suo rifiuto di filarsi le richieste di ricollocazione del governo italiano, enorme assist a quelli sotto la nave col cartello “welcome”.

Reduci dall’inferno, ma tonici e in gran forma


Tutto un gigantesco can can buonista, con passerella di Boldrini e boldriniani sotto gli occhi compiaciuti di capitan Kothmeir, alla faccia degli odiatori di professione, dei rancorosi, invidiosi e, naturalmente xenofobi e razzisti, senza dimenticare il vizio capitale del sovranismo. Perché non far scendere quei disperati eritrei, dare subito l’asilo politico, consolare e premiare per essere sfuggiti a un’orrenda dittatura e a quei campi libici davanti alle cui atrocità lo stesso pontefice, poverino, ha dovuto inorridire, costituiva certamente un crimine contro l’umanità (per inciso, a qualcuno è parso di aver già visto quelle immagini di africani neri legati e appesi. Era subito dopo l’occupazione della Libia da parte delle milizie dei Fratelli Musulmani, quando i prodi liberatori di Misurata, quelli pro-Nato e curati dai MSF, si impegnarono a far fare quella fine ai cittadini di Tawergha, abitata da africani neri. 100mila tra assassinii mirati, case bruciate, quartieri rasi al suolo, sequestrati in campi della tortura (questa, sì, vera).

Di Misurata, nel mio documentario ”MALEDETTA PRIMAVERA, Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”, ho potuto intervistare un miliziano pentito. Se ne ascoltate il racconto agghiacciante di uccisioni e stupri di neri e soldati e civili gheddafiani, avrete un idea di cosa i nostri media umanitari hanno favorito e poi cancellato. Poi mettetelo al confronto  con i latrati sulle infamie libiche e africane di oggi e traetene una valutazione su pesi e misure dei nostri media.
 
visionando@virgilio.it

Ma come, tutti eritrei? E dove li hanno trovati, tutta una brigata di giovanotti e giovinetti, tutti torturati, ma senza segni, tutti sfuggiti alla micidiale polizia segreta di Isaias Afewerki? Tutti integri, solo con un po’ di scabbia, dopo traversate di deserti e mari? Che mo’ in Libia si mettono a raggruppare sui barconi per nazionalità? O c’è stato una richiesta, una commissione, un appalto,  un ordine di servizio? Forse quel don Mussa Zerai, quel prete che si dice eritreo, ma che gli eritrei dicono etiope e che, col suo telefono satellitare e relativo numero diffuso in tutto il Corno, governa “la fuga” degli scampati alla dittatura, da lui insistentemente definita la più orribile del mondo e che l’immancabile “manifesto” onora ogni tanto di interi paginoni?

Non ci sono stati, ma conoscono crimini e criminali

 
Perché per questa sfida strategica agli ostacoli agli sbarchi decretata dal governo, visto che il resto dell’Europa se ne fotte e non ha neanche suddiviso per paesi, come promesso, quelli precedentemente sbarcati a Pozzallo? Per un semplice e inconfutabile motivo: degli eritrei nessuno può sfrucugliare l’accoglienza e a tutti va garantito l’asilo politico semplicemente in virtù del paese d’origine. Impedirne lo sbarco, l’accoglienza e l’occidentalizzazione (detta “integrazione”) sarebbe un crimine ancora più grave perché mai potrebbero essere definiti clandestini o illegali. Come mai questo privilegio garantito solo anche ai siriani perché fuggono dal loro paese massacrato anziché difenderlo e ricostruirlo? Per chiarire, dopo un assist fornito dal missionario comboniano Zanotelli relativo a un paese “orripilante”, ma di cui non ha mai visto neanche un’antilope,  l’Avvenire, giornale dei vescovi esprime, in sostanza, questo giudizio:
“L’Eritrea è governata da una delle dittature più spietate del mondo, che nega tutti i diritti pratica esecuzioni sommarie senza processo. Nel paese è in corso una tremenda carestia e vige il divieto assoluto di ottenere visti per lasciare il paese legalmente. I cittadini sono tenuti all’oscuro di quanto accade all’estero. Internet è pressochè inesistente e solo l’1% della popolazione ha accesso alla rete, i cui contenuti sono filtrati dal governo”. Analoga analisi, tanto diffamatoria quanto arbitraria e strumentale, è fatta da “Nigrizia”, organo dei missionari comboniani, quelli di padre Zanotelli.

Vaticano, foglio “comunista”, Cia: una sola voce
Questo lo dicono i vescovi e i missionari, da sempre rompighiaccio caritatevoli della penetrazione coloniale. E, se lo dicono i vescovi e i frati, in una monarchia assoluta come lo è la Chiesa cattolica, lo dice il papa. Ebbene, il papa mente. E non solo sui chierici omo e pedo. In positivo lo affermano i quasi diecimila eritrei della diaspora in Italia, i 40mila giunti da tutta Europa che hanno manifestato all’ONU di Ginevra contro le falsità diffuse dalle sue commissioni mai state in Eritrea, le migliaia in altre parti del mondo che tutti sono schierati con il loro governo e nel loro paese tornano regolarmente. In negativo lo dimostrano quei poveri eritrei della Diciotti che, ai “mediatori culturali” e agli interessatissimi dell’UNHCR, raccontano, bene istruiti, tutti esattamente la stessa storia, ridicolmente identica fin nei dettagli, dei soprusi e abusi subiti. Traversie e maltrattamenti per i quali qui avrebbero dovuto sbarcare relitti umani, non giovani dichiarati dai medici in carne e salute. Ho una bella intervista di uno di questi “mediatori culturali” che bene illustra le manipolazioni e i ricatti ai richiedenti asilo eritrei.

Eritrei a Ginevra

Naturalmente non poteva mancare “il manifesto”, sulla stessa linea dei preti, che poi è quella del governo Usa, ma anche più virulenta; che si fa per guadagnarsi una nicchia nel salotto buono! Del resto perché stupirsi con un giornale che imbratta la sua testatina schierandosi con la Cia in Nicaragua, con i latifondisti bianchi espropriati in Zimbabwe, con tutti i russofobi del regime-ombra Usa, con il PD, Juncker, McCain “destra perbene”, Fratelli Musulmani, Soros, Hillary, Amnesty. Sapete cosa è stato capace di scrivere nei titoli, a proposito dello scontro tra Roma e Parigi, su un presidente ex-bancario, uomo di tutte le  lobby, combattuto da uno schieramento sociale come non  lo si vedeva dai tempi del ’68, al 32% dei consensi, sepolto dagli scandali, tra cui quello di stretti collaboratori che pestano manifestanti, dal forfait dei suoi migliori ministri, che a Calais e Ventimiglia tratta i migranti come appestati? Ecco: “Macron sfida i sovranisti e prova  a formare il fronte progressista”. Progressista!  Macron!



mercoledì 29 agosto 2018

Mentre “il manifesto” onora migranti, guerre e McCain ----- SIRIA, ALLARME ROSSO



Sotto il titolo “Provocazioni in vista  SIRIA, ARMI CHIMICHE: GLI USA CI RIPROVANO A IDLIB” ho già pubblicato un pezzo in cui riproducevo le notizie che arrivavano da tutti i pizzi di un imminente attacco alle forze governative siriane e ai loro alleati russi, iraniani e Hezbollah in procinto di liberare il penultimo territorio siriano occupato da jihadisti protetti dall’esercito turco (l’ultimo essendo il terzo di territorio nazionale invaso e occupato dai curdi grazie all’intervento di truppe statunitensi). Attacco che avrebbe fatto ricorso all’ennesimo  pretesto di una strage di civili da armi chimiche di Assad. Ora la situazione è diventata incandescente e la provocazione, con le tremende conseguenze minacciate dagli aggressori, potrebbe verificarsi fra giorni o or. E’ evidente l’intento di rovesciare nel suo contrario l’esito vittorioso conseguito dalla resistenza nazionale siriana nel Sud e nell’Ovest del paese durante gli ultimi mesi.

Prima sono arrivate le minacce di Washington, Londra e Parigi di una durissima rappresaglia, da mettere in ombra quanto inflitto con i bombardamenti Usa conseguenti alla provocazione finto-chimica di Ghouta Est, nel caso che “Assad ricorresse di nuovo ad armi chimiche nell’assalto a Idlib”. Idlib è la regione del Nordest siriano in cui si sono concentrate le formazioni terroriste di Al Qaida (Al Nusra, Ahrar al-Sham, secondo i vari pseudonimi) e Isis, evacuate dalle varie zone liberate e garantite dalla presenza militare di Ankara che intende mantenere il controllo di una larga striscia di confine che vada da Afrin a Idlib, alle spalle di Aleppo e Latakia.


Prevedendo e prevenendo l’ennesima provocazione, che come le precedenti risulterà poi opera dei terroristi riforniti da Turchia e Saudiarabia, l’intelligence russa ha ben lavorato. Sulla base dei risultati acquisiti, il Ministero della Difesa russo ha potuto rivelare che i famigerati Elmetti Bianchi (quelli sopravvissuti alla fuga in Israele) hanno rifornito ai jihadisti di Idlib vaste quantità di sostanze chimiche allo scopo di realizzare un attentato stragista da poi attribuire a Damasco. Fonti locali hanno fornito notizie e video all’intelligence di Mosca secondo cui “agenti tossici sono arrivati in zona su due camion in provenienza dalla città di Saraqib, accompagnati da otto membri degli Elmetti Bianchi e sono stati consegnati a un deposito di armi. Più tardi, parte del carico è stato trasferito in contenitori di plastica e trasportato in un’altra base nella parte meridionale di Idlib, dove si stanno affacciando le avanguardie dell’offensiva siriana. Si vorranno utilizzare questi agenti chimici contro i civili, per poi addossarne la colpa alle forze governative.”

Si muovono le flotte, arrivano tra i curdi i missili antiaerei


La gravità della situazione è acutizzata dall’arrivo nelle acque davanti alla Siria della nave da guerra USS Ross con a bordo 28 missili di crociera Tomahawk, alla quale ha risposto il movimento dal Mar Nero verso il Mediterraneo di una flotta russa con sette unità. Contemporaneamente gli Usa hanno iniziato ad installare nelle loro basi della zona occupata insieme ai curdi (Kobane, Raqqa, Hasakah) sistemi avanzati di difesa aerea e radar elettronici (ricordiamo che finora i russi hanno negato ai siriani l’efficacissimo sistema anti-aereo S-400, venduto invece a turchi e indiani). Pare che sia in preparazione la proclamazione di una no-fly zone, area di non sorvolo, che vada da Manbij (terza grande base Usa: altro che ritiro ventilato da Trump!) ai limiti di Deir ez-Zor, città liberata dai siriani. Nei social circola un video che mostra militari Usa impegnati a installare difese antiaeree e radar arrivati su aerei da trasporto militari.

Sarà interessante vedere la reazione a tutto questo dei turchi. Presi tra due interessi e due alleanze in conflitto tra loro: contro i russi alleati dei siriani e in difesa dei jihadisti nemici di Damasco a Idlib, contro i curdi alleati degli Usa e in implicita difesa della Siria in Rojava. Una prova difficile anche per un campione nei barcamenamenti come Erdogan.

Per i migranti, per le guerre e per McCain


Ugualmente interessante e ancora una volta comprovante a quale schieramento vada attribuito il “manifesto” e il suo seguito di sinistri sinistri, è il totale silenzio sugli eventi in Siria e in Medioriente del giornale impegnato a sostenere o, nell’imbarazzo rispetto a lettori utili idioti, a tacere, le campagne dell’imperialismo-colonialismo. Lo stesso silenzio su guerre e genocidi occidentali ormai storicamente osservato anche  dalle migliaia di convenuti ieri a Milano per proclamare lo sradicamento di popolazioni africane e asiatiche senza se e senza ma e protestare contro l’incontro tra Salvini e il premier “nazista” ungherese Orban. Orban può piacere o non piacere, l’incontro può essere condivisibile o meno, ma quello che davvero irrita i mandanti della demonizzazione di questo politico è la sua cacciata dal paese del guarrafondaio e golpista George Soros e delle sue Ong di destabilizzazione, i suoi buoni rapporti con Mosca, il suo filo spinato antimigranti (pari ai muri, seppure magari non spinati, di tutti gli altri paesi europei). E, forse, anche il fatto che, prima del blocco adottato oggi, l’Ungheria era il paese UE che aveva accolto il più alto numero di immigrati rispetto alla popolazione autoctona. E, in più, questo mascalzone xenofobo registra uno dei più alti indici di crescita e uno dei più bassi numeri di disoccupati di tutta l’UE.

L’altro giorno abbiamo riferito dei necrologi tributati all’ “eroe americano” John McCain dai maggiori media italiani. Era lunedì e non era uscito “il manifesto”. Il “quotidiano comunista” ha ricuperato il giorno dopo con un corsivo di Guido Moltedo, grande elettore di Hillary Clinton, intitolato, leggete bene: “John McCain, la destra per bene”. Si parte con la bella figura fatta dal senatore repubblicano quando difese Obama dall’attacco di un suo sostenitore che ne contestava la nascita a Honolulu:”irrinunciabile signorilità verso gli avversari politici”. Si prosegue con la vibrante rievocazione del “commosso omaggio reso da McCain, anticomunista viscerale, a un volontario comunista delle guerra di Spagna”. E si chiude con l’ammirevole voto di McCain contro la cancellazione, voluta da Trump, della riforma sanitaria, Obamacare, voluta dal presidente nero. Incidentalmente, una riforma che consegnava la povera gente mani e piedi legati dalle infermità alle compagnie di assicurazioni e all’obbligo di curarsi esclusivamente con i costosi farmaci di marca, mai con i generici.


Della “irrinunciabile signorilità”, del fautore e attore di tutte le guerre americane, verso i terroristi jihadisti, nominalmente nemici che gli Usa combattevano, ma che hanno dato agli Usa, alla Nato e ai nababbi del Golfo una buona mano per distruggere e uccidere Iraq, Libia, Siria e paesi nordafricani (ora anche Afghanistan) e verso i nazisti del putsch ucraino, l’ottimi Guido Moltedo de “il manifesto”, non ha detto una parola. E, che cazzo, non andava esaltato il “destro perbene” pure per quella signorilità? Una dimenticanza.



lunedì 27 agosto 2018

John McCain ---- MORTO UN EROE DELLA CIVILTA’ NEI CUI VALORI INTEGRARE I MIGRANTI



John McCain con lo sponsor George Soros                                                                                                                                                                
Per  un tumore al cervello, è morto il 26 agosto 2018 John McCain, senatore degli Stati Uniti, sodale di George Soros, già prigioniero di guerra dei vietnamiti dai quali affermava di essere stato torturato. Altri raccontano che i nordvietnamit lo chiamavano “John  il canterino”  per la sua collaborazione “cantante”, onde ottenere un trattamento migliore. Aveva 81 anni. Battuto da Bush e da Obama in due corse per la presidenza, si incise nella storia delle campagne presidenziali soprattutto per aver scelto come suo vice un fenomeno da baraccone come Sarah Palin, quella del Tea Party e degli Stati Uniti in armi contro tutti, poveri in prima linea. Un suo affetto duraturo fu anche George Soros, di cui condivideva tutte le battaglie, dalle rivoluzioni colorate, agli spostamenti di popoli chiamati migrazioni, ai movimenti tipo Metoo e che lo ricambiava finanziandone la Fondazione famigliare con la sua Open Society Foundation.

 I media e politici della destrasinistra e sinistra destra, che si riconoscono nella guida degli Usa e nei valori dell’Occidente, lo descrivono come esemplificato dai due dei principali quotidiani italiani  che hanno affidato il necrologio alle proprie penne di maggior prestigio. Sono questi media e i loro editori di riferimento in politica ed economia ad alternare alle loro accuse di populismo, razzismo, xenofobia, incitazione alla violenza, fascismo, rivolte a critici e antagonisti, l’esaltazione di un personaggio che per tutta la sua vita matura ha fatto delle guerre imperiali, del terrorismo al servizio delle guerre imperiali, degli sterminii di interi popoli il valore suo e quello della “democrazia” da lui abitata. Il corto circuito di questi campioni delle fake news è quello per cui individuano razzismo, xenofobia, fascismo in chi si oppone alle deportazioni riconosciute come nuovo colonialismo, nuova tratta degli schiavi, nuovo strumento di dumping sociale, quando la forma estrema e più letale di razzismo, xenofobia e fascismo sta in quanto perseguito dall’eroe americano da loro rimpianto e additato a modello.

Seguono, in fondo, alcune note biografiche  da me compilate.



Federico Rampini, La Repubblica
I vecchi soldati non muoiono mai…McCain, a differenza di Trump, è stato un vero patriota… Veniva da una tradizione gloriosa, in cui anche l’élite bianca andava al fronte, rischiava la vita…A un uomo di quella tempra Trump fece l’oltraggio più ignobile…La requisitoria implacabile di McCain: viviamo in un paese fatto di ideali, non di terra e di sangue… McCain incarna la tradizione repubblicana più nobile e onesta, quella che diede all’America Abraham Lincoln… fu tra i primi a ostacolare l’idillio con Trump e varò le sanzioni contro la Russia al Congresso…”

Vittorio Zucconi, La Repubblica
McCain era l’ultimo leone del mondo pre-Twitter… pre-populismo, un mondo senatoriale e togato, spazzato via dalla furia distruttiva del trumpismo e dei suoi piccoli emuli di provincia…l’eroismo di McCain… In McCain l’idea dell’America era nel principio fondamentale di un governo di leggi, non di persone…era la cesura tra la concezione dispotica portata da Trump a Washington e la cultura del compromesso fra campi opposti per ottenere il meglio possibile…… la rappresentazione esemplare del cambio storico tra democrazia mediata, faticosa, di do ut des per costruire maggioranze bipartisan che tenessero conto anche degli sconfitti, e il nuovo tempo delle forzature e delle intimidazioni… era l’ultimo senatore repubblicano che ancora credeva nella Costituzione”.
Stefano Pistolini, Il Fatto Quotidiano
Addio al campione dell’altra America… McCain ha incarnato l’americano ideale, il modello dell’uomo da sposare, del padre da avere, dell’interprete dello spirito di altruismo ed empatia, sentimento fondante della nazione, il valore originale coltivando il quale si è arrivati fin qui” (come sanno bene i pellerossa, coreani, vietnamiti, latinoamericani, haitiani, yemeniti,  iracheni, libici, siriani, afghani, somali…n.d.r.)… “a cominciare dall’inestinguibile slancio a battersi per le buone causeprototipo inossidabile dell’immaginario americano, conservatore indipendente e romantico, colto e spiritoso… ispirato a un culto del buonsenso e ai principi del buon vicinato, del mutuo soccorso… il testimone dei valori nazionali… era quello dell’onore prima di tutto e de ‘il mondo è un bel posto’ per cui vale la pena di battersi… un monumento stabile a qualcosa che non c’è più e di cui sentire una grandissima mancanza”.
Bernie Sanders, Partito Democratico
Il portabandiera della sinistra Statunitense, quello fatto fuori da un colpo di mano del Comitato Nazionale Democratico a favore di Hillary Clinton, quello che per la sinistra sinistra italiana (“manifesto” e affini) rappresenta lo standard aureo della politica statunitense, così si esprime su John McCain: “John McCain era un eroe americano, un uomo di decenza e onore e un mio amico. Non ci mancherà solo nel Senato Usa, ma a tutti gli americani che rispettano integrità e indipendenza.”


Le opere e i giorni di John McCain




Il critico più feroce del presidente Trump per i suoi tentativi, più o meno riusciti, ma probabilmente sinceri nella misura in cui riusciva a sfuggire alla tenaglia dello Stato Profondo Usa, di arrivare a un’intesa con Russia e Nord Corea e a un mondo con meno guerre, McCain ha un curriculum da vero eroe americano, come lo definiscono gli agiografi qui citati, contrassegnato da una serie lunga e ininterrotta di atti che, dalle parti che li subirono, furono definiti crimini di guerra e contro l’umanità. I suoi suggerimenti per risolvere problemi geopolitici erano fermi e costanti: fare guerra a Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, Sudan, Cina, Russia, Ossezia del Sud, Ucraina, Eritrea e altre sentine del vizio di non obbedire a Washington e Israele. Ovunque, in intima intesa e collaborazione con il terrorismo del luogo, salafita o nazista che fosse. Echeggia ancora in Senato la sua invocazione: “Bomb, bomb, bomb… bomb, bomb Iran”.
A dispetto del suo estremismo guerrafondaio, a McCain fu consentito da Obama di gestire all’interno del Comitato per i Servizi Militari del Senato un illegale dipartimento di politica estera, grazie al quale potè assumere il ruolo di inviato speciale del Congresso e della Presidenza in situazioni di conflitto.
Afghanistan e Iraq. Il 12/9 2001, un giorno dopo l’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono, McCain elencò in tv i paesi che avrebbero ospitato Al Qaida e che avrebbero dovuto essere ripuliti. In testa, Afghanistan e Iraq. 
Siria e Libia. Nella lista del 2001 era inclusa la Siria sotto lo slogan “Assad va eliminato”, gridato fino all’ultimo dei suoi giorni. Fu il primo a esigere massicci armamenti per le bande jihadiste e bombardamenti sui centri abitati. Sulla Libia invocò dal primo giorno della “rivoluzione colorata” una no-fly zone e bombardamenti a tappeto. Se la Libia fu ridotta allo stato della pietra e a piattaforma di partenza della tratta degli schiavi, è anche merito suo. Sia in Siria che in Libia, McCain si incontrò e concordò piani d’azione terroristica con i massimi dirigenti sia di Al Qaida che dell’Isis, compreso l’agente Mossad Al Baghdadi. Ne esiste un’ampia documentazione fotografica e video. Dal momento che ufficialmente gli Usa erano impegnati nella guerra a queste formazioni terroriste, i rapporti di McCain con esse si configurano come alto tradimento e collaborazione col nemico. MCain perorò anche interventi militari e di Forze Speciali in Mali, Nigeria e Sudan. Nessun Obama mai  lo ostacolò. Anzi.

McCain e leader di Al Qaida-Isis 
McCain con Al Baghdadi

Iran. Il bersaglio di più lunga durata nell’elenco delle nazioni che, per McCain, avrebbero dovuto essere obliterate, è stato l’Iran. In perfetta sintonia con il premiere israeliano Netaniahu, ha incessantemente accusato Tehran di insistere segretamente nella costruzione di armi nucleari e di volere estendere il proprio dominio, comportante la distruzione di Israele, su tutto il Medioriente.

Bosnia e Kosovo. Sostenitore accanito delle guerre di Clinton-Woytila contro la Jugoslavia, ha favorito e coperto il trasferimento di jihadisti, con tanto di vessilli di AlQaida, in Kosovo e Bosnia negli anni ’90. Ha chiesto e ottenuto che gli Usa rifornissero di armi e sostenessero nei media la formazione terrorista UCK, impegnata nel traffico di stupefacenti e organi, diretto da Hashim Thaci, poi presidente del Kosovo proclamatosi indipendente.
Ucraina. A Kiev McCain è apparso per collegarsi alle formazioni politiche e militari naziste come Svoboda e il battaglione Azov, impegnate, tra l’altro, nella guerra terrorista ai resistenti delle repubbliche libere del Donbass che, secondo McCain, non sarebbero altro che mercenari russi inviati da Putin.

Russia. L’odio di McCain per la Russia e il suo costante incitamento  a provocarla, assediarla e attaccarla, risale alla guerra fredda. Un odio per il comunismo che poi si è evoluto in Russofobia, come condivisa dalle nostra sinistre sinistre. In  occasione dell’attacco lanciato dalla Georgia alla Russia nell’Ossezia del Sud, McCain fu il più virulento portavoce del partito della guerra alla Russia, invocando l’intervento del Consiglio del Nord Atlantico per un immediato attacco della Nato in “difesa della sicurezza della Georgia”. McCain approfittò anche dell’accusa, mossa dall’intelligence Usa e dai media liberal alla Russia, di aver interferito nelle elezioni americane, per esigere che questa ingerenza fosse definita un “atto di guerra”, con tutte le conseguenze del caso.
Corea del Nord. Anche questo paese era stato incluso da McCain nella famigerata lista del 12 settembre 2001. Profondamente irritato per le aperture di Trump verso Pyongyang e per il riavvicinamento tra le due Coree divise dagli Usa nel 1950, McCain attaccò duramente il presidente e non cessò di sostenere la necessità di un attacco anche nucleare.

Il bottino di un eroe americano

 

Questo è il curriculum di un eroe americano che, secondo i nostri media, ha difeso i valori di un’America come non ce l’abbiamo più e verso la quale proveremo una grande nostalgia. Possiamo consolare lo spirito inquieto del senatore amico di tutti i terroristi e fautore di tutte le guerre: quell’America, l’America emersa dall’oceano di sangue dei suoi popoli nativi, confermatasi negli assalti all’America Latina e negli orrori delle dittature da essa installate, rinnovatasi nel soggiogamento dell’Europa attuato nel segno della lotta al nazifascismo, lanciatasi nel futuro di un Nuovo Ordine Mondiale globalizzato mediante ininterrotte guerre e colpi di Stato ai danni di Stati liberi e non sottomessi. Il tutto al costo di appena 50 milioni di morti ammazzati dal 1945, di cui, a me noti e famigliari, 3 milioni di iracheni e, forse (hanno smesso di contarli), mezzo milioni di siriani, altri milioni di afghani, libici, somali, yemeniti, latinoamericani. Un bel bottino per l’eroe americano.

Del suo odio per Donald Trump gli resta un merito, o demerito, a seconda dei punti di vista: quello di averlo reso un punto d’onore per Trump. Gli resta un altro merito, quello di aver sostenuto l’immigrazione e conseguente integrazione. Visti i valori ai quali coloro che fuggono dai disvalori di Africa, Asia, Medioriente, Latinoamerica dovranno essere assimilati, abbiamo potuto capire meglio  con chi stiano e cosa vogliano i nostri, di fautori di migrazioni, accoglienze e integrazioni.