sabato 20 giugno 2009

DALL'ETNA ALL'ABRUZZO: DISTRUGGERE PER SPECULARE, DEVASTARE, MILITARIZZARE, LAGHERIZZARE
















Permettendomi di mettere sul blog questo scritto (già diffuso in rete), epitome del laboratorio del nuovo fascismo che il guitto mannaro e i suoi scagnozzi, sicari di mandanti occulti, hanno messo in piedi in Abruzzo, mi viene da ricordare un’esperienza personale a conferma della strategia che promuove e governa i disastri “naturali” nel nostro paese.

Era l’inverno-primavera del 1991 e il Tg3 mandò me e il mio indimenticabile superbassotto Rambo sull’Etna dove si era verificata una colossale eruzione che stava minacciando da un paio di mesi, nell'assoluta inerzia della combriccola democristian-socialista romana, l’abitato di Zafferana. Ci rimasi, venendo e tornando a varie riprese, un paio di mesi. Chi si occupava dell’eruzione era Franco Barberi, vulcanologo e allora capo della Protezione Civile di nomina craxiana. Combinò, il Barberi, cose fantasmagoriche che, pur cambiando di contenuto ogni par di settimane, dovevano ognuna garantire il blocco della colata e delle sue numerose bocche effimere, esplosioni di lava che si verificavano qua e là, perlopiù a valle delle colate principali.
Come prima mossa, accompagnata dall’ilarità della comunità vulcanologica internazionale e di quel centro di eccellenza che era l’Istituto di Vulcanologia di Catania e che i governo aveva esautorato del tutto, ci fu lo scavo di fossi e l’erezione di terrapieni. Con tranquilla noncuranza, il vulcano si mangiò entrambi e arrivò a bruciare le prime case di Zafferana.
Sui resti delle case incenerite gli abitanti scrissero: “Grazie, governo!” (erano mesi che i loro allarmi erano rimasti inascoltati a Roma), ma furono messi al loro posto da Vittorio Sgarbi, col quale nell’occasione ebbi una clamorosa litigata dopo che lo strepitone smanierato inveì contro la “brutte case” che emigranti di ritorno con quattro lire avevano costruito sulle pendici. Memorabile fu la sua invocazione “Forza Etna!”. Stava già allora, lo Sgarbi, dalla parte giusta.

Polverizzate dall’Etna e dal ridicolo, quelle barriere barberiane, il generalone che imperversava napoleonicamente sul vulcano pensò bene di ricorrere alla potenza di chi, all’insaputa delle sinistre già in quei tempi dimentiche di imperialismo, colonialismo, Nato e basi Usa, determinava ogni aspetto della vita e ogni manomissione della sovranità nazionale. Erano le settimane in cui ci apprestavamo a fargli da reggicoda bombaroli nella prima Guerra del Golfo. A maggiore gloria del Grande Alleato, Barberi invocò l’intervento degli elicotteri-monstre Chinook dalla vicina base di Comiso. Una specie di Apocalypse Now dalla quale i prodi aviatori Usa, nella riconoscenza degli etnei tutti e nell’ammirazione del popolo dal Lilibeo alle Alpi, sganciarono sulle colate e sulle bocche effimere grandi massi di cemento. Erano i blocchi che, piazzati sulle vie d’accesso alla base dovevano impedire assalti di “terroristi”. In questo caso il terrorista era il vulcano e, dunque, doveva essere bombardato. La spettacolare operazione concentrava su di sé e sul salvatore della patria a stelle e strisce, Barberi, l’attenzione ammirata di telecamere, reportage e taccuini. Telecamere, reportage e taccuini che in tal modo erano del tutto distratti da quanto scorreva intanto sulle statali che lambivano il vulcano: megatrasporti di missili Cruise in arrivo dal Pentagono e destinati dalla base siciliana a frantumare un bel po’ dell’irriverente Iraq di Saddam. Magari con testate all’uranio che avrebbero curato l’estinzione nei secoli di quel popolo obnubilato dal socialismo, dall’antimperialismo, dall’antisionismo e dalla propria sovranità.

Che peccato che quelle bombe, alle quali era stata dato il compito surreale fare da tappo alle colate delle cento bocche effimere, ebbero sull’eruzione gli stessi effetti che i bombardamenti provocarono sull’animo degli iracheni: più rabbia e più combattività. Anche il drammone colossal dei Chinook svaporò presto in uno tsunami di ilarità universale. Il vulcanologo di fama mondiale non aveva tenuto conto del fatto che il cemento di quei blocchi fonde e si spappola a poco più di 500 gradi di calore, mentre quella dispettosa lava di gradi ne vantava 1.200. Un po’ come pretendere che le fiamme scarsine di un pieno di carburante del Boeing 757 avrebbero fuso simultaneamente le trecento megacolonne di acciaio delle Torri Gemelle costruite per resistere a roghi da fine del mondo (nessun grattacielo è mai venuto giù per un incendio, come quelle torri che invece si sarebbero accartocciate su se stesse per colpa di poco più di una grigliata in giardino). Queste cose allora si potevano ancora raccontare al Tg3 e io lo feci, suscitando l’ira funesta della celebrità vulcanologica che mi approstofò pesantemente nel comune albergo, proprio mentre stava riprendendo tutto una vispa e libera televisione di Catania. Che poi mise in onda l’intera scenata, contribuendo alla pandemia di risate, ma anche di sbigottimento, del colto e dell’inclita. Il buon Barberi ne aveva ben donde di essere incazzato, già l’avevano sbertucciato gli sconcertati inviati giapponesi che, venendo da un paese in cui i vulcani si domano a carezze e prevenzione, non si facevano capaci di quella vietnamizzazione bombarola dell’Etna.

Mi ero fatto amiche le guide dell’Etna, che ne sanno una più del diavolo e mille più di Barberi, sull’oggetto della loro passione e della loro frequentazione quotidiana. Una mi costruì in scala un masso di cemento della stessa composizione dei blocchi che dai Chinook piovevano sulla lava (non prendendoci quasi mai e disseminando di veleni mezzo Etna). Agganciai il blocchetto a un cavo di ferro e lo calai nella voragine pulsante di una bocca effimera: il campione si dissolse nei tempi di un servizio di telegiornale: 1,50 minuti. L’immagine del padrino Atlantico, che si era voluta magnificare in termini di un’ Apocalypse Now destinata a salvare case e vite etnee, ne uscì come quella di Israele dopo il massacro di Gaza: ottusi e feroci violentatori. In questo caso dell’ambiente e della scienza vulcanologica. Poi mi capitò in albergo un frustratissimo e preoccupatissimo, ma sconosciuto e perciò irrilevante, quanto il ricercatore del Gran Sasso che aveva previsto il terremoto in Abruzzo, tecnico dell’indagine tomografica sulle temperature del sottosuolo (credo si chiami termotomografia). Con un suo elicottero sorvolammo l’intera zona dell’eruzione e dalle riprese, stupefacentemente, ma logicamente, venne fuori la mappa dettagliata di tutte le colate di lava che correvano sotto la superficie. Di questa risolutrice tecnica e dei suoi risultati, che avrebbero permesso di conoscere l’intero reticolo dei percorsi lavici e quindi di anticipare interventi di deviazione, Franco Barberi non ne volle sapere. Il Tg3, però, mi permise di illustrarla. Altro putiferio nell’albergo di Zafferana.

In quell’albergo stavamo tutti: Barberi, i giornalisti, i vigili del fuoco, tecnici vari, politici in vena di spogliarelli in tv, e, naturalmente, la truppa eroica della Protezione Civile, largamente maggioritaria rispetto alle altre categorie. Era un piacere seguirne l’andirivieni tra lobby, salotti, ristoranti, sale d’attesa, durante le lunghe giornate in cui il vulcano impazzava, gli statunitensi bombardavano, Barberi si manifestava, tra una trasvolata in elicottero e l’altra, in interviste come se piovesse. Non ho mai cessato di scervellarmi su cosa diavolo stessero lì a fare questi baldi giovanotti e balde giovanotte, suddivise in schiere dalle misteriose funzioni e dalle divise cinturonate e luminescenti, fresche di ferro da stiro, dense di badge, loghi, insegne varie. Ne avessi mai visto un esponente dalle parti della colata. Invece popolavano poltrone, divani e terrazze dell’hotel, ognuno col suo telefono professional, quando non con la ricetrasmittente appesa tra gli alamari. Sedevano, telefonavano, trasmettevano, stendevano le gambe, si aggiravano, si alimentavano…
C’è qualche richiamo alle lande intorno all’Aquila?

Alla fine, stanco di spurgarsi e, di più, di non aver incontrato almeno un antagonista degno di confronto, l’Etna si placò da solo e si ritirò a casa sua. Barberi, dopo mesi di interviste e trasvoli, applicò quanto l’intero mondo scientifico aveva suggerito fin dall’inizio: la deviazione dei flussi residui verso l’ampia, vuota Valle del Bove. Ma cantò vittoria sul “nemico”. Quanto meno, riteneva, l’aveva intimidito. L’Etna era stato butterato da tossici blocconi di cemento, statunitensi e Nato avevano fatto la loro porca figura, la zona era stata militarizzata, le voci dissenzienti tacitate, popolazioni ed esperti esclusi. Si poteva procedere verso altre catastrofi “naturali”, altri controlli di genti e territori, altri “guadambi” (così dicono in Abruzzo), altre emergenze da Stato di polizia e forze armate (grazie G8), e, come castigamatti delle vittime incazzate, le ronde di Bortolaso. Le catastrofi servono, oportet ut eveniant. Nel caso, si possono anche provocare. Anche per torri gemelle, aerei civili da mandare contro grattacieli, o abbattere a distanza sull’Atlantico, neutralizzandone tutti i comandi e le comunicazioni, a scopo di prova e avvertimento

Passiamo la parola all’Abruzzo e si vedrà come transitare da Barberi a Bortolaso sia come procedere da Craxi a Berlusconi. In direzione ostinata e contraria dalla farsa alla tragedia.

Data: Venerdì 12 giugno 2009, 11:49

Lettera dall'Abruzzo


Questa
lettera è stata scritta da Andrea Gattinoni*, un attore
che si trovava a L'Aquila per presentare un film. Le parole sono dirette a
sua moglie ma rappresentano un'efficace testimonianza per tutti quelli che a
L 'Aquila non ci sono ancora stati.

*Andrea, per chi non se lo ricordasse era uno degli interpreti del recente
film Si può fare con Claudio Bisio, su un gruppo di "pazzi".

Oggetto: HO VISTO L 'AQUILA
Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l'Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le
case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro
destino. Un militare a fare da guardia a ciascuno degli accessi alla zona
rossa, quella off limits.
Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato
nell'unico posto aperto, dove va tutta la gente, dai militari alla
protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e
i pomodori e gli affettati.
Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando "Si Può
Fare". Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, Anna Maria, Franco e
la sua donna. Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente
piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire,
cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di
diventare pazzo quando recitavo.
Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore.
Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa.
Francesca, stanno malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli
della protezione civile non potessero piombargli nelle tende
all'improvviso,anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani
stanno impazzendo.

Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve. Gli
hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che
nel testo di quello che avevano scritto c'era la parola "cazzeggio". A venti
chilometri dall'Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente
militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno
dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato
uno. Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più
gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione
del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di
***** arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Là ???? Per
entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di
perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero
delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.
Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni aiuto
internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da
ginnastica. Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso
duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a
L'Aquila.
Poi c 'è il tempo che non passa mai, gli anziani che
impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto
entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E' come se
avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a
stordirsi di qualunque cosa, l'importante è che all'esterno non trapeli
nulla. Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza
del Consiglio. Il ragazzo che me l 'ha raccontato mi ha detto che sembrava
un venditore di pentole. Qua i media dicono che là va tutto benissimo.
Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri
ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che "quello che il Governo
sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come
si fa a tenere prigioniera l 'intera popolazione di una città, senza che al
di fuori possa trapelare niente". Mi ha anche spiegato che la lotta più
grande per tutti là è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i
lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c'è più, tutto
perduto.
Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri
in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perchè i proprietari
devono rientrare nelle tendopoli per la sera.
C'era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di
zombie. E poi quest'umanità all'improvviso di cuori palpitanti e di persone
non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato là. Ci
voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in
fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei
voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo
mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c
'erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto
un arrosticino a Michele, dicendogli "Assaggi, assaggi". Michele gli ha
detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello
ha insistito finchè Michele non l'ha preso, e quello gli ha detto
sorridendogli: "Non bisogna perdere le buone abitudini".
Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve
sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.

Andrea Gattinoni, 11 maggio notte

mercoledì 17 giugno 2009

DOPO L'ARANCIONE, LA ROSA, LA VELLUTO... ECCO LA NUOVA RIVOLUZIONE COLORATA:VERDE-CIA-MUSSAVI (con in platea tutto il cocuzzaro degli utili idioti)















Già, la verità. Buffo come tutti continuano a cercarla, ma quando la ottengono non le credono perchè non è la verità che volevano sentire.
( Helena Cassadine)
La verità che fa l'uomo libero è perlopiù la verità che gli uomini preferiscono non sentire.
(John Ruskin)
Uno dei più grandi problemi del mondo è l'impossibilità di trovare la verità su un qualsiasi
argomento quando si pensa di possederla già.
(Dave Wilbur)
Non conta ciò che è vero. Conta ciò che si percepisce come vero.
(Henry Kissinger)
Ci risiamo con le rivoluzioni colorate, con la Cia, con il Mossad, con USAid, con la NED (National Endowment for Democracy), con George Soros, con Otpor, insomma con tutto l’armamentario del “regime change” che l’imperialismo USA-UE-SION mette in campo contro governi e popoli renitenti, prima di ricorrere a misure stragiste dal rapporto costi-benefici più incerti. Stavolta la “rivoluzione” è verde e assomiglia come una sfilata di cacchette di capra a quelle precedenti, o riuscite come in Serbia, Georgia e Ucraina, o fallite come in Venezuela, Bolivia, Libano, Uzbekistan. Ovunque un voto non sia andato come auspicato dal Nuovo Ordine Mondiale del saccheggio e della morte. E ci risiamo inesorabilmente con l’unanimità destra-centro-sinistra su "giovani e donne contro tirannia, oscurantismi, fondamentalismi, terrorismi, brogli". Quella dei brogli, poi, venendo da un mondo che il voto l’ha sfigurato fino al suo contrario, è degna del Bagaglino: vai avanti tu, chè a me viene da ridere. Quanto ai “giovani” e alle “donne”, a guardar bene le immagini che simpatizzanti ed accorati inviati dirittoumanisti filo-Mussavi ci trasmettono da Tehran, si capisce subito tutto. A voler capire, s’intende. Come a Belgrado, a Kiev, a Tblisi, a Beirut, lo jato antropologico è drastico che più drastico non si può: nella folla dei filo-Mussavi, volti pariolini, lisci, curati, truccati, fighetti in mise che sembrano usciti da una selezione di “Amici”, o da un cartellone di Benetton; nei cortei dei sostenitori di Ahmadinejad, le solite facce proletarie e contadine del Sud del mondo, rughe, veli, abiti stazzonati, i volti del nostro neorealismo. Plebaglie.

Come andrebbe ripetuto ad nauseam , quando sono concordi sinistre e destre, è la destra che vince e la sinistra che la prende nel culo. E’ un teorema così incontrovertibile che quello di Pitagora al confronto pare un’affermazione del guitto mannaro su Noemi. Non dovrei aver bisogno di rivendicare la mia militanza giornalistica contro l’Iran degli ayatollah. Ci sono decine di mie pubblicazioni a ribadirla. Critiche, certo, per motivi diversi, a volte opposti, rispetto ai sensocomunisti (non male, come calambour, no?), agli unanimisti umanitaristi, cercando di non farmi imbrigliare dal senso comune, appunto, di ideologhi a scatola chiusa, ignoranti e opportunisti, con dentro i batteri dell’infiltrazione. Siamo stati in pochi a ricordare che il “rivoluzionario” Khomeini, ospitato e foraggiato dall’Occidente, giunto da Parigi a Tehran su aereo Usa, per prima cosa ha fatto piazza pulita di coloro, comunisti e marxisti islamici, che a milioni avevano cacciato lo Shah: necessità di ricambio e aggiornamento imperialista-sionista per un regime feudal-gossiparo privo di base di massa, logoro e sputtanato. Ricambio di elites, per sventare il rischio che l’insurrezione popolare facesse entrare l’Iran nell’orbita sovietica o non-allineata.
Voces clamantes in deserto, abbiamo documentato il complotto khomeinista per falciare il moderato Carter e promuovere il cane rabbioso Reagan con il rilascio degli ostaggi Usa in coincidenza con la vittoria dell’attoruccolo da mezzogiorno di fuoco. Ne abbiamo illustrato il pagamento di pegno a USraele quando, rifornito di armi e istruttori israeliani, ha assaltato l’Iraq di Saddam Hussein, ultimo baluardo di una nazione araba da unificare nel segno della laicità, del progressismo sociale, dell’antimperialismo e dell’identificazione con la causa palestinese. Con i quattrini pagati dal regime degli ayatollah ai fornitori USraeliani e indi trasferiti ai mercenari Contras, Khomeini ha restituito il favore contribuendo alla distruzione del Nicaragua e alla cacciata dei sandinisti. In un’affascinante altalena tra collusione e collisione, i due compari anti-arabi hanno poi sbranato l’Iraq, aggredito l’Afghanistan dei Taliban (odiato da Tehran fin dal primo giorno) e chiuso il cerchio con un’alleanza di burattinai e fantocci che s’è vista consacrare dall’Occidente nella recente processione a Tehran della fraternita di Ahamedinejad, Al Maliki, Karzai e Zardari. Tutto questo sta molto bene all’imperialismo-sionismo, in quanto contributo all’eliminazione di popoli di troppo. Ma ancora meglio andrebbe un sodale meno pretenzioso e autonomo, magari un fiduciario assai più ossequioso, senza pretese di egemonia regionale, magari un agente Cia, magari un corrotto ladrone ricattabile che, magari, rinunciasse a certi equilibri tra cosche assassine e, magari, abbandonasse Hezbollah e Hamas al destino programmato dagli sterminatori israeliani. E, visto che il padrino della cosca, Rafsanjani, lo “squalo”, ha perso un po’ di smalto a furia di ladrocini e complotti antipopolari, vada per il vecchio, fidato arnese della guerra all’Iraq con armi USraeliane, Musavi, primo ministro al tempo di quell’impresa congiunta, e delfino del satrapo filo-Usa, Akbar Rashemi Rafsanjani.

Abbiamo cercato di spiegare come i persiani, nella loro millenaria strategia di potenza regionale, siano astuti biscazzieri che giocano su vari tavoli, anche opposti: con gli Usa e Israele a sventrare l’Iraq e vanificare l’unità araba, con Hezbollah e Hamas (la cui autonomia palestinese e araba non si ha il minimo motivo di mettere in discussione: i sostegni si accettano leninisticamente anche dal diavolo), a contrastare l’avanzata dell’altra potenza regionale: Israele. Quelli che tagliano la geopolitica con l’accetta, secondo schemi prefissati e incartapecoriti, succubi di sparate demagogiche dell’uno o dell’altro protagonista dello scenario, farebbero bene a studiarsi qualche manuale della realpolitik degli Stati. E farebbero benissimo a estrarre il “moderato” e “democratico” Mir-Hossein Musavi, virtuoso antagonista dell’oscurantista radicale Ahmadinejad, dalle nebbie soffiategli addosso dagli specialisti delle rivoluzioni colorate e collocarlo sul vetrino del loro microscopio.

Chi è Mir-Hussein Mussavi?
Cosa hanno in comune l’ultrà neocon Michael Ledeen, amico dei fascisti italiani, il saudita Adnan Kashoggi, massimo mercante d’armi mondiale con logo Cia e Mir-Hussein Musavi?
Sono tutti amici e associati di Manucher Ghorbanifar, anche lui grande mercante d’armi, doppio agente iraniano del Mossad, figura centrale nella porcata Iran/Contra, l’affare triangolare armi in cambio di ostaggi e dell’assalto all’Iraq messo in piedi con i persiani di Khomeini e Musavi dall’amministrazione Reagan.

Del compare di Mussavi, Ghorbanifar, si legge nel rapporto Walsh su Iran/Contra: “Ghorbanifar, informatore Cia, fiduciario del primo ministro Musavi, si fece prestare da Kashoggi milioni di dollari, con pieno consenso di Washington, per l’acquisto delle armi israeliane da usare per distruggere l’Iraq (colpevole di aver creato il Fronte del rifiuto contro la svendita egiziana di arabi e palestinesi a Tel Aviv e Washington) Ottenuti fondi dal governo di Tehran, Ghorbanifar compensò Kashoggi con una tangente del 20% . Sfiduciato in un primo momento da Khomeini, Ghorbanifar rientrò nel gioco diventando il fiduciario e braccio operativo di Mir-Hossein Musavi, primo ministro iraniano. A questo proposito, ecco il commento di Michael Ledeen, allora consulente del Pentagono per l’antiterrorismo, sulla coppia di compari: “Si tratta delle persone più oneste, istruite e affidabili che abbia conosciuto”. Per altri si tratta di bugiardi che non saprebbero dire la verità sugli abiti che indossano”.




Il rapporto Walsh si dilunga poi su certe lamentele di Musavi al presidente Reagan per una spedizione di elicotteri Hawk non corrispondenti al modello ordinato (dovevano servire contro l’opposizione laica e di sinistra non ancora del tutto domata e contro l’Iraq). E aggiunge: “All’inizio di maggio, 1985, il colonello Oliver North (il gangster che raggirò il Congresso per occultare l’operazione Contra), il capostazione Cia, George Cave, Ghorbanifar e Musavi si incontrarono a Londra per discutere questa ed altre collaborazioni Iran-Usa-Israele. Ledeen fu incaricato di informarsi presso il primo ministro israeliano, Shimon Peres, sul suo accesso a buone fonti e a buoni contatti in Iran. Israele diede garanzie in tal senso e Reagan approvò che all’Iran di Mussavi si spedissero missili Usa Tow in cambio del rilascio degli ostaggi statunitensi in mano alla resistenza libanese. Il capo della Cia, Casey, raccomandò che il Congresso fosse tenuto all’oscuro di tutto l’affare”.
ll rapporto di amicizia e collaborazione tra Ledeen, Ghorbanifar e il candidato “riformista” Musavi resistette nel tempo, fino ad alimentare il sostegno dei “moderati” Usa alla candidatura del provato fiduciario. Fino all’attuale tentativo di regime change alla serba, o all’ucraina. Davvero un bell’eroe riformista che s’è scelto la sinistra italiota
.

Fattosi le ossa con le cinque pagine di lirica esaltazione per un discorso di Obama al Cairo, zeppo di banalità e retorica e di sostanziale identificazione con i nazisionisti di Tel Aviv (fatta salva la “preoccupazione” per la “continuità” dell’espansione delle colonie in Cisgiordania), il “manifesto”, in assoluta sintonia con il coro delle destre, si è fatto reclutare, con la nota Marina Forti, nelle schiere colorate della spia Musavi, quasi fosse un novello Mossadeq o Dubcek. Astutamente l’inviata ha messo le mani avanti fin dai giorni della vigilia, sia anticipando brogli (è la regola dalla Serbia di Milosevic in qua), sia dando voce esclusivamente a intervistati dell’eversione filoccidentale. Viaggiava sottobraccio a quella Lucia Goraci del TG3 che, rinnovando i fasti collaborazionisti e mistificatori dell’ancor più nota collega Giovanna Botteri, nuotava felice nell’elegante piscina verde delle masse scese dai quartieri alti. Accodatisi tutti quanti alle geremiadi su brogli, conclamati senza un’ombra di evidenza dalle centrali della disinformazione ontologica (CNN, Reuters, Fox di Murdoch, NBC, New York Times, Time), hanno dovuto subire l’onta di una smentita addirittura di fonte statunitense. Un sondaggio condotto da un’organizzazione non profit, “The Center for Public Opinion”, che da tre anni monitora le posizioni dei cittadini iraniani cogliendo sempre nel segno e venendo per questo premiata con un “Emmy Award”, aveva constatato una prevalenza di Ahmadinejad sul diretto rivale addirittura superiore all’esito finale del 66% contro il 32%. 12 milioni di voti di differenza, all’anima dei brogli! La ricerca era stata condotta dall’11 al 20 maggio in tutte le 30 province del paese. Sul campo aveva operato con una società di ricerca che da anni lavora per le televisioni ABC e BBC e aveva previsto una vittoria del presidente in carica per 2 a 1. Nei media infervorati per i “riformisti” si rivendicava a Musavi la gran maggioranza dei giovani dotati di internet. Peccato che solo un terzo degli iraniani ha accesso a tale tecnologia e che il gruppo di età fra i 18 e i 24 è risultato il blocco dal sostegno più forte per Ahmadinejad. Dove il suo rivale primeggiava era tra studenti, laureati e ceti dal reddito elevato. Il che dovrebbe far riflettere anche quegli integerrimi puristi della lotta di classe che individuavano in Musavi il vindice delle richieste sociali delle masse. Quanto ai wrestlers per la “democrazia” contro la “tirannia” dei mullah, che confrontino l’ultralibero e vivacissimo dibattito pre-elettorale di quel paese, la quota dei suoi votanti (80%), con l’assetto mediatico del nostro paese e il numero di elettori e votanti nel paese-modello Usa, questo sì organizzatore di brogli vincenti a casa sua (due presidenze fasulle) e nei paesi satelliti.

Dice, ma alla protesta degli sconfitti (anzi, “derubati del voto”) si sta reagendo con la repressione, le bastonate, gli spari, la censura ai media stranieri. Vogliamo vedere cosa farebbe qualsiasi governo occidentale se bande istigate a foraggiate dal Cremlino facessero tutto questo ambaradan, bloccassero il paese, in seguito a un’elezione non vinta? Vogliamo ricordare cosa capitò ai militanti scesi in strada perchè non tollerarono il ritorno del fascismo in salsa tambroniana? Se i media stranieri sparano balle al servizio degli destabilizzatori di un governo, compiono reati che vanno puniti perlomeno con l’espulsione. Da noi i giornalisti che pubblicheranno le nefandezze del guitto mannaro e dei suoi commensali finiranno in carcere e, quanto alla censura, si guardi al modello israeliano, che non ha ammesso neanche un giornalista alla carneficina di Gaza, che ha espulso il sottoscritto perché non assecondava la ferocia e le menzogne della Guerra dei sei giorni. Gli assassini mirati e le stragi di bambini per mano israeliana, gli stermini di oppositori in Iraq, sono stati oggetto di analoga indignazione? Perché non se la prendono con le milizie di tagliagole controllate da Tehran che hanno fornito il contributo decisivo all'assassinio di quasi due milioni di inermi iracheni? Perché in quel caso sta bene all’Occidente e punisce un popolo che ha sostenuto Saddam? E soprattutto perchè non manifestano un qualche dubbio sulla credibilità di una stampa schierata interamente a favore di figuri equivoci come quelli sopra descritti, quando perentoriamente attribuisce sette morti ai cecchini pasdaran sui tetti? Potrebbe, dovrebbe, venire in mente a loro come a me cosa accadde nel golpe amerikano contro Hugo Chavez, aprile 2001, quando decine di morti, proprio tra le loro file, vennero attribuite ai militanti chavisti scese in piazza in difesa della legalità e della rivoluzione. Ci vollero pochi giorni perchè circolassero ovunque, ma non nei media complici e nella Cnn, i video in cui si vedevano cecchini sui tetti e poliziotti addestrati da istruttori e al soldo dei golpisti Usa che sparavano su manifestanti inermi. Come ovunque in Latinoamerica, quando si tratta di provocazioni e terrorismi a favore di tirannie e oligarchie filoamericane, comparve anche in quella occasione l'ombra degli onnipresenti specialisti del Mossad.

Tutti allineati e coperti nelle formazioni d’assalto dell’eurocentrismo, nel disprezzo e nella persecuzione di popoli e culture, costumi e fedi generati da altre storie, altri ambienti, necessitati da altre priorità e sensibilità. Tutti ostinatamente incorreggibili. Nel 2001, quando un colpo di Stato promosso dalle stesse matrici Usa ed eseguito dalle bande CIA-NED di Otpor incendiando il parlamento e distruggendo le schede, rovesciò il democratico governo serbo e sventrò la trincea jugoslava contro l’espansione UE-Nato, riducendo i Balcani a sette malavitosi micro-protettorati del vampirismo occidentale, “Liberazione” titolò, all’unisono con i bollettini mafio-imperiali: “Belgrado ride” . Ancora meglio il “manifesto” con “La primavera di Belgrado”. Una primavera finita nella ghiacciaia. Oggi lo stesso giornale, sotto le foto del manutengolo USraeliano e dei suoi fan in maglietta verde, spara in prima pagina: “I giorni dell’Iran” e, il giorno dopo, “Iran contro” . Perseverare diabolicum. Ma nei covi dei cospiratori e serial killer USraeliani si brinda a tale stampa come Nelson ai rincalzi di Bluecher a Waterloo. Se avesse vinto Mussavi si rallegrerebbero, costoro, che i patrioti libanesi e palestinesi verrebbero a perdere l’unico punto d’appoggio in tutto il mondo, almeno politico, forse strumentale ma tant’è, e che il fronte USraeliano, con il corredo dei suoi vassalli e fantocci alla Abu Mazen, si avvantaggerebbe di un ancora più disciplinato e incondizionato apporto persiano per meglio sistemare Afghanistan, Pakistan, pieni di odiati sunniti, la Russia, la Cina, tutti noi? Ma ci sono o ci fanno? E’ così che si sostiene l’autodeterminazione dei popoli? Mettendovi a capo spioni dell’impero, chiamandone i manichini estratti dal sangue dei loro popoli “governo”, “presidente”, “primo ministro”, come una qualsiasi Ong di merda?

Sempre su questa linea quattro donne stronze, quattro studenti imbecilli, indegni dell’Onda, quattro fascisti revanscisti, un capopartito che di politica internazionale ne capisce quanto io di astrofisica (Di Pietro), hanno fatto casino contro Muhammar Gheddafi, il dittatore, il pagliaccio. E quando sono venuti il nazista nucleare Lieberman, l’assassino seriale Olmert, il licantropo in gonnella Condoleezza, il fantoccio Karzai, il macellaio Uribe? Zitti e mosca. Prima di aprire bocca su un presidente di un paese che dal buco nero del colonialismo ha tirato fuori un popolo e gli ha dato dignità e benessere, dove le leggi vengono formulate e votate da assemblee di popolo, costoro dovrebbero sfondarsi il petto di mea culpa per i connazionali che, tra il 1911 e il 1941, hanno massacrato un libico su sette, ne hanno gassato, torturato e impiccato decine di migliaia, sono corresponsabili della catastrofe inflitta all’Africa intera dal colonialismo europeo. Quella catastrofe per la quale la Libia diventa l’imbuto in cui finiscono i profughi delle tragedie sociali, politiche, ambientali da noi provocate in tutto il continente. E’ Gheddafi che dovrebbe sistemare a proprio agio e a tempo indeterminato questi profughi delle terre da noi devastate, o dovremmo essere noi, solo noi, smettendola intanto di esaltare o riconoscere i vari tirannelli indiamantati che le nostre multinazionali mettono su troni con le gambe radicate nel sangue, eurocentristi del cazzo?

mercoledì 10 giugno 2009

FALCE E MARTELLO...FELCE E MIRTILLO





Quello che segue è un messaggio da me inviato ai compagni dei Comunisti Uniti. Per chi non lo sapesse, si tratta di un’aggregazione di compagni di varia estrazione e collocazione che da più di un anno, di fronte ai fallimenti politici, ideologici, organizzativi ed elettorali dei partiti che si richiamano al comunismo, lavorano alla creazione di una costituente comunista. L’intento è di mettere in piedi una nuova formazione con basi teoriche marxiste che riunisca in un unico progetto, del tutto autonomo e alternativo ai cosiddetti “riformisti” del PD, come ai suoi nuovi puntelli svendolian-bertinottiani, compagni e militanti sciolti o anche iscritti nei partiti con falce e martello esistenti. Non riporto le premesse a questo scritto, gli interventi che lo hanno suscitato nel corso di un intenso dibattito in rete e in riunioni, sarebbe chiedere troppo alla pazienza del lettore. Ma ritengo che dalle mie argomentazioni si possano dedurre anche le ragioni sulle quali mi confronto. Sarei felice se questo spunto facesse allargare la discussione anche a coloro che, tra i miei interlocutori, vi fossero interessati.


Rompo il voto a S. Silenzio perchè devo risposte a chi mi ha con sagge riflessioni preso in considerazione. Non credo che questi scambi siano inutili, alla luce anche della scarse possibilità di riunirci tutti, purchè si mantengano nei limiti del rispetto (che non riservo alla rete dei veltronarcobalenisti) e anche della problematicità. Chi oggi come oggi spara certezze analitiche, prescrizioni e previsioni da tavole mosaiche, fa operazione apodittica e di autogratificazione, espressione delle proprie velleità, magari frustrate. Qualche volta abbiamo discusso del sesso degli angeli, a volte qualcuno spunta e schiamazza, cose inevitabili in una lista di varia umanità. Cerchiamo allora di essere seri, concreti e riflessivi. Ne è sempre un esempio Riccardo, tra gli altri.
Si è sollevato lo tsunami, specie nel manifesto, dell'anatema a chi non si è è riunito (partitini vari) e dell'invocazione a riunirsi. Sono considerazioni segnate da superficialità e approssimazione. Intanto quelli del “manifesto” e loro lettori se la prendano con l'infiltrato brogliatore Vendolotti che ha fatto la scissione con il preciso scopo di impedire un 4% comunista e di accreditarsi in guanti bianchi al futuribile banchetto del PD. L'altro rimprovero lo facciano ai trotzkisti, dall'eterna vocazione allo sminuzzamento, usciti dal PRC per costituire ben tre micro cellule tanto nobili quanto inani. Infine, l'unità dei comunisti con chi diavolo si fa? Con chi respinge non solo nome e simboli (e qui voi sapete che non mi scandalizzo), ma in maniera assai più radicale contenuti e obiettivi? Con chi ha l'irrefrenabile libidine del solipsismo puro e duro e magari settario e ottuso nei confronti di esperienze fuori dai libri sacri da loro così interpretati? Con banderuole dell'opportunismo e dell'esibizione autoreferenziale e negli anni del tutto sterile (non sanno fare che convegni, cianno li sordi) come certi vernacolari romani? Dove stanno i comunisti da riunire? In un anno quanti ne sono arrivati, quanti sono scemati perchè o sfessati, o gelosi e più sicuri del proprio consueto ambito di nicchia e di partito?

C'è poi la contraddizione che nessuno pare vedere, ma che emerge in continuazione, della cosiddetta "doppia tessera": stare in un partitino e stare con i C.U. Come si fa a non rilevare che alla fin fine i militanti dei partitini pongono questi al di sopra dei sacrosanti obiettivi dei C.U. e, al primo richiamo all'ordine dei rispettivi organi, a questi danno retta, salvo incappare in rischi di esclusione, piuttosto che ai debolissimi e anche abbastanza svaccati C.U. S'è visto nella sconcertante, nei modi e nei contenuti, presentazione di "Proletari@". A parte la scandalosa mancanza, nella presentazione di un'agenzia di informazione antagonista, di ogni riferimento all'imperialismo, alla guerra e all'internazionalismo (che significa ben poco comunismo!), c'erano forse venti compagnucci nostri, molti con "doppia tessera", e 300 bravi vecchietti che lacrimavano e osannavano a ogni evocazione del "glorioso PCI". Tali sono i rapporti di forza e le relative capacità d'attrazione. Finchè ci saranno questi gruppi dirigenti, e ci saranno ancora per parecchio, o si sta con loro, o si va per more. In passato avevo già riflettuto sull'opportunità di entrare tutti nel PRC per far fronte comune con quei compagni che lì sono, mi pare, i più autentici e disponibili. Ora gira voce che li dentro tornino a riunirsi i tre, quattro spezzoni dell'ex-Ernesto, il che potrebbe significare un'egemonia degli irricevibili grassian-dilibertian-cossuttian-stalinisti. E la mia riflessione sull'ingresso "in massa" si appanna un po'.

C'è poi tra noi una spaccatura verticale tra chi, vedi Hobel e altri, guarda a quel "glorioso PCI" e pensa sostanzialmente di ricostruirlo (aggiornato? Come?) e chi, come me, pensa che quel retaggio debba essere buttato a mare, proprio per tornare al Gramsci citato da Hobel, a Lenin, a Marx, saltando a piè pari la sciagurata vicenda PCI 1945-1991, con le schifezze epigonali, ma naturali, di oggi. Voglio subito dire che Andrea sbaglia di grosso quando accantona Yalta con il pretesto che non sappia che cazzo sia il 99% degli italiani, tranne un pugno di "collezionisti di ossa" (carino). Quanti italiani sanno chi ha scritto i fondamentali "Grundrisse"? Peccato che quelle ossa, divennero gabbia controrivoluzionaria d'intesa tra chi allora si divise il mondo alla faccia dei proletari e dei fermenti rivoluzionari e di decolonizzazione in tutto il mondo. Peccato che quella gabbia fatta da ossa di carogna venne rafforzate dal cemento consociativista di Togliatti e seguenti, per chiudere in un ghetto classi e popoli di metà del mondo (quella affidata alle zanne anglosassoni) e, dopo la maledetta caduta del muro, di tutto il pianeta.

Certo il movimento di massa che ha tenuto al potere consociativo una banda mediocre di burocrati, dai cui ventri sono naturalmente sortiti i Lama, Napolitano, D'Alema, Veltroni, Fassino, Bertinotti, ha saputo conquistare, quando i margini materali c'erano, importanti spazi d'azione, importanti diritti e salvaguardie, una brillante egemonia culturale (ma a dispetto di quella banda di burocrati, ricordiamo Pavese, Vittorini, Calvino, i cineasti...). Ma a costo di vedersi tirare le briglie e azzoppare i garretti quando aveva il paese in pugno, quando se lo poteva riprendere (o almeno tentarci, mantenendo viva la fiamma della rivoluzione, cosa non da poco) dopo l'attentato a Togliatti, l'eversione di Tambroni, il '68-'77. Non avvengono catarsi per spontanea germinazione, c'è sempre un virus all'origine, per quanto lunga posa essere l'incubazione. Era ben presente il fantasma di un Togliatti antigramsciano tra i succedanei Longo e Berlinguer quando l'ultimo, grande tentativo di rottura con il sistema capitalista e il garante Nato, esploso a dispetto e contro quei vertici di partito, la lunga, insanguinata campagna del '68-'77, fu prima utilizzato per modificare, con l'autunno caldo, i rapporti di forza del consociativismo a favore dei capi PCI, del revisionismo controrivoluzionario e dei loro terminali finanziario-economici, e poi ferocemente antagonizzato quando minacciava di mettere a repentaglio, appunto, quello Stato di consociazione subordinata che Togliatti aveva voluto costruire fin da Salerno. Stanno sulla coscienza dei bonzi PCI, alla Pecchioli e Berlinguer, tanti anni di carcere di bravi compagni (non parlo delle manipolatissime BR), tanti compagni uccisi dagli sbirri. Imperdonabile, per sempre. Vi figurate se il PCI si fosse schierato con il "movimento" rivoluzionario per il recupero di strati ignorati e disprezzati, per la mobilitazione e coscentizzazione di sottoproletari, periferie, soldati, carcerati, donne, bambini, i primi immigrati, contro la subconoscenza borghese, con antisviluppisti, combattenti dell'ambiente, contro Nato e distensione, per l’apparentamento internazionalista con i nuovi Vietnam in Irlanda, Portogallo, il Cile difeso da Pinochet solo dal MIR, Palestina, libano, mondo arabo e africano, tutti? C’era chi allora aveva già capito un dato nuovo e dimostratosi vero, oggi così formulato da Leonardo Boff: la rivoluzione verrà con l’assedio delle favelas alle metropoli. Anche delle favelas di casa nostra. C’è chi punta sugli otto milioni di operai di fabbrica che abbiamo in Italia, costituente certa del “nuovo grande blocco sociale” per il rovesciamento del capitalismo. Gli ha chiesto, a quegli otto milioni se vogliono rovesciare il capitalismo, o piuttosto essere “padroni a casa loro” e i primi negli asili nido? Il PCI li ha lavorati bene. E’ se nell’autunno caldo sono stati poche migliaia di giovani contadini arrivati dal Sud e non contaminati dall’inseguimento del tinello e, soprattutto, la giovane intellettualità di scuole e università a trascinare molti alla ritrovata autonomia di classe, oggi quale potrà essere quella locomotiva? Quale è stata in Iraq, dove quelli con la falce e martello, gemellati con la banda Bertinotti, aiutano gli occupanti e i fantocci a annegare nel sangue la Resistenza e il suo popolo? Quale in Bolivia, dove gli stessi hanno pugnalato un Che Guevara vincente alle spalle? Quale in Argentina, dove falce e martello hanno assistito il golpista Videla? Lì la rivoluzione si chiamava Baath ed era colorata di nero, rosso e bianco, si chiamava cocaleros e Movimento al Socialismo, si chiamavva ERP e Montoneros. E potrei andare avanti girando l'universo mondo.

Sono grato a Riccardo e ad altri per non aver gridato allo scandalo per le mie riflessioni-provocazioni sulla scarsa funzionalità aggregatrice oggi di simboli, falce e martello, e nome, comunista. Non credo che ci possa essere una riunificazione dei comunisti oggi organizzati, nè dall'alto, nè dal basso. Lavoriamoci pure, contro ogni probabilità. Lo faceva anche il Che. Che ha vinto 40 anni dopo. Ma penso che per ora ci dobbiamo tenere il mite Ferrero per quanto si può e dargli una mano, ma che l'unità si dovrà fin d'ora cercare nell'antagonismo sociale, appunto a Vicenza, in Val di Susa, a Novara, negli scontri locali per la salvezza del territorio e del pianeta, tra i precari, avendo l'originalità di ricordare a tutti che se queste cose ci succedono è perchè c'è un burattinaio sanguinario in alto che si chiama imperialismo, Nato, basi, e che la prima cosa è lottare contro la nostra condizione di colonia.

Quanta ironia tra noi e sul manifesto su Di Pietro! Ci, gli, rode il culo, tutto qui. E allora dagli con il "populista" (che cazzo vuol dire? Populisti sono Lega e Berlusconi), "questurino", "giustizialista", "di destra". Urli dell'impotenza. Io non so cosa farà Di Pietro domani, c'è da regolarsi di conseguenza a quel punto, ma come ha scritto un lettore del “manifesto”, so con chiarezza solare che è colui che meglio di tutti affronta la "CONTRADDIZIONE PRINCIPALE", lo sfascio della legalità che ancora tutela le masse giudiziariamente, socialmente, legalmente, culturalmente, per introdurre qualcosa che è peggio del fascismo mussoliniano. Dopodichè avremo chiuso per secoli, come i pagani, o se volete i laici, da Costantino a Lorenzo il Magnifico e a Giordano Bruno, un millennio. Ditemi dei nomi, in altri partiti, di candidati dalla dignità e affidabilità di quelli messi in lizza dal'IDV!

Per finire, non vedrò una società comunista in questo paese data l'avanzatissima età, ma ci voglio lavorare, possibilmente con compagni e anche persone che partano dalle contraddizioni reali, dalle catene più pesanti, dalle minacce più incombenti, dall'esempio di altri, in altri mondi, con altri nomi, più avanti di noi. Certuni tra noi a ogni loro risveglio si stroppicciano gli occhi per la luce abbacinante che gli piove addosso dall'alba di una rivoluzione che solo loro vedono e che, a furia di non arrivare, li vedrà rassegnarsi a qualche tranquilla consigliatura di provincia. Non c'è di peggio per se stessi e per i compagni che seminare illusioni palingenetiche la cui dissoluzione ti lascia in ginocchio. Anzi, c'è di peggio: voler resuscitare un’esperienza minata da fallimenti, tradimenti, opportunismi, voltagabbanismi come, dopo la guerra partigiana, fu quella del PCI.

Quanto a nome e simboli, caro Riccardo, non si tratta di mettere i carri davanti ai buoi, ma nemmeno di seguire omini di burro che ci trascinano al paese dei balocchi. Molto è da ricordare. Ma è intervenuto un problema: il passaggio ad un’altra forma di linguaggio, con la perdita di senso. Abbiamo conosciuto un processo di de-semantizzazione rispetto a quanto avevamo prima. Si è rovesciato tutto. La perdita di senso ha provocato una perdita di passione politica e di giudizio. Questo percorso ha favorito lo smarrimento della memoria: cosa vuoi ricordare se ricordi il rovescio (il PCI)? Siamo di fronte a un problema teorico che riguarda il linguaggio e i paradigmi in generale. Serve una rivoluzione epistemologica, nel pensiero e nel linguaggio politico. Non solo dentro l’Europa, ma insieme ai paesi del Sud e a paesi ex-colonizzati. Credo che certe cose ci verranno dal Sud. Anche dall’Est forse, cioè dalle parti non egemoniche del pianeta. Sotto questo profilo anche l’Est, perfino l’Afghanistan, si trova a Sud. Chiamiamoci pure C.U., ma prova a vedere cosa succede se ti presenti con una bandiera rossa e la falce e il martello a Susa, a Vicenza, a Chiaiano, alla Telecom, a Pomigliano, a Sigonella, ad Acerra, in Palestina. Con chi parlerai? Col 6%, forse. Ieri, oggi, domani. Mi pare che quello che conta sia arrivare n queste situazioni con il migliore discorso possibile, magari anonimo, se serve. In questo senso ritengo che i C.U. dovunque si trovano, oggi hanno un'occasione per farsi sentire e per influire: banchetti, volantini, convegni, manifesti, piazzate, blitz, per l'astensione al referendum pro-fascismo.
Magari come comitato partigiano contro il nuovo fascismo.

venerdì 5 giugno 2009

ULTIMA LETTERA DI PADRE MANUEL MUSALLAM DA GAZA



Mi permetto, senza poterne avere l'autorizzazione formale, di riprodurre sul mio blog questa lettera di Padre Musallam, l'eroico parrocco dei 300 cristiani cattolici e ortodossi di Gaza, ora rimosso dopo che Papa Natzinger, con i suoi salamelecchi al regime razzista e militarista israeliano e i suoi pignucolii sulla sorte infelice dei palestinesi, ha legittimato lo Stato razzista e militarista sionista dei soli ebrei, fedele all'imperialismo giudaico-cristiano che ha insanguinato due millenni della storia umana (con tutto il rispetto e l'affetto per uomini di chiesa come questo prete). Una puntuale lezione agli utili idioti che ritengono di dover fare le bucce all'una o all'altra (per la verità solo a una, quella islamica) delle forze palestinesi.





L'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza
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Cruda, senza mezzi termini, agghiacciante, veritiera, disarmante:
Padre Giovanni Scalese, della cui amicizia ci onoriamo e di cui riportiamo la segnalazione al suo blog querculanus.blogspot.com, ci segnala gentilmente la traduzione dell'ultima lettera da Gaza di Padre Manuel Musallam, che riportiamo integralmente
Redazione di TerraSantaLibera.org
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Senza peli sulla lingua:
Pensieri in libertà di un Querciolino errante





Voci dal nuovo samizdat
Padre Giovanni Scalese
Il Santo Padre, nella recente lettera ai Vescovi, ha scritto: "Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". Io andrei oltre; ormai penso che possiamo pure smettere di leggere i giornali o di vedere il telegiornale: ciò che troviamo in questi cosiddetti canali di informazione è pura propaganda; ormai, se vogliamo essere informati, possiamo solo rivolgerci a internet, il nuovo "samizdat". Spero che in Vaticano prendano sul serio l'invito del Papa.
(Padre Giovanni Scalese)

L'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza.

Padre Manuel Musallam (Gaza)

Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: "Non sapevamo". Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po' lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.
(Padre Giovanni Scalese)

Charles Colton disse una volta: "L'esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo". Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla "Terra Promessa". Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell'apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo "diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.



Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c'è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l'Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l'umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall'altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall'altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l'America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l'unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell'abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: "È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?", e ha 11 morti. E noi rispondiamo: "È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?". Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l'umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.

Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un'intera nazione è colpita dal panico?

Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai "territori occupati nel 1967". Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le "Tennet outlines" e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l'assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un'inchiesta, come quella per l'assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell'interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l'universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c'è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell'insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l'ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l'odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l'emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?

Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell'ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all'ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.

Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c'è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c'è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall'occupazione a dai nostri dolori. "Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza" (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l'occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l'umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l'orgoglio e l'arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell'oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell'Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d'acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell'emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.

Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.

Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

C'è un proverbio cinese che dice: "Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa' attenzione a non raccoglierlo". Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l'amore, quando l'odio, l'assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: "Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?" (Is 53:1).

Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l'odore del sangue umano era considarato un'offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l'Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: "Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?" (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!

Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: "Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L'acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c'è per noi riposo. All'Egitto abbiamo teso la mano, all'Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c'è chi ci liberi dalle loro mani". (Lam 5:3-8). E ora, dov'è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov'è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro" (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.

Voglio ricordarvi: "Chi prende a calci l'uomo, dall'uomo è preso a calci" (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, "Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo" (At 26:14). "Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna" (Corano, Sura 37).

Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7:12). E il profeta Isaia: "Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo" (Is 57:14).

La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: "La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza" (Rm 9:6-7). "Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo" (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.
Padre Manuel Musallam, Gaza


Traduzione a cura di Padre Giovanni Scalese
Link originale :
http://querculanus.blogspot.com/2009/03/voci-dal-nuovo-samizdat.html

mercoledì 3 giugno 2009

VOTO, NON VOTO, CHI VOTO ? E DI PIETRO DOVE LO METTO?














Ahi serva Italia, di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia, ma bordello.
(Dante Alighieri, Purgatorio, IV)

Cosa abbiamo qui sopra? La rivoluzione che, innovando da capo, tutto travolge e trasporta a nuovi lidi (Delacroix); la zattera dei naufraghi “in gran tempesta” che, col suo carico di disperati e dispersi, veleggia verso destinazioni ignote (Gericault); il buio pesto della notte sulla palude dove ogni lucetta riflette se stessa (Van Gogh). A fianco, il gioco delle tre carte. Così, sinistre ed elezioni europee.

Nelle liste internet praticate da compagni circola di tutto. Un estremo è quell’Ettore Masina che, addolorato per non potersi schierare con il buon Franceschini, dalla padella rimpianta finisce nella brace dell’invocazione del voto per due pusher di oppiacei ai popoli resistenti, come Luisa Morgantini e Giuliana Sgrena, “non violenti” finchè non si tratta di dare in testa ai “terroristi islamici”. L’altro estremo sono i “Proletari comunisti” che scrivono: “Tutti i governi di destra, di centrodestra, di centrosinistra (chi sarebbero? N.d.r) che reggono i paesi europei sono uniti nella ricerca di soluzioni alla crisi fondate sul salvataggio di banche e padroni e sullo scaricamento di essa sui lavoratori e sulle masse popolari. Governi peraltro eletti in un quadro nazionale e quindi poco influenzati dagli esiti elettorali delle elezioni europee che eleggono un parlamento formato da una massa di fannulloni e parassiti…. Guadagnano tanto, non fanno nulla, la maggior parte di essi non si presenta neanche in parlamento e non contano nulla. Una sorta di villaggio-vacanze per politicanti in pensione o in trampolino di lancio. Queste elezioni e questo parlamento sono uno specchio fedele della politica resa vuoto rito e quindi dell’antipolitica, della sua funzione di puro servizio per le classi dominanti e di putrescente parassitismo del sistema imperialista”. Ineccepibile. Poi la conclusione: “Boicottare queste elezioni è un atto, questo sì, politico e di civiltà… L’indicazione dei Proletari comunisti alle elezioni europee è il boicottaggio nella forma di astensione di massa”. E qui ci si eleva sopra le brutture del mondo nel nirvana di quello che si vorrebbe che fosse e non è.

Cosa si fa al tavolino del biscazziere che ti fa vorticare sotto il naso tre carte – notte fonda, palingenesi rivoluzionaria, deriva allucinata di naufraghi che puntano a un qualche orizzonte ignoto – e ti fa beccare inesorabilmente la carta che a Bruxelles non vince di sicuro (ognuna delle tre)? Non è che mi sia rotto molto il capo in queste settimane su chi onorare del mio decisivissimo voto, anche alla luce delle sacrosante considerazioni dei Proletari di cui sopra. Votare, voterò, se non altro perché in questa occasione la truffa elettorale è un po’ meno truffa: non c’è premio di maggioranza che fa del mio voto, storicamente perdente, un votino rispetto al votone storicamente vincente. Una testa mezzo voto, un’altra testa due voti. E poi non mi hanno tolto le preferenze, infilandomi nella camicia di forza cucita da quattro farabutti che impongono i loro commensali, boss e picciotti. Se per le europee, per quanto esangui e farlocche, vota una marea di gente e sulle politiche, generali o locali, si abbatte uno tsunami di schede rifiutate o annullate, come raccomandai nell’ultima tornata per il mostro bifronte Prodisconi, beh, sara un confronto politicamente significativo, quel bel dì vedremo levarsi un fil di fumo, come da un accampamento Sioux dopo le mazzate a Custer. A coloro che rifiutano il voto in assoluto, come irrimediabile buggeratura borghese, consiglio di riflettere su Hugo Chavez, o Evo Morales, o su quel Lopez Obrador che, non fosse stato per il boicottaggio elettorale del transgender politico chapaneco, Marcos, avrebbe portato il Messico quanto meno fuori dalla catena di lupanari Usa e in linea con l’insubordinazione che dilaga nel continente latinoamericano, premessa per tutto il resto. Infine, basta una considerazione da due più due: le due cosche dei faccendieri all’ordine di mafie, banche e militari, Franceschini e Berlusconi, con sulle spalle il suggeritore USraeliano, vogliono che la lista unitaria vada sotto e scompaia. Motivo sufficiente per fare il contrario e mandarla oltre il 4%.

Il parlamento europeo conta quanto una pippa malriuscita sulla foto di una sciacquetta da Villa Certosa.. Al massimo sparge zefiri, vuoi maleodoranti, ma vuoi anche profumati, quando invece dal parlamento italiota, non si sprigionano che miasmi da cloaca maxima. Fetori che da decenni si sposano, senza perdere vigore, all’alitosi di Berlinguer intorno a Nato, austerità e “provocatori sessantottini” e alle esalazioni vipparole dei Vendinotti, esufflate perlopiù nelle maison di lusso di Valeria Marini o Bruno Vespa. A volte, comunque, quelle brezze disperse nell’aere di Bruxelles, e lì subito catturate e messe al chiuso dalla Commissione Europea, hanno assunto la foga di un turbine che un po’ di polvere l’ha sollevata. Penso a quel Claudio Fava, ora ridotto a scimmiottare le levigate vaghezze del neo-sodale Svendola, ma che allora seppe in solitaria condurre un’inchiesta su uno degli obbrobri più clamorosi nel processo di nazificazione planetaria: le extraordinary renditions. Rapimenti Cia su scala industriale condotti con la piena complicità di governi. servizi, dogane, aeroporti europei, a partire dalla farsa dell’11 settembre 2001 e seguenti, per sistemare turbative umane nelle varie carceri segrete sparse dagli Usa tra paesi satelliti. Carceri e carcerieri le cui torture non rischiassero lo scoperchiamento subito dalle forze della democrazia e dell’ordine ad Abu Ghraib, Guantanamo, Bolzaneto. Non sarà servito a molto, Abu Omar, sequestrato da agenti Cia, che imperversavano nella colonia italiana con l’assistenza di tirapiedi nostrani (proprio come da Piazza Fontana alla stazione di Bologna), una volta sminuzzato perbenino dai seguaci egiziani del cristianissimo Torquemada, resta – e resterà per sempre - con la testa infilata nel cappuccio del segreto di Stato prodiano e berlusconide. Ma quel lavoro di Fava e dei suoi colleghi non si è perso tra le guglie liberty intorno al Berlaymont. C’è un po’ di gente che ha potuto prendere le misure dell’infinita capacità della borghesia imperialista di procedere oltre tutti le dimensioni criminali della pur sanguinolenta storia umana. Oggi, con il nero contraffatto e ultrabushista Obama, stragista ed eversore nei cinque continenti, prosseneta dei licantropi di Wall Street, massacratore degli operai dell’auto, più che mai.

Una rondine non fa primavera. Ma non è un buon motivo per abbatterla. Anche se quella rondine, svendolizzata, assomiglia ormai più a una gazza ladra che rubacchia la medaglietta della cresima dalle case dei proletari. Torniamo a questo stramaledetto voto. Non si prova che fastidio. Fastidio per dover chiudere gli occhi mentre si traccia la croce su falci e martelli corredati di un rosario di nomi scaturiti, alla faccia del “rinnovamento dal basso”, dagli scantinati di robivecchi. Trito e logoro funzionariato di partito, assessori e consiglieri precipitati dalle mangiatoie di vecchi parchi buoi e mandati a rifocillarsi in Europa, sconci ominicchi e donnicchie coperte d’oro per aver annegato nel sangue contadini afghani (remember Menapace?), qualche carneade da cui non si ha idea cosa aspettarsi. Ma a me dà personalmente un fastidio vasto come il Patto Atlantico, smisurato come le infamie che si compiono al suo interno su popoli diffamati e massacrati, profondo come la penetrazione del gladio Nato fin nelle più riposte viscere del nostro vivere sociale e civile, circolare come è la blindatura della nostra libertà-sovranità-autodeterminazione, l’urlante silenzio di proprio tutti i programmi e pronunciamenti elettorali con la falce e il martello sul leviatano che ci calpesta sotto i suoi anfibi: la guerra (salvo qualche inoffensivo pigolìo di Ferrero e di Ferrando). Silenzio-complice, volente o nolente, che avvolge e condanna all’ineffettività assoluta anche tutte le pattugliette che, dal largo, affluiscono ora al voto per la lista “unitaria”. Silenzio cagasotto che purtroppo non viene nemmeno scalfito dalle postazioni isolate di compagni antimperialisti la cui luminosità ricorda “l’orizzonte in fuga, dove s’accende rara la luce della petroliera” (penso a Lotta e Unità).

Il varco è qui?” ci si deve chiedere, ancora con Eugenio Montale. Pare proprio di sì, anche se lo smarrimento di guerra, Nato, basi, asservimento coloniale, tra i flutti delle compatibilità e delle bulimie poltronare, assomma a codardie opportuniste la cecità circa gli effetti della nostra servitù imperialista. Effetti determinanti su macelleria sociale e involuzione fascista e anche sul nostro tradimento dei combattenti contro l’eterno terminator, taliban, saddamisti, islamici, o “kamikaze” che siano, esattamente come lottavano i nostri partigiani, in primis per la liberazione di una “patria” che, poi, si sarebbe fatta a immagine e somiglianza dei propri sogni. Il voto per due persone perbene come Ferrero (non me lo perdoneranno i miei amici Hamas) o Ferrando (non me lo perdonerà Chavez) sortirà gli stessi effetti della mia clavicola fratturata offerta in cera come ex-voto al fattucchiere Padre Pio. Ma qui si tratta di affermare che la materia uscita dal tritacarne della repressione borghese, della decerebrazione piduista da Craxi a Berlusconi e del collaborazionismo controrivoluzionario di un Togliatti, baronetto di Yalta, e di un innestato spurio come Bertinotti, non finisca tutta nel famoso immondezzaio della storia. In quella materia si sbattono, per la ricomposizione nel segno dell’antagonismo assoluto, tantissimi compagni cui non si deve negare la possibilità di travolgere domani con la forza dell’organo e del tamburo i tenui violini dei critici di corte.

Così, dopo aver volteggiato sui due simboli con la falce e martello, la mia matita infilzerà uno dei due, non senza essere passata a volo radente anche accanto al gabbiano di Di Pietro. Già, perché c’è un altro fattore di grande fastidio. Ed è la spocchia ottusa con cui i bravi compagnucci della coerenza ideologica abbattono la scure dell’anatema politico su chi meditasse un voto nientemeno che al “questurino”. Sono affetti dalla stessa torpidezza mentale che rincoglionisce coloro che si sciacquano la bocca dopo aver detto “Hamas”. Apostoli del vangelo delle contraddizioni come codificate da certi postmarxiani, hanno in uggia e tempestano di scomuniche qualsiasi vangelo apocrifo che magari annota qualche contraddizione nuova, eterodossa, via dalla centralità ormai mitologica di una “classe operaia” che per decenni sindacato e partito hanno educato a interessarsi di redditi e condizioni di lavoro che la mantengano agganciata alla piccola borghesia, di cui in massima parte condivide i “valori”. Magari nel frattempo crisi e rivolgimenti hanno sconvolto gli assetti sociali facendo emergere nuovi soggetti in sofferenza e dotati di carica antagonista, penso al precariato intellettuale e tecnologico, al popolo inquinato nei territori manomessi, agli immigrati. Soggetti che, come gli studenti del ’68, trascinino quanto non è finito omologato nella “classe operaia” verso una strategia che vada oltre il tinello, la spiaggia di Rimini, certezza e sicurezza del e sul lavoro. In fondo a quel percorso ci aspetta inesorabile la rivoluzione, dove tocca mettere in gioco beni e vita. E allora per i più è meglio restarsene al sicuro in un’ortodossia dai pochi rischi. E’ stata la corrosiva lezione del PCI qui e in tutti i Sud del mondo, dove infatti le rivoluzioni si sono fatte senza e contro di esso.

Io comprendo e rispetto quelli che, sentendo Di Pietro imbullonare i delinquenti e le mignotte di regime, sorprendere il colto e l’inclita con inedite rivendicazioni sociali, meditano di votarlo. E’ con qualche perplessità che finisco con il non condividerne la scelta. Di Pietro questurino, giustizialista (vivaddio!), populista speculare a Berlusconi, finto Robin Hood, accidioso sui migranti, sodale dei manganellatori e via stereotipando e deprecando, per oscurare il dato che, in parlamento e fuori, il questurino e la sua schiera di intellettuali borghesi oggi rappresentano l’unica opposizione istituzionale al caterpillar postribolare di marca mafiofascista, con alla guida il guitto mannaro. Non solo, nel giro di Di Pietro c’è anche chi, forse meglio di altri, contribuisce a demistificare la truffa svendoliana dell’arcobalino, “Sinistra e libertà”, mela davvero marcia nel cesto dei rossi frutti avvizziti, ultima evacuazione del dead man walking Bertinotti. E’ dell’altro giorno lo scontro tra il brogliatore pugliese e l’ex-pm di Catanzaro Luigi De Magistris. E la posta era di quelle strategiche. Con la puntualità con la quale ha denudato il principotto di Cepaloni e scoperchiato la melma del tribunale della ‘ndrangheta a Catanzaro, Il magistrato massacrato da regime, media e corporazione ha ricordato che il governatore allora “comunista” della Puglia aveva privatizzato il più importante acquedotto dell’assetato Sud, il più grande d’Europa, appunto quello pugliese, costringendo alle dimissioni Riccardo Petrella, massimo difensore italiano e internazionale di quel bene comune.
Ricordo dai tempi del TG3 che ero andato a fare una serie di servizi sulle mafie che in Puglia, sull’altopiano della Murgia, seminavano rifiuti tossici del Nord sotto le colture pregiate e stavano assediando proprio quel condotto di acqua e di denari. Per aver interferito, riprendendo un bacino artificiale abusivo, con la mia troupe ci trovammo davanti appeso un agnello appena sgozzato che ancora buttava sangue. Intorno, a vista d’occhio, nessuno. Poi venne Petrella e blindò il bene comune. Poi venne faccia-di-gomma Svendola e svendette il bene comune alla solita SPA, gradita ai poteri criminali. De Magistris, candidato dell’IDV, ha dichiarato: ”Io so che la regione Puglia sta lavorando per la privatizzazione dell’acqua che, secondo noi, è un bene pubblico e non deve appartenere ai privati. Loro non vogliono migliorare il servizio, ma solo fare affari aumentando le tariffe agli utenti". Non male per un dipietrista. Del resto con il suo coraggio, il suo lavoro, la sua resistenza ai soprusi e alle persecuzioni dei potenti, i suoi colpi di bisturi nel tumore del malaffare mafioso-giudiziario-politico, De Magistris ha dimostrato più comunismo, che lo sappia o no, di tanti sedicenti tali.


Senza il minimo dubbio, Di Pietro è la trincea più avanzata contro la melma berlusconiana, “piduista, razzista e fascista”, come correttamente la definisce. L’antiberlusconismo? Roba vecchia, superata, depistaggio dalle questioni vere. Mettiamo in discussione il capitalismo, compagni! (rigorosamente senza parlare di imperialismo, s’intende). E’ la litania che fa il paio con le barzellette dell’energumeno di cosca che sposta il diritto a blindatura dei ladri e assassini e a liquidazione degli onesti e poveri. Come se in questo paese da Gran Guignol il capitale non si fosse scelto come rompighiaccio il berlusconismo. Vogliamo ignorare il rompighiaccio che ci manda in acqua come foche sulla banchisa in scioglimento, per mirare, annegando, all’armatore sulla terraferma? Quanto poco si sono letti Marx e Lenin nel valutare le priorità, i passi avanti e il passo indietro, che la congiuntura impone al processo rivoluzionario. Tutti questi vivono una regressione all’infanzia di quando un Tambroni poteva venire buttato giù dall’insurrezione (incontrollata dal PCI) delle masse. Oggi c’è un pacchetto di mischia al vertice dello Stato al quale Tambroni, Borghese o De Lorenzo stanno come Kronstadt alla Rivoluzione d’Ottobre, per fare un paragone del cazzo ma chiarificatore, o piuttosto come Crispi a Mussolini. Quanto nei due secoli trascorsi le masse subalterne e specialmente quelle della seconda metà del Novecento, seppure sedate dal PCI, si sono conquistate a difesa della vita, della salute, dell’agibilità politica, della pace, dell’internazionalismo, del piatto di pasta, di una scuola corretta, della legge uguale anche per i cafoni, viene oggi spazzato via da questo verminaio di cinismo sanguinario, soperchieria e corruzione. Contro l’annichilimento di ogni speranza di ripresa e riscatto che minaccia di protrarsi oltre i limiti biologici di generazioni, in prima fila oggi sta questo rustego e intelligente borghesuccio di campagna e commissariato. E’ tattica strumentale? Gli altri non sanno mettere in piedi neanche quella. Primum vivere, sopravvivere. Poi ce la vedremo anche con Di Pietro. Intanto non mi permetterò neanche un sorrisetto di sufficienza su chi vota il castigamatti abruzzese.

Sarà mica il caso di ripensare il comunismo? Magari evitando l’abisso dove ci condurrebbero i pifferai vendolottiani. Come dice Alain Baidou, filosofo francese, il comunismo è un’ipotesi i cui fallimenti, dando luogo dialetticamente come le scienze alle condizioni per il suo ripensamento, sono da considerare tappe di un cammino di costruzione.. Il comunismo che viene esige un’organizzazione e soggetti nuovi ed è per questo che non possiamo non dirci contemporanei, non tanto dei partiti comunisti di ogni dove, quanto del ’68-’77, della Comune di Parigi, della Rivoluzione Culturale, del processo bolivariano. La linfa per questa contemporaneità viene dall’alleanza con i nuovi proletari dei Sud del mondo, venuti qui o rimasti là, dalle vittime pensanti della crisi portatori di nuovi saperi, e dagli intellettuali eredi delle battaglie politiche degli ultimi decenni. Alleanza, dice ancora Badiou, che non intratterrà alcun rapporto organico con i partiti istituzionali, i soliti gruppi ossificati nell’autoreferenzialità e il sistema elettorale e istituzionale che li fa vivere. Ma questo è un altro discorso. Pensiamo brevemente alle europee e poi, a lungo, a come buttare per aria quest’Europa di schifo, padronale, schiavista e imperialista. L'hanno fatto in Irlanda e Francia (paese della Comune).

lunedì 1 giugno 2009

BOICOTTA, DISINVESTI, SANZIONA. Prima che sia troppo tardi.


























Sull’appello degli studenti palestinesi per il boicottaggio accademico di Israele che troverete in calce

Continuando con coerente accanimento a portare avanti il progetto sionista di pulizia etnica della Palestina, Israele ha fatto affiggere da una compiacente società delle metropolitane di Londra e New York la mappa che vedete. Nessuna linea verde tra lo Stato di Israele come definito dall’ONU nel 1947 e poi allargato con successive ruberie, assalti, distruzioni ed espulsioni, fino a comprendere il 78% della Palestina storica. Non c’è nessuna Cisgiordania occupata, nessuna Gaza assediata e strangolata, nessun Golan predato ai siriani, tanto meno nessuna Palestina. Solo Israele, tutto Israele, Israel ueber alles, Israele che galleggia in un vuoto geografico aperto a ogni ulteriore espansione. Fortunatamente, nel deserto dell’indifferenza di sinistra, determinata dal panico della rappresaglia psicologica, mediatica (non solo) e terroristica di Israele e delle sue lobby (“antisemiti!”, “sostenitori dei terroristi!”, “complici dei fanatici integralisti!”, “dimentichi dell’olocausto!”), qualcuno di lucido e non intimidito si è mosso e le mappe imperialrazziste sono state tolte. Un piccolo limite allo Stato più fuorilegge di tutti è stato posto.
In compenso da noi non si son mossi né foglia, né sopracciglio (a prescindere dal bravo Michele Giorgio sul “manifesto”), alla proposta del Quarto Reich installato a Tel Aviv di imporre agli arabi di Israele un giuramento di fedeltà allo “Stato di soli ebrei”. E neppure all’approvazione in commissione del Knesset di una legge con cui i nazisionisti Netaniahu e Lieberman decretano tre anni di carcere a chi commemora, deplora e piange la Nakba , la catastrofe del popolo palestinese, giacchè coincide con le celebrazioni della proclamazione dello Stato di Israele, alla quale l’universo mondo, vittime dei carnefici comprese, deve tributare laudi, feste e ghirlande. Quella proclamazione che si pretende fondata sulla trovata dell’assegnazione al popolo d’Israele da parte di un dio, qualche millennio fa, delle terra tra il Mediterraneo e vattelapesca dove (in prospettiva molto, molto oltre). Fondamento di uno Stato di “reduci” che vanta la stessa ragione storica del miracolo della partizione delle acque del Mar Rosso che avrebbe dato ai girovaghi del deserto la terra promessa per erigere un regno. Un regno all'insegna di un dio tutto suo, pervicacemente militarista e che, per costanza e continuità della sua teologia della strage e ideologia del razzismo, non pare avere uguali nella storia.


Tutti zitti e anche la carneficina tipo ghetto di Varsavia perpetrata a Gaza, e che prosegue seppure al rallentatore, è sprofondata nell’accidia, nella coda di paglia, se non nella connivenza dei sinistri “di massa” (si fa per dire). Dov’è da noi un George Galloway, deputato di quel partito “Respect” che i nostrani burini in braghe di tela rivendicano come consanguineo? Ve li immaginate Ferrero, Diliberto e, figuriamoci!, il brogliatore Svendola, che mettano in colonna 150 camion, ambulanze, pescherecci e sfondino a mazzate lo schieramento degli ascari egiziani a guardia del blocco genocida di Gaza e, Deus avertat, rendano aiuti e onori al governo “intergralista” e “terrorista” di Hamas? E pensare che tutti gli abominii dello Stato Canaglia in Medio Oriente, da un’occupazione a carattere concentrazionario ai successivi sventramenti dei paesi vicini, dal terrorismo psicofisico praticato in giro per il pianeta alla busta di plastica messa in testa alla popolazione di Gaza, rischiano di non essere che prodromi.

Non c’è giorno, non c’è esternazione dei nazisionisti ove non si annunci un’apocalisse regionale che, inesorabilmente, si estenderà al resto del mondo. Una volta che i compari Usa-Iran hanno assolto all’obiettivo strategico di Israele di eliminare il polo di resistenza arabo antimperialista ed antisionista in Iraq, quei millenaristi psicopatici del libro sacro più sanguinario della storia umana vogliono a tutti i costi avventarsi sull’Iran (al quale sorgerà qualche perplessità sull’opportunità di aver collaborato a due riprese, guerra Iran-Iraq e oggi, alla liquidazione di Saddam). Ovviamente le centrali nucleari e “l’imminente atomica degli ayatollah” sono mero pretesto, del tipo già collaudato con le “armi di distruzioni di massa irachene”, le torri gemelle, o il rapimento di bambini da parte dei rom. Dopo la trentennale collusione nel disintegrare la trincea araba, Israele ora si trova in rotta di collisione con i persiani per l’egemonia regionale e il dominio sui popoli arabi. E mentre si allenta il freno Usa alle intemperanze dei licantropi di Tel Aviv relativa a una rivincita su Hezbollah in Libano e su Hamas in Palestina (agevolata dagli imbecilli dell’eurocentrismo che blaterano, all’unisono con Cia-Mossad, di integralismo islamico e vanno a cercare con la lampada di Diogene gli atomi della sinistra palestinese frantumata), sull’attacco all’Iran il nero contraffatto della Casa Bianca ha ottenuto da Netaniahu, implorando, una dilazione dell’armagheddon fino al 31 dicembre. Poi, dettano da Tel Aviv, ce ne fotteremo delle preoccupazioni Usa per i propri interessi a rischio di ramengo nello sconquasso di tutta l’area del petrolio. A soffocare quei dubbi ci penseranno i tentacoli della piovra chiamata lobby ebraica. Calcoli giusti, calcoli sbagliati? Chissà. Quel che è certo è che abbiamo di fronte a noi, dall’altro lato del Mediterraneo, un concentrato di teste di caciucco da manicomio criminale e che nei programmi e manifesti elettorali dei nostri sinistri quella problematica da fine del mondo è scomparsa. Insieme alla guerra, la Nato, i nostri macelli in Afghanistan, le basi, il Dal Molin, l’imperialismo, il sionismo. E già, a dirsi antisionisti di rischia di finire socialmente fucilati come antisemiti…

La mappa da cui è stata ripulita la tube londinese e l’underground di New York è la configurazione etno-confessional-geografica instillata nella Weltanschaung di ogni israeliano fin dalla scuola materna. Non solo, prefigura quell’altra mappa disegnata dal mito fondativo sionista e che la bandiera con le due striscie blù evoca: Israele dal Nilo all’Eufrate. Prima di ritrovarsi tra quei confini (infatti lo Stato israeliano finora non se ne è mai dati), la banda di mangiaterra e succhiasangue, qui giunta nascondendo le sue vergogne dietro il paravento delle povere ossa raccolte nei lager, non darà pace ai palestinesi, agli arabi, al mondo, dovesse costare altre mattanze. Fino al giudizio finale decretato da quel simpatico Javè sotto forma di olocausto dalle loro (mica iraniane) 400 bombe nucleari. Gli attentati terroristici etichettati islamici, l’uranio e il fosforo bianco su Gaza, Iraq e Afghanistan sono le relative esercitazioni e l’11 settembre di New York e seguenti ne sono stati il lieto annuncio.

Non sono stati solo il furto di vite a decine di migliaia, con in testa bimbi pericolosamente di rincalzo alla sopravvivenza degli "scarafaggi", o delle terre governate secondo le fantasie bibliche da una millenaria teoria di serialkiller mosaici, ordinato al volenteroso suo popolo dallo sfracellatore ebraico nascosto nel cespuglio in fiamme. Oggi i pirati di etnia europea, slava, anglosassone, a teocrazia ebraica, che, qui sbarcati inferiscono sulla millenaria Palestina arabo-semitica, aridi di cultura omologa alla storia del territorio, ai nativi rubano anche l’anima, la cultura, il nome. Cammuffati da autoctoni, si sono impadroniti di costumi, balli, musiche, spettacolo, lettere, prodotti e usi alimentari, falafel incluso, degli indigeni veri, fortificando così negli sprovveduti, anche a sinistra, accanto allo scudo fiscal-umanitario della Shoah, la convinzione che quei predatori, lì sbarcati come i marines in Vietnam, siano invece i veri titolari, finalmente di ritorno alla terra dei padri.

E’ questo furto con scasso e destrezza che dà validità, urgenza e forza alla campagna degli studenti e accademici palestinesi, e di molti loro omologhi ebrei, per il boicottaggio, oltreché di beni e servizi di Israele e correi, di ogni rapporto tra culture esterne e il mondo culturale degli occupanti che o è improntato a razzismo e violenza, o è appropriazione indebita. Ci incoraggi il dato secondo cui nei primi due mesi dopo l’inizio della campagna l’export israeliano è crollato del 22%. Ecco l’appello.

CAMPAGNA DEGLI STUDENTI PALESTINESI PER IL BOICOTTAGGIO ACCADEMICO DI ISRAELE (PSCABI)
PSCABI-Gaza, Palestina Occupata, 29 maggio 2009.

“Gaza è divenuta oggi la prova della nostra indispensabile etica e universale umanità.“ Comitato Nazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS)

La PSCABI fa appello agli studenti amanti della libertà in tutto il mondo di esprimersi in solidarietà con il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane contro la loro complicità nel perpetuare l’occupazione militare illegale e il sistema di apartheid israeliani. Abbiamo preso atto della storica azione intrapresa da migliaia di coraggiosi studenti e docenti delle università britanniche e statunitensi, occupando i rispettivi campus in segno di condanna contro la brutale oppressione del popolo palestinese a Gaza. Apprezziamo profondamente la decisione dell’Università dello Hampshire di disinvestire da società che approfittano dell’occupazione israeliana. Tali pressioni su Israele ha le maggiori possibilità di contribuire alla fine della negazione dei nostri diritti, incluso il diritto all’istruzione.

Sottolineiamo la nostra adesione all’appello BDS lanciato da oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese.

Il nostro obiettivo è di svolgere un ruolo nel promuovere il movimento globale BDS che ha acquistato un impeto senza precedenti in seguito alla recente guerra genocida sferrata da Israele contro la Striscia di Gaza occupata e assediata. Sollecitiamo i nostri compagni studenti a prendere qualsiasi misura possibile, per quanto ridotta, a sostegno della giustizia, del diritto internazionale e dei diritti inalienabili del popolo nativo di Palestina, applicando un’effettiva e continua pressione su Israele, soprattutto sotto forma BDS, per contribuire a porre fine al suo dominio colonialista e razzista sui palestinesi.

Chiediamo di sostenere ogni sforzo per boicottare le istituzioni accademiche israeliane; di premere su amministrazioni universitarie perché disinvestano da Israele e da società che direttamente o indirettamente sostengono l’occupazione e la politica di apartheid, di promuovere risoluzioni dei sindacati studenteschi che condannino le violazioni israeliane del diritto internazionale, dei diritti umani e di sostenere la campagna BDS in tutte le forme; di sostenere il movimento studentesco palestinese direttamente.

Per rompere il barbaro e medievale blocco di Gaza, persone di coscienza devono attivarsi in termini di urgenza e scopo. Israele deve essere costretto a pagare un alto prezzo per i suoi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, attraverso il rafforzamento del boicottaggio di Israele e delle istituzioni e imprese complici in tali crimini. Come ai tempi della lotta anti-apartheid in solidarietà con la maggioranza nera in Sudafrica, gli studenti impegnati per la giustizia e la pace hanno l’obbligo morale di sostenere il nostro boicottaggio.

CAMPAGNA DEGLI STUDENTI PALESTINESI PER IL BOICOTTAGGIO ACCADEMICO DI ISRAELE: Blocco delle unioni degli studenti progressisti; Blocco Islamico; Organizzazione giovanile di Fatah; Lega islamica degli studenti palestinesi; Fronte studentesco progressista del lavoro; Blocco per l’Unità degli studenti; Ufficio degli Affari Studenteschi, Università di Palestina.
www.pacbi.org/etemplate.php?id=869
www.bdsmovement.net/?q=node/52