sabato 20 febbraio 2010

LA CLOACA E I SUOI TAPPI (e Travaglio cos'è?)





Ami elettorali
La novità dell’esperienza (citazione PD dalla „Notte dei morti viventi“)
La mia forza siete voi (citazione PDL da „La piovra“)
Sosteniamo solo i migliori (Casini: fuori chi non è bravo come Cuffaro)
Semplicemente un cittadino (secondo i radicali: agente Mossad con rosa in pugno)
In poche parole, un’altra Italia (annuncio PD su faccia in coma da overdose)
Cambierà, si cambierà (detto da un rutelliano al decimo cambio di casacca)
Ti puoi fidare (detto da Emma Bonino significa fosforo bianco per tutti)
Dentro i sentimenti popolari (PDL che lecca la bava a Calderoli)
La forza dell’identità (ossimoro PD)
Diamo certezza al futuro (paura di estinzione PD)
Non contano le parole, contano le persone (PDL. I terremotati dell'Aquila l'avevano capito)
Affiancate a queste ponderose massime le rispettive facce e il classico del cinema horror „Freaks“ vi sembrerà una mostra del Caravaggio.



Ma precipitate a „sinistra“, se volete affrontare la comunicazione più ottusa di tutte, entrista, mignottesca, subalterna, servile, berlusconide, antifemminista (e chissenefrega), anti-donna (ed è fetente), subalterna, onanista, sucida.

Ecco qua il colpo di genio di questi zombie. Insistono a dissacrare i loro stessi simboli. Forse gli ideatori, nipotini del felicemente svaporato ominicchio in cachmere, pensavano a un allestimento Dolce e Gabbana della vetrina dei loro saldi, per nascondere con megatacchi di “donne di classe” (oltretutto deleteri non solo sul piano estetico, anche su quello fisico) i manichini delle orride ginocrate che hanno butterato la storia del partito. Ve le ricordate? Lidia Menaguerra, Elettra Deiana, Patrizia Sentinelli (spalla dei devastatori di Roma Rutelli e Veltroni), Rina Gagliardi (che mi cacciò da “Liberazione” per dissensi su Milosevic, Palestina, Saddam, Fidel e oggi approda tra i bolscevichi di Polito al “Riformista”), Graziella Mascia……


Abbiamo fatto come Confucio e, al tempo delle frane e dei Bortoladri, ci siamo messi sulla riva ad aspettare che passasse il cadavere del nemico. Passava solo merda con in superficie tappi che, balzellon balzelloni, facevano finta di estraniarsi, epperò viaggiavano con la corrente. Ci siamo accorti che quello non era un fiume. Era una cloaca. E siccome siamo a Roma, era la cloaca maxima, con sbocco finale, come suole, sui massimi colli. Vediamo ora cosa ci è passato sotto il naso. Deciderete voi cosa sia flusso di escrementi e cosa tappi trascinati. Io metto punti ninterrogativi. Per quel che vale, all’uscita tutti stronzi sono.

Oportet ut disastra eveniant. Chi, e sono tutti, si limita a infliggere a coloro che governano
un paese in totale sfacelo morale, politico, territoriale, culturale, legale, il vezzeggiativo di „incompetenti“ o addirittura di „ladri“, non coglie nel segno. Lo sfiora. E come limitarsi a dare del „pelato“ a Mussolini. Vogliamo renderci conto, o no, che questi i disastri li vogliono, li aspettano, li provocano? Un intervento di consolidamento del nostro suolo non costerebbe più di 4 miliardi di euro. In vent’anni ne sono stati spesi 21 per tamponare catastrofi idrogeologiche e ricostruire, sempre decostruendo storia e ambiente. Volevate che questa mafia dirigente si accontentasse di 4 miliardi quando ne poteva intascare 21? Il 68,6% dei comuni è ad alto rischio sismico o idrogeologico? Ma che vengano giù questi comuni del cazzo, ci sarà da ridere, come quella notte, all’idea delle tante Milano 2. Chè più si stringono le cinte in basso, più si sfarina il territorio, e più tocca allargare le cinte in alto. Le disgrazie in basso significano lusso in alto. Perciò le emergenze si fabbricano. Gli avvertimenti di tecnici seri sul sisma imminente si sopprimono (Bortolaso: „Fate tacere quegli imbecilli“ ), gli argini che proteggono dall’uragano Katrina la New Orleans nera e povera da „bonificare“ vanno fatti saltare e i neri residui vanno sparati; per il terremoto in arrivo, nella Haiti da spopolare a vantaggio di multinazionali e paradisi turistici, arriva due giorni prima (quindi sapevano, quindi facevano) il vicecomandante Ken Keen del Southcom (Comando Usa per il Sud del Continente). Arriva preparato, con squadra di esperti catastrofisti (quindi sapevano, quindi facevano) e poi, perché si tolga dai piedi il massimo numero di ingombri umani possibili, 20mila soldati Usa occupano militarmente l’isola e impediscono per due settimane che aiuti, viveri e farmaci giungano agli ingombri sopravvissuti. Non è stato così, nel nostro piccolo, all’Aquila? Poche ore prima, nel mezzo di uno tsunami di avvertimenti professionali e di una terra che ballava da settimane la tarantella, delinquenti consapevoli della Prostituzione Civile giuravano ai morituri da crolli che nulla sarebbe crollato. Rubavano? Certo che rubavano. Prevaricavano, certo che prevaricavano. Ma a che servono soprattutto le emergenze per qualsiasi passaggio di acari, o festa rionale, se non a spazzare via diritti, libertà, democrazia e a consolidare economicamente la n’drangheta dirigente?

Glie lo ha insegnato la FEMA (Federal Emergency Management Authority) uno dei tanti strumenti innovativi di Bush, rilanciati alla grande da Obama. Dal Patriot Act, che pone fine ai diritti giuridici dei cittadini, alle squadre governative di assassini lanciate da Obama alla caccia di concittadini “sospetti”, dall’emergenza nazionale crisi che ha prodotto 15 milioni di disoccupati ed estratto rivoli di dollari dalle tasche del “ceto medio” (così chiamano pudicamente i poveracci negli Usa) per farne alluvioni d’oro nelle banche, fino alla militarizzazione del territorio per cui, per la prima volta nella storia del paese, le forze armate possono intervenire in ordine pubblico. La nostra Prostituzione Civile sta alla FEMA come un Gremlin sta a Alien. Tra i meriti della FEMA bush-obamiana: aver fatto saltare gli argini di New Orleans, aver rimosso in 24 ore i detriti metallici delle Torri Gemelle contaminate dagli esplosivi impiegati da altri colleghi, aver suggerito e avallato la farsa della commissione parlamentare sull’11 settembre (rinnegata dagli stessi autori) e ora, con “l’uomo del cambio”, essere stata dotata di strumenti emergenziali idonei ad adottare per un qualsiasi quartiere di Chicago le misure collaudate in Iraq, Cisgiordania e Afghanistan. Si fanno saltare torri, pentagoni, metropolitane, treni, alberghi, come fossero banche milanesi dell’Agricoltura, possibilmente con dentro tanti cari concittadini su cui piangere e indignarsi. Condizione ottimale per scatenare carneficine nei paesi inventati responsabili.

Fino a quando qui non si passa dall’”incompetente “ e dal “ladrone” all’assassino seriale, al terrorista di Stato, non se ne fa nulla, ragazzi. Sono cinquant’anni che i sovietici, prima, e poi, dopo la trasmigrazione, sotto Eltsin, di quei cervelli nei laboratori di Langley, gli Usa si esercitano a modificare il clima e a innescare terremoti. Possiamo dar retta a feci e tappi nella cloaca e irridere ai dietrologi che citano documenti Cia in cui si prospettano siccità spaventose, alluvioni e catastrofi continentali su nazioni da castigare e terre da svuotare. Catastrofi magari ottenute grazie al noto sistema HAARP collocato in Alaska e che bombarda e modifica la ionosfera. Altrettanto possiamo, in perfetta sintonia, credere che un vecchio incazzoso e barbuto abbia preso un po’ di melma e fabbricato la coppia dei nostri sfigatissimi antenati. Di melma so io chi è stato fatto. Ma lì la mano ce l’hanno messa altri, chi in Sicilia, chi a Washington, e la benedizione glie la da da sempre il vicario in Terra di quel vegliardo.

Travaglio chi?
Come potete vedere da commenti a precedenti post, mi sono arrivate diverse richieste di esplicitare il mio pensiero – ma è mica quello di Pico della Mirandola, abbiate pazienza! -
sul battaglione di artiglieri che cannoneggiano il quartier generale della nostra oligarchia: i Travaglio, Grillo, Di Pietro, Saviano, Genchi e affini. Nel sottofondo della domanda si sente l’eco di una ripulsa netta di questa compagnia, tanto da renderla quasi retorica, la domanda. Io invece, nel mio piccolo e anche abbastanza problematico, la prendo per questione vera. E se sbaglio mi potete sommergere di grilli, pietre e travagli. Tante cose non sono univoche e hanno spesso due e anche più facce. Giano, per esempio, secondo la storiografia ufficiale, è uno che, con le sue due facce, guardava davanti e di dietro per sorvegliare le porte di Roma. Altri, malfidati, dietrologi, paranoici complottisti, nel rivolgersi del dio a un lato e al suo opposto ci vedevano la duplicità del Senato aristocratico che, pretendendo di difendere la Repubblica, difendeva la forsennata usura dei patrizi ai danni di plebei e popoli. Così Nerone, imperatore illuminato e benefico nei confronti del popolo minuto, veniva demonizzato dagli storici patrizi – a partire dallo strozzino massimo, Seneca – e da quelli cristiani, che gli attribuivano roghi di santi martiri. Fedeli da martirizzare allora a Roma neppure ancora arrivati. Si trattava di non lasciare al ricordo grato delle genti da evangelizzare quegli imperatori pagani che si erano manifestati ostili al ladrocinio dei potenti e, di conseguenza, alla sciagura del delirio monoteistico.

Tiriamo subito fuori dalla consorteria del “Fatto quotidiano” e di “Anno Zero” il buon Gioacchino Genchi, grande scartabellatore telefonico tra le porcherie della cloaca e per me immune da qualsiasi repulsa già solo per il fatto che ha dato una mano formidabile al demolitore di farabutti Luigi De Magistris e che per questo, e per aver infilato il suo bisturi negli intestini tossici della criminalità organizzata, di palazzo e di cosca, è stato satanizzato. Né lo ho ancora sentito cantare nel coro degli apologeti delle “democrazie” anglosassoni e di quella nazisionista. Non c’è dubbio che la compagnia in discorso sia da qualche tempo il vero e unico contrasto al flusso della cloaca, tappi galleggianti compresi. Fare le bucce al fetido protagonista massimo dell’altrimenti incontrastato disfacimento del paese, difendere trincee legali conquistate soprattutto, nella forzata tolleranza della borghesia, dalle classi in lotta di liberazione, non è merito da poco. E, oggi come oggi, è merito solo loro. Il giornale che fanno, “Il Fatto quotidiano”, riunisce, come non era mai successo, quanto rimane di più o meno dignitoso e deontologico dell’abbietta categoria giornalistica italiana, da Travaglio a Padellaro, da Oliviero Beha a Luca Telese, da Barbacetto a Massimo Fini (di destra, magari, ma giornalista), a Furio Colombo, Peter Gomez, Riccardo Iacona e altri. Vi immaginate Vendola o Bersani menare quelle sciabolate al guitto mannaro, o al pappone della Prostituzione Civile? Spezzare lance così grosse per gli immigrati, o gli operai di Termini Imerese? Erigere valli di Adriano contro le incursioni dei barbari del totalitarismo e dei valvassini del neofeudalesimo? Non vi basta? Lo fanno su ordine di servizio Usa perché il guitto mannaro se la fa con Putin o Gheddafi? Ma vogliamo scherzare? Da sempre ai proconsoli fantoccio l’imperatore concede giretti di valzer per fargli raggranellare qualche cascame di business globalizzato. Conta che il guitto mannaro presti i suoi servigi e i suoi mercenari là dove ai maltusiani della “fine della storia” occorre. Almeno fino a quando il fetore della carogna non ammorbi troppe narici. Vedi Obama dopo Bush.

Ma poi volti pagina, e reincontri il Furio Colombo dell’afasia democratica e antirazzista, quando volge in "legittima difesa" il secolare genocidio inflitto dagli invasori israeliani ai palestinesi. Un Furio Colombo che si avventa sul Gheddafi che osa opporre all’ostracismo nei confronti dei libici, presidente in testa, decretato dalle forme di formaggio di Berna, un equipollente provvedimento di chiusura. Legittima ritorsione secondo i codici della diplomazia. Da porre al confronto con le ritorsioni “diplomatiche” fatte da Obama all’ Honduras renitente, a forza di golpe e squadroni della morte, o all’Afghanistan, restio a farsi imporre oleodotti di rapina e campi di oppio a beneficio delle banche e imprese che hanno spedito alla Casa Bianca “l’uomo del cambio”, yes we can. Legittima ritorsione contro quell’ingrato dittatore, orrendamente arabo e musulmano, che ha rimandato a casa poveri coloni italiani, insediatisi per coltivare giardini fioriti sulle ossa dei gassati, impiccati, fucilati da Graziani e Balbo. Prima di parlare di Libia e Gheddafi, qualsiasi italiano dovrebbe sciacquarsi la bocca con quell’iprite che ha bruciato i polmoni a milioni di africani, libici in testa.

E volti ancora pagina e t’imbatti e t'imbratti nei titoli di un reduce dal coma da overdose che titola gongolante: “La lezione svizzera al nuovo Gheddafi. Da terrorista a uomo degli Usa”, dove ll lampante ossimoro fa il verso a quell’altra aporia su Saddam, “uomo degli Usa” e, al tempo stesso, vittima del più brutale attacco mai condotto a un popolo dai tempi di Gengis Khan e di Goffredo da Buglione. A fianco c’è sul Gheddafi del blocco a quelli di Schengen un corsivo di tale Gramaglia intitolato “Tra Berna e Tripoli: l’insostenibile equidistanza”. Insostenibile, evidentemente, perchè tra civili e selvaggi. Laddove terroristi usurai sono gli svizzeri, mentre Saddam o Gheddafi, né sono mai stati terroristi (e Lockerbie è affare Cia), né si sono mai arruolati tra i sicofanti degli Usa, quale è chi diffonde queste veline Cia-Mossad.

Aggiungiamo la confessata e vantata passione di Travaglio per i pulitori etnici e serial killer planetari di Israele, con speculare vituperio dei massacrati di Gaza; lo sdilinquinamento per Israele, a casa del linguetta Fabio Fazio, dell’ammazzacasalesi Saviano e il suo “commovente incontro” con il presidente terminator Simon Peres, con contorno di anticomunismo da Casa Pound; il modello di civiltà Usa e israeliano che l’ultrà sionista Furio Colombo ci martella in testa e che rende grottescamente paradossale la sua avversione alla berlusconeria; le infuocate bordate sparate da Gad Lerner contro la ferocia razzista dei leghisti, o quella di genere dei maschi, nel silenzio assoluto sui pulitori etnici suoi correligionari. Il risultato è una piramidale schizofrenia, dove i diritti umani e la democrazia rivendicati in casa vanno a braccetto con i diritti umani e la democrazia annichiliti fuori. Aggiungiamo soprattutto l’incondizionata identificazione di tutti questi con il truffaldino paradigma del “terrorismo islamico”, i rigurgiti colonialisti per cui, pannelliani in testa, si corre in soccorso, quanto meno morale e sempre umanitario, a qualsiasi elemento reazionario e destabilizzatore si manifesti in nazioni che rifiutano obbedienze e razzie: rivoluzioni colorate, Dalai Lama, “dissidenti” cubani, briganti ceceni…

Sono, costoro, della Cia, del Mossad? Sono trombettieri di un progetto occulto, massonico-sionista-imperialista, per sostituire sul cocchio di questo malandato trabiccolo una banda di delinquenti a un’altra, proprio come si è dovuto sostituire al troglodita Bush l’elegante nero? Sono scemi? Alla luce delle modeste esperienze dietrologiche che ho fatto nella frequentazione delle opere di millenari complottisti, Vaticano, massoneria, mafie ed elites governanti, propenderei per le prime delle due ipotesi. Anche perché, se li confronti con Sansonetti o Fede, costoro scemi non sono. E dispiace vedere frequentare questa banda di doppiogiochisti i De Magistris, che si sono spesi per i palestinesi, i Santoro che ci hanno mostrato gli effetti della “guerra umanitaria” ai serbi e a cui non sfugge un operaio sul tetto, una mignotta-premio, o un terremotato rapinato, i Genchi che hanno illuminato le tracce di ratto nei lupanari del potere.

E allora, che fare? Boh. Quanto a me, per ora, sostengo qualsiasi guerra che, perlopiù in isolamento, questa compagnia conduce contro la metastasi berlusconian-vatican-bersaniana. Simultaneamente ne denuncio, con quanta aria mi esce dagli alveoli abbrustoliti, la criminale complicità con i carnefici dell’impero e del nazisionismo. Buttino giù Berlusconi e tutta la compagnia del giro mafio-fascista, sono contento, partecipo nel mio piccolo e a distanza. Vediamo poi se, fatti fuori magnaccia e magnaccioni, ce la fanno a sostituirli con altri portatori d’acqua di pulitori etnici e genocidi. E lì proveremo a infilzarli.

Insomma, si tratta di dialetticamente capire via via qual è la contraddizione principale e quando un’altra diventa la principale. Si tratta di uscire dallo schematismo anti-materialismo dialettico per cui un nemico è tale per sempre, a tutto tondo, in ogni circostanza. Anche se è alle prese con un nemico più grosso e più mortale. Ricordiamoci che la flotta inglese, al largo della Sicilia, copriva ai Mille le spalle da asburgici, francesi, borboni e preti. Garibaldi (che non so perché la sinistra non onori quanto i venezuelani Bolivar) se ne avvantaggiò per l’unità e sovranità (quella roba svanita e dimenticata al momento della “liberazione”) e la cacciata di sovrani forestieri. E non è che gli inglesi non ci avessero il loro bell’interesse imperialista nella formazione di un blocco anti-asburgico e anti-Napoleone III nel Mediterraneo. Ma quella, allora era la contraddizione secondaria. Principale era stata, prima, al tempo della repubblica romana, la contraddizione con i sabaudi, oltreché con il papa. Che successivamente, contro il nemico esterno, diventò la secondaria. Così va la danza della storia, per chi sa ballare con Lenin e con il buonsenso.

Qui sotto, prima di riprendere il mio sdottoreggiamento, riporto una bella lettera di risposta ai vaneggiamenti di un’incompetente con le traveggole. Esemplifica quanto sopra alla mano dell’esempio iraniano. Dove alcuni, come la destinataria del messaggio, tra il bislacco e il complice, accecati dalla pur giusta collera per quanto i persiani hanno fatto agli iracheni, in combutta con gli Usa, ora che tale combutta è diventata scontro alla morte su un altro piano, si mettono in prima fila nel coro in falsetto dei “diritti umani”, allestito da chi non tollera neanche una virgola tra sé e il dominio dell’universo mondo. Perfetti eunuchi.


La vignetta dell'ottimo Apicella va sbattuta sul naso a questi corifei della "rivoluzione verde" (anche se me ne aspetto un'altra che illustri le efferatezze degli ayatollah in Iraq. Tanto per ribadire l'assunto)





Cara Valeria,

sono in disaccordo con le posizioni che hai espresso, riguardo alla
questione iraniana, negli ultimi tempi. Ma sono soprattutto in
disaccordo sulla opportunità di partecipare ad iniziative dirette
contro il governo e lo Stato iraniano proprio adesso, partecipando
così di fatto alla contestuale campagna dell'asse europeo-statunitense-
sionista.
Ti spiego perchè.

L'unico strumento valido di cui disponiamo per interpretare il mondo
correttamente, e soprattutto per interpretare i fatti politici ed
agire di conseguenza, è il materialismo dialettico.
Il materialismo ci insegna di guardare alle cose per coglierne le
ragioni strutturali - sociali, storiche, economiche.
La dialettica ci impone di individuare, tra le numerose contraddizioni
che sussistono - e che di per se ci porterebbero su tante piste
diverse e tra loro contraddittorie - quale sia la contraddizione
principale, quella la cui soluzione ci consente di fare passi in
avanti, e quali siano invece le contraddizioni secondarie, quelle che
vanno sciolte successivamente.
Criteri diversi da questi, che sono dettati dal materialismo
dialettico, prima o poi ci portano a prendere cantonate devastanti. In
particolare, è pericolosissimo porre questioni di principio senza
considerare il contesto, come se fossero date per sempre, sempre
identiche a se stesse, dunque idealisticamente. Nella "sinistra"
questo atteggiamento è prevalente, purtroppo, da anni, e tu che hai
vissuto con noi il dramma jugoslavo lo sai bene (es.
"autodeterminazione").

Allora, in questo caso specifico, ti dico che la prima teocrazia
contro la quale è necessario battersi qui ed ora è quella israeliana.
Battersi qui ed ora contro la teocrazia iraniana è un sostegno dato
direttamente alla teocrazia israeliana, cioè al sionismo, ed al
sistema di potere globale - l'imperialismo - di cui il sionismo è un
pilastro.
Ti dico anche che porre la questione dei diritti delle donne in Iran
adesso non ha senso, perchè rispetto ai tempi dello Shah le donne
iraniane hanno fatto passi da gigante. Io guardo la televisione
iraniana (ho il satellite), vedo donne in continuazione - donne nelle
delegazioni ufficiali, donne che esprimono le loro opinione e hanno
incarichi di responsabilità, molto più che in Italia, dove, lo sai
meglio di me, la donna è veramente oggetto. La donna in Italia è tanto
più visibile quanto più è nuda. Quindi, per cortesia, qui ed ora, non
mi porre la questione del velo, su cui pure io sarei d'accordo in
linea di principio, e non mi porre la questione dei diritti ereditari
delle donne in Iran, se in Israele - lo sai meglio di me - gli arabi
non possono acquistare beni immobili, figuriamoci se possono ereditarli.

Partecipare adesso alla campagna dell'asse europeo-statunitense-
sionista contro l'Iran, anche qualora si adduca una propria diversità
(ad es. vedo che nel vostro appello dite "no ai bombardamenti"), è
politicamente deleterio e mi ricorda troppo il modo di schierarsi di
settori trotzkisti negli ultimi decenni. Nessuno noterà mai la vostra
opposizione ai bombardamenti, tutti noteranno invece che, secondo voi,
il primo problema del Medioriente è il governo dell'Iran.

Andrea

Torniamo a escrementi e tappi. Chi è merda che trascina, chi è sughero che si fa trascinare? Non è questione risolutiva, perchè, appunto, alla fine tutti metaforici stronzi sono. Ma può servire ai confusi e agli ingenui per separare il grano dall’oglio. Il delinquente dall’utile idiota, cosa utile anche ai fini di distinguere la graduatoria delle contraddizioni. Obama, che, per recuperare piantagioni di oppio, manda orde di killer a far fuori popolazioni innocenti in Helmand, (restando ridicolmente bloccato da una Resistenza di popolo nel chilometro quadrato dove aveva fatto piovere i suoi), è escremento o tappo? Che sono coloro (tipo Ida Dominjanni del „manifesto“) che ancora oggi, fuori dalla voragine di idiozia in cui li aveva sprofondati l’inconsulta esaltazione dell’"uomo del cambio", assegnano il belluino e neonucleare ambientalista pacifista allo schieramento mondiale della sinistra? E la Bonino, inghirlandata a sinistra, proprio come dal sionista Pirani di „Repubblica“ nel quarto corsivo in quattro settimane, da taumaturga della fogna laziale dopo aver appena mandato un suo scherano parlamentare a redigere il decreto che sopprime quanto restava della libertà d’informazione televisiva e dopo una vita spesa a massacrare lavoratori in casa e a far massacrare popoli all’esterno (ovvio che a radio Radicale Tremonti mantenga il lauto guiderdone, negato a tutti gli altri mezzi di comunicazione non di regime)? E il buriname italiota, pseudocomunista a oltraggio al termine più nobile di tutti, che si frantuma in infinitesimali detriti, ognuno dei quali, che attorno al gallo vi siano due o venti polli, emerge dal solipsismo solo per reclamare una prelazione sul „nuovo partito comunista“? E cosa sarà mai chi marcia inquadrato nelle retrovie degli eserciti imperiali unendo il suo fischietto „di sinistra“ alle trombe fasciste dell’assalto all’Iran? E il „manifesto“ che, in perfetta sintonia con gli ululati Cia-Mossad ansiosi di irachizzare la regione, accredita i finti „Al Qaida nel Maghreb Islamico“ o „nella Penisola Arabica Islamica“ e plaude al colpo di Stato in Niger contro un presidente che aveva preferito fare affari di uranio e infastrutture con la Cina piuttosto che con terroristi bombaroli dei paesi Nato?

Mossad all'opera
Ce n’è per tutti i gusti e a me prudono i tasti, per cui vado avanti. La consorteria antiberlusconide e anticamorra travagliesca e savianina c’è o ci fa? Quando stende tappeti di gigli ai piedi di potenze democratiche che sfasciano il mondo, degli umani e di tutto il resto, che stanziano per i necrofori in divisa il più ampio bilancio della storia Usa, che avanzano (anzi no, per fortuna) in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, America Latina, Africa, sfracellando bimbetti e congiunti? C’è, c’è. Quando si aggira nelle retrovie di un Mossad che da sessant’anni è la più spaventosa macchina assassina di ogni tempo, che sostiene ogni nefandezza fascista in America Latina, che con passaporti gentilmente forniti dai colleghi britannici e irlandesi spedisce sicari a torturare, avvelenare, sopprimere il dirigente di Hamas in Dubai (occhio, è cosa che può capitare a chiunque di noi, critici del monoteismo giudaico-cristiano, il più sanguinario di tutti, e dei suoi carcinomi poitici), che stermina i portatori dei saperi iracheni, gli scienziati iraniani, che fa saltare alberghi a Mumbai e altri contenitori di vite un po’ dappertutto, compresi i propri correligionari, per poter sventolare le minacce "Al Qaida" e "antisemitismo"? C’è, c’è. E c’è o ci fa quella congrega di ginocrate Usa, Code Pink, che imperversa nel solidarismo per Gaza, all’insegna dello storico appello a Obama: „Meno bombe sui civili afghani, chè altrimenti nascono più terroristi“? Già, quel Code Pink al quale nel Freedom March per Gaza si sono accodati al Cairo, a Capodanno, vari nostri solidaristi. Avevano trascinato a questa spuria iniziativa autocelebrativa bravi e ignari compagni, solo per farli nonviolentemente menare dai poliziotti egiziani e farli pugnalare alle spalle da quattro dame di Code Pink e dalla nonviolenta Luisa Morgantini. Pensate, queste furbastre l'hanno messa in quel posto a tutti: spedizione fallita e bastonata, ma grazie a uno sconcio accordo con la consorte del satrapo Mubarak, licenza per Gaza solo alle Code Pink e alla benemerita del dialogo tra vittime e carnefici, l'ex-eurodeputata bertinottesca Luisa Morgantini. Gli altri mille e più? Abbandonati alla loro sorte in concerto con la first lady del regime più schifoso del Medio Oriente, dopo il bubbone sionista. Cornuti e mazziati. Intanto quelli della spedizione di George Galloway sfondavano a cazzotti le barriere degli sbirri egiziani e facevano entrare a Gaza 150 camion di aiuti.

Di sicuro tappi sono i compagnucci che, a occultare la propria irrilevanza. battono freneticamente le mani a chiunque salga su un tetto per salvare un mutuo o un pezzo di pane, invocano la classe operaia „soggetto rivoluzionario“ e sorridono con sufficienza alle turbe plebee che, a due passi, oppongono carni o armi al moloch, Paiono tanti spermatozoi che, sbattendo contro il preservativo, gridano „aprite, aprite!“ Dove scorrono cloache, dove fluiscono corsi d’acqua pura? Non lo sanno e fra un po’, tolta di mezzo, da Berlinguer e definitivamente dalla Gelmini, la geografia nelle scuole, la chiave di volta di ogni conoscenza, non lo saprà più nessuno. Non sapremo perchè siamo lì e perchè là stanno altri. E come. Penseremo, e questo è un vizio cristiano sussunto pari pari da certo terzo o quarto internazionalismo, di essere il centro del mondo e che hic sunt barbari. Non capiremo cosa ci capiterà a forza di sparare agli uccelli tutto l’anno, o di spargere veleno in code d’automobili lunghe da qui a marte. Torneremo a credere che la luna sia un buco nel cielo e che l’estetica di Prassitele sia nata da un Centro Benessere. Non ricorderemo da dove siamo arrivati e perchè e penseremo che i pellerossa sono lombrichi da pesca. Calzeremo tacchi a spillo con la falcetta e il martellino e saremo convinto che così cammineremo sui flutti.

Chiudiamo sollevandoci dalla nausea allo sghignazzo. C’è Bertolaso che si descrive „nel fango, peggio di un alluvionato“. Stupendo sberleffo, visto che nel fango gli alluvionati il capo di una Protezione Civile, disossatrice della democrazia, ce li ha mandati lui, mentre a nuotare nella cloaca ci si è buttato da solo. La migliore della settimana, in ogni caso, addirittura la migliore di tutte le sue barzellette, è quella del guitto mannaro quando annuncia una pantomima legislativa „anti-corruzione“. E’ Goebbels che garantisce libertà d’espressione. E' Jack lo squartatore che fa il sindaco di Ciudad Juarez. Poi c’è il tacco a spillo delle donne di classe di Rifondazione. Ma de minimis non curat pretor……..

All’uscita, tutti stronzi sono.

giovedì 11 febbraio 2010

HONDURAS, SEMI DI VERITA'










Esly Banegas, dirigente del Fronte Nazionale di Resistenza Popolare, consegna la bandiera del Fronte ai compagni del Circolo della Tuscia
Un altro mondo non solo è possibile. Sta arrivando. Nei giorni tranquilli, lo sento respirare.
(Arundhati Roy)
Portare la luce a chi sta nell'oscurità, nell'ombra della morte. Avviare i passi sul sentiero della verità.
(Bibbia)

Dice il superstizioso che il 17 non porta bene. Noi che superstiziosi non siamo abbiamo confermato la fallacia dell’assunto: il 17 porta benissimo per un’informazione che non sia serva o complice delle balle dell’Impero. Specie se si tratta di 17 su 20. Infatti, in 20 giorni, con Esly Banegas, dirigente sindacale e membra del direttivo del Fronte Nazionale di Resistenza Popolare in Honduras, abbiamo percorso qualche migliaio di chilometri per portare a quanta più gente possibile la storia di un colpo di Stato, della conseguente dittatura, della straordinaria resistenza di un popolo a questo inizio della controffensiva Usa tesa a recuperare ciò a cui, a partire dalla rivoluzione cubana, l’imperialismo aveva dovuto rinunciare nel Continente. Una storia pervicacemente occultata o deformata dall’informazione ufficiale e dal mondo politico. E siamo orgogliosi del fatto che di queste 17 iniziative, dal Nord al Sud del paese, ben dieci erano state volute e magnificamente organizzate dai circoli di Italia-Cuba. Segno che in questa trincea, presieduta dai compagni dei nostri circoli, la coscienza internazionalista e la determinazione a stare accanto ai grandi movimenti di liberazione ed emancipazione dell’America Latina è viva più che mai, a dispetto di abbandoni, perdite di memoria, ignavia.

Nell’oceano gelato del silenzio su ciò che non aggrada ai grandi media e ai loro padrini, il nostro tour ha avuto la funzione del rompighiaccio, portando ovunque le immagini e la viva voce della testimone di uno degli accadimenti più drammatici e geopoliticamente significativi verificatisi nello scenario latinoamericano. Il 28 giugno dell’anno scorso, in Honduras, si è tornati di colpo all’11 settembre del 1973, giorno che segnò per l’America Latina, con l’uccisione di Salvador Allende e l’installazione in Cile del dittatore Augusto Pinochet, l’inizio della nixoniana e kissingeriana “Operazione Condor”, accompagnata da dittature filo-yankee in tutto il Cono Sud. Dittature sanguinarie che, con le successive oligarchie pseudo democratiche, dovevano imporre nel “cortile di casa degli Usa” la predatrice economia neoliberista ambita della multinazionali, dal FMI e dalla Banca Mondiale. Al termine di quell’operazione, nei paesi dell’America Latina la ricchezza si era in media polarizzata in questi termini: il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza, l’80% di arrabattava ai margini della sopravvivenza con il residuo 10%. Un quadro tragico, di oppressione, fame, miseria, devastazione economica, sociale, culturale, morte, nel quale la sola Cuba resisteva indefessa, sia nella sua lotta in difesa delle grandi conquiste della rivoluzione, sovranità e giustizia sociale, sia nell’intervento, ovunque nel mondo ce ne fosse il bisogno, per la promozione di sanità, istruzione, benessere.

Ciò che il mio documentario, girato nell’immediato dopo-golpe, in piena esplosione di rivolta delle masse honduregne, e il racconto di una testimone, impegnata in prima fila nella resistenza alla dittatura, portavano al pubblico italiano era la storia dell’esordio di una nuova cospirazione alla Kissinger, un’ “Operazione Condor II”, lanciata da Washington in risposta alla travolgente avanzata, nel segno del modello cubano e della nuova spinta bolivariana del Venezuela, di milioni di persone del Cono Sud verso la sovranità dei loro paesi e l’uscita dall’esclusione e dallo sfruttamento. La cacciata del presidente Manuel Zelaya, colpevole di aver attuato riforme economiche e sociali a vantaggio dei ceti emarginati (l’Honduras è il secondo paese più povero del Continente, dopo Haiti), di aver ripreso rapporti di amicizia con Cuba (i cui medici e insegnanti erano presenti a centinaia nel paese), di essere entrato nell’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America (ALBA), era stata seguita dalla piena cilenizzazione dell’Honduras. Esly ha commentato le immagini della brutalità repressiva del regime sotto l’usurpatore Roberto Micheletti, parlandoci delle cariche alle insopprimibili manifestazioni di protesta, giorno dopo giorno per 7 mesi, degli quadroni della morte composti anche da paramilitari colombiani e guidati da esperti del Mossad israeliano, degli assassinii, sequestri di persona, torture, stupri di prigioniere politiche, sparizioni, violazioni di tutti i diritti umani, tutti compiuti nel silenzio omertoso di quella che si permette di definirsi “Comunità internazionale”, pur rappresentando meno di un ottavo dell’umanità.

Ha smascherato il complotto progettato per una cosmesi “democratica” del golpe, attraverso finti negoziati, però sistematicamente sabotati dai gorilla della giunta e dagli inviati di Hillary Clinton, e finte elezioni (29 novembre), alle quali, sotto la minaccia delle baionette e dei licenziamenti, aveva partecipato appena il 30% degli aventi diritto. Ne è uscito un nuovo fantoccio dell’oligarchia, Porfirio Pepe Lobo, dell’ultradestro Partido Nacional, ma la risposta del popolo si è vista in un boicottaggio elettorale, indetto dal Fronte della Resistenza, che ha visto la stragrande maggioranza rifiutare il ricatto e la frode imposti dalla dittatura.

Ma Esly ci ha anche esaltato alla narrazione dell’incredibile resistenza di massa, del tutto inattesa in un popolo che, dalle stragi Contras degli anni’80, quando un’intera generazione era stata annientata, non era più apparso sulla scena della politica nazionale e internazionale. Il 28 giugno 2009 è esploso quanto si era accumulato di collera e presa di coscienza in genti, indigene, creole, meticce, lasciate ai margini della vita e oltre quelli della dignità, da quando la “repubblica delle banane” dell’United Fruits, oggi Chiquita, era servita, oltre alla depredazione multinazionale e oligarchica di tutte le sue ricchezze, come base d’assalto Usa contro Cuba (Baia dei Porci), il Nicaragua dei sandinisti, il Salvador del Fronte Farabundo Martì, il Guatemala degli inenarrabili massacri dei regimi fascisti istigati dagli Usa. Ci ha spiegato come ci fosse stato un precedente della rinascita. Nel 1998 l’uragano Mitch devastò il paese e produsse migliaia di vittime. Lo Stato, detto “delle 10 famiglie” che depredano il paese, rimase inerme e inetto davanti al disastro. Si mossero invece una miriade di organizzazioni locali o di categoria, fino allora impegnate nelle rivendicazioni di settore, che si unirono in un unico sforzo coordinato, di riparo ai danni, di soccorso ai feriti e a senzacasa, di riconnessione dei fili di una comunità nazionale frantumata dalla strategia padronale e dalla furia naturale. Un’unità di interesse e di visione che è rimasta e dalla quale è fiorito spontaneamente quel gran concorso di uomini, donne, associazioni, sindacati, collettivi, lavoratori, contadini, indigeni, artisti, insegnanti, femministe, studenti, che ha saputo opporre ai golpisti e alle mene imperialiste una forza che ha sorpreso il mondo e che, perciò, gran parte del mondo ha taciuto.

Ai circoli che hanno voluto, con ammirabile impegno e generosità, ospitare la nostra iniziativa, è venuto in cambio la consapevolezza del significato che il golpe ha per l’America Latina tutta e per il mondo. In un momento in cui si rinnova e si rafforza l’assedio Usa a Cuba, ancora una volta soffocata dal blocco, si accerchia il Venezuela bolivariano con sette basi nel colonia Usa Colombia, quattro in Panama, due nelle Antille Olandesi, si provocano movimenti destabilizzanti contro i governi progressisti di Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Nicaragua, si occupa militarmente Haiti con il pretesto del terremoto, anche per porsi a un tiro di sasso da Cuba, si attiva la IV Flotta Usa contro le coste caraibiche e sudamericane, il complotto contro l’Honduras membro dell’ALBA segnala lo scatenamento dell’offensiva nordamericana per riprendersi ciò che i popoli hanno strappato all’impero. Per gli Usa si tratta di spegnere quella luce in fondo al tunnel che, a partire da Cuba e dal Che, l’America Latina aveva acceso a beneficio di tutti i popoli che soffrono l’oppressione, le rapine, l’aggressione, dei potenti del mondo. Quando, a Bracciano, ha chiuso il suo viaggio con il Circolo della Tuscia, organizzatore del tour, Esly ci ha fatto una richiesta: “Non abbandonateci”. Infatti, non ci conviene.

mercoledì 10 febbraio 2010

IRAN: UNA LEZIONE AGLI UTILI IDIOTI







Quando i dirigenti diventano più stupidi dei sottoposti, si va verso la catastrofe .
(Antonio Gramsci)
Ogni volta che ti ritrovi dalla parte della maggioranza, è tempo di fermarsi e riflettere
(Mark Twain)

Rubo un’altra volta, ma rubo ai ricchi di intelligenza per dare ai poveri di conoscenza. Dunque, qui sotto troverete un appello di Domenico Losurdo e Gianni Vattimo, due delle migliori teste che la nostra disastrata sinistra possa vantare, contro i furbi e i fessi che si precipitano a firmare il solito appello “umanitario” spurgato dalle viscere Cia-Mossad del’impero. Stavolta si tratta dell’Iran e quella di Losurdo e Vattimo è un’eccellente risposta – che mi permetto di integrare con poche considerazioni – non tanto ai furbi, che sanno quello che fanno e sanno altrettanto bene che i due compagni hanno perfettamente ragione, ma ai fessi che insistono a ingurgitare la psyop (“operazione psicologica” secondo i manuali Cia) “rivoluzione verde” come fosse una lattina di Coca Cola (e anche più tossica). Fa impressione sentire esternare le stesse argomentazioni sull’Iran “sotto dittatura, carnefice di oppositori, studenti, intellettuali, riformisti”, da voci che si piccano di essere di sinistra (“il manifesto”, “liberazione”, corifei viola, detriti vari), o perlomeno antimperialisti (Uruknet e altri siti di informazione anti-Usa e anti-israeliani), e da quelle che si sanno dichiaratamente imperialiste o nazisioniste (da Hillary Clinton a Netaniahu, da Angela Merkel a Gordon Brown, dal rumeno che ha appena accettato lo scudo missilistico obamiano al nostrano guitto mannaro). Va incidentalmente ricordato anche come il silenzio, l’ignavia, di questi umanitaristi di sinistra sia stato la migliore copertura al colpo di stato alla cilena allestito dagli Usa in Honduras, con specialisti israeliani a provvedere alla necessaria liquidazione degli oppositori. Chiediamoci come mai tutti questi benpensanti non abbiano denunciato il regime del terrore in Honduras, quanto hanno starnazzato sulla repressione iraniana contro gli agenti della destabilizzazione.

La dabbenaggine politica di questi sicofanti che guaiscono nel coro di chi prepara l’attacco, probabilmente nucleare, all’Iran, o perlomeno ai suoi siti nuclerari, con gli effetti collaterali alla Cernobyl che ne conseguirebbero, supera la presunzione della buonafede e si colloca nella zona grigia tra infantilismo ideologico e collaborazionismo cosciente. A questo punto, non importa nemmeno se questa gente sia consapevole o ottusa: l’effetto benefico per i papponi che gestiscono il bordello è lo stesso, che entrino clienti, o curiosi dell’arredo. Tutti sostengono l’impresa.
Non ci vuole davvero una laurea in geopolitica per collocare i pezzi sulla scacchiera e ipotizzarne le opzioni e mosse. E non c’è bisogno di tifare per uno dei giocatori, quando entrambi barano, chi in una partita e chi nell’altra. Basta vedere chi bara per cosa. Quando si pronosticavano guerre imminenti all’Iran mentre era in corso quella all’Iraq, con successiva occupazione e nazionicidio operati in armonica congiunzione, per quanto a volte concorrenziale, da Usa, Israele e Iran, si vendevano lucciole per lanterne e si copriva la confluenza di interessi dell’uno e degli altri: degli Usa per il petrolio e l’avanzata geostrategica verso l’Asia centrale, dell’Iran per il congenito espansionismo verso l’ovest arabo. Del resto non erano stati gli Usa di Reagan e Israele ad armare l’Iran e a pretendere da Khomeini, in cambio del suo insediamento a capo e corruttore di una rivoluzione fatta e vinta dalle sinistre persiane, l’assalto al comune nemico, il laico, socialista e davvero antimperialista e antisionista Iraq di Saddam Hussein? Allora gli strepiti di un’imminente guerra occidentale al compare Iran aveva la stessa fondatezza dell’attribuzione di una matrice islamica all’11 settembre e seguenti.
Oggi, invece, dopo che l’Iran ha sostanzialmente soffiato l’Iraq agli Stati Uniti e, nella sua strategia del doppio binario, tipica di qualsiasi potenza che per affermarsi deve giocare su più tavoli, fatto fuori (per il momento e nemmeno tanto) l’ostacolo iracheno, si ritrova a collidere con il colluso di prima: Israele e, dietro, gli Usa. Abbandonato il binario iracheno sul quale correvano la locomotiva Usa con al traino i vagoni iraniani, lungo quest’altro binario corre il sostegno iraniano a Hezbollah che, in Libano, rappresenta il catenaccio nord contro l’espansionismo israeliano, e Hamas, che è quanto rimane a minare la normalizzazione genocida del tritacarne israeliano. Possiamo arrampicarci quanto vogliamo lungo i fili ai quali siamo appesi dalle Parche, per individuare se l’antimperialismo di Tehran nasca da una base antiborghese e popolare e, soprattutto, se sia sincero o strumentale il suo appoggio alle forze che in Medioriente o in America Latina s’infilano negli ingranaggi del rullo compressore imperialista. E’ davvero come discutere del sesso degli angeli, esercizio narcotizzante praticato utilmente dalla Chiesa per duemila anni. Non caschiamoci.
Il dato di fatto è che, apparentemente risolta la questione irachena, ora se la vedono tra di loro, Israele, gli Usa e l’Iran, su chi dalla mattanza irachena debba trarre il massimo beneficio in termini di egemonia regionale. E ora, dunque, anche alla luce dell’ululare bellico sempre più forsennato dei dirigenti israeliani e euro-statunitensi, degli allestimenti logistico-militari in zona, dell’immagazzinamento in Israele di quantitativi spaventosi di armi d’attacco Usa, l’ipotesi di un assalto dei necrofori occidentali all’Iran, preparato dalla rivoluzione verde cara ai coglioni dirittoumanisti, si fa concreto. Non rimane che l’Iran come grande stato nazionale islamico, non domato. Non rimane che l’Iran come trincea tra le armate occidentali e quelle dell’India sionistizzata ai blocchi di partenza, e l’Asia centrale, la Russia, la Cina, il resto del mondo. Intollerabile per i cannibali di Washington, Tel Aviv e Bruxelles.
Per cui non sapere da che parte stare in questa congiuntura, significa davvero non aver capito niente e lavorare per il Re di Prussia. Quanto a veli, turbanti e barbe, lasciamo questi arnesi alle fisime teodem di Giuliana Sgrena e del suo codazzo di ginocrate, vivandiere dei lanzichenecchi.
La parola a Losurdo e Vattimo.


Iran, un appello che alimenta il fuoco di guerra

di Domenico Losurdo e Gianni Vattimo, «il manifesto» del 9 febbraio, p. 10

«Il manifesto» di sabato 6 febbraio ha pubblicato un Appello «Per la libertà di espressione e la fine della violenza in Iran». A firmarlo, assieme a intellettuali inclini a legittimare o a giustificare tutte le guerre e gli atti di guerra (blocchi e embarghi) scatenate e messi in atto dagli Usa e da Israele, ce ne sono altri che in più occasioni, invece, hanno partecipato attivamente alla lotta per la pace e per la fine dell’interminabile martirio imposto al popolo palestinese. Purtroppo a dare il tono all’Appello sono i primi:

1) Sin dall’inizio si parla di «risultati falsificati dell’elezione presidenziale del 12 giugno 2009» e di «frode elettorale». A mettere in dubbio o a ridicolizzare questa accusa è stato fra gli altri il presidente brasiliano Lula. Perché mai dovremmo prestar fede a coloro che regolarmente, alla vigilia di ogni aggressione militare, fanno ricorso a falsificazioni e manipolazioni di ogni genere? Chi non ricorda le «prove» esibite da Colin Powell e Tony Blair sulle armi di distruzione di massa (chimiche e nucleari) possedute da Saddam Hussein?

2) L’Appello prosegue contrapponendo la violenza del regime iraniano alla «non-violenza» degli oppositori. In realtà vittime si annoverano anche tra le forze di polizia. Ma è soprattutto grave un’altra rimozione: da molti anni l’Iran è il bersaglio di attentati terroristici compiuti sia da certi movimenti di opposizione sia dai servizi segreti statunitensi e israeliani. Per quanto riguarda questi ultimi attentati, ecco cosa scriveva G. Olimpio sul «Corriere della Sera» già nel 2002 (7 giugno): «in perfetta identità di vedute con Washington», i servizi segreti israeliani hanno il compito di «eliminare», assieme ai «capi dei gruppi palestinesi ovunque si trovino», anche gli «scienziati iraniani impegnati nel progetto per la Bomba» e persino coloro che in altri Paesi sono «sospettati di collaborare con l’Iran».

3) L’Appello si sofferma con forza sulla brutalità della repressione in atto in Iran, ma non dice nulla sul fatto che questo paese è sotto la minaccia non solo di aggressione militare, ma di un’aggressione militare che è pronta ad assumere le forme più barbare: sul «Corriere della Sera» del 20 luglio 2008 un illustre storico israeliano (B. Morris) evocava tranquillamente la prospettiva di «un’azione nucleare preventiva da parte di Israele» contro l’Iran. In quale mondo vivono i firmatari dell’Appello: possibile che non abbiano letto negli stessi classici della tradizione liberale (Madison, Hamilton ecc.) che la guerra e la minaccia di guerra costituiscono il più grave ostacolo alla libertà?

Mentre non è stupefacente che a firmare (o a promuovere) l’Appello siano gli ideologi delle guerre scatenate da Washington e Tel Aviv, farebbero bene a riflettere i firmatari di diverso orientamento: l’etica della responsabilità impone a tutti di non contribuire ad alimentare il fuoco di una guerra che minaccia il popolo iraniano nel suo complesso e che, nelle intenzioni di certi suoi promotori, non deve esitare all’occorrenza a far ricorso all’arma nucleare.

lunedì 8 febbraio 2010

RICORDARE COSA!






















La verità sta sempre con la minoranza, e la minoranza è sempre più forte della maggioranza, poiché la minoranza è generalmente formata da coloro che davvero hanno un’opinione, mentre la forza della maggioranza è illusoria, creata dalle bande menzognere che non hanno opinione e che, perciò, nell’istante successivo a quando risulta evidente che la minoranza è più forte, ne assumono l’opinione. E allora la verità riappare in una nuova minoranza.
(Soren Kierkegaard, 1813-1855, filosofo danese)
Cari interlocutori, ben trovati dopo la lunga assenza imposta dal tour che ho fatto in tutta Italia per presentare con Esly Banegas, dirigente del Fronte Nazionale della Resistenza Popolare in Honduras, il mio nuovo documentario "Il ritorno del Condor", che racconta il colpo di Stato, la resistenza e le ripercussioni latinoamericane della nuova offensiva imperialista.

Ne parlerò in un prossimo post.
Per l'intanto riproduco il documento in calce pervenutomi in rete, che mi sembra estremamente opportuno alla vista dell'uragano di lacrimose menzogne, colorate di fascismo revanscista, che intossicheranno tutto il paese nella cosiddetta giornata del ricordo, 10 febbraio. Abbiamo appena ripreso a respirare dopo le velenose contaminazioni retoriche che hanno soffocato il paese e il mondo nell'altra giornata dell'ipocrisia, quella della "Memoria", con la nera coltre dell'olocausto ebraico steso sia sugli stermini di altre vittime del nazismo, altrettanto numerose, come gli antifascisti tedeschi, gli zingari, i disabili, gli omosessuali, gli slavi..., sia sui crimini israeliani di oggi, addirittura più cospicui in termini di durata e di dimensioni, ormai planetarie, di quelle che con perfidia strumentale si celebrano. Non c'è angolo di mondo dove delinquenti israeliani del Mossad o dell'esercito non compiano crimini contro l'umanità: li trovate dietro agli squadroni della morte e a formazione e protezione di dittatori fascisti, narcotrafficanti e paramilitari in tutta l'America Latina, sono gli esecutori di assassinii mirati dal Medio Oriente all'Africa, all'Asia, all'America Latina, all'Europa. Sono i massimi esperti di genocidio e pulizia etnica. Sono gli inventori e artefici dei grandi terrorismi di Stato, hanno decimato in Iraq tutto quello che era il mondo pensante di quel popolo. Di conseguenza... tutti ad Auschwitz, nessuno a Gaza. Ce lo insegna anche il nostro guitto mannaro, avvolto nel vessillo grondante morte con la stella di Davide. Il 10 febbraio mettiamoci la maschera antigas. Come nella giornata della "memoria". A difesa di tutte le vittime. Vittime degli assassini originari e dei continuatori.

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e noi RICORDIAMO:

Le 120.000 vittime civili libiche dell'esercito fascista nel 1930 durante la deportazione delle popolazioni cirenaiche.
Le 600 tonnellate di gas asfissianti (iprite e fosgene) lanciate dall'aviazione fascista sulla popolazione etiopica nel 1935/36, le migliaia di civili passate per le armi dopo l'attentato fallito a Graziani nel '37, i 310 monaci cristiani, ma di rito copto, trucidati a Debra Lianos col plauso dei cappellani militari e del Vaticano.
I bombardamenti della Croce Rossa in Etiopia, i 17.000 etiopi deportati e sterminati nel campo di sterminio di Danane (Somalia); i telegrammi di Mussolini a Graziani dove scriveva: "Autorizzo ancora una volta Vostra Eccellenza a condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio".
L'annessione della Slovenia del '42 con la costituzione della provincia italiana di Lubiana e le direttive dei generali Robotti e Roatta: "Si ammazza troppo poco …Sgombero totalitario, dove passate levatevi dai piedi tutta la gente che può spararci alla schiena ... Distruggere i paesi e sgombrare le popolazioni".
I 150.000 deportati iugoslavi nei campi di sterminio di Arbe, Palmanova, Gonars, Renicci ed altri ancora, con più di 4000 morti di fame e di stenti.
Le vittime iugoslave del campo di concentramento fascista di Zlatin, gli abitanti maschi di Srbernovo spediti nei lager, le donne seviziate dall'esercito fascista e poi gettate nelle foibe. Ed inoltre la Risiera di S. Sabba, lager nazista di Trieste, dove furono sterminati comunisti, ebrei e rom con la complicità diretta degli sgherri di Mussolini.
È per tutto questo e per i massacri criminali compiuti dall'esercito dell'Italia monarchico-fascista in Albania, Grecia ed Unione Sovietica che respingiamo ogni forma di conciliazione, di revisionismo storico, di pietà per i "vinti" assassini!

Rivendichiamo la legittimità della giustizia partigiana che ha fatto pagare a gerarchi, criminali di guerra e collaborazionisti, in Italia come all'estero, le loro imprese delittuose!

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Piattaforma Comunista

venerdì 15 gennaio 2010

AL QAIDA: DA BUFOLA A PANDEMIA IMPERIALISTA. Ma Obama no, non è Bush. E' peggio.













QUESTO E' MORTALMENTE LUNGO. IN COMPENSO C'E' TEMPO. PER UN PO' NON CI LEGGEREMO. SONO IN GIRO PER HONDURAS E AMERICA LATINA FINO AL 10 FEBBRAIO. QUE VOS VAYA BIEN!
YEMEN
Resistenza è la liberazione dello spirito e la sfida alla gravità. Resistenza significa combattere per la speranza, è la lotta per la bellezza. Resistenza è fare delle nostre parole un paesaggio, è vestire lo scenario con suoni che ricordano un linguaggio familiare. Resistenza non è soltanto combattimento, è anche per evocare sentimento, trasformare la rabbia in parole, mettere in parole la rabbia, dare forma a significati e viceversa.
(Richard Jones, “Un pugno di poesia”)

MEDIA SINISTRI
Permettiamo che le più atroci menzogne esternate da prostitute politiche e morali vadano incontestate. Bugie infinitamente riciclate dai media commerciali finchè non si in sediano come verità nella coscienza pubblica. Non seppelliamo le nostre teste nella sabbia, peggio: le seppelliamo nel nostro ano collettivo. Che ve ne pare della vista?
(Charles Sullivan)

Un tempo a nessuno era consentito di pensare liberamente. Ora è permesso, ma quasi nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare solo ciò che pensa si debba pensare. Considera ciò libertà.
(Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, 1926)


Più avanti una decostruzione della montatura dell’attentato sull’aereo per Detroit e sulla conseguente escalation della “guerra al terrorismo”. Prima qualche notarella “di costume”.

Sono quelli che la madornale panzana dell’attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit l’hanno inghiottita, rigurgitata e diffusa ai propri lettori (non tutti creduloni come s’immaginano), senza curarsi minimamente della valanga di dubbi, contestazioni, dimostrazioni al contrario, fatti occultati ma scoperti, prove, lanciata in rete da un esercito di analisti, investigatori, ex-agenti segreti, studiosi di esplosivi, soprattutto d’Oltreatlantico. Coerenti, questi silenziatori di pistole fumanti. Perché sono anche quelli che in nove anni di smantellamento della teoria ufficiale sull’11 settembre, con implicita chiarissima indicazione delle origini interne dell’attentato di “Al Qaida”, con l’abbagliante verifica del cui prodest nell’assalto al mondo musulmano e nella disintegrazione dei principi democratici e giuridici nazionali, non hanno trovato di meglio che sbertucciare come “paranoici” le migliaia di contestatori raccolti nel “Movimento per la verità sull’11 settembre”.
Sono quelli che, con un entusiasmo degno di miglior causa, hanno avvallato – e insistono, alla faccia del ridicolo la sterminata diffusione - ormai onnipresenza ovunque si tratti di abbattere la mannaia USraeliana – del fantoccio Al Qaida, degradando in “terrorismo islamico”, con il cristallino spirito internazionalista connaturato a certi “giornali comunisti”, l’insorgere di interi popoli e masse popolari contro governi pirata, imperialismo, ricolonizzazione, fame, devastazione ambientale. Sono quelli che non hanno saputo, voluto, recepire, a proposito della grottesca e criminale campagna sulla pandemia del virus H1N1 (45 milioni di vaccini acquistati dai complici del ministero della sanità ai banditi farmaceutici coperti dall’OMS, 184 milioni di euro spesi, 35mila fessacchiotti spaventati ad arte vaccinati), esprimere l’alito di un sospetto sull’ennesima ricorrenza di una speculazione sulla paura e sulla collegata sperimentazione di decimazioni di massa tramite vaccini, perlopiù non testati. Sono quelli che al sorgere del sole obamiano dall’orizzonte bancario, petrolifero, farmaceutico, agroindustriale, di mercato predatorio, militarindustriale, hanno inneggiato alla nuove era di pace, pluralismo, dialogo, rispetto, inaugurata dal bel chiacchierone di Chicago con a fianco “l’angelo” Hillary Clinton.

E ancora oggi il buon Tommaso De Francesco, sotto lo straziante titolo “Alla guerra con dolore”, esonera e accarezza il Grande Illusionista, strappandoci lacrime di commozione sul povero Obama costretto ai genocidi dai cattivoni dell’establishment e che, perdio, “No, non è come Bush”! L’inviato nei Balcani, ancora dopo anni di inoppugnabili rivelazioni che i serbi in Kosovo non avevano fatto nessuna “pulizia etnica”, ma che da quella dell’UCK-USA-UE si erano difesi, invano, riferendo dei pogrom albanesi contro i serbi residui, blatera di contropulizia etnica. Oggi ci sciorina questa scenetta alla Margherita Gautier sull’Obama che annuncia l’assalto allo Yemen, la sua quinta guerra in un anno: “Obama ha raggiunto stancamente la tribuna… e ha parlato in modo quasi indeciso, se non impacciato, infastidito con l’espressione di un volto dolente. L’immagine stavolta era il contenuto”. E sapete qual’era il contenuto? L’annuncio di uno nuovo tsunami assassino sull’ennesimo paese islamico e mediorientale da frantumare, lo Yemen, agevolato da quell’opportunissimo pastrocchio combinato dal ragazzotto nigeriano Abdul Mutallab sull’aereo della Northwestern. Per non lasciare margini alla manovra, si prometteva anche di sminuzzare ulteriormente la Somalia, “sodale Al Qaida” degli yemeniti, nonché di riservare futuri trattamenti analoghi ai nuovi paesi dell’Asse del Male: 13 musulmani – viva lo Scontro di civiltà (noi ce lo giochiamo con il nostro Kombinat governativo Mafia-Ku Kux Klan a Rosarno) – e Cuba. Cuba! Con 50 anni di guerra economica, terroristica, biologica, propagandistica contro l’Isola e i terroristi pluriassassini confessi Posada Carilles e Orlando Bosch che scorrazzano di bisca in bisca a Miami, questo Necromonarca si permette di dare del terrorista a Cuba!

Ebbene, caro Tommaso De Francesco, quando l’arnese di Wall Street proclamato “santo subito” dalle tue colleghe femministe, passa dalle due guerre di Bush, Iraq, Afghanistan, alle cinque sue, Iraq (110milamercenari, 50mila soldati in permanenza nelle 12 basi e un governo burattino di lestofanti), Afghanistan, Pakistan, Somalia, Iraq, con in lista d’attesa quel che resta dei 14; quando riesuma le glorie yankee dell’Operazione Condor in America Latina, grondanti del sangue di milioni, con colpi di Stato, riuscito in Honduras e tentati in Venezuela, Bolivia, Paraguay, sette basi d’assalto e di smistamento droga in Colombia, altre nelle Antille olandesi, flotte d’attacco addosso alle coste del Cono Sud, destabilizzazioni con finti movimenti di diritti umani o secessionisti dall’Iran a tutta l’America Latina; quando lancia l’offensiva africana istituendo l’Africom per istituzionalizzare quanto già stanno facendo le milizie fantoccio e le proprie “forze speciali” in combutta con quelle israeliane per la distruzione del continente; quando straparla di chiudere Guantanamo e non la chiude; quando conferma la pratica brigantesca dei rapimenti della Cia con destinazione prigioni della tortura; quando compie la più grande macelleria sociale dai tempi della crisi del ’29, scaricando le efferatezze dei suoi sponsor su milioni di disoccupati; quando fa passare per storica riforma sanitaria un ulteriore fetta di mercato regalata alle assicurazioni private e l’esclusione anche da questo “beneficio” di 35 milioni di persone; quando a Copenhagen proietta l’umanità intera – animali compresi – nell’estinzione prossima ventura, rifiutando qualsiasi misura di salvezza dalla catastrofe incombente, per salvaguardare le piscine di latte di asina in cui sguazza un ventesimo della popolazione umana… quando fa tutto questo diventa osceno mimetizzare la propria collusione oggettiva dietro alle “grandi, generose, elevatissime aperture che il presidente nero ha offerto ai musulmani al Cairo, ai latinoamericani a Trinidad, agli africani nel Ghana”. Una volta di più le chiacchiere stanno a zero e puzzano d'imbroglio come carogne.

Quando uno cammina come un papero, nuota come un papero, fa quà quà quà come un papero, è un papero. Ha voglia quella roba catto-eurocentrica di Lettera 22 di strizzare gli occhi, in ambivalenza bipartisan, a destra e sinistra, deplorando gli “eccessi militari” degli occupanti in Afghanistan, ma contrapponendogli truffaldini sondaggi dei trombettieri embedded BBC che, in un paese all’80% sotto controllo della Resistenza, vorrebbero dare il 71% a coloro secondo cui il paese sotto Karzai, Usa e Nato “va nella giusta direzione”, il 68% a coloro che ritengono positiva la presenza delle truppe straniere, e la maggioranza delle vittime civili, non ai massacratori quotidiani con droni e F16, ma nientemeno che ai “terroristi”. Senza pudore Emanuele Giordana sul “manifesto”, per il quale, come per le colleghe Sgrena e Forti, Al Qaida è la parola più gustosa e più frequente, non vede che terroristi di Osama bin Laden e di Mullah Omar ovunque in Afghanistan vi sia chi è incazzato con gli stragisti trafficanti di oppio a stelle e strisce che stuprano il paese. Alla stessa maniera si era proceduti In Iraq, dove una resistenza antimperialista e antisionista indomabile (e recentemente nuovamente in grande spolvero), veniva esorcizzata in Al Qaida, onde criminalizzarla anche gli occhi dei pochi che ancora parlavano di partigiani e di Resistenza. Stefano Chiarini, che ha insegnato al colto e all’inclita, da quelle stesse pagine, chi è terrorista, chi è Al Qaida e chi è partigiano della liberazione, gira ormai come una trottola nella sua prematura tomba.
Dalla costola di Obama, Bonino.
In questo senso una papera che più papera non si può, è la candidata unitaria di tutte le sinistre alla presidenza della Regione Lazio. Si tratta di un progresso: dall’ amante di transgender, alla transgender vera e propria. Transgender della politica. Strizzati i successi su divorzio e aborto come limoni, si è mutata nell'altro genere: quello che, da Obama fino ai nostri guitti mannari, pratic diritti umani, sociali, ambientali piuttosto anomali, a partire dalla lotta referendaria all’articolo 18, passando per il neoliberismo manu militari, fino alle incessanti cospirazioni “transnazionali” per frantumare paesi disobbedienti all’Impero, mobilitandone le degenerazioni reazionarie, etniche e religiose (Dalai Lama e co.). e fino al sostegno alle mattanze belliche USraeliane con corredo di ascari nostrani. Logico che per una Bonino, che sta a Israele come l’avvocato Ghedini sta a Berlusconi, si infervori un sionista come l’editorialista di Repubblica, Mario Pirani. Sta nel suo. Ma che noi si debba vedere quel nostro caro giornale transitare disinvolto dalle adorazioni per Bertinotti, a quelle per D’Alema, Obama, Vendola, fino a Bonino, cioè a quanto di più micidiale si innesti sottocute nella sinistra, beh, non ci sono parole. Definire costoro sinistra, o anche solo ossimorico centrosinistra, è come dare dell’ islamico al dipartimento Cia-Mossad “Al Qaida”. Piccolo, ma significativo simbolo di servilismo coloniale è la traslitterazione del termine, che in arabo si pronuncia come lo scrivo io – Al Qa’ida – in Al Qaeda, assoggettandosi alla grafìa inglese che pronuncia “i” la “e”. Se poi uno ha sentito cantare Julio Iglesias, arriva anche a sillabare “Al Quaeda”. Pensare che furono gli arabi a insegnare Socrate e Archimede a nostri antenati più svegli di noi.

Tra gli ultimi episodi di un giornalismo organico all’editore imperiale di riferimento, oltre all’entusiastica partecipazione alla deformazione in “Al Qaida” della sacrosanta e felice proliferazione universale di renitenti a regimi corrotti, venduti e oppressivi e al loro sistematico padrino USraeliano, c’è l’indefettibile adesione all’interpretazione di atti terroristici dalle luccicanti impronte digitali USraeliane come operazioni islamiche. Commovente è stato in questi giorni lo sforzo dell’onnipresente lobby ebraica per scovare dietro agli ultrariconoscibili lavoretti assassini di Mossad e Cia, sospetti, elementi, alla fine “prove”, di un’origine opposta, cioè nemica, del fattaccio. Anni fa rifulse l’esempio dell’assassinio di Rafik Hariri, primo ministro libanese, di chiara matrice Mossad, e attribuito dal rullo compressore mediatico-giudiziario alla malvagia Siria da estromettere dal ruolo di garante e difensore del Libano arabo.

Così oggi, fatto saltare in aria uno scienziato nucleare iraniano, ravanando tra dati spuri o remoti, si riesce a trovargli un’antica firma sotto un appello alla democrazia e, addirittura, una partecipazione a un convegno internazionale nientemeno che alla presenza anche di tecnici israeliani. Conclusione: "il luminare della ricerca per il nucleare civile iraniano è stato fatto fuori dai suoi stessi datori di lavoro per i suoi nobili propositi democratici e filoccidentali". Peccato, poi, che un gruppuscolo mercenario monarchico, l’Iran Royal Association, abbia avuto l’intemperanza di rivendicare l’attentato. Peccato, perché la sede dei nostalgici dello Shah è Washington. Come quella del Dalai Lama, di Aung San Su Ky e di tutti gli altri terminali esterni della piovra Usa.
Figurati se qualcuno, tra questi formidabili analisti e investigatori geopolitici, si preoccupa di tirar fuori dal debordante cassetto della rete la fenomenologia planetaria degli omicidi mirati israeliani. Bastava dare un’occhiatina all’Iraq, dove l’intera classe intellettuale e professionale a cui incombeva il benessere e il progresso del paese – accademici, scienziati, sindacalisti, artisti, medici, tecnici di qualsiasi branca – è stata sterminata da squadroni della morte israeliani. Squadroni della morte e guerrieri della bassa intensità guidati da esperti israeliani anche in Honduras e in tutta l’America Latina. Nomi e cognomi sono noti e addirittura vantati. Rischiando, per i più avveduti, il depistaggio sul botto mossadiano di precipitare nel ridicolo, si è ricorso al riscaldamento di una zuppa, già scoperta avariata: l’Iran si starebbe segretamente rifornendo dal Kazakistan di uranio purificato, confermando così le sue aspirazioni alla bomba. Grande fantasia, questi creativi Cia-ssad. Già, proprio come come con Saddam, che rimasto con quattro cannoni arrugginiti sovietici, avrebbe organizzato per un suo arsenale nucleare una spedizione di uranio arricchito dal Niger. Cioccolatino tossico incartato dal nostro Sismi e offerto in pegno d’amore alla Cia. Che, quella volta, se ne disfece subito perché troppo rozzo, addirittura per chi aveva preteso che torri fatte saltare da fondo a cima sotto gli occhi di mille camere, fossero crollate per l’impatto di aerei.

Quello che non ci hanno detto di Abdul Mutallab e dell’ennesimo prodigio del “terrorismo islamico” targato Cia-ssad.
Passiamo all’episodio yemenita. Quanto sopra è semplicemente propedeutico e omogeneo a come, piatti come sogliole, i media “antagonisti”, quanto meno “critici”, quanto ancor meno “riluttanti”, si sono offerti a questa sequenza di balle a giustificazione della distruzione di altri paesi, per loro sfiga collocati in irrinunciabili zone strategiche per il dominio imperialista. E’ anche occasione per stringere sempre più il cappio totalitario della paura-sicurezza sulle proprie popolazioni. Umar Faruk Abdul Mutallab, si è detto da tutti, era incomprensibilmente passato per le maglie dei 16 enti d’intelligence Usa, del MI 6 britannico e del solitamente infallibile Mossad. Si sono perse tra i puntini che, per Obama come esattamente prima per Bush, “i servizi non hanno saputo collegare” le innumerevoli segnalazioni sulle sue liaisons dangereuses con “gli estremisti” yemeniti, ovviamente di Al Qaida, dalla funzionale segnalazione del papà, tycoon nigeriano in combutta d’affari con Israele, ai rapporti inglesi, alle intercettazioni Cia. Non si è sufficientemente scandagliato il suo passato indubitabilmente sospetto perché “giovane”, “istruito”, “borghese”, “globale”, “studente nelle nostre università” e dunque molecola di quel nuovo organismo terroristico che alligna ovunque, non solo nelle gole dell’Afghanistan o tra le macerie irachene, ma addirittura vicino o dentro casa nostra. La peste è tra noi, non solo nera e non solo con kefiah o turbante. Ora anche quella che scrive queste cose in internet. Per la maggiore soddisfazione anche di Maroni e dei despoti in fieri o in atto che fanno crescere le loro fortune dal fertile terreno della paura collettiva, coltivata come un fiore. Così, esattamente come con l’11 settembre, di cui valanghe di anticipazioni, da parte di chi evidentemente non era stato informato sul modus operandi, si sono abbattute su Casa Bianca e Langley, senza che nessuno si avvedesse che grandinava. E’ il modo più spiccio per soffiar via anche solo l’ombra di una perplessità su auto-attentati troppo smaccatamente faciloni: ogni dubbio viene vanificato dallo scaricamento della colpa su servizi “che non hanno saputo collegare i puntini”. Poi, passata la festa, gabbato lo santo: qualche straccetto vola, i soliti, i fidati, rimangono. E il “manifesto” può titolare “A CACCIA DI AL QAIDA”, anzi di “Al Qaeda”, mentre in una colonna a fianco lamenta, in coro con Obama, “l’eterno problema del coordinamento dei servizi”. Tutti se non d'amore, d'accordo.

Ma vediamo un po’ di fare le pulci, che spetterebbero a tanti altri propugnatori del “giornalismo vero”, alla storiella di Umar Faruk, quella che ha consentito agli Usa di estendere alla penisola arabica e alle opposte sponde somale (domani anche eritree) il modello israeliano di pulizia etnica, costruzione di muri, assassini mirati, bombardamenti di civili, punizioni collettive e sorveglianza totale. Prima di salire sull’aereo per Detroit, con a bordo le 300 persone con la cui morte infiammare gli spiriti bellici nordamericani ed europei, testimoni vedono Mutallab, privo di bagagli, al check-in, accompagnato da un elegante signore di “aspetto asiatico” che, lamentando la mancanza di passaporto del “giovane profugo sudanese”, da un addetto dello scalo – che è sotto la solita fittissima sorveglianza di una ditta israeliana ! – ottiene i consenso all’imbarco, pagando in contanti, al momento, con 2.800 dollari.

Senza passaporto! Sotto gli occhi degli scagnozzi israeliani! Mentre sta in una lista di sospetti di legami col terrorismo che vieterebbe il suo imbarco su qualsiasi aereo dell’occidente atlantico. Non aveva il passaporto, Umar Faruk, ma era ancora valido il suo visto per gli Usa, mai cancellato nonostante si trovasse su quel famoso elenco. Miracoli della distrazione? Come quella che permise al giovanotto di entrare in Olanda senza passare per la dogana, cosa impossibile se non coperta da un servizio segreto.

Ma il bello capita sull’aereo. Testimoni vedono – e raccontano – un uomo che, dieci file dietro a quella di Mutallab, si alza, attiva la sua videocamera un attimo prima che il nigeriano inizi la sua dissennata operazione. Qualcuno sapeva. Qualcuno dava il segnale di via al soggetto operativo, costui probabilmente un Manchurian Candidate teleguidato e inconsapevole – “assente” come lo hanno definito i passeggeri - di quanto gli stavano facendo fare. Quanti film ce l’hanno spiegato. C'era qualcuno che sapeva anche di non rischiare la propria disintegrazione insieme a quella dell’aereo. Un altro deus ex machina come quello del check-in di Amsterdam, o delle dogane di quell’aeroporto, di tutti quelli che si sono accesi i sigari con i rapporti dell’intelligence. E neanche un sedile bruciacchiato. Poiché, secondo l'ultimo esperto di congegni esplosivi, quei 50 grammi di esplosivo PETN cuciti nelle mutande al massimo avrebbero potuto provocare una fiammata da bruciare a Mutallab poco più dei peli del pube. Altro che aereo e 300 vite polverizzati.

L’FBI che, nel corso delle indagini – subito supportate da rivendicazioni di Al Qaida, ovviamente genuine come quelle dell'Al Qaida irachena che provenivano da un server di siti porno del Texas – ha cambiato versione quattro volte. Non ha mai interrogato l’asiatico di Amsterdam, né i passeggeri che avevano visto il “guardiano” dell’attentatore, E, davvero drammatico, non ha tenuto in alcun conto la scoperta, incontrovertibile, che al congegno del confuso terrorista mancava il detonatore. Per cui, al di là di sfiammeggiare, non sarebbe mai potuto esplodere e arrecare danno all’aeromobile. Sono voragini nella versione ufficiale, pari a quelle spalancate dalle più semplici delle domande nel rapporto del Congresso sulle Torri Gemelle. Voragini enormi, ma strette come la classica asola, impenetrabili, per chi coltiva le abitudini di cui alle seconda delle citazioni in testa. E c’è anche la classica ciliegina in cima al gelato di fuffa: una foto di Abdul Mutallab con una bandiera di Al Qaida. Prodotta dalla stessa impresa che si era fatta notare per aver realizzato con il photo-shop falsi sfondi a immagini di terrorismo. Siamo ai livelli, oltreché degli attentati di New York e Londra, del povero Richard Reid, il bombarolo con le scarpe imbottite di cosa non si è mai saputo, o dei famosi dieci aerei tra Londra e gli Usa da abbattere con lo shampoo, in un’estate che vedeva Tony Blair in gravi angustie per le rivelazioni sugli incontri con Bush in cui si elaboravano falsi pretesti per attaccare l’Iraq.

Poi c’è l’elemento “umano”, l'aspetto psico-sociologico. Ci si chiede di credere che un giovane fortemente privilegiato, nel fiore degli anni, vissuti su una via imbottita di Mercedes e Ferrari, nel quartiere più “in” di Londra, in pieno edonismo occidentale e niente affatto sotto la ferula di imam della jihad, viene subitaneamente preso dall‘urgenza di immolarsi per uno scontro di civiltà che nessun musulmano – se non idiota o mercenario – ha mai voluto e che invece costituisce la ragione d’essere del tardo capitalismo necrofago. Ci si chiede di credere che i 40 miliardi di dollari spesi dal 2001 dal contribuente Usa per la sicurezza del trasporto aereo, non siano sufficienti. E ci si chiede, spudoratamente ma anche umoristicamente di credere che tutto l’ambaradan allestito ora a vessazione dei passeggeri, con i fascistoidi, ma remunerativissimi, bodyskanner di ditte israeliane (ordini per tre milioni di dollari), serva a garantirci spostamenti tranquilli. Già perché quelli della jihad solo agli aerei mirano. I treni, le corriere, gli stadi, i teatri, le chiese, i monumenti, li snobbano, li lasciano ai buzzurri del nostrano Kombinat mafia-regime e alle sue stragi di Stato. Secondo il fanatico ultradestro Joe Lieberman, senatore Usa ma rappresentante israeliano, e addirittura il 70% dei cittadini statunitensi, avanguardia intelligente del resto del Nord del mondo, c’è da crederci e c’è da portare subito la democrazia in Yemen. Assolutamente. E c’è da andare a picchiare altri musulmani collocati là dove all’Occidente serve far girare il timone della sua flotta pirata.

Sotto il naso degli yemeniti passa l’80% del tossico sangue che fa camminare lo zombie capitalista. Da un lato c’è lo stretto di Bab el Mandeb che apre verso il Mar Rosso e l’Occidente, senza dover passare per il remoto Capo di Buona Speranza. Dall’altro, si è sentinella dello Stretto di Hormuz e del Golfo che stanno tra i due massimi produttori di petrolio del mondo, penisola arabica e Iran con bacino del Caspio. Di fronte, con incastrata la base franco-statunitense di Gibuti, già tracimante armigeri Usa e francesi, si affacciano due paesi da sistemare: l’Eritrea sovrana e impertinente, che neanche lo sbirro etiopico è riuscito a domare. E la Somalia, che infastidisce perchè avviata a essere liberata da una forza nazionale islamica, rischiando di cessare di essere un non-Stato e una zona franca per traffici di armi, droga e rifiuti, come la vuole l’Occidente fin dalla caduta di Siad Barre e dalla sconfitta del patriota Farah Aidid che nel 1991 aveva spedito a calci il fantoccio yankee dai suoi padroni Usa e sodali italiani (cosca Craxi-Forte). Da qui si controlla il Mar Arabico, il transito verso l’Oceano Indiano e il brezinskiano “cuore del mondo”, l’Eurasia di Caucaso, Caspio, repubbliche islamiche, Russia e Cina. Lo Yemen è l’ombelico strategico del pianeta. Ed è anche la sponda meridionale del più vasto oceano di petrolio del mondo. Pare che pure la sua periferia desertica custodisca riserve di idrocarburi superiori a quelle saudite. Vuoi che gli apprendisti dello stregone israeliano non ci piazzino una bella Al Qaida? E che subito l’uomo adorato dalla-cara-a–Lerner (“a morte i razzisti, salvo se israeliani”) - Ida Dominijanni e comparielle/i, scatenasse ferro e fuoco sui civili del Nord dello Yemen, ancor prima della bruciacchiatura di Mutallab: due missili, 100 donne e bimbi inceneriti. Tutti Al Qaida.

Ci vogliono ulteriori motivazioni per chi del cannibalismo umano e ambientale ha fatto la propria pratica di relazione con coloro che stanno fuori dai salotti, dai comandi, dai consigli di amministrazione? Forse sì. Per esempio il precipitare di Obama, per le sue malefatte, sotto il 50% del gradimento pubblico, proprio come Bush prima dell’11 settembre. La necessità di aumentare gli stanziamenti militari alla cifra record di oltre 708 miliardi di dollari, oltre un trilione se si includono le spese collaterali e occulte. E questo alla faccia di milioni di disoccupati e ridotti in miseria. Come buona ragione per proseguire l’opera di Bush non c’è male. No, Obama non è Bush. E Berlusconi non è Craxi. Macchè. Sono peggio.

E dagli allo Yemen
Ho vissuto nello Yemen al tempo della divisione tra un Sud, passato da colonia britannica alla rivoluzione socialista, e un Nord che un presidente illuminato, Ibrahim El Hamdi, tentava di mantenere nella scia del migliore nasserismo. In entrambi i segmenti una popolazione tra le più fiere e combattive del mondo arabo, da sempre a fianco di palestinesi e iracheni. Già allora, fine anni ’70, l’Arabia Saudita brigava per conto suo e dell’Occidente a dividere il paese, sobillando la stessa minoranza zaidita scita, oggi chiamata col nome di un leader, Al Houthi, allora contro quel governo che si rifiutava sia alle mire espansionistiche saudite, sia alla normalizzazione che ha visto quasi tutti i paesi arabi piegarsi via via ai piani neocoloniali dell’imperialismo-sionismo. El Hamdi fu fatto fuori da un sanguinario burattino degli Usa, tale generale Al Ghashmi, poi a sua volta defenestrato da un personaggio altrettanto obbediente, ma meno impresentabile, il primo ministro Ali Saleh, da allora presidente e corrotto tiranno del paese riunificato nel ’90. Ne feci le spese pure io, colpevole di essere stato onorato dell’amicizia di El Hamdi e di aver scritto cose irriguardevoli nei confronti dei golpisti su Repubblica, L’Espresso e The Middle East. Espulso su due piedi.
Ma gli sciti di Saada, nel Nord, ci avevano preso gusto a osteggiare governi centrali che più che mai li relegavano in un abbandono e un sottosviluppo perenni, stavolta contro gli interessi di sauditi e relativi sponsor i quali, invece, si erano accomodati con il malleabile satrapo di Sanaa. Da qui la rivolta Houthi, la risposta stragista di Riad e l’inalberarsi di tutto l’Occidente contro questo nuovo focolare di “Al Qaida”. Al Qaida nella Penisola Arabica, con tanto di sigla AQPA, come già l’Al Qaida nel Maghreb, AQM, Al Qaida nel Sahara, Al Qaida nell’Iraq, Al Qaida in Afghanistan, con analoghe sigle, insomma ovunque la bulimia necrofora del Pentagono volesse piazzare le ruote del carro di guerra che tira l’economia delle élites. Compresa Al Qaida in Italia, dove quelle ruote girano già, ma devono crescere e correre di più. Cosa automatica al tempo in cui nessuno osa più ricordare la parola d’ordine della madre di tutte le liberazioni: Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia.

Al Sud, nell’ex-Repubblica popolare, amica dell’URSS, le istanze progressiste non si sono mai esaurite e hanno prodotto ripetuti episodi di guerra civile con il Nord. Oggi, alla contestazione armata degli sciti si unisce, anche con figure di punta presenti in entrambe le lotte, quella nuovamente secessionista del Sud, già forte di numerosi successi contro il governo centrale e responsabile del memorabile attacco all’incrociatore Usa “Cole” nel 2000, pedissequamente attribuito… a chi? Indovinate un po’. Si prospetta in questo popolo, che tiene alla sua sovranità e indipendenza come pochi altri, al suo arabismo tanto da essersi sempre trovato al fianco di palestinesi e iracheni (e l’Iran non c’entra niente, ma ce lo fa entrare per forza la frenesia israeliana di arrivare finalmente alla deflagrazione finale), la congiunzione tra forze di opposizione islamiche e laiche-socialiste. Una situazione da allarme rosso per l’Impero, intollerabile. E da provocare crisi di isteria in coloro che usavano la clava un po’ floscia dei palestinesi di sinistra per dare addosso a Hamas.

C’è lì un presidente come Ali Abdallah Saleh, che controlla poco più della provincia intorno alla capitale e che, per mantenersi in sella, deve guardarsi da tutti i lati: là le pressioni Usa per l’irachizzazione dello Yemen, qui una popolazione che, esclusa la banda di faccendieri e notabili che col capobastone condivide il saccheggio della più povera nazione della regione, nella sua stragrande maggioranza rifiuta la presenza di militari, basi, contractors Usa e promette di combatterla fino all’ultimo uomo. Due giorni fa, le 157 più autorevoli personalità religiose del paese hanno promesso una jihad totale all’eventuale invasore Usa, credibilissima alla luce di un antimperialismo d’annata, ma anche del secolare odio per gli espansionisti della ottenebrata monarchia saudita. E subito l’ondeggiante e traballante Saleh, accettato il contributo Usa in intelligence e materiali (150 milioni di dollari obamiani dal niente di Bush), denuncia due episodi di seguito che vedono la cattura di provocatori presunti Al Qaida collegati a cellule israeliane. Mentre il suo ministro degli esteri, sventolando cataste di “terroristi” uccisi, catture di capi Al Qaida e quant’altro, dice agli statunitensi che sbavano intervento: “Statene fuori, ci pensiamo noi”. Cerchiobottismo di prima classe.

La maggioranza degli yemeniti ha meno di trent’anni, campa di agricoltura di sussistenza e di un po’ di pesca (le rendite petrolifere finiscono in alto), e non ha nessuna prospettiva di un futuro di riscatto. Nel 2009 la disoccupazione stava, ufficialmente, al 40%. Il paese muore di seta ed è disabilitato dalla mancanza di infrastrutture. Basterà l’entità sintetica inventata e gestita dalla Cia, Al Qaida, a disinnescare e sopprimere questi bisogni e le astanze che ne sorgono? Basterà l’effetto farfalla per cui un pantalone prende fuoco su un aereo per Detroit e missili piovono sullo Yemen? Basterà per una bella pace dei morti?

C’è anche l’effetto farfalla di un Obama che deve distrarre un suo elettorato sbigottito, alleati perplessi e popoli furibondi, magari con il “disastro naturale” di un terremoto sterminatore a Haiti. Sarà pure un disastro naturale, chissà, ma le condizioni perché arrivasse quell’apocalisse sono state tutte meticolosamente fabbricate da Obama e da suoi predecessori durante due secoli. La disumanizzazione con spaventose dittature, i Duvalier cari a Madre Teresa, il ripetuto intervento violentatore con la rimozione di capi di Stato usciti dal seminato delle multinazionali, l’occupazione definitiva con un contingente ONU dalla solita obbedienza Usa e che ha raso al suolo i quartieri della miseria, Cité Solei, decimandone gli abitanti, hanno preparato il banchetto del sisma. Non si è astenuto proprio nessuno dal plotone di esecuzione che doveva giustiziare Haiti per aver avuto la sfrontatezza blasfema di fare la prima rivoluzione di neri nel continente e di fondare la prima repubblica nera libera, nel 1802.
Due cicloni poco prima avevano già fatto migliaia di morti. Gli stessi cicloni abbattutisi su Cuba non ne hanno fatto neanche uno.

Gaza: fuffa e ciccia.
Chiudo con uno sguardo un po’ più a Nord, Cairo-Gaza-Tel Aviv, là dove i gironi degli assassini e degli ignavi stanno lavorando per far sparire la Palestina in un buco nero cosmico.

Mi ero iscritto anch’io alla spedizione della “Gaza Freedom March” di Capodanno. Poi è venuto fuori, con rammarico per i tanti bravi partecipanti in ottima fede, che tra gli organizzatori principali c’erano le squinternate femministe americane di Codepink, reduci dall’approvazione dell’occupazione Usa in Afghanistan, “purchè Obama non aumenti gli effettivi”. Per l’Italia, Un Ponte per, collateralista degli occupanti in Iraq con la farsa delle Simone, frequentatore di arnesi del collaborazionismo e diffamatore di Saddam, nonché Action for Peace, avventatasi all’ultimo momento, tirata dall’ego mongolfierico di Luisa Morgantini. Quei non-violenti cari all’ANP di Abu Mazen e che ogni anno invocano il “dialogo” tra carnefici e vittime con una marcetta a Gerusalemme di quattro pacifisti israeliani e internazionali. E mi sono cancellato. Se non fosse stato per i pressanti impegni, schizzati da tutti gli altri, pacifisti compresi, per Honduras e America Latina, sarei andato volentieri con la fenomenale terza spedizione di 500 attivisti più 250 camion di aiuti, del deputato britannico George Galloway. Quello che spera che i palestinesi facciano come gli ebrei del ghetto di Varsavia.
Mentre i 1.400 della spedizione non-violenta si facevano bloccare e picchiare pacifisticamente dagli sbirri di Mubarak al Cairo, e nessuno al mondo ne ha parlato, i compagni di Galloway, dopo un mese di andirivieni, nel porto egiziano di El Arish si sono scontrati a sangue per due giorni e due notti con quegli sbirri, imponendo alla fine di passare ed entrare a Gaza. Già l’altra volta, quando c’eravamo anche noi, avevano sfondato a cazzotti le barriere della polizia. Alla concessione bastarda di Mubarak di far entrare a Gaza solo una piccola frazione dei volontari, Galloway e gli altri 500 avevano risposto “o tutti o nessuno”. E hanno vinto, a forza, non levando in alto le mani e neppure mettendo fiori nei loro cannoni.

Provocatori, direbbe qualcuno di tradizione togliattiana, o qualche cultore della “società civile”. Già, provocatori proprio. Provocatori di una crisi di consenso per il tiranno-vassallo egiziano. Crisi che già rumoreggia da tempo all’ombra delle piramidi e che, con l’eventuale massacro, a due passi da Gaza, di sostenitori internazionali della vita, ma anche della resistenza dei “fratelli palestinesi”, avrebbe subito una pericolosa accelerazione. Mubarak non se l’è potuta permettere, a dispetto delle furibonde pressioni USraeliane. Bravo Galloway. Al notabilato della marcia dal Cairo resta la vergogna di aver accettato l’offerta, cucinata da Codepink con la First Lady egiziana, di far entrare un’ottantina dei 1.400 e tutti gli altri a farsi fottere. Insieme a Codepink ha accettato la mongolfiera. Cosa non si fa pur di presenziare. Lo sdegno degli altri, forse uno strisciante senso di sputtanamento storico e, soprattutto la frustata in faccia data con toni morbidi dai dirigenti palestinesi del Movimento per boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, primo Omar Barghuti, hanno affossato la fellonia. Ci facciamo sempre riconoscere.

domenica 10 gennaio 2010

USA-HONDURAS-AMERICA LATINA: lo scontro finale e il nostro silenzio




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E’ di certe nature umane odiare la persona cui si è fatto del male
(Tacito)
Il desiderio di resistere all’oppressione è impiantato nella natura dell’uomo
(Tacito)
Un terribile crimine è stato commesso per l’iniziativa cinica di alcuni individui, con la benedizione di molti altri e nell’acquiescenza passiva di tutti.
(Tacito)


Abissale, stupefacente, suicida il silenzio, l’indifferenza che, tranne poche eccezioni – PdCI e manifesto – con cui la sinistra, addirittura l’informazione tutta, ha occultato e dunque seppellito un avvenimento drammatico e foriero di incalcolabili conseguenze, come il colpo di Stato fascista in Honduras. Golpe allestito da Obama, l’uomo del “change”, dai militari gorilla e dall’oligarchia honduregni, poi presentato come evoluzione “democratica” dopo le elezioni-farsa tenute sotto le baionette degli quadroni della morte, con la minaccia di licenziamenti e persecuzioni, ma disertate da due terzi dei cittadini. Era successo la stessa cosa sotto Reagan in Cile. Ci ricordiamo degli scioperi della CGIL, del blocco delle navi cilene, del boicottaggio, dei cortei, presidi, picchetti, di “Armi al MIR”, quando Pinochet ammazzò Allende e il Cile? Meglio non specificare cosa ci sarebbe da dedurne. Un'altra caduta del nostro internazionalismo e antimperialismo. Ci occupiamo più di Myanmar che di un continente fratello a quattro secchi d’acqua e otto ore di volo da qui. Una terra che per molti è “il Continente della Speranza”. Forse ignorato perché implicita misura della nostra astenia.

Il golpe di Roberto Micheletti, presidente fellone del Congresso, istigato tra falsi arricciamenti di naso di Obama e poi confortato dal suo assenso, dopo finti negoziati di pace e di riconciliazione sceneggiati dalla Clinton e dall’Organizzazione degli Stati Americani (di netta obbedienza yankee), e stato poi sacralizzato con elezioni gestite dagli stessi militari che, usciti dalla base Usa di Palmerola, hanno compiuto il golpe sequestrato il legittimo presidente Manuel Zelaya, lo hanno deportato in Costarica e poi assediato nell’ambasciata brasiliana fino ad oggi. Da questo voto-truffa è uscito vincitore Porfirio – Pepe- Lobo, esponente dell’ultradestro Partito Nacional. Primo provvedimento: l’uscita dall’ALBA, l’Alternativa Bolivariana delle Americhe lanciata da Hugo Chavez con la partecipazione di nove paesi del Cono Sud e dei Caraibi. L’entrata nel concerto progressista e rivoluzionario dell’ALBA , insieme alla cancellazione di tutti i provvedimenti di emancipazione sociale, indipendenza nazionale, limitazioni alle multinazionali, è stato, alla fine di tre anni di mandato di Zelaya, il fattore scatenante, la classica goccia, per l’intervento pinochettista di Washington e delle famigerate “Dieci Famiglie” di feudatari e speculatori che controllano il paese di 7 milioni e mezzo di abitanti. Il più povero, perché il più depredato, delle Americhe, dopo Haiti.

Questa è la brutta notizia. Quella buona è enorme ed è rappresentata dalla straordinaria Resistenza che il popolo honduregno, pur decimato negli anni’70 e ’80 dai Contras che Reagan lanciò a sterminio dei sandinisti del Nicaragua e delle sinistre honduregne, ha saputo mettere in piedi e mantenere in piazza, in ogni parte del paese, durante tutti i mesi di dittatura e stato d’assedio fino ad oggi. L’ultima grande manifestazione di centinaia di migliaia a Tegucigalpa si è svolta, a dispetto degli assassini mirati, dei desaparecidos, dei sequestri di persona, delle torture, della soppressione dei diritti civili, il 7 gennaio scorso. Le decine di movimenti sociali e sindacali che hanno composto fin qui il Frente Nacional de la Resistenza al Golpe de Estato, con un inusitato ruolo di punta delle donne, si sono ora dati per programma una lotta di lunga durata che veda il consolidarsi di un soggetto politico democratico anticapitalista, antimperialista e anti-oligarchia, nella prospettiva di uno scontro decisivo in vista delle prossime elezioni presidenziali.

L’ignavia di tante forze che si proclamano antimperialiste è tanto più grave se si pensa che i fatti dell’Honduras rappresentano, nell’analisi di tutti i più qualificati commentatori, come anche apertamente nelle campagne propagandistiche degli Usa, il primo episodio di un ritorno all’Operazione Condor, la sanguinaria strategia kissingeriana per imporre in tutta l’America Latina, attraverso feroci dittature, un libero mercato controllato dalle proprie multinazionali, a rapina delle risorse continentali: petrolio, gas, agroindustria, minerali, legname, acqua, biodiversità, immigranti schiavi di stampo rosarniano. E a gestione monopolistica della droga. Sette basi in Colombia, con il corollario di forze speciali Usa, come al solito immuni da incriminazione per ogni genere di delitto, per la guerra elettronica e di bassa intensità (affidata a esperti israeliani), in ispecie contro il Venezuela; nuove basi militari nelle Antille olandesi, sempre ad accerchiamento del Venezuela, capofila con Cuba della spinta rigeneratrice latinoamericana; addestramento di paramilitari colombiani all’intervento di sostegno a destre fasciste (già impiegate in Honduras); attentati alla vita di presidenti progressisti come Evo Morales in Bolivia e Fernando Lugo in Paraguay; movimenti secessionisti e destabilizzanti allevati in Bolivia, Ecuador, Nicaragua; violazioni dello spazio aereo cubano da parte degli Usa e irruzione di paramilitari colombiani; riattivazione della IV Flotta Usa che con portaerei e cacciabombardieri scorrazza nelle acque latinoamericane. Il presidente venezuelano Chavez parla di “tamburi di guerra” e, se non ce la fanno con le solite rivoluzioni colorate, gli Stati Uniti ritroveranno gli strumenti dei colpi di Stato, dei regimi fascisti e della guerra. Lo sostengono senza pudicizie democratiche, i più qualificati rappresentanti repubblicani al Congresso e al Senato. E Obama non ha mai smentito nei fatti di essere arnese, volente o nolente, del Pentagono.

La gran parte degli Stati latinoamericani, fatta eccezione per Colombia, Perù e Cile, ha disconosciuto le elezioni in Honduras e non riconoscono il nuovo regime. Il presidente brasiliano Lula si è erto a difensore di Manuel Zelaya e delle rivendicazioni delle masse honduregne. Il fronte del Sud è vasto, forte e determinato. Gli Stati Uniti sono impegnati in cinque guerre antislamiche: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, e, a ulteriore espansione dell’intervento, si inventano Al Qa’ida nel Maghreb, nel Sahara, nella Penisola Araba e in Somalia, dappertutto. La partita è aperta. Purchè ci stiamo anche noi.

Il golpe e la Resistenza in Honduras, i riflessi su tutta l’America Latina nel nuovo docufilm di Fulvio Grimaldi “IL RITORNO DEL CONDOR”, che dal 16 gennaio al 7 febbraio verrà presentato in tutta Italia con la partecipazione dell’autore e di Esly Banegas Avila, dirigente del Fronte della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras e presidente del Sindacato dei contadini nel Nordovest dell’Honduras (visionando@virgilio.it)

mercoledì 6 gennaio 2010

Usa-Honduras-America Latina: IL RITORNO DEL CONDOR







E' uscito il mio nuovo docufilm



"Usa-Honduras-America Latina: IL RITORNO DEL CONDOR"



dvd, 70'.

(Vedi nella colonna dei documentari)

PER ORDINAZIONI O PRESENTAZIONI CON L'AUTORE, SCRIVETE A QUESTO INDIRIZZO EMAIL: visionando@virgilio.it

Con il colpo di Stato e la dittatura in Honduras, gli Usa hanno lanciato la loro controffensiva contro i movimenti e governi di emancipazione e liberazione in America Latina, ma hanno subito incontrato una stupefacente resistenza di popolo con, nel caso dell'Honduras, un straordinario ruolo di punta delle donne. Con le sette basi militari e la totale colonizzazione della Colombia, la riattivazione della IV Flotta di guerra, l'accerchiamento del Venezuela bolivariano anche dal lato delle Antille Olandesi, le nuove basi in Panama e Paraguay, le cospirazioni secessioniste in Bolivia, Ecuador e Venezuela, i tentativi di colpi di stato anche in Paraguay e Bolivia, le forze speciali israeliane e statunitensi imperversanti nel continente, è iniziata la battaglia finale per il recupero del "cortile di casa" (petrolio, risorse minerarie, legno, pascoli, manodopera a basso costo, biodiversità, acqua), che per il mondo è il "Continente della speranza". Lo scontro è tra socialismo del XXI secolo e assassini del pianeta.




Usa-Honduras-America Latina
alla battaglia finale
IL RITORNO
DEL CONDOR
di
FULVIO GRIMALDI
Il ritorno del Condor. Il racconto del colpo di Stato effettuato in Honduras contro il presidente progressista Manuel Zelaya dai militari agli ordini dell’oligarchia honduregna e degli Stati Uniti. L’inizio di un’operazione Condor 2, con la quale Washington si propone di rinnovare i nefasti dell’operazione Condor degli anni ’70 che installò Pinochet in Cile e altre sanguinarie dittature in America Latina. Una controffensiva statunitense, con nuove basi militari in Colombia e manovre di destabilizzazione in tutto il Cono Sud, per strappare ai governi e movimenti progressisti e rivoluzionari quello che Washington considera il suo “cortile di casa”. L’irriducibile resistenza del popolo honduregno e dei popoli latinoamericani.

Fulvio Grimaldi. Giornalista, scrittore, inviato di guerra ex-Rai i cui docufilm sullo scontro tra popoli e imperialismo non verranno mai trasmessi dalla Rai. E’ il quarto documentario sul “continente della speranza”, dopo “Cuba, el camino del sol”, “Americas Reaparecidas”, “Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador: l’Asse del Bene”. Si affianca ai suoi popolari lavori di controinformazione su Balcani, Iraq, Libano, Palestina – ultimo “Araba fenice, il tuo nome è Gaza” – e ai libri sugli stessi argomenti e sulla crisi della Sinistra italiana.

Produzioni VisioNando-Roma – visionando@virgilio.it – tel/fax 06 99674258
Dal 16 gennaio al 7 febbraio Il Circolo di Italia-Cuba della Tuscia organizza, insieme ad altri circoli e strutture, un tour italiano di una dirigente del Fronte Nazionale della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras, nel corso del quale verrà presentato anche il nuovo documentario "Il ritorno del Condor". Per i dettagli potete telefonare ai rispettivi recapiti.

16 gennaio: Sesto S. Giovanni – Lotta e Unità (http://www.blogger.com/), Silvano, 349 6952474
17 gennaio: Segrate –CSA Baraonda (http://www.blogger.com/, Diego, 3398848530
18 gennaio: Bergamo – Circolo Italia-Cuba (http://www.blogger.com/), Francesco 3343554273, 0352650597

19 gennaio: riposo a Verona

20 gennaio: Verona – Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/), Paolo,
347 4898012
21 gennaio: Udine – Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/) Leonardo 3388715738, Walter 3383130544
22 gennaio: Venezia – Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/), Giuliana, 3358115235
23 gennaio: Trieste – Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/) Alma, tel. 349593527, 040813633

24 gennaio: Cremona, Italia-Cuba e Associazione America Latina ( http://www.blogger.com/), Laura 3475128394, Fabio


26 gennaio: Volterra - Italia-Nicaraguita, (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001426/!x-usc:mailto:nicaragua@sirt.pisa.it http://www.blogger.com/) Gaea, Gianni, 3402802463, 3475094298 rispettivamente
27 gennaio: Firenze, CSA Camilo Cienfuegos a Campi Bisenzio, Giuliano Ciapetti (http://www.blogger.com/), 3923042288, e Siena (http://www.blogger.com/) 3333789156

29 gennaio: Ravenna – Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/) , Giuliana Liverani, 3492878778
30 gennaio: Senigallia – Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/), Albinella, 3333806715
31 gennaio: Bologna, Italia-Nicaragua, Manuela (http://www.blogger.com/) 3282192233, Toni 3479152380


2 febbraio: Roma – Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/) , Marco, 3394242915
3 febbraio: riposo
4 febbraio: Napoli, Centro Culturale La Città del sole, Ciro (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001426/!x-usc:mailto:redportiamerica.it@gmail.com mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001426/!x-usc:mailto:antimp_na@hotmail.com), 3335030697, 0815490585

5 febbraio: trasferimento

6 febbraio: Bracciano- Circolo di Italia-Cuba (http://www.blogger.com/: http://www.blogger.com/) Sandra, 3393245665, 06 99674258

venerdì 25 dicembre 2009

PER L'HONDURAS, PER L'AMERICA LATINA, CONTRO I SILENZI COMPLICI


A metà gennaio inizierà un tour di incontri, secondo il calendario in calce, con la dirigente del Fronte Nazionale della Resistenza contro il Colpo di Stato in Honduras, Esly Banegas Avila, esponente anche del movimento delle donne nella Resistenza. Negli incontri verrà presentato dall'autore il nuovo docufilm d Fulvio Grimaldi "Usa-Honduras-America Latina: IL RITORNO DEL CONDOR", che illustra il colpo di Stato yankee in Honduras, la straordinaria resistenza sviluppata dal popolo honduregno e le prospettive di questo scontro tra movimenti di liberazione latinoamericani e controffensiva Usa. Intanto, nel silenzio della "comunità internazionale" e di tutte le sinistre in Honduras, dopo le elezioni-farsa gestite dai golpisti e disertate dal popolo, si è instauurato un regime del terrore che ricorda gli anni '80 dell'operazione Condor: squadroni della morte, assassini mirati, sequestri, sparizioni, tortura.




15 gennaio, ore 18.10, arrivo a Milan-Malpensa. Accoglienza dei compagni di Sesto.
16 gennaio: Sesto S. Giovanni – Lotta e Unità (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:brigantero@yahoo.it)
17 gennaio: Segrate –CSA Baraonda (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:sperrin@autistici.org, Diego, 3398848530
18 gennaio: Bergamo – Circolo Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:cubainforma@gmail.com)

19 gennaio: riposo a Verona

20 gennaio: Verona – Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:info@edizioni-achab.it)
21 gennaio: Udine – Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:x5.452@katamail.com)
22 gennaio: Venezia – Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:giuliana.grando@gmail.com)
23 gennaio: Trieste – Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:almacuba@libero.it)

24 gennaio: Cremona, Italia-Cuba e Associazione America Latina ( mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:littlepanda@libero.it)

25 gennaio: riposo a Cremona

26 gennaio: Volterra - Italia-Nicaraguita (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:gaea@trident.it)
27 gennaio: Firenze e Siena – CPA Firenze Sud, Collettivo Scienze Politiche (rasta mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:ska@virgilio.it), Siena (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:morandi.gabriele@yahoo.com)

28 gennaio: riposo a Firenze

29 gennaio: Ravenna – Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:giulia.l@racine.ra.it)
30 gennaio: Senigallia – Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:italiacuba.senig@gmail.com)
31 gennaio: Bologna, Italia-Nicaragua

1 febbraio: trasferimento a Manziana (RM) (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:italiacubatuscia@libero.it; mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:sandra.paganini@alice.it)
2 febbraio: Roma – Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:marco.papacci@fastwebnet.it)
3 febbraio: Roma – altra struttura da precisare, oppure riposo

4 febbraio: disponibile per iniziativa in Centro Italia (Napoli?), oppure riposo

5 febbraio: trasferimento e riposo a Manziana

6 febbraio: Bracciano- Circolo di Italia-Cuba (mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:italiacubatuscia@libero.it: mhtml:%7BF0617929-008B-45D7-8F00-44C71AB0F192%7Dmid://00001469/!x-usc:mailto:sandra.paganini@alice.it)

7 febbraio: partenza da Roma