giovedì 7 aprile 2011

Fattarelli e Pensierini





Noi non pensiamo di dover curare i bambini di Jenin perché sono violenti contro i soldati israeliani. La nostra sfida è cercare di essere produttivi. Ma essere produttivi non è un’alternativa alla Resistenza. Ciò che noi facciamo nel teatro non vuole essere un sostituto della resistenza palestinese nella lotta di liberazione. E’ il contrario… Noi stiamo unificando, con ogni mezzo, la lotta per la liberazione del popolo palestinese… Nessuno si è unito a questo progetto con il proposito di curare. Non siamo guaritori. Non siamo buoni cristiani. Siamo combattenti della libertà. (Juliano Mer-Khamis, cineasta e drammaturgo di Palestina)

I membri della società jamahiriyana proibiscono l’azione clandestina e il ricorso alla forza in tutte le sue forme, alla violenza, al terrorismo e al sabotaggio. Queste azioni rappresentano un tradimento dei valori e dei principi della società hamahiriyana, la quale afferma la sovranità dell’individuo in seno ai Congressi popolari di base che gli garantiscono il diritto di esprimere pubblicamente la propria opinione. Essi rifiutano e condannano la violenza come mezzo per imporre idee e opinioni. Adottano ilo dialogo democratico come unico mezzo di dibattito e considerano ogni azione ostile alla società jamahiriyana legata a un’istanza straniera, sotto qualsiasi forma, come alto tradimento nei suoi confronti. (Muammar Gheddafi, “La Grande Carta Verde dei diritti dell’uomo dell’era jamahiriyana”)


C’è chi, nell’era dei cartoni, dei servizi tv da 2 minuti, dei videoclip, della fretta disperata con cui ci rubano perfino il fiato, mi rimprovera di essere troppo lungo. Ecco qua: tanti pezzi brevi, fattarelli e pensierini. Se non li sommate, ma li dividete, sembreranno un veloce videogioco.



Juliano Mer-Khyamis
Un killer mascherato della Gestapo dei nazisionisti ha ammazzato davanti al suo “Teatro della Libertà” a Jenin, con cinque colpi di pistola alla testa, Juliano Mer-Khamis, un grosso frammento di spirito umano. E’ nel loro DNA, come in quello di un nostro connazionale che a sentire la parola “cultura” metteva mano alla pistola.. Per nascondere l’olocausto palestinese, questi transfughi dal Caucaso, fin dall’inizio si sono travestiti da mediorientali rubando agli autoctoni costumi, musica, vesti e cibi. Poi sono passati alle vie di fatto trucidandoli, gli autoctoni. DOPO UN PO’, vista l’occasione allestitagli dagli assassini di massa Bush, si sono dedicati a eliminare dalla coscienza umana il contributo iracheno: migliaia di intellettuali, scienziati, accademici, artisti, ammazzati dagli squadroni della morte sionisti. Decerebrare i popoli decapitandoli. Una missione alla Mengele elevata all’ennesima potenza. Roba che Robespierre e Himmler si mangiano le mani per non aver raggiunto simile vette.

Juliano aveva 53 anni ed era il figlio di due comunisti, un’israeliana e un palestinese, unione indecorosa e oscena per i pulitori etnici dell’invasione, che aveva dedicato la sua vita alla difesa e alla rinascita della cultura in Palestina, a cominciare dai suoi cittadini più reietti e massacrati, nella Jenin dell’assalto stragista israeliano dell’aprile 2002. Regista e attore di alcuni dei più bei film palestinesi ((“La piccola Tamburina”, “I bambini di Arna”), insieme a Zakariya Zubeidi, comandante delle Brigate di Al Aqsa e difensore di Jenin, e a due militanti ebrei, ha fondato e fatto vivere dall’inizio del secolo il “Teatro della Libertà”, una scuola di recitazone e un cinema a Jenin. Intollerabili spine nel fianco dei terminator israeliani. Eroico resistente dello spirito e del corpo, Juliano, era l’espressione vivente di quanto l’entità razzista e colonialista più teme: l’invincibilità dell’intelligenza, coloro che ingravidano la loro gente con l’amore per la conoscenza, la cultura, la creatività, il dialogo. Coloro che prefigurano con la loro opera e, nel caso di Juliano con il loro sangue, il giusto futuro per queste terre e per coloro che ci vivono: l’unità degli esseri umani veri nello Stato democratico pluriconfessionale e plurietnico di Palestina. Anatema per i nazisti.

Vittime e boia. Neri.
Non solo Libia. Costa d'Avorio, area strategica nel Golfo di Guinea, ricchissimo, appetibile produttore di cacao (Il 40% del mondo, più altre ricchezze). Il presidente legittimo, Gbagbo, antimperialista, è sotto assalto delle milizie del rivale Uttara, uomo di Washington e del FMI, sostenuto da 10mila mercenari ONU, spediti da Ban Ki-moon su ordine dei suoi padroni, e da 1500 invasori francesi che, nel pieno rispetto della sovranità del paese, hanno occupato l'aeroporto e bloccato il paese. La presa dell'Africa da parte dei "giovani rivoluzionari" venerati dalla pseudosinistra, continua. E qui si marcia, nel plauso di tutti gli autentici despoti e terroristi della "comunità internazionale", contro i "dittatori". Ma i "pazzi sanguinari" stanno tutti dalle nostre parti: Obama, Alain Juppé e Francois Villon, noti combattenti per l’autodeterminazione e la sovranità dei popoli, si stanno riprendendo un paese che il colonialismo aveva depredato per secoli. Ringraziano l’ONU che li ha autorizzati a intervenire per “salvare vite umane”, quelle che il loro accolito, Uttara, ha sterminato a migliaia nell’avanzata su Abidjan. Unici a protestare, i russi, quelli di Putin, non del “moderato” gorbacioviano Medvedev. Ma per Gbagbo, almeno per ora, non pare esserci partita contro “la comunità internazionale”. E, dunque, neanche per il suo ricco paese che, tra gli artigli degli avvoltoi bianchi cristiani, verserà tutto il suo sangue nei forzieri di Sarkozy e dell’uomo nero del “cambio”. E, come capita ai paesi un tempo liberi e prosperi, della libertà e della pace di un tempo, “i ricordi svaniranno nel tempo come lacrime nella pioggia”.

Ci voleva proprio un presidente nero per tornare a schiavizzare l’Africa, quello osannato dalle “sinistre” fino a quando non gli ha sprangato il cervello con il diluvio di missili su Libia, Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, fino a quando non ha mantenuto in piedi Guantanamo e potenziato l’equivalente afghano Bagram, fino a quando non ha confermato il Patriot Act per il quale chiunque può essere sbattuto in cella senza imputazione e processo, fino a quando non ha salvato i masnadieri delle banche a scapito di milioni di senza casa, disoccupati, impoveriti, fino a quando non ha dato alla Cia licenza di uccidere cittadini Usa, fino a quando non ha deciso che gli infelici a Guantanamo incarcerati e torturati non debbano essere affatto processati da tribunali civili, ma da corti speciali militari, all’israeliana, che obbediscono a un solo ordine, quello del boia. Anche se nero. Primo tra tutti Khaled Sheik Mohammed, il detenuto che, sottoposto a 150 episodi di annegamento (waterboarding), ha “confessato” di essere la mente dell’11 settembre, sostituendosi così ai veri mandanti USraeliani, e davanti a una giuria civile avrebbe magari potuto raccontare in che modo gli avevano estratto quella “confessione”.

Scudi umani
L'ultima schifezza giornalistica dei trombettieri Nato (come Stefano Liberti del "manifesto") è che a Misurata, dove i mercenari Nato si stanno spappolando, i lealisti avanzano con "scudi umani incatenati ai loro tank" (naturalmente nessuna prova video, solo le famigerate "fonti anonime"). Mancava nell'elenco della macchina dell'informazione all'uranio. La dovevano rilanciare, dopo che la storia degli scudi umani di Gheddafi era stata ridicolizzata da migliaia di tunisini liberamente saliti sui tetti della residenza del leader. Scudi umani, mercenari, soldati-bambino, stupri di donne, torture, capi che uccidono il proprio popolo... L'armamentario delle satanizzazioni cotte nell'aria fritta degli sparaballe di guerre Nato, Cia-Giulianoferrara-manifesto, è stancamente ripetitivo. Dai tempi delle guerre mondiali e coloniali viene appioppato a ogni governante da abbattere per predarne il paese. E si tratta pure di classico transfert. Ci si scansa dalle proprie efferatezze facendole precipitare sull'altro: Israele da sempre lega bambini palestinesi ai propri blindati e li costringe ad aprirgli la strada verso presunti combattenti nascosti. Mercenari al soldo degli Usa massacrano anonimi e impuniti in mezzo globo. Non c'è campagna bellica dei marines, dall'Iraq all'Afghanistan, di cui non si siano potuti documentare gli stupri di minorenni con lo sterminio delle loro famiglie. Senza parlare di Abu Ghraib, Bagram, o Guantanamo. Soldati-bambino sono stati usati in massa dalla Liberia alla Costa d'Avorio, dal Congo al Darfur, nelle formazioni ribelli agli ordini del nuovo colonialismo. Quanto a coloro che ammazzano il proprio popolo, ne sono testimoni 3mila cittadini disintegrati con le Torri Gemelle. Altro che il bue che dà del cornuto all'asino. Qui siamo all'F-16 che dà del bombarolo all'aquilone.

Nella Libia anti-globalizzazione ognuno, immigrati compresi, aveva una casa esentasse, non pagava sanità e istruzione, aveva il reddito e l'aspettativa di vita più alti del continente e la mortalità infantile più bassa. Come poteva sopportarlo, senza intervenire con le bombe, un paese con il 30% di disoccupazione giovanile, 30 imprese che muoiono ogni giorno, una tac dopo 16 mesi, il 15% in povertà e un 25% che la rasenta, un'istruzione baraccata che costa quanto un Cinque Stelle? Il nostro. Dunque, rifacciamo lo "scatolone di sabbia". Mal comune mezzo gaudio, no?
Centinaia di profughi affogati nel Mediterraneo, centinaia di civili libici disintegrati dalla Nato, decine di civili ammazzati in Yemen e Bahrein e, prima, in Egitto e Tunisia, altri dementi o banditi massacrati, insieme ai patrioti lealisti, nella guerra civile libica, milioni di sradicati allo sbando. Su chi ricade questo sangue e questa miseria? C'è anche Napolitano.
Le "forze speciali" Usa ed Europee, che da molti mesi bazzicano in Cirenaica per innescare la rivolta, sono uscite allo scoperto. Sono centinaia e, dopo la richiesta dei Quisling di aiuti militari, si mostrano ora ai giornalisti mentre, con veicoli e armi modernissimi, addestrano e sostengono al fronte i "giovani rivoluzionari. E’ questo che d’improvviso li ha resi simpaticissimi a “sinistra”.



CAROGNE
Sapete cosa si prova ad aprire una bara e trovarvi una carogna putrescente in cui formicolano vermi e scarafaggi? Repulsione, ripugnanza, conati di vomito, vero? Quello che qualsiasi persona dotata di una briciola di buongusto deve provare a vedere un cosiddetto ministro degli esteri, il lift-boy da cerimonia Frattini, precipitarsi tra la feccia di mercenari e sciacalli di Bengasi per essere il terzo, dopo i serialkiller di libici, Qatar e Francia, a riconoscere la cosca criminale di Bengasi e a elemosinare qualche goccia di petrolio, qualche sbuffo di gas, in cambio delle bombe dei nostri Tornado su Tripoli. Fino a ieri l'Italia, guidata da un gormito che, alla vasa vasa, baciava anelli e culi, navigava a gonfie vele grazie agli idrocarburi concessigli da Gheddafi in cambio del sacrosanto risarcimento per lo sterminio di due, tre generazioni libiche. Questo Stato di zoccole e prosseneti, "non donna di provincia, ma bordello", ammaestrato dalla Chiesa al tradimento, alla pugnalata alle spalle, al cambio casacca, al vendolismo, stavolta s'è picconato i coglioni. S'illude che la sua lap dance attorno ai pozzi di petrolio libici gli conservino qualche tanica di carburante. Sai le risate di Sarkozy, Cameron e Obama quando vedranno il guitto mannaro in mezzo a 60 milioni di automobilisti italiani inferociti, rimasti a secco, appesi allo sgocciolio da oleodotti chiusi o aperti secondo gli umori di Exxon, Total e BP. Dovrebbe essere peggio per il guitto e il suo lift boy che con Ruby. Ma ci penseranno i sinistri a levarli d'imbarazzo, convincendo tutti che la colpa è del "pazzo sanguinario" Gheddafi. Intanto, subito dopo Frattini, a prendere in mano la situazione e insegnare ai propri ascari con chi fare affari e con chi no, a Bengasi è giunto l’inviato di Obama, terzo, ma il più grosso, tra francesi, qatarini e il manichino Upim. I “generali” dell’insurrezione gli si sono aggrappati allo strascico di ermellino schiamazzando disperati per più armi, più missili, più sfracelli di popolo libico, dato che, marmaglia di venduti e mercenari che sono, bastano quattro gatti gheddafiani a farli cagare sotto. Pare che, di fronte al costo economico imposto alla “comunità internazionale” dalla forza e dalla volontà del popolo libico di non farsi sodomizzare dalle zoccole di Bengasi e dai loro papponi e alla luce della crisi politica scoppiata con alleati strategici come Turchia e Germania, emerga la soluzione B: vediamo di tenerci la Cirenaica con il più di petrolio e lasciamo per ora ai gheddafiani la sabbia dell’Ovest e del Sud. Presto o tardi faremo partire anche laggiù una qualche bella “rivoluzione colorata”

Mercenari
I briganti scatenati dall'imperialismo a Bengasi, oltre a dimostrarsi inetti e codardi in battaglia, si stanno azzannando tra di loro per la primazia al banchetto colonialista. E' scoppiata una contesa "fratricida" tra diversi referenti degli aggressori: Khalifa Hiftar, un manutengolo Cia arrivato da Langley, Usa, e nominatosi comandante militare, e il filofrancese vicepresidente del Consiglio di Transizione Abdul Hafidh Ghoga, il quale gli ha subito contestato la carica e gli ha opposto tale “generale” Abdul Gatah Yunis, causando grande smarrimento tra i fornitori di armi accorsi. Che si scannino tra di loro questi "giovani rivoluzionari, cari agli utili idioti. E' un classico tra mercenari.
Come diceva Gheddafi. L'inglese Daily Telegraph conferma la presenza di terroristi di Al Qaida in Libia, reduci dagli incarichi imperialisti assolti in Bosnia, Kosovo, Cecenia e Afghanistan antisovietico, che insieme alle bombe, ai missili all'uranio, ai droni Nato, lavorano alla distruzione della Libia e alla consegna del paese agli avvoltoi occidentali. Come ovunque, queste unità Al Qaida sono formate e guidate da agenti Cia.


Come diceva Gheddafi e come volevasi dimostrare. Il governo del Chad e altri del Sahel hanno chiesto ai mercenari di Bengasi di cessare la caccia puramente razzista a cittadini di questi paesi, fatti passare per "mercenari" di Gheddafi, catturati e uccisi in massa, mentre si tratta di lavoratori dei 2 milioni immigrati in Libia. Osservatori, senza fette di prosciutto sugli occhi, parlano di genocidio.





Acqua!!!
C'è il petrolio e c'è la posizione geostrategica a capo dell'Africa e in mezzo alle turbolenze insurrezionali arabe. E non è poco. Anche perchè se metti la mano sul rubinetto degli idrocarburi, tieni per la gola tutti i tuoi vassalli e valvassori. Ma c'è dell'altro, anche perchè, se non a tutti e magari a quelli che non vanno bene, come Cina e India, Gheddafi il petrolio lo vendeva. Avete sentito il ministro dell'Agricoltura libico avvertire che, siccome gli stavano cadendo vicino, se missili e bombe avessero colpito gli acquedotti, il 70% della popolazione (sgherri imperiali di Bengasi compresi) sarebbe rimasto a secco completamente. Cioè votata a morte sicura. E immediata, non come quella strisciante all'uranio, bell' e in atto. Accertato che in Occidente non ci si mette proprio niente a rubare acqua per sé e a privarne tutti gli altri, vedi Israele, resta il fatto che, se per ora l'Occidente delle guerre per petrolio, rotte e posizioni di forza, nell'acqua ci può ancora sguazzare, tutti sappiamo che le scelleratezze future dell'uomo bianco saranno per l'acqua. Sotto la Libia c'è un mare d'acqua dolce che sta lì da 38mila anni, è fresca, buona e purissima, come nessun farabutto dell'acqua minerale si sognerebbe mai. Gheddafi ne ha voluto fare la garanzia di vita e di scambio per il suo popolo e per l'Africa, anche una volta che gli idrocarburi fossero finiti e non avrebbero più portato gli introiti che oggi garantiscono alla Libia il più alto standard di vita del continente.


Sulla base del progetto "Grande Fiume", elaborato molti anni fa, nel settembre del 2010 il governo libico ha impegnato 33 miliardi di dollari per realizzarlo. Se volete leggere per il lungo il valore in dollari di tutta quell'acqua, calcolato ai prezzi di oggi (e non a quelli inimmaginabili di domani), ecco qua: 70.000.000.000.000. Zero più zero meno. Poteva lasciare indifferente la banda di predoni chiamata "comunità internazionale"? I lavori sono iniziati il 1 settembre dell'anno scorso. Più o meno il periodo in cui la Libia incominciava a pullulare di teste di cuoio e spie statunitensi, francesi e britanniche e si allertavano i vari burattini libici annidati nello Stato, o a libro paga di Londra e Washington. Se gli Usa non erano iperentusiasti dell'immediato sfascio della Libia e puntavano ai più accessibili bacini idrici latinoamericani, si sono fatti convincere da altri che avevano una sete fottuta, quella che già gli aveva fatto fare tre guerre contro il Libano per il fiume Litani, annettersi il Giordano, spaccare il Sudan per controllare il Nilo e mirare, grazie ai clienti curdi, ai grandi fiumi mesopotamici (uno passa anche per la Siria). Indovinate un po' chi? Quelli ai quali un acquedotto dal Grande Mare Dolce, attraverso l'Egitto, arriva subito subito. Fateli pure saltare, gli acquedotti libici (vedi mappa), fateli pure morire disseccati, tutti quanti, i cittadini di quel paese. Tanto il mare dolce sotterraneo resta a disposizione e meno gente c’è attorno, meglio è.


Il Pulitzer dei rettili
Quando condivide il copyright con qualche luminare del giornalismo anglosassone, "il manifesto" dà il meglio di sé. Stavolta l'articolone è del noto Immanuel Wallerstein ed è l'ennesima dimostrazione che alcuni commentatori ed editorialisti del "quotidiano comunista" (ha-ha-ha) sono una manica di coglionazzi, quale tanto arrogante quanto incompetente, quale tanto osservatore neutrale quanto amico del giaguaro. Esordisce il Pulitzer dicendo che Gheddafi e leader occidentali concordano nel voler stroncare la "seconda rivolta araba". Puttanata cerchiobottista che vorrebbe fare dell'agnello libico, azzannato dai lupi occidentali, il complice dell'affossamento delle rivoluzioni arabe. Solo che quelle autentiche di Bahrein, Yemen, Egitto, Somalia, Tunisia, Giordania, sono rivolte contro quei lupi, mentre l'opera buffa dei gaglioffi prezzolati di Bengasi è stata lanciata proprio contro quelle rivoluzioni. E contro colui che ne è stato per decenni, con Egitto, Iraq e Siria, uno degli iniziatori e il costante punto di riferimento. La specialità di questi Badoglio del giornalismo è di atteggiarsi a colombe e a strisciare e mordere come rettili. Dice bene, Wallerstein, quando dice che gli arabi si stanno muovendo con motivazioni e obiettivi simili al '68 del Nord, contro l'autorità, l'arbitrio, l'esclusione, la corruzione. Dice malissimo quando a questo assimila i vendipatria maneggiati da Cia, MI6 e Mossad, che puntano a tramutare il benessere e la dignità del popolo libico in risorse di Wall Street e della City. Altra stronzata: sarebbe stata la Lega Araba, col suo consenso alla no-fly-zone (di 9 governi su 22), ad aver convinto un riluttante Pentagono a entrare in campo, trascurando il dettaglio che gli Usa avevano fatto sapere ai despoti arabi che, se non avessero acconsentito alla no-fly-zone, non gli avrebbero consentito di andare a massacrare i rivoluzionari di Bahrein o Yemen. Anzi.

Pagato l'inevitabile obolo alle centrali imperiali dell'intossicazione, delirando su un governo Usa che sarebbe andato in Iraq per "fermare i massacri di Saddam Hussein", l'ominicchio s'impegna nell'operazione di tutti i sinistrati: frullare insieme capre e cavoli. La sollevazione libica contro "un leader particolarmente feroce" (non menziona Mubaraq, Ali, Saleh, Abdallah) sarebbe stata innescata dalle rivolte nei paesi vicini. Quindi parimenti nobile. No, Pietra del Bastione (Wallerstein), il pogrom libico l'hai, l'hanno, voluto tirare fuori dalla melma della sua fellonia al servizio dell'invasore, cucendogli addosso i panni dei rivoluzionari e martiri del Cairo e di Tunisi. Il tuo bastione è di pastafrolla e la tua pietra manca il segno. Chiude umanitariamente, il guru del "manifesto" e lamenta che non si intervenga anche quando gli ammazzati non sono 10mila (ovviamente quelli uccisi di Gheddafi), ma solo una decina. Forse pensa alla Siria. Il minchione non si chiede: chi uccide chi e perchè. Ai giusti, che siano uccisi dieci tagliagole yankee in Afghanistan, sta benissimo. E che a Bengasi paghino la loro fellonia gli sguatteri dell'Occidente, pure.


Messico e nuvole di tutti noi
Non solo Libia. In Messico, dove con Calderon negli ultimi quattro anni sono state uccise quasi 40mila persone in quella finta guerra al narcotraffico che è la militarizzazione del paese su mandato Usa, si è scoperto che la ditta Usa L-3MPRI, appalto del Pentagono, sta reclutando mercenari Usa per assistere i militari messicani nella cura del narcotraffico e nei bagni di sangue perlopiù di civili innocenti.


Fratelli arabi
I mercenari sauditi e del Qatar (paese di Al Jazira e del suo padrone, il sovrano assoluto, che ha ordinato alla sua emittente di stravolgere la verità sulla Libia), penetrati in Bahrein su mandato Usa per stroncare la rivolta di massa, puntellare il sultano e salvaguardare la base-anti-Iran della V Flotta, dopo aver ammazzato a cannonate 40 manifestanti inermi che, nella capitale Manama, occupavano egizianamente Piazza Perla, ieri hanno ucciso altri tre dimostranti. La rivoluzione nel Bahrein annega nel sangue e si attendono mercenari e F-16 all'uranio della "comunità internazionale" che, umanitariamente, per salvare i civili, intervengano contro il "pazzo sanguinario". Non sono ancora arrivati. Come mai? Forse perché, come raccontano gli autocrati di Bahrein e Arabia Saudita, i rivoltosi non sono che fanatici settari sciti, istigati dall’Iran, Stato canaglia numero uno e da Hezbollah, e cosa non si deve fare per impedire che gli ayatollah non polverizzino il mondo con le loro atomiche (come già aveva tentato di fare Saddam con i suoi falafel di distruzione di massa e Milosevic con i suoi cevabcici ). Guai a far sapere in giro che gli sciti sono il 70% della popolazione, represso ed escluso dal 30% sunnita accoccolato attorno all’emiro e che a Piazza della Perla c’erano quasi tutti i bahreiniti, sciti e sunniti fusi contro il despota parassita, puntellato dalle armi Usa. Meglio coprire il tutto con la “cospirazione persiana contro i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo” e dare così un senso alla V Flotta Usa ancorata lì davanti e ai propositi USraeliani di arrivare al redde rationem con l’ultima nazione sovrana musulmana ( e, a seguire e precedere, con Hezbollah e Hamas).

Sanaa, Yemen

In Yemen a due mesi dall'inizio di una rivoluzione anti-despota e anti-neoliberismo imperialista, siamo a più di 200 morti, in parte da missili Usa. Con i rivoltosi del Sud progressista e del Nord da sempre escluso e represso, con l'avanguardia studentesca di Sanaa, Taiz e Aden, si sono schierati alcuni degli alti comandi militari. Il regime del fantoccio Usa-Saudita, Ali Saleh, in una sola giornata ha ucciso oltre 50 studenti. Ieri, tre caduti negli scontri tra gli sbirri ancora fedeli al tiranno e rivoltosi appoggiati da militari. Il rischio ora è che, come in Egitto, l'imperialismo cerchi di sostituire l'indifendibile ex-fantoccio con i nuovi fantocci, "moderati", dell'esercito e così fottere la rivoluzione. Nessun intervento umanitario occidentale a difesa dei civili ansiosi di democrazia e libertà, massacrati dal regime. Come mai?

L’intemerato giudice Goldstone
Un civile ucciso e due feriti nella quotidiana decimazione del popolo di Gaza. Siamo a quasi 2000 morti ammazzati a partire dell'inizio di Piombo Fuso, compresi gli infermi che sono morti perchè non lasciati uscire per curarsi. Continua l'assedio a Gaza, la proliferazione delle case israeliane in Gerusalemme Est, le violenze e i furti dei coloni contro gli abitanti titolari di quella terra. A Gaza la gente vive nella fame e tra le macerie, perchè gli aguzzini non lasciano passare un etto di cemento, viveri e farmaci. Il Nuovo Egitto della Giunta Militare egiziano-yankee, che cerca di rubare la rivoluzione al popolo, continua la collaborazione genocida con Israele mantenendo serrato il valico di Rafah. Gli occupanti nazisionisti vessano senza soluzione di continuità la popolazione palestinese con cittadinanza israeliana, continuando anche a sottrargli terre. Il 61,3% delle famiglie palestinesi vive sotto il livello di povertà (l'80% a Gaza), Israele spende ogni anno 1.100 dollari per ogni studente israeliano e 192 dollari per quello arabo. Ruba ai palestinesi l'80% dell'acqua, pratica l'apartheid più razzista e feroce, è il più grande pulitore etnico dell'era presente e ha creato uno Stato teocratico etnicamente puro, con leggi razziali peggiori di quelle tanto deprecate del nostro 1938.
Tutto questo e le continue guerre d'aggressione, massimo crimine contro l’umanità, rimane da 60 anni, a dispetto di decine di risoluzioni ONU finite nel cesso dei premier sionisti, totalmente impunito. Come restano impuniti, nazionalmente e internazionalmente, gli assassinii, i rapimenti, le detenzioni abusive, le violenze corporali e sessuali, le torture, tutti crimini documentati dalle stesse organizzazioni israeliane. Su questo sfondo, dopo l'olocausto di Gaza, si era erta per conto del Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU, la figura di un onesto e coraggioso giudice ebreo sudafricano, Richard Goldstone, che aveva realizzato un'inchiesta shock sui crimini di guerra e contro l'umanità compiuti da Piombo Fuso. Per un anno e mezzo dopo il suo rapporto, che aveva suscitato la rabbiosa reazione di Israele, su Goldstone si sono avventate le lobbies ebraiche mondiali, con tutta la loro impareggiabile potenza di fuoco, di ricatto e di diffamazione. Pochi avrebbero resistito nella difesa della verità. Tra questi pochi non abbiamo trovato il giudice ebreo. Voce del sangue? Effetto di minacce irresistibili, tipo killer professionisti del Mossad? Povero Goldstone, alla fine è crollato: "Se avessi saputo allora ciò che so oggi, non avrei scritto quel rapporto, ora vado subito nell’amata Israele per una bella vacanza (gratis)".
Però ciò che sa oggi, l'intemerato Goldstone non ce lo dice... Invece ciò che sapeva ieri e che oggi sembra rinnegare, lo hanno inciso nel cervello e, spesso, nella pelle, un milione e mezzo di palestinesi di Gaza. E noi che l'abbiamo visto succedere.
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Corea del Nord
Pyongyang, 22 marzo. Un portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha così risposto alla domanda sollevata dal KCNA riguardo l’attacco militare americano in Libia:
“Il 19 marzo scorso, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare sulla Libia in collaborazione con alcuni paesi occidentali. Hanno apertamente interferito negli affari interni della Libia, scatenando una guerra civile ed architettando poi un’ingannevole risoluzione abusando dell’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Hanno infine organizzato un indiscriminato intervento armato andando oltre i limiti della risoluzione.
La RPDC denuncia energicamente quanto avvenuto come un orribile crimine contro l'umanità ed una deliberata trasgressione alla sovranità ed all’integrità territoriale di uno stato indipendente, in grave violazione della dignità del popolo libico e del proprio diritto all’esistenza. Tale azione di guerra non può assolutamente essere giustificata e dovrebbe essere interrotta immediatamente.
Il mondo assiste quasi quotidianamente all’insopportabile morte di tantissimi civili ed agli indicibili disastri causati dalle due guerre avviate dagli americani nel nuovo secolo. Non contenti di tutto questo, gli Stati Uniti hanno incoraggiato una nuova disastrosa guerra allo scopo di portare ad un cambio di regime in Libia, con il falso pretesto di “proteggere i civili”, per porre poi le risorse naturali libiche sotto il proprio controllo.
Gli USA non hanno esitato ad interferire negli affari interni di altre nazioni e ad attuare interventi armati, abusando del nome dell’ONU, noncuranti della sovranità di stati indipendenti. Tali prepotenti ed arbitrarie pratiche sono divenute attualmente il motivo principale di rischio per la pace e la stabilità mondiale.
L’attuale crisi libica insegna un’importante lezione alla comunità internazionale.
Era già evidente agli occhi del mondo come la tanto strombazzata “dismissione nucleare in Libia” era l'inizio della strategia di aggressione architettata dagli americani, che prevedeva di persuadere lo stato-rivale con suggestivi appelli a “garantire la sicurezza” ed al “miglioramento delle relazioni” allo scopo di disarmarlo e poi attaccarlo in forze.
Questo dimostra ancora una volta la verità storica che la pace possa essere preservata solo costruendo ciascuno la propria forza finché nel mondo continueranno queste pratiche ingiustificate e prevaricatrici. La RPDC era pienamente nel giusto quando intraprese la politica del Songun, e la capacità di difesa militare costruita grazie ad essa fa da preziosissimo deterrente allo scoppio di una guerra, garantendo pace e stabilità nella penisola coreana”.
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STOP THE WAR
stopwar.altervista.org


MANIFESTAZIONE NAZIONALE
NAPOLI, 16 APRILE
CONTRO L’IMPERIALISMO, AL FIANCO DEL POPOLO LIBICO E DI TUTTI I POPOLI IN RIVOLTA


Ci risiamo. L’Italia - che a parole ripudia la guerra - si è lanciata in una nuova aggressione militare, al fianco di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti; la quinta in vent’anni, la terza nel giro di un decennio.
I motivi? Per questa, come per altre guerre, sono chiari e precisi: la rapina di risorse energetiche e materie prime - di gas e petrolio - e gli affari delle grandi aziende e della grande finanza. L’attacco alla Libia di Gheddafi, fino a ieri “nostro miglior alleato”, rappresenta anche la possibilità di gestire un territorio-chiave, di addomesticare tutte le rivolte che stanno agitando il Nord Africa e il mondo arabo, di controllare un pezzo di mondo che si è risvegliato e cerca da sé la sua libertà.
Questo attacco ha già causato già centinaia di morti fra i libici, e tanti ancora ce ne saranno non appena l’uranio impoverito, utilizzato in questa come in tutte le altra guerre degli ultimi anni, comincerà a mostrare i suoi terribili effetti. [continua]
ASSEMBLEA CONTRO LA GUERRA
per info e contatti: stopwar.altervista.org
appello per la mobilitazione
lista adesioni (in continuo aggiornamento)
il manifesto

lunedì 4 aprile 2011

PERCHI SUONA LA CAMPANA DEI PACIFINTI - IL TRIDENTE AFRICANO

Più qualche prezioso contributo altrui, con l’elenco degli utili idioti e degli amici del giaguaro che il 2 aprile hanno cerchiobottato a Piazza Navona. E’ più folto questo elenco degli sciagurati né-né, che non la loro presenza in piazza. Segno, o che delle nostre carneficine non gliene frega più molto a molti, o, bicchiere mezzo pieno, che l’ambiguità di chi  lamenta le bombe, ma avalla le infamie demonizzatrici dell’imperialismo, non tira più.
Intervento umanitario
Gli italiani ridono della vita: ne ridono assai più e con persuasione intima di disprezzo e freddezza, che non fa niun’altra nazione… Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci. (Giacomo Leopardi)
I parlamenti, escludendo le masse dall’esercizio del potere e riservando a proprio vantaggio la sovranità popolare, sono divenuti una barriera tra popolo e potere. Al popolo non resta che la falsa apparenza della democrazia che si manifesta nelle  lunghe file di elettori venuti a mettere nelle urne i loro voti. Il parlamento è costituito formalmente come rappresentante del popolo, ma questo principio è in se stesso non democratico, perché democrazia significa potere del popolo e non potere della rappresentanza di esso. L’esistenza stessa del parlamento significa assenza del popolo. La vera democrazia non può esistere se non con la presenza del popolo stesso e non con la presenza di suoi rappresentanti. (Muammar Gheddafi).
I bombardamenti colpiscono quartieri, città… fermate questo massacro, qualcuno nel mondo faccia fermare questo massacro e rispettare il popolo libico, la sua indipendenza e la sovranità dei popoli di questa terra. … La Libia è la Libia, si deve rispettare la sovranità dei popoli e esigere il diritto alla vita, alla pace, al diritto internazionale e alla causa umana. Fino a dove arriva la follia dell’imperialismo? Bisogna fermare l’imperialismo yankee, è una minaccia enorme che ha annegato nel sangue e nella miseria un mondo che pretende libertà. (Hugo Chavez).
(Articolo imperdibile di Giulietto Chiesa sul complotto antilibico anglofrancese)
A questo documento va aggiunto l’altro che ci rivela come nel 2008 gli Usa stabilirono a Stoccarda il nuovo comando militare per l’Africa, AFRICOM, in vista di garantire militarmente (bombe, missili, marines, torturatori, quisling indigeni assoldati) l’assalto economico alle risorse del continente. Gheddafi rifiutò di partecipare a questo piano antiafricano e imperialista, lo denunciò come tale, sollecitò  l’Unione Africana, da lui promossa a non aderire e, infatti, nessun paese africano, nemmeno i più servili e assoggettati, concesse la sede ad AFRICOM sul suo territorio (per cui ora è previsto il trasferimento a Napoli, nella sovrana colonia Italia (di cui si irride il Risorgimento antimperialista). Per lo stesso motivo i franco-Usa buttano per aria la geostrategica Costa d’Avorio, in Africa Occidentale, disconoscendo la vittoria alle presidenziali dell’anno scorso del presidente uscente, l’anticolonialista Gbagbo, e avallando i brogli e la sedizione dell’uomo dell’Occidente, Uttara, reduce da una lunga permanenza negli Usa e Alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, il noto vampiro dei popoli. Ora questo rinnegato fantoccio è all’attacco sostenuto dalle tribù del Nord (opportunamente da tempo bengasizzate), ma anche da 8000 effettivi dell’ONU, assicurategli dal superquisling Ban Ki-moon.

A proposito delle prove fornite da Chiesa per una guerra alla Libia pianificata dai franco-inglesi da mesi e mimetizzata da una presunta “esercitazione” militare negli stessi  giorni dell’attacco, propagandisticamente preparata dalla rivolta dei banditi di Bengasi, integrati da centinaia di spie e teste di cuoio occidentali, ricordiamo l’analoga fenomenologia  dell’11 settembre e degli attentati a metro e bus di Londra del 2005. Anche in questi casi erano in corso nelle stesse ore “esercitazioni” che, a New York, mimavano un’incursione di terroristi aerei contro proprio quegli obiettivi e, a Londra, una serie di attentati nella metropolitana. Qui fu una società israeliana a organizzare il tutto. Stupefacente coincidenza. Come quando, subito dopo una minaccia di Osama di colpire centri nevralgici Usa, ad Amsterdam, grazie all’intervento della sicurezza israeliana, un tipo bizzarro senza passaporto e senza visto per gli Usa, fu fatto imbarcare sul volo a Detroit, Natale 2009, durante il quale si bruciò le mutande tentando di innescare un mortaretto, mentre qualcuno lo riprendeva da due file dietro con la telecamerina. Lo sprovveduto strumento della provocazione era un nigeriano proveniente dallo Yemen. Magnifica occasione per denunciare la presenza nello Yemen colonizzato,  squassato  dalla rivolta delle sue popolazioni contro un fantoccio dell’Impero, della solita Al Qaida da debellare prima che facesse saltare per aria la Casa Bianca.  Meditate gente, meditate.
Tra i numerosi precedenti della “rivoluzione” monarco-integralista-mercenaria di Bengasi, oltre ai preparativi per l’attacco franco-britannico dal 21 marzo in poi, partiti mesi prima, c’è anche l’accordo concluso con alcuni satrapi della Lega Araba dalla strega di Haensel e Gretel, Clinton: se avessero consentito alla zona di interdizione al volo sulla Libia, gli Usa avrebbero autorizzato i vassalli sauditi e degli Emirati di invadere il Bahrein e schiacciarne la rivolta degli oppressi contro il monarca, custode della base della V Flotta Usa.. Sulla carta, tale consenso ci fu, ma fu un consenso, appunto di carta. Un mito. Infatti dei 22 Stati membri della Lega, solo 11 si presentarono. Di questi due, Siria e Algeria, rifiutarono. Votarono per la no-fly-zone, però strettamente limitata a inibire i voli dei lealisti (s’è visto), solo 9 membri. Abbastanza per far proclamare ai carnefici: “Anche gli arabi stanno con noi”.
IL TRIDENTE AFRICANO ANGLO-FRANCO-USA
I boccaloni e volponi che si sono riuniti a Piazza Navona, formalmente per la pace in Libia, in sostanza in appoggio ai motivi adotti per la controrivoluzione di Bengasi e l’aggressione dei “volenterosi” (volenterosi di revanscismo colonialista), erano per fortuna quattro gatti, a dimostrazione che quel doppiogiochismo inchiappetta sempre meno gente. Oggi basta dare un’occhiata alla mappa dell’Africa, vedere i tre focolai di destabilizzazione con intervento occidentale (sempre quello: francesi, britannici, statunitensi e chaperon ONU) e, capire, sempre che non si sia oligofrenici alla Rossanda, o quinte colonne tipo una qualunque ONG, l’operazione geostrategica per la quale l’imperialismo ha approntato i suoi interventi. Siamo nella “Fase Tridente”, una strategia che punta ad accerchiare il Nord e Centro Africa, largamente già assoggettati (Marocco, Egitto, fascia sahariana e subsahariana dal Corno d’Africa al Senegal), facendone saltare  le tre cerniere: Libia, Eritrea-Somalia (con allegato Yemen) e Costa d’Avorio.
In Somalia sono all’opera i mercenari  di paesi satelliti come Uganda, Etiopia e Ruanda (del quale ultimo qualche finto fesso in Italia celebra ora la “giornata della memoria del genocidio Tutsi”, colossale falsificazione franco-Usa di quanto avvenuto veramente in quel paese ridotto a zerbino occidentale). Non riuscendo a eseguire il mandato di debellare la rivolta patriottica degli Shabaab, mercenari e quisling si limitano alla soluzione imperialista B di trucidare più gente possibile e mantenere il paese nelle condizioni di Stato fallito e di caos permanente. Condizione che consente all’Occidente di praticare i suoi flussi criminali, militari e petroliferi, lungo la rotta strategicamente più cruciale del mondo.
L’Eritrea, sotto Isaias Afeworki  bastione di indipendenza e autodeterminazione, nonostante i ripetuti assalti bellici del despota etiopico, Meles Zelawi, le criminali sanzioni occidentali e l’accanimento demonizzante dei soliti media-puttana (anche qui eccelle il purulento manifestaiolo Stefano Liberti, ora a invocare missili sui civili di Mishrata, già massacrati dai mercenari controrivoluzionari), è nella fase dei prodromi propagandistici mirati a convincere l’opinione pubblica di marca Gino Strada, Rossanda e Morgantini, ad accompagnare quella che sarà l’ennesima guerra umanitaria contro un “dittatore, pazzo sanguinario” e per la “democrazia”. Lo dovrebbero facilitare, oltre al cliente del lupanare occidentale, Etiopia (nel quale la nostra “Salini” sta compiendo l’ennesimo crimine ecologico, con una megacentrale idroelettrica che sottrarrà acqua ai paesi a valle, Sudan ed Egitto, così ricattabili), i secessionisti del neo-Stato fantoccio Sud Sudan. Un Kosovo africano allevato da Israele, Vaticano, Usa, UE, creato per sottrarre petrolio e acqua del Nilo agli effettivi o potenziali disobbedienti a valle e per fornire basi logistiche e mercenariato ad altri interventi (Darfur e, appunto, Eritrea). Con il Sudan, non è finita. Non contenti della separazione del Sud, ora si tratta di strappare al paese ostinatamente renitente alla ricolonizzazione, anche l’enclave di Abyei, che gli accordi del 2005 avevano assegnato al Nord. E ad Abyei che si trovano i giacimenti di petrolio più ricchi ed è la Cina, che ne riceveva la massima quantità, che ne deve essere esclusa a vantaggio di Exxon, BP, Total e Shell.
Sostenitori del presidente Gbagbo
Al momento l’aggressione più feroce e scoperta è quella contro la Costa d’Avorio, antico feudo francese, conservato, a dispetto dell’indipendenza formale, nella sfera d’influenza del padrone coloniale, fin dal “padre della patria” e fantoccio Houphouet Boigny (arteriosclerotica tartaruga da terrarium francese, che intervistai una trentina d’anni fa). Fu il successore Laurent Gbagbo a porre fine a questo vergognoso vassallaggio e a utilizzare la ricchezza del paese, principalmente cacao, per un’effettiva indipendenza e il miglioramento delle condizioni di vita di una popolazione stremata e di un paese saccheggiato dal neocolonialismo. Immediatamente fu messa in atto la classica destabilizzazione frazionistica, facendo leva su fin lì sopite differenze confessionali e tribali tra Nord e Sud e provocando una guerriglia strisciante, dove alle popolazioni largamente nomadi del Nord vennero fatte le solite promesse di Bengodi e forniti i mezzi per una sollevazione armata. Si arrivò così alle elezioni presidenziali dell’anno scorso, con il paese  infestato dalla guerriglia, da 9000 mercenari caschi blù “di pace”, ovviamente schierati contro Gbagbo e, ultima ora, da un contingente di 1.500 truppe del solito farabutto-gigolò di Parigi. Diritto d’ingerenza ovviamente garantito dall’ONU alla banda genocida anglo-franco-israeliana in gara per l’Africa con i collusi-collisi Usa. Tanto genocida che oggi una Geraldina Colotti del “manifesto”, giornalista onesta e consapevole, che aveva raccontato le stragi in atto per mano del candidato presidenziale, Alessane Uttara, sconfitto (per la Corte Suprema avoriana, ma non per la “comunità internazionale”), è stata sostituita dalla solita mosca cocchiera di Lettera 22, in attesa, magari, che, sciolto dal compito Nato in Libia, arrivi il filo-pogromista Liberti. Uttara, in queste ore, sta avventandosi sulla capitale economica Abidjan, annegando nel sangue con in suoi tagliagole coperti dal mercenariato franco-ONU quanto va incontrando. In sintonia con i gaglioffi Cia messi a capo dei “giovani rivoluzionari” monarco-integralisti di Bengasi, Uttara offre ogni garanzia per il programmato saccheggio e la  riduzione in colonia di un paese irrinunciabile per la sua posizione strategica nel gomito del Golfo di Guinea.  Come ricordato sopra, è l’ennesimo burattino imperialista allevato nelle università statunitensi e negli alti gradi del Fondo Monetario Internazionale. Sicuramente un soggetto “democratico”, da sostenere contro il “pazzo sanguinario Gbagbo”, anche per gli accoliti dei guru pacifisti di Piazza Navona, una volta che il loro sguardo strabico si sarà allungato dalla Libia e dalla Siria fino a al cuore dell’Africa Nera.
Della Siria parleremo la prossima volta. Intanto due notiziole sul santo subito Gino Strada. Non v’è dubbio che al capo di Emergency vanno riconosciuti meriti anti-guerra e per le vittime dell’Afghanistan, ma qualche ombra sull’immacolata figura non dovrebbe essere trascurata, a partire dalla sua vergognosa marcia al traino dello tsunami anti-Gheddafi. Ero nell’Iraq squartato dall’invasione dei “volenterosi”, quando Strada si presentò a Kerbala con la proposta di erigervi uno dei suoi ospedali (un altro lo aveva messo su, chissà perché, nel Kurdistan iracheno, del tutto pacificato e sotto controllo dei capibanda narcotrafficanti Barzani e Talabani, a loro volta tentacoli della penetrazione israeliana). Nonostante i mirati bombardamenti alleati, l’Iraq conservava allora ancora quella struttura sanitaria dell’era Saddam che era considerata la più avanzata dell’intera regione. Ogni città pullulava di ospedali e di medici di altissimo livello. I quali spiegarono a Strada che di un suo ospedale non v’era alcun bisogno, ma che piuttosto facesse arrivare macchinari e farmaci, visto che embargo e missili ne avevano falcidiati la gran parte. Una richiesta che al nostro non interessò per cui, insalutato ospite, se ne andò. Mancanza di resa pubblicitaria e, quindi, economica, per Emergency? A pensar male… Strada ci spieghi. E ci spieghi anche perché avesse ritenuto necessario creare in Sudan un sofisticato centro d’eccellenza cardiologico, non certo destinato alle masse impoverite di quel paese, da anni sotto sanzioni occidentali e mutilato dalle aggressioni belliche, piuttosto di un più popolare centro per gli endemici guai sanitari di massa della popolazione: malaria, patologie da denutrizione, tubercolosi…   
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E qui di seguito qualche notizia interessante di Enrico Piovesana  sul grembo dal quale sono usciti i “ragazzi rivoluzionari libici” cari agli apripista di sinistra delle carneficine imperialiste.

25/03/2011

Rivelazioni sul coinvolgimento dei servizi segreti francesi nella pianificazione delle rivolte anti-Gheddafi e sulla presenza in Cirenaica di forze speciali angloamericane fin dalle prime fasi della ribellione, se non da prima


Se non fosse per l'aspro scontro diplomatico in atto tra Italia e Francia sulla Libia, difficilmente saremmo venuti a conoscenza degli imbarazzanti retroscena della 'rivoluzione libica' pubblicati ieri dalla stampa berlusconiana, che dimostrano come la rivolta popolare contro Gheddafi sia sta orchestrata da Parigi fin dallo scorso ottobre.
Il quotidiano Libero, citando documenti riservati dell'intelligence francese (ottenuti dai servizi italiani) e basandosi su notizie pubblicate dalla newsletter diplomatica Maghreb Confidential, racconta come l'uomo più fidato del Colonnello, il suo responsabile del protocollo Nouri Mesmari (nella foto con Gheddafi), lo abbia tradito rifugiandosi a Parigi lo scorso 21 ottobre.
Lì, nel lussuoso hotel Concorde Lafayette, questo inquietante personaggio ha ripetutamente incontrato i vertici dei servizi francesi, fornendo loro informazioni politiche e militari utili per rovesciare il regime libico e contatti libici fidati per organizzare una rivoluzione.
In base a queste indicazioni, il 18 novembre agenti francesi al seguito di una missione commerciale a Bengasi hanno incontrato il colonnello dell'aeronautica Abdallah Gehani, pronto a disertare. Gheddafi scopre qualcosa e dieci giorni dopo chiede alla Francia di arrestare Mesmari, ma lui chiede asilo politico e continua a tessere le sue trame.
Il 23 dicembre arrivano a Parigi altri tre libici: Faraj Charrant, Fathi Boukhris e Ali Ounes Mansouri, ovvero al futura leadership della rivoluzione libica. Mesmari, sempre sorvegliato/protetto dai servizi francesi, si incontra con loro in un lussuoso ristorante degli Champs Elysèe.
Subito dopo Natale arrivano a Bengasi i primi ''aiuti logisitici e militari'' francesi.

A gennaio Mesmari, soprannominato dagli 007 francesi 'Wikileak' per tutte le informazioni che rivela, aiuta Parigi a predisporre i piani della rivolta assieme al colonnello Gehani. Ma i servizi segreti libici scoprono le intenzioni di quest'ultimo e lo arrestano il 22 gennaio.
Qui finiscono le rivelazioni di Libero, ma cominciano quelle sull'arrivo di commando di forze speciali britanniche e statunitensi a Bengasi.
Tra il 2 e il 3 febbraio, secondo ''informazioni raccolte in ambienti ben informati'' dal blog
Corriere della Collera (dell'analista politico Antonio De Martini, ex responsabile del movimento repubblicano 'Nuova Repubblica'), uomini delle Sas e delle Delta Force sarebbero giunti in Cirenaica per inquadrare e addestrare i futuri ribelli.
Il 17 febbraio scoppia la rivolta in Cirenaica.
Secondo fonti di stampa vicine ai servizi segreti
israeliani e pachistani, una settimana dopo, nelle notti del 23 e 24 febbraio, sbarcano a Bengasi e a Tobruk centinaia di soldati delle forze speciali britanniche, statunitensi e anche francesi per aiutare i rivoltosi a sostenere la dura reazione militare del regime di Gheddafi: i gruppi ribelli vengono organizzati in unità paramilitari e addestrati all'uso delle armi pesanti catturate dai depositi governativi.
La consistente presenza di forze militari inglesi in Cirenaica fin dalle prime fasi della rivolta anti-Gheddafi (almeno da fine febbraio) verrà successivamente confermata dal giornale britannico
Sunday Mirror.

I primi di marzo, secondo il settimanale satirico francese
Le Canard enchainé, i servizi segreti francesi della Dgse hanno fornito ai ribelli libici un carico di cannoni da 105 millimetri e batterie antiaeree camuffato come aiuto umanitario e accompagnato da addesratori militari.
I mesi di pianificazione portata avanti dall'intelligence francese e il tempestivo, se non preventivo, sostegno militare anglo-americano-francese sul terreno, gettano nuova luce sulla natura della 'rivoluzione libica'.
Enrico Piovesana

Stiamo assistendo, noi, cittadini dell'italiota colonia, allo spettacolo di un'ultrasinistra rivoluzionaria asfittica e gaudentemente persa in riti orgiastici di una rivoluzione (tutta interna al loro unico neurone) delle masse operaie in cerca del paradiso “socialista”. Gli attori di questa rivoltante rappresentazione, prodotti composti da merce avariata, si sono gioiosamente amalgamati nel puzzolente miscuglio mefitico-velenoso del favoreggiamento all’ intervento “umanitario dei volenterosi” contro la Libia di Geddafi, evento neocoloniale e imperialista sviluppato e voluto dal gigolò con la “r“ moscia Sarkosion e dal massone sionista Cameron, con la supervisione interessata del serpente nero con testa di Giano bifronte, Obamomo. Quadro assomigliante sempre più ad un grande esilarante dramma satiresco, in cui attorucoli e attricette imbandierati a festa con chitoni e tuniche rosso stinte, stipati sul carro del famoso commediante attico Tespi, s'impegnano in una pièce tragicomica scritta per loro dai summenzionati vampiri e dalle “umanitarie” 7 Sorelle.
(Antonio d’Angelo)
2 aprile, ore 17, manifestazione in piazza della Vittoria
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Ecco, per chi fosse interessato a ravanare nella palude pacifinta per vedere chi c’è e chi non c’è, un  elenco di chi s’è intruppato nella combriccola  cerchiobottista sotto l’appello di Strada e compagni che metteva in testa la parola d’ordine  dei barbari ante e intra portas: “Porre fine alla guerra di Gheddafi contro il suo popolo e contro i migranti”. Teneteli a mente questi nomi e queste sigle. Saprete su chi non contare nella lotta per la liberazione dell’uomo. Anteponiamo a questa lista dell’ipocrisia una calzante espressione di pacifismo Imperialista, come  espressa da tale Ugo Onelli sul solito “manifesto” (dove, da Mishrata, ancora insiste l’antigiornalista Stefano Liberti, inviato del “quotidiano comunista”, ma anche di qualcun altro, perché questa mollacciona di Nato intervenga a sostegno dei “giovani rivoluzionari” e dei “civili massacrati da Gheddafi”): Un’idea sarebbe quella di impegnarci nel paese e nel mondo, nelle nazioni e nelle organizzazioni internazionali come l’ONU perché siano comminate sanzioni economiche, embarghi totali nella fornitura di armi a quei paesi che non rispettino diritti umani e democrazia, a quei paesi che non osservino le risoluzioni dell’ONU…”  Questo integerrimo dirittoumanista e democratico, a prescindere dal classico culto dell’ONU che, come Napolitano, da sempre firma tutte le scelleratezze belliche dei potenti e a prescindere dall’affidamento della pace  a organizzazioni internazionali, magari FMI o BM, o OCSE, o Trilateral, o Bilderberg, o massoneria, o mafia, non si avvede che stupra alcuni principi fondamentali del diritto internazionale: quelli che hanno consentito ai briganti vincitori di processare i briganti sconfitti a Norimberga: sovranità e autodeterminazione dei popoli. Ciò di cui, forse con soddisfazione, si avvede è che cosa abbiano causato all’Iraq 12 anni di sanzioni ed embargo: un milione e mezzo di morti, di cui 500mila bambini. Ma Onelli la pensa come quella tra le ginocrati immancabili a cavallo delle bombe, Madeleine Albright,  quando dichiarò che quello “era un prezzo giusto da pagare per eliminare Saddam Hussein”.
Giornata nazionale di mobilitazione contro la guerra. Centinaia le adesioni al Coordinamento 2 aprile
Il primo aprile si manifesta all'Aquila. Il 2 aprile iniziative a Roma, Aviano, Manduria, Ventimiglia, Milano, Genova, Firenze, Vicenza e in altre 35 città.
Il 3 a Sigonella e Mineo.
Sono centinaia le adesioni di organizzazioni, associazioni e movimenti
all'appello del coordinamento
Nel Coordinamento 2aprile si riconoscono organizzazioni, associazioni, movimenti, singole persone unite dal rifiuto della guerra e dalla convinzione che sia necessario impegnarsi per fermare i bombardamenti e imporre il cessate il fuoco in Libia, sostenere le rivoluzioni e le lotte per la democrazia e la libertà dei popoli mediterranei e del mondo arabo, garantire accoglienza e protezione ai profughi e ai migranti, opporsi alle dittature , ai regimi, alle occupazioni militari, alle repressioni in corso.

Il coordinamento lancia un appello per fare del 2 aprile una giornata di mobilitazione a Roma e in tante altre piazze d'Italia, avviando un percorso di iniziative diffuse sul territorio.

Di seguito il testo dell'appello con le adesioni fin qui raccolte. In allegato un primo elenco delle iniziative già programmate in più di 40 località. Oggi si manifesta all'Aquila, il 2 aprile iniziative a Roma e nelle principali città, ma anche ad Aviano, a Manduria, a Ventimiglia. Il 3 aprile a Sigonella e a Mineo.

APPELLO
Le persone, le organizzazioni e le associazioni che, in questi giorni, hanno sentito la necessità – attraverso appelli, prese di posizioni e promozioni di iniziative – di levare la propria voce contro la guerra e la cultura della guerra, per sostenere le rivoluzioni e le lotte per la libertà e la democrazia dei popoli mediterranei e dei paesi arabi, per l'accoglienza e la protezione dei profughi e dei migranti, contro le dittature, i regimi, le occupazioni militari, le repressioni in corso, per il disarmo, un'economia ed una società giusta e sostenibile chiedono lo stop ai bombardamenti e il cessate il fuoco in Libia, per fermare la guerra, la repressione ed aprire la strada a una soluzione politica coerentemente democratica.
Il 2 aprile 2011, sarà una grande giornata di mobilitazione e partecipazione attiva a Roma e in tante piazze d'italia. A partire da quella data ci impegniamo a dar vita ad un percorso diffuso sul territorio di mobilitazioni, iniziative, informazione, assemblee, incontri e solidarietà con i movimenti dei paesi arabi.
Prime adesioni:

Arci, Action, Associazione Ya Basta Italia, Associazione Mediterranea, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione per la pace, Associazione Senzaconfine, A Sud, Attac Italia, AteneinRivolta, Comitato Fiorentino Fermiamo la guerra, Cobas, Democrazia Chilometro Zero, Donne in nero, Emergency, ESC, FIOM-CGIL, Gruppo Abele, Horus Project, Lega diritti dei Popoli, Legambiente, Libera, Lunaria, Rete@Sinistra, Rete della Conoscenza, Rete Romana Solidarietà al Popolo Palestinese, Rete Studenti Medi, Sinistra Euromediterranea, Stryke-Yomigro, UDU, Un ponte per, Forum Ambientalista, Altragricoltura, IPRI, ASCIA, Comunità Somala Lazio, Amig@s Sem Terra, Associazione Obiettori Nonviolenti, Punto Rosso, Senzaconfine, Rete Antirazzista Firenze, Gruppo Sconfinate, Terre del Fuoco, Iniziativa Femminista Europea

FedS, FGCI, GC, PCL, PdCI, Prc, Sinistra Critica, SeL

Altre adesioni:

Rete Nazionale Radiè Resh, Associazione Donne Brasiliane in Italia, Associazione Sopra i ponti Bologna, WILPF, Associazione Ecoinformazioni, perUnaltracittà-Firenze, Centro ligure di documentazione per la pace, Rete controg8 per la globalizzazione dei diritti, Comitato intercomunale per la Pace nel Magentino, Movimento Nuovi Profili, Collettivo Byzantium Onlus, Associazione Spirit Romanesc, Coordinamento Donne contro il razzismo – Casa Internazionale delle Donne di Roma, Rete Internazionale delle Donne per la Pace, Associazione Casa Rossa – Spoleto,
Convergenza delle Culture – Milano, Rete delle donne Anti Violenza onlus – Perugia, Comitato Piazza Carlo Giuliani Onlus, Comitato Internazionale di Educazione per la Pace – Ciep, Servizio Civile Internazionale, Consorzio Città dell'Altraeconomia, Reorient Onlus, Associazione Trama di terre – Imola, Centro di Solidarietà Internazionalista Alta Maremma, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Associazione "Periferie al Centro" – Fuori Binario, Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, Associazione Convergenze, Il Cavatappi – Rivista Online, Comunità in Resistenza – Empoli, Comitato "Lo sbarco della nave dei diritti di Genova", Freedom Flotilla Italia,
Rete Nazionale Radié Resh, Chiama l'Africa, Presidio No Dal Molin -Vicenza, CISDA – Coordinamento italiano sostegno donne afghane, Associazione Dimensioni Diverse Onlus, Osservatorio Europa, Collettivo studentesco universitario Napoli, Centro Francescano di Ascolto -Rovigo, Comitato per la Pace "Rachel Corrie" – Genova, il Popolo Viola – Genova, Unione Inquilini, Associazione Campania Europa Mediterraneo, Assemblea studenti del corso di laurea in scienze per la pace – Università di Pisa, Genova laica, Fabbrica di Nichi – Genova, a-sinistra.blogspot.com, U.S. Citizens for Peace & Justice – Rome, Casa per la Pace Milano, Laboratorio politico Alternativa, Dna Altomilanese, Cgil Genova, Cgil Milano, Fp-Cgil Emilia Romagna, La CGIL che Vogliamo – Campania, Cipax, Associazione Ayusya, Associazione Usciamo dal Silenzio – Genova, Rete Antirazzista Catanese, Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, Blocchi Precari Metropolitani, Associazione Amici di padre Roberto Maestrelli, Tavolo della Cooperazione Internazionale -Empoli, ACS Associazione di Cooperazione e Solidarietà, Tavolo Interventi Civili di Pace, USB – Unione Sindacale di Base, Anpi provinciale Roma e Lazio, Fundacion Gentes de Yilania, Mondo Senza Guerre e Senza Violenza – Firenze, Rete Antirazzista IV Municipio Roma, Centro di accoglienza "E. Balducci" – Zugliano Udine, Csp-Csu (Comitato in difesa della Scuola Pubblica – Coordinamento Studentesco Universitario), il manifesto, Stelle Cadenti- artisti per la pace, Luoghi Comuni – San Benedetto del Tronto, Associazione Dimensioni Diverse, associazione per la pace Novara, Laboratorio per la pace di Galliate, Yakaar Italia Senegal, associazione Sinistra per Matera,
comunità cristiana di base San Paolo – Roma, Coordinamento Kurdistan – UIKI, Unicommon, Altra Mente – scuola per tutti, Comitato contro la guerra – Treviso, Greenpeace – gruppo locale di Genova, Tavola della pace e della cooperazione – Pontedera, Coordinamento Pace – Cinisello Balsamo, Associazione Liberate Barabba – Assago (Mi), Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania, Associazione Nevo Drom, Associazione Città Migrante – Reggio Emilia, Adesso basta!, Comitato Salvagente, Gruppo Sconfinate Romano di Lombardia, Comitato genitori dell'Istituto "Casa del Sole" del Parco Trotter – Milano, Centro Studi Difesa Civile, DAS_Dimensione Autonoma Studentesca – Siena
Partito Umanista Internazionale, Comunisti Sinistra Popolare – Venezia e Treviso, Lista Civica Un'Altra Provincia-Milano, Comunisti Uniti del Friuli Venezia Giulia, FdCA, PML di Fucecchio, Collettivo Comunista di Nuoro

Adesioni individuali:

Silvana Amati, Enrico Gasbarra, Giuseppe Giulietti, Paolo Nerozzi, Sabina Rossa, Vincenzo Vita, Grazia Scuccimarra, Luciano Muhlbauer, Lido Giampaoli, Barbara Ferrazzo, Tiberio Tanzini, Gian Carlo Bandinelli, Renata Lovati, Simone Lepore, Franco Russo, Agostino Giordano, Francesca Fabbri, Loris Viari, Francesco Cassotti, Paolo Limonta, Mimmo Pantaleo, Maria Silvia Parolin, Franco Origoni, Anna Steiner, Paola Manduca, Moreno Biagioni, Bruno Roveda, Giorgio Nebbia, Angelo Giampietri, Angela Mary Pazzi, Giovanni Capuzzi, Barbara Accetta, Mario Cocco, Maria Carolina Oro, Raffaella Chiodo, Alessandra Carelli, Mario Palmieri, Severina Berselli, Mafalda Bonetti, Veronica Zegarelli, Nicola Vallinoto, Erica Erinaldi, Ilde Ascani, Enrico Calamai, Pilar Anita Quarzell Castel

venerdì 1 aprile 2011

LA MARCIA DEGLI AUSILIARI DEL NE'-NE'

Consiglio vivamente questi video su quella che chiamano la “rivoluzione libica”
(Video di “giovani rivoluzionari” di Bengasi  che, a frustate, costringono soldati lealisti prigionieri , in ginocchio, a mangiare carne di cane, massima offesa alla dignità di un musulmano).
(Video di Libera TV con intervista a Amedeo Ricucci, inviato di guerra RAI, sulla terrificante disinformazione che ha promosso l’aggressione)
CITAZIONI
Antonio Dangelo: nessuno dei babbioni dirigenti di questi mononucleari gruppetti sedicenti comunistardi ha mai chiesto , da molti anni a questa parte o declamato con forza, fuori l’Italia dalla Nato fuori la Nato dall' Italia. Sara' un caso che oggi fanno le anime morte dell'umanitarismo volontaristico all' uranio impoverito?
Daric Olga: Non siamo noi a decidere cosa è e cosa non è la sinistra. I partiti sono pagati dall'Europa e per ricevere denari devono fare la politica che prescrive la Costituzione Europea. E mai possibile che in Italia non si è fatta coscienza di cosa è l'Unione Europea ? Milosevic era di sinistra e l'hanno ucciso, no ? E Ceausescu ? Essere comunisti è proibito nell'Europa globalizzata. Dunque l'Italia fuori dalla Nato e vice versa, si, a condizione di uscire dall' Unione Europea; se no, come volete farlo?
ROMA (Reuters) giovedì 31 marzo 2011 13:35 - I bombardamenti occidentali sulla capitale libica hanno provocato decine di vittime civili, in particolare un bombardamento ha fatto crollare un'abitazione, uccidendo 40 persone. Lo ha detto oggi il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli in un'intervista ad un'agenzia cattolica. Visto che l’ha detto un bianco cristiano qualcosa è uscito su tg e giornali. Quando l’hanno detto “i mercenari del pazzo sanguinario”, ovviamente erano balle.

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Avete visto come, ora che le forze patriottiche di Gheddafi stanno ricacciando nelle loro tane mercenari e loro padrini, che saltano fuori civili maciullati dai missili umanitari e che la muta dei cani da guerra occidentali è in pieno marasma sul che fare, tra di loro, rispetto agli ascari scatenati e spappolati e per Gheddafi, giornali e tv della nostra libera stampa abbiano fatto scivolare verso il lontano basso e il lontano interno? It’s the press, baby.

L’appello degli italiani brava gente per la manifestazione per la pace, il 2 aprile a Roma e ovunque, inizia così: “Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Gheddafi ha voluto la guerra contro i propri cittadini e i migranti che attraversano la Libia. E il nostro paese ha scelto la guerra contro Gheddafi”. Seguono le firme di noti pacifisti: Strada, Ovadia, Vauro, Vergassola, Morgantini e si accodano Arci, Donne in nero, Punto Rosso, Tavola della pace (quelli di D’Alema in testa), Rifondazione, Sinistra Critica, Arci, Acli, CGIL, Libera e Gruppo Abele e tutta la compagnia di giro del né-né (di cui vanitosamente rivendico la paternità, quando lo usai per la prima volta da Belgrado con Casarini che inveiva contro Milosevic e faceva bastonare i sostenitori della Jugoslavia e D’Alema che bombardava donne e bambini). Non vi ho trovato il Campetto Antimperialista, ma quello già aveva dato il suo contributo con le idiozie anti-Gheddafi di quel Pasquinelli-quaquaraquà che già si era erto a corifeo dei trapanatori sciti di teste sunnite, per conto di Tehran, in Iraq. Soggettoni.

A questa manifestazione, che incongruamente parte sotto la citazione “La guerra non si può immunizzare, si può solo abolire” di Einstein, il papà della bomba e delle centrali atomiche, non partecipo. Per la prima volta in cento cortei contro la guerra. Lascio che si nettino le coscienze pacifintizzate e vaiolizzate da ignoranza, dabbenaggine, opportunismo, ambiguità, solipsismo, jattanza, coloro che, almeno nebbiosamente, sanno di averla giustificata, la guerra. Ma dubito che sentiranno un moto dell’anima in quella direzione: quando la presunzione si sposa all’ignoranza il risultato è scemenza. Quella che non si riscontra nelle decine di migliaia di statunitensi che, da molto prima di noi, marciano per tutti gli Usa denunciando la guerra imperialista di distruzione, morte e rapina, a sostegno di una banda di bigotti e sanguinari mercenari, fatti passare per “giovani rivoluzionari”, sostenuti e guidati da alcune centinaia di tagliagole dei servizi occidentali, senza specularmente inveire contro “il dittatore” da abbattere. Gli dia retta il manifestaiolo Tommaso De Francesco, che partecipa all’allegra brigata del né-né e, echeggiando la Voce del Padrone, scrive:”Saremo in piazza…” per cosa? Ma ovviamente in primis “per dire basta a Gheddafi. 42 anni di potere assoluto sono sufficienti, se ne deve e se ne può andare…” Tanto ci tiene alla sua democrazia, TDF, che si appropria del diritto primario di ogni popolo sovrano di decidere i propri governanti. E’ lui, a nome di tutti noi, poi, a poter dire se 40 anni di potere siano sufficienti, mica i cittadini libici! Quando la tracotanza si sposa all’ignoranza…

Concludiamo il tristo elenco con alcune presenze immancabili del 2 aprile. E’ per sottolinearne la coerenza: Chi votò nel 2004 l’O.d.g. berlusconide per rilanciare il nucleare in Italia, mettendosi sotto gli anfibi il referendum, e per riattivare le centrali dismesse di Trino e Caorso? C’era, ovviamente il verde Boato, già qualificatosi per il suo pre-berlusconiano “pacchetto giustizia”, ma c’erano e restate sbiogottiti: Vendola, Diliberto, PIsapia, Ramon Mantovani, Russo Spena, Maura Cossutta, Crucianelli, Belillo, Folena, Bettini, Mussi, Visco… il fior fiore di quelli che marciano il 2 aprile per abbattere Gheddafi, mentre se ne abbatte il popolo con missili armati delle scorie delle centrali nucleari..

Democrazia a Bengasi
Non solo petrolio e briglie geostrategiche e geopolitiche liberomercatiste a tutta l’Africa. Facendosi dettare da agenti Cia ed economisti neoliberisti il testo del documento, il 19 marzo i caporioni golpisti di Bengasi fondarono una nuova Società Petrolifera Nazionale e una nuova Banca Centrale. Appena due giorni prima gli Usa e i britannici avevano inserito nella risoluzione 1973  della No-fly-zone un testo che li autorizzava a congelare (cioè rubare) i conti della società petrolifera di Stato e della Banca Centrale Libica. Ecco perché le jene neoliberiste di mezzo mondo si sono date da fare per riconoscere immediatamente il Consiglio Nazionale di Transizione, oggi diretto da due mercenari Cia. Quei denari, come tutti gli altri del Fondo Sovrano libico, distribuiti, come suole per pagamenti esteri, in banche e società internazionali, verranno, per grazia dei passamano di Bengasi, privatizzati  e svenduti a multinazionali tipo Goldman Sachs, Bechtel, General Electric. E’ quanto i “liberatori” fecero per prima cosa nel 2004 in Iraq. Controllare la Banca Centrale significa controllare il tasso d’interesse, il debito, cioè controllare ogni cosa. E’ il sistema bancario, bellezza. Renderci tutti, nazioni o individui, schiavi del debito. E perciò che i golpisti di Bengasi hanno fatto della loro “Banca Centrale”, su disposizione “alleata”, l’autorità monetaria competente per le politiche monetarie del paese. Quindi responsabile di un assetto sociale ed economico che liberi la Libia dalle provvidenze pubbliche che le avevano garantito il primato dello Sviluppo Umano nel continente, tasse quasi zero, casa, scuola, sanità assicurate, prezzi degli alimenti di base, sottratti all’inflazione da manipolazione occidentale attraverso sovvenzioni, eccetera, eccetera. Era proprio la salvezza dei civili che stava a  cuore alla “coalizione dei volenterosi? Ci hanno pensato i marciatori contro Gheddafi? Se andate a vedere, ci hanno pensato dozzine di politici e giornalisti del Sud del mondo, capeggiati da Hugo Chavez (appena giustamente insignito in Argentina del “Premio Giornalistico Rodolfo Walsh”, il più prestigioso riconoscimento giornalistico latinoamericano. A lui auguri e a Telesur grazie) e dai paesi dell’ALBA.

Democrazia a casa nostra
Ma no, che non ci hanno pensato. Tutti questi giustizieri di dittatori sono consapevoli dell’insuperabile valore della loro democrazia salva-civili e abbatti-dittattori, tanto da arrogarsi il diritto di decidere sui modus regendi di popoli che nella loro, di democrazia, non si sono mai sognati di mettere becco. Forse, chissà, perche non sono tanto convinti di una democrazia che criminalizza i fuggitivi, partecipa a tutte le guerre da genocidio, morde il mondo come un serpente a sonagli morde il coniglio; ha capi che, in società con la mafia, rubano e allestiscono stragi, sorvegliano i loro cittadini come neanche li mio bassotto punta il tasso, dopo averli intossicati di menzogne e consumi suicidi; tagliano la pipì, la mensa, la salute, le vacanze, il tempo libero, a lavoratori con paghe da raccoglitori di pomodori e distribuiscono 100 milioni di dividendi anche a chi guadagna quanto 1.037 dei suoi dipendenti; accecano ogni vista del futuro ai giovani, prostituiscono bambini per vendere ciarpame in tv, impongono un’istruzione  da schiavi, sfrattano depredati dalle loro case, campano di narcotraffico, armi ed evasione fiscale,  attendono terremoti per sfasciare comunità e speculare sui tuguri di cartone e di merda culturalmente parlando, si mettono a capo personaggi che hanno sistemato nel cesso la costituzione democratica…

2 aprile, epitaffio della sinistra
La manifestazione arcobaleno del 2 aprile illustra l’inesistenza  della Sinistra nel mondo occidentale evidenziandone la tracotante, eurocentrica, incapacità di analisi, classica dei rivoluzionari da salotto e delle sue chimeriche rivoluzioni non violente e colorate. Gente che si inebria dei “comitati rivoluzionari sorti spontaneamente a Bengasi e in tutto il paese per la libertà e la democrazia”, sollecita aiuti, spesso non meglio specificati (Rossanda, l’indicibile), agli ammutinati, invocava la liquidazione di Gheddafi e sorvola su vessilli monarchici, presenze occidentali spurie, rifornimenti dalla giunta militare egiziana, antilaicismo spinto, caccia al “gheddafiano” e al lavoratore “negro”. Socchiude anche gli occhi sui motivi vergognosi – petrolio e quattrini -  rivelatisi nei primi provvedimenti dei capibanda e preferisce guardare verso il deserto e vederci “Gheddafi che uccide il proprio popolo”. Ma si riunisce in cortei di purificazione a denunciare quella Nato che ai golpisti è indispensabile per averla vinta su un popolo da eliminare in parte e, per il rimanente, da depredare e mirafiorizzare. Quella Nato che, senza il supporto della sinistra glamour e dell’intellettualità happy hour  nella satanizzazione dell’irriducibile “dittatore”, difficilmente ce l’avrebbe fatta a sottrarre al popolo libico tutto quello che faticosamente aveva strappato ai colonialisti, per collocarvi le maquiladoras collaudate sui corpi delle donne messicane.

C’è un’offensiva mondiale, di portata apocalittica, che punta all’appropriazione del petrolio e di tutto, passando sopra autostrade lastricate di cadaveri, e questi mitologi della rivoluzione e della verità, ci mettono i guard-rail. A casa loro agitano contro Marchionne e Maroni e in difesa delle vittime di costoro; fuori, reggono lo strascico dei marchionni e vi soffocano le vittime di quelli. E’ la loro idea di “internazionalismo”. E’ la nuova “sinistra Nato”. Quando coincidono la “narrazione”, i referenti morali e gli obiettivi della “sinistra” con quelli dei suoi presunti nemici, capitalisti e imperialisti, riuniti nel golem Nato, vuol dire che qui non c’è più nessuna sinistra. E siccome siamo a buon punto di una catena di grosse aggressioni, ognuna delle quali ci costa e costerà occhi della testa e gonfierà invece la borsa, l’assolutismo ideologico e il controllo militare su tutti noi, questi damerini e damigelle della “sinistra” ci faranno ridere fino a tristi lacrime quando torneranno, fatta fuori la Libia, a prendersela con Marchionne o Maroni.

Uno dei discorsi che fanno i  compagnucci più rigorosi della parrocchia rosa-tramonto è che quei regimi totalitari del Terzo Mondo non hanno niente a che fare con il socialismo. Dato per indiscutibile che molti di essi registrino consistenti elementi di progresso sociale, di consenso e partecipazione popolari, riforma agraria, nazionalizzazioni, emancipazione della donna, diritti civili e sociali ineguagliati in Occidente, ciò che conta qui, oggi, non è tanto una discussione dottrinale sul socialismo in questo o quel paese, bensì la lotta contro l’imperialismo dittatura mondiale. Ma cosa volete, una sinistra che è tanto illuminata da  potere, meglio dei fatti, meglio della documentata stragrande maggioranza dei libici, meglio di tutti gli analisti latinoamericani, interpretare la realtà libica, poi naviga coerentemente nell’oscurità quando si tratta di elaborare alternative credibili che, a casa sua, le garantiscano l’appoggio maggioritario dei lavoratori. Allora tocca capire che dietro all’irrazionale odio per il leader libico si nasconde una cosciente politica di colonizzazione di chi non ha e non vuole ciò che noi già abbiamo, e tanto meno quello che vogliamo, promettiamo e non sappiamo minimamente fare.

Sinistra tricefala
Sono tre le posizioni di una sinistra sistemata nella tasca posteriore dell’imperialismo. Le prime due sono concordi nella demonizzazione di Gheddafi e del sistema libico, ma sono divise tra una corrente bellicista e una più o meno anti-bellicista, causa la discrepanza sulla necessità di una guerra per distruggere il governo di Gheddafi. Quella bellicista, PD, ecologisti incongrui, sindacati e affini, è intimamente intrecciata nei modi politici ed economici dei centri imperialisti e dice di appoggiare l’intervento come male minore rispetto ai massacri di Gheddafi del proprio popolo. L’antibellicista del “né con Gheddafi né con la guerra”, che auspica la distruzione del governo libico, annovera qualche “sinistra parlamentare”, la maggioranza della sinistra extraparlamentare, autoproclamatasi emme-elle o trotzkista, Ong e piattaforme pacifiste varie. Coincide con gli aggressori negli obiettivi, ne differisce nei metodi. Entrambe queste varianti considerano che i valori di democrazia, diritti umani, libertà, ecc., come intesi dal liberalismo borghese europeo, e le forme di organizzazione delle società europee, siano del tutto preferibili ad altre forme di governo e società sviluppatesi in vari paesi del Sud, disinvoltamente definite “dittature” o “autocrazie”. E’ una sinistra grottescamente eurocentrista nel modo di guardare al resto del mondo e ai suoi conflitti sociali che, a volte, riesce a contagiare perfino qualche organizzazione progressista nel Terzo Mondo, vedi alcune formazioni palestinesi, che mimeticamente adottano quell’analisi politica. In ogni caso, entrambe le correnti vogliono per la Libia, in forma più o meno consapevole, una soluzione neocolonialista, mentre difendono l’eliminazione di colui che oggi guida la resistenza al neoclonialismo.

C’è un’ultima tendenza, fortemente minoritaria che, senza essere necessariamente pro o contro il governo legittimo della Libia, trova motivi sufficienti, in sintonia con i media e i governanti di quei paesi in America Latina che di progresso e antimperialismo sanno, per sospettare della limpidezza e genuinità dei “rivoluzionari di Bengasi”. Capisce che è in atto un’operazione imperialista per togliere di mezzo un governo nazionalista e non succube delle multinazionali e della loro macelleria sociale. Correttamente, leninisticamente, questa sinistra senza virgolette afferma che una giusta posizione antimperialista è prendere partito per Gheddafi come massimo rappresentante di uno Stato sovrano aggredito dall’imperialismo e tralasciare le eventuali discrepanze, da considerare secondarie. In questa corrente si collocano alcuni partiti comunisti, come il KKE greco e la maggioranza dei governi latinoamericani. Tra le tre, la più perniciosa per l’internazionalismo e la solidarietà  è sicuramente quella del né-né del 2 aprile, visto che, difendendo all’apparenza posizioni anti-guerra, concede legittimità politica a un imperialismo impegnato a distruggere lo Stato libico. Risultato pratico: una mobilitazione inefficace e ambigua che placa gli animi nella consapevolezza di aver lavorato per giustizia e pace. Ne vengono forzature e abusi della realtà come i civili tutti ammazzati da Gheddafi, i mercenari africani, gli scudi umani comandati, mentre i superarmati rivoltosi, per quanto conigli in fuga senza missili Nato, sono civili rivoluzionari che di civili non ne hanno colpito neanche uno. Un ulteriore cerotto sulla coscienza se lo applicano denunciando come Gheddafi, tutt’altro che coerente antimperialista, con l’imperialismo abbia convissuto e brigato e, dunque, abbia affossato quella che era l’iniziale rivoluzione libica. Si dovrebbero chiedere cosa avrebbe dovuto fare uno Stato sottoposto per decenni a brutali sanzioni, bombardamenti, isolamento per salvaguardare le buone condizioni e la vita stessa del suo popolo.

La Libia come non la si vuole vedere il 2 aprile
Forse non è vero che la Libia era solo un limone spremuto dall’ingordigia di Gheddafi e di una sua famiglia tipo Borgia, forse non era poi, a parte i fisiologici aspetti di corruzione nella burocrazia al vertice (allora prendiamocela anche con Cuba e, comunque, lanci la prima pietra…), quella dittatura  spietata che schiacciava popolo e migranti e monopolizzava a fini di clan le ricchezze petrolifere. Forse c’era realtà nei Comitati Popolari che riunivano i rappresentanti, direttamente eletti e revocati, di settori sociali e tribali e, salendo per li rami, fino al Congresso del Popolo, prendevano le decisioni politiche e risolvevano i conflitti. Forse tocca riesaminare le categorie “dittatura” e “democrazia”. Forse quello di Libia era un assetto più vicino alla “dittatura del proletariato” di quanto non lo sia mai stato un paese del nostro emisfero. Quanto alla sinistra occidentalista, che disconosce l’esistenza di altre forme di organizzazione sociale rispetto a quelle prodotte dal capitalismo in Europa e Nord America, queste complessità  politiche, sociali, culturali, storicamente e geograficamente determinate, non riescono a entrare nella ristrettezza della sua mentalità eurocentrista, per la quale le categorie del pensiero liberale (vedi “il manifesto” alla Rossanda), come democrazia/dittatura, buoni/cattivi, sono le uniche che la sua analisi sociale accetta.

Gheddafi a sinistra
Per uscire dall’isolamento e liberarsi della tagliola delle sanzioni, la Libia accettò una misura di privatizzazioni, di rapporti commerciali e diplomatici con l’Occidente. E pure i salamelecchi con Berlusconi che, quanto meno, tenevano alla larga gli avvoltoi anglo-franco-Usa e compensavano, con il risarcimento dei 5 miliardi, le infinite sofferenze e nefandezze inflitte a quel popolo. Con un matrimonio di convenienza, garantì petrolio, oltreché a cinesi, russi e indiani, anche ad alcuni paesi occidentali non troppo intrusivi, in cambio della sopravvivenza del suo popolo (ora compromessa). Ciononostante il paese restò in cima alla classifica continentale per livelli di vita, diritti alla salute, alla casa, all’istruzione. Ma su questa strategia si frantumò l’unità del gruppo dirigente tra chi voleva spingere avanti il processo, fino ad arrivare a un mercato libero alla predazione esterna, e sono i dirigenti transfughi oggi a Bengasi, Londra, Parigi, e chi, come Gheddafi, pensava che con questo cammino si era arrivati all’orlo del baratro. Datano da un paio di anni fa i tentativi del leader di riorientare questa politica, con la rinazionalizzazione delle imprese, la ripresa in mano libica della colossale opera del “Grande Fiume Sotterraneo” (in Libia non si paga né l’acqua, né la luce e la benzina costa 10 centesimi), una più equa distribuzione dei proventi dagli idrocarburi, la lotta alla corruzione ai vertici della burocrazia, a vantaggio dei settori meno privilegiati e a detrimento di quelli più agiati. Una scelta irritante per burocrati voraci e partner della Libia che avevano di mira il saccheggio all’irachena, o alla messicana. Gheddafi si spostava a sinistra. Da qui, l’attivazione delle quinte colonne, dei quisling e dell’aggressione. Con le mosche cocchiere sinistre che, pungendo, iniettavano il veleno del “Gheddafi che fa la guerra al suo popolo”.

Dittatura? Democrazia?
Concludendo, guardandosi allo specchio sullo sfondo dei suoi salotti, o dei suoi giornali sovvenzionati, la sinistra che si proclama marxista (vedi anche l’ambiguo Burgio sul “manifesto”: “natura dispotica del regime di Gheddafi”, “brutalità della sua reazione contro un’insurrezione popolare tesa a instaurare un regime democratico”) considera in fondo che la forma di governo occidentale dovrebbe essere quella desiderabile per i popoli oppressi. Perciò non dedica una parola a definire il contenuto delle parole “dittatura” e “democrazia”, lasciando da parte la questione fondamentale posta da Marx e da Lenin: dittatura e democrazia sono concetti vuoti se non si precisa quali classi o gruppi sociali esercitano la dittatura, o la democrazia, chi controlla lo Stato e al servizio di quali interessi.

Parafrasando Lenin, che definì l’imperialismo la fase suprema del capitalismo, quando questo sta per decomporsi definitivamente, si può dire che la sinistra Nato è la fase suprema della sinistra occidentalista, la fase terminale di una sinistra alla deriva che sta perdendo le sue ultime occasioni per collegarsi alla realtà delle masse nel suo e negli altri paesi.  

Colonialisti tra il 1884 e il 2011-04-2011
I capi di 14 potenze capitaliste  europee, più gli Usa, si incontrarono in una conferenza a Berlino 126 anni fa, per decidere come l’Africa, le sue terre e le sue vaste risorse, godute da una popolazione allora autosufficiente, potessero essere divise tra loro in colonie. Nessun africano era stato invitato al Congresso di Berlino del 1884. Quel congresso fu l’inizio della trasformazione del capitalismo in un sistema di imperialismo globale. Entro il 1902, il 90% dell’Africa era finita sotto controllo europeo. In tutto il continente, esclusa l’Etiopia, l’autogoverno venne spazzato dalla carta geografica. La cosiddetta “corsa all’Africa” di Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia, Germania, Portogallo, Spagna e Usa rese possibile la crescita e l’arricchimento delle moderne classi capitaliste, banchieri, monopoli, sindacati. E, come prima l’America Latina, l’Africa venne saccheggiata  e decimata (20 milioni di morti nel solo Congo belga), mentre i capitalisti occidentali si addentrarono nel XX secolo con nei forzieri le più grosse fortune della storia umana.
La Conferenza di Londra del 29 marzo 2011 fu convocata dalle stesse potenze che parteciparono all’incontro del 1884. L’Unione Africana rifiutò di partecipare, così come la maggioranza degli Stati africani, tranne Marocco e Tunisia. Non c’erano né Russia, né Cina, né India, né Brasile, il che non impedì al Washington Post  e a tutta la stampa di titolare: “I leader mondiale affermano che la campagna militare continuerà fino alla destituzione di Gheddafi”. E fino a quando non troveranno un sostituto accettabile per l’imperialismo, oggi universalmente chiamato “comunità internazionale”.
C’è una differenza tra Berlino e Londra. Allora se ne potevano infischiare di accampare la scusa dei “diritti umani” e della “democrazia”. Non c’era molto da preoccuparsi dell’opinione pubblica. La coscientizzante rivoluzione russa non c’era ancora stata e neanche quella messicana. Oggi si proclama pubblicamente e ossessivamente che i motivi sono puri: salvare vite e promuovere la libertà. Poi venne la felice stagione dell’anticolonialismo armato di massa e le potenze indebolite dal loro scontro interimperialista per il dominio del mondo, gli uni, e dell’Europa, gli altri, dovettero soccombere alle lotte di liberazione, sostenute da URSS, Cina, Nord Corea, Germania Democratica, Cecoslovacchia, Cuba e… Libia di Gheddafi. Ora siamo alla rivincita e, a partire dalla Libia, dal Nordafrica, dal Sudan, gli ex-colonialisti vogliono imporre regimi fantoccio che concedano loro il prelievo delle risorse continentali. Nel colonialismo classico  le potenze acquisivano formalmente il potere statale e, con esso, quello giuridico, amministrativo e militare. Gli indigeni fornivano personale amministrativo, burocrati, soldati, risorse naturali e manodopera semischiavistica, condizioni presenti anche nell’attuale neocolonialismo nel quale, però, lo Stato è formalmente lasciato in mano di clienti autoctoni.
Quella contro la Libia è una guerra dei ricchi. L’ordine imperialista globale formatosi negli anni ’80 del 19°secolo e che continua oggi, è il più grande violatore dei diritti umani di ogni tempo e luogo e, lo disse un moderato come Martin Luther King, il massimo promotore di violenza nel mondo oggi. E prendetevela con Gheddafi, masochimbecilli!