mercoledì 10 giugno 2009

FALCE E MARTELLO...FELCE E MIRTILLO





Quello che segue è un messaggio da me inviato ai compagni dei Comunisti Uniti. Per chi non lo sapesse, si tratta di un’aggregazione di compagni di varia estrazione e collocazione che da più di un anno, di fronte ai fallimenti politici, ideologici, organizzativi ed elettorali dei partiti che si richiamano al comunismo, lavorano alla creazione di una costituente comunista. L’intento è di mettere in piedi una nuova formazione con basi teoriche marxiste che riunisca in un unico progetto, del tutto autonomo e alternativo ai cosiddetti “riformisti” del PD, come ai suoi nuovi puntelli svendolian-bertinottiani, compagni e militanti sciolti o anche iscritti nei partiti con falce e martello esistenti. Non riporto le premesse a questo scritto, gli interventi che lo hanno suscitato nel corso di un intenso dibattito in rete e in riunioni, sarebbe chiedere troppo alla pazienza del lettore. Ma ritengo che dalle mie argomentazioni si possano dedurre anche le ragioni sulle quali mi confronto. Sarei felice se questo spunto facesse allargare la discussione anche a coloro che, tra i miei interlocutori, vi fossero interessati.


Rompo il voto a S. Silenzio perchè devo risposte a chi mi ha con sagge riflessioni preso in considerazione. Non credo che questi scambi siano inutili, alla luce anche della scarse possibilità di riunirci tutti, purchè si mantengano nei limiti del rispetto (che non riservo alla rete dei veltronarcobalenisti) e anche della problematicità. Chi oggi come oggi spara certezze analitiche, prescrizioni e previsioni da tavole mosaiche, fa operazione apodittica e di autogratificazione, espressione delle proprie velleità, magari frustrate. Qualche volta abbiamo discusso del sesso degli angeli, a volte qualcuno spunta e schiamazza, cose inevitabili in una lista di varia umanità. Cerchiamo allora di essere seri, concreti e riflessivi. Ne è sempre un esempio Riccardo, tra gli altri.
Si è sollevato lo tsunami, specie nel manifesto, dell'anatema a chi non si è è riunito (partitini vari) e dell'invocazione a riunirsi. Sono considerazioni segnate da superficialità e approssimazione. Intanto quelli del “manifesto” e loro lettori se la prendano con l'infiltrato brogliatore Vendolotti che ha fatto la scissione con il preciso scopo di impedire un 4% comunista e di accreditarsi in guanti bianchi al futuribile banchetto del PD. L'altro rimprovero lo facciano ai trotzkisti, dall'eterna vocazione allo sminuzzamento, usciti dal PRC per costituire ben tre micro cellule tanto nobili quanto inani. Infine, l'unità dei comunisti con chi diavolo si fa? Con chi respinge non solo nome e simboli (e qui voi sapete che non mi scandalizzo), ma in maniera assai più radicale contenuti e obiettivi? Con chi ha l'irrefrenabile libidine del solipsismo puro e duro e magari settario e ottuso nei confronti di esperienze fuori dai libri sacri da loro così interpretati? Con banderuole dell'opportunismo e dell'esibizione autoreferenziale e negli anni del tutto sterile (non sanno fare che convegni, cianno li sordi) come certi vernacolari romani? Dove stanno i comunisti da riunire? In un anno quanti ne sono arrivati, quanti sono scemati perchè o sfessati, o gelosi e più sicuri del proprio consueto ambito di nicchia e di partito?

C'è poi la contraddizione che nessuno pare vedere, ma che emerge in continuazione, della cosiddetta "doppia tessera": stare in un partitino e stare con i C.U. Come si fa a non rilevare che alla fin fine i militanti dei partitini pongono questi al di sopra dei sacrosanti obiettivi dei C.U. e, al primo richiamo all'ordine dei rispettivi organi, a questi danno retta, salvo incappare in rischi di esclusione, piuttosto che ai debolissimi e anche abbastanza svaccati C.U. S'è visto nella sconcertante, nei modi e nei contenuti, presentazione di "Proletari@". A parte la scandalosa mancanza, nella presentazione di un'agenzia di informazione antagonista, di ogni riferimento all'imperialismo, alla guerra e all'internazionalismo (che significa ben poco comunismo!), c'erano forse venti compagnucci nostri, molti con "doppia tessera", e 300 bravi vecchietti che lacrimavano e osannavano a ogni evocazione del "glorioso PCI". Tali sono i rapporti di forza e le relative capacità d'attrazione. Finchè ci saranno questi gruppi dirigenti, e ci saranno ancora per parecchio, o si sta con loro, o si va per more. In passato avevo già riflettuto sull'opportunità di entrare tutti nel PRC per far fronte comune con quei compagni che lì sono, mi pare, i più autentici e disponibili. Ora gira voce che li dentro tornino a riunirsi i tre, quattro spezzoni dell'ex-Ernesto, il che potrebbe significare un'egemonia degli irricevibili grassian-dilibertian-cossuttian-stalinisti. E la mia riflessione sull'ingresso "in massa" si appanna un po'.

C'è poi tra noi una spaccatura verticale tra chi, vedi Hobel e altri, guarda a quel "glorioso PCI" e pensa sostanzialmente di ricostruirlo (aggiornato? Come?) e chi, come me, pensa che quel retaggio debba essere buttato a mare, proprio per tornare al Gramsci citato da Hobel, a Lenin, a Marx, saltando a piè pari la sciagurata vicenda PCI 1945-1991, con le schifezze epigonali, ma naturali, di oggi. Voglio subito dire che Andrea sbaglia di grosso quando accantona Yalta con il pretesto che non sappia che cazzo sia il 99% degli italiani, tranne un pugno di "collezionisti di ossa" (carino). Quanti italiani sanno chi ha scritto i fondamentali "Grundrisse"? Peccato che quelle ossa, divennero gabbia controrivoluzionaria d'intesa tra chi allora si divise il mondo alla faccia dei proletari e dei fermenti rivoluzionari e di decolonizzazione in tutto il mondo. Peccato che quella gabbia fatta da ossa di carogna venne rafforzate dal cemento consociativista di Togliatti e seguenti, per chiudere in un ghetto classi e popoli di metà del mondo (quella affidata alle zanne anglosassoni) e, dopo la maledetta caduta del muro, di tutto il pianeta.

Certo il movimento di massa che ha tenuto al potere consociativo una banda mediocre di burocrati, dai cui ventri sono naturalmente sortiti i Lama, Napolitano, D'Alema, Veltroni, Fassino, Bertinotti, ha saputo conquistare, quando i margini materali c'erano, importanti spazi d'azione, importanti diritti e salvaguardie, una brillante egemonia culturale (ma a dispetto di quella banda di burocrati, ricordiamo Pavese, Vittorini, Calvino, i cineasti...). Ma a costo di vedersi tirare le briglie e azzoppare i garretti quando aveva il paese in pugno, quando se lo poteva riprendere (o almeno tentarci, mantenendo viva la fiamma della rivoluzione, cosa non da poco) dopo l'attentato a Togliatti, l'eversione di Tambroni, il '68-'77. Non avvengono catarsi per spontanea germinazione, c'è sempre un virus all'origine, per quanto lunga posa essere l'incubazione. Era ben presente il fantasma di un Togliatti antigramsciano tra i succedanei Longo e Berlinguer quando l'ultimo, grande tentativo di rottura con il sistema capitalista e il garante Nato, esploso a dispetto e contro quei vertici di partito, la lunga, insanguinata campagna del '68-'77, fu prima utilizzato per modificare, con l'autunno caldo, i rapporti di forza del consociativismo a favore dei capi PCI, del revisionismo controrivoluzionario e dei loro terminali finanziario-economici, e poi ferocemente antagonizzato quando minacciava di mettere a repentaglio, appunto, quello Stato di consociazione subordinata che Togliatti aveva voluto costruire fin da Salerno. Stanno sulla coscienza dei bonzi PCI, alla Pecchioli e Berlinguer, tanti anni di carcere di bravi compagni (non parlo delle manipolatissime BR), tanti compagni uccisi dagli sbirri. Imperdonabile, per sempre. Vi figurate se il PCI si fosse schierato con il "movimento" rivoluzionario per il recupero di strati ignorati e disprezzati, per la mobilitazione e coscentizzazione di sottoproletari, periferie, soldati, carcerati, donne, bambini, i primi immigrati, contro la subconoscenza borghese, con antisviluppisti, combattenti dell'ambiente, contro Nato e distensione, per l’apparentamento internazionalista con i nuovi Vietnam in Irlanda, Portogallo, il Cile difeso da Pinochet solo dal MIR, Palestina, libano, mondo arabo e africano, tutti? C’era chi allora aveva già capito un dato nuovo e dimostratosi vero, oggi così formulato da Leonardo Boff: la rivoluzione verrà con l’assedio delle favelas alle metropoli. Anche delle favelas di casa nostra. C’è chi punta sugli otto milioni di operai di fabbrica che abbiamo in Italia, costituente certa del “nuovo grande blocco sociale” per il rovesciamento del capitalismo. Gli ha chiesto, a quegli otto milioni se vogliono rovesciare il capitalismo, o piuttosto essere “padroni a casa loro” e i primi negli asili nido? Il PCI li ha lavorati bene. E’ se nell’autunno caldo sono stati poche migliaia di giovani contadini arrivati dal Sud e non contaminati dall’inseguimento del tinello e, soprattutto, la giovane intellettualità di scuole e università a trascinare molti alla ritrovata autonomia di classe, oggi quale potrà essere quella locomotiva? Quale è stata in Iraq, dove quelli con la falce e martello, gemellati con la banda Bertinotti, aiutano gli occupanti e i fantocci a annegare nel sangue la Resistenza e il suo popolo? Quale in Bolivia, dove gli stessi hanno pugnalato un Che Guevara vincente alle spalle? Quale in Argentina, dove falce e martello hanno assistito il golpista Videla? Lì la rivoluzione si chiamava Baath ed era colorata di nero, rosso e bianco, si chiamava cocaleros e Movimento al Socialismo, si chiamavva ERP e Montoneros. E potrei andare avanti girando l'universo mondo.

Sono grato a Riccardo e ad altri per non aver gridato allo scandalo per le mie riflessioni-provocazioni sulla scarsa funzionalità aggregatrice oggi di simboli, falce e martello, e nome, comunista. Non credo che ci possa essere una riunificazione dei comunisti oggi organizzati, nè dall'alto, nè dal basso. Lavoriamoci pure, contro ogni probabilità. Lo faceva anche il Che. Che ha vinto 40 anni dopo. Ma penso che per ora ci dobbiamo tenere il mite Ferrero per quanto si può e dargli una mano, ma che l'unità si dovrà fin d'ora cercare nell'antagonismo sociale, appunto a Vicenza, in Val di Susa, a Novara, negli scontri locali per la salvezza del territorio e del pianeta, tra i precari, avendo l'originalità di ricordare a tutti che se queste cose ci succedono è perchè c'è un burattinaio sanguinario in alto che si chiama imperialismo, Nato, basi, e che la prima cosa è lottare contro la nostra condizione di colonia.

Quanta ironia tra noi e sul manifesto su Di Pietro! Ci, gli, rode il culo, tutto qui. E allora dagli con il "populista" (che cazzo vuol dire? Populisti sono Lega e Berlusconi), "questurino", "giustizialista", "di destra". Urli dell'impotenza. Io non so cosa farà Di Pietro domani, c'è da regolarsi di conseguenza a quel punto, ma come ha scritto un lettore del “manifesto”, so con chiarezza solare che è colui che meglio di tutti affronta la "CONTRADDIZIONE PRINCIPALE", lo sfascio della legalità che ancora tutela le masse giudiziariamente, socialmente, legalmente, culturalmente, per introdurre qualcosa che è peggio del fascismo mussoliniano. Dopodichè avremo chiuso per secoli, come i pagani, o se volete i laici, da Costantino a Lorenzo il Magnifico e a Giordano Bruno, un millennio. Ditemi dei nomi, in altri partiti, di candidati dalla dignità e affidabilità di quelli messi in lizza dal'IDV!

Per finire, non vedrò una società comunista in questo paese data l'avanzatissima età, ma ci voglio lavorare, possibilmente con compagni e anche persone che partano dalle contraddizioni reali, dalle catene più pesanti, dalle minacce più incombenti, dall'esempio di altri, in altri mondi, con altri nomi, più avanti di noi. Certuni tra noi a ogni loro risveglio si stroppicciano gli occhi per la luce abbacinante che gli piove addosso dall'alba di una rivoluzione che solo loro vedono e che, a furia di non arrivare, li vedrà rassegnarsi a qualche tranquilla consigliatura di provincia. Non c'è di peggio per se stessi e per i compagni che seminare illusioni palingenetiche la cui dissoluzione ti lascia in ginocchio. Anzi, c'è di peggio: voler resuscitare un’esperienza minata da fallimenti, tradimenti, opportunismi, voltagabbanismi come, dopo la guerra partigiana, fu quella del PCI.

Quanto a nome e simboli, caro Riccardo, non si tratta di mettere i carri davanti ai buoi, ma nemmeno di seguire omini di burro che ci trascinano al paese dei balocchi. Molto è da ricordare. Ma è intervenuto un problema: il passaggio ad un’altra forma di linguaggio, con la perdita di senso. Abbiamo conosciuto un processo di de-semantizzazione rispetto a quanto avevamo prima. Si è rovesciato tutto. La perdita di senso ha provocato una perdita di passione politica e di giudizio. Questo percorso ha favorito lo smarrimento della memoria: cosa vuoi ricordare se ricordi il rovescio (il PCI)? Siamo di fronte a un problema teorico che riguarda il linguaggio e i paradigmi in generale. Serve una rivoluzione epistemologica, nel pensiero e nel linguaggio politico. Non solo dentro l’Europa, ma insieme ai paesi del Sud e a paesi ex-colonizzati. Credo che certe cose ci verranno dal Sud. Anche dall’Est forse, cioè dalle parti non egemoniche del pianeta. Sotto questo profilo anche l’Est, perfino l’Afghanistan, si trova a Sud. Chiamiamoci pure C.U., ma prova a vedere cosa succede se ti presenti con una bandiera rossa e la falce e il martello a Susa, a Vicenza, a Chiaiano, alla Telecom, a Pomigliano, a Sigonella, ad Acerra, in Palestina. Con chi parlerai? Col 6%, forse. Ieri, oggi, domani. Mi pare che quello che conta sia arrivare n queste situazioni con il migliore discorso possibile, magari anonimo, se serve. In questo senso ritengo che i C.U. dovunque si trovano, oggi hanno un'occasione per farsi sentire e per influire: banchetti, volantini, convegni, manifesti, piazzate, blitz, per l'astensione al referendum pro-fascismo.
Magari come comitato partigiano contro il nuovo fascismo.

venerdì 5 giugno 2009

ULTIMA LETTERA DI PADRE MANUEL MUSALLAM DA GAZA



Mi permetto, senza poterne avere l'autorizzazione formale, di riprodurre sul mio blog questa lettera di Padre Musallam, l'eroico parrocco dei 300 cristiani cattolici e ortodossi di Gaza, ora rimosso dopo che Papa Natzinger, con i suoi salamelecchi al regime razzista e militarista israeliano e i suoi pignucolii sulla sorte infelice dei palestinesi, ha legittimato lo Stato razzista e militarista sionista dei soli ebrei, fedele all'imperialismo giudaico-cristiano che ha insanguinato due millenni della storia umana (con tutto il rispetto e l'affetto per uomini di chiesa come questo prete). Una puntuale lezione agli utili idioti che ritengono di dover fare le bucce all'una o all'altra (per la verità solo a una, quella islamica) delle forze palestinesi.





L'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza
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Cruda, senza mezzi termini, agghiacciante, veritiera, disarmante:
Padre Giovanni Scalese, della cui amicizia ci onoriamo e di cui riportiamo la segnalazione al suo blog querculanus.blogspot.com, ci segnala gentilmente la traduzione dell'ultima lettera da Gaza di Padre Manuel Musallam, che riportiamo integralmente
Redazione di TerraSantaLibera.org
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Senza peli sulla lingua:
Pensieri in libertà di un Querciolino errante





Voci dal nuovo samizdat
Padre Giovanni Scalese
Il Santo Padre, nella recente lettera ai Vescovi, ha scritto: "Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". Io andrei oltre; ormai penso che possiamo pure smettere di leggere i giornali o di vedere il telegiornale: ciò che troviamo in questi cosiddetti canali di informazione è pura propaganda; ormai, se vogliamo essere informati, possiamo solo rivolgerci a internet, il nuovo "samizdat". Spero che in Vaticano prendano sul serio l'invito del Papa.
(Padre Giovanni Scalese)

L'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza.

Padre Manuel Musallam (Gaza)

Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: "Non sapevamo". Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po' lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.
(Padre Giovanni Scalese)

Charles Colton disse una volta: "L'esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo". Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla "Terra Promessa". Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell'apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo "diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.



Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c'è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l'Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l'umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall'altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall'altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l'America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l'unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell'abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: "È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?", e ha 11 morti. E noi rispondiamo: "È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?". Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l'umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.

Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un'intera nazione è colpita dal panico?

Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai "territori occupati nel 1967". Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le "Tennet outlines" e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l'assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un'inchiesta, come quella per l'assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell'interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l'universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c'è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell'insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l'ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l'odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l'emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?

Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell'ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all'ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.

Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c'è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c'è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall'occupazione a dai nostri dolori. "Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza" (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l'occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l'umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l'orgoglio e l'arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell'oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell'Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d'acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell'emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.

Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.

Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

C'è un proverbio cinese che dice: "Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa' attenzione a non raccoglierlo". Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l'amore, quando l'odio, l'assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: "Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?" (Is 53:1).

Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l'odore del sangue umano era considarato un'offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l'Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: "Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?" (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!

Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: "Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L'acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c'è per noi riposo. All'Egitto abbiamo teso la mano, all'Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c'è chi ci liberi dalle loro mani". (Lam 5:3-8). E ora, dov'è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov'è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro" (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.

Voglio ricordarvi: "Chi prende a calci l'uomo, dall'uomo è preso a calci" (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, "Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo" (At 26:14). "Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna" (Corano, Sura 37).

Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7:12). E il profeta Isaia: "Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo" (Is 57:14).

La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: "La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza" (Rm 9:6-7). "Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo" (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.
Padre Manuel Musallam, Gaza


Traduzione a cura di Padre Giovanni Scalese
Link originale :
http://querculanus.blogspot.com/2009/03/voci-dal-nuovo-samizdat.html

mercoledì 3 giugno 2009

VOTO, NON VOTO, CHI VOTO ? E DI PIETRO DOVE LO METTO?














Ahi serva Italia, di dolore ostello
Nave senza nocchiero in gran tempesta
Non donna di provincia, ma bordello.
(Dante Alighieri, Purgatorio, IV)

Cosa abbiamo qui sopra? La rivoluzione che, innovando da capo, tutto travolge e trasporta a nuovi lidi (Delacroix); la zattera dei naufraghi “in gran tempesta” che, col suo carico di disperati e dispersi, veleggia verso destinazioni ignote (Gericault); il buio pesto della notte sulla palude dove ogni lucetta riflette se stessa (Van Gogh). A fianco, il gioco delle tre carte. Così, sinistre ed elezioni europee.

Nelle liste internet praticate da compagni circola di tutto. Un estremo è quell’Ettore Masina che, addolorato per non potersi schierare con il buon Franceschini, dalla padella rimpianta finisce nella brace dell’invocazione del voto per due pusher di oppiacei ai popoli resistenti, come Luisa Morgantini e Giuliana Sgrena, “non violenti” finchè non si tratta di dare in testa ai “terroristi islamici”. L’altro estremo sono i “Proletari comunisti” che scrivono: “Tutti i governi di destra, di centrodestra, di centrosinistra (chi sarebbero? N.d.r) che reggono i paesi europei sono uniti nella ricerca di soluzioni alla crisi fondate sul salvataggio di banche e padroni e sullo scaricamento di essa sui lavoratori e sulle masse popolari. Governi peraltro eletti in un quadro nazionale e quindi poco influenzati dagli esiti elettorali delle elezioni europee che eleggono un parlamento formato da una massa di fannulloni e parassiti…. Guadagnano tanto, non fanno nulla, la maggior parte di essi non si presenta neanche in parlamento e non contano nulla. Una sorta di villaggio-vacanze per politicanti in pensione o in trampolino di lancio. Queste elezioni e questo parlamento sono uno specchio fedele della politica resa vuoto rito e quindi dell’antipolitica, della sua funzione di puro servizio per le classi dominanti e di putrescente parassitismo del sistema imperialista”. Ineccepibile. Poi la conclusione: “Boicottare queste elezioni è un atto, questo sì, politico e di civiltà… L’indicazione dei Proletari comunisti alle elezioni europee è il boicottaggio nella forma di astensione di massa”. E qui ci si eleva sopra le brutture del mondo nel nirvana di quello che si vorrebbe che fosse e non è.

Cosa si fa al tavolino del biscazziere che ti fa vorticare sotto il naso tre carte – notte fonda, palingenesi rivoluzionaria, deriva allucinata di naufraghi che puntano a un qualche orizzonte ignoto – e ti fa beccare inesorabilmente la carta che a Bruxelles non vince di sicuro (ognuna delle tre)? Non è che mi sia rotto molto il capo in queste settimane su chi onorare del mio decisivissimo voto, anche alla luce delle sacrosante considerazioni dei Proletari di cui sopra. Votare, voterò, se non altro perché in questa occasione la truffa elettorale è un po’ meno truffa: non c’è premio di maggioranza che fa del mio voto, storicamente perdente, un votino rispetto al votone storicamente vincente. Una testa mezzo voto, un’altra testa due voti. E poi non mi hanno tolto le preferenze, infilandomi nella camicia di forza cucita da quattro farabutti che impongono i loro commensali, boss e picciotti. Se per le europee, per quanto esangui e farlocche, vota una marea di gente e sulle politiche, generali o locali, si abbatte uno tsunami di schede rifiutate o annullate, come raccomandai nell’ultima tornata per il mostro bifronte Prodisconi, beh, sara un confronto politicamente significativo, quel bel dì vedremo levarsi un fil di fumo, come da un accampamento Sioux dopo le mazzate a Custer. A coloro che rifiutano il voto in assoluto, come irrimediabile buggeratura borghese, consiglio di riflettere su Hugo Chavez, o Evo Morales, o su quel Lopez Obrador che, non fosse stato per il boicottaggio elettorale del transgender politico chapaneco, Marcos, avrebbe portato il Messico quanto meno fuori dalla catena di lupanari Usa e in linea con l’insubordinazione che dilaga nel continente latinoamericano, premessa per tutto il resto. Infine, basta una considerazione da due più due: le due cosche dei faccendieri all’ordine di mafie, banche e militari, Franceschini e Berlusconi, con sulle spalle il suggeritore USraeliano, vogliono che la lista unitaria vada sotto e scompaia. Motivo sufficiente per fare il contrario e mandarla oltre il 4%.

Il parlamento europeo conta quanto una pippa malriuscita sulla foto di una sciacquetta da Villa Certosa.. Al massimo sparge zefiri, vuoi maleodoranti, ma vuoi anche profumati, quando invece dal parlamento italiota, non si sprigionano che miasmi da cloaca maxima. Fetori che da decenni si sposano, senza perdere vigore, all’alitosi di Berlinguer intorno a Nato, austerità e “provocatori sessantottini” e alle esalazioni vipparole dei Vendinotti, esufflate perlopiù nelle maison di lusso di Valeria Marini o Bruno Vespa. A volte, comunque, quelle brezze disperse nell’aere di Bruxelles, e lì subito catturate e messe al chiuso dalla Commissione Europea, hanno assunto la foga di un turbine che un po’ di polvere l’ha sollevata. Penso a quel Claudio Fava, ora ridotto a scimmiottare le levigate vaghezze del neo-sodale Svendola, ma che allora seppe in solitaria condurre un’inchiesta su uno degli obbrobri più clamorosi nel processo di nazificazione planetaria: le extraordinary renditions. Rapimenti Cia su scala industriale condotti con la piena complicità di governi. servizi, dogane, aeroporti europei, a partire dalla farsa dell’11 settembre 2001 e seguenti, per sistemare turbative umane nelle varie carceri segrete sparse dagli Usa tra paesi satelliti. Carceri e carcerieri le cui torture non rischiassero lo scoperchiamento subito dalle forze della democrazia e dell’ordine ad Abu Ghraib, Guantanamo, Bolzaneto. Non sarà servito a molto, Abu Omar, sequestrato da agenti Cia, che imperversavano nella colonia italiana con l’assistenza di tirapiedi nostrani (proprio come da Piazza Fontana alla stazione di Bologna), una volta sminuzzato perbenino dai seguaci egiziani del cristianissimo Torquemada, resta – e resterà per sempre - con la testa infilata nel cappuccio del segreto di Stato prodiano e berlusconide. Ma quel lavoro di Fava e dei suoi colleghi non si è perso tra le guglie liberty intorno al Berlaymont. C’è un po’ di gente che ha potuto prendere le misure dell’infinita capacità della borghesia imperialista di procedere oltre tutti le dimensioni criminali della pur sanguinolenta storia umana. Oggi, con il nero contraffatto e ultrabushista Obama, stragista ed eversore nei cinque continenti, prosseneta dei licantropi di Wall Street, massacratore degli operai dell’auto, più che mai.

Una rondine non fa primavera. Ma non è un buon motivo per abbatterla. Anche se quella rondine, svendolizzata, assomiglia ormai più a una gazza ladra che rubacchia la medaglietta della cresima dalle case dei proletari. Torniamo a questo stramaledetto voto. Non si prova che fastidio. Fastidio per dover chiudere gli occhi mentre si traccia la croce su falci e martelli corredati di un rosario di nomi scaturiti, alla faccia del “rinnovamento dal basso”, dagli scantinati di robivecchi. Trito e logoro funzionariato di partito, assessori e consiglieri precipitati dalle mangiatoie di vecchi parchi buoi e mandati a rifocillarsi in Europa, sconci ominicchi e donnicchie coperte d’oro per aver annegato nel sangue contadini afghani (remember Menapace?), qualche carneade da cui non si ha idea cosa aspettarsi. Ma a me dà personalmente un fastidio vasto come il Patto Atlantico, smisurato come le infamie che si compiono al suo interno su popoli diffamati e massacrati, profondo come la penetrazione del gladio Nato fin nelle più riposte viscere del nostro vivere sociale e civile, circolare come è la blindatura della nostra libertà-sovranità-autodeterminazione, l’urlante silenzio di proprio tutti i programmi e pronunciamenti elettorali con la falce e il martello sul leviatano che ci calpesta sotto i suoi anfibi: la guerra (salvo qualche inoffensivo pigolìo di Ferrero e di Ferrando). Silenzio-complice, volente o nolente, che avvolge e condanna all’ineffettività assoluta anche tutte le pattugliette che, dal largo, affluiscono ora al voto per la lista “unitaria”. Silenzio cagasotto che purtroppo non viene nemmeno scalfito dalle postazioni isolate di compagni antimperialisti la cui luminosità ricorda “l’orizzonte in fuga, dove s’accende rara la luce della petroliera” (penso a Lotta e Unità).

Il varco è qui?” ci si deve chiedere, ancora con Eugenio Montale. Pare proprio di sì, anche se lo smarrimento di guerra, Nato, basi, asservimento coloniale, tra i flutti delle compatibilità e delle bulimie poltronare, assomma a codardie opportuniste la cecità circa gli effetti della nostra servitù imperialista. Effetti determinanti su macelleria sociale e involuzione fascista e anche sul nostro tradimento dei combattenti contro l’eterno terminator, taliban, saddamisti, islamici, o “kamikaze” che siano, esattamente come lottavano i nostri partigiani, in primis per la liberazione di una “patria” che, poi, si sarebbe fatta a immagine e somiglianza dei propri sogni. Il voto per due persone perbene come Ferrero (non me lo perdoneranno i miei amici Hamas) o Ferrando (non me lo perdonerà Chavez) sortirà gli stessi effetti della mia clavicola fratturata offerta in cera come ex-voto al fattucchiere Padre Pio. Ma qui si tratta di affermare che la materia uscita dal tritacarne della repressione borghese, della decerebrazione piduista da Craxi a Berlusconi e del collaborazionismo controrivoluzionario di un Togliatti, baronetto di Yalta, e di un innestato spurio come Bertinotti, non finisca tutta nel famoso immondezzaio della storia. In quella materia si sbattono, per la ricomposizione nel segno dell’antagonismo assoluto, tantissimi compagni cui non si deve negare la possibilità di travolgere domani con la forza dell’organo e del tamburo i tenui violini dei critici di corte.

Così, dopo aver volteggiato sui due simboli con la falce e martello, la mia matita infilzerà uno dei due, non senza essere passata a volo radente anche accanto al gabbiano di Di Pietro. Già, perché c’è un altro fattore di grande fastidio. Ed è la spocchia ottusa con cui i bravi compagnucci della coerenza ideologica abbattono la scure dell’anatema politico su chi meditasse un voto nientemeno che al “questurino”. Sono affetti dalla stessa torpidezza mentale che rincoglionisce coloro che si sciacquano la bocca dopo aver detto “Hamas”. Apostoli del vangelo delle contraddizioni come codificate da certi postmarxiani, hanno in uggia e tempestano di scomuniche qualsiasi vangelo apocrifo che magari annota qualche contraddizione nuova, eterodossa, via dalla centralità ormai mitologica di una “classe operaia” che per decenni sindacato e partito hanno educato a interessarsi di redditi e condizioni di lavoro che la mantengano agganciata alla piccola borghesia, di cui in massima parte condivide i “valori”. Magari nel frattempo crisi e rivolgimenti hanno sconvolto gli assetti sociali facendo emergere nuovi soggetti in sofferenza e dotati di carica antagonista, penso al precariato intellettuale e tecnologico, al popolo inquinato nei territori manomessi, agli immigrati. Soggetti che, come gli studenti del ’68, trascinino quanto non è finito omologato nella “classe operaia” verso una strategia che vada oltre il tinello, la spiaggia di Rimini, certezza e sicurezza del e sul lavoro. In fondo a quel percorso ci aspetta inesorabile la rivoluzione, dove tocca mettere in gioco beni e vita. E allora per i più è meglio restarsene al sicuro in un’ortodossia dai pochi rischi. E’ stata la corrosiva lezione del PCI qui e in tutti i Sud del mondo, dove infatti le rivoluzioni si sono fatte senza e contro di esso.

Io comprendo e rispetto quelli che, sentendo Di Pietro imbullonare i delinquenti e le mignotte di regime, sorprendere il colto e l’inclita con inedite rivendicazioni sociali, meditano di votarlo. E’ con qualche perplessità che finisco con il non condividerne la scelta. Di Pietro questurino, giustizialista (vivaddio!), populista speculare a Berlusconi, finto Robin Hood, accidioso sui migranti, sodale dei manganellatori e via stereotipando e deprecando, per oscurare il dato che, in parlamento e fuori, il questurino e la sua schiera di intellettuali borghesi oggi rappresentano l’unica opposizione istituzionale al caterpillar postribolare di marca mafiofascista, con alla guida il guitto mannaro. Non solo, nel giro di Di Pietro c’è anche chi, forse meglio di altri, contribuisce a demistificare la truffa svendoliana dell’arcobalino, “Sinistra e libertà”, mela davvero marcia nel cesto dei rossi frutti avvizziti, ultima evacuazione del dead man walking Bertinotti. E’ dell’altro giorno lo scontro tra il brogliatore pugliese e l’ex-pm di Catanzaro Luigi De Magistris. E la posta era di quelle strategiche. Con la puntualità con la quale ha denudato il principotto di Cepaloni e scoperchiato la melma del tribunale della ‘ndrangheta a Catanzaro, Il magistrato massacrato da regime, media e corporazione ha ricordato che il governatore allora “comunista” della Puglia aveva privatizzato il più importante acquedotto dell’assetato Sud, il più grande d’Europa, appunto quello pugliese, costringendo alle dimissioni Riccardo Petrella, massimo difensore italiano e internazionale di quel bene comune.
Ricordo dai tempi del TG3 che ero andato a fare una serie di servizi sulle mafie che in Puglia, sull’altopiano della Murgia, seminavano rifiuti tossici del Nord sotto le colture pregiate e stavano assediando proprio quel condotto di acqua e di denari. Per aver interferito, riprendendo un bacino artificiale abusivo, con la mia troupe ci trovammo davanti appeso un agnello appena sgozzato che ancora buttava sangue. Intorno, a vista d’occhio, nessuno. Poi venne Petrella e blindò il bene comune. Poi venne faccia-di-gomma Svendola e svendette il bene comune alla solita SPA, gradita ai poteri criminali. De Magistris, candidato dell’IDV, ha dichiarato: ”Io so che la regione Puglia sta lavorando per la privatizzazione dell’acqua che, secondo noi, è un bene pubblico e non deve appartenere ai privati. Loro non vogliono migliorare il servizio, ma solo fare affari aumentando le tariffe agli utenti". Non male per un dipietrista. Del resto con il suo coraggio, il suo lavoro, la sua resistenza ai soprusi e alle persecuzioni dei potenti, i suoi colpi di bisturi nel tumore del malaffare mafioso-giudiziario-politico, De Magistris ha dimostrato più comunismo, che lo sappia o no, di tanti sedicenti tali.


Senza il minimo dubbio, Di Pietro è la trincea più avanzata contro la melma berlusconiana, “piduista, razzista e fascista”, come correttamente la definisce. L’antiberlusconismo? Roba vecchia, superata, depistaggio dalle questioni vere. Mettiamo in discussione il capitalismo, compagni! (rigorosamente senza parlare di imperialismo, s’intende). E’ la litania che fa il paio con le barzellette dell’energumeno di cosca che sposta il diritto a blindatura dei ladri e assassini e a liquidazione degli onesti e poveri. Come se in questo paese da Gran Guignol il capitale non si fosse scelto come rompighiaccio il berlusconismo. Vogliamo ignorare il rompighiaccio che ci manda in acqua come foche sulla banchisa in scioglimento, per mirare, annegando, all’armatore sulla terraferma? Quanto poco si sono letti Marx e Lenin nel valutare le priorità, i passi avanti e il passo indietro, che la congiuntura impone al processo rivoluzionario. Tutti questi vivono una regressione all’infanzia di quando un Tambroni poteva venire buttato giù dall’insurrezione (incontrollata dal PCI) delle masse. Oggi c’è un pacchetto di mischia al vertice dello Stato al quale Tambroni, Borghese o De Lorenzo stanno come Kronstadt alla Rivoluzione d’Ottobre, per fare un paragone del cazzo ma chiarificatore, o piuttosto come Crispi a Mussolini. Quanto nei due secoli trascorsi le masse subalterne e specialmente quelle della seconda metà del Novecento, seppure sedate dal PCI, si sono conquistate a difesa della vita, della salute, dell’agibilità politica, della pace, dell’internazionalismo, del piatto di pasta, di una scuola corretta, della legge uguale anche per i cafoni, viene oggi spazzato via da questo verminaio di cinismo sanguinario, soperchieria e corruzione. Contro l’annichilimento di ogni speranza di ripresa e riscatto che minaccia di protrarsi oltre i limiti biologici di generazioni, in prima fila oggi sta questo rustego e intelligente borghesuccio di campagna e commissariato. E’ tattica strumentale? Gli altri non sanno mettere in piedi neanche quella. Primum vivere, sopravvivere. Poi ce la vedremo anche con Di Pietro. Intanto non mi permetterò neanche un sorrisetto di sufficienza su chi vota il castigamatti abruzzese.

Sarà mica il caso di ripensare il comunismo? Magari evitando l’abisso dove ci condurrebbero i pifferai vendolottiani. Come dice Alain Baidou, filosofo francese, il comunismo è un’ipotesi i cui fallimenti, dando luogo dialetticamente come le scienze alle condizioni per il suo ripensamento, sono da considerare tappe di un cammino di costruzione.. Il comunismo che viene esige un’organizzazione e soggetti nuovi ed è per questo che non possiamo non dirci contemporanei, non tanto dei partiti comunisti di ogni dove, quanto del ’68-’77, della Comune di Parigi, della Rivoluzione Culturale, del processo bolivariano. La linfa per questa contemporaneità viene dall’alleanza con i nuovi proletari dei Sud del mondo, venuti qui o rimasti là, dalle vittime pensanti della crisi portatori di nuovi saperi, e dagli intellettuali eredi delle battaglie politiche degli ultimi decenni. Alleanza, dice ancora Badiou, che non intratterrà alcun rapporto organico con i partiti istituzionali, i soliti gruppi ossificati nell’autoreferenzialità e il sistema elettorale e istituzionale che li fa vivere. Ma questo è un altro discorso. Pensiamo brevemente alle europee e poi, a lungo, a come buttare per aria quest’Europa di schifo, padronale, schiavista e imperialista. L'hanno fatto in Irlanda e Francia (paese della Comune).

lunedì 1 giugno 2009

BOICOTTA, DISINVESTI, SANZIONA. Prima che sia troppo tardi.


























Sull’appello degli studenti palestinesi per il boicottaggio accademico di Israele che troverete in calce

Continuando con coerente accanimento a portare avanti il progetto sionista di pulizia etnica della Palestina, Israele ha fatto affiggere da una compiacente società delle metropolitane di Londra e New York la mappa che vedete. Nessuna linea verde tra lo Stato di Israele come definito dall’ONU nel 1947 e poi allargato con successive ruberie, assalti, distruzioni ed espulsioni, fino a comprendere il 78% della Palestina storica. Non c’è nessuna Cisgiordania occupata, nessuna Gaza assediata e strangolata, nessun Golan predato ai siriani, tanto meno nessuna Palestina. Solo Israele, tutto Israele, Israel ueber alles, Israele che galleggia in un vuoto geografico aperto a ogni ulteriore espansione. Fortunatamente, nel deserto dell’indifferenza di sinistra, determinata dal panico della rappresaglia psicologica, mediatica (non solo) e terroristica di Israele e delle sue lobby (“antisemiti!”, “sostenitori dei terroristi!”, “complici dei fanatici integralisti!”, “dimentichi dell’olocausto!”), qualcuno di lucido e non intimidito si è mosso e le mappe imperialrazziste sono state tolte. Un piccolo limite allo Stato più fuorilegge di tutti è stato posto.
In compenso da noi non si son mossi né foglia, né sopracciglio (a prescindere dal bravo Michele Giorgio sul “manifesto”), alla proposta del Quarto Reich installato a Tel Aviv di imporre agli arabi di Israele un giuramento di fedeltà allo “Stato di soli ebrei”. E neppure all’approvazione in commissione del Knesset di una legge con cui i nazisionisti Netaniahu e Lieberman decretano tre anni di carcere a chi commemora, deplora e piange la Nakba , la catastrofe del popolo palestinese, giacchè coincide con le celebrazioni della proclamazione dello Stato di Israele, alla quale l’universo mondo, vittime dei carnefici comprese, deve tributare laudi, feste e ghirlande. Quella proclamazione che si pretende fondata sulla trovata dell’assegnazione al popolo d’Israele da parte di un dio, qualche millennio fa, delle terra tra il Mediterraneo e vattelapesca dove (in prospettiva molto, molto oltre). Fondamento di uno Stato di “reduci” che vanta la stessa ragione storica del miracolo della partizione delle acque del Mar Rosso che avrebbe dato ai girovaghi del deserto la terra promessa per erigere un regno. Un regno all'insegna di un dio tutto suo, pervicacemente militarista e che, per costanza e continuità della sua teologia della strage e ideologia del razzismo, non pare avere uguali nella storia.


Tutti zitti e anche la carneficina tipo ghetto di Varsavia perpetrata a Gaza, e che prosegue seppure al rallentatore, è sprofondata nell’accidia, nella coda di paglia, se non nella connivenza dei sinistri “di massa” (si fa per dire). Dov’è da noi un George Galloway, deputato di quel partito “Respect” che i nostrani burini in braghe di tela rivendicano come consanguineo? Ve li immaginate Ferrero, Diliberto e, figuriamoci!, il brogliatore Svendola, che mettano in colonna 150 camion, ambulanze, pescherecci e sfondino a mazzate lo schieramento degli ascari egiziani a guardia del blocco genocida di Gaza e, Deus avertat, rendano aiuti e onori al governo “intergralista” e “terrorista” di Hamas? E pensare che tutti gli abominii dello Stato Canaglia in Medio Oriente, da un’occupazione a carattere concentrazionario ai successivi sventramenti dei paesi vicini, dal terrorismo psicofisico praticato in giro per il pianeta alla busta di plastica messa in testa alla popolazione di Gaza, rischiano di non essere che prodromi.

Non c’è giorno, non c’è esternazione dei nazisionisti ove non si annunci un’apocalisse regionale che, inesorabilmente, si estenderà al resto del mondo. Una volta che i compari Usa-Iran hanno assolto all’obiettivo strategico di Israele di eliminare il polo di resistenza arabo antimperialista ed antisionista in Iraq, quei millenaristi psicopatici del libro sacro più sanguinario della storia umana vogliono a tutti i costi avventarsi sull’Iran (al quale sorgerà qualche perplessità sull’opportunità di aver collaborato a due riprese, guerra Iran-Iraq e oggi, alla liquidazione di Saddam). Ovviamente le centrali nucleari e “l’imminente atomica degli ayatollah” sono mero pretesto, del tipo già collaudato con le “armi di distruzioni di massa irachene”, le torri gemelle, o il rapimento di bambini da parte dei rom. Dopo la trentennale collusione nel disintegrare la trincea araba, Israele ora si trova in rotta di collisione con i persiani per l’egemonia regionale e il dominio sui popoli arabi. E mentre si allenta il freno Usa alle intemperanze dei licantropi di Tel Aviv relativa a una rivincita su Hezbollah in Libano e su Hamas in Palestina (agevolata dagli imbecilli dell’eurocentrismo che blaterano, all’unisono con Cia-Mossad, di integralismo islamico e vanno a cercare con la lampada di Diogene gli atomi della sinistra palestinese frantumata), sull’attacco all’Iran il nero contraffatto della Casa Bianca ha ottenuto da Netaniahu, implorando, una dilazione dell’armagheddon fino al 31 dicembre. Poi, dettano da Tel Aviv, ce ne fotteremo delle preoccupazioni Usa per i propri interessi a rischio di ramengo nello sconquasso di tutta l’area del petrolio. A soffocare quei dubbi ci penseranno i tentacoli della piovra chiamata lobby ebraica. Calcoli giusti, calcoli sbagliati? Chissà. Quel che è certo è che abbiamo di fronte a noi, dall’altro lato del Mediterraneo, un concentrato di teste di caciucco da manicomio criminale e che nei programmi e manifesti elettorali dei nostri sinistri quella problematica da fine del mondo è scomparsa. Insieme alla guerra, la Nato, i nostri macelli in Afghanistan, le basi, il Dal Molin, l’imperialismo, il sionismo. E già, a dirsi antisionisti di rischia di finire socialmente fucilati come antisemiti…

La mappa da cui è stata ripulita la tube londinese e l’underground di New York è la configurazione etno-confessional-geografica instillata nella Weltanschaung di ogni israeliano fin dalla scuola materna. Non solo, prefigura quell’altra mappa disegnata dal mito fondativo sionista e che la bandiera con le due striscie blù evoca: Israele dal Nilo all’Eufrate. Prima di ritrovarsi tra quei confini (infatti lo Stato israeliano finora non se ne è mai dati), la banda di mangiaterra e succhiasangue, qui giunta nascondendo le sue vergogne dietro il paravento delle povere ossa raccolte nei lager, non darà pace ai palestinesi, agli arabi, al mondo, dovesse costare altre mattanze. Fino al giudizio finale decretato da quel simpatico Javè sotto forma di olocausto dalle loro (mica iraniane) 400 bombe nucleari. Gli attentati terroristici etichettati islamici, l’uranio e il fosforo bianco su Gaza, Iraq e Afghanistan sono le relative esercitazioni e l’11 settembre di New York e seguenti ne sono stati il lieto annuncio.

Non sono stati solo il furto di vite a decine di migliaia, con in testa bimbi pericolosamente di rincalzo alla sopravvivenza degli "scarafaggi", o delle terre governate secondo le fantasie bibliche da una millenaria teoria di serialkiller mosaici, ordinato al volenteroso suo popolo dallo sfracellatore ebraico nascosto nel cespuglio in fiamme. Oggi i pirati di etnia europea, slava, anglosassone, a teocrazia ebraica, che, qui sbarcati inferiscono sulla millenaria Palestina arabo-semitica, aridi di cultura omologa alla storia del territorio, ai nativi rubano anche l’anima, la cultura, il nome. Cammuffati da autoctoni, si sono impadroniti di costumi, balli, musiche, spettacolo, lettere, prodotti e usi alimentari, falafel incluso, degli indigeni veri, fortificando così negli sprovveduti, anche a sinistra, accanto allo scudo fiscal-umanitario della Shoah, la convinzione che quei predatori, lì sbarcati come i marines in Vietnam, siano invece i veri titolari, finalmente di ritorno alla terra dei padri.

E’ questo furto con scasso e destrezza che dà validità, urgenza e forza alla campagna degli studenti e accademici palestinesi, e di molti loro omologhi ebrei, per il boicottaggio, oltreché di beni e servizi di Israele e correi, di ogni rapporto tra culture esterne e il mondo culturale degli occupanti che o è improntato a razzismo e violenza, o è appropriazione indebita. Ci incoraggi il dato secondo cui nei primi due mesi dopo l’inizio della campagna l’export israeliano è crollato del 22%. Ecco l’appello.

CAMPAGNA DEGLI STUDENTI PALESTINESI PER IL BOICOTTAGGIO ACCADEMICO DI ISRAELE (PSCABI)
PSCABI-Gaza, Palestina Occupata, 29 maggio 2009.

“Gaza è divenuta oggi la prova della nostra indispensabile etica e universale umanità.“ Comitato Nazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS)

La PSCABI fa appello agli studenti amanti della libertà in tutto il mondo di esprimersi in solidarietà con il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane contro la loro complicità nel perpetuare l’occupazione militare illegale e il sistema di apartheid israeliani. Abbiamo preso atto della storica azione intrapresa da migliaia di coraggiosi studenti e docenti delle università britanniche e statunitensi, occupando i rispettivi campus in segno di condanna contro la brutale oppressione del popolo palestinese a Gaza. Apprezziamo profondamente la decisione dell’Università dello Hampshire di disinvestire da società che approfittano dell’occupazione israeliana. Tali pressioni su Israele ha le maggiori possibilità di contribuire alla fine della negazione dei nostri diritti, incluso il diritto all’istruzione.

Sottolineiamo la nostra adesione all’appello BDS lanciato da oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese.

Il nostro obiettivo è di svolgere un ruolo nel promuovere il movimento globale BDS che ha acquistato un impeto senza precedenti in seguito alla recente guerra genocida sferrata da Israele contro la Striscia di Gaza occupata e assediata. Sollecitiamo i nostri compagni studenti a prendere qualsiasi misura possibile, per quanto ridotta, a sostegno della giustizia, del diritto internazionale e dei diritti inalienabili del popolo nativo di Palestina, applicando un’effettiva e continua pressione su Israele, soprattutto sotto forma BDS, per contribuire a porre fine al suo dominio colonialista e razzista sui palestinesi.

Chiediamo di sostenere ogni sforzo per boicottare le istituzioni accademiche israeliane; di premere su amministrazioni universitarie perché disinvestano da Israele e da società che direttamente o indirettamente sostengono l’occupazione e la politica di apartheid, di promuovere risoluzioni dei sindacati studenteschi che condannino le violazioni israeliane del diritto internazionale, dei diritti umani e di sostenere la campagna BDS in tutte le forme; di sostenere il movimento studentesco palestinese direttamente.

Per rompere il barbaro e medievale blocco di Gaza, persone di coscienza devono attivarsi in termini di urgenza e scopo. Israele deve essere costretto a pagare un alto prezzo per i suoi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, attraverso il rafforzamento del boicottaggio di Israele e delle istituzioni e imprese complici in tali crimini. Come ai tempi della lotta anti-apartheid in solidarietà con la maggioranza nera in Sudafrica, gli studenti impegnati per la giustizia e la pace hanno l’obbligo morale di sostenere il nostro boicottaggio.

CAMPAGNA DEGLI STUDENTI PALESTINESI PER IL BOICOTTAGGIO ACCADEMICO DI ISRAELE: Blocco delle unioni degli studenti progressisti; Blocco Islamico; Organizzazione giovanile di Fatah; Lega islamica degli studenti palestinesi; Fronte studentesco progressista del lavoro; Blocco per l’Unità degli studenti; Ufficio degli Affari Studenteschi, Università di Palestina.
www.pacbi.org/etemplate.php?id=869
www.bdsmovement.net/?q=node/52

mercoledì 20 maggio 2009

GUERRA, QUESTA SCONOSCIUTA




















Nessuno è più schiavo di coloro che falsamente pensano di essere liberi
(Johann Wolfgang von Goethe, 1749-1832)

Educare una persona significa renderla inadatta a essere uno schiavo
(Frederick Douglass, schiavo fuggitivo, abolizionista, giornalista, 1818-1895)

Giovedì 21 maggio, a Roma in Piazza Navona, dalle ore 11 alle ore 20.00 si svolge una giornata di mobilitazione contro la guerra, le basi militari, la Nato, le armi nucleari, lo scudo stellare, gli F35.
C’è da tirare un sospiro di sollievo grande come uno tsunami. Parole (e relativi concetti e relative battaglie) come “guerra”, “Nato”, “basi”, e di conseguenza la sovranità italiana concultata e cancellata in progressione geometrica dal 1945 ad oggi, complici proprio tutti gli attori politici della Repubblica, salvo gli “illuminati” della rivolta 1968-1977, sono svaporate dall’agenda della sedicente sinistra italiana. Insieme a esse si sono dissolte nei teneri effluvi della compatibilità (detta anche “connivenza”) termini come “imperialismo” e “internazionalismo”. E’ solo da qualche nicchia antagonista, benemerita assai, che si sprigionano ancora a volte questi Leitmotiv, che tutto comprendevano, di alcune generazioni in lotta contro quella che era giustamente percepita come la locomotiva della lotta di classe condotta dal capitalismo mondiale contro classi e popoli da subordinare (in proposito merita di essere consigliato l’opuscolo “Resistenza Antimperialista vs Nuovo Grande Medio Oriente”, pubblicato a Milano da Resistenze Metropolitane).

Tranne un fugace accenno nella lista della spesa elettorale del PRC, di guerre non c’è ombra nei programmi e nelle campagne per le europee dei criptodestri del PD, del loro sospensorio svendoliano di “Sinistra e libertà”, della lista unitaria con la falce e il martello. Questa è gente che ha votato con Prodi un 24% di spese militari in più, l’adesione allo scudo stellare, gli stragisti F35 di Novara, la creazione del narcostato Kosovo, il colonialismo ammazzapopoli in Iraq, Afghanistan, Libano. Questa è gente che non ha urlato di sdegno quando Prodi ha spappagallato, su ordine del macellaio Olmert, “Israele è Stato ebraico”, etnicamente pulito. Questa è gente che si è “rinnovata” con un funzionariato di reduci spiegazzati e mettendo a capo del Nord Est per le europee la pacifinta Lidia Menaguerra che ciabattava nel sangue dei bambini afghani blaterando di “riduzione del danno” (lo sconcio di presentare questa maleinvecchiata al fosforo bianco nella circoscrizione del Dal Molin!). La Nato di cui, attizzato dai suoi macelli in Jugoslavia, ci ha fatto ascari d’assalto il barbiere di Gallipoli con i baffetti, il carro bestiame da mattatoio agganciato alla locomotiva imperialista da un Berlinguer che diceva “mi sento più sicuro nella Nato”, Dead man walking Bertinotti che si fa lustrascarpe degli anfibi della Folgore in Libano, l’intero territorio nazionale butterato dal vaiolo Usa, anche nucleare, una classe politica essudata come percolato dalla discarica dei valori nazionali di indipendenza e autodeterminazione, ecco il paesaggio nel quale formicola il verminaio sociale italiano. E c’è qualcuno che si ostina a narcotizzarsi pensando di poter collocare in un simile territorio la riconquista di lavori stabili e salari adeguati, pensioni affidabili e istruzione per uomini liberi, media onesti e prevalenza della vita sul cemento, vittorie di Stato sulla criminalità organizzata (che è poi nient’altro che collisione/collusione della criminalità dei pizzini con la criminalità organizzata dei decreti e dei consigli d’amministrazione), riconoscimento e fratellanza per gli umani costretti a lasciare le loro terre dagli sfracelli e dalle rapine di quelle stesse mafie con la coppola o il maglioncino girocollo, addirittura un diverso rapporto di forze tra le classi.

Ogni tanto, a un pubblico che strabuzza gli occhi a sentir parlare di sovranità (l’ho imparata eminentemente giracchiando per il Sud del mondo, dove la sanno più lunga assai) racconto di quella famigliola che si dibatteva inutilmente nell’incendio della propria casa, visto che la società immobiliare aveva negato al capofabbricato le bombole antincendio e gli aveva invece riempito le tasche di fiammiferi. Hai voglia a manifestare contro le fiamme, se non interrompi prima il flusso dei fiammiferi e sottrai ai magazzini dell’immobiliarista gli estintori. Si chiama antimperialismo. In Venezuela, per dire, la rivoluzione bolivariana poco spazio di manovra avrebbe conquistato se non avesse tagliato le unghie alla piovra imperialista, cacciando a pedate i suoi tentacoli DEA, ALCA, spie, provocatori, istruttori militari, vampiri multinazionali, FMI, terroristi Cia-Mossad e spalloni di dollari per i proconsoli locali. In tutti questi paesi, messi neanche tanto peggio di noi in fatto di subordinazione al megapadrone, due aspirazioni vengono prima di ogni altra, come avevano priorità assoluta, rovesciando l’assunto di tanti partiti comunisti di obbedienza Yalta, anche tra i popoli della lotta al colonialismo della seconda metà del secolo scorso: l’istruzione e la sovranità. Conoscere per lottare contro l’imperialismo, lottare contro l’imperialismo per conoscere. E’ nella sconfitta dell’imperialismo che si aprono i varchi per la liberazione di classe. E’ l’imperialismo che garantisce ai suoi maestri di casa, da Mubaraq a Netaniahu, da Karzai a Al Maliki, da Prodi a Berlusconi, strumenti e metodi, cultura e armamentari comunicativi, per il dominio sulla marca. E se oggi, da Reagan a Obama, lo strumento per l’assoggettamento o l’annichilimento è la “guerra al terrorismo”, sifonata dagli autoattentati dell’11 settembre 2001, da noi i servizi segreti a conduzione Cia e Mossad hanno represso l’insurrezione di classe, ieri, con le operazioni da Piazza Fontana a Moro e, in questi giorni, con le sceneggiate del terrorismo islamico, le invenzioni dell’anarcoinsurrezionalismo, fino alle evocazioni di rigurgiti brigatisti dal parapiglia attorno al palco di Gianni Rinaldini a Torino. Un parapiglia mistificato in aggressione da parte dei sindacati di base cui energumeni Cgil volevano negare la parola, già accordata. Tutti d’accordo nella criminalizzazione dei contestatori, dalla Marcegaglia allo sputafuoco Calderoli, dall’ovvio caporale di riserva Bertinotti a un “manifesto” che per la Cgil nutre la malsana passione del signor Masoch.

Non sarà anche perché è in quegli ambiti sindacali che vivono ancora tracce di antagonismo vero, come tra gli studenti che, diversamente da quanto apprezza lo svendoliano “manifesto”, non si accontentano di clowneggiare altermondialisticamente con arieti di cartapesta attorno alle inaccettabili zone rosse del G8, nelle quali gli accademici dell’impero programmano l’ottundamento dei loro cervelli? C’è lì, infatti, un profumo di antimperialismo ormai dismesso e divenuto intollerabile a olfatti trinariciuti e che però aleggia da Atene a Parigi, da Torino a Madrid, da Gaza a Caracas, da Kabul a Mogadiscio. E sono ormai da anni solo quei portatori di lucidità strategiche non contaminate da pragmatismi riformisti che, Cobas in testa, insistono a incidere il grumo centrale della metastasi imperialista di dominio e di guerra.

Tutti, quindi, a Piazza Navona, contro la guerra, le basi, la Nato, l’imperialismo. E mi auguro di non trovarci quei sagrestani dei diritti umani che sono tornati a suonare le campane a stormo per la martire Aung San Suu Kyi. La signora, i cui apostoli hanno l’ufficio centrale all’ombra della Casa Bianca, come quelli del Darfur ce l’hanno lì e a Tel Aviv, ha violato il dispositivo dei suoi arresti domiciliari ospitando per due giorni e due notti un clandestino statunitense, arrivato nella villa a nuoto e di conseguenza è finita in carcere. Lo sapeva. Subito strilli e strepiti per l’offesa all’eroina dei diritti umani, perfino premio Nobel. Come se il Nobel fosse un certificato di santità: pensiamo a Kissinger, Peres, Begin, Sadat… Ce n’è di delinquenti tra i laureati dai dinamitardi di Stoccolma. Il “manifesto” ha sciolto le briglia a “Lettera 22”, un manipolo di corrispondenti più compatibili che moderati, implacabilmente antislamici, cui ha praticamente appaltato l’Asia. Prima ancora che il processo alla signora iniziasse, lo stigmatizzavano “a porte chiuse”. Li ha dovuto correggere nientemeno che il tg: il processo è aperto a chiunque, anche ai giornalisti esteri. Proviamo a essere maligni e a pensar male: sono imminenti le elezioni generali in Myanmar e per una nuova costituzione che trasferisce il potere dai militari ai civili. Nell’ipotesi che le votazioni dessero ragione all’attuale governo e non ai “democratici” da libero mercato e globalizzazione capitalista (è il programma di A.S.S.K.), quale marchingegno migliore che far violare a qualche provocatore le regole imposte alla signora, farla processare per questo, onde tornare a denunciarne la persecuzione e la vittoria elettorale che sarebbe stata sicura, ma viene negata dall’arresto? E’ un’ipotesi. Che però riceve un certo credito sia dagli stretti legami che il Myanmar intrattiene con la Cina, grande investitrice e acquirente del suo gas a dispetto delle multinazionali occidentali, come anche dal formidabile appoggio (solo politico?) dato da Washington a certe tribù secessioniste armate, proprio ai confini della Cina, cui si potrebbe dare il compito di riattivare l’industria degli stupefacenti stroncato dalla giunta militare? C’è puzza di Darfur, di Dalai Lama, grande sodale di Suu Kyi. Miasmi alimentati dalle immancabili flatulenze pannelliane e ora, in qualità nientemeno che di “inviato speciale dell’Unione Europea per Birmania/Myanmar”, da quel Fassino accreditatosi alla “comunità internazionale” (Washington) con la “Sinistra per Israele” e, più recentemente, con l’applauso ai respingimenti maroniani di un’umanità in eccesso. Non ci dica ora qualche misirizzi che facciamo il tifo per Myanmar o per la Cina. Nessuna simpatia per i governanti di Myanmar, ma anche, nella nostra ignoranza incartata negli stereotipi di una interessatissima propaganda, nessun giudizio apodittico. Stesso discorso per la Cina. Degli amici e della cause dei radicali, di Fassino e dell’imperialismo, comunque, non c’è da fidarsi. Mai. Come c’è da sentire puzza di bruciato quando su qualcosa che è caro ai padroni di ogni risma si forma un’unanimità generale, sinistra inclusa. Quasi sempre, forse sempre, si tratta di carro guidato dall’omino di burro verso il paese dei somari, con sopra, festanti, i grulli della sinistra. L’unanimità va a beneficio dei padroni, da Gesù al grande consorzio dei diritti umani. Ricordate le voci bianche della “sinistra” nel coro che, sulla tomba della Jugoslavia assassinata dalla Nato, celebrava “la primavera di Belgrado”?

Questa sinistra accondiscendente tracima di un eurocentrismo spocchioso, sciocco e ignorante. I suoi dogmi viaggiano su binari diversi,ma in parallelo con quelli del capitale. L’arroganza unita alla stupidità o alla scaltrezza (che sono entrambe nemiche dell’intelligere) genera mostri. Vedi Berlusconi, vedi D’Alema, vedi il Dead man walking in cachmere. Nel mondo chi si è liberato da padroni interni o coloniali lo ha fatto quasi sempre adottando paradigmi e percorsi diversi dai nostri. Anzi, coloro che laggiù insistevano ad applicare quelli nostri di solito finivano con il mettere bastoni tra le ruote alla liberazione, quando non arrivavano addirittura a puntellare dittatori come in Argentina, Bolivia, o nemici del proprio paese come, anche oggi, in Iraq e in Italia.

C’è da chiedersi con che faccia noi ce ne andiamo in giro, osceni nelle nostre brache calate, a insegnare e redarguire. La bambina Zenab, 13 anni, ma la maturità di chi ha guardato nel buco nero dell’universo e ha tenuto gli occhi aperti, l’ho conosciuta nella sua casa di Gaza, occupata, devastata e imbrattata di merda e ingiurie dai beccai israeliani che a Zenab hanno ucciso 29 parenti, padre, madre e fratelli compresi, Prima con le granate in casa, poi a mitragliate contro chi fuggiva con le bandiere bianche. Zenab, tra quattro mura crepate in un oceano di macerie, racconta tutto nel mio dvd “Araba Fenice, il tuo nome è Gaza” . Alla fine Zenab è esplosa in domande che erano atti d’accusa come scorrono nel sangue di ogni palestinese: “Ci hanno cacciati nel 1948 e ci hanno preso le nostre terre, hanno distrutto i nostri villaggi, hanno separato i figli dai genitori… e noi dovremmo dirgli grazie? Ci hanno fatto una guerra dopo l’altra, ci hanno comprati e venduti, ci hanno presentati al mondo come fossimo selvaggi e terroristi per isolarci da tutti… e noi dovremmo dirgli grazie? Ora su quel che rimane sono passati sopra come una tempesta di sabbia, cercando di seppellirci per sempre… e gli dovremmo dire grazie? Quando muore un bambino israeliano si commuove e protesta il mondo, da noi ne hanno ammazzato a centinaia e non si muove nessuno. E dovremmo dirgli grazie? Noi abbiamo un prigioniero, Shalit, loro ne tengono in carcere 11mila, anche bambini e donne. Uno contro 11mila! Ma noi non torturiamo Shalit. Noi siamo palestinesi, siamo umani".

C’è qualcuno ancora in questo paese che ponga domande simili in relazione alla Nato? Questa Nato del KOMBINAT eurostatunitense da braccio della morte che maramaldeggia sulla nostra politica e spadroneggia sul nostro territorio. Che ci mette alla mercè di criminali escatologici come lo sono tutti i presidenti scaturiti dalla bulimia delle élites statunitensi, l’illusionista per farlocconi Obama in testa. Questa Nato che ha mandato per il mondo nostri cittadini, marmorizzati dai neuroni agli ormoni, ad ammazzare innocenti e giusti a migliaia e a morire da fessi a decine, che corrompendo, sventrando, schiavizzando popolo dopo popolo nostro amico, ci ha tagliato il cordone ombelicale con il resto del genere umano. Questa Nato che della nostra casa ha fatto un postribolo di lenoni e zoccole. Questa Nato che si gonfia ogni giorno di più succhiando la nostra sanità, istruzione, natura, sicurezza. E il cielo – o piuttosto la reazione degli esseri umani - voglia che finisca come la rana che voleva farsi bue. Un mio amico, grande poeta cubano, Victor Hugo Lores Pares, direttore dell’entusiasmante Museo della Marcia del popolo combattente all’Avana, mi ha così definito la Nato: “ E’ la forca dell’umanità ”. E noi le dobbiamo dire grazie?

Sull’affondamento in mare o nel deserto dei fuggiaschi dai disastri seminati nel mondo dall’Occidente si è innescata una bella gara tra il ministro di polizia, il ministro dell’Offesa e qualche consanguineo del PD, per chi difende con maggiore ferocia le mura della fortezza imperiale e delle sue casamatte più esposte. Si tratta di competere per il voto alle europee. Ancora una volta il modello è Israele, dove il laburista Barak e i kadimisti Olmert e Livni si contendevano il primato di chi incitava con maggiore entusiasmo Tsahal allo sterminio dei palestinesi, di chi schiacciava con più cemento e coloni fascisti le terre e vite di coloro che hanno il torto di essere arrivati prima, ma di non essere ebrei. Tanto bene gli è andata che poi hanno vinto dei nazisti dichiarati, neanche più mimetizzati dalla farsa dei Due Stati. Da noi, più a destra dei due gaglioffi razzisti citati non c’è che Dart Fener e la Morte Nera.

Termino con una breve risposta a un gentile lettore (vedi commenti al post “Modello Israele”) che mi chiede alcune opinioni. Premettendo che non sono la Sibilla cumana, preciso che: 1) sulla vicenda Rinaldini ho già detto la modesta mia nel contesto qui sopra, ma ritengo che la versione dello Slai Cobas valga almeno gli schiamazzi dei compatibili. Io poi sono io che ha goduto come una lucertola per la cacciata di Lama dall’Università; 2) sulla vicenda Calabresi e sull’idea dell’opinionista da autoscontro Mughini secondo cui Adriano Sofri era “informato dei fatti”, non posso e non voglio esprimermi, se non per dire che questo Sofri, trombettiere di tutte le guerra, filosionista sparato e intellettuale da altalena, ha imbrattato la grande storia di Lotta Continua e, dunque, anche la mia e rappresenta il peggio del trasformismo italiota; 3) alla richiesta di chi voterò per l’onanistico parlamento di un’Europa natoizzata non ho ancora pronta la risposta. La croce su falce e martello potrebbe prolungare la vita al simbolo (che non sempre è stato alla propria altezza), ma fa anche il lifting a una serie di personaggi ammuffiti come abiti in naftalina. Ciao.

giovedì 14 maggio 2009

MODELLO ISRAELE: UNA RAZZA, UNA CLASSE, UN PAPI





















La saggezza nasce quando le cose si chiamano con il loro nome
(Proverbio cinese)

Il titolo è la parafrasi del giorno di “Ein Volk ein Reich, ein Fuehrer.
Autocitazione: Sia nel libro “Di resistenza si vince” (malatempora editrice), sia nel docufilm “Araba fenice, il tuo nome è Gaza” (visionando@virgilio.it) avevo espresso l’apparentemente temerario concetto che le atrocità terroristiche e razziste che Israele va compiendo tra Giordano e Mediterraneo e in giro per il mondo fossero seguite con compiacimento dallo zoo imperialista perché modello e manuale d’istruzioni ideologico e operativo per la soluzione finale. Soluzione che i ricchi (il 20% con l’80% delle ricchezze planetarie) vorrebbero riservare a poveri (l’80% con il 20%). Il pronunciamento del guitto mannaro per un’ Italia monoetnica, avanguardia nella marcia occidentale verso la soluzione finale fascista, realizzata con lo sfoltimento di un’umanità nella quale sopravviva quel poco di poveri che si prestino allo schiavismo (i kapo’ per la bisogna sono ben rappresentati dai Karzai, Al Maliki, Zardari, Abu Mazen, Uribe), è limpida conferma di quell’assunto. Chiamiamo le cose con il loro nome: il guitto mannaro fa schifo da tutti i pori, ma non è coglione. Sa benissimo che gli italiani sono dalle origini un coacervo di etnie, se proprio si vogliono chiamare così le differenze geografiche, cromatiche e culturali. Per quanto i buttafuori da lupanare leghisti sognino una loro disneyland tutta celtico-padana, la combriccola di muselidi e mignatte da corte e il loro papi non si sognano di sottoporre a pulizia etnica, che so, i liguri, i veneti, i tedeschi del Tirolo, i sardi, i siculi, “etnie” da secoli felicemente intrecciate in un comune progetto di vita e poi anche statale. Avendo per megagalattico capo il neobushiano dalla pelle nera, però con al collo il passi di Wall Street e nello zaino le bombe al fosforo per bambini afghani e pakistani (ci perdonino l’impertinente descrizione gli obamaniaci del “manifesto”), e per riferimento coloro che non potendoli ammazzare tutti hanno ridotto l’80% dei palestinesi residui sotto il livello di povertà, è chiaro che non tanto di etnicismo si debba parlare. Il marocchino, il somalo, il senegalese, il filippino, il cingalese vanno benissimo nella misura in cui servano da schiavi domestici, industriali o rurali. I sauditi da casinò, i libici da Fiat, i colleghi mafiosi cinesi dalla forza lavoro inscatolata nelle cantine, i congolesi con diamanti e coltan, i moldavi del rinfoltimento postribolare, i kosovari fornitori di organi umani, i presidenti colombiani straripanti di cocaina, l’interno sinistro nigeriano i cui gol compensano le tue ruberie e le tue inettitudini in fabbrica, insomma tutti coloro che arrivano con pacchi di milioni, sono da tappeto rosso. Dei loro colori e odori ci se ne strafotte.

Siamo alle solite, a quelle di sempre: alla lotta di classe, oggi condotta con vigore mai visto prima, però ahinoi a senso unico, dall’alto in basso. E pulizia etnica nel senso della razza dei poveri, contadini, operai, intellettuali, o morti di fame che siano. E qui nessuno sta facendo meglio di Israele, con al traino il carrozzone multietnico statunitense, a guida monosociale in virtù della più antica e poderosa delle vocazioni capitaliste, oggi consolidata dal controllo sionista su moneta, armi, media e coscienze sporche. Certo, non è produttivo parlare di guerra ai lavoratori, ai poveri, a quelli fuori dalle alcove politico-sociali del guitto mannaro. Funziona molto meglio sbandierare la guerra di razza contro chi ti insidia l’evanescente posto di lavoro, rinfoltisce le code al pronto soccorso, insidia le tue femmine, ritarda l’apprendimento del tuo pupo a scuola, emana odori inconsueti negli autobus. Fa l’effetto dell’eroina: piacevolissima in vena. Del sangue avvelenato e rovinato per sempre ti accorgi dopo. I sondaggi che danno il brigantaggio di regime in vetta alle simpatie fanno il paio con quel 92% di israeliani che si sono entusiasmati per la carneficina di Gaza. Sei sull’ultimo gradino della scala, ma intanto stai sulla scala, per ora, mentre sotto c’è la melma che non ti deve sfiorare i piedi. Così ti sta bene se qualcuno scalcia verso il basso più basso di te. Lo ringrazi e scalci con lui.

Israele mica ce l’ha con i palestinesi. Ce l’ha con i “terroristi” che, essendo poveri, tirando sassi e, peggio, insistendo a darsi un nome, secondo Israele prometterebbero “una nuova shoah”. Chi non sarebbe d’accordo di infliggerla agli altri, una shoah, prima che la ripetano a te? E così Israele ha insegnato che si può massacrare a 360 gradi, sbeffeggiare centinaia di risoluzioni dell’ONU, violare ogni norma del diritto internazionale, pulirsi il culo con le convenzioni di Ginevra, compiere infanticidi come fossero disinfestazioni di pulci, rubare a man bassa acqua, terra, sottosuolo, aria, agitare l’arma nucleare a destra e manca, usare quelle proibite di distruzione di massa, procedere a rapimenti e incarceramenti di massa, abolire ogni scrupolo giurisdizionale, torturare, compiere genocidi rapidi o al rallentatore. Il combinato USraeliano impone un’unica norma interna e internazionale: la violenza illimitata del più forte, unita alla decerebrazione di tutti. I poveri non sono di etnia diversa, non sono di nessuna etnia, sono disumani, Untermenschen, niente. Se ne può fare quel che si vuole. Il 10% della ricchezza prodotta nel nostro paese ci viene dagli immigrati. Ma devono restare Untermenschen. Che non osino alzare la voce (come insegna il questore di Milano che ne vieta le grida di disperazione per strada) e, soprattutto, che siano di monito ai nostri di lavoratori: la mannaia è pronta anche per loro. Razzismo? Troppo nobile. Ferocia di classe di certo, cannibalismo.

Con il pronunciamento del guitto mannaro e del suo manutengolo da osteria, con al guinzaglio il botolo Fassino, si sale sullo stesso katerpillar con cui gli USraeliani radono al suolo cose e vite di intralcio, dunque superflue. Si manda al macero quanto le borghesie hanno dovuto concedere alle plebi in un paio di secoli di bellissime insurrezioni: l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, l’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, l’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali, l’articolo 12 del Testo Unico italiano sull’immigrazione, la giurisdizione che per cui chi si trova su territorio italiano (le navi) non può essere soggetto a espulsioni collettive, la direttiva europea che impone che chiunque deve poter presentare richiesta d’asilo, le convenzioni che tutelano i i minori e le donne incinte, l’articolo 10 della Costituzione (che precede quello già ampiamente disintegrato da D’Alema, Prodi, Ciampi e Napolitano) sul diritto d’asilo, la criminalizzazione a prescindere dal reato: clandestino uguale delinquente.

No, clandestino uguale tua vittima da sempre. Il bello, l’orrendo di tutto questo è che coloro che vengono ributtati in mare, nel deserto, o nei mattatoi da cui fuggivano sono fin dall’origine residui della nostra masticazione, dei bianchi, cristiani, civili, benestanti, armati, ladri e assassini. Valga per tutti i paesi del sottosviluppo la Somalia. Scientificamente se ne è pianificata la distruzione. Alla caduta nel 1991 del dittatore Siad Barre, caro a Bettino Craxi, iniziatore del processo di mafizzazione nazionale, ero stato, per il TG3, il primo giornalista a mettere il naso nel paese che aveva la sfiga di trovarsi nel punto geostrategico e geopolitico più cruciale per le ruberie e mattanze dei colonialisti di ritorno. C’era un vasto movimento di popolo, guidato da un grande, onesto patriota, Mohammed Farrah Aidid, il detronizzatore del corrotto tiranno. Rischiava di rimettere in piedi lo Stato. Gli fu contrapposto un fantoccio, Ali Mahdi, e ne venne una guerra civile che, volgendo a favore dei difensori del paese, giustificò l’intervento dei ricolonizzatori, torturatori italiani compresi. Due volte quelle popolazioni tentarono di rimettersi in piedi. Prima cacciando l’occupante e poi, con una lotta di anni, ricostituendo un minimo di ordine politico e sociale grazie alla Corti Islamiche. L’Occidente gli lanciò addosso gli ascari etiopici del dittatore Meles Zenawi e poi gli F16 statunitensi. Oggi i somali rispondono, dalle loro terre zeppe di scorie tossiche e nucleari occidentali e dai loro mari avvelenati e saccheggiati (ne potei parlare al vecchio TG3, svelando i traffici della mafia di rifiuti di Spezia), riprendendosi con la “pirateria” briciole di quanto gli è stato rubato e rovinato. Nel frattempo qualche milione di somali ha dovuto mettersi in fuga, alcune migliaia in Italia, corresponsabile della loro agonia. Ma prima di arrivarci trovano le cannoniere di chi li ha ridotti in quello stato. Eppure di Somalia non si parla. Dovrebbero parlarne gli umanitari, i solidaristi, le sinistre. La solita islamofoba Sgrena vi ha visto solo lapidazioni di donne. Si parla del Darfur, che non c’è neanche il confronto. Ne parlano, urlando, gli istigatori e armatori delle bande secessioniste: Israele, Usa, Mia Farrow, la lobby ebraica, i ricchi. Così per l’Iraq: 5 milioni di profughi e sfollati, due milioni di morti ammazzati.

Non c’è paese di provenienza di chi si arrabatta attorno agli scogli dei nostri mari che non sia stato depredato, devastato, affamato dall’Occidente. Vuoi con guerre di sterminio, vuoi con la rapina delle multinazionali, vuoi con la manipolazione del clima, delle acque, dell’habitat. E’ su popolazioni alla pura e semplice fuga dalla morte che si abbatte il modello Gaza, quel modello che l’epigono tedesco Ratzinger non ha ritenuto cristiano visitare, mentre pigolava innocue inanità su un parastatarello come oggi lo vorrebbero rifilare ai palestinesi e al mondo dopo 60 anni di azzannamenti e sbriciolamenti. Un modello fatto proprio dall’illusionista Obama, esteso dall’Iraq all’Afghanistan e ora, a forza di massacri, al Pakistan, il cui vendutissimo regime è costretto a macellare di suo per non incorrere in un destino palestinese. Un modello che al culmine della crisi, quando alle banche, agli eserciti e ai monopoli non basteranno più le somministrazioni di sangue che i loro fiduciari governativi siringano dalle popolazioni subalterne, si applicherà a tutti noi. Saremo ancora i primi, tutti noi che non partecipiamo dei baccanali di papi.