martedì 18 novembre 2025

Fulvio Grimaldi per L’AntiDiplomatico Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara SE NON E’ ZUPPA E’ PAN BAGNATO

 

Fulvio Grimaldi per L’AntiDiplomatico

Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara

SE NON E’ ZUPPA E’ PAN BAGNATO

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Quando ero alla BBC

C’è un filo, più nero che rosso, che corre tra elementi apparentemente lontani e separati come la BBC, Israele e quello che si dice distingua le maggioranze dalle opposizioni. Trovate che questo filo sia un po’ tirato per i capelli? Giudicherete in fondo. Intanto è un filo lungo il quale scorre un bel po’ di biografia (mia) e di storia (altrui).

Avete visto: grande scandalo alla BBC, madre di tutte le emittenti, anzi di tutte le fonti di informazione, affettuosamente chiamata “Auntie”, zietta, dai sudditi (suoi e del sovrano). Si è dimesso la figura, solitamente sacrale, del grande capo Tim Davie, e pure quella della grande direttrice Deborah Turness. E’ successo là dove ancora vige un antiquato e da noi dismesso principio: la responsabilità politica di chi sta in alto e conduce. Perché non è che siano stati questi due numi dell’informazione a cinque stelle ad aver manomesso l’intervista a Donald Trump, al punto da farlo apparire il Masaniello dell’assalto al Capitol Hill. Hanno pagato i capi, perché responsabili della baracca. Pensate al presidente dell’Authority, irremovibile a dispetto di fetidi intrallazzi.

Con la BBC ho avuto un contratto di cinque anni da redattore a Bush House, Londra. La mia è conoscenza di causa. Era molti anni fa e, al netto di qualche incrinatura, Auntie gode tuttora di buona fama. Meritata, o abbaglio mediatico? Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Certo, se pensiamo alle nostre di bocche da fuoco, tra polveri bagnate e micette fatte passare per informazione… E’ che l’emittente britannica, pur consanguinea culturalmente, socialmente e, dunque, politicamente, dell’establishment, ha l’accortezza (che da noi è stata obliterata) di esibire, a rottura di una linea generale di sistema, più tory che labour, l’eclatante fuoricoro. Stravaganza tollerata poichè garanzia di obiettività, indipendenza, pluralismo. Serve una occasionale, ma clamorosa – e solitaria – testa matta che le cose le diceva come stavano e mandava tutti a dormire convinti di una loro zietta cane da guardia  a difesa del volgo e dell’inclita.

Favoloso esempio, a me famigliare, il collega David Frost e il suo show. Tra il 1964 e il 2016 intervistò, senza lisciargli un pelo e senza lasciargli intonsa una piuma, tutti gli otto premier britannici e tutti i presidenti USA. Con, botto epocale finale: Nixon spogliato nudo su Watergate. Frost come il ragazzino di Andersen. Uno su mille ce la fa, prometteva uno speranzoso Gianni Morandi.

BBC dalle stelle alle stalle

 

Infatti, complimentatomi col mio datore di lavoro per avermi mandato a scoprire, e poi mandare in onda, i turpi trastulli di una consorteria di satanisti all’acqua di rose, ministri e sottosegretari compresi, chiamata “Hellfire Club”, Club del Fuoco Infernale, ebbi modo di ricredermi la sera del 30 gennaio 1972. Sera della Domenica di Sangue in Nord Irlanda, quando, avendo fotografato e registrato il massacro per fucili mitragliatori del 1° Battaglione Parà di Sua Maestà, di 14 inermi manifestanti per i diritti civili, negati ai cattolici repubblicani, ebbi modo di ascoltare il resoconto di “Auntie” al TG della sera. Fecero parlare il generale Ford, comandante dei Parà, che disse: “I miei ragazzi hanno dovuto difendersi da cecchini dell’IRA sui tetti”. Era vero quanto lo scaracchio del generale Powell nella provetta esibita a prova delle armi chimiche di Saddam. Non fecero parlare alcun manifestante e neppure il parroco che avevo fotografato mentre amministrava gli ultimi riti al primo caduto della strage: Jack Duddy, 16 anni.

Mi capitò anche l’occasione – “uno su mille ce la fa…” – di vivere un confronto tra BBC e stampa italiana, incredibilmente a favore di questa. Guerra dei Sei Giorni in Palestina, premier Levi Eshkol, laburista (detto “de sinistra”). Trasmisi a Paese Sera, strepitoso quotidiano “de sinistra”, allora filo israeliano, come tutto il PCI e lo stesso Stalin, i crimini che già allora, indipendentemente da premier “de destra”, “de ultradestra”, o “de sinistra”, Israele stava commettendo: villaggi e città bruciate, terre occupate ed espropriate, 300.000 palestinesi cacciati in campi profughi sparsi nei paesi vicini, prepotenze e abusi su civili, rastrellamenti e incarceramenti a capocchia. Eravamo quattro inviati sul campo a raccontare questi fatti, ma la BBC e tutti i grandi media occidentali, che avevano visto le stesse cose, le raccontarono al contrario: difesa dei sopravvissuti alla Shoah che si battevano contro terroristi arabi che li volevano ributtare a mare.

Paese Sera no. A Paese Sera il PCI prese atto, cambiò linea, fece cambiare il direttore, Fausto Coen, e mise Giorgio Cingoli, ebreo pure lui, ma non più obbediente ai sionisti e a Hasbara, il loro gigantesco apparato propagandistico, oggi detto quanto di meglio esista al mondo per correggere la realtà. Così a Paese Sera ci rimasi per cinque anni con la coscienza in pace. Voglio ricordare che, sprazzi del genere, li ho poi potuto vivere anche al TG3. Sempre grazie allo stesso padrino. Finchè sono durati, quel padrino e la testata.

Ho detto Hasbara? Hasbara vuol dire avere in ogni coro una tua ugola che canta più forte delle altre e lo fa seguendo la bacchetta del direttore. Da noi di una Hasbara, centrale di organizzazione e comando di quanto va comunicato, non ce n’è neppure bisogno, si costituisce in automatico: sono i più presenti e autorevoli. A volte tanto bravi da meritarsi lo stipendio da “artista”, anziché quello più modesto di giornalista. Per non dire di chi li ospita e li sovradimensiona: Repubblica, Corriere, Stampa, Messaggero, RAI, Mediaset. E di chi ne tollera l’antigiornalismo: Ordine dei Giornalisti, Federazione della Stampa.

L’Hasbara e un suo volontario

 Papa e Abu Mazen

 

Quello di Mahmud Abbas (Abu Mazen), 89enne, totalmente screditato presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, eletto nel 2005 e ampiamente scaduto (le elezioni legislative furono vinte da Hamas!), è stato un viaggio promozionale, mirato a far inserire il Quisling palestinese nel progetto trumpiano per Gaza. Accolto con tutti gli onori da Meloni, Mattarella e Prevost, tutta gente che, sopra sopra, o sotto sotto, sta con Israele, è il più recente e patetico sforzo Hasbara di accreditare una Palestina farlocca e rassegnata (nel caso di Abbas, complice) al destino assegnatogli dal colonialismo fin dal 1947. Magari con l’incarico di portare il caffè agli ufficiali della costituenda “Forza di Stabilizzazione”, come si dovrebbero chiamare i gendarmi (che Crosetto, in vena di spiritosaggini, vorrebbe far addestrare dai carabinieri) della costituenda Riviera di Gaza.

Complessivamente per operazioni Hasbara il regime Netanyahu ha investito quest’anno, tra Governo e Ministero degli Esteri, 185 milioni di dollari (comprese le spese di Abu Mazen e cricca ANP). Sono destinati a fiduciari nella stampa estera, a centinaia di influencer, a celebrità abramitiche arabe, ad artisti di fama e agli intimi di Google, Meta ed Amazon (Google e Amazon sono destinatari di 1,2 miliardi di dollari per il progetto “Nimbus”: dati privati forniti a Israele e sostegno mediatico alle sue politiche). Coerentemente chi scrive è stato cacciato da Youtube a gratis. E grazie a questa rete di agevolatori del genocidio che ci è concesso di vedere a Gaza una tale abbondanza di cibo sulle tavole dei palestinesi da fare venire il riflusso solo a guardare.

 

In sinergia con l’Hasbara, nell’ ”unica democrazia del Medioriente” c’è la soppressione dei media critici e, comunque, non allineati. Dopo la cacciata di Al Jazeera, l’organo più seguito nel mondo arabo, le pressioni e minacce a media israeliani che ci provano, come Haaretz, la totale chiusura di Gaza ai giornalisti internazionali che ha costretto molti, tra i quali il sottoscritto, a bivaccare inutilmente per giorni al valico di Rafah, con simultanea decimazione dei giornalisti gazawi, si è arrivati ora alla censura di Stato, modello apprezzato dalle migliori democrazie occidentali. L’11 novembre la Knesset ha approvato una legge che chiude i media “dannosi” Tracimerebbero di terroristi. E allora è quantomeno democratico bandirli, anziché farli fuori in quanto membri di quella categoria.

Cui ora apparterranno tutti i palestinesi, dal primo vagito in su, con rete gettata larghissima a includere anche chi dice “Hamas” senza sputare per terra. Tutti terroristi, compresi noi tutti che parliamo male di Israele e non parliamo male della Palestina. Terroristi e dall’11 novembre, per volontà della Knesset, tutti passibili di condanna a morte. E, guardate, Israele sa dove raggiungerci. Anche in capo al mondo. Google dà un’ulteriore mano cancellando 700 video che illustravano, glorificandoli, orrori commessi da soldataglia IOF e coloni. E trasmettendo dati utili.

 Uno dei 250 giornalisti uccisi a Gaza

E’ convenuto questo enorme sforzo di manipolazione e ottundimento rispetto alla realtà perseguito da Israele? Lo storico israeliano Ilan Pappè sostiene che Israele stia implodendo. “L’odio per i palestinesi da parte di coloro che governano questo Stato neo-sionista, lo “Stato di Giudea”, governato da coloni ebrei fanatici, 750.000 dei quali vivono in Cisgiordania, si estende anche agli ebrei israeliani laici. Questo significa che alla fine Israele si frammenterà, rendendo Israele insostenibile”.

 

Quando il troppo stroppia

A dispetto dei milioni buttati nelle fauci di Hasbara, i risultati sono stati poveri, se non addirittura controproducenti. Il troppo stroppia e che si sia arrivati a una misura di criminalità manicomiale senza precedenti nella Storia nota, è diventato conoscenza e coscienza di massa ai quattro angoli della Terra. Quel padre col bambino morto in braccio e la camicia inzuppata di sangue, quei bambini con la casseruola vuota tesa verso chi fa balenare cibo e rifila proiettili, che l’eroismo dei morituri operatori di Gaza ci ha incastrato nella coscienza, nella rabbia e nel dolore.

Condannati alla maledizione ontologica del troppo che stroppia, da qualche tempo in qua ogni cosa che Israele fa gli si ritorce contro e ne accelera il precipitare nell’isolamento, nella disistima, nel rigetto vero e proprio. Basterebbe un esempio, la Flotilla, grandissima occasione per Israele per mostrarsi come le manipolazioni invenzioni di Hasbara lo fingevano: rispetto e cortesia nell’abbordaggio e prelievo con cortesia di equipaggi nonviolenti e inermi; trasferimento in centri di controllo e identificazione dignitosi ed accoglienti, offerta di cibo, bevande, farmaci, medici, pernottamento confortevole, modi urbani, corrette procedure di riconoscimento e di espulsione e rientro in patria. Pensa che crepa avrebbero aperto nella convinzione universale di avere a che fare con un paese in pieno imbarbarimento fasciosionista!

Invece? Assalto armato muscolare e strafottente. Sequestro violento e trasbordo a spintoni e insulti. Carcerazione ingiustificata e illegale con trattamento aggressivo, botte, umiliazioni, privazione di cure, cibo pessimo e insufficiente, schiaffi, insolenze, dileggi, perfino da parte di massimi esponenti delle istituzioni. Il tutto esibito con tracotanza e aggressività. Un disastro di Pubbliche Relazioni da suicidio morale e legale. Così sempre e ovunque. Hai voglia Hasbara…

Questa o quella per me pari sono

1948. 9 aprile, il terrorismo delle bande sionista Stern, Irgun e Haganah si scatena sui civili palestinesi. Il villaggio storico di Deir Yassin viene bruciato, periscono tra le fiamme 300 persone. Premier David Ben-Gurion. Fondatore dello Stato.

 Deir Yassin

 

Parlo per me, perché c’ero. 1967, Guerra dei 6 giorni, piratescamente aggrediti a freddo Siria ed Egitto, con distruzione a terra delle loro aviazioni, villaggi rasi al suolo, Palestina invasa e occupata contro il dettato ONU, soldati egiziani giustiziati a freddo, Golan siriano annesso, 300.000 palestinesi cacciati verso campi profughi nel nulla. Premier Levi Eshkol, laburista.

1970. Su sollecitazione del presunto nemico israeliano, re Hussein di Giordania, reagìsce alle operazioni dei Fedayin in partenza dal suo paese, sterminando, col pretesto di dare la caccia ai guerriglieri palestinesi, oltre 5000 profughi della Nakba. Premier Golda Meir, laburista.

1982. In Libano le sinistre e i profughi palestinesi si scontrano con i fascisti della Falange maronita. Israele entra in campo a sostegno dei Falangisti e per 18 anni spadroneggia nel paese, fino a venirne cacciato nel 2000 dalla resistenza armata di Hezbollah. Il generale Sharon sovrintende alla strage di 3.500 profughi palestinesi inermi a Sabra e Shatila. Premier Shamir, Likud, e Rabin, laburista.

Anni ’80. Intifada dei sassi. Almeno 1.100 palestinesi, moltissimi minorenni, uccisi dall’esercito. Una decina di migliaia sequestrati senza processo nelle carceri della tortura. Premier, Shamir, Likud, e Rabin, laburista, che aveva intimato all’esercito di “rompere le ossa di braccia e gambe” ai ragazzi

2006. Israele torna a invadere il Libano, allora, come in questi giorni di tregua solennemente firmata, invade, occupa il Sud, bombarda e distrugge Beirut e tutte le città del paese. Nel giro di un mese viene cacciata dal paese da Hezbollah. Lascia come ricordo e monito a Khiam, sul confine, una prigione che mi capitò di visitare e vederne tutti gli strumenti di tortura. Tra l’altro uno scatolone di 1,5 metri per 1,5 in cui venivano costretti prigionieri, raggomitolati per giorni e settimane. Medici negli ospedali libanesi mi mostrarono feriti con piaghe interne che uccidevano mandando in necrosi gli organi, provocate da nuove armi segrete. Premier Ehud Olmert, Kadima

2008-2009. Piombo Fuso, prova generale del genocidio in corso, testimoniata nel docufilm “Araba Fenice il tuo nome è Gaza”. Israele invade, bombarda, occupa, uccide, distrugge, costringe a sfollare, rientrare, sfollare. Utilizza scudi umani, ragazzi di Gaza legati sui cofani dei blindati in perlustrazione, o posti in testa a pattuglie che controllano case alla ricerca di partigiani. Costringe famiglie a lasciare l’abitazione e, incolonnate, le mitraglia, e impone di abbandonare i feriti, lancia fosforo dagli aerei che bruciano vive le persone investite. Distrugge ogni infrastruttura necessaria alla vita: acquedotti, reti elettriche, barche da pesca, allevamenti, depositi di viveri, panifici, coltivazioni. Premier Ehud Olmert, Kadima. Intervisto una bambina di 12 anni a cui sono stati uccisi 28 membri della famiglia. Sa tutta la storia della Palestina, dalla Nakba.

L’opposizione è connivente e, con Naftali Bennet, Nuova Destra religiosa, e Yair Lipid, Yesh Atid (Partito di Centrodestra), governa brevemente tra 2021 e 2022. Quanto basta per ripetere gli assalti a Gaza e potenziare il colonialismo di insediamento.

Premier israeliani

Questi giorni hanno appena visto l’oscena farsa trumpiana di un Piano di Pace senza il soggetto che lo riguarda, corredato da costanti rotture israeliane di una finta tregua, a Gaza come in Libano. Quel soggetto, il popolo di Gaza, è quindi implicitamente dichiarato inesistente, mentre quello che ancora figura formalmente sulle mappe della Cisgiordania (presto Giudea e Samaria) sta subendo il più mortale assalto, di coloni ed esercito, da quei giorni di Oslo che avrebbero dovuto assicurargli rispetto e autogoverno.

Obietta quella parte della Knesset su cui tanto puntano coloro che si sbilanciano fino a giudicare nefasto solo il regime di Netanyahu, con i suoi gatto e volpe, operativi l’uno del genocidio a Gaza e l’altro della nuova Nakba in Cisgiordania? Non obietta. Se ritenete diversa da quella di un Ben-Gvir la linea di Naftali Bennett, del più rumoroso Yair Lapid, o dell’ultrà tipo Azov, Avigdor Lieberman (“Israele casa nostra”, scissione a destra dal Likud), dovreste ri-ritenere. In Cisgiordania, da noi infilata dai media sotto le coperte di Ucraina e Garlasco, stanno bruciando 75 tra città e villaggi. Da gennaio a inizio ottobre erano 1.500 gli attacchi da parte di coloni armati, con 180 tra morti e feriti, a abitazioni, strutture, campi, uliveti, acquedotti, magazzini palestinesi, furti di macchinari e di raccolti delle olive, vitali per la sopravvivenza. Per l’UNRWA il mese più violento da quando si è monitorata la violenza dei coloni nel 2006.

 Coloni armati e raccolta olive

Tutto questo è illegale, criminale, opera di uno Stato fuorilegge che, mentre nega il riconoscimento dello Stato degli autoctoni, dovrebbe essere esso stesso a essere messo in discussione. Ma né Yair Lapid, considerato numero uno per la prossima premiership, né i suoi colleghi “oppositori” hanno fiatato. Anzi, Bennett ha ribadito che questa è la nostra terra, ne siamo figli e non lo sono quei beduini che poi sono tutti Hamas. Né nessuno di costoro, su cui puntano i vari preoccupati del degrado israeliano, ha avuto da obiettare quando tutto questo è stato dichiarato l’inequivocabile passo verso il Grande Israele dal Nilo all’Eufrate.

Ma è giusto così, sono terroristi e, dunque, da condannare a morte. Compresi i 10.000 trovatisi per caso nelle carceri della tortura e dello stupro, magari con cani, magari sotto terra senza mai un filo di luce del giorno o una boccata d’aria…

… E intanto lo Zombie sepolto da reati, ma degno di ricevere la grazia ancor prima del processo, sta in cima ai sondaggi…

Come si vede il sionismo, nella sua espressione coloniale e razzista senza scrupoli o limiti, non conosce, né contrasti, né sfumature, tra chi si professa di un credo o dell’altro, sinistra destra, religione, laicità. Meglio non farsi illusioni.

Zuppa? Pan bagnato?

 

martedì 11 novembre 2025

Venezuela, diario di una rivoluzione --- ASSASSINIO DELLA FELICITA’

 

Venezuela, diario di una rivoluzione

ASSASSINIO DELLA FELICITA’

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Quando Iris fiorì

L’alberghetto di Caracas si chiamava Cristal. Non me lo ricordavo. Se ne è ricordata, Sandra, la Mnemosine di casa. Ma lei si chiamava Iris e non la dimentico. Siamo ai primi del nuovo millennio, in mezzo a una rivoluzione. Iris lavorava al Cristal, era un po’ sfiorita, curva e magra, il vestito lindo, ma stazzonato, liso. Adibita a funzioni di scarto, neanche cameriera, o addetta al piano. La incrociavamo nei corridoi, sempre indaffarata – e affaticata - su non si capiva bene cosa. Portava, trasportava, spazzava. Non credo avesse famiglia, era sempre lì, a tutte le ore. Ma venne il giorno della festa e il Comandante avrebbe parlato e sarebbero stati centomila ad ascoltarlo. Tutto un fremito di massa, ve lo giuro. Ti passava dentro, come toccare un filo elettrico.

Poi vidi Iris. Ma non tra i tanti, per le strade, nelle piazze, alle finestre e dai portoni. L’ho vista appoggiata a uno stipite del portone del Cristal. Trasfigurata. Nessuno la vedeva, ma lei vedeva tutti. Non più chiusa nello stinto indumento stazzonato, sfolgorava nella maglietta rossa con sopra Ugo Chavez. Come tutti là fuori. Radiosa lei, radiosa la giornata, radioso il comandante lassù sul palco che intonava “El cielo de la patria es el cielo mas divino… E centomila esplodevano nel coro. Anche Iris era radiosa. Leggera, come sospesa a mezz’aria. Poi qualcuno la richiamò dentro. La rivoluzione non aveva fatto in tempo a toccarla. Ma lei l’aveva adocchiata.

Iris, lì sullo stipite, mi ha fatto vedere la rivoluzione. E la rivoluzione profumava di felicità. Intollerabile per quelli là fuori, infelici. Oggi con i cannoni e missili puntati sulla felicità.

https://youtu.be/pzdbnHuBXOA

I miei ricordi di buona parte del mio ultimo quarto di secolo, la più felice, appunto, perché condivisa con tutto ciò che mi circondava, non saranno una grande analisi politica, sociale, ideologica, ma sono quanto del Venezuela custodisco e quanto sostiene la mia fiducia nell’uomo. Nella possibilità di uscirne, dall’oggi di Trump, Netaniahu, Meloni, von der Leyen, Paolo Mieli, Galli della Loggia- La possibilità, la certezza, del riscatto..

Il link qui sopra vi porta a “Techos de carton” di Ali Primera, il cantautore della rivoluzione sognata e voluta (morì in un molto sospetto incidente automobilistico nel 1985.. Mancavano14 anni alla rivoluzione di Chavez). Un musicista di grande inventiva, un poeta, un militante. Mi dà l’impressione di qualcosa di eccelso, come un incontro magico tra Fabrizio de Andrè, Lucio Dalla e Pierangelo Bertoli.

 Ali Primera

Questa canzone, che voglio immaginare stiate ascoltando, dice “Come è triste ascoltare la pioggia sui tetti di cartone”/ Come è triste la vita della mia gente nelle case di cartone / Ne scende l’operaio / Trascinando il passo per il peso del dolore/ Vedi quanto soffro/ vedi quanto pesa la sofferenza / Sopra lascia la moglie incinta/ Sotto sta la città. / Lui si perde nella sterpaglia / Oggi è come ieri / Nella sua vita senza domani…”

Arrampicati sulle colline tra il mare e Caracas e a ridosso della capitale, i ranchos, che in Brasile chiamano favelas, al tempo di questa canzone ospitavano milioni di poverissimi in migliaia di baracche di plastica, cartone, lamiera. La bonifica iniziata da Chavez, proseguita da Nicolàs Maduro, successore del Comandante dal 2013, le ha eliminate o trasformate in dignitosi quartieri. Non è che una delle trasformazioni, radicali come forse solo a Cuba e in Nicaragua, ma dalle dimensioni decuplicate, che ha fatto del Venezuela un modello di governance e di convivenza che il colonialismo di predazione è tenuto assolutamente a rimuovere.

Un cortile di casa che molla la casa

Negli anni di Chavez, il contagio diffuso dall’esempio del Venezuela ha mutato la fisionomia del famigerato “cortile di casa yankee”, con la creazione di aggregazioni impegnate nell’autodeterminazione e in più equi rapporti di scambio. Il Mercosur, mercato di scambi latinoamericani, fuori e contro i criteri padronali del WTO; la CELAC, Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi, creata in alternativa all’OSA, Organizzazione degli Stati Americani, di stretta obbedienza yankee; Petrocaribe, pura munificenza solidaristica antimperialista, che provvedeva ai paesi in trincea risorse energetiche a prezzi da Black Friday. Infine e su tutto l’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe (Antigua e Barbuda, Bolivia, Cuba, Dominicana, Grenada, Nicaragua, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent, Grenadine e Suriname, Honduras), Stati che si sono ispirati al modello sociale e antimperialista chavista.

Un aggregato che in parte ha resistito, in parte si è lacerato e ha perso pezzi sotto il rilancio di una specie di Operazione Condor 2, a partire dalle strategie neocoloniali del Deep State e della prima presidenza Trump, caratterizzata da feroci sanzioni ai paesi disobbedienti, in primis al capofila venezuelano. Ora, col secondo Trump, il cui anelito al Nobel della pace prende la forma del moltiplicarsi esasperato di un’aggressività economica e militare urbi et orbi, pare si sia a una specie di resa dei conti tra velleità di ricupero di un impero liso e cadente, passato al gangsterismo mafioterrorista, e le roccaforti dell’emancipazione latinoamericana che resistono.

Per quel che riguarda l’eterna bestia nera dei gringos, inventato un Venezuela (dichiarato dall’ONU esente da problematica narcos) narcotrafficante, siamo all’assedio delle coste venezuelane. E colombiane, ora che ai narcopresidenti e ai paramilitari da utilizzare come contractors per le imprese sporche USA in giro per il mondo (e soprattutto contro il Venezuela), è succeduto un presidente, Gustavo Petro, solidale con Caracas e che si caratterizza già solo per aver rotto le relazioni diplomatiche con lo Stato genocidario di Israele.

Trump vi ha concentrato la più grande flotta mai vista dai tempi dell’invasione del Panama, 10.000 Marines nella colonia Puerto Rico. Ha affondato una decina di barche di pescatori chiamandoli narcotrafficanti (una sessantina di morti), si è inventato il Venezuela produttore-esportatore di Fentanyl e Maduro capo narcos di inesistenti cartelli e gli ha dedicato una taglia da 50 milioni (subito offerta al pilota dell’aereo presidenziale, che l’ha respinta), ha agevolato sedizioni sollecitando il Nobel della Pace alla golpista Maria Corina Machado, ha autorizzato la CIA (implicito il Mossad, praticissimo della regione) al lavoro sporco in Venezuela, assassinio compreso.

E sogna, al momento è un’ipotesi, di bombardare e sfasciare le strutture strategiche del Venezuela onde innescare un malessere che porti alle ennesime guarimbas (tumulti scatenati dall’opposizione ogniqualvolta le elezioni erano vinte da quello sbagliato e di cui un carattere distintivo erano i cavi d’acciaio tesi attraverso la strada, destinati a decapitare poliziotti in motocicletta). Tanto da arrivare alla sostituzione di Maduro con l’ennesimo fantoccio senza l’ombra di una qualche credibilità, tipo Juan Guaidò (subito riconosciuto anche da Roma), e al passaggio del più vasto giacimento di idrocarburi del mondo dallo Stato, cioè dal popolo, a Exxon, Chevron e cugini esteri, con la conseguente fine di quella pesante seccatura che sono il chavismo e il bolivarismo e il loro perverso modello di equità sociale e autodeterminazione.

E mica ci prova da ieri. Prima del ruggito tonitruante lanciato sulle coste venezuelane dalla Gerald Ford, la più grande portaerei del mondo, aveva cominciato a rosicchiare, a fare il topo, prendendola alla larga, tanto per vedere “che effetto che fa”. Provato a massacrare il Venezuela con una grandinata di sanzioni che nemmeno l’Iran (40.000 morti da carestie e privazione di prodotti e strumenti sanitari negli anni del primo mandato), ma che Maduro ha saputo parzialmente neutralizzare, sostenuto da Cina, Ruissia e Iran, fino addirittura a recuperare, unico in Sudamerica, l’autosufficienza alimentare.

Un paese da pezzente a benestante

Chavez e il presidente dell’Iran Ahmadinejad

C’ero quella volta, secondo mandato di Chavez, in cui allo stadio di Caracas decine di migliaia e alcuni paracadutisti delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane, quelle oggi, unite e coordinate con le milizie civili, mobilitate alla difesa del paese) spettacolarmente volteggianti e poi atterrati ai piedi del palco, celebravano la raggiunta alfabetizzazione del 97,8% di un popolo di 28,5 milioni. Quella dell’alfabetizzazione era la Mision Robinson. Le Misiones sono una trentina di grandi progetti strategici nella marcia verso il socialismo: casa, terra, sanità, governo locale, modellato sulla Comune di Parigi, istruzione superiore, istruzione per adulti, terra a chi la lavora, mercati dell’alimentazione a prezzi calmierati, cura veterinaria gratuita, ambiente, diritti degli indigeni….

Quando arrivai a tre anni dalla prima vittoria elettorale di Chavez e dalla nuova Costituzione (che porta forti somiglianze con la nostra e, addirittura, con quella, prodigiosamente ante litteram, della Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini, difesa da Garibaldi), la povertà era stata già ridotta dal 54 al 27%, la disoccupazione dal 17 al 7%, l’orario di lavoro era di 6 ore e stavano sorgendo le prime delle 29 nuove università pubbliche che avrebbero sottratto alla Chiesa il controllo dell’istruzione. Se ne risentì fortemente il cardinale Pietro Parolin, allora nunzio apostolico in Venezuela e poi segretario di Stato degli ultimi due papi.

Di quel controllo, perseguito in tutto il mondo cattolico ebbi prova dove si era esercitato nel senso di non esercitarlo. Ma in mancanza dell’oggetto. Cioè della scuola, oggetto sconosciuto nelle aree degli indios della foresta. Quelli sopravvissuti a un altro intervento dei diffusori della Croce, qualche secolo fa.

Insieme a Sandra, compagna e collaboratrice nella realizzazione di documentari, percorremmo l’Amazzonia venezuelana in una leggendaria navigazione fuori dal mondo, lungo il Rio Orinoco, un fiume vasto come un mare che corre dal confine col Brasile all’Atlantico. Gli indios vivevano in grandi palafitte lungo le rive, si arrampicavano su alberi altissimi per non so quale scopo e pascolavano bufali d’acqua e quando la nostra barca, poco più di una canoa, approdò a uno di questi insediamenti, era da pochi giorni arrivato anche il primo insegnante delle Superiori da inaugurare. Un primo intervento dello Stato in una comunità della caccia e pesca che per il resto, cibo, abitazione, strumenti, era da secoli del tutto isolata e, per mancanza di strumenti e percorsi, senza la minima voce politica in capitolo.

 

Una fortuita coincidenza segnò il mio arrivo in Venezuela con il primo tentativo imperialista di regime change: il golpe militare dell’aprile 2002. Fu tentato da un gruppo di ufficiali, richiamati all’ordine coloniale da Washington, sfuggiti alla “rieducazione patriottica” che Chavez aveva iniziato a promuovere tra i quadri, fin da quando era colonello dei paracadutisti sotto il despota Carlos Andres Perez. Nominarono presidente Pedro Carmona, capo della Confindustria. Colpo di Stato grottesco, subito neutralizzato da una mobilitazione di massa. Sequestrato in una base militare, Chavez venne liberato a furor di popolo nel giro di 48 ore. 48 ore che ai golpisti e alla polizia non bonificata sono bastati per uccidere una sessantina di persone.

In quelle 48 ore ero su un cavalcavia che supera il grande viale che dal centro città porta alla collina di Miraflores, il palazzo presidenziale. Sotto, passava un fiume di gente diretta al palazzo, a rivendicare il ritorno del presidente. Sopra, un manipolo di uomini armati, manovalanza golpista, sparavano sulla folla in basso. Li animava una giovane donna, Maria Corina Machado, ormai ventennale esperta in golpismo, fiduciaria del Dipartimento di Stato. Oggi Premio Nobel della Pace, va invocando l’intervento militare di Trump.

Vinse il popolo, ma dovette resistere al “paro”, una serrata della società petrolifera PDVSA, ancora parte del cartello delle majors angloamericane, che paralizzò il paese per riuscire là dove i militari felloni avevano fallito. Il Chavez liberato s’era messo a girare il paese a infondere coraggio, fiducia, resistenza. Raccontò di essere stato ospitato in pieno “paro” da una vecchia signora che gli disse. “Quello che vedi bruciare nel forno è la mia ultima sedia”. Non una goccia di combustibile, di carburante doveva uscire dalle raffinerie e dai benzinai. Il governo reagì facendo aprire a forza dall’esercito le stazioni di servizio. A >Caracas, un accogliente Ufficio Giornalisti Stranieri mi aveva provvisto di lasciapassare e perfino di compagno autista con vettura, Leopoldo, uomo dei ranchos.. Il “paro” doveva paralizzare il paese, soffocarne l’economia, impedire che passasse nelle mani del popolo.

Misiones per un altro mondo

Con Leopoldo, muniti di taniche forniteci dal Ministero dell’Agricoltura, andammo a pizzicare la rivoluzione giovinetta dove iniziava a farsi le ossa. Da Zulia sulle Ande, a Miranda affacciata sui Caraibi, all’immenso Bolivar, balcone sul Brasile, in poco più di un mese ci facemmo buona parte dei 23 Stati della Federazione. Ricordo, nella piana dello Stato di Guàrico, il mio primo Mercal. L’omonima Mision aveva allestito in tutto il paese mercati di generi di prima necessità a prezzi ridotti di due terzi Mercati che avrebbero servito il 40% della popolazione, dal pane al riso e allo zucchero, dalle zucche alla carne e alla farina, dai meloni ai mango, dalle uova al pollo, dai vaccini agli esami per la patente e a quelli della vista e del sangue, gratuiti questi. Dal produttore al consumatore, niente vampiri intermediari, caporali, grandi distribuzioni. Una folla stupita, elettrizzata, sorrisi ovunque: la fisionomia di tutta la rivoluzione.

Leopoldo si commuoveva facilmente. Dal mangianastri in macchina uscivano le note di “Techos de carton”, la canzone di Ali Primera sulle drammatiche condizioni di vita nelle favelas, da dove anche lui veniva. Per la rabbia, tirava dei cazzotti al volante. La faccia era rigata dalle lacrime. Mi portò tutto fiero, ormai amicissimo, a incontrare per un caffè la sua famiglia, moglie giovanissima e già due bambini. Li vedo ancora, mentre mi salutano dalla porta di una casetta nuovissima, bianchissima di calce fresca, finalmente in muratura, bella gialla e con tetto di tegole.

Incontro Guadalupe nel mitico quartiere carachegno “23 de Enero”, avanguardia della rivoluzione urbana. Quello che già nel Caracazo del 27 febbraio 1989, aveva provato a buttare per aria il regime di Carlos Andres Perez, proconsole degli Stati Uniti, per i quali aveva privatizzato ogni cosa, dal petrolio ai minerali, alle acque, alle foreste, ai campi, ai trasporti. Anche nel 1992, anno di un tentativo insurrezionale del colonello Chavez, “23 de Enero” era stato l’innesco della lotta e la sanguinosa vittima della repressione.

Guadalupe è una militante della Coordinadora Simon Bolivar e, forte di quei precedenti, era stata alla testa dell’assedio ai golpisti del 2002. Ora partecipava al lavoro di emancipazione del grande quartiere secondo i criteri proposti da Chavez: autogestione, governo in simbiosi con la popolazione, alfabetizzazione, un’università pubblica, asili, pronti soccorsi, nuclei di sviluppo endogeno (in questo caso fabbriche di scarpe e di confezioni. In bella vista le magliette rosse con il volto di Che Guevara, o la scritta, ubiqua nel paese,:”Socialismo o barbarie”).

Incrociammo Chavez in un piccolo aeroporto dello Stato di Cojedes, non ricordo dove. Gli chiesi com’era andata con quel sequestro. Mi chiese da dove venissi. Poi, affabilissimo e, come avrei notato sempre, di gioioso e allegro umore: “Ah, dall’ Italia, dove avete ammazzato il vostro presidente. Lo sapete, no, che sono stati i gringos a far ammazzate Moro? Pure qui ci stanno provandoMa qui abbiamo una rivoluzione che sa come rispondergli, ai gringos”

 E mi diede appuntamento a San Carlos, nel sud, dove avrebbe incontrato i contadini: “Quattro terratenientes avevano terre grandi quanto il tuo paese. E non ne cavavano niente, solo rendita. Gliela toglieremo…” A San Carlos mi chiamò sul palco e mi diede modo di riprenderlo da vicino, in primo piano, lui e poi le facce della sua gente, con quello che vibrava tra l’uno e gli altri (me lo ricordo bene perché ce l’ho nel mio documentario “Americas Reaparecidas”. Un altro, successivo, fatto assieme a Sandra, si intitola “L’Asse del bene”).

Il primo dei travolgenti  - per la folla, come per lui, come per me – incontri con il suo popolo, lo vissi appunto a San Carlos, davanti a migliaia di campesinos sin terra in camicia o maglietta rossa bolivariana, arrivati da tutto lo Stato di Cojedes. Annunciò il passaggio della terra nelle loro mani. Più tardi distribuì dei titoli di proprietà. Con tanto di trattori., già allineati a decine lungo la strada. Avrei visto una cerimonia analoga, in un rancho sopra Caracas, quando i titoli di proprietà assegnati erano quelli delle case a coloro di cui parlava la canzone di Primera, quelli de los techos de carton. Commozione e gioia. Felicità.

Quelli della rivoluzione

Blanca Eekhout, sui vent’anni, laureanda, gestiva una radio libera sulla collina dei ranchos sopra Caracas. Un’amica negli anni. Fu decisiva, grazie all’ascolto raccolto con le sue trasmissioni a sostegno della rivoluzione e di come avrebbe cambiato la vita sotto los techos de carton, per la mobilitazione contro i golpisti e per la liberazione di Chavez. Fu un’intervista che mi diede a farmi percepire corpo e ragioni della condizione dei milioni confinati nei ranchos dai regimi precedenti e alle prospettive che il socialismo bolivariano gli apriva. La ritrovai più tardi direttrice di “Vive”, emittente bolivariana nazionale e poi ministra dell’Informazione e vicepresidente dell’Assemblea Nazionale.

 Blanca Eekhout, una voce bolivariana

I quadri del nuovo Venezuela nascevano così. Ne ho incontrato tanti.  Giovanissimi. Quale diversità abissale rispetto alle facce, ai portamenti, alle competenze, al linguaggio dei nostri notabili! Oggi sono perlopiù ancora quelli, fedeli alla consegna ricevuta, anche in assenza dell’immenso carisma del comandante.

Era un Venezuela in travolgente cambiamento e maturazione, tutti marcati da un incontenibile entusiasmo, partecipati da un popolo che passava di conquista in conquista, spazzando ostacoli interni e quelli che arrivavano dai tentativi di sabotaggio. Alle prime sanzioni economiche comminate da Bush con, tra l’altro, il blocco delle importazioni di prodotti e macchinari necessari all’agricoltura, si reagì un po’ come da noi in guerra: allestendo orti in tutti gli spazi pubblici. Ricordo come, affacciandomi dall’ albergo, vidi da un giorno all’altro allargarsi ettari coltivati all’ombra di due grandi palazzi ministeriali in pieno centro.

Nello scambio con il resto del mondo, coltivato con grande impegno dalla nuova classe dirigente, si consolidava, a partire dalle proprie coscienze e conoscenze, una rivoluzione che si intendeva universale, da condividere con tutti, con lo stesso impegno che l’imperialismo metteva a far accettare i suoi principi e metodi. Si succedevano – e si succedono tuttora - le manifestazioni di solidarietà e di lotta comune, le occasioni di incontro e di scambio di esperienze, pensieri, sentimenti, progetti, forme di lotta. Personalmente potemmo partecipare, nel corso degli anni, con Chavez, sempre amatissimo e dinamicissimo protagonista e poi con Maduro, a iniziative come il Tribunale Antimperialista, il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti (una festa incredibilmente gioiosa di 17.000 partecipanti da 100 paesi), il Congresso Continentale degli Indigeni, di cui (ricordo la drammatica denuncia degli indios colombiani sottoposti ai massacri dei paramilitari del presidente, sodale dei narcos e famiglio degli USA, Alvaro Uribe) e, più recentemente e di grande attualità, il Congresso Mondiale contro il Fascismo.

Venezuela incontra il mondo

Chavez-Maduro, Festival Mondiale della Gioventù

A Chavez, data l’immensa popolarità, ben oltre i confini del suo paese, Washington fu costretta a risparmiare un’ostilità eccessiva, che si sarebbe riverberata negativamente su nazioni e popolazioni non solo latinoamericane, paesi che guardavano al nuovo Venezuela quanto meno con rispetto. Nel 2013, alla morte prematura del comandante, su sua stessa indicazione gli succedette un operaio, il sindacalista dei trasporti Nicolàs Maduro. Su Maduro, ora al terzo mandato, corre il lemma, non è Chavez. Affermazione apodittica, nessuno lo è.

Ma è il Venezuela che è Chavez e questo conta. Nulla del retaggio di Chavez è stato abbandonato e tradito. Le misiones della radicale trasformazione sociale continuano ad operare, ma gli ostacoli posti dall’Impero e dai gaglioffi che nei governi europei ne assumono gli ordini di servizio, non potevano, dato anche il contesto regionale cambiato in negativo, non imporre rallentamenti e anche arretramenti. In particolare della diversificazione produttiva, via dalla monoeconomia petrolifera, perseguita con accanimento da Chavez. Che comunque il popolo resti compatto in difesa della sua scelta bolivariana è ampiamente confermato dall’impressionante mobilitazione civico-militare organizzata in risposta alle recenti minacce trumpiane. Washington potrà forse scassare il Venezuela, ma riprenderselo, mai.

Le sanzioni, a partire dal primo Trump, si sono fatte feroci e totalizzanti. Così come la sovversione interna, fin lì rintanata nelle roccaforti dell’imprenditoria privata sopravvissuta (in buona parte italiana, particolarmente rabbiosa e reazionaria, di cui ho avuto squallida esperienza nell’ambiente consolare di Caracas). Si calcolano in 40.000 le vittime delle sanzioni negli ultimi sei anni. Ne è derivato inevitabilmente un forte indebolimento dell’economia e, di conseguenza, una riduzione delle misure di protezione sociale.

E’ su questo terreno che Washington prova ad affondare i suoi colpi con una combinazione di pressione militare e sovversione interna, che si spera alimentata da un crescente scontento popolare. Tutto questo è al momento eminentemente un wishful thinking, un auspicio, negli ambienti oltranzisti del rilancio imperialista. Rilancio che, tra Ucraina, Medio Oriente, Africa, Indopacifico e il fronte interno segnato dalla vittoria del “socialista” Zohran Mamdani a New York, si ritrova forse con tra le mani troppi impegni. Resta il dato che per gli Stati Uniti di Trump, di Biden, di Obama, di Bush, di chiunque, e per coloro che, come noi europei, gli beliamo dietro, un Venezuela così, un qualsiasi paese così, è semplicemente inaccettabile. Va rimosso. Ne va della vita come la vogliono costoro. Quelli del Forum Economico Mondiale, di Bilderberg, di Blackrock, di Ursula.

Ci fu a Caracas, indetto da Chavez e con la sua partecipazione durante tutti i tre giorni, un convegno internazionale “In Difesa dell’Umanità”. Tema che potrebbe apparire sovradimensionato, ma che, alla luce degli sviluppi in termini di fascistizzazione e guerre a gogò, risulta oggi del tutto fondato. Chavez volle raccogliere alcune domande dal pubblico. Io glie ne feci una e questo fu, più o meno, il seguito delle battute.

F.G. Comandante, le stesse vostre camicie rosse bolivariane le portavano da noi i garibaldini. Cosa hanno in comune le due situazioni?

U.C. Lo sai, Grimaldi, che quelle camicie Garibaldi, in Argentina chiamato “el diablo” quando guidava i rivoluzionari uruguagi, le ha adottate dai macellai dell’Uruguay, perché mimetizzavano il sangue? Poi, da voi in Italia è stato un libertador al pari del nostro Simon Bolivar. Sono certo che Garibaldi si sia ispirato a Bolivar. E voi italiani dovreste ispirarvi a lui. Ricorda che la prima cosa che il nemico fa contro un popolo, è di fargli dimenticare e non fargli onorare coloro che lo hanno liberato.

Come no.

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 10 novembre 2025

In “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti FULVIO GRIMALDI --- FINCHE’ C’E’ MENZOGNA C’E’ GUERRA

 


https://www.youtube.com/watch?v=3t3N9umQPbI 

 

 

E finchè c’è guerra c’è GNL statunitense. Che, tolto di mezzo il Nord Stream, grazie all’impresa CIA (vedi depistaggio tramite arresti di ucraini su panfilo), a noi costa  quattro volte quanto quello comodo da tubo russo, più le bombe a tempo dei gassificatori nei porti, più, ai cittadini USA, devastazione-avvelenamento da fracking. E’ il risultato di quanto media e classi politiche hanno conseguito convincendo i cittadini di essere struzzi e vivere tranquilli con la testa nella sabbia.

Dunque, il capitalismo in crisi si dà comunque molto da fare. Con l’accumulazione, sotto falso pretesto, nel settore farmaceutico, prima, in quello green-climatico poi, ha rimediato produttività e profitto in due settori vitali. Simultaneamente la cittadinanza ne ha pagato il costo in forma di danni sanitari, costrizioni disciplinari, devastazione ambientale e deperimento agricolo-alimentare (tossiche e sterilizzanti spianate fotovoltaiche ed eoliche, impossibili da smaltire).

Esauriti questi esperimenti, con conseguenti ricadute micidiali sulle condizioni sociali del popolino ed ecologiche della natura, l’attenzione si è rivolta sull’accumulazione-salva-capitalismo di tutte le fasi della nostra storia da qualche millennio in qua e, nei due secoli trascorsi, con i conflitti mondiali tra gli sviluppati e il colonialismo contro i sottosviluppati. Ne discende un grande beneficio: il principio su cui si deve reggere il tutto sono riarmo e guerra. Oggi ne siamo al parossismo.

In ogni caso si tratta di strategie che implicano impoverimento di massa e concentrazioni della ricchezza e, dunque, del potere, in sempre meno - ma sempre più fameliche – mani. Alle quali incombeva la necessità, eticamente ed esteticamente gradita e anche finanziariamente munifica, di applicare ceppi e catene a quella che deve fare operosa massa di sostegno all’operazione. E quindi Decreti Sicurezza e ICE (le milizie armate scatenate da Trump sulle città USA col pretesto della radiazione di facce non sufficientemente bianche).

Una cricca internazionale di scienziati pazzi, essenzialmente balordi pervertiti, ci assassina intelligenza, coscienza e conoscenza tramite strumenti-killer quali l’Intelligenza Artificiale che, al confronto, fa del Truman Show una rappresentazione granitica del reale. E così ci siamo giocati anche quella che qualcuno chiama anima e, altri, me compreso, spirito, tutto ciò che combinano insieme, cuore, sangue, organi vari, pelle e cervello quando decidono loro cosa è vero e cosa no.

E allora ecco che siamo assediati e circonfusi da guerre. Che siano inevitabili, addirittura normali, anzi, indispensabili, sono concetti che tocca ai media siringarceli nelle sinapsi. E così che, a parte qualche milione di invasati antiguerra in giro per il mondo, borghesia, imprenditori e i regimi che costoro esprimono, stanno lì a guardare tranquilli, ogni tanto rifilando di soppiatto una mano, come a Gaza vengano trucidati centinaia di migliaia di così definiti subumani, moltissimi a poca distanza dalla nascita. E mentre al latte che gli è fatto balenare davanti viene sostituita una pallottola dritta in fronte.

Tutto questo perché, con la testa sotto la sabbia, un sacco di gente si è convinta che tutto questo, ma anche i detenuti torturati e violentati, quelli tenuti chiusi al buio e senz’aria, cibo e medicine sotto terra, quegli altri sotto le macerie che faranno da solide fondamenta a ville e bungalow della Riviera di Gaza, sono il giusto modo di difendersi da chi il 7 ottobre è stato ucciso, stuprato, decapitato infornato. E non ha saputo, sotto la sabbia, che non è andata proprio così, che a uccidere, abbattere case, sventrare e bruciare auto, mitragliare combattenti e loro ostaggi, facendo un monte di vittime, sono stati, all’insegna della direttiva Hannibal, proprio i “difensori” di Kibbutz costruiti con i mattoni ricavati dalle macerie di precedenti villaggi palestinesi.

Del resto sono così che vanno le cose nel mondo di Trump, di tutti i suoi predecessori e dei peripatetici che offrono piaceri e soddisfazioni nel lupanare europeo nel quale battono. E finchè cì sono prostitute/i è intrinseca la menzogna e finchè c’è menzogna c’è guerra. Ah no? Attentati di agenti CIA-Mossad travestiti da piloti sauditi alle Torri Gemelle: guerra al terrorismo in qualsiasi paese a tiro. Balle di distruzioni di massa e provetta con dentro lo scaracchio di Powell per far fuori l’Iraq. Fosse comuni di oppositori, che erano quelle allestite al cimitero di Tripoli per i normali deceduti, per linciare Libia e Gheddafi. Un manipolo di sgherri tagliagole scatenati a Deraa in Siria che sparavano a poliziotti e manifestanti, fatti passare per insurrezione di popolo contro “il dittatore” Assad: Siria delenda est. Altro dittatore democraticissimo, pacifico e neutrale, che si è dovuto sorbire 500.000 profughi serbi scampati ai massacri NATO di Kosovo e Croazia, ma che D’Alema e Mattarella ci dissero che era lui a sterminare suoi cittadini. Fine della Jugoslavia e Serbia uranizzata e su stampelle. Uno dei responsabili nostro futuro Capo dello Stato. Sempre conseguente, ora dice Putin uguale Hitler.

Roba del tempo delle barbarie? E allora oggi la truffa del 7 ottobre da cui un genocidio?. E allora la Russia che invade il Donbass, non per salvare dallo sterminio i suoi fratelli e impedire che gli si piazzino missili NATO in bocca, ma solo per il gusto di abbattere il democratico Zelensky, santo subito, e poi mangiarsi tutta l’Europa fino a Lisbona e alle Canarie? E allora il Sudan, che sprofonda nel sangue, perché c’è chi ha interesse a frantumare ancora (dopo l’amputazione del Sudan del Sud) il più grande paese dell’Africa e lo fa ricorrendo a compari del giro “Abramo”, come gli Emirati Arabi Uniti (leggi Israele)? E allora la Nigeria, altro troppo grande e ricco paese africano, dove tocca intervenire per salvare i cristiani sgozzati dai soliti nostri contractors jihadisti? E allora, in testa a tutte le buggerature, il Venezuela (e anche un po’ la Colombia convertita all’antimperialismo), comandato dal più pernicioso narcotrafficante del mondo e che stermina statunitensi a forza di Fentanyl e coca,?  Mentre, però, a casa sua, almeno da Chavez in poi, regna la droga della giustizia sociale e dell’autodeterminazione e a stento fiorisce forse qualche piantina di maria e l’ONU sono decenni che dichiara quel paese del tutto esente da narcoproblematiche?

E, per non lasciare perplessità, a domanda controdomanda. E allora le banche USA che, grazie al patrocinio DEA e al mercato nazionale del consumo di droga, il più grande del mondo, gonfiano i propri forzieri fino a farli scoppiare e dover trasferire quanto tracima nei paradisi fiscali? Così poi possono prestare soldi a noi europei per comprare le armi USA e finanziare le basi statunitensi che ci servono per impedire che Putin si prenda Lisbona. E per impedire che il popolo alzi la testa.

Il resto, e molto di più, nel video. Tipo i 145 miliardi che a noi e all’UE verranno spillati con la trumpiana spesa per armi al 5% del PIL. Ma avremo ospedali pronti per i feriti che stanno per arrivare dalle guerre che stanno per partire e bunker e kit di sopravvivenza per quei quattro gatti che se li potranno permettere. Ma in compenso partiremo dagli attuali 5,8 milioni di poveri assoluti in su e dai 18 milioni che alla condizione di morti per fame stanno per arrivarci. Tutto questo anche per permettere alla rimpannucciata burina della Garbatella di cambiare vestiti a ogni apparizione. Come le conduttrici di Sanremo.

 

martedì 4 novembre 2025

Il 7 ottobre come Rashomon --- IL GIORNO E LA STORIA

 


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__il_7_ottobre_come_rashomon_il_giorno_e_la_storia/58662_63420/

 


Tregua sì, tregua no, tregua bombe

Alla luce della sempre più evidente mancanza di serietà e affidabilità di ciò che l’uomo-bluff dice, o dice di fare, del carattere strumentale e propagandistico di quasi tutte le sue bombastiche mosse - segno tragico dei tempi, anche in Europa e a casa nostra – vediamo di ritrovare un po’ di sostanza passando dal piano tattico, che l’improvvisatore di trovatone e trovatine ci impone, a quello strategico. L’andazzo che il mondo aveva preso su una delle questioni che l’accompagnano e segnano da quasi un secolo, Palestina o non Palestina, ha preso improvvisamente un abbrivio e ha cambiato in profondità ogni cosa, ben oltre la circoscritta questione mediorientale. Mi riferisco al 7 ottobre 2023, di cui molto s’è detto su questa testata, ma guardando stavolta alle sue ricadute che non finiscono di mettere in discussione ogni apparente equilibrio.

“Rashomon” è il titolo del capolavoro cinematografico di Akira Kurosawa. Un film che ha segnato un’epoca della settima arte e ci ha messo di fronte al drammatico quesito se possa mai esistere una verità definitiva. Un boscaiolo, un monaco e un vagabondo si interrogano sull'assassinio di un samurai e sullo stupro di sua moglie per mano del bandito Tajômaru, che li ha coinvolti come testimoni. All’uscita del film si è parlato a lungo di un “effetto Rashomon”. Per chi conosce Pirandello, a partire da “Così è se vi pare”, le cose sono ancora più oscuramente chiare.

“L'effetto Rashomon”, proprio come Pirandello, descrive lo sconcertante dato per cui differenti testimoni, o commentatori, descrivono lo stesso evento in modo soggettivo, totalmente diverso e contrario rispetto agli altri, formulando ognuno una interpretazione, determinata dal proprio interesse e, eventualmente, dalla propria posizione morale, ideologica, sociale, politica. Un relativismo che rischia di rendere irraggiungibile le verità oggettiva.

Relativismo che, oltre alla strumentale deformazione israeliana, quella di hasbara, vale per gli eventi del 7 ottobre, dove a distanza di due anni e, forse, per sempre, le verità variano a seconda di chi ci è stato, chi ha operato, chi è intervenuto, chi ha subito, chi ha testimoniato, chi ha indagato. E perfino all’interno di queste categorie il racconto diverge.

Della “sindrome Rashomon” ho avuto dimostrazione in occasione del Convegno internazionale su sionismo e problematiche connesse, organizzato a Roma il 25 ottobre scorso dal Fronte del Dissenso. Il mio intervento, centrato su un’analisi della resistenza palestinese a Gaza a partire dagli eventi del 7 ottobre 2023, ha stimolato le solite domande e obiezioni con cui uno si deve misurare quando esce dalla narrazione maggioritaria. Eminentemente quella che nega a Hamas paternità indipendente e autonomia di ideazione ed esecuzione dell’operazione “Alluvione di Al Aqsa”.

Il 7 ottobre e hasbara

 

Il racconto diffuso da Hasbara, l’informazione come diffusa da Israele, secondo cui una torma di sanguinari terroristi si sarebbe avventata su pacifici cittadini e su giovani che ballavano, compiendo ogni sorta di nefandezze, viene ripetuta pedissequamente solo da chi è chiamato, o vocato, a puntellare comunque ciò che dice Israele. A dispetto del rifiuto categorico del regime israeliano di autorizzare un’inchiesta indipendente, il che già dice molto, e a dispetto di una serie di inchieste, anche di media israeliani, condotte alla mano di video, sopraluoghi e testimonianze.

Sono così svaporate le storie più truculente, subito diffuse da centrali e ripetitori dell’hasbara. La realtà di una battaglia fra i combattenti che intendevano far prigionieri dei coloni nei Kibbutz per poi scambiarli con detenuti palestinesi, è corroborata dall’adozione della dottrina “Hannibal”, confermata da politici e militari dell’IDF. Dottrina che impone di impedire in ogni modo che il nemico possa catturare ostaggi, a costo di uccidere i sequestrati insieme ai sequestratori. Il relativo ordine venne trasmesso agli elicotteri e carri armati intervenuti in modo caotico dopo le ore della paralisi dovuta alla sorpresa e alla neutralizzazione dell’apparato di difesa israeliano. Le centinaia di auto bruciate, gli edifici sventrati e ridotti in macerie, mentre vi si trovavano sia i coloni residenti, sia quelli di Hamas, testimoniano di bombardamenti che non si possono far risalire agli RK 47 e agli RPG, armi leggere degli incursori.

Kibbutz distrutto

 

Qui non interessano tanto le varianti nei resoconti dei fatti quanto i dubbi, persistenti soprattutto tra le fila di chi è schierato dalla parte dei palestinesi. Dubbi che originano dalla convinzione della insuperabile potenza di Israele, garante della sua invincibilità. Certezza rafforzata dalla rappresentazione che, per oltre un secolo ha dato di sè lo Stato ebraico.

La storia lontana e vicina di Israele offre valide smentite a questo mito. Nel 2003, guerra del Kippur, Israele, colpito di sorpresa, si vide vicino al collasso, al punto che Moshè Dayan, ministro della Difesa, considerò l’uso dall’arma atomica e che sugli attaccanti dovettero intervenire gli USA, anche politicamente, per porre riparo al tracollo. Sia nel 2000 che nel 2006, Hezbollah costrinse Israele a un umiliante ritiro dal Libano. Nello scambio di missili tra Israele e il cuore dell’”Asse del male”, Tehran, le ferite di Israele, a dispetto dell’assistenza contraerea di USA e petromonarchie, risultarono più gravi di quelle iraniane e hanno richiesto l’intervento aggiuntivo di Washingto. Il mitico Iron Dome è stato ripetutamente bucato anche dai razzi Hezbollah, come dai missili e droni yemeniti.

Hamas-Israele, collisione o collusione?

Il 7 ottobre si verifica sullo sfondo della sproporzione di forze tra “il più potente apparato militare della regione” con i suoi “più efficienti servizi di intelligence del mondo”, e i gruppi guerriglieri di un carcere a cielo aperto, assediato, sorvegliato, invaso e devastato ogni due per tre. Questa sproporzione fornisce gli antecedenti storici funzionali all’interpretazione del 7 ottobre. Quella di una resistenza palestinese islamica fatta nascere negli anni ‘80 per ridurre il ruolo dei laici di Al Fatah e dell’OLP, chiudendo un occhio sulla sua crescita politica. Finanziata, con il consenso di Tel Aviv, dal Qatar e, dunque, resa operativa anche militarmente, ma nella misura concessa da Tel Aviv: razzi poco distruttivi lanciati da Gaza, che in compenso giustificavano la ritorsione in forma di periodiche, devastanti, invasioni, a partire da Piombo Fuso. Questa, vera prova generale del successivo genocidio, l’ho vissuta sul campo e descritta nel documentario “Araba fenice, il tuo nome è Gaza”

A forza di rappresentare Hamas e i suoi alleati, Jihad e FPLP, come minaccia mortale alla sicurezza di Israele, Israele si preparava alla “soluzione finale”. Così Hamas, almeno oggettivamente connivente, secondo questa teoria, avrebbe lanciato l’attacco “terrorista” del 7 ottobre offrendo ai sionisti e al loro sostegno internazionale l’atteso pretesto per la programmato “soluzione finale”. Con il beneficio collaterale, per il premier israeliano, di scampare, grazie all’interminabile emergenza guerra, ai processi per corruzione e malversazioni varie che gli avrebbero stroncato la carriera.

Meno drastici sull’implicita riduzione della Resistenza palestinese a utile idiota della strategia israeliana sono coloro, i più numerosi e irriducibili, secondo i quali, l’operazione “Alluvione di Al Aqsa”, non sarebbe stata concordata tra i due contendenti, ognuno alla ricerca di un suo vantaggio, ma da parte di Israele “si sarebbe lasciata accadere”. Numerosi segnali di preparativi sarebbero stati recepiti ed elaborati dagli infallibili servizi di sorveglianza israeliani, ma non avrebbero innescato alcun intervento preventivo. Grazie all’effetto “terrorismo islamico”, potenziato dalle vittime di “Hannibal”, governi amici e opinione pubblica avrebbero condiviso la rappresaglia, a dispetto delle sue dimensioni spaventose.

Che non sia andata proprio per niente come ipotizzato da quelli per i quali “hanno fatto”, o dagli altri secondo cui “hanno lasciato fare”, lo dimostrano le ricadute di quell’operazione e di quanto questo sasso nello stagno ha suscitato, in misura del tutto inattesa, a livello locale e mondiale.

L’Alluvione di Al Aqsa straripa nel mondo

Hamas libera soldatesse israeliane

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il governo che si era ripromesso di risolvere definitivamente la questione dell’intralcio palestinese in uno Stato che, dal 2018, è stato sancito dei soli ebrei, avrebbe fallito tutti i suoi obiettivi. I prigionieri catturati il 7 ottobre non sono stati liberati dall’IDF come promesso; Hamas non è stato eliminato e continua a infliggere perdite all’occupante. Insieme alle altre organizzazioni della Resistenza ha dovuto essere coinvolto nella mediazione egiziana sulle successive fasi del “Piano di pace”. Ha accettato la proposta di un’amministrazione palestinese “tecnocratica” di Gaza, ma ha rifiutato il disarmo. Ha saputo rispondere alle continue rotture degli accordi di tregua che fanno parte del modo israeliano di rispettare i patti.

L’esercito non fornisce cifre ufficiali, ma, secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth, sarebbero 1.100 i soldati caduti, dei quali il 42% avevano meno di vent’anni e 141 erano oltre i quaranta, 18.500 sarebbero i feriti, 70 i suicidi, migliaia i riservisti che rifiutano di presentarsi, altrettanti gli affetti da gravi malattie post-traumatiche. Israele, che si era ripromesso la pulizia etnica dei gazawi con la deportazione nel Sinai, o altrove, di quanti ne sarebbero sopravvissuti, ha dovuto limitarsi al controllo del 53% di Gaza, poi esteso a qualcosa come il 60%. Davanti a un mondo che si scopre stupefatto e ammirato dalle immagini di centinaia di migliaia di palestinesi, ripetutamente sfollati, che, a tregua proclamata, tornano alle loro case in macerie, affermando la volontà di viverci per quanto invivibile fosse stata resa la loro terra.

Sospeso per poche ore lo sterminio con bombe, droni e missili e ritiratosi dietro la Linea Gialla, da dove accontentarsi di cecchinare chi vi si avvicina, e rimpiazzata la propria presenza sul territorio con clan criminali locali, con fiduciari come il boss Abu Shaabab, collaudati nei saccheggi degli aiuti, l’intero copione scritto da Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich s’è visto strappare pagine importanti.

Restava anche sospesa un’operazione parallela sulla via del Grande Israele: l’annessione della Cisgiordania votata dalla Knesset e, per la sua inopportunità in termini di pubbliche relazioni, per il momento azzerata dall’umiliante ukase di Trump. I coloni dovranno accontentarsi di aggredire e uccidere palestinesi, bruciarne i villaggi, distruggerne le coltivazioni e chiamare questo frammento di Palestina biblicamente Giudea e Samaria. Uno schiaffo via l’altro, altrettanto bruciante: le scuse all’emiro imposte a Bibi per il fallito attentato a dirigenti di Hamas lì ospitati. Mossa con la quale Trump e il suo retroterra significavano che l’alleanza con certi arabi, che rendono più di quanto Israele costi, gli stavano a cuore, e a borsa, non meno della storica simbiosi con Israele.

Il soccorso di Trump: la finta pace

Del resto l’irruzione sulla scena di Trump, a parte i rituali salamelecchi nella Knesset a ribadire l’eterna alleanza e amicizia, non è stata una delle sue ricorrenti improvvisate. Almeno nell’immediato, parrebbe il tentativo di arginare la reazione dell’opinione pubblica mondiale a un genocidio risultato indigeribile anche a stomaci forti. Reazione dalle proporzioni mai viste, in forma di flottiglie, milioni di indignati e solidali per le strade in Occidente e nel Sud globale, accentuati boicottaggi e disinvestimenti, governi fino allora ignavi o complici, che dai loro elettori si vedono costretti a far buon viso riconoscendo lo Stato di Palestina.

E se Israele, nella sua incontrollata sfrenatezza, era riuscita a demolire un’immagine morale basata sul vittimismo ontologico, con quell’accanimento su bambini, donne, ospedali, giornalisti, umanitari, famiglie rifugiatesi sotto tende, uccisione di moribondi per fame, trattamento disumano a civili catturati a casaccio, distruzioni mai viste nella Storia, la sua caduta nella trappola tesagli dalle flottiglie indica anche uno smarrimento di razionalità.

Follia collettiva che non impedisce il lucidissimo progetto – destino storico e mistico per gli israeliani – di portare a compimento il genocidio, tregua o non tregua. Uno stato fuorilegge che arriva a sfidare uragani di riprovazione e finisce con lo svuotare i vari tentativi di Trump di ricuperargli un minimo di credibilità e rispettabilità ventilando la fine della carneficina. Un pertinace cupio dissolvi, insito nella prospettiva millenaristica, sembra segnare la ripresa dei bombardamenti, con la cadenza del centinaio di assassinati al giorno, di cui moltissimi i bambini per confermare la vocazione all’infanticidio.

E, tanto per ribadire l’assoluta inaffidabilità dello Stato sionista per quanto riguarda accordi solennemente firmati, ecco che riprendono anche gli attacchi sul Libano, del resto mai del tutto interrotti, compresi quelli all’Unifil, con tanto di occupazione della fetta del Libano di cui la tregua libanese imponeva  l’evacuazione, ma che costituisce parte integrante del Grande Israele.

 Reperti archeologici di Gaza

 

Un mondo ancora esterrefatto per quanto gli veniva fatto passare sotto gli occhi da chi si professava, in un mondo di autocrati e terroristi, campione di democrazia e morale, aveva seguito con entusiasmo l’impresa che, insieme a portare soccorsi a un popolo al quale i suoi sterminatori li negavano, sfidava, in termini di assoluta non violenza, i violatori del diritto internazionale. Ma il trattamento riservato agli equipaggi delle flottiglie, illegalmente abbordati da forze militari in acque internazionali, sequestrati, deportati e poi maltrattati  sulla falsariga, edulcorata, di quanto riservato ai gazawi, ha dimostrato un accanimento nell’errore, oltrechè nella malvagità, oltre il limito dell’autolesionismo.

Israele, un suicidio?

Trump – e chi ne costituisce il motivatore e garante - è accorso per evitare il peggio, salvare il salvabile, estrarre Israele da un isolamento fatale e dalla perdita di qualsiasi credibilità politica e autorità morale: un paria tra le nazioni. Ciò su cui, tuttavia, non ha potere di intervenire è il rischio di implosione dello Stato. Che oggi non è più solo la massima espressione dell’apartheid, vituperata dall’opinione pubblica mondiale, ma soffre di profonde lacerazioni interne e di un abissale distacco della società dalla sua classe politica.

Una popolazione che ha vissuto per due anni il trauma dell’indifferenza del suo governo per il destino dei concittadini prigionieri della Resistenza. Che vede milioni di suoi cittadini, gli haredim, ribellarsi al servizio militare. Che subisce l’ostracismo dei popoli un tempo solidali, che vive un’insicurezza snervante per gli attacchi che subisce da nemici vari e che la costringono a una vita nei bunker. Si aggiungano le difficoltà causate dal trasferimento di professionisti dai luoghi di lavoro alla riserva militare impegnata in guerre che non finiscono mai, dalla rottura di rapporti commerciali e accademici con l’esterno e, soprattutto con il dato drammatico che i palestinesi tornano, mentre gli israeliani partono.

Israeliani in partenza

Il rapporto tra chi arriva nello Stato ebraico e chi ne parte si è invertito a detrimento dell’immigrazione, condizione di sopravvivenza per Israele. Mancano i dati dal 2024 ad oggi, quando comunque si sa di interi insediamenti, specialmente in Galilea e ai margini di Gaza, abbandonati da coloni non più rientrati. Un’informativa del parlamento, pubblicato il 20 ottobre, registra 145.000 abbandoni tra il 2020 e il 2024, con un forte aumento, fino al 44%, di anno in anno. La maggioranza di costoro ha alle spalle 13 e più anni di istruzione e il 26% ha una formazione accademica completa. Il parlamentare Gilad Kariv l’ha chiamata, non un’ondata di emigranti, ma uno tsunami di abbandoni.

E a questo punto c’è solo una domanda da porre con riferimento alle diverse verità alla Rashomon – “collusione, o lasciato fare” – che si scontrano sul 7 ottobre. E’ concepibile che Israele sia stato o colluso con Hamas, o connivente nella misura in cui avrebbe lasciato accadere l’assalto, se poi i risultati sono la catastrofe dello Stato Sionista che abbiamo illustrato? Non credo che ci possa essere più di una risposta. La linea, dettata da Israele, più meno ininterrottamente dalla spartizione del 1947 a ieri, il giorno 7 ottobre è passata in altre mani. Con Trump e la farsa della “pace” si è cercato di strappare l’iniziativa alla Resistenza. Funziona sul piano tattico, forse. Non su quello strategico. Emersa dal buio dell’oblio coatto, silenziata fino al genocidio, oggi al centro del mondo c’è la Palestina. Hamas ha imposto al mondo di guardarla.

 

Col 7 ottobre è stata infranta l’idea che si debba chiedere al colonizzatore, seppure con l’avallo della più vasta collaborazione di un mondo detto libero, di gestire il destino e gli eventuali diritti del colonizzato. Per i “moderati” della nonviolenza integrale (che è poi quella che garantisce il monopolio della forza al padrone) tutto dovrebbe comunque essere conciliabile con chi, per quanto espropriatore, razzista, pulitore etnico, vessatore e sterminatore, ha il “diritto di difendersi”. Chi, come i coloni che hanno costruito i loro kibbutz sulle macerie dei villaggi palestinesi bruciati e in faccia al carcere a cielo aperto dove sono stati rinchiusi i superstiti, tale diritto se l’è giocato. La questione morale sotterra la questione dei legulei.

Yahya Sinwar, architetto del 7 ottobre, ha commesso un suicidio? Suo e di Gaza? O i suicidari sono altri? Se autoimmolazione doveva essere, aveva il fine strategico della resurrezione. 80 anni di esclusione, esproprio, persecuzione, umiliazione, morte prolungata, significavano una fine senza fine, dove l’annientamento vero era il trascinarsi tra i piedi la propria dignità. Il 7 ottobre è stata fatta la rivoluzione. Quella che, nelle parole di Walter Benjamin, “non nasce da un’aspirazione per il futuro, ma dalla disperazione del presente”. Il 7 ottobre ha posto un limite alla disperazione.

Da quel momento si è tornati all’esserci, individuale e collettivo, a costo di attraversare un mare di sangue. E Israele, accecato dal suo avatar biblico, è caduto nell’imboscata. La sua sconfitta non è tanto quella dei risultati mancati, che pure c’è, quanto quella, più rovinosa, della legittimità. A Gaza la resistenza ha costretto Israele ad autoinfliggersi un collasso morale e questo precede sempre la sconfitta politica. Vedi Algeria, Vietnam, Sudafrica. Il 7 ottobre il mondo si è capovolto. Un sondaggio in Cisgiordania e a Gaza nei giorni scorsi ha visto un 66% di sostegno a Hamas in Cisgiordania e il 52% a Gaza. Percentuali che aumentano di parecchi punti se viene considerato l’insieme delle organizzazioni della Resistenza.

Avete visto chi marciava alla testa delle centinaia di migliaia che tornavano alle macerie delle loro case a Gaza City? Era Yahya Sinwar.

 

 

 

 

 

 

 

sabato 1 novembre 2025

“Spunti di riflessione”- Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti --- “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza" --- TRUMP UNO E TRINO, QUADRUPLO, QUINTUPLO…

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=h3QL8Kxlokg

(C’è un breve difetto video all’inizio della registrazione, poi tutto scorre normale)

 

Di epoca in epoca, le parole, all’apparenza criptiche, di George Orwell ne fanno uno che meglio di Tiresia vedeva l’apocalisse verso la quale andavamo precipitando. Questo predisse a Odisseo che, una vota tornato a Itaca avrebbe dovuto ripartire ed errare ancora. Quello ci assicurò che, scampati dal gorgo nazifascismo e guerra, vi ci avrebbero riprecipitati. E ciò che si sta avventando sul mondo in questi giorni di impazzimento dei fautori di guerra e nuovi fascismi, ne realizza le previsioni.

Il protagonista assoluto è l’uomo paradosso ricomparso sulla scena, dopo il suo primo mandato, assicurando pace e riconciliazione ai quattro angoli del mondo. Oggi siamo ai missili Tomahawk concessi al corrotto despota neonazi di Kiev con cui i tecnici Nato, presenti sul campo sotto mentite spoglie fin dal colpo di Stato del 2014, vorranno mozzare le zampe all’orso russo, colpendone le strutture vitali fino a Vladivostok.

A Gaza si chiamano tregua o cessate il fuoco, o Piano di Pace, per placare i fremiti di indignazione mondiale, i rinnovati stermini di sopravviventi nell’età della pietra allestitagli da chi ci salva dal terrorismo. In Cisgiordania a 800.000 coloni armati è stato dato il via alla caccia col ferro e col fuoco di 2,3 milioni di indigeni colonizzati disarmati.

Dopo aver provato a distrarre coloro che potrebbero obiettare prospettandogli il silenzio dei tamburi e proficui scambi di beni e servizi, il taumaturgo quasi Nobel della Pace ha allestito un mostruoso apparato di morte contro un popolo in America Latina. Il cui crimine è che da un quarto di secolo dimostra che si può tener testa al predatore, garantirsi vita e giustizia e far da avanguardia a tutto un continente già destinato a cortile di casa yankee.

Per far trangugiare all’umanità, che sulla Palestina aveva incominciato a gettare bastoni tra le ruote dello schiacciassi sion-imperialista, nuovi genocidi dall’altra parte del pianeta, lo sponsor e fruitore bancario di tutto il narcotraffico mondiale, ha dato del narcos al presidente del paese, il Venezuela, che non aveva mai visto fiorire neppure una piantina di cannabis. Ma che, in compenso, si teneva stretto il petrolio che gli permetteva di nutrire e curare e far lavorare e abitare le sue genti e lo negava a coloro che ne vorrebbero trarre trilioni a proprio uso e consumo e a compravendita di tutto il resto.

Viene puntata dagli F-35 del pazzoide di Washington anche la Colombia, passata da narcopresidenti alla Uribe, cari ai gringos, a uno, Gustavo Petro, che la pensa e la fa come i bolivariani del Venezuela, del Nicaragua, dell’Honduras, del Messico. Intanto Maduro, a cui la valida mobilitazione civico-militare di tutto un popolo chavista servirebbe, sì, a contrastare un’invasione-occupazione, ma molto meno contro i bombardamenti di quegli F-35, si è rivolto per una mano a Russia, Cina e Iran. Certamente amici, ma la Cina si tiene ontologicamente lontana da ogni sbattere di sciabole. L’Iran deve guardarsi da chi gli agita in faccia le sue bombe atomiche e la Russia, beh, se pensiamo alla Siria, meglio proprio non farci conto.

Tutto questo Zeitgeist, spirito del tempo come in Germania i filosofi chiamavano la tendenza generale, cioè la forza che si mette sotto i piedi il diritto, è più contagioso di una finta epidemia mirata a passivizzare le persone in vista del peggio in arrivo e non può non avere le sue ricadute sulle cose spicciole. Come da noi, con la separazione delle carriere, la messa a guinzaglio del Pubblico Ministero e il regime, presto premierato, che detta quali reati perseguire – un presidio davanti a una fabbrica, un flash mob anti-Ponte – e quali no - il sindaco che passa l’appalto al cugino, o lo squadrista nero che devasta una scuola pro-Pal (è successo quattro volte in pochi giorni a Genova).

Qualche altro caso, alla rinfusa, di Zeitgeist spicciolo (de minimis non curator praetor)? In piena assemblea dei massimi dignitari della società umana, al palazzo di vetro, un tentacolo della piovra cannibala di Tel Aviv dà della strega a Francesca Albanese, indicandole il destino sul rogo. Poi il tipo con la pannocchia in testa le blocca l’accesso ai suoi soldi. Niente conti bancari alla reietta. Al governatore di Rio, un fascistone bolsonariano, gli gira di far festa nella favela e, copiato e incollato il modulo trumpiano, dà dei narcos a tutti i disperati morti di fame confinati tra cartoni e lamiere (io li conosco) e ne ammazza un 150 (ovviamente neanche un boss).

Per rinnovare l’anatema contro le continue interferenze di Mosca nel vari Russiagate che intorbidano i risultati elettorali in Occidente, niente di meglio che un Trump che promette agli argentini 40 miliardi di dollari, ma solo se votano il picciotto Milei. Calci in culo in caso contrario.

Una bella usanza, di grandiosa efficacia per mettere a posto disturbatori, l’aveva inaugurata il presidente canadese Trudeau. Ai camionisti che, con una loro “Colonna della libertà” avevano percorso il paese protestando contro i ceppi del “green pass”, aveva chiuso i conti bancari. Niente prelievo, niente pagnotta. Fine corsa. Ha fatto scuola. Conoscete Frederìc Baldan, autorevole lobbista alla UE, ha scritto un libro da collocare sulla mensola del caminetto: “Ursula Gates, la von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles”, dove si disseppelliva l’insabbiato scandalo dello Pfizergate (gli sms privati Ursula-Bourla relativi a miliardi di dosi Pfizer e di euro nostri, che poi erano stati fatti sparire)? No? Ora conviene saperne, perché quello che hanno fatto a lui è il metodo Trudeau, un metodo in vista di nuovi disturbatori: le banche belghe gli hanno chiuso tutti i conti bancari, personali e aziendali, compreso il conto di risparmio del figlio di cinque anni. Si aggira sul lastrico.

Tra gli spiccioli, di poco conto, ma illuminanti quanto un faro da 2000 watt sul famigerato spirito del tempo, quanto è successo a Larry Bushart, veterano e multi-encomiato alto funzionario di polizia a Perry County, nel Tennessee. E’ stato cacciato dalla polizia, gli hanno tolto tutti i nulla osta e visti, addirittura del Dipartimento di Stato e l’hanno chiuso in una cella della prigione di Perry. Quale il crimine? Aveva deplorato, in termini di sfottò, coloro che, come il bonzo dai capelli gialli, si strappavano i capelli per il martirio del propagandista nazista Charlie Kirk e avevano esaltato il suo retaggio ideologico.

Eccessi americani? A un collega di Larry, poliziotto di Weissenburg in Germania, il tribunale amministrativo di Ansbach ha tolto la qualifica, lo stipendio, la pensione e lo ha espulso da tutti i corpi delle forze dell’ordine. Il delitto: aveva criticato il Green pass e altre norme di costrizione adottate in nome del Covid.

Ma rifacendoci ai padri “Ubi major minor cessat”. E dunque torniamo ai massimi sistemi. Quelli del Trump uno e trino e quadruplo e quintuplo e….Guerra alla Russia, Guerra alla Palestina, guerra alla Somalia (da 100 giorni bombarda quel paese, lo sapevate?), guerra all’Iran e, ora guerra al Venezuela. E pensare che il narcotraffico non è affatto una minaccia al capitalismo statunitense. E’ invece una delle sue forme clandestine di riproduzione.