martedì 11 agosto 2026

VENEZUELA, LA RESA DEI CONT


Tornare ancora sul Venezuela, Maduro, Elcy, vero, falso? Non ci sono ormai altre priorità? Hormuz in condominio tra Iran e Oman e gli USA fuori dalla porta? Netanyahu che firma e contemporaneamente brucia tregue, cessate il fuoco, negoziati, pur di continuare ad ammonticchiare cadaveri? Israele che ordina al socio in Abramo di rompere i coglioni a Sanchez facendogli lanciare contro da Maometto VI una torma di affamati? Piantedosi, Schlein? L’irrimediabile perdita di uno dei nostri tempi migliori, Francesco Guccini?

Tutti temi degni di causare attenzione, discussione, avversione, ammirazione, Ma il Venezuela ha qualcosa in più, qualcosa di cruciale nei tempi della menzogna strutturale e istituzionale. Vero o falso? Fregatura o successo? E non solo per me e per te. Per tutti e per la Storia. E ne trai una lezione senza la quale vai a sbattere.

Uno che ama gli schieramenti netti potrà chiedersi: ma L’AntiDiplomatico come la pensa? E la risposta, come è giusto e stimolante nel caso di una testata giornalistica, se la dovrà cercare e costruire, bazzicando un po’ di numeri nei quali trovare opinioni a confronto, spesso divergenti, quando non litiganti.

E così deve essere e così è stato nei casi in cui sono stato coinvolto. Credo a beneficio di chi, scartabellando, nei pro e contro e nei dubbi, ha guadagnato conoscenza, consapevolezza e, hai visto mai, perfino coscienza e capacità di giudicare.

Personalmente, in tempi recenti, ho rappresentato uno di due poli, il negativo o il positivo fate voi, di un circuito elettrico dal cui passaggio di corrente sono indubbiamente scaturiti dei lumi. Mi riferisco alla profonda divergenza tra me e Michelangelo Severgnini su come valutare il ruolo della Turchia e, specificamente, di Erdogan, nella contingenza geopolitica della fase. Io, a dannarlo colme protagonista NATO di una strategia di espansione atlanto-islamica, sostanzialmente antirussa; lui a difenderlo come abile tessitore di costruttive mediazioni.

La disputa ha poi trovato coronamento, su suggerimento intelligente dell’AntiDiplomatico, in un confronto televisivo condotto dall’amico Paolo Arigotti, dove dati incontrovertibili hanno determinato quella che ritengo sia una convincente conclusione.

Conquista ibrida del Venezuela

Per uscire dal discorso criptico, parliamo di chi, a oltre sette mesi dalla data del rapimento del presidente Maduro e dell’attacco di Trump al Venezuela, prova ancora a salvaguardare la buona fede e la continuità bolivariana e chavista del gruppo dirigente di Caracas e di chi, superati iniziali dubbi, dà per dimostrata e acquisita la complicità della presidente “ad interim”, Delcy Rodriguez, e di tutto il gruppo dirigente lasciato in piedi dagli USA e addirittura considerato la migliore della soluzioni.

Perfino la giusta cautela che inizialmente esibivano le analisi di Resumen, testata argentina, cartacea e digitale, considerata una delle più autorevoli e informate voci latinoamericane, si è andata in giorni recenti evolvendo in certezza su ciò che il movimento di massa chavista va denunciando da quasi subito: il Venezuela è stato venduto agli interessi imperialisti e monopolisti USA.

Inserisco un inciso personale relativo a uno sgradevole tentativo di diffamazione nei miei confronti attuato da chi si ostina, a dispetto di tutto, nella difesa della buona fede e delle buone ragioni “tattiche” dell’attuale gruppo dirigente venezuelano, presieduto da Delcy Rodriguez. Una mia precisa riproduzione in Whatsapp di un testo di Resumen che riferiva del plauso tributato da Maduro, dal carcere di New York, al nuovo dialogo del governo venezuelano con l’opposizione di destra e filo-yankee, è stato riferito ai responsabili della testata come una mia maliziosa manipolazione. Il tentativo si è disintegrato nell’ espace d’un matin. Piccole miserie.

Veniamo alla questione di fondo. Che è grossa e di portata storica e internazionale. Cosa è davvero successo a Caracas a partire dal 3 gennaio, giorno del rapimento, dell’eccidio di 100 difensori di Maduro, tra cui una trentina di cubani, e dei bombardamenti incontrastati su città e porti del Venezuela? Che si disse siano stati possibili grazie alla neutralizzazione supertecnologica dei dispositivi di sorveglianza. Giustificazione poi cassata.

A perlomeno sospettare che gatta ci covava inducevano già solo i ripetuti affondamenti al largo delle coste venezuelane di pescatori fatti passare per narcotrafficanti, come poi lo stesso Maduro, senza che Caracas avesse reagito. Dell’ipotesi di una sospetta passività del governo scrissi nell’immediato su Whatsapp, ne parlai in videointerviste quattro giorni dopo il 3 gennaio, e poi su L’AntiDiplomatico, in termini non equivocabili e risolutamente “colpevolisti” per quanto atteneva al comportamento della dirigenza carachegna, con l’ampia ricostruzione di quasi cinque mesi fa.

Oggi e da un po’ mi trovo in buona compagnia nel constatare l’evidenza della capitolazione-sottomissione dell’attuale direzione venezuelana all’operazione neocolonialista di Trump. 

L’ultima giapponese?

Delcy Rodriguez accoglie John Ratcliffe, capo della CIA a 11 giorni dal rapimento di Maduro

Quella dell’ultimo soldato giapponese, perso nella giungla che pensa che la guerra sia ancora in corso, anni dopo la sua fine, è una figura tra compassionevole e surreale, metafora di chi non sa aggiustarsi con la realtà e insiste a volersi vivere in un mondo solo da lui configurato.

Come coloro che seguono le questioni del mondo e, specificamente, sia L’AntiDiplomatico, sia Sinistrainrete, sia la chat Mondocane da me amministrata, la giornalista Geraldina Colotti, nel suo ostinato isolamento, rimanda a questa figura. Autorevole esperta di America Latina, è la protagonista assoluta e ormai quasi unica, della linea  secondo cui Caracas avrebbe mantenuto in piedi la rivoluzione bolivariana di Chavez, a dispetto di un’aggressione statunitense che avrebbe imposto “una ritirata” strategica” per salvare il retaggio del Comandante”. Insomma: buona fede e quanto di meglio nelle circostanze - pistola alla tempia, salvare il salvabile, evitare l’occupazione - era dato di fare. Niente svendita, niente tradimento, niente resa.

Su chi abbia colto nel segno nell’interpretare questi accadimenti epocali è detto esaurientemente dalle immagini che ho inserito in questo scritto. E che fanno giustizia delle accuse di calunnia, se non di disfattismo, che venivano mosse a chi provava a guardare in faccia la realtà. Realtà di una cascata torrenziale di eventi dal carattere talmente univoco, da lasciare dubbi solo in chi doveva avere motivi davvero saldi per non vedere.

A tre giorni dal rapimento di Maduro e del massacro delle sue guardie, la neo presidente riceve John Ratcliffe, direttore della CIA, il capo dell’intelligence e delle operazioni sporche del governo che ha eseguito il crimine.

Delcy Rodriguez accoglie Doug Burgum, Ministro degli Interni USA

Nel giro di pochi giorni vengono accolti al Palazzo Miraflores il Ministro degli Interni USA, Doug Burgum e, l’11 febbraio, il Ministro dell’Energia Chris Wright. Ne consegue la riforma della Ley de los Hidrocarburos che modifica la legge organica sulle risorse energetiche venezuelana proclamata da Ugo Chavez nel 2006 e che aveva imposto la proprietà pubblica e popolare di tali risorse per tutte le fasi di estrazione, produzione, commercializzazione, con destinazione dei proventi a fini di promozione sociale.

La nuova legge, adottata in seguito alle consultazioni con gli interlocutori di Washington, è orientata a permettere e facilitare che imprese private nazionali e straniere (sono specificamente menzionati ENI, Repsol, Chevron e Fondo Monetario Internazionale) partecipino alla produzione petrolifera nelle forme legalmente inibite da mezzo secolo, da quando, con Chavez, ne era stata proclamata la nazionalizzazione. Non si menzionano più finalità sociali.

Scrive su X Josè Hernàndez, avvocato venezuelano esperto di diritto costituzionale e amministrativo, consulente di diverse compagnie energetiche internazionali: “Oggi si scrive la parola fine alla criminale politica di espropriazioni portata avanti dal governo di Chavez”.

Delcy Rodriguez accoglie Chris Wright, Ministro USA dell’Energia

Terremoto e occupazione

Lo spaventoso terremoto del 24 giugno colpisce un paese completamente destabilizzato. Il terribile numero delle vittime e la dimensione delle distruzioni, provocano la sospensione delle manifestazioni dei movimenti bolivariani contro gli indirizzi adottati dal regime e per la liberazione e il ritorno di Maduro. Di queste espressioni di volontà popolare organizzata, che riprenderanno con vigore alla vista della progressiva demolizione della sovranità del paese, ho potuto avere conoscenza diretta da Juan Contreras, deputato e leader del movimento chavista “Coordinadora Bolivariana”. Si tratta della storica organizzazione militante nata nel quartiere “23 de Enero” di Caracas al tempo della dittatura di Jimenez ed estesasi a tutto il paese  Un’ intervista a Contreras c’è nel mio docufilm “L’Asse del bene”.

 

Alla rimozione di alcuni esponenti del governo e a quella del capo delle Forze Armate, si accompagna l’arrivo in Venezuela di truppe statunitense, già prima del terremoto, e poi israeliane. Queste, venute offrendo di contribuire ai soccorsi. Per i quali, però, si presentano come esperti alti ufficiali dell’IDF, assolutamente privi di specifica esperienza in merito, ma fortissimi nel lavoro di infiltrazione nelle vicende interne dei paesi latinoamericani, a partire dall’intelligence e da operazioni di destabilizzazione. Giorni prima si erano ristabiliti i rapporti diplomatici che Caracas aveva rotto nel 2009, in protesta contro la pulizia etnica dei palestinesi e l’operazione “Piombo Fuso” del 2009, che potete rivedere in questo docufilm:

 

 

Delcy Rodriguez e ufficiali israeliani

Dalle esercitazioni e dai pattugliamenti svolti dagli statunitensi in piena Caracas e in altre città, si passa a qualcosa che i movimenti delle Comuni in rinnovata mobilitazione definiscono la “decimazione” dei nuclei di resistenza, con riferimento all’intervento di unità congiunte di militari USA e polizia venezuelana contro focolai di “insubordinazione”. Incomincia a echeggiare da un capo all’altro del paese la parola d’ordine fuera los yanquis.

Militari USA pattugliano Caracas

Via la vecchia opposizione, Va bene Delcy

Quelli citati sono come, dimostra l’evidenza dei fatti, dimostrazione di una strategia lineare e coerente di adeguamento alle direttive di un presidente che, in un solo fiato, detta a Delcy ciò che deve fare, assicura alle compagnie statunitense il controllo sul petrolio venezuelano e vaticina, con tanto di mappa, il “Venezuela 51° Stato degli Stati Uniti”.

Nell’analisi di chi certifica la buonafede degli attuali governanti, si occulta questa successione di passaggi che, al confronto storico tra Venezuela chavista e USA, sostituiscono una concordanza globale di scelte e obiettivi. Il discorso giustificazionista si riveste di nobili addobbi: “Il rifiuto del genocidio palestinese è il cuore pulsante del discorso di insediamento di Delcy Rodriguez, pilastro irrinunciabile e storico il governo bolivariano a Caracas, Cuba-Venezuela una sola bandiera, braccio asimmetrico con Washington, anche Lenin firmò la pace di Brest-Litovsk, Delcy e il PSUV non sono stati paracadutati da un esercito straniero di occupazione, sottovalutata la maturità del popolo venezuelano, el pueblo en la calle e la Milizia Bolivariana…”

Già, el pueblo en la calle, che ormai ininterrottamente denuncia la frode e i cedimenti, in sempre più netta opposizione al gruppo dirigente e agli ospiti a stelle e strisce e con stella di David, soccorritori per gli uni, invasori e occupanti per gli altri.

  

Arrampicarsi sugli specchi, o sul palazzo di Miraflores?

Partiamo da un Venezuela dove dal pubblico siamo passati al privato, dalla sovranità all’occupazione coloniale e all’intervento di “soccorritori” statunitensi e israeliani, per arrivare al dunque: è mai possibile, alla luce degli sviluppi elencati e che non sono neanche tutti dello stesso indirizzo, sostenere quanto Geraldina Colotti afferma nel suo intervento?

E’ davvero plausibile che “tutto è rimasto in mano a una direzione bolivariana in virtù della sua capacità di mediazione, costruzione di alleanza e di fare politica”? Che “i dirigenti venezuelani hanno seguito il consiglio di Fidel e non si sono sacrificati come Allende”? Che “non si sono fatti schiacciare dal giogo dell’ideologismo dogmatico” ? Che, dopotutto, se ora “il Venezuela è alleato degli USA, è pur sempre rimasto alleato di Russia e Cina”? E che, a dimostrazione della sovranità salvaguardata, “ancora esistono le rappresentanze diplomatiche dell’Iran e della Palestina a Caracas”?

E perfino che “anche Chavez si arrese ai generali che lo avevano imprigionato a Miraflores”. Dove si arriva a precipitare nel falso pro domo sua. In quei giorni dell’aprile 2002, ero a Caracas (il golpe è testimoniato nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”) e milioni di venezuelani sanno che Chavez non si è mai sognato di arrendersi. Fu prelevato con la forza dagli ufficiali felloni e trasportato, in catene, nella caserma di Fuerte Tiuna e poi liberato dalla mobilitazione popolare entro 48 ore. Quello della “resa” è un insulto che Chavez non merita.

 

Secondo Colotti, “dal momento che Chavez, nel 2007, accettò la sconfitta al referendum sulle nazionalizzazioni, evitando lo scontro con l’opposizione”, bene farebbero a mediare i governanti venezuelani “di fronte all’occasione di premere più a fondo sul pedale della rivoluzione a rischio di uno scontro armato e di una guerra civile”. Meglio farsi dettare la politica e l’economia da Washington e farsi “dare una mano” dai genocidi israeliani e dall’autocrate assassino Trump. Meglio, scrive Colotti, “cedere il petrolio cercando di non cedere la sovranità”. Come se non fosse la stessa cosa.

Tutto questo, per la brava giornalista, comporta “riconoscere l’autorità dell’esecutivo nominato. il che significa difendere il filo della continuità costituzionale contro ogni tentativo di imposizione coloniale esterna”. Salvati capra e cavoli.

Va riconosciuto a Geraldina Colotti una inesausta capacità di compiere prodigi di funambolismo dialettico, al limite e oltre della spregiudicatezza. Qualcuno ha parlato, nella stessa edizione, di arrampicata sugli specchi, della quale ci si dovrebbe stupire alla luce delle lunghe e approfondite frequentazioni della materia latinoamericana che, con notevoli meriti, la collega vanta.

 

E ciò va comunque rispettato. Anche se l’insistere sull’integrità assoluta, per quanto “mediatrice”, del gruppo dirigente venezuelano, sotto tiro perfino del movimento di massa bolivariano, rappresenta oggettivamente un assist all’operazione – e agli operatori - che ha portato alla fine del Venezuela chavista.

Non c’è dubbio che l’attuale governo a Caracas si sentirà confortato dai riconoscimenti e sostegni fornitigli da supporter di vario genere. Meno encomiabile dal punto di vista deontologico ed etico apparirebbero i termini con i quali vengono qualificati, peraltro con indirizzi precisi per quanto non nominati, coloro che non concordano con l’analisi di Colotti. Termini dispregiativi che, così, forniscono con l’inficiare la persuasività e dignità dell’argomentazione. 

Qui si parte dalla definizione di una gerarchia di valori, attribuita alla propria parte (quando non alla propria persona), nella quale si ritrovano coloro “che hanno attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria”, che “conoscono il peso materiale della lotta di classe, con i suoi costi umani, le sue carceri…” E si arriva all’elegante e rispettosa descrizione del pensiero altrui in quanto espresso con “ragli digitali”, “invettive sterili di chi confonde il marxismo con un catechismo morale” (?), “una mefitica logica da tifoseria”, a “un rumore di fondo prodotto da tarantolati che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza avere mai conosciuto né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica, né quindi i costi della sconfitta…”

So che Geraldina parla di me, ma, incidentalmente, ho fatto l’inviato in quasi tutte le guerre, a partire da quella nordirlandese e a finire con quella palestinese. Da seduto mi si è visto di rado. E anche tra chi, su L’AntiDiplomatico, ritiene che il Venezuela sia stato venduto, non trovo tarantolati seduti a distanza di sicurezza. Anzi.

Per valutare nei suoi contenuti fattuali l’excursus della collega basta e avanza quanto si è verificato tra Washington e Caracas a partire dal 3 gennaio (e sicuramente da prima, ce lo diranno gli storici) e, passando per la privatizzazione istituzionalizzata delle proprie risorse a favore di interessi multinazionali e per l’intervento sul territorio di militari USA e israeliani, quanto non si è ancora concluso. E quanto quotidianamente viene denunciato da movimenti di massa che si trovano di fronte repressori anch’essi multinazionali.

Per giudicare il tenore etico e deontologico di questo scambio, è sufficiente lo stile con il quale si rappresenta chi dà un’interpretazione diversa di quegli eventi e dei loro protagonisti. Mi sono limitato a un breve resumee.

Per dirla tutta, rispetto a certe scelte di vita che scambiano il nemico con l’amico, l’infiltrato col compagno, vale sempre la massima di Sant’Agostino: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

 

domenica 9 agosto 2026

CEUTA? NON E’ CHE L’INIZIO

 



Il “Fianco Sud della NATO”, di cui, armonizzando, cianciano a colazione, pranzo e cena Meloni e Crosetto, c’è già. Eccolo.

In vista di quello che viene adombrata come un nuovo assalto all’exclave spagnola di Ceuta, il 15 agosto o giù di lì, parrebbe opportuno esaminare alcuni tratti di quanto già avvenuto e ampiamente manipolato dall’apparato mediatico.

L’invasione, da parte di decine di migliaia di presunti migranti, del possedimento coloniale spagnolo di Ceuta, alla fine di luglio, indica il rafforzamento dell’Asse Israele-USA-Marocco (come non chiamarlo fianco sud della NATO?). In questo caso specificamente per esercitare pressione sulla Spagna filopalestinese e sul suo Primo Ministro. postosi da tempo in prima fila nella denuncia del genocidio a Gaza e in Cisgiordania e nel riconoscimento politico della Palestina.

Un asse che, partendo dall’ingresso del Marocco, insieme agli Emirati Arabi Uniti, negli Accordi di Abramo, ha fatto di queste due monarchie assolute arabe le proxy per  operazioni della strategia sion-statunitense nel quadro del vagheggiato fianco Sud. Tra le quali assume rilievo, la partecipazione di 150 militari marocchini, prima e per ora unica componente della cosiddetta Forza di Stabilizzazione di Gaza, nel progetto trumpian-kushneriano di conversione dell’ecatombe di Gaza in Resort Riviera (Complesso turistico di lusso, ma soprattutto base di controllo e gestione del gas palestinese al largo).

Da una collaborazione militare con Israele sul terreno a Gaza, all’irruzione di caterve di giovanotti scortati da gendarmi marocchini e scaricati su Ceuta, finalizzata a mettere in difficoltà la pietra d’inciampo Sanchez, con ripercussioni significative a livello europeo (vedi il sicariato sionista della squadraccia Meloni con la sospensione di Schengen) e mondiale, si rimane nello stesso ambito.

Sullo sfondo dell’operazione immediata, ci sono le parallele mosse della componente USA dell’Asse, come il riconoscimento della sovranità sul Sahara Occidentale (Repubblica Sahrawi) al Marocco, il sostegno del colonizzatore globale Trump alla decolonizzazione di Ceuta e Melilla, accompagnato da segnali che nulla si opporrebbe alla presa marocchina manu militari delle due exclavi, fino al recente regalo trumpiano di 40 milioni di dollari a fondo perduto.

Di tutto questo non vi è menzione nella risposta di Pedro Sanchez con la quale il premier esime il Marocco da ogni responsabilità per quanto accaduto a Ceuta e se ne augura la collaborazione nel contenimento di ulteriori incidenti del genere.

Cosa che non gli impedisce oggi, nel ricordo della scoperta che fece dell’intercettazione, con furto di milioni di dati, del telefono suo e di quelli dei ministri della Difesa e degli Interni, realizzato grazie al software israeliano Pegasus, di inviare a Ceuta le fregate “Santa Maria” e “Navarra”, la nave per trasporto truppe “Rayo” e una nave per la logistica.

Non fidarsi è meglio.

mercoledì 15 luglio 2026

Gaza: guerra barbarie contro civiltà --- SE NON DISTRUGGI IL PASSATO, NON VINCI IL PRESENTE

 

Gaza: guerra barbarie contro civiltà

SE NON DISTRUGGI IL PASSATO, NON VINCI IL PRESENTE

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__gaza_guerra_barbarie_contro_civilt_se_non_distruggi_il_passato_non_vinci_il_presente/58662_68011/

La voce e la Storia

Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.

Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.

Sopprimere la voce del passato

Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.

La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.

Sopprimere la voce del presente

Oggi, utilizzando le tue reti satellitari ci impedisci di ascoltare ciò che potrebbe inquinare la tua versione dei fatti, i media, le agenzie del “nemico”. A Mosca ricevono l’ANSA, la Reuters, noi qui non riceviamo la TASS, o Russia Today. Basta interrompere una rete, spegnere un satellite. Ma in guerra si va per le spicce: la voce si polverizza. Come a Belgrado: 1999, di notte, la TV di Stato polverizzata con 16 tra giornalisti e tecnici. Era la “Tv di Milosevic”. A noi, giornalisti stranieri andò di culo: ci saltò per aria alle spalle l’Hotel Yugoslavija, da cui eravamo stati appena rifiutati per mancanza di camere libere.

C’erano a Belgrado anche le TV e radio di Soros, chiassosamente avverse a Milosevic (e, vale la pena ricordarlo, fu Casarini, oggi raccoglitore di migranti in mare, o trasbordati dietro compenso da mercantili, a precipitarsi in piena aggressione a sostenerle), una galassia di media e partiti di opposizione. Ma fa niente, per disfare la Jugoslavia Milosevic dove essere un dittatore. E fatto morire nel carcere dell’Aja quando non si riuscì a dimostrare che lo fosse. Stesso fato di Lumumba, di Saddam, di Sukarno, di Indira Ghandi, di Allende…

 

Voci da esaltare: quisling e dissidenti

Non c’è solo la soppressione della voce. Altrettanto efficace, se non più, e il potenziamento del volume di quella, particolarmente laida, del collaborazionista nel fronte interno del paese aggredito. A volte quando, arrampicandosi sulla vetta di quanto il loro tradimento è servito a far conseguire, diventano premier o presidenti, li chiamano quisling, per affinità a un celebre modello. Oggi vale anche Zelensky, frutto supremo del colpo di Stato che rovesciò il governo legittimo di Kiev. Quando operano da espatriati in paesi i cui governi osteggiano il loro, sono detti dissidenti. Se rimasti a casa loro, sono quinte colonne. Perlopiù fatte passare per oppositori interni perseguitati, inevitabilmente nel nome di diritti umani e democrazia. E come tali vezzeggiati dalle ONG che di quei valori si proclamano difensori.

Sia chiaro che qui io mi riferisco rigorosamente solo a chi si fa strumento di coloro che nutrono o praticano intenti aggressivi, colonialisti, imperialisti, nei confronti del proprio paese. Non certo a chi si scontra con tirannie e riceve ospitalità e solidarietà non strumentali. Mai come nell’intrico di queste situazioni è il caso di vagliare caso per caso. Edward Snowden, che svelò i programmi illegali CIA di sorveglianza globale, di qua, Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace che gradisce che i veli siano spazzati via dalle bombe, di là.

E un caso in questione, e che ho personalmente rasentato è quello di una giovane palestinese di Gaza, espatriata in Italia, collaboratrice di un importante quotidiano. Si è accreditata sul giornale e in corrispondenza diretta con me per la sua denuncia dei crimini sionisti e delle sofferenze dei gazawi. Là dove, secondo me, è deragliata e continua a deragliare è quando, in linea con Abu Mazen e con gradimento israeliano, dà addosso a quella che per il genocida  è la massima pietra d’inciampo: la Resistenza palestinese.

Ultimamente, esaltando un sedicente “Movimento 26 giugno” a Gaza che si rifà all’ANP (a proposito di Quisling) e di cui questa collega, tutta fiera, cita il “ministro della Cultura”, Atef Abu Saif: ”Hamas dovrebbe smetterla di vendere illusioni che i civili continuano a pagare”. Parole di quelli che Dante sepelliva nell’ultimo cerchio dell’inferno, nel Lago ghiacciato di Cocito e che la collega palestinese pone sul piedistallo di coloro ai quali Israele offre prebende ed erige monumenti mediatici: i collaborazionisti.

Tutto questo non è una novità, ha accompagnato tutta la vicenda palestinese, dal mandato britannico ad oggi. E ha le sue basi, come quasi tutto, in questioni di classe.

Mandato britannico: collaboratori e resistenti

Nei lunghi anni del mandato britannico sulla Palestina, dagli anni venti fino alla risoluzione dell’ONU sulla spartizione, si è ripetuto un tipo di rapporti, sia nei confronti dei mandatari britannici, sia della prima ondata di coloni sionisti, di cui poco gli storici ci raccontano. Ricche élites palestinesi, famiglie dei maggiori centri urbani che hanno prosperato sotto Londra, rappresentate da organismi chiamati Esecutivo Arabo e Consiglio Musulmano Supremo, si dividevano sull’atteggiamento da adottare nei confronti dei britannici, sia dei sionisti. C’era chi riteneva di salvaguardare i propri interessi sociali e spazi politici mediante una collaborazione totale con dominanti e invasori. Altri cercavano di salvaguardarsi giocandosi gli uni contro gli altri.

Sul fronte opposto, impegnati nella lotta per la liberazione della Palestina, si organizzavano nel partito Hizb al-Istlaq (Partito dell’indipendenza) i ceti non privilegiati, agricoltori, artigiani, operai, con ampi settori del ceto medio e la maggioranza dell’intellettualità. Utilizzavano gli strumenti delle manifestazioni, del boicottaggio, della disobbedienza civile. Epicentro della resistenza era già allora Gaza, storicamente una delle aree più evolute e dinamiche della Palestina.

Autorità Palestinese e resa

Passando per varie fasi, questa divaricazione si è andata perpetuando in forme sempre nuove, anche dopo la spartizione e fino ad oggi. Abbiamo visto, da un lato, la disponibilità compromissoria di Fatah e Arafat come materializzatasi negli accordi di Oslo, accolti con sollievo dal solito retroterra della borghesia palestinese, fino alla costituzione di un organismo apertamente collaborazionista, come l’Autorità Palestinese presieduta da Mahmud Abbas (Abu Mazen). Dall’altro, il Fronte del Rifiuto, laico e di sinistra, e una  nuova classe dirigente e combattente di Fatah capeggiata da Marwan Barghuti e affiancata dalle formazioni islamiste, Hamas e Jihad, sorte contro Oslo, protagoniste della resistenza armata e maggioritarie nel voto (ultimo concesso dall’AP, quello del 2006). Nella foto Abu Mazen e Netanyahu.

 

 

Siamo all’oggi. Il 70% e oltre della Striscia è occupato e resta in macerie. Il massacro è diventato uno stillicidio quotidiano chiamato “tregua”.2,3 milioni di senza casa, senza cibo, senz’acqua, sono accalcati gli uni sugli altri e spinti verso il mare, dove dovrebbero sparire. Ovunque è il caos. L’ordine e la gestione della vita da parte di Hamas non è più realizzabile. Resta la resistenza armata alla quale, per i sondaggi, l’80% dei gazawi dà il suo appoggio. E qui, come del resto in Cisgiordania a favore dei pogrom dei coloni, che cerca di dare la sua mano collaborazionista l’AP di Abu Mazen, manovrando clan famigliari comprati e armati da Israele. Questi si esibiscono e scompaiono nel tempo di vita di una mosca, schifati dalla popolazione. A compensarne il fallimento, ecco che si materializza un “Movimento 26 giugno”, pacifico, democratico, caro agli espatriati. Annega nell’indifferenza. I palestinesi riconoscono una quinta colonna a occhi chiusi. Dal lezzo.

Bagdad, via anche i sumeri

A Baghdad, 2003, si sfotteva il portavoce del governo chiamandolo “Ali il Comico”, solo perchè la sua propaganda era un tantino meno sofisticata di quelle dei colleghi embedded con le truppe USA, che intanto polverizzavano con i cingoli la Babilonia degli Abassidi  Cose che gli embedded del Washington Post, o del New York Ties, non riferivano.

Ho filmato il Centro Televisivo in fiamme, colpito perché Ali non potesse raccontare al mondo che la soldataglia USA, assoldati “esperti” locali, andava distruggendo i tesori del Museo Nazionale e saccheggiando quelli della Biblioteca Nazionale con le tavolette sumere della prima scrittura. Poi Ur, Babilonia, Niniveh, Mosul.., Quod USA non fecerunt, fecerunt ISIS, il mercenariato imperialsionista.

Anche i primi bombardamenti su Damasco e Tripoli, sempre sui centri TLC e dell’informazione, privarono noi inviati della voce altra. Ammettendo che si trattasse di propaganda, era pur sempre propaganda contro propaganda, da vagliare con lo sguardo e l’udito a quanto ci succedeva attorno. Tacitate con le bombe le emittenti di Stato, rimanevano le voci della strada a riportarci alla percezione del reale. Tra le informazioni più significative ricordo i cellulari della gente che veniva a mostrarci quanto gli era stato girato dai tagliagole ISIS, mercenari islamisti di Turchia, NATO e Israele: scene orrende di esecuzioni, decapitazioni, impiccagioni, annegamenti, scuoiamenti e le pelli appese agli alberi. Dovevano indurre alla resa e alla sottomissione. Versione locale della strategia della paura.

Khaled, eroe e martire della civiltà

E poi c’è stata Palmira, la meraviglia dell’Oriente, città di cultura greca, persiana, romana,.  vissuta tra il primo secolo a.C e il terzo d.C. Il prima nella foto e il dopo nell’immagine qui sopra. Per difenderla, sapendo che si trattava di un frammento dell’anima della Siria e, quindi, della sua, l’archeologo Khaled el Asaad, direttore del sito, si fece uccidere. I mercenari della guerra turco-israelo-atlantica lo torturarono a morte per fargli rivelare i luoghi dove erano stati custoditi i reperti più preziosi.

Sanaa, uccisa una città viva da 2.500 anni

Sanaa, la capitale dello Yemen, è stata fondata circa 2.500 anni fa ed è una delle città più antiche al mondo ad essere ancora abitata. Una meraviglia, popolata da genti tra le più vispe e gentili del mondo, nella quale mi sono aggirato per un paio d’anni da corrispondente dal Golfo e dal Corno d’Africa. Avevo per amico il presidente, Ibrahim El Hamdi, poeta, seguace dal panarabismo nasseriano. Lo assassinarono e l’esecutore-successore mi dichiarò persona non grata. Ciao Yemen. Oggi, con gli Houthi, vive il suo riscatto.

Si divide in due zone: al Jadid, la città nuova, e al Qadeemah, la città antica. Al Qadeemah nel settimo secolo è stata uno dei maggiori centri di diffusione dell’islam, come testimoniano le 103 moschee e i 14 hammam costruiti prima dell’undicesimo secolo. Dal 1986, è patrimonio dell’Unesco. Un patrimonio tra i meglio conservati e curati del mondo. Fino a quando chi tale ricchezza di civiltà non poteva vantare e risentiva del fatto che gli faceva ombra, non decise di distruggerla.

I miei due anni yemeniti sono trascorsi tra edifici millenari come quelli che vedete nelle immagini, edifici di una bellezza e perizia architettonica uniche al mondo, fatti di fango e decorati con ghirigori, ghirlande, merletti di calce, abitati dalle stesse genti che li avevano vissuto al di là dei consueti limiti di durata delle civiltà, esempio unico al mondo. E come se negli edifici e templi sul nostro Palatino vivessero tuttora coloro che dei colonizzatori del colle fossero i discendenti.

Lo Yemen, paese al quale la natura e l’opera degli umani avevano saputo donare bellezze ineguagliabili, ha avuto il torto d credere che il mondo ne avrebbe rispettato e ammirato l’immortalità. Ha subito, dal 2015 e fino ad oggi, l’aggressione di predatori vicini e lontani, sul terreno i sauditi, dall’aria gli USA e Israele. La colpa di questo che, oltre a essere il più orgoglioso, è uno dei paesi più poveri del mondo, era di occupare una posizione strategica su Bab el Mandeb e Mar Rosso e di voler salvaguardare la propria identità, indipendenza, sovranità contro usurpatori secessionisti al servizio di Riad. Peggio, di aver voluto, in anni recenti, correre in soccorso armato ai fratelli genocidati di Gaza.

Parti di questa unica meraviglia di creatività umana sono state ridotte in macerie. Ma Sanaa, la città che Pasolini celebrò nel suo “Il fiore delle mille e una notte” resiste e saprà rivestirsi di bellezza e intelligenza, accanto e con Gaza, sorella nell’antichità e compagna di lotta e di futuro.

Libano venduto a chi lo uccide

In Libano siamo alla solita tregua nella quale Israele imperversa uccidendo. Decine di migliaia tra morti e civili, col solito tasso maggioritario di donne e bambini. Un milione e mezzo di cittadini che vagolano per il paese, tra tende e cartoni, avendo visto i loro villaggi secolari rasi al suolo, essendoci tornati, una, due, tre volte, solo per essere ribombardati e risparati. Un quinto del territorio nazionale occupato, desertificato. La ricostruzione sarà affidata a qualche colono sionista tedesco, o russo, o statunitense, in preparazione della futura annessione al Grande Israele.

Incomparabile il merito del generale Joseph Aoun, presidente cristiano maronita che, con Trump e Netanyahu, ha premiato l’impresa promettendo all’occupante di liberarlo del fastidio dell’unica forza che da quarant’anni difende la sovranità e la vita di questo paese e di questo popolo. Al rinnegato hanno risposto le centinaia di migliaia che nel paese hanno denunciato l’infame pugnalata alle spalle e giurato una resistenza che, già tre volte è stata vittoriosa.

 

Baalbek

 

Ma anche in Libano l’operazione di più lunga portata è la distruzione, dopo quelli di Gaza e Cisgiordania, di siti del Patrimonio Mondiale Unesco, come i templi romani di Baalbek e la città fenicia di Tiro, fatti passare per le solite “roccaforti di Hezbollah”, sotto le cui macerie giacciono migliaia di corpi di civili. Si aggiungono alle decine di siti storici, chiese, moschee, castelli, rovine romane ed islamiche, obliterati ovunque mettano piede gli scarponi dell’IDF, o dei Marines, con il chiaro intento di cancellare, insieme alle testimonianze dell’opera della comunità, la sua identità, scheletro e anima dei popoli e delle nazioni.

Gaza, l’altra posta in palio: il passato che vive

La funzione che in Siria gli aggressori USA, turchi e israeliani, assegnarono ai tagliagole e torturatori di Al Qaida-ISIS-Stato Islamico, oggi da quegli appaltatori messi al potere a Damasco, nel caso Gaza viene affidata dai masskiller e torturatori dell’IDF a ratti e parassiti. Mentre questi assolvono al compito di divorare, con i bambini, il futuro della Palestina, i mandanti si impegnano a riservare analogo destino al passato. Passato e futuro, si sa, sono come le fondamenta e le finestre di una casa. Senza, non c’è casa. E non lo sarà di certo il resort renderizzato da Kushner.

Cito Rami Abu Jamous, giornalista palestinese di Gaza, fondatore dell’agenzia GazaPress. Per tutta la durata del genocidio ha aiutato i colleghi stranieri a sapere, capire, raccontare. Ha tradotto, ha accompagnato, ha trasmesso. Il 19 maggio gli è stato conferito il Premio Nord-Sud del Consiglio d’Europa:

Dal genocidio al Gazacidio

“Vi parlo da Gaza. Da questa terra la cui morte il mondo segue in diretta. Da questo carcere a cielo aperto, nel quale viviamo il nostro Gazacidio. Sì, intendo proprio Gazacidio. Genocidio significa l’uccisione di un popolo. Ma ciò che noi viviamo non è soltanto l’assassinio di un popolo. E’ l’uccisione della Storia. E’ l’uccisione del paese. E’ l’uccisione di cultura, salute, archeologia, arte, passato. Perfino del futuro. E, soprattutto è l’uccisione dell’umanità dei palestinesi”.

Per inciso, i massimi complici europei di questa mattanza sono Germania e Italia, i due paesi UE che si sono rifiutati di sospendere l’accordo di partneriato commerciale con Israele. E ne sono prominenti fornitori di armi da genocidio.

Del passato di Gaza poco o nulla ci hanno raccontato. E pour cause. Forse proprio perché del genocida comporterebbe ulteriori e imperdonabili crimini. Quelli che mai permetteremmo a nessuno di infliggerci. Dunque da far finire sotto il tappeto. Anche perché è un passato vero e vivo che ridicolizza il passato dell’invasore, inventato, tratto da libri di leggende, ripreso perlopiù da altri miti delle origini, detti sacri per diventare inconfutabili.

 

A Jack Lang, già ministro della Cultura, dobbiamo una memorabile mostra, l’autunno scorso, a Parigi: “Tesori di Gaza salvati: 5000 anni di Storia”. Reperti messi in salvo durante e dopo la Seconda Intifada, o nei tunnel di Hamas, poco dopo l’evasione dal carcere a cielo aperto del 7 ottobre 2023. Era la migliore risposta che si potesse dare all’osceno progetto immobiliarista “Riviera di Gaza” del duo Trump-Kushner. 

 

 

Un crocevia del mondo

Parte eminente del merito dei ben 460 reperti salvati, si calcola il 70% di quanto si sapeva esserci, va all’archeologo Fadel al-Otol, nato e vissuto in un campo profughi di Gaza, formatosi in Francia e tornato in patria per riscoprirne, tra un’invasione e l’altra, la storia e l’anima. Quanto non potè essere messo al sicuro, è stato poi obliterato, insieme a qualche centinaio di migliaia di vite, da quell’”esercito più morale del mondo” che sa bene come rimuovere ciò che fa ombra al Grande Israele. Sia mirando alla fronte di bambini, sia passando con i cingoli su testimonianze di civiltà, si trattava di andare ben oltre la vendetta dal rientro nella patria stuprata, effettuato quel 7 ottobre da chi ne era stato espulso. Fu Fadel personalmente a estrarre dagli strati scavati la statua dell’”Afrodite di Gaza”.

Per millenni Gaza, la fiorente oasi di Wadi Ghazza, è stata il cancello dal quale Africa e Asia si affacciavano sul Mediterraneo, dove si incrociavano le vie carovaniere tra i continenti. Le macerie del campo profughi di Jabaliya non coprono solo le ossa di migliaia di bambini, donne, uomini. Lì sotto ci sono un cimitero romano e un sacrario bizantino del culto dei morti. Prima dell’arrivo dei barbari, era stato possibile ricuperare una meravigliosa pavimentatura a mosaico. A Nusayrat erano emerse, per poi essere obliterate dai carri armati, le rovine del convento paleocristiano di Sant’Ilario. Ad Al Blakhiya si era dissepolto l’antico porto greco di Anthedon, dell’800 a.C., il più importante del Mediterraneo orientale.

Gaza venne assediata da Alessandro il Grande nel 332 a.C. e da Napoleone nel 1799. Alla fine del terzo millennio a.C, i Cananei, soggetti ai faraoni dell’XI e XII dinastia, vennero spodestati dai filistei (palestinesi) che qui si incontravano con le culture, i costumi, il pensiero, di persiani, assiri, asmonei, greci, romani, bizantini cristiani, mammalucchi e ottomani musulmani. E resistettero su questa terra, fatta inesorabilmente loro, più del proprio effimero corpo, fino al giorno d’oggi.  

Ne abbiamo sentito poco in scuole nelle quali la supposta superiorità europea, e magari ariana, non ama indugiare su civiltà e culture “minori” e lontane. E grazie a queste “dimenticanze” che qualcuno, con il fucile puntato sulla fronte di bambini figli di questa terra, ha potuto parlare di un “deserto trasformato in giardino fiorito”, da difendere dai “terroristi”.

Mediante Gazacidio. Disse Jack Lang, nell’onorare la civiltà di cui la sua mostra narrava, “L’anima umana è l’esito di un lascito dei tempi passati, di una successione di civiltà che formano, caratterizzano e arricchiscono il presente”.

Che ne può sapere Netanyahu, che ne sa Trump.  Una cosa sanno: Gazacidio. E’ la parola d’ordine della barbarie che minaccia il mondo. Quella dei palestinesi è la resistenza dell’umanità.