sabato 4 luglio 2009

GAZA-IRAN:FIGLIE DI UN DIO MINORE E FIGLI DI ZOCCOLA






Sopra: Hiyam Abu Ayish, 17enne studentessa palestinese uccisa da Israele a Gaza. Sotto: Neda Agha-Soltan, 26enne studentessa iraniana uccisa dalla Cia a Tehran.


Leggi ogni giorno qualcosa che nessun altro legge. Pensa ogni giorno qualcosa che nessun altro pensa. Fai ogni giorno qualcosa che nessun altro sarebbe tanto sciocco da fare. Fa male alla mente essere costantemente parte dell’unanimità.
(Gotthold Ephraim Lessing, letterato tedesco (1729-1781)

Come le pecorelle escon del chiuso / a una, a due, a tre, e l’altre stanno / timidette atterrando l’occhio e ‘l muso / e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, / addossandosi a lei, s’ella s’arresta, / semplici e quete, lo ‘mperché non sanno…
(Dante, Purgatorio, Canto III, 79-84)

Giovedì 2 luglio, le truppe israeliane hanno sparato una cannonata contro la casa della famiglia Abu Ayish, al centro di Gaza. L’attentato terroristico dei massacratori di altri 400 minorenni a Gaza e di torturatori di minorenni nelle carceri degli 11mila palestinesi detenuti, perlopiù senza difesa e senza processo, ha causato la morte della 17enne Hiyam Abu Ayish e ha ferito altri tre membri della famiglia, compreso un bambino di 3 anni. Israele ha attribuito l’uccisione di Hiyam a un proiettile di RPG palestinese. A parte l’idiozia di un colpo tirato dalla Resistenza in pieno centro di Gaza contro la casa di propri connazionali, si noti che i proiettili RPG fanno buchi nei blindati e nei muri: la casa degli Abu Aiysh è stata invece totalmente distrutta.

Se qualcuno ha visto anche un solo presidio di protesta, picchetto, manifestazione, comunicato, anche una sola notizia nei media, una sola deplorazione di esponenti politici e istituzionali, magari una foto appesa al Campidoglio (in incoerente successione a brave signore come le due Simone, Giuliana Sgrena, Ingrid Betancourt), una vociferazione scioccata e irosa delle ginocrate in carriera che si autodefiniscono femministe, per questa icona del sessantennale martirio del popolo palestinese e contro la pratica genocida dello Stato infanticida israeliano, vincerà un viaggio-premio a scelta tra Auschwitz e Gaza. Hiyam, studentessa 17enne, uccisa a Gaza da gente che porta magliette con incitazione a colpire madri incinte perché così son due piccioni con una fava, è figlia di un dio minore. E’ palestinese. E’ figlia di nessuno.

Quella combriccola di Socialismo Rivoluzionario, dalle losche sintonie con i pronunciamenti della cattedra imperialsionista, fin dal plauso all’assalto alla Serbia, non ha ripetuto il suo appello alla “manifestazione nazionale al fianco delle donne in lotta per la libertà in Iran”, sostituendo stavolta all’Iran la Palestina. La radio di Stato e le televisioni tutte, potenziate dal coro concorde delle ginocrate impegnate nella guerra santa contro l’Islam, mentre blaterano di “centinaia di donne lapidate in Iran ogni anno”, di rivolte contro la schiavitù maschilista del velo, hanno infilato la testa nella fangazza della disinformazione imperialsionista e così non si sono accorte né dell’assassinio di Hiyam, né hanno potuto dar retta alle denunce di due donne d’eccellenza come la deputata Usa Cynthia McKinney e il Premio Nobel per la pace, l’irlandese Mairead Maguire. Insieme agli altri 19 volontari a bordo della “Spirit of Humanity”, il battello del “Free Gaza Movement” in navigazione verso Gaza con un carico di aiuti, bloccato e sequestrato in acque internazionali dalle navi militari dei pirati israeliani, le due straordinarie donne sono state rapite e incarcerate in Israele, per poi essere espulse. Silenzio tonitruante dei media e delle “femministe”. Avevano già speso tutto il loro mal diretto livore contro Ahamdi Nejad per la 26enne iraniana uccisa a Tehran al fine di alimentare la rivolta yuppie contro la vittoria elettorale di altri figli di puttana persiani. Livore non perché colpevoli della complicità con Usa e Israele nei genocidi in Iraq e Afghanistan, dio ce ne scampi e liberi, ma perché impermeabili alle sirene anti-velo della deregolamentazione e privatizzazione ambita dalle multinazionali occidentali e dai loro sicofanti locali e, soprattutto, perché, stavolta, concorrenti di USraele nella questione palestinese e nella gara per l’egemonia regionale. Se qualcuno di noi, leggendo il solitamente inqualificabile “manifesto”, ha saputo del crimine commesso in acque internazionali dallo Stato Canaglia, lo deve al solito Vittorio Arrigoni, nostro implacabile e resistente vanto nazionale a Gaza.

Tanto amano le donne, i bambini, la maternità, le sinistre “femministe” da buvette, che al loro tsunami periodico contro qualsiasi aspetto dell’ ”oscurantismo islamico”, non hanno saputo sostituire neanche una lieve brezza sul terrorismo cristiano anti-donne "irregolari"e loro figli di un pacchetto-sicurezza che a questi nega la cittadinanza umana, senza neanche parlare dell’obliterazione fisica che ne fa il terrorismo ebraico. Una donna che voci incontrollate vogliono essere stata lapidata in un oscuro villaggio iraniano, una studentessa di Tehran presunta martire della “rivoluzione verde”, l’offesa di veli sgargianti messi sul capo di laccate signorine dell’opulenta e avida di liberismo Tehran Nord, vuoi mettere quanto contano di più rispetto a 900 donne, bambini e civili vari massacrati in tre settimane a Gaza?

E pensare che sia che Hiyam che Neda sono stato stroncate in piena giovinezza dalla stessa mano! Ah no? Vedetevela, voi che mi bersagliate con le tossiche panzane delle destabilizzazioni ordite a Washington, con alcuni dati e alcune considerazioni che devo a ricercatori fuori dal circuito di velinari e pappagalli. Nel video fasullo dello sparo a Neda, diffuso istantaneamente attraverso Twitter e Facebook a tutti i membri dell’informazione imperialista, insaziati di bufale, appare un signore di nome Arash Hejazi, iraniano. Si dice medico ma si confessa “non praticante” da almeno dieci anni. Invece scrive di fiction, è il fondatore ed editore della Caravan Books e fa il pendolare tra Londra e Tehran. Versata, secondo testimoni oculari, una fiala di finto sangue sul viso della giovane, dice di averla deposta in una macchina che poi l’ha portata, morta, in ospedale. Questo personaggio ha subito dato all’universo mondo la seguente versione: “Neda è stata colpita da un cecchino Basij che, da un tetto, mirò dritto al cuore”. Nessuno ha visto il cecchino, nessuno può sapere che si è trattato di un militante Basij, nessuno può dire dove mirasse questo fantasma. La storia non regge e Hejazi conseguentemente la cambia. A BBC e CNN la racconta così: un gruppo di manifestanti scopre un motociclista Basij, lo blocca, lo circonda urlando “l’abbiamo preso”, “l’abbiamo preso”. Il motociclista praticamente confessa: “Non l’ho voluta uccidere, volevo colpire alle gambe. Poi la folla gli sottrae il tesserino di riconoscimento e lo fa andar via”. Bum! Hai per le mani l’assassino di una compagna manifestante e lo mandi a casa?

Sullo sfondo dell’operazione, che doveva far svettare sui rivoltosi di Tehran l’immagine di una ragazza trucidata dal regime e dunque convogliare la collera dell’universo mondo contro i governanti usciti vincitori dalla contesa elettorale, insieme al più appassionato dei sostegni alla “rivoluzione verde”, si staglia un’altra figura. E’ un amico intimo del medico persiano che ne traduce e pubblica i libri in farsi. Si tratta del noto scrittore brasiliano new age, Paulo Coelho. L’amico brasiliano è un dichiarato e riconosciuto esponente e promotore della massoneria. Vale la pena citare un suo brano (da “Lo Zahir”) che illustra la nobile filosofia e gli efficaci criteri operativi, fondati sul do ut des e sul ricatto, dell’antica confraternita del dominio e del crimine. "Che cos’è la Banca dei Favori? Un giorno ti chiedo qualcosa: tu potrai rifiutarmelo, ma saprai di essermi debitore. Se farai ciò che domando, io continuerò ad aiutarti. Gli altri sapranno che sei persona leale, effettueranno versamenti sul tuo conto, saranno sempre tuoi contatti, perché questo ambiente vive di essi e solo di essi. Un giorno chiederanno anche a te qualcosa, tu ascolterai e ricambierai chi ti ha aiutato. Con il passare del tempo, la tua rete si estenderà al mondo, conoscerai quelli che avrai bisogno di conoscere, e la tua influenza aumenterà sempre più… Oppure potrai non fare ciò che ti chiedo… Da quel momento, senza che ci sia bisogno di dire niente, tutti sapranno che non meriti alcuna fiducia…” (Da un documento inviatomi da Vittorio Arrigoni). Principi di mafia, di Santa Romana Chiesa, di ogni merdosa conventicola segreta antidemocratica, della massoneria, appunto.

Coelho, anche da Wikipedia definito “uno dei maggiori esponenti della massoneria moderna”, lo potete incontrare al Forum Economico di Davos. A brindare con Kissinger, Bill Gates, Shimon Peres, Gordon Brown, Riuper Murdoch, George Soros, Berlusconi, molti dell’associazione a delinquere “Bilderberg” che raccoglie in un progetto di dominio mondiale gli elementi più criminali dell’élite capitalista. Fa parte della combriccola di Robert Menard, noto manutengolo della Cia, a capo di “Reporters sans frontieres” e del Doha Center for Media Freedom con base in Qatar. Infine è membro della “Maybach Foundation” che coltiva "contatti in tutto il mondo tra mentori e allievi" ed è finanziata da Silverstein Properties, del magnate Larry Silverstein, che pochi mesi prima dell’11 settembre acquistò le Torri Gemelle, divenute inservibili perché tracimanti amianto, e le assicurò per sette miliardi. Instancabile e proteiforme, ma sempre sotto la stessa cupola, Coelho è anche socio dell’ “International Negotiative Initiative” che si occupa di "approcci nuovi e psicologicamente sofisticati ai conflitti contemporanei", approcci collaudati nelle varie rivoluzioni colorate contro vincitori di elezioni non graditi.

Cosa lega questo figuro al testimone della morte di Neda, oltre al fatto che sono intimi da anni e che il secondo pubblica tutti i libri del primo? Intanto entrambi sono innestati nei progetti dell’imperialismo Usa di destabilizzazione di Stati sovrani. La “Caravan Books”, come quasi tutti i gruppi d’opposizione in Iran, riceve fondi dal Congresso Usa tramite i noti organismi “National Endowment for Democracy”, “Freedom House”, “International Republican Institute”. Sul sito e sul blog di Hejazi abbondano le foto dell’ex-medico con il suo autore Coelho, ma appare anche la promessa di raccontare ai lettori ciò che davvero aveva visto mentre soccorreva il povero agnello sacrificale. Ma ora sia il sito che il blog sono spariti. Ed è sparita, anche da Youtube, Google e Myspace, la parte dell’intervista alla BBC in cui Hejazi dava la seconda versione dell’uccisione della ragazza, quella del “sicario Basij”, che smentisce totalmente quella fresca di assassinio.

Dopo i fatti di Tehran, Coelho si rivolge per email all’amico con toni di preoccupazione per la sua sorte (è già a Londra) e gli dà assicurazioni circa la diffusione planetaria del video della morte di Neda e di un suo articolo a sostegno.. Esprime anche sorpresa perché al cellulare di Hejazi continua a rispondergli un funzionario della CNN. Lo scrittore di puttanate esoteriche teme che il suo amico possa essere fatto sparire? Forse Coelho sa che il video di Neda è un falso pacchiano e che le versioni in contraddizione hanno già screditato l’operazione “di gestione psicologica dei conflitti” ? A questo punto assumono aspetti interessanti una serie di affermazioni di Hejazi nella sua lunga intervista alla BBC. Con linguaggio in codice, non difficile da decrittare, l’uomo lancia avvertimenti a chi potrebbe avere un interesse a eliminarlo, lui protagonista primo di un’operazione criminale mezza fallita. Quando riferisce la seconda versione, quella del miliziano Basij che grida “non volevo ucciderla”, potrebbe mandare un messaggio tipo: “Siete voi ad aver voluto la faccenda. Io ho accettato solo perché in debito con la “Banca dei favori” (quella di cui Coelho parla spiegando i meccanismi massonici). Altre frasi, messe in bocca al Basij, che però ora pare diventato il suo alter ego, possono tutte essere interpretate come una richiesta di venir lasciato in pace (“lo lasciarono andare a casa”) e un monito ai mandanti che pensassero di farla franca a sue spese: so chi siete ma non dirò niente (“ne presero il tesserino di riconoscimento…. Non so chi ce l’abbia ora”).

Si tratta di forzature interpretative? Può darsi. Ma non c’è niente di forzato nel quadretto che illustra le fisionomie di questi iperambigui personaggi infeudati al peggio del peggio del sistema cospirativo imperialista, né nel fetido retroterra di operazioni sporche in cui si muovono. Il testimone principe cambia radicalmente le sua versione dell’accaduto. Risulta smascherato il getto di sangue finto sul viso di Neda, ma, nelle angustie di un’operazione andata male, il "medico lì per caso" trova nel compare Coelho e nei contatti di Londra gli strumenti per rilanciare a livello mondiale la bufala corretta, destinata a incastrare il governo iraniano e, al tempo stesso, fa arrivare a chi di dovere messaggi di avvertimento e di rassicurazione sulla sua affidabilità e riservatezza. Fatene quel che volete, ma tappatevi il naso contro il fetore. Intanto si è saputo che l’arresto dei nove dipendenti dell’Ambasciata di Londra a Tehran ha fatto seguito alla riprese di una telecamera nascosta che li hanno esibiti a capo delle manifestazioni violente della jacquerie verde. Comportamento incompatibile con lo status di dipendente di ambasciata e segno evidente di una manina britannica nell'intero complotto. Il Regno Unito non si è ancora rassegnato alla perdita della colonia persiana.

Eva Golinger, una grande compagna, avvocato, giornalista investigatrice, collaboratrice stretta di Hugo Chavez, autrice di libri che hanno documentato, sulla base di inoppugnabili documenti ufficiali desecretati su sua pressione, le operazioni golpiste e di destabilizzazione condotte dal governo Usa contro il Venezuela bolivariano, contro Cuba e altri paesi latinoamericani, non ha dubbi. Elenca con precisione, anche questa documentata, i protagonisti della sollevazione chic a Tehran: studenti e giovani della classe media e alta, dirigenti dell’opposizione filo-occidentale, mezzi di comunicazione internazionale, nuove tecnologie – Twitter, Youtube, cellulari, sms, Internet – attivati e manipolati alla grande nei giorni della rivolta. Ne elenca gli attori dietro le quinte: Ong internazionali dei diritti umani, Dipartimento di Stato, Freedom House, Centro per l’Applicazione dell’Azione Non Violenta (ex-Otpor, gli istruttori serbi della rivoluzioni colorate rivelati dal sottoscritto nel 2001 e da “Report” nel 2008), UsAid, Istituto Republicano Internazionale, Istituto Democratico Nazionale, l’Istituto neocon Albert Einstein, il Pentagono, la NED, la Missione Speciale della Direzione Nazionale dell’Intelligence Usa per l’Iran. Poi la tecnica: denuncia di frodi elettorali, convocazione in piazza di gruppi organizzati tramite sms anonimi e con il compito di effettuare devastazioni (che le emittenti estere occulteranno scrupolosamente) in modo da provocare una repressione dura, denunce ai media internazionali di violenze e violazioni di diritti, ripetuta definizione di Ahmadi Nejad come “dittatore”. Obiettivi assegnati: promuovere una sollevazione di opinione pubblica internazionale, prefigurare un intervento della “comunità internazionale”, arrivare all’ingovernabilità attraverso scioperi, boicottaggio, disobbedienza civile, fino a indebolire e distruggere i pilastri istituzionali e sociali di sostegno al governo.

Tutto questo lo potete leggere in termini dettagliati e scientifici in “La lotta non violenta: 50 punti critici”, un libro elettronico di gusto grafico e redazionale giovanile, pubblicato dall’Istituto Statunitense della Pace su mandato e con finanziamento del Dipartimento di Stato Usa. Scritto in serbo e stato poi tradotto in inglese, spagnolo, francese, arabo e…farsi. Il libro riprende buona parte degli spunti offertigli dal precedente “Sconfiggendo un dittatore” (c’è anche il film), scritto da Gene Sharp, il guru della “lotta civile” per il cambiamento di regimi non obbedienti a Washington. E’ uscito in farsi due mesi prima delle elezioni presidenziali in Iran. In spagnolo alla vigilia del referendum costituzionale in Venezuela.

Degli stanziamenti di Bush e della National Endowment for Democracy (NED) s’è detto ripetutamente. Ebbero un’accelerazione nel 2005, quando Condoleezza Rice creò un Nuovo ufficio per gli Affari Iraniani, con un bilancio iniziale di 85 milioni di dollari. Servirono in questi anni principalmente a finanziare gruppi all’interno e all’esterno dell’Iran (tipo la Caravan Books), diffondere informazioni su veri o presunti abusi di diritti umani in Iran e a formare giornalisti “indipendenti”, tipo la rivista dell’Associazione dei Maestri dell’Iran (ITA) e la Fondazione per un Iran Democratico, riccamente foraggiati dalla NED. Tanti quattrini NED sono andati anche alla Fondazione Abdurrahman Boroumand (ABF), Ong cara agli inviati occidentali, che si incarica di creare pagine web e biblioteche elettroniche su diritti umani e democrazia. Già nel 2003, ABF ricevette 150mila dollari per un progetto intitolato “La transizione alla democrazia in Iran”. Altri 140mila dollari arrivarono nel 2007 per “rafforzare la capacità organizzativa della società civile”. Quella che avrebbe dovuto in questi giorni dare la spallata finale a un regime che, complice quando si trattò di assaltare l’Iraq e poi a farlo a pezzi, ora non si deve montare la testa e farla da padrone nella regione. Che se ne occupi quel fidato Musavi, esperto di stragi di massa di elementi ostici all’imperialismo quando era primo ministro. In cambio lo agevoleremo in quel trasferimento di ricchezza dal popolo ai ceti dirigenti che l’arrivo di liberismo e saccheggiatori interni ed esterni rendono possibile. Non per nulla, in chilometrate di riprese, mai i nostri inviati hanno mostrato immagini del Sud di Tehran e delle periferie del paese, dove vivono i poveri, i contadini, gli operai. Quelli che hanno mandato in vacca la “spallata”. Spallata copiata da quelle di Bush nientemeno che dall’uomo della “svolta” Barack Obama, simultanea alla “svolta” in Afghanistan, dove il taumaturgo dell’apertura all’Islam, al dialogo, al rispetto per tutti, ha scatenato la più feroce offensiva militare dal tempo dello sbarco in Normandia. 4000 marines con aggregato ascaro afghano a distruggere un territorio, a massacrare una società e una resistenza patriottica sommariamente chiamata Taliban, a colonizzare il paese piattaforma di lancio verso petrolio, Russia e Cina. E di come gli esperimenti del laboratorio Palestina e Afghanistan-Pakistan debbano fare da modello per i licantropi del potere in tutto il mondo (qualcuno mi ha fatto giustamente rilevare che i licantropi veri potrebbero risentirsi dell’accostamento), abbiamo avuta una convincente dimostrazione nell’impiego contro gli scassacazzi anti-G8 dei “Predator”, quei droni telecomandati che si usano per incenerire le comunità di troppo in Pakistan e a Gaza. Tout se tien.

mercoledì 1 luglio 2009

JACKO E' MORTO. I JACKOMANIACI NON ANCORA. Paralleli tra i fedeli di Michael Jackson, dei golpisti honduregni e di Hussein Musavi.

JACKO E’ MORTO. I JACKOMANIACI NON ANCORA
Paralleli tra i fedeli di Michael Jackson e di Hussein Musavi


Nel “manifesto” e tra le turbe assimilabili è esploso uno psicodramma: a chi tributare più onori, amori, bagliori e falsità tra gli olimpionici del firmamento dirittoumanista, Neda (la povera ragazza fulminata a Tehran per la soddisfazione degli Usa), Michael Jackson, Obama, o… Manuel Zelaya, il presidente dell’Honduras rovesciato con un golpe violento dai gorilla usciti dalla base Usa di Soto Cano, sede anche dell’aeronautica honduregna che ha favorito il golpe? L’ultimo della lista, non essendo che il presidente liberale di una lontana repubblica delle banane, dove nessuno legge “il manifesto”, poteva essere accantonato subito. Per lui bastava, nel giorno del suo rapimento, un articoletto in fondo al giornale, all’ombra dei paginoni sugli armaniani di Tehran, zeppo di se e di ma su un personaggio tutto sommato di scarso peso nello scontro epocale e planetario per la democrazia, quella “dal basso”. Aveva forse sancito l’inviolabilità degli omosessuali? Aveva forse combattuto la cultura machista e antifemminista radicata nella società? Aveva legalizzato il matrimonio tra individui dello stesso genere? Aveva permesso la fecondazione assistita e il testamento biologico? Sacrosante richieste di diritti civili, prefigurati nella nuova costituzione, ma, ahinoi, non ancora in vigore! Soprattutto, aveva mai invitato a palazzo Niki Vendola? Niente di tutto questo. Aveva addirittura preferito i rivoluzionari “populisti” Chavez, Morales e Correa, all’ineguagliabile caracolero pacifista Marcos! Si accontentava di una nuova costituzione che ridesse un po’ di banane e di giustizia al popolo.

Era amico di Chavez, dio ce ne guardi e liberi. Anzi, per l’articolista non era neanche tanto certo che gli Usa del buon Obama c’entrassero, magari no, poverini, vista quella gran brava persona del neopresidente Roberto Micheletti, installato dai golpisti, per quanto odiassero Chavez e ne volessero tagliare i tentacoli centroamericani. Non sostengono forse, gli Usa, i “nostri” a Tehran? Che il golpe sia stato diretto dal generale Romeo Vasquez, diplomato alla famigerata Scuola delle Americhe, che l’aeronautica fosse comandata dal collega e compagno di studi generale Prince Suazo, che tra i militari e gli oligarchi dell’Honduras da decenni non si muove foglia (di banana e no) senza che la Cia non voglia, al “manifesto” non è parso motivo di eccessivi sospetti e, dunque, di mobilitazioni di portata iraniana o tibetana. Tanto più che il fidato inviato Gianni Beretta simpatizza apertamente per l’oriundo italiano, “assai competente”, piuttosto che per quel Zelaya “arrivato non si sa come alla sinistra” e, tra le colonne di decine di migliaia di campesinos e indigeni che si muovono verso Tegucigalpa da tutto il paese in difesa del loro presidente, non vede che poche centinaia di inoffensivi manifestanti. Di cui dopo due giorni ne sono stati già ammazzati tre. Ufficialmente.

E allora che Zelaya non invada i sacri spazi riservati ai veri pilastri della cupola. Quelle caterve di paginate sulla “svolta” del primo nero alla Casa Bianca (buone a incartare e occultare obamiane guerre di sterminio, golpe Cia, carceri della tortura, tribunali speciali per sospetti da pena infinita, silenzi su Gaza e compiacenze con Israele). Oppure il numero quasi speciale sulla morte di Michael Jackson, con i due paginoni d’apertura e il richiamo in prima sul “lutto planetario del mondo che piange la pop star” . L’interno è tutto un tedeum roboante e lacrimoso su “Michael Jackson fuori dal mondo”, “passaggio a icona pop di uno degli artisti più rilevanti del nostro tempo”, “il ragazzo che sa volare” e, in un crescendo da offertorio cantato, “L’arcangelo Michele, l’idolo dei kids”, “Snodabile perfezionista del moonwalk”, “Un divo tra realtà e fantasia”. E non vado neanche a inoltrarmi nelle tonnellate di piombo che poi colano da questi titoli. Mi vergogno.

Lasciamo stare le neri nubi giudiziarie che hanno accompagnato la psicopatologia erotica dell’individuo. Non me potrebbe fregare di meno. Manco il “manifesto” nelle sue deliranti ovazioni se ne ricorda. E in una cronaca necrologica magari andrebbero acchiappate. Non fosse che in questo paese basta morire per tornare netti e limpidi come i cieli di Fra’ Angelico.

Conta piuttosto che quella del cantante-danzante OGM, affetto da scattini mesmerici, era davvero diventata musica discutibile, salvo qualche sprazzo in collaborazione con Paul McCartney, sfornata da furbacchioni e imbonitori computerizzati a portare la cultura musicale dei giovani a livelli che il pop d’antan pare Beethoven. E, si sa, con il rincoglionimento musicale, sono tanti gli altri rincoglionimenti che arrivano. E pensare che questo satrapo dei supermercati muzak deteneva i diritti per le musiche dei Beatles! Come se Berlusconi detenesse i diritti di Nicolò Machiavelli. Come se Franco Giordano (ex-staffiere di Bertisconi) fosse padrone dei diritti di “Stato e rivoluzione”. In perfetta sintonia con la sua decadenza musicale (lasciamo stare “Thriller”, merito del buon Landis), questo abietto organismo geneticamente automodificato ha rappresentato il migliore modello di paranoia esistenziale che l’industria culturale del consumismo abbia saputo proporre ai giovani da decerebrare. Modello apicale di autoconsumismo. Per ridursi a una maschera più spaventosa e mortifera di Harry Kruger, ha operato sul suo corpo di nero rinnegato come Jack lo Squartatore, o il mostro di Firenze, operavano sulle loro vittime. Ne sono discese, dalle montagne di un’umanità che si autostimava, le slavine di femmine che hanno individuato il culmine della loro emancipazione nel gonfiarsi le tette, sgonfiarsi il culo, rimpolparsi le guance e tirarsi la faccia fino a non vederci quasi più. Dall’altare a forma di letto a dodici piazze, il papi liftato e ripiantato benediceva. E invitava.

Non si voleva, fin da Adamo ed Eva, che le creature si sentissero laidi di colpa originale e perciò si inabissassero davanti a chi glielo faceva credere onde estorcergli denaro, sudore, dolore, midollo, quando non preferiva trapassarle con lance crociate, purificarle sulle pire, incenerirle col fosforo bianco? Chi meglio di Jacko ha combinato l’ossessione individualista, per cui tutto sarebbe stato perfetto se solo si fosse sbiancato la pelle in pendant con i padroni e abboracciato un'altra faccia, più simile a loro, con il massimo della spersonalizzazione. Le due cose vanno insieme. Sono i paradigmi che il potere applica ai sottoposti nella sua fase apocalittica. Essere uno qualunque, pensarsi l’ombelico del mondo, ma farsi schifo per come, in quel mondo, ti hanno fatto entrare mamma e papà e i fessi doloranti che li hanno preceduti. Dunque cercare di modificarsi fino almeno alla caricatura del modello senza colpa originaria. E’ questa la nuova epistemologia. Ce la insegnano ogni giorno da tutti gli schermi e quando alla fine ci saremo tutti rimestati e adulterati, con ogm o motu proprio, potremo partecipare in massa al remake di “Essi vivono” (vedi filmografia di Cronenberg).

“Il manifesto” e affini hanno una loro linea. Che va dal’esaltazione per Michael Jackson a quella per i più infami videogiochi sparati sulla psiche inerme dei ragazzi dagli operativi della guerra di sterminio culturale Usa. Quei giochi dove più vinci quanto più sbrani, squarti, mitragli, radi al suolo, stupri. I giochi su cui si sono formati i ragazzotti di Abu Ghraib, Guantanamo, Bagram e loro succedanei anche nostrani. “La vertigine tra bene e male” si infervora nel titolo il critico (?), Federico Ercole: “Infamous è un videogame che esplora la metropoli dal punto di vista di chi è dotato di poteri straordinari. Il protagonista, schiacciato da un trauma devastante, si aggira per Empire City in mano ai mostri. Un clima di isolamento e di malattia ludicamente appagante in cui possiamo tutti giocare coi nostri principi morali”. Non te la cavi in nessun modo: o supereroe, o mostro. Siccome supereroe non ci sei… Non ti resta che rassegnarti, arruolarti tra i marines, o prendere una scure e andare in giro per scuole. Siamo in pieno delirio psicopatico, ma anche in piena responsabilità criminale. Costui sarà pure matto, ma lo sono anche quelli che dirigono questo giornale? O gli sta bene il binomio individualismo estremo-spersonalizzazione assoluta? Che trovata per quelli che, differentemente dai sinistri, ancora praticano l’attacco di classe.

Sarà per caso che, accanto a queste tonnellate di vasellina con cui si unguettano le protesi priapiche del padrone, facciano bella mostra di sé le paginate sul Festival del Cinema di Pesaro, quest’anno dedicate a quel crogiuolo di razze, religioni, culture che è la democratica e pacifica Israele? A coloro che invitavano al boicottaggio di questa scintillante tenda tirata sopra l’oceano di ossa, fango e sangue in cui si dibatte la Palestina, Valentino Parlato aveva già dato la risposta meritata: basta col razzismo, la cultura non può essere contaminata dalla politica, la libertà d’espressione è sacra, il dialogo pure. Purchè non a Gaza.

Sarà per caso che la lobby nel “manifesto”, “quotidiano comunista” dagli affascinanti paradossi, lobby capeggiata dall’”iraniana” Marina Forti, dall’”irachena” Giuliana Sgrena e dal tuttologo Marco D’Eramo, affianca all’eulogia di Jacko e dei manuali video per piccoli serial killer rovesciamenti logici che neanche Petrolini. Che nel quotidiano figurino manchette di conventicole cabalisticamente oscure come “Socialismo Rivoluzionario” che si impegnano “al fianco delle donne e degli uomini in lotta per la libertà in Iran” (intendendo la libertà come la intende il Fondo Monetario Internazionale), è necessitato dalle esigenze di bilancio di un’azienda. Per cui lievita il prezzo della copia, mentre svapora il numero dei lettori. Ma che Giuliana Sgrena, ritornata a Baghdad dopo la clausura forzata, imposta con ogni evidenza da agenti dell’occupante, ci descriva su due piatte pagine un paese in rigogliosa e serena rinascita, quando in quattro giorni ci sono stati 300 civili ammazzati da bombe piazzate da chi non vuol far andar via gli occupanti Usa e si contende per bande scite la successione; quando la Resistenza è tornata a colpire soprattutto al Nord con la media di un yankee al giorno ucciso e perciò la si deve occultare mescolandola alle bombe di regime nelle moschee; che questa stessa Sgrena si intrattenga piacevolmente con un macellaio di ministro dell’interno, probabilmente il primo assassino di massa del regime, che insista a dare amerikanamente dell’Al Qaida agli eroi della resistenza islamica e saddamita, questo supera ogni nostra pur volenterosa ironia. Fa davvero ribrezzo. Come quel D’Eramo che, sbertucciati coloro i quali si sono dovuti arrendere all’evidenza delle analogie tra rivoluzioni verdi, rosa, arancione, colorate, vede piuttosto una somiglianza tra la Primavera di Praga, coltivata dal comunista Dubcek contro il catafalco Brezhnev, e i casini provocati dagli infiltrati reazionari perdenti a Tehran. Son quelli che vedono un parallelo tra Michael Jackson e Vladimir Majakovsky.

martedì 30 giugno 2009

DA TEHRAN A TEGUCIGALPA: SUSSURRI E GRIDA (Più una chiosa sulla "rivoluzione verde" cara ai "rossi")









Cominciamo dalla chiosa.
A coloro che insistono a elevare inni alla “rivoluzione verde”. Stanziamento della National Endowment for Democracy (il reparto finanziatore della Cia)) e del brigante della destabilizzazioner George Soros ai neocon dell’ International Republican Institute: “110mila dollari per sostenere elementi riformisti in Iran e porre termine al loro attuale isolamento attraverso un progetto pilota che colleghi gli attivisti politici iraniani ai riformatori democratici di altri paesi. Il programma svilupperà una rete di appoggio internazionale ai riformisti iraniani, nonché rafforzerà le loro capacità di comunicazione e organizzazione attraverso la formazione di competenze e la fornitura di accessi all’informazione”. Seguirono i 400 milioni stanziati da Washington per innescare una rivolta “popolare” (cortesia di Paco Casal).
Quanto all’uccisione, in classico stile provocazione Mossad-Cia, di Neda Agha-Soltan, le cui immagini si ripetono all'infinito sugli schermi, si tenga presente che la 26enne giovane senza storia politica personale, è stata colpita alle spalle, lontana dagli scontri, mentre passeggiava isolata fuori da ogni manifestazione di protesta. Nonostante da quelle parti non succedesse nulla, erano presenti numerosi fotografi e telecamere che, nel giro di un paio d’ore, avevano fatto pervenire le immagini a BBC e Voice of America. La pallottola che le è stata tolta dalla testa non è del tipo usato in Iran. Quando i servizi segreti occidentali vogliono coronare le proprie operazioni con un martire, attribuendone l’assassinio al governo da destabilizzare, la scelta più efficace è quella di una giovane donna, suscettibile di provocare il massimo di partecipazione e commozione. Contemporaneamente le telecamere erano del tutto assenti nelle situazioni in cui i pacifici dimostranti di Musavi hanno devastato la città bruciando macchine, negozi, banche, mezzi pubblici e uccidendo con le armi 8 guardie.
Da più parti mi si chiede di fare una valutazione di quanto sta accadendo nell’Honduras. Non sono un esperto di Centroamerica e quindi mi limito a riprodurre questo articolo della ONG A Sud. Si tratta più che altro di una cronaca degli ultimi avvenimenti con qualche elemento sui retroscena politici, geopolitici e sociali. Manca il contesto, che del resto sfugge quasi sempre alle ong diritto- umaniste.
Quel che è certo che la”svolta” di Obama ha portato a un superamento dell’impotenza degli Usa di Bush nei confronti degli sconvolgimenti antimperialisti e progressisti in atto da una decina d’anni in America Latina. Come ha intensificato l’aggressione al popolo afghano, aumentando le stragi di civili nella speranza di demoralizzare la popolazione di un paese che è al 75% sotto controllo della Resistenza; come ha allargato il conflitto al Pakistan, sia massacrando i villaggi con i droni, sia costringendo con il ricatto economico-militare quel governo-fantoccio a lanciare una campagna di sterminio contro la propria popolazione pashtun (sommariamente definita tutta “taliban”, come i resistenti iracheni sono diventati tutti “Al Qaida” per i velinari del Pentagono); così sta impegnando le forze della destabilizzazione imperialista a rioccuparsi dell’America Latina in fuga.


Si comincia dal Centroamerica, più vicino, più fragile, con più forze fantoccio economiche e repressive ancora dominanti. Il predecessore del fiduciario nero dell’élite bianca di Wall Street e del complesso militar-industriale, era riuscito, dalla propria duplice esperienza, a insegnare al candidato vassallo Calderon come si scippano all’avversario di sinistra Obrador un milione di voti e, così, la presidenza di un Messico indispensabile per virtù di petrolio, narcotraffico e commercio di esseri umani. Si prosegue con messaggini inconsistenti a Cuba, però decorati di fiorellini per rincitrullire l’armata mondiale degli obamaisterici (alla “manifesto”) e nascondere le brighe reazionarie e colonialiste che si tornano a praticare altrove, a partire dal piano di assassinare prima Evo Morales e poi Hugo Chavez. Per far fuori costui durante la visita al Salvador, l’amministrazione di “svolta” di Obama ha riattivato nientemeno che il vecchio arnese del suo terrorismo di Stato (Stato primatista mondiale di terrorismo, seguito dappresso da Israele, Regno Unito e dall’Italia mafio-massonica), Luis Posada Carriles. Il serial killer che è stato mandato a imperversare nel Cono Sud da quando la Cia lo assoldò nel 1961 per la Baia dei Porci, ha sulla coscienza i 74 cubani fatti esplodere in aria nel 1976, assassini mirati in tutti i paesi latinoamericani, innumerevoli bombe tra le quali quella che uccise all’Avana l’italiano Fabio di Celmo, decine di tentativi di assassinare Fidel. Oggi, mentre da dieci anni cinque agenti cubani che avevano smascherato le trame dei terroristi di Miami, comprese quelle di questo arnese della delinquenza Usa, e le avevano denunciate allo stesso FBI, languiscono nelle carceri della Casa Bianca (e lo “svoltone” Obama ne ha fatto annullare l’appello alla Corte Suprema), Posada Carriles scampa e campa, protetto e onorato negli Usa.
l presidente honduregno Zelaya, non certo un bolscevico, ma politico liberale, si era messo in testa di limitare la manomorta genocida dei gorilla, bananieri Usa e oligarchi ladroni locali sul paese, proponendo un’assemblea costituente che mettesse la martirizzata nazione al riparo degli spolpatori del Nord. Ovviamente dalla fetida fogna dei “difensori della democrazia” mediatici e politici sono uscite solo esalazioni diffamatorie che, dell’intero processo costituente, sottoposto a sondaggio popolare, hanno menzionato unicamente la proposta di rielezione del presidente, come già fatto con le modifiche costituzionali di Hugo Chavez. A evidenziare i presunti propositi autoritari di Zelaya, laddove dalle nostre parti i capi di governo possono riproporsi all’infinito. Per primo, Zelaya, pochi giorni fa, aveva aderito all’ALBA, l’intesa bolivariana creata da Chavez per una rete di collaborazione economico-sociale di dignità ed equità, sottratta agli Usa e ai suoi organismi necrofori sovranazionali. Subito dopo aveva lanciato il referendum per un nuovo Honduras, sul modello di Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, chiaramente con il rinnovo del suo mandato, indispensabile garanzia del processo. E’ bastato per attivare l’antico riflesso di tutti i presidenti Usa, da 200 anni a questa parte, quando si tratta di far fuori popoli renitenti e sovranità non ligie, come quella italiana, a Nato. Cia e Scuola delle Americhe, bracci armati della bulimia divoratrice dei vampiri del Nord globale. Le gommose parole di perplessità pronunciate da Obama in merito al golpe, rientrano nell’ormai stracca retorica buonista di questo cialtrone con la ventosa sulla giugulare del’umanità, ma vorrebbero anche soddisfare la necessità di non scatenare ulteriormente la collera di genti latinoamericane che già marciano sulla via della rivoluzione. Né di mettere in imbarazzo i democratici pupattoli europei nella loro funzione di “palo” e ascari delle rapine imperialiste. Inoltre, come si fa a tentare un golpe reazionario in Iran, sotto la mimetica verde dei propri corifei autoctoni, detti “riformisti”, e poi non prendere le distanze da chi fa, per conto di Washington, la stessa cosa, addirittura con i gorilla e il rapimento del presidente?
Resta da proporre, con sentimenti che ti intorcinano le budella, il confronto tra la bandiere rosse e la vibrante e compiaciuta indignazione agitate dai nostri sinistri davanti all’ambasciata iraniana, e il vuoto abissale davanti ad altre ambasciate di Stati canaglia che sbattono lo stivale fascista sulla faccia di popoli cui la fame non ha ancora seccato la volontà di combattere. Dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Iran al Pakistan, dalla Somalia al Darfur, dalla Colombia e dal Perù, con i loro regimi terminator filo-Usa, all’Honduras. Dappertutto gli dice male, sempre più male. Gli dirà così anche a Tegucigalpa. E non per merito di falci e martelli di marca italiota.
Fulvio.




Honduras: colpo di stato contro Zelaya
Lunedì 29 Giugno 2009 08:58 A Sud
Dopo giorni di tentativi, pare sia riuscito ieri il colpo di stato in Honduras contro il presidente Zelaya, orchestato dalle destre politiche con l'appoggio delle forze armate. Il presidente è stato sequestrato dall'esercito. La tensione nella capitale Tegucigalpa stava montando da giorni dopo che il presidente Zelaya aveva annunciato un progetto di modifica della Costituzione, sfidando così il potere dell'esercito e del Congresso. Secondo le prime indiscrezioni, Zelaya era stato portato in una base militare, mentre l'esercito continua a tutt'oggi a presidire la sua casa.

Una nota di questa mattina informa che attualmente il presidente si troverebbe invece in Costa Rica, dove avrebbe chiesto asilo politico. "Sono stato vittima di un rapimento, di una cospirazione", sono state le prime parole di Zelaya alla tv locale Telesur al suo arrivo nel Paese, "e' stato un colpo di Stato", ha aggiunto. Il presidente ha raccontato che le sue guardie del corpo "hanno combattuto con i soldati per mezz'ora".

Nel frattempo in Honduras è stato nominato capo di governo golpista Roberto Micheletti, che ha dichiarato che reggerà il mandato fino alle nuove elezioniche saranno indette per novembre ed ha indetto un coprifuoco di 48 ore in tutto il paese.

Dal Costa Rica, Zelaya ha rivolto un appello ai suoi concittadini a manifestare contro il colpo di stato "pacificamente, senza violenza" e chiesto a "tutti i settori" della societa' di pronunciarsi controil golpe. "Gli autori del colpo di Stato "rimarranno soli e usciranno pieni di vergogna" da questa vicenda, ha proseguito Zelaya, che ha chiesto "il ritorno immediato" allo Stato di diritto, "che e' stato violentato".

Molte le dichiarazioni di solidarietà internazionale arrivate al presidente deposto e le voci di condanna levatesi da più parti. Tra gli altri l'OSA, il Mercosur e l'Alba hanno biasimato l'operato delle forze armate schierandosi dalla parte del governo vittima del golpe.

Oggi si riunirà d'urgenza l'Assemblea generale delle Nazioni unite per esaminare la situazione politica in Honduras, mentre migliaia di sostenitori di Zelaya hanno deciso di sfidare il coprifuoco di due giorni imposto dal nuovo capo dello Stato protestando sotto il palazzo presidenziale.

Nel frattempo i mezzi corazzati e i cecchini presidiano le vie della capitale, Tegucigalpa, mentre la pagina web del governo è stata oscurata. Il Governo golpista ha chiuso nelle scorse ore anche l'ultimo mezzo di comunicazione libero che trasmetteva nel paese: Radio Globo. Intanto è arrivata notizia che il dirigente di Via Campesina Rafael Alegria, è stato costretto a fuggire assieme a molti altri giornalisti, dirigenti sociali e sindacali che si sono dati alla clandestinità.


Si parlava di imminenti tentativi di golpe già da giorni, e giovedì pareva fosse stato sventato. Secondo il COPINH – Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell'Honduras, che il 24 giugno scorso aveva denunciato i tentativi di destabilizzazione del paese “si tratta dell'ultimo colpo di coda di una destra sconfitta che cerca di frenare la volontà popolare e la ricerca di vie democratiche per la trasformazione del
paese".

Da mesi la destra reazionaria cerca freneticamente di impedire la Consultazione Nazionale che era in programma per il 28 giugno e nella quale il popolo dell'Honduras sarebbe stato chiamato a esprimersi sulla convocazione di un'Assemblea Nazionale Costituente incaricata di elaborare una nuova costituzione e che aveva in progetto, tra l'altro, di eliminare la norma che stabilisce l'ineleggibilità del capo di Stato per più di una volta.

Mercoledì notte, il Presidente della repubblica Zelaya, di fronte al rifiuto del capo delle forze armate a distribuire il materiale elettorale, lo aveva destituito. Da lì in poi si erano innescate una serie di dimissioni a catena, scatenando una tempesta mediatica. Giovedì mattina, la giudice di alta istanza della magistratura aveva puntualmente sfornato una sentenza fatta su misura dai committenti golpisti annullando la destituzione dell'alto capo militare.

Dopo la destituzione del capo di stato maggiore, i cittadini erano scesi in piazza, con a capo lo stesso presidente, per recuperare le urne e le schede che i militari si rifiutavano di distribuire nelle circoscrizioni elettorali. Il popolo honduregno si era riversato nelle strade anche per difendere il presidente e il processo di cambiamento messo in moto attraverso, ad esempio, l'adesione all'Alba e alla Petrocaribe e la convocazione dell'Assemblea costituente.

L'offensiva golpista è stata pianificata e eseguita in maniera articolata dal Congresso Nazionale, i mezzi di comunicazione e i loro propietari, gli imprenditori e le Forze Armate. Secondo le notizie arrivate, l'esercito avrebbe assunto un ruolo simile a quello ricoperto negli anni '80, quando era nient'altro che uno strumento in mano ai poteri forti per garantire ordine e seminare repressione.

Inutile sottolineare come questo golpe rappresenti un atto di aggressione contro il popolo dell'Honduras, realizzato di comune accordo dalle gerarchie della chiesa avangelica e cattolica con le frange golpiste, con l'ingerenza del governo degli Stati Uniti e la sua ambasciata in Honduras che, informati previamente dei fatti, hanno abbandonato il paese invitando i funzionari della Banca Mondiale e del FMI a fare lo stesso.

Nei giorni scorsi, gli Stati Uniti avevano fatto sapere di aver ricevuto rischieste di appoggio da parte dei golpisti e di aver rifiutato. Tuttavia il silenzio mantenuto da Washington nelle ore successive al golpe fa riflettere sulla portata reale del tanto declamato “cambio di strategia” degli Usa in America Latina.

Secondo il COPINH, gli Usa, impossibilitati dai processi in atto ad incidere profondamente sulle sorti dell'America del Sud, avrebbero valutato più conveniente, nel frattempo, tornare a ingerire – come fu costume negli anni 70 e 80 – sulle sorti dei più prossimi e gestibili paesi dell'America centrale.

C'è anche da considerare che sul 2010, anno prossimo a venire, la preoccupazione è tanta. La data è altamente simbolica, e in Messico qualcosa di grosso si prepara. A 200 anni dall'indipendenza e 100 dalla rivoluzione zapatista, il monito del popolo messicano che si prepara a riprendere in mano le redini del proprio destino preoccupa non poco le stanze dei bottoni oltrefrontiera.

È quindi palese, come non hanno mancato di sottolineare movimenti, organizzazioni e reti sociali, che questo Washington non può permetterlo, anche a costo di lastricare la strada per Città del Messico di “momenti preparatori” come quello di ieri.

Redazione A Sud

venerdì 26 giugno 2009

DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI (LA RIVOLUZIONE VERDE). Con menzione speciale a Giuliana Sgrena










Finchè le persone credono ad assurdità, continueranno a commettere atrocità.
(Voltaire)

Nulla è più facile dell’autoinganno di chi ritiene vero semplicemente ciò che desidera.
(Demostene)

Le foto qui sopra rappresentano, accanto ai manifestanti di Musavi, alcune delle centinaia di vittime dei servizi segreti già dello Shah, Savak, poi sussunti pari pari dal primo ministro di Khomeini, Mir-Hussein Musavi, per annegare in un oceano di sangue centinaia di migliaia di rivoluzionari comunisti e islamisti di sinistra che avevano cacciato lo Shah e fatto trionfare una rivoluzione laica e progressista. Si dovebbero aggiungere le immagini del milione di morti provocati da Musavi negli otto anni di guerra all’Iraq commissionatagli da Ronald Reagan per ridurre l’Iraq alla ragione imperialista e punirlo per aver costituito il Fronte del Rifiuto arabo contro la resa egiziana a Israele.
Se uno voleva appendersi in casa, a mo’ di ammonimento, accanto all’immagine del Che, l’epitome della disintegrazione epistemologica, morale ed escatologica della sinistra, bastava che fotografasse la non si sa se più patetica, o miserabile, scena ieri davanti all’ambasciata iraniana di Roma. Insieme a quattro scaltri iraniani esiliati da trent’anni, del tutto ignari del loro paese, ma speranzosi di rientrare sull’onda munifica della “democrazia”, utili imbonitori dell’ io sono iraniano, io so, un gruppetto di autoctoni agitava le bandiere rosse falci martellate dei due partiti fusi o sfusi, inveiva contro i brogli, inneggiava a Hussein Musavi e ai diritti umani senza la mordacchia di barba e velo. Privi totalmente di bussola, inconsapevoli della funzione attribuita ancora alla loro putrescenza, questi “comunisti” (s’intorcina la lingua a dargli tale nome) si ritrovano a braccetto, anzi proprio lingua in bocca, con il più micidiale concentrato di ammazzamondo mai rigurgitato dalla storia umana. Ecco gli indignati dirittoumanisti di Ferrero e Diliberto e, idealmente sullo stesso marciapiede, passeggiatrici come Ciro Reza Pahlavi, erede dell’imperatore da operetta, boutique e stragi, che dalla Casa Bianca si è offerto ai “rivoluzionari verdi” come nuovo Shah e simbolo del’unità nazionale, la coppia Rajavi, leader dei Mujaheddin Al Khalk, mercenari prima di Saddam e ora della Cia, di stanza a Parigi e Washington, Henry Kissinger, che due settimane prima del pogrom verde aveva anticipato una sommossa popolare per buttare giù il “regime”, Netaniahu che non sta più nelle scaglie per vedere avvicinarsi l’ora in cui potrà incenerire nuclearmente il fastidioso rivale regionale, Bush, Obama e tutta l’accozzaglia neocon che per gli eventi di Tehran hanno stanziato 400 milioni di dollari due anni fa, le solite agenzie della destabilizzazione (Ned, Freedom House, USAid, American Enterprise Institute, Council of Foreign Relations) che hanno istruito e foraggiato i caporioni della rivolta, con gli stessi manuali, fondi e tecnologie delle identiche operazioni passate (Serbia, Ucraina, Georgia, Libano, Venezuela….).

La piovra imperialista usa tre tentacoli: quello estremo, fallite le altre opzioni, è la guerra d’aggressione e di sterminio; quello iniziale è l’intervento del Fondo Monetario Internazionale che, corrotto qualche tirannello del paese da depredare, gli impone un debito per Grandi Opere che non si realizzano, debito che non si riesce a ripagare, per cui diktat FMI per misure di aggiustamento finalizzate a spogliare il paese di ogni bene e gettarlo nell’immondezzaio della globalizzazione. Il terzo tentacolo viene mosso quando l’aggressione bellica non è praticabile alla luce del rapporto costi-benefici, o quando l’artiglio FMI non ha potuto far breccia in un establishment custode della sovranità nazionale. E’ quello della destabilizzazione in atto in Iran, riuscita in Serbia, Georgia, Ucraina, fallita in Moldavia, a Beirut e a Caracas. Le sinistre, con falce e martello o senza, sbronzi di prosopopea eurocentrista, colonialisti alla pizza, ignari della merda che gli cola sugli stendardi dai sovrastanti vessilli imperiali, sono il sound-system che accompagna gli sbancamenti del caterpillar. Lo stesso che gli Usa forniscono a Israele per radere al suolo case e ulivi d’intralcio alla pulizia etnica. Non si salva proprio nessuno. In questi giorni di sisma geopolitico dell’8° grado, di aggressione imperialista all’ultimo Stato indipendente e forte nelle due mezzalune che costeggiano il mondo arabo e l’Asia russa e cinese, perfino i puri e duri Comunisti Uniti hanno dedicato (me compreso) mille tempi ed energie informatiche allo sclerotizzato provvedimento di espulsione di Marco Rizzo dal PdCI per aver denunciato le frequentazioni del suo segretario, Diliberto, con gentaccia della P2. Non s’è udito un colpetto di tosse su un fenomeno che rischia di buttarci per aria tutti.
Quando Bertinotti abolì l’imperialismo e nel presunto vuoto infilò la nonviolenza e la scomparsa del “nemico”, il virus deve essere penetrato anche in chi pensava di essere schermato. Dice Giulietto Chiesa, uno che studia, guarda e capisce, che la sinistra è stata sconfitta perché ha sbagliato l’analisi della società italiana e, prima ancora, l’analisi del mondo globale. Le ha sbagliate perché, autoreferenziale, compiaciuta e narcisistica com’è, non le ha studiate. Per l’ennesima volta la cantonata voluta prendere sull’Iran e sul quisling in pectore Musavi, dimostra che non ha saputo capire la portata della cosiddetta “guerra contro il terrorismo internazionale”, tanto da far svaporare il grande movimento contro la guerra (peraltro pesantemente intossicato dalle infiltrazioni umanitariste). Ha accantonato, e dunque accettato, nella sua identità truffaldina e nella sua immensa portata geopolitica e geostrategica, addirittura antropologica, la balla cosmica dell’11 settembre. Ha accettato, senza dirselo e senza dircelo, la narrazione del mondo dei dominatori. Non ha visto niente.

E ha continuato a mutare geneticamente il suo linguaggio, fino a renderlo compatibile con quello dei necrofori, ma facendolo incomprensibile e inutile ai più. Oggi si è attaccata allo strascico di un delinquente e venduto come Musavi, senza neanche andare a vedere le ricevute Cia e Mossad (vedi mio precedente post) che gli spuntano dalle tasche. Senza neanche farsi passare per la testa che anche quello in corso in Iran potrebbe essere un’operazione sporca yankee-sionista, da collocare nel quadro della “guerra infinita” dei ricchi contro i poveri, cioè della lotta di classe. Fighe, queste sinistre! Trascurano addirittura il buon lavoro svolto da Musavi quando, acquistate armi dagli amici israeliani, il pagamento lo ha indirizzato a Reagan e Oliver North perché la facessero finita con quei senzadio di sandinisti in Nicaragua (Iran-Contra), Non ci provano neanche a riequilibrare il loro sostegno ai crimini imperialisti con qualche sospiro sui 70 partecipanti a un funerale massacrati da un drone Usa in Pakistan, o sui 140 civili trucidati in un villaggio raso al suolo in Afghanistan, piccolo campione, negli stessi giorni, di un genocidio che Obama ha allargato dall’Afghanistan al Pakistan.

Ieri sera sono andato a un’iniziativa di tale associazione BADGIR, di iraniani esuli e loro allievi, capeggiata dal classico personaggio di estrazione tra il l’intonacato di Assisi e il non-violento equo e solidale. Ci vengono somministrate strazianti testimonianze di martirio lette da connazionali emule delle verdi signorine dei quartieri alti di Tehran, un filmato che rinnova l’accuratissima selezione fatta dalle inviate dei lobbisti sionisti dei nostri media, compresa la scena apicale della povera Neda morente, un predicozzo accorato del locale Ghedini di Musavi che, per correttezza e completezza dell’informazione-valutazione gareggia con i pronunciamenti di Berlusconi su terremoti, crisi e ragazze-immagine a Villa Certosa. Ho tentato di suscitare qualche dubbio chiedendo se non fosse curioso che per quei manifestanti bastonati a Tehran c’è l’appassionata solidarietà e l’incondizionato sostegno di quegli stessi che altri manifestanti li hanno massacrati di botte e di spari ai Genova, Londra, Rostok, a Ginevra, Seattle, Cairo (per la Palestina), Ramallah (dove il quisling Abu Mazen trucida partigian),Grecia. Non raccolto.

Ho provato allora a raccontare alcuni fatti. Visto che il corifeo della rivoluzione verde aveva denunciato, a prova inconfutabile dei brogli, l’impossibilità del “regime” di conoscere i risultati appena poche ore dopo la chiusura dei seggi, ho spiegato che le urne installate in Iran erano 45.713 e che ognuna poteva contenere fino a 860 schede, ognuna con la semplice scelta di un solo nome. Ci vuole più di un paio di ore per contare 860 schede per urna e trasmettere i conteggi elettronicamente al centro? No, non ci vuole. Senza contare che la scienza statistica ha provato che basta lo scrutinio del 5% dei seggi per avere una certezza del 95% del risultato finale. Non era più sospetto il fatto che Musavi, dato per perdente per due a uno da tutte le rilevazioni straniere fatte nei trenta giorni della campagna nelle trenta provincie del paese, due ore prima della chiusura dei seggi si fosse già proclamato vincitore? E che questa rivendicazione era basata su una lettera, provata poi apocrifa, di un impiegato di basso ordine alla Guida suprema Ali Khamenei che, ore prima della chiusura, annunciava la vittoria di Musavi? Come se un tale esito potesse essere oggetto di corrispondenza tra un travet del ministero degli interni e la massima autorità del paese.

Da anni i servizi segreti israeliani e anglosassoni sanno come controllare e intervenire sulle reti sociali. Non è sorprendente che alla notizia della stravittoria di Ahmadi Nejad, decine di migliaia di telefonini ricevessero sms anonimi in cui si invitava alla rivolta, alle concentrazioni in dati luoghi, ai parafernalia verdi da indossare? E innocente il fatto che sia sfuggito all’attenzione degli scrupolosissimi narratori degli eventi iraniani quel celeberrimo Jared Cohen, del reparto “policy planning” del Dipartimento di Stato Usa, che, prima, ha diffuso un video su come organizzare una folla eversiva e, poi, riempito di comunicati all’uopo tutti i twitter iraniani, ha chiesto al “social network”di ritardare i programmati lavori di manutenzione nelle ore critiche della rivolta di Tehran, onde non interrompere il flusso dei suoi tweets ai compari persiani? E come mai il guru locale di Musavi non si era peritato di far apparire il rivale battuto come vindice dei bisogni sociali, proprio all’ombra di un padrino, Rafsanjani, uno degli uomini più ricchi del mondo, corrotto ladrone e fautore di liberalizzazioni e privatizzazioni (petrolio in testa, povero Mossadegh) contro i provvedimenti sociali adottati per i poveri dal presidente uscente, pur sotto il morso delle sanzioni inflitte al paese? Come mai, ululando contro la sanguinosa repressione di pasdaran e basiji, secondo lui partita ancor prima delle manifestazioni, ha trascurato di parlare della caterva di immagini trasmesse da televisioni non assoldate, come Al Jazira e anche alcune emittenti Usa, che mostravano turbe di rivoltosi che, all’atto dell’annuncio finale, già stavano devastando la città bruciando cassonetti, banche, negozi, edifici pubblici e sparacchiando a più non posso? Cosa ne è stato delle otto guardie uccise dai rivoltosi verdi di cui, tra i denti, hanno riferito i telegiornali italiani solo poche ore prima? E a proposito della giovane Neda, la cui agonia è diventata una specie di icona cristologica, presuntamente colpita nel fuoco degli scontri, che invece si trovava a passeggio da sola, in piena tranquillità, lontanissima dalla zona delle turbolenze, senza presenza di polizia o armati di alcun genere, ma fulminata da un cecchino invisibile e ignoto? Perché si sarebbe dovuto uccidere una donna disarmata, lontana dal conflitto, senza storia politica personale? Per fornire un martire alle forze che puntano alla disintegrazione del paese? Non gli veniva spontaneo il ricordo dei tiratori scelti installati dai golpisti venezuelani sui tetti, assassini, insieme ai poliziotti arruolati nel golpe, di una sessantina di difensori della legalità, dissolti nel nulla ma filmati e riconosciuti come agenti israeliani?

Come mai sono sfuggite al nostro apostolo verde, come anche agli occhiuti professionisti della nostra informazione, nessuno dei quali ha mai sentito il bisogno di riferire il parere di chi non fosse aureolato di verde e elegante padrone dell’inglese, alcune date assai significative, come: 23 maggio 2007, ABC News: La Cia ha ottenuto il nulla osta segreto presidenziale per allestire operazioni “nere” destinate a destabilizzare il governo iraniano; 27 maggio 2007: Il quotidiano londinese Telegraph riferisce: Bush ha firmato un documento ufficiale che approva i piani della Cia per una campagna di propaganda e disinformazione intesa a destabilizzare e quindi deporre il regime teocratico dei mullah in occasione delle prossime elezioni presidenziali; 16 maggio 2007, il Telegraph riporta le dichiarazioni dell’ambasciatore Usa all’ONU, John Bolton, secondo cui un attacco militare Usa all’Iran sarebbe l’opzione estrema, dopo il fallimento delle sanzioni economiche e del tentativo di fomentare una rivoluzione popolare; 29 giugno 2009, il premio Pulitzer Seymour Hersh scrive sul New Yorker: Il Congresso ha approvato una richiesta del presidente Bush di finanziare una forte escalation di operazioni coperte contro l’Iran, finalizzate a destabilizzare attraverso sabotaggi e moti popolari la leadership religiosa del paese; 9 giugno 2009, poche ore prima delle votazioni, il consulente neocon del Dipartimento di Stato Kenneth Timmerman scrive: Si sta parlando di una “rivoluzione verde” a Tehran. La National Endowment for Democracy e George Soros (sempre quelli da Belgrado in qua) hanno già speso milioni per promuovere una rivoluzione colorata… Buona parte del denaro è stato indirizzato nelle mani dei gruppi filo-Musavi che hanno ottimi rapporti anche con altre Ong internazionali; due settimane prima delle elezioni, Henry Kissinger (quello dell’assassinio di Allende e del golpe di Pinochet) dichiara che ci sarà una rivoluzione verde in Iran alla quale il mondo libero dovrà dare tutto il suo appoggio.

Come facevano questi fetidi figuri a sapere, prima del voto, che ci sarebbe stata una “rivoluzione verde”, a meno che tale rivoluzione non fosse stata accuratamente preparata in quei quartieri? Visto anche che Musavi e i suoi si dicevano tanto fiduciosi della vittoria? Vogliamo scommettere che nessuno dei bravi giornalisti, dei commossi e indignati lottatori per la democrazia e i ditti umani risponderà a queste domande? Certamente non quella Marina Forti, sincrona con tutto quello che viene rigurgitato da Tel Aviv, che da settimane riempie il “manifesto”, ora affiancata anche da quel dabbenuomo di Tommaso de Francesco, con il monopolio delle voci musaviane, la favola dei brogli, gli osanna ai “giovani” filo-occidentali. Ma neanche risponderà quella indicibile perla nella collana delle cacasenno che dal rapimento in Iraq ha spiccato il volo per la cattedra della più filoamericana esperta di cose mediorientali nell’intero cucuzzaro mediatico italiota.






Avrei voluto porre altre questioni all'avvocato del papi persiano trombato. Ma la di lui sensibilità democratica a questo punto si dissolse svanì come il profumo di una rosa in sfacelo.. Sbattuta con violenza una cartelle sul tavolo, si mise a sbraitare cose intrugliate e incomprensibili, probabilmente senza senso. Alla Ghedini, appunto. Poi, in un impeto battagliero, si lanciò al di là della tavola e, insieme alla moglie strepitante e che pareva un mulino a vento sotto la bufera, sempre urlando, mi si avventò contro. Il bassotto Nando, non avvezzo a escandescenze persiane, tirò il guinzaglio e mi trascinò fuori. A riveder le stelle.




Chiudo malissimo questo pezzo, nel senso che parlo di sfaceli politico-professionali riferendomi a un’ultima pagina del “manifesto” (24/6/9) intitolata “Baghdad, la speranza”, con riferimento a un Iraq che sta vivendo una grande offensiva della Resistenza e, simultaneamente, come sempre, il depistaggio da quella attraverso stragi confessionali operate da Usa e fantocci. Riproduco dall’unico giornale che disperatamente ci tocca leggere, con un senso forte di nausea, alcune gemme di una piena e gioiosa legittimazione dell’apparato assolutamente delinquenziale dagli occupanti messo in testa al popolo più martirizzato del mondo. Avallata la fandonia che ormai “tutto va bene, madama la marchesa”, di democrista memoria, nell’Iraq ininterrottamente maciullato da occupanti, carcerieri, milizie di marca iraniana, torturatori, ladri di Stato, Giuliana Sgrena offre una splendente tribuna al ministro degli interni (non ministro-fantoccio, come avrebbe scritto Stefano Chiarini, che si rivolta nella tomba come una trottola), Jawad al Bolani. Ne esce un ritratto dell’uomo e del paese che non sfigurerebbe se fatto al campione del buongoverno delle Mille e una notte, Harun El Rashid. Di suo, la piagnucolona islamofobica aggiunge di tanto in tanto solo incisivi riferimenti a quei brutaloni di Al Qaida che ostacolano la generosa ricostruzione democratica e sociale tentata con tutti i mezzi dagli occupanti e loro emissari indigeni. La Resistenza, che ha ripreso a uccidere un soldato yankee al giorno, decine di contractors e militari fantocci e agisce con crescente intensità nella regione tra Baghdad e Mosul, per Sgrena non esiste. Esiste Al Qaida, si DEVE chiamare Al Qaida, che a nessuno più venga il dubbio che i bravi governanti e i loro padrini avrebbero già rimesso in piedi paese e popolo, se solo non ci fossero quei dannati terroristi islamici. Ovviamente inventati, anche dalla solidale Sgrena, per satanizzare i partigiani della liberazione, con il risultato che non c’è più al mondo uno straccio di compagno che solidarizzi con quelli. Gongolante di orgoglio patrio, Sgrena arriva addirittura a chiedere al delinquente installato al ministero della repressione se è davvero soddisfatto dell’addestramento che i nostri carabinieri impartiscono a quegli ascari dell’occupante che sono i poliziotti iracheni. Entrambi esultano agli onori e ringraziamenti, resi nella risposta, al contributo offerto dall’Italia “sotto la supervisione della Nato”. Impagabile la speranzosa domanda finale della “giornalista comunista”: “Comprerete anche armi dall’Italia?” Dalla Finmeccanica sono subito partiti i commessi viaggiatori.

Sarà stata la fretta, la simpatia ispiratagli dell’interlocutore, le secchiate di vernice rosa da spandere su tutto l’Iraq, rimane curioso che Sgrena non si sia ricordata che quel Ministero degli Interni governava milizie personali che andavano in giro a trapanare la testa a gente con nomi sunniti, a rastrellare donne e bambini da stuprare o minacciare di ogni possibile tortura se non avessero fornito dati su mariti, padri, fratelli, figli, combattenti. O solo oppositori. Che in quel ministero gli stessi statunitensi, scottati da Abu Ghraib e seguenti e desiderosi di riequilibrare la manomorta scito-iraniana sull’Iraq e sul genocidio con la propria, scoprirono negli antri sotto l’edificio un’immensa prigione, sale di tortura, fosse comuni e residui umani che neanche Auschwitz. Del tanfo di morte che si sprigiona da quei sotterranei e che aleggia in tutto l’edificio e insudicia ogni parola del suo interlocutore “ministro”, Sgrena non si è avveduta. Saranno stati i profumi di Tehran Alta, passatile da Marina Forti, ad averla circonfusa e protetta.

martedì 23 giugno 2009

"CON QUESTI NON VINCEREMO MAI!" IRAN: l'internazionalismo destro dei sinistri









































I peggiori mali che l’uomo abbia inflitto all’uomo sono venuti da persone che si dicevano certe di qualcosa che, in effetti, era falso.
(Bertrand Russell)
Fare propaganda è convincere la gente a farsi una convinzione nascondendole i fatti.
(Harold Evans)
Il linguaggio politico è finalizzato a rendere bugie verità e guerre rispettabili, e a dare un’apparenza di sostanza al vento.
(George Orwell)

Dunque, la rinnovata adesione del PRC alla truffa dei “due stati per due popoli in Palestina” e alla “lotta del popolo iraniano”, lo pone in ottima compagnia: Netaniahu, Obama, Cicchitto, Sarkozy, la Cia, il Mossad, TG1, TG5, CNN, BBC, l’intera banda della disinformazione universale e, immancabile alle scadenze dei genocidi, Adriano Sofri.
Così il “manifesto” e “Liberazione”, condotti per mano dai fiduciari di punta della lobby ebraica. Così, petto in fuori e vessilli crociati o laici al vento, tutta l’armata pacifinta e diritto-umanista che, serrati gli occhi sull’obliterazione di Iraq, Palestina, Jugoslavia, Afghanistan e ora, grazie alla “svolta” di Obama, anche Pakistan e Somalia, torna a infervorarsi, come ai tempi di Sarajevo, Belgrado, Kiev, Tblisi, Beirut, per l’affresco dell’Iran appeso dall’imperialismo bianco, cristiano, civile, moderno, nel museo colossal delle Grandi Turlupinature della Storia.

Del PRC non c’è da meravigliarsi. Al guinzaglio del guinzagliato Veltrinotti in marcia di avvicinamento al postribolo borghese, il partito aveva affidato il suo internazionalismo a Von Klausewitz della geopolitica come Salvatore Cannavò e Ramon Mantovani, che celebravano la resa della Serbia a Usa-UE per mano dei “compagni no-global”, ma anche Cia, di Otpor (poi operativi in Georgia e Ucraina); o come Gennaro Migliore, il quale inorridiva con Sharon davanti allo slogan “Intifada fino alla vittoria” ; o come Fabio Amato che, sceso dai suoi Sound System, inneggia oggi alla “rivoluzione verde” in coppia con il responsabile esteri di un’organizzazione iraniana di cui si sono perse le tracce trent’anni fa. Arriva, il PRC, facendo sghignazzare di goduria Cia, Mossad, MI6, a chiedere “a tutte le forze democratiche italiane, alle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti, di sostenere il movimento iraniano, moltiplicando gli atti di protesta a supporto della lotta democratica del popolo iraniano” . Si celebra così il matrimonio morganatico (del principe con il plebeo) tra PD, UDC, PDL e la cosiddetta “sinistra radicale”, autenticando la “diversità assoluta” rispetto al PD che era stata codificata nelle tavole della legge del nuovo PRC. Tra le righe si percepisce l’invocazione, a stento repressa, al solito “intervento umanitario”.

In questo diadema di vetraccio fatto passare per diamanti, spicca uno che, assoldato alla pulizia etnica condotta da croati, bosniaci, kosovari, israeliani, fin da quando transitò dall’antimperialismo rivoluzionario di Lotta Continua (perciò lo conosco bene) al libro paga di Giuliano Ferrara (Il Foglio), Carlo Rossella (Panorama) e Ezio Mauro (Repubblica), segna di menzogna tutta la compagnia cantante il coro de diritti umani. Si chiama Adriano Sofri, scrive intrugliati saggi al servizio di ogni possibile guerra, di bombe o di velluto. In tal modo si è guadagnato libertà, privilegi e guiderdone come a nessun condannato per omicidio è mai capitato. Al tempo del ricambio imperialista dell’imperatore persiano con un chierico rancoroso, stragista di comunisti e iracheni, Sofri e la sua spalla Carlo Panella, pure lui nella truppa di ascari USraeliani di Ferrara, inneggiarono alla “rivoluzione islamica”. Pareva che non avessero capito nulla, invece, istruiti nelle segrete stanze, avevano capito tutto.

Khomeini era l’asso nella manica degli ultrà della rivincita colonialista che, togliendo di mezzo l’Iraq, doveva far fuori la minacciosa prospettiva dell’unità araba. Così, ancor meglio, quel corrotto satrapo ladrone, filo-yankee da sempre, di Rafsanjani e, poi, un po’ meno bene, il riottoso Mahmud Ahmadi Nejad. Solo che a costui è andata di lusso finchè ha partecipato, insieme agli Usa e all’Occidente, all’allestimento del banchetto iracheno e alla liquidazione dei Taliban. Ma poi, diventato in virtù del suo antisionismo e delle sue ambizioni da potenza regionale, portate avanti anche con l’appoggio alla resistenza palestinese e libanese, un catalizzatore della collera araba e di tutti i Sud del mondo e quindi uno scoglio intollerabile contro le razzie israeliane, ha incominciato ad andargli malissimo. Si scatena la superpotenza nucleare Israele e trasforma lo sviluppo del nucleare civile iraniano, legittimo in tutto il mondo, in megatoni d’assalto contro i sopravvissuti della Shoah. Ripartono le geremiadi delle nostre zannute ginocrate sull’infame velo. Venendo da una società in cui donne, più degradate che in qualsiasi paese musulmano, per far soldi devono rendere servizietti al premier, o sbatterci in faccia capezzoli e inguini, sotto facce ottuse, tutte uguali, non c’è male come coerenza femminista. Insomma tanto si è fatto, tanto si è sparlato da creare ricche motivazioni per indurre la conventicola teocratica giudeo-cristiana a infilare Ahmadi Nejad nella categoria dei reprobi da regime change e da scatenargli contro il vecchio fantoccio Musavi, collaudato nei traffici Cia dell’Iran-Contra, con dietro la classe sociale di mercanti, trafficoni (anche di droga), feudatari e fighetti borghesi. E pour cause : sugli interessi di questi ceti parassiti, oltre a tutto, Ahmadi Nejad aveva fatto prevalere, a forza di redistribuzione della ricchezza, di interventi su sanità, istruzione, viveri a prezzi sussidiati, gli interessi dei poveri, lavoratori, contadini, certo con tanto di velo e senza culi e tette al vento.

Conviene, comunque, ricordare ai chierichetti diritto-umanisti, più o meno consapevole mercenariato imperialista, i connotati precisi della nemesi iraniana Mir Hussein Musavi (vedi anche il mio precedente post sulla rivoluzione verde). Angolo persiano dell’esagono USA che comprendeva Michael Ledeen (neocon del Pentagono)-Kashoggi (miliardario saudita, fiduciario Cia)- Ghorbanifar (mercante d’armi iraniano)-Oliver North (esecutore Iran-Contra)-Ronald Reagan (mandante Iran-Contra), l’ex-premier 1980-85 negli anni ’80 si è arricchito del traffico d’armi e droga con cui Israele, Khomeini e la Cia finanziarono l’assalto Usa al Nicaragua sandinista (20mila morti), nonché la guerra dell’Iran all’Iraq su mandato USraeliano. Tutto questo accadeva sotto l’ombrello di alcuni istituti specializzati in operazioni sporche destinate a rimuovere fisicamente avversari e a effettuare cambi di regime senza l’intervento ufficiale delle forze armate. Nella Coalizione per la Democrazia in Iran figuravano, oltre ai partner di Musavi sopra citati, esperti di destabilizzazioni come lo JINSA (Istituto Ebraico per la Sicurezza nazionale), l’ex-capo della Cia James Woolsey, l’American Enterprise Institute, l’Hudson Institute, il National Endowment for Democracy, più una prezzemolata di ultrà del bellicismo Usa. Tutta roba già attivatasi con soldi, logistica e capobastoni neocon come Brzezinski, Richard Perle, Elliott Abrams. Robert Kagan, William Kristol, per le varie rivoluzioni colorate, a partire da Belgrado e dalla Cecenia e a finire con il Darfur e ora l’Iran. Come anche documentato egregiamente da un’ agghiacciante puntata di “Report” di qualche tempo fa.

Ineguagliabile la prosa da neomelodico Adriano Sofri (apertura in prima pagina di Repubblica): “La minaccia ha la divisa nera dei picchiatori e degli sfregiatori arruolati a milioni (bum!) dal delirio khomeinista". Tra chi è il confronto, secondo questo Oriano Fallaci da macero? “Tra uomini fanatici dalle barbe accuratamente incolte e le ragazze libere e intrepide…”. Ragazze che così gli raccontano la “rivoluzione”:
Sto ascoltando la musica che amo, anzi voglio mettermi a ballare con qualche canzone. Ho le sopracciglia sottili, può darsi che, prima, passi da un salone di bellezza domani…”
Questa la descrizione dell’ inedito “soggetto rivoluzionario” fresco di salone di bellezza: “Sempre nuove ragazze si sono riguadagnate millimetro per millimetro la loro cospirazione per la libertà, un fazzoletto spostato indietro sulla fronte, una ciocca di capelli sbucata come per distrazione da una tempia, una festa senza la tetra mascheratura come in una effimera terra di nessuno…. Mai è stato così chiaro da che parte stare. Di un Dio che bastona e stupra e lapida (guardate, non è mica il dio di Bush, a quello Sofri leva alleluia), o di un dio che sorrida dal vento tra i capelli delle ragazze…” Stiamo, come tendenza culturale, tra il vecchio Bolero Film e Carolina Invernizio. Quelli che mettono le mani nei “capelli delle ragazze”, sono rozza plebaglia al seguito di costruttori di bombe atomiche (per Sofri, più celere di Netaniahu e Lieberman, l’Iran ce l’ha già. Di quelle israeliane non si parla) che vogliono la “distruzione di Israele” (solita sineddoche falsa e tendenziosa: Ahmadi Nejad ha sempre parlato di smantellamento dello Stato sionista e razzista, non di Israele) e pretendono di aver vinto “un’elezione normalmente truccata” . Naturalmente, all’ex-rivoluzionario trasvolato tra gli ascari di Pannella e poi di Craxi non cale assolutamente dell’aspetto di classe della vicenda iraniana. Di capelli e saloni di bellezza negati si tratta, nell’eterna guerra dei ricchi contro i poveri. Tanto più che i ricchi come Sofri possono godere della “fortuna, del vanto e del privilegio di vivere in democrazia" e, dunque, di “poter scegliere che uso fare del vento fra i capelli ”. Fortuna e vanto di cui godiamo l'impareggiabile privilegio grazie a zoccole, lodi Alfano, sbirri, militari e ronde spaccacrani. Fortuna negata a quelli di Gaza, visto che il vento nein capelli e nei pomoni gli porta fosforo e uranio. O a quelli del Messico dove il favorito di Marcos e di Sofri, Calderon, da Washington ha fatto soffiare un vento che gli ha portato in grembo un milione di voti rubati al vincitore Obrador. Ma di ciò a Sofri poco importa.

Si chiedano gli indignati apostoli dei diritti umani, fatti di capelli al vento e saloni di bellezza e mai di pane, istruzione, casa, terra, autodeterminazione, come ci si trova chiusi, insieme a Sofri, Allam, Fallaci e ascari vari, in una camera iperbarica dove l’alimentazione Cia-Mossad tiene in funzione i detriti comatosi del trasformismo italiota. Se lo chiedano meglio, ricordando questo caporale di giornata sull’attenti a ogni convocazione imperialsionista, mentre a Sarajevo avallava la bufala assassina del fascista Izetbegovic sulle “bombe serbe” contro donne bosniache in fila al mercato. Bombe che invece il despota islamico aveva fatto lanciare, lui, sulla sua gente, in combutta con gli squartatori Nato della Jugoslavia (come appurato dalla commissione d’inchiesta ONU). Ma tant'è, la "rivelazione" dell'emissario agevolò i successivi bombardamenti Nato.

Sia chiaro: sui governanti di Tehran, immancabilmente definiti “dittatori” anche da coloro cui il nostro regime sta sottraendo perfino le bolle di sapone della legalità borghese, io mi sono espresso negli anni senza la minima indulgenza. Pur laico e anticlericale da far impallidire le migliori intenzioni di Robespierre, non mi sono azzardato a far da grillo parlante su costumi, religioni e culture di altri mondi con altri tempi. Ma quanto al cinismo di un regime che, d’intesa con i peggiori serial killer dell’umanità, da un lato assassina l’Iraq e collabora all’assassinio dell’Afghanistan (pur, come l’Iran, senza “vento nei capelli”) e, dall’altro, si espande regionalmente sfruttando la giusta resistenza di libanesi e palestinesi alla soluzione finale sionista, non gliene ho mai fatta passare una. Fin da quando nel 1979, sulle montagne del Kurdistan iracheno, vedevo villaggi iracheni bruciare sotto proiettili israeliani da cannoni persiani, mesi prima dello scoppio della guerra. Fin da quando vedevo i militari di Saddam (laico, socialista, con tutto il vento del mondo nei capelli delle ragazze, ma diabolizzato lo stesso) rastrellare i sabotatori infiltrati dall’Iran in tempo di pace. Fin da quando stavo sotto le bombe bushiane di Shock and Awe che davano via libera alle milizie assassine scite al soldo di Tehran. E fin da quanto si scoprì che a gassare i curdi di Halabja erano stati gli iraniani, a dispetto di una bufala, ingoiata da tutti, che aveva attribuito la strage a Saddam. Non corrano, gli utili idioti, a darmi del filo-Ahmadi Nejad perché tra un quisling della destabilizzazione voluta dall’imperialismo e un presidente nazionalista, democraticamente eletto, non mi piego all’ennesima truffa colorata. Qui non era in gioco il crepuscolare “vento nei capelli delle ragazze” (ragazze, peraltro, che lì possono abortire fino al 45° giorno, divorziare, prostituirsi, cambiare sesso con la mutua, fare tutti i mestieri e laccarsi le unghie prima di scendere in piazza). Qui l’Iran si sta giocando il ruolo di ultimo Stato della regione, accanto alla Siria, non divorato dagli sterminatori della sovranità dei popoli. Dei morti ammazzati nei cortei di Tehran, come delle devastazione fatte prima da un vento che non scompigliava capelli, ma incendiava e saccheggiava case, edifici pubblici e verità, si chieda conto ai burattinai di tutte le “rivoluzioni colorate”. Stanno a Washington, a Langley, a Tel Aviv. Stavano anche sui terrazzi di Caracas, quando, per incolpare Chavez di strage analoga, cecchini di estrazione israeliana spararono e ammazzarono. Allora furono 60.

C’è di tutto sul carrozzone degli utili idioti e degli amici del giaguaro che, trainato da somari, viaggia verso il paese dove le orecchie da somaro crescono a chiunque. E il contrario di tutto, concesso ma non ammesso che quello che in Italia si definisce di sinistra, o centrosinistra, sia il contrario di quanto si definisce di destra. Cosa smentita anche in questo caso dal comune rovesciamento della verità iraniana. Tra i paggetti sul retro del Landau c’è anche tal Niki Vendola, governatore delle Puglie, un OGM delle coltivazioni postcomuniste dalle fattezze di cera sotto calore, la cui onestà intellettuale viaggia disinvolta tra contraddizioni vertiginose. Agli anatemi contro i fondamentalisti di Tehran, fautori di veli e persecutori di omosessuali, si sposa una scalmanata devozione a Chiesa e papi che l’omosessualità la vedono come Khomeini vedeva Moana. Primo atto del governatore della Puglia, seguito dalla privatizzazione del massimo acquedotto nazionale, l’intitolazione dell’aeroporto di Bari al caro polacco Woytila. Il secondo atto venne forse suggerito dalla necessità di un miracolo per la sua giunta sprofondante nella melma della sanità pugliese (vicepresidente inquisito e dimissionario, uomo della “primavera” di Vendola), oppure dal bisogno di un’assoluzione per essersi fatto fuori, secondo gli autorevoli Rizzo e Stella, la bellezza di 350mila euro per esibirsi alla 4 giorni newyorchese del Columbus Day (la sceneggiata con cui i coloni Usa coprono il genocidio dei nativi). Trattossi dell’omaggio al gabbamondo dagli autograffi sul palmo delle mani, al “santo di stoppia” secondo papa Roncalli. Si vocifera che ora lo Svendola pensa di sostituire la mummia di Lenin con quella di Padre Pio. Forse per le virtù rivoluzionarie che il monaco manifestava già negli anni venti quando, con manipoli di squadristi del foggiano, andava pestando e sfasciando esponenti e comuni di sinistra. Vendola in fila tra i fedeli rintronati e poi militante montalciniano, prostrato in venerazione davanti alla salma riesumata e siliconata, creatrice a S. Giovanni Rotondo della più abbietta e sanguisuga superstizione dai tempi dell’invenzione della reliquia del Santo Prepuzio: è un continuum vendolottiano di tutta la conventicola umoristicamente chiamata “Sinistra e libertà”. Si parte dagli ex-voto al Dalai Lama, al papa, a Padre Pio e si finisce coerentemente con i vituperi contro Ahmadi Nejad e i “terroristi islamici”, ovunque e specialmente a Gaza. Dite voi se si tratta di utili idioti o amici del giaguaro. Già mi rimproverano che vedo Cia e Mossad dappertutto…E’ che stanno tutti nello stesso caravanserraglio, Frattini, Hillary, Gordon Brown, Minzolini, Pagliara, Parlato, Bertinocchio, Marina Forti (“I brogli di Ahmadi Nejad”), Left (“Il voto rubato”), Franco Giordano, Veltroni, Ingrao, Rossanda… ci si confonde tra tutte queste orecchie d’asino. Tra le quali spiccano per proterva lunghezza quelle di Gigi Sullo, il direttore della rivista “Carta”, house-organ del Fregoli Marcos e delle sue sei residue caracoles zapatiste. Merita una menzione speciale per quel numero intero dedicato al musulmano libico Gheddafi, un altro Hitler ovviamente (anche se fuori tempo rispetto all’impostazione Usa), che rinchiude in orridi campi di concentramento i profughi africani. Punta avanzata di una pattuglia di ringhiosi eurocentrici, dall’inconscio revanscismo coloniale, l’uomo zapatico avrebbe fatto bene a considerare che in Libia arrivano le torme di disperati dall’intero continente, roba che neanche una potenza come gli Usa saprebbe affrontare. Che quei disperati sono in fuga dai disastri che tutti sono stati combinati dai par suoi bianchi e cristiani, in termini militari, politici, economici, ambientali, climatici. Che la genìa della quale lui è un tardo, ma non indegno, derivato, della Libia aveva fatto tabula rasa come meglio non avrebbe potuto il Sahara, gassandone, bombardandone, impiccandone e uccidendone nei campi di concentramento mezza popolazione. Qualsiasi cosa si possa attribuire a Gheddafi, che comunque per il suo paese ha fatto un po’ meglio di decine di premier democristo-socialisto-ulivesco-berlusconidi, nessun erede della più sanguinaria dei genocidi coloniali ha il diritto di agitare il ditino. Prenditela con coloro che costringono a fuggire in Libia le vittime dei loro crimini. E semmai con quel tuo subcomandante che, da chissà quale pulpito, si permette di sbertucciare i leader e i movimenti antimperialisti di mezzo mondo.

E’ un’ armata Brancaleone che, ispirata dagli sfracelli del duo papa-imperatore da Sacro Romano Impero, con l’innesto di qualche rabbino dalla ferità talmudiana, si è dato il compito di coprire di gigli umanitari le volpi e i conigli mandati a mandare in vacca la volontà della maggioranza degli iraniani, nonchè le corazze e le balestre di ogni nuova crociata e magari i 500 ascari e i Tornado promessi dal guitto mannaro al neo-sfracellatore Usa di Afghanistan e Pakistan, a rinforzo di chi già si è fatto le ossa mitragliando famigliole “integraliste” L’assunzione incondizionata del paradigma del “terrorismo islamico” (presto, vedrete, daranno dell’Al Qaida anche a Ahmadi Nejad) lo concede e lo impone. Vantano, questi fustigatori dell’oscurantismo islamico, radici in un Occidente dove non esiste più l’ombra di un voto onesto, sia per brogli sistematici che portano al potere presidenti e vassalli, sia perché l’oligarchia mediatica predispone i cervelli alla scelta voluta, fosse anche del più nefasto dei propri nemici di classe. Epperò si permettono di strepitare di brogli in un’elezione che ha confermato tutti i sondaggi, interni ed esterni, più di trenta, che ha visto un dibattito libero e vivace come nella zombilandia occidentale manco ce lo sogniamo, un’affluenza dell’80%, una differenza di 21 milioni sul candidato appoggiato da tutta la cosca Nato e in cui, per sovraprezzo, si è deciso di andare alla verifica di tutti quei voti per cui sono state avanzate contestazioni. Hanno individuato la prova della truffa nella comunicazione dei risultati appena due ore dalla fine dello spoglio, ma hanno guardato dall’altra parte quando lo sconfitto annunciava la propria vittoria ore prima della fine del conteggio. Orgasmatiche tra le sorelle verdi scese su alti tacchi dai quartieri alti, le vibranti inviate dei nostri media non hanno mai messo piede nelle provincie, nelle città e nei villaggi dell’entroterra dove da anni Ahmadi Nejad gode di un appoggio stramaggioritario. L’evidenza di uno scontro di classe tra borghesia dei commerci, delle professioni, degli affari e i ceti dei meno abbienti, l’hanno accantonata con lo sprezzante “non sempre il proletariato fa le scelte giuste”. Avrebbero potuto documentarsi sul perché il presidente abbia vinto tra i lavoratori del petrolio e delle grandi industrie: avrebbero scoperto che a costoro non piaceva il programma riformista di privatizzazione di tali industrie e deregolamentazione dei servizi pubblici. Fossero andati nelle regioni di confine, avrebbero potuto capire le ragioni del massiccio voto per Ahmadi Nejad nel suo rafforzamento della sicurezza alla frontiere contro le sempre più virulenti minacce israeliane e statunitensi e le operazioni sporche finalizzate a creare movimenti secessionisti. Ecco, invece, che riemerge, per tutto ridurre ad unum, l’ombra di Hitler, quella da tempo cucita dai nazisionisti e neocon sulla figura di Ahmadi Nejad. Non è stato così con Milosevic, con Fidel, Kim Jong Il, Chavez, Nasrallah, Saddam? E mai con Uribe, Mubaraq, Netaniahu? E qual’era il crimine hitleriano di costoro se non la mancata calata dei pantaloni davanti a Exxon, Monsanto e il Pentagono? Repetita juvant, ma solo per chi non è stato infettato dalla sindrome di Giuda.

Netaniahu aveva sollecitato i propri accoliti sionisti negli Usa a giocare fino in fondo la carta della frode elettorale, onde distogliere Obama da eventuali dialoghi con Tehran. L’emittente Usa “ABC” e il londinese “Daily Telegraph” avevano annunciato nel maggio del 2007 che la Cia aveva ricevuto il mandato presidenziale di unire le operazioni sporche per destabilizzare il governo iraniano a una grande campagna di propaganda e disinformazione contro il regime dei mullah. John Bolton, ex-ambasciatore Usa all’ONU, aveva dichiarato che un attacco all’Iran sarebbe stata l’opzione estrema, ma solo dopo sanzioni economiche e dopo il fallimento di una rivolta popolare per presunti brogli elettorali. Il giornalista investigativo Seymour Hersch, premio Pulitzer, aveva rivelato mesi fa sul “New Yorker” che il Congresso aveva approvato una richiesta della Casa Bianca di finanziare con 400 milioni di dollari una grande campagna di sabotaggi del potere religioso iraniano. Un giorno prima delle elezioni, il neocon Kenneth Timmerman scrisse che vi sarebbe stata una “rivoluzione verde” a Tehran per la quale la National Endowment for Democracy (NED), quella dietro a tutte le “rivoluzioni colorate”, avrebbe già speso milioni di dollari. I legami del gruppo Musavi con Ong finanziate dalla NED sono noti. Per quale motivo preparare una “rivoluzione verde” prima del voto, visto che Musavi e i suoi si dicevano sicuri della vittoria?


Tutto questo dovrebbe porre un freno agli ossessi dell’unità delle sinistre. Unità con chi? Unità con i bulimici di strapuntini PD? Unità con chi si mette la stola del Dalai Lama e sfoggia sorrisi celestiali? Unità con chi salta su e marcia a ogni suon di tromba dell’associazione a delinquere chiamata “comunità internazionale”, fino alla disintegrazione del Sudan grazie ai mercenari locali nel Darfur, fino al doppio stato in Palestina che destina quel popolo alla sottomissione, alla frantumazione, all’estinzione. Fino all’esportazione dei “diritti umani” e della “democrazia” tipo Uribe, Karzai, Al Maliki, Mubaraq, in Somalia, Eritrea, Venezuela, Cuba, Nepal, Gaza, Bolivia, ovunque nel mondo vi sia una miniera da arraffare, una foresta da tagliare, una sorgente da rubare, un popolo di troppo da sterminare. Pigolìì sommessi e incerti sono state, a questo proposito, le voci non allineate che resistono in nicchie anatagoniste. La lezione pro-Nato del compromissorio Berlinguer e le flatulenze collaborazioniste di Bertinotti hanno prodotto un degrado etico-politico universale. Hanno avvolto il maglio dell’imperialismo nell’ovatta dei diritti civili e di una democrazia talmente falsa da nobilitare al confronto l’ipocrisia di 2000 anni di pontefici di Santa Romana Chiesa. E senza sapere di imperialismo, cari compagni, non si sa e non si fa un fico secco di lotta di classe. E non la si sa e non la si fa mai più con queste escrescenze spurie di una storia compromessa, qualsiasi unità si voglia costruire incollando i cocci di un’anfora il cui vino è andato a male da tempo. Personalmente non sono disposto a estenuarmi ulteriormente in indulgenze per chi arriva a vertici di idiozia o collateralismo come quelli denunciati in questa scritto. Chi toppa sull’imperialismo e sull’internazionalismo non può avere voce in capitolo neanche su precari, terremoto e Vicenza. Si deve ripartire da capo, que se vayan todos.