venerdì 4 settembre 2009

NOTA AGGIUNTIVA SUI PREDATORI DI ORGANI








Un compagno medico mi scrive correggendo alcuni dati del mio precedente post "Campioni di verità, Campioni di orrore", ove precisa che è pratica corrente nelle autopsie riempire poi il torace di sostanze varie. Bene. Giustamente però poi si chiede perchè mai gli israeliani pratichino autopsie su prigionieri o altre vittime palestinesi. Appunto. Infatti, come provato da infinite testimonianze, perchè ne hanno sottratto gli organi. Aggiunge che uno dei motivi potrebbe anche essere la verifica sui colpiti degli effetti delle nuove armi israeliane. Giusto. Aggiunge anche che per prelevare organi validi il cuore deve battere. O, mi permetto di dire io su suggerimento di altro medico, che abbia appena finito di battere e sia stato appropriatamente conservato. Per cui il rapimento di palestinesi feriti. E' di ieri il caso di un ragazzo palestinese colpito da un soldato israeliano vicino a Ramallah. L'ambulanza della Mezzaluna palestinese voleva caricarlo, ma ne è stato impedita in attesa dell'arrivo, poi immediato, dell'ambulanza israeliana, evidentemente attrezzata in modo da non permettere il deterioramento degli organi. Un'obbiezione del tutto valida, poi, è quella relativa a corpi sottratti alla tomba. Qui, la mia fonte, ha evidentemente sbagliato. Un corpo disseppellito è ormai inutilizzabile per trapianti. Quanto alla difficoltà di dimostrare il furto di organi, segnalata dal mio amico, ebbene il materiale emerso da anni in tutti i territori occupati, a volte confermato da fonti israeliane, ha ampiamente ridotto quella difficoltà. Ringrazio il mio interlocutore.

giovedì 3 settembre 2009

EROI DELLA VERITA', CAMPIONI DELL'ORRORE











































Nelle foto: Tariq Aziz, bambino iracheno con foto di Muntather al Zaidi, Abdelmaset Al Megrahi e manifestazione per la sua liberazione, palestinesi vittime del traffico d’organi

Peccare di silenzio quando si dovrebbe protestare rende gli uomini codardi.
(Abraham Lincoln)
I militari? Stupidi, ottusi animali da usare come strumenti della politica estera.
(Henry Kissinger, segretario di Stato)
Si può sostenere la menzogna solo nella misura in cui lo Stato può proteggere il popolo dagli effetti politici, economici e militari della menzogna. Resta così di importanza vitale che lo Stato usi tutti i suoi poteri per reprimere il dissenso, poiché la verità è il nemico mortale della menzogna e, di conseguenza, dello Stato.
(Joseph Goebbels, ministro della propaganda di Hitler)

Una premessa
Il giornalista autore dell’articolo sui “dittatori africani, mostri e pagliacci”, si cui si parla nel precedente post, mi ha accusato di non aver capito nulla della sua recensione. Di questa ho riportato la data in cui è uscita sul “manifesto”. Ognuno può andare sul sito del giornale e farsi un’idea. Non credo che le citazioni virgolettate che ho riportate possano essere smentite. E tanto mi basta. Ma serve un’integrazione. Nel libro recensito si calca la mano pesantemente sulle arretratezze culturali e implicitamente biologiche dei popoli africani che hanno prodotto aborti politici come Amin o Bokassa. Nulla si dice della classe dirigente emersa dalle lotte di liberazione (basti ricordare Patrice Lumumba del Congo) e che il necolonialismo ha spazzato via con le armi (perlopiù di eserciti mercenari), i colpi di Stato, gli attentati, il sabotaggio. Nulla o pochissimo si dice sulla matrice occidentale dalla quale sono stati fatti rigurgitare certi figuri funzionali al revanscismo colonialista. Si pensi alle intimità tra il presunto cannibale Bokassa della Repubblica Centroafricana e l’elegante Giscard D’Estaing, presidente francese bulimico di diamanti. Ma più rappresentativo di questa fenomenologia è certamente il caso di Idi Amin, presidente dell’Uganda, che minacciava di far spezzatino di Israele e poi, senza alzare un sopracciglio, s’è fatto sequestrare l’aeroporto della capitale da un commando dell’entità sionista alla caccia di dirottatori.
Un’ora dopo che Radio Uganda aveva annunciato in Idi Amin il nuovo governante del paese, uno stupito ambasciatore britannico, corso a salutare il neopresidente, lo trovò in cordiale téte-a-téte con il colonello Bar-Lev, addetto militare israeliano. Il colpo di Stato li aveva visti affiancati nel dare la caccia agli ufficiali fedeli al presidente deposto Milton Obote. Al corpo diplomatico Bar-Lev fu lesto a garantire che la posizione di Amin era solida e da riconoscere. Seguirono settimane di assestamento in cui il colonello israeliano figurò come consigliere capo dell’ex-pugile insediato, specie nell’eliminazione, ben collaudata in Palestina, di ogni sacca di resistenza civile o militare.

Poco dopo, la prima visita di Stato Amin la fece alla collega prediletta, la premier israeliana Golda Meir, una strega stragista se ce n’era una. Che gli riempì l’arsenale di armi. A che scopo? Israele sosteneva allora (esattamente come adesso, anche in Darfur, e qui hai voglia a sfottere Gheddafi che su questo ha detto inconfutabili verità), insieme a Usa e Vaticano, forze mercenarie secessioniste nel Sud Sudan, intese allora come oggi a frantumare il più grande paese arabo-africano, trasudante petrolio e rifiuto del colonialismo di ritorno. A questo scopo Israele aveva già addestrato l’esercito ugandese negli anni ’60 e Amin aveva per questo seguito un corso in Israele. Appena nominato capo di stato maggiore, eseguì le indicazioni israeliane di far giungere armi e combattenti ai separatisti sudanesi, ostacolato peraltro da Obote che auspicava la pace e l’unità sudanesi. Il contrasto si risolse con la rimozione del generale Amin. Agli israeliani era venuto a mancare il bastone con cui picchiare il Sudan. Onde il golpe. Di cui tutti nel Nord del mondo furono felici e contenti. Ma di cui nella recensione citata non v’è traccia. Ci si dica perché.

Commozione e rabbia per la nuova condanna che il tribunale-fantoccio installato dagli Usa a Baghdad ha inflitto a Tariq Aziz, vice primo ministro e ministro degli esteri dell’Iraq libero. Dopo averlo seppellito fin dal 2003 nelle loro fetide prigioni, dove era costretto a campare con un litro di acqua al giorno, a scavarsi da solo la latrina, senza contatti con avvocati e famigliari, dopo essersene fregati di un paio di crisi cardiache che hanno ridotto il 73enne a una larva umana, gli occupanti lo hanno messo tra gli artigli insanguinati di Abdel-Rahman, burattino giudiziario appeso ai fili degli statunitensi. Per domare Saddam Hussein, questa caricatura di giudice ne aveva affidato l’infame impiccagione ai teppisti del gaglioffo statunitense-iraniano Moqtada, senza peraltro riuscire neanche a scalfire il coraggio e la dignità del grande statista arabo. Morto come aveva vissuto. La sentenza del 3 agosto a 7 anni si aggiunge alla precedente a 15 anni, entrambe basate su grottesche montature relative a repressioni di rivolte curde di cui Aziz non si era mai occupato, e che al giudice mercenario erano state suggerite dai comandi Usa. Per Aziz 22 anni equivalgono a una condanna all’ergastolo. Ho incontrato questo colto, intelligente, umanissimo e retto politico iracheno, un cattolico a dimostrazione del pluralismo laico vigente sotto Saddam, oggi cancellato, quando era ministro dell’informazione e responsabile del quotidiano del partito Baath, “Ath Thaura” , diretto da un bravo giornalista palestinese e grande amico mio, Nasif Awad. Così ebbi l’onore e la gioia di fare per circa cinque anni il corrispondente del giornale da Roma. Intervistai per l’ultima volta il vice-primo ministro a Baghdad alla vigilia dell’assalto imperialista, febbraio 2003, in occasione di un convegno in cui tante forze di sinistra e antimperialiste del mondo, del sud del mondo, vennero a manifestare solidarietà contro le discariche tossiche delle menzogne e truffe Usa. Solidarietà che poi pochi avrebbero mantenuto, travolti, in buona o cattiva fede, dallo tsunami di invenzioni demonizzanti allestito da USraele. Invenzioni bevute come acqua pura dai nostri sinistri più sinistri, che ovviamente ne uscirono più fatti di un tossico del Bronx. Pazientemente mi elencò tutte le ragioni irachene, quelle vere e quelle mistificate degli assalitori, il significato della resistenza irachena e araba all’imperialismo-sionismo, le conseguenze per la lotta di classe e per l’umanità oppressa di una disfatta irachena. E quanto gli anni successivi gli avrebbero dato ragione è sotto gli occhi di tutti. Di quelli che gli occhi li aprono. In nessun momento dell’incredibile travaglio inflitto per sei anni dai barbari, Tariq Aziz ha deflesso dalla dignità di una vita. Gli avevano offerto l’espatrio se avesse avallato le false accuse a Saddam. Un iracheno.

Una ricordo al volo di Muntather al Zaidi. E’ la forza di un popolo, che in lui e nel suo gesto si è riconosciuto, che porterà alla liberazione di questo eroe iracheno prima della scadenza. La passione con cui l’Iraq e’ sceso in piazza, ad eccezione dei botoli ringhianti al servizio di Iran e Usa, per sostenere e applaudire il trentenne reporter che, in piena conferenza d’addio del delinquente demente della Casa Bianca, gli aveva lanciato addosso le scarpe, ha portato alla riduzione della pena di tre anni e all’imminente rilascio “per buona condotta” deciso tra i denti da occupanti e fantocci per placare i tumulti suscitati dalla detenzione di uno dei figli più nobili del paese. Un’azione individuale, quella del 14 dicembre 2008, che diventò collettiva in tutto il mondo, fino a sommergere lo stesso correo di Bush, Tony Blair, con un lancio di migliaia di scarpe a Downing Street e a ripetersi per tutto il globo terracqueo, a dimostrazione di un sacrosanto odio universale per gli imperialisti. Gridò Muntather, al seguito delle sue scarpe: “Questo è il nostro bacio d’addio, cane! Questo ti viene dalle vedove, dagli orfani, da tutti quelli che sono stati ammazzati in Iraq”. Al processo gli promisero mari e monti per una lettera di smentita e pentimento. Avrebbero convinto piuttosto la stele di Hammurabi. A vergogna di quelle cosiddette sinistre che hanno fatto da palo all’assassino del più coraggioso dei paesi del Sud. Muntather, un iracheno.

Al Megrahi, un campione e martire della verità e del suo popolo
Anche qui i giornali e quotidiani “comunisti” hanno concelebrato il sabba dei demoni cialtroni. Nel coro dell’indignazione di una canea internazionale, purulenta di ipocrisia, di fronte agli onori e alla riconoscenza tributata ad Al Magrahi, morente di cancro, al ritorno in patria, hanno inserito le loro voci: “l’assassino di Lockerbie”, “il condannato per la strage di Lockerbie”, “il terrorista libico”. Non l’ombra di un dubbio, a dispetto dell’alluvione di documenti, voci, prove che in questi giorni affermavano l’innocenza di Abdelbaset Al Megrahi, condannato ad “almeno 27 anni” da una corte-canguro scozzese per l’esplosione in volo del Boeing 747 Pan Am nel Natale 1988 sul paese di Lockerbie, con 270 morti. Alla luce di evidenze e testimonianze che avrebbero totalmente esonerato il condannato, sempre proclamatosi innocente, ma sacrificato alla ragion di Stato da una Libia che veniva strangolata dalle sanzioni occidentali e dagli attacchi omicidi di reagan e del primo Bush, la Corte scozzese ha deciso di rinunciare all’appello programmato pur di levarsi dai piedi il colossale imbarazzo, ricorrendo alla “liberazione per motivi umanitari”.

Il giorno dopo la strage, Washington e Londra preferirono scagliare le loro accuse contro Siria e Iran. Il mandante sarebbe stato Khomeini, per vendicarsi dell’abbattimento di un aereo passeggeri sul Golfo Persico ad opera della nave Usa USS Vincennes (290 vittime), e il sicario un militante dello scissionista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale di Ahmed Jibril. Ma si era sulla fine della guerra che l’Iran aveva lanciato contro l’irriducibile Iraq, gli si doveva riconoscenza imperialista per questo, come per il concorso finanziario allo sterminio dei sandinisti del Nicaragua ad opera della reaganiana Contra. Se ne aspettavano altre collaborazioni per la Guerra del Golfo, per il successivo sbranamento finale dell’Iraq e per il contributo al contagio islamista nelle repubbliche ex-sovietiche nell’Asia del gas e del petrolio, Cecenia in testa. Così Margaret Thatcher e George Bush intimarono a Scotland Yard di smetterla di scavare sul posto e ai magistrati scozzesi di cambiare il soggetto della montatura. E fu la crocifissione della Libia. Basata sul fatto che il timer MST13 trovato tra le macerie del Boeing era stato venduto alla Libia (era reperibile in tutto il mondo, peggio della Coca Cola) e che altri resti dell’ordigno erano stati ricuperati avvolti in parti di vestiario acquistati da Al Megrahi a Malta. Così, almeno, giurò, in cambio di 2 milioni di sterline, tale Tony Gauci, negoziante a La Valletta, che affermò, dopo varie indicazioni contradditorie, di aver riconosciuto il libico “venuto nel suo negozio ad acquistare vestiti”. Rimase l’unico elemento alla base della condanna. Lo stesso elemento permise, paradossalmente, l’assoluzione dell’altro imputato libico, Lamin Fimah. Nessuno si sentì turbato dal fatto che il riconoscimento di Al Megrahi era avvenuto, ovviamente, dopo che Gauci e tutti ne avevano visto la faccia per anni sui giornali di mezzo mondo. In precedenza il negoziante maltese aveva anche “riconosciuto”, per placare le ansie di Scotland Yard e della Cia che volteggiava su tutto, altri soggetti, compreso addirittura un agente della Cia. E magari ci aveva preso. Non vi ricorda lo sciagurato, ma utilissimo tassista Cornelio Rolandi che, al servizio del governo italiano e della sua polizia, “riconobbe” in Pietro Valpreda colui che aveva portato la bomba alla Banca dell’Agricoltura? Riconoscimento pure certificato dalla previa visione di foto sui media e di archivio. Così operano quelli.

I due milioni di sterline provenivano da chi aveva qualcosa da nascondere, gli Usa. Chissà quanto ha intascato Bin Laden per un servizio analogo. Questo e altri corposi elementi portarono la corte scozzese, molti dei cui magistrati avevano già definito la sentenza un “aborto giuridico”, a decidere dopo tre anni, per un nuovo processo. Megrahi e i suoi legali lo volevano a tutti i costi. Alla fine, opportunamente pressati, i giudici scozzesi, atterriti dalle prove che sbaraccavano il miserabile impianto accusatorio originale, decisero per l’annullamento e la liberazione della loro vittima. Robert Black, Procuratore Generale e professore emerito di giurisprudenza all’Università di Edimburgo dichiarò. “Nessun tribunale padrone della ragione avrebbe dovuto o potuto condannarlo sulla base delle prove avanzate nel primo processo. Ciò che ha fatto la Corte scozzese è uno scandalo e un’assoluta infamia” .

La storia emersa e che, se non dei giornalisti – non ce ne sono in questo paese – avrebbe dovuto sollecitare la curiosità dei compagni dei media “di opposizione” parlamentare e sparlamentarizzata, è un’altra e ci riporta allo schema di sempre, di Pearl Harbour, della Maine, del Golfo del Tonchino, di Racak in Kosovo, delle bombe nel mercato di Sarajevo, di Sebrenica, di Al Qaida fatta spuntare da USraele ovunque convenga piombare, dell’11 settembre. La più accurata indagine sull’attentato, svolta da una ditta chiamata “Interfor” con ex-agenti del Mossad, aveva scoperto che l’aeroporto di Francoforte era il crocevia per un traffico di droga gestito dalla Cia in partneriato con la DEA (Ente antidroga Usa) e soci sciolti. Bagaglio pulito veniva scambiato con valigie zeppe di stupefacenti. In questo giro si sarebbe inserita una squadra Cia di Beirut che avrebbe sostituito al solito collo con la droga uno contenente la bomba di Lockerbie. Gli uomini del Mossad, evidentemente fuori dal piano, avvertirono il Bundeskriminalamt, (BKA), la polizia di Stato tedesca, 24 ore prima che la bomba venisse piazzata sul Boeing, che qualcosa stava avvenendo intorno al volo Pan Am 103. Il BKA passò l’avvertimento alla Cia che asserì “tutto sotto controllo” e non diede seguito. Durante il carico dei bagagli sull’aereo, un agente del BKA notò una valigia che appariva diversa dai soliti contenitori di droga. Alla luce della segnalazione di cui sopra, passò la sua scoperta alla Cia. L’ufficio controlli dell’agenzia reagì in questi termini: “Non vi preoccupate, non fermatela, lasciatela andare”. Altro particolare in cui nessun inquirente ha voluto ficcare il naso è l’irruzione con scasso che si fece all’aeroporto londinese di Heathrow la notte prima del volo, nel deposito bagagli di quell'aereo. Ora il martire libico riscattato ha annunciato che avrebbe nominato il vero autore dell’attentato prima di morire. Secondo il londinese “Daily Express”, il personaggio, dallo pseudonimo “Abu Elias”, è una spia degli Usa che vive in quel paese.

Gheddafi, “il cane pazzo” di Reagan, era da tempo nel mirino degli Usa. Nel 1986 lo si accusa di aver messo bombe in una discoteca berlinese. Un disertore del Mossad rovina il giochino dichiarando che la sua agenzia aveva incastrato la Libia in una montatura. Quelle bombe non erano di Gheddafi. Un anno dopo Reagan, per assassinare Gheddafi, colpevole di sostenere vari movimenti di liberazione, bombarda Tripoli uccidendo 88 cittadini, compresa la figlia adottiva di due anni del leader libico. Nel 1988, la Francia muove il vassallo Ciad alla guerra contro la Libia e piazza una bomba sul jet privato di Gheddafi, che poi viene rimossa in tempo. Anni prima, nel 1980, Ustica: il tentativo “alleato”, connivente l’Italia, di abbattere l’aereo di Gheddafi sbaglia bersaglio. Nostri i morti. Ancora non ci dicono niente.
Per anni Gheddafi rifiuta di estradare Al Megrahi, insieme al coimputato poi subito assolto. Ma la pressione imperialista sul suo paese è micidiale e rischia di essere letale. Con un agnello sacrificale, Gheddafi garantisce la sopravvivenza al suo paese. Non mi sento di dare un giudizio su questo comportamento, ma coloro che, da vecchi sanguinari colonialisti destri o sinistri, insistono alla faccia di ogni dato documentato sull’ ”arabo terrorista” e sulla “vergogna di Berlusconi accanto a un Gheddafi che ha accolto con tutti gli onori il terrorista di Lockerbie”, ogni volta che pronunciano la parola “Libia” dovrebbero battersi il petto per il maresciallo Graziani e sciacquarsi la bocca con la varichina. Specie quando Gheddafi, che i paesi dell’Africa hanno eletto presidente dell’Unione Africana, sacrosantamente denuncia i complotti destabilizzanti e guerrafondai attuati da Israele contro gli Stati dell’Unione. La vergogna è tutta loro. Berlusconi è tutto nostro. I libici si tengano stretti Gheddafi che “dallo scatolone di sabbia” stuprato dagli italiani ha tratto una nazione benestante e orgogliosa. Prima di fargli le bucce sulla situazione dei migranti (le faccia l’ONU!), togliamoci dagli occhi il trave della nostro razzismo di regime e di società, ricordandoci che non sono stati i libici a ridurre alla disperazione i popoli africani in fuga. Siamo stati e siamo noi del Nord, solo noi.

Traffici d’organi per il popolo eletto
Che Israele sia uno Stato razzista, genocida e pirata è confermato da 60 anni di crimini contro l’umanità e di guerra, dalla violazione di decine di risoluzioni Onu, dal disprezzo per le sentenze sul muro della Corte Internazionale di Giustizia, da processi per corruzione, malversazione, riciclaggio mafioso, traffico di droga, delitti sessuali, cui la stessa magistratura israeliana ha sottoposto i suoi massimi dirigenti, da Olmert al nazista ministro degli esteri Lieberman. Quella specie di Gozzilla che oggi sta girando per alcuni Stati africani vassalli degli Usa per confermare quanto il leader libico ha denunciato. Ma se avete acuti i sensi di udito e vista e pure la scelta dei media, per quanto ardua, avrete anche saputo di Donald Bostrom, del suo giornale, lo svedese Aftonbladet, con quell’articolo sul furto di organi di giovani palestinesi assassinati, della reazione di Israele con codazzo sion-con a base di urla di “antisemitismo” e di intimidazioni e ricatti vittimistici, dello spudorato e nazistoide invito di Netaniahu al governo svedese di mettere il bavaglio alla stampa (a quando il gemellaggio con Arcore?), della ferma risposta di Stoccolma che quel governo ha per norma inviolabile il rispetto della libertà di stampa. Poi non avete saputo più niente. A meno che non siate anche voi disinibiti e scrupolosi ricercatori nel vasto mondo dell’informazione non schiavizzata, complice, o autoevirata. Dove si trova tutto ciò che quei media-mignotte non vogliono che si trovi. Come ogni cosa che violi il tabù assoluto di irritare Israele e la lobby ebraica, una lobby così onnipenetrante da far sembrare uno sputazzo la sigla d’apertura di Blob.
Nell’articolo di Bostrom si racconta della pratica di sottrarre organi a giovani palestinesi uccisi negli scontri, o in qualsiasi altro modo la fervida fantasia di Israele immagini, e di venderli ai tanti migliori offerenti, in particolare al crimine organizzato del New Jersey, composto da un mucchio di rabbini, uno dei quali, Levy Izhak Rosenbaum, è sotto processo accusato di mediare il commercio di reni umani per trapianti. Il racconto parte da un furto d’organo nel 1992, durante la prima Intifada, quando gli occupanti israeliani catturarono un ragazzo, Bilal, che lanciava pietre a Nablus, gli spararono nel petto e nelle gambe e lo restituirono alla famiglia cinque giorni dopo, di notte. Ponendolo nella fossa, i parenti scoprirono che Bilal era stato aperto dallo stomaco al mento e che al posto degli organi vitali c’erano pacchi di cotone. Una pratica corrente da allora sulla quale ora le testimonianze dirette si moltiplicano. Sempre di notte, dopo cinque giorni, sempre con corredo di sbirri israeliani, sempre senza luce e senza concorso di gente al di là dei parenti più stretti. Le testimonianze sono migliaia, in massima parte uniformi. Al punto che Israele ha dovuto incominciare ad ammettere. L’agenzia Israel National News (www.allbusiness.com/middle-east/israel/102662-1.html) ne aveva rivelato almeno un caso nel 2002: il patologo di un ospedale israeliano aveva espiantato e commercializzato organi senza autorizzazione. La notizia e relativa indagine, come capita a tutte le notizie relative al banditismo israeliano, erano finite subito nell’impenetrabile archivio della sconfinata indulgenza dello e per lo Stato ebraico.

Le rivelazioni di Bostrom hanno scatenato un uragano di interventi a conferma di una pratica spaventosa che ha colpito migliaia di giovani palestinesi rapiti, incarcerati o uccisi. Farebbero un bel paginone sul “manifesto”, accanto a quello che avvolgeva in ghirlande i pacifinti letterati di quel paese. E di cui s’è detto nel post precedente. Kawther Salam, rispettato giornalista che per vent’anni ha riferito dai territori occupati e alla fine ha dovuto rifugiarsi a Vienna dove, come Bostrom, viene inseguito da minacce di morte, riporta nomi, luoghi, date e circostanze che confermano il meccanismo: ragazzi palestinesi feriti, rapiti dagli ospedali palestinesi, uccisi, prelevati dai cimiteri appena sepolti, o catturati nelle più varie circostanze fin dagli anni’70, finiscono nell’ospedale israeliano di Abu Kabir (Istituto di medicina legale) e nelle mani del capo patologo Dr. Yehuda Hiss. Qui vengono sottoposti a un’ “autopsia” che li svuota degli organi. In media cinque giorni dopo, vengono accompagnati da un’unità militare ai propri famigliari per la sepoltura, regolarmente di notte, con il permesso ai soli stretti congiunti di partecipare e l’interruzione della fornitura elettrica nella zona interessata. In moltissimi casi, o fortuitamente, perché il telo ospedaliero si è spostato durante il trasporto, o perché qualcuno è riuscito a sollevarlo, si è potuta rilevare sulla salma un taglio verticale dall’inguine alla testa, ricucito come si ricuce un pallone. Nelle occasioni in cui ai famigliari è stato possibile intervenire, o in cui il cadavere è stato consegnato senza la cerimonia descritta, nel corpo riaperto al posto degli organi è stato trovato cotone. Detenuti palestinesi hanno denunciato come decine di loro compagni, di cui citano i nomi, siano scomparsi dal carcere senza venire poi mai ritrovati. In compenso nei cimiteri militari israeliani si trovano centinaia di targhe anonime o segnate da semplici numeri.

Niente di sorprendente per uno Stato come quello che si vuole ebraico per pulizia etnica, nel quale il primo, storico, trapianto cardiaco nel 1968 fu effettuato su un paziente vivo, Avraham Sadegat, senza la sua autorizzazione e senza consultarne la famiglia. A questa fu detto che il paziente era deceduto due giorni dopo un infarto. Ma alla consegna del corpo, i famigliari scoprirono che la cavità toracica era senza cuore e foderata di bende. L’episodio, insieme a numerosi successivi che riguardarono ragazzi palestinesi, casi in crescita esponenziale al tempo delle intifade, fu allora riportato da giornali come il New York Times, o il Washington Report on Middle East Affairs. Capitò addirittura a uno scozzese, Alistair Sinclair, che era stato fermato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e ivi morì da arrestato. Gli israeliani pretesero 4.900 dollari per riportare a casa il corpo di Sinclair. Un’autopsia a Edimburgo rivelò che il cuore era scomparso. Ne seguì una nota di protesta dell’Ambasciata britannica. Nel 2002 addirittura un ministro israeliano, Nessim Dahan, ammise implicitamente che organi prelevati da vittime palestinesi potevano essere stati usati per trapianti in pazienti ebrei, senza informarne le famiglie palestinesi: “Non posso dare per certo che queste cose non accadono”. In quell’epoca uno scienziato israeliano fuori dal coro, Anat Maor, presidente del Comitato scientifico della Knesset, denunciò la presenza nei depositi dell’Istituto Legale "Abu Kabir" di parti di corpo illegalmente immagazzinati.

Tutto questo avviene sotto gli occhi consapevoli delle autorità militari e civili israeliane, a partire dai generali Gadi Zohar e Gadi Shamni, già capi dell’amministrazione civile nei territori occupati, e con la connivenza di numerosi medici ed è all’origine di un racket di organi motivato dall’indisponibilità dei cittadini ebrei di Israele di donare i propri organi. I donatori sono il 4% rispetto a una media internazionale del 33%. Yehuda Hiss, responsabile dell’Istituto, di cui Maor aveva chiesto le dimissioni, è da anni che espianta organi, arti, ovaie, testicoli, occhi, per venderli a istituti medici e cliniche. Non è stato mai processato né inquisito. Una commissione governativa brasiliana denunciò nel 2004 un commercio di organi di cui erano vittime cittadini in miseria e che veniva finanziato da Israele. Un rene fruttava al donatore 3000 dollari, ma ne fruttava fino a 140mila sul mercato (vedi i giornali israeliani “Haaretz” e “Jerusalem Post”). Del resto, Nancy Scheper-Hughes, che dirige il Progetto Controllo Organi all’Università di Berkeley, California, aveva già segnalato a una commissione governativa brasiliana un intenso traffico di organi a partire dal 1997, promosso da Zacki Shapiro, direttore di un ospedale a Tel Aviv. Lo stesso predatore, massimo specialista israeliano di trapianti, viene arrestato nel 2007 in Turchia per traffico illegale di organi.

Al furto di organi di assassinati palestinesi, Israele associa il prelievo organizzato nei paesi ricchi da disperati disposti a mutilarsi per tirare avanti ancora un po’. Le origini di questo business criminale risalgono alla stretta associazione dei due Stati dell’Apartheid, Sudafrica e Israele. I donatori venivano reclutati tra le masse povere di Brasile, India, Romania, Turchia. Per sottoporsi alla cessione di un rene in una clinica di Durban, ai ricattati venivano pagati sui 5.000 dollari. I 109 riceventi di cui si sono scoperti i nominativi pagavano 120mila dollari per una “vacanza al trapianto”. Per una lista indicativa di palestinesi uccisi e rapinati dei loro organi si veda il sito http://www.uruknet.info/ alla data del 24/08/09: “The Body Snatchers of Israel”. Ci vuole nessuna acrobazia logica per assumere che anche in Iraq dove, sotto occupazione e fantocci infeudati a Iran e Usa, è fiorito il traffico di organi asportati alle vittime dei militari, dei contractors e del terrorismo miliziano scita, sia in mano ai superesperti israeliani.

Nulla di quanto sopra, sole a volte passato per le crepe del controllo sionista sui media esteri, mai smentito dal regime israeliano se non con accuse di antisemitismo, paradossali alla vista dei milioni di morti ammazzati semiti in Iraq e Palestina da USraele, è dato leggere o sentire nei nostri media. Ma nulla di quanto sopra può stupire se non gli ignavi. Quello stato pratica le peggiori efferatezze, il terrorismo di Stato sancito per legge e protetto da impunità assoluta, oltre i limiti dell’orrore concepibile. Stato infanticida con i 450 bambini trucidati nelle tre settimane di “Piombo Fuso”, con altrettanti polverizzati dalle bombe in Libano e molto di più posti alla mercè delle bombe a grappolo disseminate in quel paese, con lo stillicidio di minori uccisi, sequestrati, torturati nelle carceri fuorilegge in tutti i territori occupati, con gli sgherri dei servizi e delle forze speciali israeliani all’opera ovunque tirannie e oligarchie abbattano la repressione su giovani antagonisti. Dall’Honduras alla Colombia a tutta l’America Latina delle dittature, all’Africa, all’Asia. Se ne può stupire solo chi non ha visto Gaza. Dovremmo essere miliardi a urlare “basta!”. Forse ci arriveremo. Prima che questi scassino il mondo.

lunedì 31 agosto 2009

ERITREA: UN'ALTRA OPERAZIONE CONGIUNTA IMPERIALISMO DESTRO E IMPERIALISMO SINISTRO (con qualche ricordo di quando c'ero e una testimonianza)





















Nessun paese del Primo Mondo era mai prima riuscito a eliminare così totalmente ogni obiettività da tutti i suoi mezzi d’informazione.
(Gore Vidal)

La Central Intelligence Agency (CIA) è padrona di chiunque sia significativo nei principali media.
(William Colby, direttore Cia negli anni’70)

Per coloro che ostinatamente cercano la libertà non c’è compito più urgente che comprendere i meccanismi e le pratiche dell’indottrinamento… Troppo spesso siamo gli strumenti inconsapevoli di “lavaggi del cervello in democrazia”.
(Noam Chomsky)

Riprendo, dopo una mesata di sosta, il colloquio con i miei compagni di viaggio nella decostruzione di balle, cialtroni e utili idioti, ringraziando tutti coloro che, gentilmente, hanno sollecitato la ripresa di queste intemperanze, o mi hanno offerto preziosi suggerimenti ai quali vorrò adempire nei limiti dei miei tempi e delle mie capacità. Avrei voluto ripartire per una volta in positivo parlandovi subito di alcuni eroi del nostro tempo, ovviamente di tinta più scura della mia, azzannati da sinistra e destra da coloro che la pelle ce l’hanno come me. Ma ho rimandato perché, mentre, subito al mio ritorno (dove ho passato agosto quel giornale non c’era) mi tornavano a intorcinarsi le budella alla digestione di alcune calcoli del “manifesto”, m’è capitato a fagiolone la testimonianza di un compagno e antico amico. La potete leggere qui sotto, dopo una premessa. Si tratta del racconto e delle impressioni di un viaggio, non di un’analisi documentata, ma bastano le cose viste e riferite da Mattia per mettere radicalmente in dubbio il quadro che ci viene propinato su quest’ennesimo “Stato canaglia”. Quanto al “giornale comunista”, i prolegòmeni (dal greco prolegein, “dire prima”) all’intervento del mio amico sono stati due meravigliosi saggi, uno di mistificazione ipersionista e l’altro di ottundimento razzista e colonialista. Andateveli a vedere: 23/8, Gabriella Steiner Moscati (il nome promette quel che la penna mantiene), “La costellazione Israele”. Corredato dall’astuta direzione del giornale di grande colomba di pace con giubbetto antiproiettile svolazzante su donna araba, il paginone elenca le inesauribili virtù di pace e le valenze d’arte di un tale esercito di bravi e pacifici scrittori dell’entità stragista sionista da polverizzare ogni resistenza mnemonica. E questo è un bene. Di campioni letterari israeliani, architrave del mattatoio eretto in Palestina, ce ne avevano tirati addosso a sufficienza al tempo della Fiera del Libro torinese dedicata allo Stato Criminale, esaltata dal “manifesto” e giustamente boicottata dalle persone perbene. Con nella testata nucelare, allora come adesso, la carica dei tre “venerandi maestri” Oz, Jehoshua e Grossman. Tre infami che hanno lubrificato le armi ai serial killer in Libano, a Gaza, nella costruzione del muro, nella difesa dello Stato sionista.

In piena coerenza con questo sbraco reazionario e nazistoide, ecco il 28 agosto “Biografie grottesche di pagliacci al potere”, in cui tale Paolo Febbraro si spara, con toni da Freude, schoener Goetterfunke (l’Inno alla gioia di Beethoven), una pera imperialista intitolata “Pagliacci e mostri, storia tragicomica di otto dittatori africani” (Idi Amin, Bokassa, Mobutu, chissà perché Sékou Touré e altri) di tale Alberto Sanchez Pinol. Vi si afferma che “con le decolonizzazione gli europei hanno creduto di purificarsi l’anima col principio della non ingerenza (sic), considerando i deliri e la corruzione dei dittatori africani (ossessivi e infingardi, ladri e assassini compulsivi) come un esito fatale e spontaneo da parte di società giovani e disabituate all’arte della politica”. L’oscenità razzista prosegue con la deplorazione per il fatto che “il passato barbaro (sic) dell’Africa non sia morto o in via d’estinzione” e con tirate d’orecchi a “quegli intellettuali di sinistra che, in nome di astratti ideali anticolonialisti” (sic), si sarebbero piegati alla propaganda di questi “mostri”. Pietosi, poi, autore e recensore auspicano per l’Africa la “vera fuoruscita dall’infanzia e un suo ingresso nella grande tragedia della storia”. Peccato che nella grande tragedia della storia ce l’abbiano già cacciata, nel corso dei secoli, consanguinei intellettuali di questi prosseneti del colonialismo, italiani, inglesi, francesi, olandesi, portoghesi, tedeschi, statunitensi, insomma tutto il ciarpame bianco cristiano feudal-capitalista, rubandone le risorse, sconvolgendone l’assetto sociale e culturale, decimandone le popolazioni, devastandone l’ambiente e, soprattutto, violentandone il dna morale e spirituale, al punto da farle abortire questi dittatori, prodotti diretti della manipolazione genetica coloniale e, ancora di più, postcoloniale. Chi altri ha messo su troni incastonati di teschi i Bokassa, gli Idi Amin, i Mobutu, i Selassiè, se non sponsor armatori e predatori euroamericani, con gran concorso di Israele? Chi li ha sostituiti ai combattenti della liberazione trucidati o liquidati o perseguitati, ai Lumumba, Agostino Neto, Mugabe, Nyerere, Nasser, Ben Barka … La conclusione è di un’assoluta coerenza logica con quanto sopra: “Non serve incolpare (si presume della comparsa dei “pagliacci e mostri”) lo statalismo occidentale”. Ma per carità! Sono le stesse parole che Barack Obama ha pronunciato in Ghana. Esonerati cinque secoli di stupri occidentali in Africa, richiamata in servizio la dottrina del selvaggio da civilizzare, si riparte alla grande, prima che Cina e Russia, con le loro buone maniere, ci fottano. Un viatico del “manifesto” al lancio di “Africom”, il nuovo comando strategico Usa per la riconquista coloniale del continente.

La mia Eritrea
Era il 1970. Già inseguivo per il mondo guerre, rivoluzioni, casini vari. Dal ’68 avevamo incominciato ad aprire gli occhi su destini fratelli, magari geograficamente e culturalmente distanti, ma vicinissimi sul piano delle contraddizioni principali. Roba che la sinistra ha ritenuto utile gettare nel fosso per non intralciare la rincorsa del suo trabiccolo alle fuoriserie da cinquemila cavalli e necroscarichi. Ero con una ragazza inglese scaturita dall’Isola di Wight e nella moschea blù di Istambul avevamo rimorchiato un allampanato e roseo studente oxfordiano di geologia, Roger, un equo e solidale ante litteram. Ce la siamo fatta via ferrovia fino ad Assuan, saltando in volo solo l’entità sionista. Da Assuan a Wadi Halfa, attraverso il lago Nasser, occhieggiati dai templi di Abu Simbel, su un battello a ruota del Mississipi, sopravvissuto al Dixieland e a New Orleans, poi giù a Khartum da pochi anni strappata alle fauci britanniche (che poi si sarebbero ripresentate in Darfur al guinzaglio dei cugini maggiori). Qui, associati a due fotografi francesi, fummo avviati dal Fronte di Liberazione Eritreo al paese in lotta di liberazione da un imperatore etiopico che le turbe in stracci della capitale potevano ammirare mentre dal terrazzo della reggia si divertiva a suscitare cagnare tra i suoi molossi gettandogli pezzi di vacca. Ci facemmo a piedi un migliaio di chilometri tra deserto e semideserto dell’altopiano. L’unico cammello portava i bagagli, il tè, lo zucchero, la teiera e un paiolo per riso o sorgo. I dieci guerriglieri che ci accompagnavano portavano l’immortale Kalachnikov. La fatica era boia, le tempeste di sabbia rosse e spillute. Si dormiva nella sabbia, avvolti in un panno, lontani dalle acacie perché ne piovevano insetti micidiali. Ci si svegliava a volte sbarrando gli occhi su una scolopendra a portata di naso. I momenti di ristoro e goduria erano la festa del tè serale, i wadi (fiumi semisecchi) ombreggiati da acacie e palme, la rincorsa dei babbuini dal culo color petrolio al sole, e gli incontri con donne eritree a seno nudo che ci permettevano di abbeverarci, fianco a fianco con il muso dei loro cammelli, dai rari pozzi cui Roger, che di notte ci spiegava le stelle e la loro relazione con le nostre posizioni, in piena frenesia pedagogico-tecnologica, cercava sistematicamente di sovrapporre una carrucola che dimezzasse lo sforzo di tirar su l’otre di capra. Quando finivano i viveri e non c’erano villaggi amici a portata, il Kalachnikov si esercitava su qualche gazzella, la cui carne placava i nostri rimorsi animalisti.

Arrivammo dal confine sudanese, passando per città in sereno e lindo stile littorio, quando non sbriciolate dagli aerei etiopici, come Tessenei, Agordat, Keren, fino alle alture che guardavano sulla luccicante capitale Asmara, circondata dal mare di verde degli agrumeti dei feudatari italiani Barattolo o Delai. Percorrendoli a passo del leopardo e in silenzio, a un compagno eritreo partì una fucilata che mi bruciacchiò la basetta. Risate. Prima c’erano stati un paio di eventi. Il congresso del Fronte che vide la spaccatura, mai risanata, tra FLE e Fronte Popolare, entrambi rigorosamente marxisti-leninisti, ma l’uno, con Ahmed Nasser, a composizione maggioritaria islamica, l’altro, con Isaias Afeworki (oggi presidente), cristiana. Fino a Kassala sul confine Sudan-Eritrea, avevo riferito al mio giornale, “Giorni-Vie Nuove”, per telescrivente. Da lì in poi generosi araldi del Fronte tornavano indietro, a piedi, per portare al punto di partenza del sistema postale fogli riempiti dalla mia Lettera 22 e rullini fotografici. La lingua italiana aveva cementato un’amicizia particolare con guerriglieri reduci da studi a Perugia o Torino. Un pomeriggio ci avevano fatto provare il tombac, una misteriosa mistura rossa appallottolata che andava succhiata tra denti e guancia. Ci ritrovammo, senza sapere come, nel nostro capanno, orgogliosamente realizzato da noi stessi con frasche e imperizia, che eravamo fatti come i marinai dal rum dell’Isola del Tesoro. Una ridarella spasmodica e implacabile che ci faceva sussultare come tarantolati. Il bello era che per la sera era previsto il lungamente atteso incontro con il massimo dirigente del Fronte per un’intervista che avrebbe dovuto far conoscere al mondo una guerra nascosta, ignorata, ma che durava da otto anni. Il capo venne, si sedette a gambe incrociate insieme ai suoi compagni, io gli misi il registratore sotto il naso e sparai domande. Da dietro mi arrivano singulti e scuotimenti repressi. Il capo sorrideva, consapevole e comprensivo. Quando, il giorno dopo metabolizzato il tombac, riascoltai il nastro, a parte qualche strana schicchera sullo sfondo, tutto suonava normale. Una bella intervista su una delle ultime grandi lotta anticoloniali. Fece il giro del mondo. Misteri della professione e del tombac.

Per far arrivare questa guerra di liberazione da un tiranno annessionista oltre i confini del simpatizzante mondo arabo e africano occorrevano prove, non chiacchiere. E le prove erano le foto. Dopo tre settimane di questa carovanata non s’era ancora vista l’ombra di un combattimento. Macerie da bombe sì, ma niente feriti, morti, profughi, niente che potesse figurare come credibile reportage di guerra. Roger, la cui morfologia rosea si era tramutata in rosso paonazzo sotto i morsi carnivori del sole equatoriale, aveva dovuto essere riportato indietro. Ci rimettemmo il cammello. Niente più carrucole sui pozzi. I francesi e io eravamo diventati impazienti e petulanti: dov’è la battaglia, dov’è la guerra? Rompemmo i coglioni ai nostri accompagnatori finchè una mattina, vicino a Keren, il sole sorse su una colonna di combattenti del FLE laceri, sanguinanti e bendati, che scendevano dal crinale dell’altopiano. C’era stata una battaglia con gli etiopi! Lasciata in pianura la spossatezza dell’atroce faticaccia, ci avventammo come camosci sù verso il passo. Lo raggiungemmo, guardammo dall’altra parte e vedemmo una bellissima spianata. “Laggiù ieri c’è stata la battaglia, fotografate”, ci dissero le nostre guide. C’è un momento dove lo stress, il sole, la fame, ti fanno uscire di senno e perdere il senso del reale, dell’opportuno e del possibile. Delusi e incazzati come iene, comunicammo ai nostri compagni eritrei che ne avevamo avuto abbastanza e che ce ne tornavamo a casa, 500 km di sabbia e rocce più in là. E prendemmo a scendere. Niente foto, niente guerra di liberazione.

Abdallah, il più anziano, ci mise poco a riannodare le nostre sinapsi. Ci si parò davanti, ci puntò il Kalachnikov sulla pancia e annunciò “A questo punto siete prigionieri”. Ci fecero camminare in fila, ci portarono su una collina con due capanne, spazzata da un vento collerico, ci costrinsero tutti quanti in una e vi ci tennero per due giorni e tre notti senza parlarci. Saremmo stati giustiziati per ammutinamento? Furono momenti bruttissimi, anche perché una notte un ratto mi morse il naso e la presi come un brutto presagio. La terza mattina, tornato il corriere che, a piedi (e poi ci si chiede com’è che quelli del Corno d’Africa corrano meglio di tutti), aveva raggiunto il comando del FLE per sapere che fare di noi, ci svegliammo circondati dai nostri guerriglieri, tutti sorridenti, e da un sacco di regali: collanine artigianali, pesche e arance, scatolette di legno lavorato, biscotti. Erano penetrati di notte in Asmara occupata e avevano rischiato la pelle per portarci quelle cose. Quella è la gente che oggi governa l’Eritrea e che, appunto perciò, deve essere criminalizzata da un fetido concorso di destra e sinistra.

Ne avrei avute a iosa, anni dopo, di scene di battaglia e di morte in Eritrea. Fu quando l’FLE mi mise su una barca e mi fece attraversare il Mar Rosso dallo Yemen alla Dancalia. Doppiammo, di notte, una nave da guerra etiopica, un’ombra gigantesca cui carezzammo la prua a motore spento, remando con le mani. Ne andava della vita. Sbarcammo a Barasole, villaggio nella punta meridionale della striscia vulcanica dancalese, vicino ad Assab, su cui i predatori etiopici, che fosse sotto Haile Selassie, Menghistu, o l’attuale despota e fantoccio Usa Meles Zenawi, hanno da sempre voluto infilare le zanne per avere l’agognato accesso al mare. Addis Abeba aveva i Phantom e le spie israeliane, onnipresenti dove si tratta di metterla in quel posto al Sud del mondo, e due ore dopo arrivarono dall’alto. Con gran parte della gente facemmo in tempo a salire su un roccione e rintanarci in una grotta. Da lì vedemmo radere al suolo e incenerire un villaggio di trenta capanne fatte di pali di legno e frasche, con le sue cento capre, le sue dodici mucche, una ventina tra donne e bambini che non avevano fatto in tempo. Con i feriti, su camion che risalivano la grattugia delle rocce vulcaniche in condizioni come solo gli eritrei, migliori meccanici del mondo, li sapevano sistemare, raggiungemmo le cliniche da campo, le scuole, gli acquartieramenti, gli orti, le danze, i canti e gli spettacoli patriottici, i corsi di socialismo nel Terzo Mondo, gli allevamenti delle guerriglia. Prolegòmeni del futuro Stato autodeterminato e libero.

Solo molti anni dopo, sul finire del secolo, gli eritrei vinsero, disintegrando insieme ai cugini tigrini di Etiopia l’esercito del tiranno. E hanno organizzato uno Stato che, come passione di libertà e autodeterminazione, come impegno sociale e determinazione antimperialista, non ha nulla da invidiare ai migliori esempi della decolonizzazione. Non glielo si perdona, né dai necrofori dell’imperialismo, né dai falliti e addomesticati della “sinistra”. Né dal vecchio rapinatore coloniale italiano che vede “dittatori” ovunque la dignità dei popoli rifiuti il pensiero unico, la subordinazione, il nostro schifo. E’ per questo che l’Eritrea e il suo governo vengono azzannati, sia con le continue aggressioni belliche dei valvassori imperiali vicini, Etiopia, Yemen, Gibuti, sia dalle sanzioni economiche dell’associazione a delinquere detta “comunità internazionale”, sia dagli ascari mediatici tutti che, al suono della voce del padrone, berciano il coro della loro miserabile connivenza. Quella che ho visto e amato è l’Eritrea che combatteva, che ha vinto e governato e che ha saputo costruire una nazione in condizioni pari a quella dei pinguini nell’Antartide che si scioglie. Così l’ho vista e raccontata al Tg3 ancora 15 anni fa. Non so come sia oggi. Se ne dice peste e corna. Non ci credo neanche un po’. Conosco amici del giaguaro e utili idioti. Ho conosciuto Milosevic e Saddam. Ci vuole poco per orientarsi. Non so neanche se sia vero che l’Eritrea aiuti i combattenti Shabaab della Somalia massacrata. Ma, essendoci stato, so anche chi la massacra: gli amici della “comunità internazionale”. E allora quello dell’Eritrea non sarebbe altro che internazionalismo antimperialista e basterebbe questo per esserle riconoscente: sono cose dell’altro mondo. Come stanno i cittadini eritrei, poi, lo decidono loro. Non i revanscisti del Corriere della Sera, o i coristi di Liberazione.
*******************************************************************************************************
Di ritorno da Asmara

Tornato a Milano da Asmara leggo sui giornali italiani gli articoli sull'Eritrea apparsi in seguito alla nuova tragedia del mare ma concentrati non sulle politiche dell'immigrazione ma su una demonizzazione che appare sospetta.
Trovo descritto il paese che ho appena lasciato come un inferno, un paese dove si muore di fame e dove i negozi sono vuoti[1], una gigantesca prigione, un fattore costante d'instabilità del corno d'Africa[2], un paese dove è in atto una persecuzione anticristana ad opera di un tiranno marxista e islamico[3] allora mi costringo a scrivere qualche riga citando solo quello che ho visto in poco più di un mese, periodo in cui Eritrea ed eritrei mi hanno ospitato.


Asmara: una città africana.

Non so esattamente cosa intendesse dire Berlusconi quando in campagna elettorale definì Roma e Milano come città africane, certo mi stupì allora non sentire risposte sdegnate per l'affermazione evidentemente razzista ma solo basse polemiche sulle responsabilità degli amministratori locali del Pdl.
Asmara è una città africana: è pulita - a differenza delle nostre - e si può dire lo stesso degli altri paesi e città che ho visto; anche le strade sterrate più periferiche sono mantenute in uno stato più che dignitoso e se ci puoi trovare qualche pozzanghera dopo un temporale è difficile trovare un mozzicone di sigaretta e impossibile trovare sacchi di immondizia o oggetti abbandonati.
Le città eritree sono luoghi sicuri, non esiste in sostanza il rischio di furti o aggressioni e ho visto moltissime ragazze camminare per la città anche di notte da sole. Ma Asmara non è affatto una città militarizzata anzi si vedono pochissimi poliziotti e ancor meno armi, i militari armati in pratica li ho visti solo fermi di fronte a ministeri, ambasciate ed a qualche banca (normalmente un solo soldato in ogni luogo): se conto poliziotti, carabinieri, guardie giurate e militari che incontro in un'ora a piedi girando per il quartiere dove abito a Milano vedo certamente più uomini armati di quanti ne abbia visti girando per un mese l'Eritrea.

Il festival dell'Eritrea: l'identità plurale di un popolo.

Ho avuto la fortuna di visitare nei primi giorni di agosto ad Asmara il Festival dell'Eritrea, una manifestazione che si tiene tutti gli anni presso l'area EXPO a cui partecipano decine di migliaia di eritrei provenienti da tutto il paese e dall'estero.
Vale la pena di parlarne perché si tratta di una fedele rappresentazione dell'identità nazionale di questo stato: qualcosa di straordinario ed estremamente originale.
Nel festival sono rappresentate e valorizzate le antiche tradizioni culturali delle nove etnie presenti nel paese: le loro musiche e danze, le case, gli oggetti d'artigianato, i vestiti e naturalmente i piatti tipici che si possono assaggiare in decine di piccoli ristoranti.
Nello stesso tempo i padiglioni dell'EXPO ospitano le mostre d'arte, i plastici dei vari progetti di modernizzazione in corso di realizzazione e le scuole hanno il loro spazio per far presentare direttamente dagli studenti il loro lavoro.
Anche se evidentemente la popolazione non è distribuita in modo uniforme (circa il 50% degli eritrei sono tigrini ed il 31% tigre) quello che emerge è un paese fondato sulla parità tra le culture presenti (come pure si può dedurre dalla televisione di stato che oltre a fornire programmi in 4 lingue diverse è molto attenta a mostrare tutte le etnie) e che nel rispetto di queste antiche tradizioni trova una fortissima unità nazionale basata su un grande grande orgoglio per la propria indipendenza e sul rifiuto di ogni intromissione da parte di qualsivoglia potenza internazionale.
La musica avvolge tutto questo, i concerti - da quelli dei cantanti più apprezzati a quelli dei bambini delle scuole elementari fino alle danze dei diversi gruppi etnici - si alternano dalla mattina fino a tarda notte. Ammetterò che ascoltare un bambino cantare una vecchia canzone struggente dedicata al proprio paese e scritta negli anni in cui per non incorrere in persecuzioni il nome dell'Eritrea era sostituito da quello di una ragazza mi ha commosso e forse mi ha insegnato cosa può significare l'amore per la propria Patria.

L'Eritrea è uno stato multireligioso ed è uno stato laico.

Il centro di Asmara è delimitato dalle più grandi strutture religiose del paese: la Cattedrale Cattolica la Grande Moschea e la Chiesa Ortodossa di Nda Mariam, sono presenti inoltre diverse chiese protestanti ed una Sinagoga; la libertà di culto è garantita ed il governo non interferisce nelle questioni religiose.
Il carattere laico dello stato è ciò che consente ad un popolo che professa diverse religioni (ed è così in tutti le città ed i villaggi e anche all'interno delle stesse etnie) di vivere nel reciproco rispetto e a quello che ho visto l'identità nazionale non ne risulta minimamente scalfita.
E' normale vedere passeggiare, scherzare, studiare, lavorare e ballare insieme ragazze e ragazzi mussulmani con cristiani delle diverse confessioni.
Va fatto un altro discorso - tutto diverso - per quanto riguarda i beni materiali della Chiesa Cattolica (in Eritrea ingenti e di derivazione diretta dalla dominazione coloniale italiana): il Governo nel tentativo di garantire un'istruzione ed una cultura a tutti ha trasformato diverse scuole private (prima a beneficio di pochi privilegiati) in scuole pubbliche, gli stessi cattolici eritrei sono in grado di distinguere questa questione da quella della libertà religiosa.
Faccio solo un esempio dell'approccio laico del governo: l'unica pubblicità che ho visto uniformemente diffusa sul territorio nazionale e con uno spot (il solo trasmesso dalla televisione) è quella che propaganda l'utilizzo del preservativo per la protezione dall'HIV.

Negozi eritrei.

I negozi in Eritrea sono molto diffusi (almeno uno in ogni piccolo quartiere o villaggio) non essendo intervenuta la desertificazione successiva all'apertura dei grandi supermercati (questi, in effetti qui non esistono); nei negozi di solito si trova di tutto (frutta e verdura, farina, pasta, carne, zucchero, caffè oltre agli articoli non alimentari di uso comune) e non sono affatto vuoti. Nel centro delle città e nei villaggi più grandi si trovano poi negozi più differenziati: sartorie, lavanderie, negozi di vestiti, di scarpe, di elettrodomestici e di CD e musicassette, cartolerie/librerie, fotografi, parrucchieri e moltissime farmacie. Oltre a questi ci sono i mercati di solito distinti per generi venduti, da quello del pesce a quello dei vestiti o dell'artigianato, dei mobili o degli animali.
Ho visto personalmente tutti questi luoghi affollati come pure ho visto affollati i moltissimi caffè delle vie del centro di Asmara dove in alcuni orari è quasi impossibile trovare posto a sedere.

Qualche considerazione sulla povertà.

Capita di leggere qui in Italia articoli dove si accusa un popolo di essere povero quasi fosse una colpa diretta del popolo stesso o del suo governo, mi pare però che la questione andrebbe affrontata in modo un po' più serio ed un po' meno semplicistico.
Certamente se il parametro di confronto è il livello di vita medio occidentale l'Eritrea è un paese povero e sappiamo che la sproporzione tra quanto si consuma in occidente e nel resto del mondo è tale (e questo con le precise responsabilità delle politiche di rapina coloniali e neocoloniali) da indurre tantissimi a sognare un'altra vita in una metropoli nel nord del mondo (ed i nostri più vigorosi e retorici politici anti-immigrazione schiavi del loro egoismo sociale sarebbero i primi a scappare se qualcuno gli togliesse anche solo per un mese il loro centro commerciale o la loro villetta nel varesotto).
Però in una condizione di scarsità di risorse occorre capire che tipo di sviluppo è possibile; l'Eritrea ha scelto di non essere “sviluppata” da altri a spese di tutto il popolo e con l'arricchimento di una ristretta élite.
Ho visto personalmente in tutto il paese la costruzione di nuovi moderni ospedali e scuole e il governo tende a privilegiare nella distribuzione delle risorse le zone più povere del paese. Anche se ad Asmara qualcuno si lamenta di questo ciò consente di evitare un'incontrollabile emigrazione interna che ridurrebbe questa città ad una bidonville come ce ne sono tante nel mondo purtroppo.
La povertà che pure ho visto è quasi sempre povertà dignitosa di piccoli pastori o venditori ambulanti, di agricoltori con il loro piccolo campo o di famiglie che vivono in case decisamente troppo piccole e non è la disperazione dei bambini costretti a sniffare colla per sopravvivere o lo sfruttamento senza limiti che si può vedere quotidianamente in altri paesi.

Perché tanto accanimento contro questo piccolo paese?

Appare sospetto questo congiunto e trasversale attacco contro l'Eritrea e credo che oltre a qualche utile ed ingenuo sciocco ci sia un preciso disegno teso a demonizzare un paese ed un popolo a cui il governo avrebbe fatto il lavaggio del cervello[4].
C'è chi sta sfruttando in modo immorale le tragedie, provocate peraltro dalle stesse politiche di contrasto feroce all'immigrazione che sostiene, vuole introiettare nell'opinione pubblica italiana l'idea che “l'inferno” vada debellato.
Le vetrine dei negozi di Asmara sono decorate con le colombe della pace: gli eritrei conoscono bene la guerra e non hanno certo la volontà di affrontarne ora un'altra.
L'ultima sanguinosa aggressione etiopica del 1998 (in cui l'esercito etiopico è penetrato in Eritrea compiendo brutalità e distruzioni assolutamente ingiustificate sui civili) è una delle cause delle difficoltà del paese anche perché pur essendo concluse dal 2000 le operazioni militari non è stata mai raggiunta una vera pace e sono bloccati tutti i naturali canali commerciali con il grande stato confinante.
Ma gli eritrei tengono più di ogni altra cosa alla loro indipendenza, non hanno intenzione di lasciare campo libero agli interessi occidentali nel loro territorio, non rinunciano a sostenere che anche il vicino popolo somalo ha diritto alla propria autodeterminazione: questi i veri motivi di una campagna che, a quanto ho avuto modo di vedere, si fonda su vere e proprie menzogne.

Chi vuole la pace lavori per la pace e non si renda complice del linciaggio di un popolo.

Quando un paese è descritto in occidente con toni da giudizio universale definitivo si sente già risuonare la sentenza ed è quasi sempre di condanna a morte (Jugoslavia, Afganistan, Iraq ... e la Somalia è dietro l'angolo...).
Il compito di chi vuole la pace non è certo quello di assecondare la propaganda che dipinge un paese che nella realtà non esiste o di attendere che sia una forza “umanitaria” (sempre dotata dei suoi bombardieri) o il fedele regime di Washington che domina l'Etiopia e che che già si è prestato (seppur con poco successo) alla guerra sporca in Somalia ad eseguire una sentenza già scritta. Oppure, per essere più precisi, a provare ad eseguirla, vista la capacità di resistenza dimostrata dal popolo eritreo nel corso di 30 anni di guerra di Liberazione ed ancora negli ultimi anni.
Mattia Gatti
[1] Massimo Alberizzi, Gli eritrei in fuga dall'inferno, Corriere della Sera on line 21/8/2008
[2] m.m., Quelle migliaia in fuga dalla perla del regime, il manifesto, 26/8/2008
[3] Riccardo Farina, Gli eritrei? Fuggivano da marxismo e islam, il Giornale on line, 24/8/2009
[4] Riccardo Farina, Gli eritrei? Fuggivano da marxismo e islam, il Giornale on line, 24/8/2009

martedì 28 luglio 2009

A PRESTO



Cari e pazienti interlocutori, questo blog resterà silenzioso fino a fine agosto, essendo il suo autore in altre faccende affaccendato. Godetevi, inseme agli altri, anche questo benefico riposo e, come sempre, grazie davvero per l'attenzione.
Chiudo con un avvertimento della massima attualità:
ALL'ARMI, SON FASCISTI!
Ciao.

mercoledì 22 luglio 2009

IRAQ! IRAQ!














Se non dici le cose in modo da irritare, tanto vale che non le dici per niente.
La gente non si preoccupa di cose che non la preoccupano.

(George Bernard Shaw, 1856-1950)

Due mature signore che si presumono quale una giornalista, quale una saggista, abusivamente, ignorando la lezione di tutti i conoscitori onesti e competenti di quella regione assaltata dall’imperialismo israelo-occcidentale, l’indimenticabile Stefano Chiarini in testa, si occupano di Medioriente e di Islam con piglio tanto razzista e protervo quanto gradito ai gangster locali e internazionali che imperversano da quelle parti. La mia risposta, è necessitata dal fatto che la prima, svolgendo le sue mistificazioni amerikane sul “manifesto”, ha un uditorio di sinistra di un qualche rispetto che ancora le stende ai piedi l’attenuante del sequestro subito in Iraq. L’altra starnazza nel coro dei polli ingabbiati per essere cucinati alla mensa imperiale. Ma tale pigolìo, per quanto strepitato, non supera di molto i recinti del suo pollaietto milanese. Tuttavia, avendo fatto circolare l’osservazione che il sottoscritto se ne frega della resistenza irachena e afghana, preferendo in questa fase smascherare la, a costei cara, sommossa degli yuppie iraniani, a beneficio dei suoi quattro lettori estendo anche a lei la mia risposta.

C’era una volta un giornalista – diranno subito i miei piccoli lettori – che fin dal 1977 fa l’inviato in Medio Oriente e frequenta l’Iraq, fino a conoscerne la Resistenza nell’aprile e poi nel novembre del 2003, ininterrottamente da allora fino a quando non gli volevano mettere la divisa da embedded altrimenti ti spariamo o sequestriamo chiamandoci Al Qaida. Sull’Iraq della sovranità ed equità, dell’aggressione per conto terzi degli ayatollah, della prima e seconda guerra del Golfo, questa vissuta sul posto, della disfatta, devastazione, sterminio, della fenomenale Resistenza, mai doma per quanto occultata dalle leccate mediatiche all’imperatore nero, ha realizzato quattro docu-film, scritto migliaia di articoli, parlato in tutti i suoi libri, conferenziato in centinaia di convegni, per portare a migliaia di persone il maglio con cui disintegrare i macigni deposti sulle loro conoscenze e coscienze dalla disinformazione imperialista.
A cominciare dal martirio dei dirigenti che ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere, dal gentiluomo Tariq Aziz al vicecapo Izzat Ibrahim, ora leader della Resistenza. Poi in buona parte processati e impiccati per mano di gaglioffi venduti e dei loro prosseneti USraeliani. Non sono medaglie che mi appendo al petto. Sono sputi in faccia a chi mette in dubbio la mia lealtà a questo popolo fondatore di civiltà, irriducibile nemico dei necrocrati imperial-sionisti, trincea della resistenza umana ai cavalieri dell’apocalisse, amico mio. E qui mi si consenta, e anche se non mi si consente, vado a tre anni fa allorchè, con ogni iracheno perbene, tremavo di commozione e collera davanti a teleschermi che rimandavano l’immagine di un topo di fogna vestito da giudice e di un uomo ritto e indomabile, come lo era stato nei trent’anni in cui aveva costruito il paese più vivo, militante, progredito e socialmente giusto, insieme a Cuba, del Sud del mondo. Saddam è morto come è vissuto. Aggredito da avvoltoi e chiaviche, in piedi a rappresentare la dignità e il coraggio del popolo iracheno, della nazione araba. Le nostre democrazie radicalmente fasulle hanno definito “dittatura” la soluzione fisiologica per una società che per due millenni era dovuta sopravvivere politicamente e culturalmente a dominii lontani e dispotici, rintanandosi nella sfera della tribù e della micro-organizzazione sociale sotto l’unica autorità consentita: il capotribù, l’uomo più valido e più saggio, il padre riconosciuto. Da lì si pretendeva che il paese facesse un salto e si portasse a dopo la rivoluzione francese e ai privilegi della democrazia borghese. Per tenere testa alle potenze che incombevano affamate e preoccupate, Saddam, l’Iraq, hanno dovuto correre. Correre all’inseguimento di un equilibrio di forze e di sviluppo che garantisse la vita e la battaglia antimperialista.

Tutto questo andava cancellato dalla percezione di chi avrebbe potuto schierarsi con Saddam, come si era schierato con Fidel. E’ stata lanciata una demonizzazione di massa, sulla base di mistificazioni e attribuzione di orrori, che ha fatto breccia ovunque. Dalla dimostrata bufala dei curdi gassati (lo furono, ma dagli iraniani), allo sterminio dei comunisti, dagli oppositori personalmente uccisi, alle fosse comuni. Che si incominciarono a trovare solo mesi dopo l’occupazione e sempre colme di sunniti e resistenti, uccisi poco prima. Di analogo ricordo solo lo stravolgimento in caricatura sanguinolenta di uno dei più saggi ed equi imperatori romani, Nerone, colpevole agli occhi del patriziato latifondista e usuraio e degli storiografi cristiani di aver governato bene. Da pagano, da laico e da amico della plebe. Dirmi che mi disinteresso della resistenza irachena, come di quella di ogni popolo o classe irriducibile alla schiavitù, è come dire che il mio bassotto Nando si disinteressa della sua cuccia. Enfasi? Retorica? Magniloquenza? Pazienza. Mi sono scontrato, a onorare Saddam rettificandone le calunnie, con più sbigottimento, indignazione, contestazione, scandalo, misure repressive, di quante guardie del Cardinale abbia affrontato D’Artagnan, o, più sul tema, di quante ingiurie abbiano subito i disvelatori delle menzogne su 11 settembre e conseguente “guerra infinita al terrorismo”. Un po’ di retorica ci può stare.

L’abominevole donna del “manifesto” ci ha testè offerto un’articolessa intitolata “Ritorno a Baghdad” che Hillary Clinton si è precipitata ad appendere nella bacheca del Dipartimento di Stato, a dimostrazione che anche in un “quotidiano comunista” si sostiene quello che lei, Obama, il Generale Odierno, capintesta in Iraq, e tutta la congrega del regmie-fantoccio, dichiarano: il paese torna alla normalità, le sue democratiche istituzioni funzionano e vanno definite tali e non più greppie di una banda di delinquenti comprati e installati dall’occupante, Baghdad è viva e se la spassa insieme a noi. Naturalmente, uscita dai martirologi da sequestro che per quattro anni le sono stati dedicati da torme di prefiche mediatiche e politiche, la ritornante, riconoscente agli Usa per essere stata lei solo ferita, anziché ammazzata come Calipari e il famoso “quarto uomo” in macchina con lei, contribuisce con il suo soffio da embedded alla diffusione delle fetide ventosità esufflate dai briefing di Odierno, e dagli eleganti borborigmi d Obama. Non ha messo il naso fuori dalla Zona Verde, non ha fatto un passo a Baghdad senza robocop attorno, ma il quadro è inconfutabilmente idilliaco. Nel frattempo tre marines sono stati uccisi dalla Resistenza a Basra, nel profondo Sud che si pensava appaltato tutto a sciti collaborazionisti e Iran, il ritmo degli occupanti caduti (sia militari che mercenari privati) è tornato alla media di uno al giorno, le forze di liberazione, tuttora egemonizzate dal Baath di Izaat Ibrahim Al Duri, vice di Saddam e dal Fronte Islamico laico, con la fuga dei soldati Usa dai centri e nelle loro basi, colpiscono con potenza crescente militari e forze di polizia del regime fantoccio. La proclamazione della “sovranità”, fatta giorni fa dal regime e dai suoi padrini-padroni, tra comparse festanti, uniformate e bandierate, è stata il fatto comico planetario dell’anno. Ha coinciso con un’offensiva guerrigliera, vindice dell’autentica sovranità del paese calpestato e stuprato, dall’estremo nord di Mosul, attraverso l’incontrollabile provincia centrale di Anbar e Baghdad, all’estremo sud di Basra. Il fatto è che il giochino del generale Petraeus, predecessore di Odierno e oggi impegnato a polverizzare afghani e pakistani, che consisteva nel sottrarre forze alla Resistenza per riciclarle in “Consigli del risveglio” e di autodifesa dai trapanatori sciti, è stato disintegrato da contraddizioni che l’ottusità spocchiosa dei big occidentali suscita, o non capisce.

Circa 90mila cittadini sunniti, tra i quali anche combattenti contro l’occupazione che hanno giudicato prioritaria la lotta contro la macelleria dei caporioni manovrati da Tehran per ridurre fisicamente il peso della maggioranza non scita (sunniti, cristiani, assiri, curdi, caldei) del paese, erano entrati in questi “consigli” contro assicurazione Usa che poi sarebbero stati inseriti nel “regolare” esercito iracheno. Per i sunniti era questione di vita o di morte, venivano abbattuti come quaglie ai checkpoint per avere sul documento il nome sunnita Omar. Una forte componente nelle forze statali non legata mani e piedi agli ayatollah doveva costituire un contrappeso allo stivale persiano che arrivava in Iraq con lo zaino pieno di direttive per il governo-vassallo, armi per i tagliagole delle milizie di Moqtada al Sadr, Maliki, El Hakim, e scatoloni di schede già votate nelle varie tornate-farsa. Tehran, nella crisi da sovraespozione militare ed economica di Washington, rischiava di diventare il nemico principale, mentre per gli Usa si trattava di ridurre a più miti consigli la foia espansiva del alleato-rivale. Per gli stessi obiettivi i dietrologi di Pentagono e Dipartimento di Stato hanno poi allestito la sollevazione della frustrata borghesia filo-occidentale di Tehran Alta: era auspicabile, non solo per placare –o alimentare - la frenesia bellica di Israele, ma per sistemare le cose irachene in modo meno pro domo iraniana, un soggetto meno ostico e autonomo, meno nazionalista, del presidente Ahmadinejad, una coppia fidata, collaudata, intima di Langley, come Mir-Hossein Musavi e il corrotto, riccattibilissimo satrapo Alì Rafsanjani. Discorso che poteva andar bene a sunniti e statunitensi, ma certamente non alla cupola della setta integralista installata dal duo Usa-Iran a Baghdad. Non solo l’innesto delle milizie sunnite nell’esercito confessionalmente pulito fu negato, ogni promessa di riabilitazione e riammissione nelle strutture dello Stato dei cosiddetti “saddamiti” rimangiata, ma le milizie di Maliki e soci pretesero il disarmo dei consigli e presero ad arrestarli e decimarli. Simultaneamente sono tornate a esplodere le bombe nei mercati e nelle moschee con centinaia di vittime civili. Il modulo è quello “11 settembre”, attivato mediante la distruzione della cupola d’oro di Samarra, nel 2006: attentati nelle aree affollate scite in modo da riscatenare quella guerra civile con la quale gli uni – Usa – speravano che lo scontro anti-occupante si spostasse tra le comunità confessionali, e gli altri – Tehran e gli sciti – contavano di completare la liquidazione dei sunniti, in chiave Gaza, visti come l’acqua del pesce della Resistenza nazionale. Anche stavolta colpite da autobombe sono soprattutto le zone a varia denominazione scita e una Sgrena ne darebbe subito la responsabilità a sunniti e Al Qaida (l’ectoplasma cui danno sostanza gli agenti Cia e Mossad e il cui nome viene ormai affibbiato a qualsiasi singulto anti-occidentale da Caracas a Pyongyang).

Ma a volte quel comodo due più due, che fa il quattro dell’ottuso ”senso comune”, deborda e fa cinque e scompiglia l'ordine previsto. Alla luce delle elezioni amministrative previste per Novembre, rimangono altre due motivazioni della ripresa stragista, assai più attendibili: rilanciare la guerra confessionale per la definitiva liquidazione di una presenza politica sunnita che ha dato segni crescenti di vita e, oggi prioritario, stabilire a forza di massacri chi debba accaparrarsi i pezzi più succulenti di territorio, risorse, potere mafioso, potere contrattuale con le compagnie petrolifere occidentali che sbavano attorno ai giacimenti. Già due anni fa, alla vigilia di altre elezioni, il partito Dawa di Al Maliki e lo SCIRI (Consiglio Supremo Islamico) di Al Hakim avevano massacrato di botte l’organizzazione Al Mahdi di Moqtada al Sadr, tanto da farlo scappare a Qom, dov’è rimasto per scamparla e diventare ayatollah. Siccome questo canaio di botoli furiosi minacciava di lacerare il sostrato sul quale poggia il domino miliziano, economico, istituzionale, bancario, dell'Iran, ecco che Ahmadinejad, tolto di mezzo il prosseneta amerikano Musavi, sta impiegando il massimo impegno per ricostituire l’unità scita in Iraq.

E’ di questi giorni una serie di pressanti appelli del governo iraniano a ricomporre le fratture e tornare a riunirsi nell’ Alleanza Unita Irachena d’antan. Quella che dal 2003 al 2007, prima di spappolarsi nelle contese per l’osso, aveva governato compatta il genocidio confessionale dei sunniti e la liquidazione politica e fisica del precedente personale statale e alla quale va attribuita la maggior parte delle stragi di civili degli ultimi mesi. Nei trafiletti dei sinistri, a cui oggi è ridotta la cronaca della tuttora massima tragedia umana del mondo, una Gaza estesa per venti volte e per sei anni, si fa astutamente un fritto misto di quanto avviene tra i due fiumi: la bomba che massacra 70 civili nella riottosa Sadr City (già Saddam City) viene amalgamata all’azione dei guerriglieri di Ramadi che ha liquidato sette sbirri dei fantocci, all’autobomba di Mosul contro una caserma di militari fantoccio e all’IED che a Basra ha fatto saltare per aria tre marines. Questo indistinto borbottio di una guerra a bassa intensità (ma con più vittime di quelle ad altà intensità) che butta tutto insieme, non analizza niente. Soffia aliti di vita apparente nello spettro Al Qaida, come da briefing bushobamiano, sparge sull’interrotta mattanza i petali di una prosa accondiscendente, se non collaborativa, serve a non farci capire niente. E, non capendo niente, uno dopo un po’ si stanca di occuparsene.

La resistenza irachena è tornata, dopo essersi sottratta al “surge” di Petraeus (in cui, come a Gaza, si sparava su ogni cosa si muovesse o apparisse), a colpire quotidianamente, festeggiando così il ritiro formale delle truppe Usa nei propri acquartieramenti e smascherando con questo autentico inno alla sovranità vera la miserabile messinscena con banda dei fantocci e dei loro apologeti mediatici sinistri. Se gli americani si ritirano, ma mantengono 50mila effettivi nelle basi, 130mila mercenari per le strade e un “consigliere” Usa sulla spalla di ogni dirigente iracheno, si dice a Tehran, se contemporaneamente la Resistenza antimperialista riprende vigore e magari si esprime anche politicamente, diventa assoluta l’urgenza dell’unità tra i tentacoli sciti della piovra persiana. E negli ultimi giorni è stato un gran frullare di tonache e turbanti tra Baghdad e Tehran. Si sono visti e rivisti Al Sadr e Al Hakim, Maliki e Ahamdinejad, tutti costoro e Ali Khamenei, guida suprema, i ministri degli esteri e i presidente delle assemblee parlamentari, i capi partito e i bonzi dell’economia. L’unità sembra ristabilita. Pare che abbia avuto un ruolo decisivo quel farabutto di Ahmed Chalabi, perseguito in Giordania da una condanna a vent’anni, triplo agente Cia-Mossad-iraniano. Non durerà, perché tra questi predoni del bene pubblico (gli Usa installano solo criminali, poiché ricattabili, nei finti governi proconsolari, dal Pristina a Kabul, da Ramallah a Roma) le sfere del rispettivo ladrocinio finiscono sempre con l’essere stabilite a mazzate, in spregio a qualsiasi raccomandazione dei vicini. Intanto, però, i sunniti e gli sciti patrioti se la dovranno vedere con questo blocco antinazionale, puntellato dal potente sponsor vicino, oltreché con gli squadroni della morte Usa, composti da Navy Seals e Delta Force che, su ordine di Bush perpetuato da Obama e addestrati da specialisti israeliani, continuano a scorrazzare per l’Iraq con licenza di uccidere e torturare chiunque non accetti la sovranità da morti viventi riconosciuta dall’assassino alla vittima.

Ciò che una embedded non può, non vuole vedere
Oggi l’Iraq è un paese con due milioni di vedove di guerra, 5 milioni di orfani, 2 milioni di sfollati e 4 milioni di rifugiati all’estero che sopravvivono nell’indigenza più assoluta, in minima parte tenuti dall’UNHCR con la bocca sopra la linea di galleggiamento. Un altro milione e mezzo è stato spazzato via da 13 anni di sanzioni. In totale tra morti ammazzati e espulsi dal circuito della cittadinanza, dal futuro, quasi vent’anni di guerra imperialista all’Iraq hanno sottratto dieci milioni di persone su 25: il 40% di una nazione. Forse soltanto Re Leopoldo del Belgio, con i suoi 20 milioni di congolesi trucidati, era riuscito a far meglio. L’80% degli iracheni, secondo la riduttiva statistica ONU, ha subito ferimenti, sequestri, morte. Non c’è famiglia irachena che non abbia vissuto la scomparsa, l’incarceramento, o la soppressione dopo tortura di uno dei suoi membri. Jewad, il cui pallone finì in un fosso su un cadavere, quando aveva nove anni, non riesce più a guardare un pallone. L’incombenza dei rastrellamenti e degli arresti arbitrari da parte di milizie o guardie, dopo quelli dei 60mila incarcerati senza processo e senza avvocati dagli Usa, è costante per qualsiasi cittadino che si muova oltre le muraglie “israeliane” erette dai pulitori confessionali attorno al suo quartiere o villaggio. Tra i profughi all’estero, tenuti al margine di società, lavoro, scuola, sanità, si è inevitabilmente sviluppato la “prostituzione di sopravvivenza”. Le irachene vengono chiamate tout court “profughe puttane”. Il loro mestiere è agevolato dal fatto che nel loro paese “liberato”, in carcere o per strada, avevano già subito stupri. C’è qualche ginocrate del femminismo anti-velo che si inalberi? E dove è il mondo intellettuale, che si muove come un uomo allorchè un “dissidente”, con mensile stipendio Usa per sabotaggi vari, viene processato a Cuba, di fronte, non solo alla decimazione dell’intellighenzia e tecnocrazia irachena, ma alla dissipazione e distruzione dei beni culturali del più antico popolo civile della Terra? L’umanità ha perso e sta perdendo parte dei primi millenni della sua vicenda. I marines si portano in tinello il fregio di Nabucodonosor e tavolette cuneiformi strappate alle mura di Niniveh. Il traffico a tonnellate di reperti, poi, lo fanno i fiduciari dei grandi musei.

La disoccupazione in Iraq fluttua intorno al 60%, il 40% dei professionisti, tecnocrati, accademici ha lasciato il paese, o è stato ammazzato. 2.500 medici sono stati assassinati e le strutture sanitarie sono ridotte in rovina. Il compito di disintegrare il tessuto culturale e sanitario è affidato alle squadre speciali israeliane esperte in esecuzionni extragiudiziali mirate. Si diffondono epidemie di ogni genere, 10mila sono i casi di colera, 75mila, secondo l’OMS, sono gli affetti da Aids, morbi sconosciuti sotto Saddam. Nessuno si cura di tenere il conto della gente divorata dall’uranio (400 tonnellate nel ’91, 2000 durante l'attacco Shock and Awe), o dei bambini che – grazie a esso - nascono senza apparato genitale e con l’unico occhio sul gomito. Di diabete, parto e infarto si muore come le mosche grazie alle prolungate soste imposte ai checkpoint su modello israeliano. A nove anni dall’aggressione alla popolazione arriva solo il 50% dell’energia necessaria e solo acqua contaminata. La diarrea, in queste condizioni spesso mortale, è endemica tra i bambini. L’Eufrate, arteria di vita e fonte di alimentazione, è ridotto a un fetido fiumiciattolo, depauperato dalle non innocenti dighe turche e inquinato dagli scarichi e dalla sostituzione dei pesci con carogne umane.

Non c’è pratica, che per diritto spetti ai cittadini, la quale non costi un salasso in pizzo. Visto che tutti si strappano i capelli per l’uccisione della giornalista russa, fomentatrice di balle a uso occidentale in Cecenia, si capisce perché non vi sia tempo, neanche per i famigerati Reporters Sans Frontieres di obbedienza Cia, per enumerare i 116 giornalisti e operatori iracheni uccisi dal 2003 ad oggi. E neanche i 73 inviati stranieri, ammazzati perlopiù dai marines con fucilata in fronte. Non per nulla un addetto stampa come il colonello Ralph Peters ha scritto una direttiva per il JINSA (Istituto Ebraico per Affari di Sicurezza Nazionale), in cui è detto: "Le guerre future richiederanno censura, blackout informativi e, per finire, attacchi militari contro i media di parte”. Direttiva che in Israele si pratica da tempo. L’ha imparata pure il bravo presidente palestinese Abu Mazen, che ha cacciato da Ramallah i giornalisti di Al Jazeera perché avevano riferito di un documento che il numero due di Fatah, Faruk Kaddumi, nemico del collaborazionista fantoccio, aveva illustrato ad Amman e in cui si proverebbe la complicità di Abu Mazen, del suo sgherro Mohammed Dahlan, di un sottosegretario Usa e di Ariel Sharon nell’avvelenamento di Arafat. Del tutto verosimile.

Un’altra attività produttiva costruita ex novo da pupari e pupi è quella del traffico di organi. Con un terzo della popolazione sotto la soglia della povertà e i proventi del petrolio risucchiati nelle tasche esclusivamente dei grassatori locali e delle multinazionali, sempre più persone si vendono un organo per tirare avanti un altro paio di mesi. Per misurare il fenomeno basta mettersi davanti a uno degli ospedali privati (prima erano pubblici e invidiati dagli europei), tipo la clinica Al Khayal di Baghdad. Vi sostano in permanenza i falchetti della mediazione, accolgono gli sventurati che per far vivere la famiglia hanno deciso di mutilarsi, un rene frutta 3mila dollari, ma i clienti abbondano anche a livello internazionale e l’acquisto di quel rene può venir pagato al sensale 15mila dollari.
Fuori da qualsiasi circuito che offra trucchi per sopravvivere sono rimasti i 40mila palestinesi, un tempo ospitati, nell’Iraq libero e solidale, in un bel quartiere costruito per loro. Non dava Saddam, fino all’ultimo giorno prima dell’arrivo dei barbari, il 9 aprile, a ogni famiglia palestinese che avesse perso un martire 10mila dollari e 20mila per ricostruire la casa abbattuta dalle ruspe israeliane? Ne sono stato testimone diretto. Ridotti a poche migliaia per le esecuzioni di massa subite come punizione per essere stati cari a Saddam, i superstiti sono stati collocati fuori dal mondo. Non dal pianeta, giacchè li hanno accampati nella terra di nessuno tra Iraq, Siria e Giordania. Da lì, dove sono abbandonati a se stessi, al deserto, alle tarantole, alle epidemie, alla fame e alla sete, con qualche goccia proveniente da agenzie ONU, non possono muoversi, né avanti, né indietro, Oltre 4mila palestinesi, considerati meno dei disperati ma resistenti cittadini di Gaza, stanno lì da anni, da quando i tagliagole sciti li avevano cacciati rubandone le case. Attendati in cinque campi con intorno filo spinato e poi il nulla del deserto, senza che nessuna alba gli faccia balenare mai anche solo una scheggia di luce.

Dove sono le associazioni, i comitati, gli appelli, i convegni e i cortei degli amici della Palestina che denuncino questo orrore, questa punizione collettiva senza fine? Anche per i compagni internazionalisti questi palestinesi sono da lasciar perdere perché un tempo sostenuti da Saddam? Incidentalmente, questa accidia non colpisce forse anche Ahmed Sa’adat, il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che i pirati israeliani di Sharon rapirono cinque anni fa dalla prigione di Hebron, sotto controllo angloamericano, e condannarono a trent’anni, esclusivamente per il suo ruolo di capo? Ne taceva Arafat, ne tace più che soddisfatto Abu Mazen, ne tacciono le organizzazioni filopalestinesi e gli stessi compagni del FPLP non paiono muoversi un granchè. Negli Usa è stata lanciata una massiccia campagna per la liberazione di questo grande leader della Resistenza laica e panaraba. Forse qualcuno, oltre ai nazisionisti, ha interesse acchè Sa’adat resti fuorigioco. Con lui Marwan Barghuti, leader dell'Intifada, condannato a sei grotteschi ergastoli, che, fuori, in un attimo farrebbe piazza pulita del verminaio ANP.

Questo è l’Iraq che Giuliana Sgrena sul posto e tutti gli altri fuori posto non hanno visto, non hanno voluto vedere. Si sarebbe potuta increspare la fronte di Barack Obama che all’Iraq ha promesso il ritiro, sovranità e tanti buffetti. Cose peraltro garantite in perpetuo da 50 basi, 50mila soldati, 130mila contractors, un controllore USA su ogni sospiro governativo e militare, gli squadroni della morte e, se non basta, Abu Ghraib e le extraordinary renditions in carceri segrete di elementi specializzati, testè confermate da Obama. Purchè continuino le procedure di spopolamento: dove c’è petrolio non c’è bisogno di gente. Soprattutto quando continua a esserci chi promette di combattere fino a quando quella gente e quel petrolio e quella sovranità si ritrovino uniti, a ballare, con i popoli del mondo, sulla tomba dei necrocrati venuti da fuori e che contavano di divorarne la vita con l’aiuto di vermi autoctoni specializzati in putrefazione.

Nel borgo in cui vivo, una giunta comunale classicamente italiota, dal PD all’Udc e a elementi fascisti, ha appeso in giro un manifesto per il parà italiano da poco ucciso in Afghanistan. Il discorso della solidarietà è esteso “all’esercito italiano che da sempre è impegnato nella difesa della pace e della libertà”. Da scompisciarsi di riso nevrotico. Infatti, anche qui non ci resta che piangere, o piuttosto attaccare a questa fandonia storica le vicende dei 150 anni di un esercito difensore di pace e libertà. Da Bava Beccaris a casa sua, alla Libia dove si è fatto spedire da Giolitti e da Mussolini a trattare un popolo come fossero tonni nella tonnara; dall’Etiopia gassata in massa e con i resistenti appesi a tutti gli alberi da Addis Abeba al confine con Gibuti, ai 600mila mandati inutilmente a morire da generali e mercanti di cannone quando l’Austria aveva già promesso Trento e Trieste; dalla seconda guerra servita ad ammazzare e farsi ammazzare a milioni per far felici i soliti psicopatici del dominio mondiale, con particolare prove di efferatezza fascista in Grecia e Albania, all’assalto proditorio e genocida contro una Jugoslavia renitente al Nuovo Ordine Mondiale degli psicopatici; dalla Somalia da spappolare perché zitta zitta riceva le nostre schifezze chimiche e nucleari (con tanto di torture parà a somali e somale) e ci faccia depredare i suoi mari, al duplice assalto all’Iraq e poi all’Afghanistan, al Libano, al Kosovo, tutti inoffensivi, tutti innocenti. Comunque, come è del tutto evidente, sempre nel segno della “difesa della pace e della libertà”. Italiani, brava gente.