giovedì 3 giugno 2010

SCAMBIO DI LETTERE PRC/LIBERAZIONE-FULVIO GRIMALDI




FULVIO GRIMALDI INCATENATO SOTTO "LIBERAZIONE" PER IL TERZO GIORNO CERCA INVANO DI TRATTENERE PAOLO FERRERO PER UN COLLOQUIO. LA PROTESTA CONTINUA.

A CHI INTERESSA MI TROVERà NEI PRESSI DI FERRERO NEL CORSO DEL CORTEO NAZIONALE DEL 5 GIUGNO A ROMA.





Lettera a Fulvio Grimaldi di Paolo Ferrero, segretario nazionale del PRC, e di Dino Greco, direttore di Liberazione.

Caro Grimaldì,
la riesumazione (sette anni dopo!) del caso che ti riguarda, in relazione alla riforma della sentenza di primo grado disposta dal tribunale, è in realtà priva del fondamento politico che tu insisti nell’attribuirle.
La rescissione delle collaborazioni con i giornali è un fatto, come ben sai, del tutto normale, quali che siano le motivazioni che possono determinarla.
L’attuale direzione di Liberazione, per esempio, ha risolto, nel volgere di pochi mesi, quasi due terzi delle coilaborazioni onerose di cui si avvaleva il giornale fino a tutto il 2008.
Tu hai ritenuto, a suo tempo, di contestare la legittimità della rescis.sione del tuo rapporto collaborativo. hai intrapreso una causa, l’hai vinta e hai riscosso immediatamente una importante somma a titolo ti sare itorio.
Il giornale - come suo diritto - è ricorso in appello, ritenendo ingiustificate le tue pretese, ed ha visto riconosciuto il proprio punto di vista: perché ora dovrebbe rinunciare a rientrare in possesso delle somme che la legge - quella stessa alla quale tu non hai esitato a rivolgcrti - ha giudicato noti esserti dovute?
Dici di avere utilizzato quei denari per ottime cause. Non ne dubitiamo. Ma anche Liberazione e il suo editore, il Prc, ne perseguono in proprio, con impegno e passione, in condizioni economiche che definire difficili è puro eufemismo.
Mobilitare una campagna contro di noi è dunque quanto di più sbagliato - e, ti assicuriamo, improduttivo - tu possa far.
Ti invitìamo dunque ad adottare un diverso atteggiamento e a disponi a concordare con l’amministrazione del giornale come onorare il tuo impegno.
Roma, 29 maggio 2010
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Risposta di Fulvio Grimaldi

Caro Ferrero e caro Greco,
preciso che il secondo allegato è difettoso e non si apre.
Nè io, nè le centinaia di persone che mi e vi hanno scritto condividono la vostra tecnicistica e legalistica interpretazione della vicenda.
Non si tratta di riesumazione, ma dei tempi richiesti dalla magistratura.
La mia contestazione della rescissione su due piedi del contratto, senza l'osservanza delle norme di legge elencate nei ricorsi del mio avvocato e senza giusta causa, giustificata con menzogne, contestazione condivisa da buona parte del partito, come espresso da migliaia di proteste al giornale, corrispondeva a un diktat d'imperio del vertice del partito che negava libertà d'espressione come garantita dalla Costituzione e dallo statuto del partito. Un autentico decreto Bulgaro, in tutto analogo a quello a suo tempo inflitto ad altri e che voi avete pesantemente denunciato e combattuto. Ne ricavai un danno morale, professionale, d'immagine ed economico che fu risarcito dal giudice di primo grado.
Insistendo nella vertenza e, ora, nella pretesa della restituzione sancita da una sentenza iniqua, voi avallate quel provvedimento illegittimo e antidemocratico. Tutto ciò è quanto meno paradossale alla luce della svolta dichiarata rispetto a linea e metodi del precedente segretario e direttore. E' politicamente indecente e giustifica in pieno quella che voi definite una campagna contro di voi nella forma disperata che ho adottato e che vedrà sviluppi ulteriori e più severi.
Avvalersi di una sentenza che sancisce una censura da legge-bavaglio, contro la quale ufficialmente vi battete, per rimediare, al prezzo della riduzione in miseria di un compagno che per cinque anni ha collaborato al giornale e per un periodo maggiore ha promosso il partito con iniziative in tutta Italia, un minimo respiro alle vostre difficoltà economiche, sfida ogni criterio di onestà intellettuale e di coerenza politica.
Il mio avvocato ha già inoltrato al vostro la mia condizione ultimativa: generoso e indebito versamento da parte mia di metà della somma a condizione della chiusura definitiva della vertenza. In caso di rifiuto, ritiro la mia offerta e mi affido alla Corte di Cassazione, ben sapendo che la vostra intransigenza potrà privarmi dell'unico bene che possiedo.

Io non ho nessun impegno da onorare. Voi avete da onorare un minimo di coerenza politica e morale.

3/06/10

Fulvio Grimaldi

mercoledì 2 giugno 2010

IL LICANTROPO E LA FORESTA (e Bertinotti non c'entra?)




























Fino a quando i leoni non avranno i loro storici, i racconti della caccia glorificheranno sempre i cacciatori.
(Proverbio africano)

Angela Lano libera subito!
(Tutti noi)

L’insegnamento fondamentale della grandissima Maria Montessori, questa sì una “veneranda maestra”, la prima che lanciò una guerra totale contro lo stupro psicologico dei loro bambini (nati con la colpa!) da parte degli italiani cristiani, fu, come ripete oggi Crozza, di studiare, oltre ai fatti, soprattutto ciò che lega i fatti tra di loro. Le relazioni tra i fatti. Tutto questo nel nostro paese, spiaccicato da un’intera classe dirigente sul pavimento come una mosca, sopravvive, oltreché nel finalino ammonitore dello show di Crozza, unicamente nel quadretto della Settimana Enigmistica che invita a collegare tanti puntini per ottenere un disegno. Siamo quelli che vedono gli alberi e non capiscono il bosco. E siamo pure quelli, all’inverso, che vedono il bosco e non i singoli alberi. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Esempio: certuni che si dan un gran daffare sul bosco, dell’albero poi se ne impippano altamente. Vedi Rifondazione che smania di rabbia contro la legge-bavaglio anti-intercettazioni del tiro doppio di guitti mannari Berlusconi-Alfano, il bosco, ma al sottoscritto, l’albero, vuole estorcere una somma spropositata dopo averlo censurato, licenziato, perseguitato in giudizio. Per libertà d’espressione. Discorso analogo per il sindacato, in questo caso quello mio, la Federazione della Stampa: battaglie di Austerlitz contro la controrivoluzione asburgica del guitto mannaro, neanche una scaramuccina, un fiatarello, un ciglio sollevato, per la sorte del fantaccino napoleonico caduto preda degli ussari.

Passiamo, nello stesso contesto, a cose più serie. Dalla foresta è uscito in mare il licantropo demente, pazzo di sangue, e si è abbeverato al collo inerme di vittime a suo giudizio troppo piene di vita. Non è stata una sorpresa per noi, che abbiamo visto il mostro, scaturito da una voragine di perversioni, che tutte ha apprese ed esaltate, e di dolori, che tutti ha mai cessato di infliggere, all’opera quando bruciava vivi villaggi e villici. Quando, inventore e da allora padrino di tutti i terrorismi e dei relativi veli di menzogna, disintegrava col tritolo una storia millenaria e un futuro dovuto. Quando, da sempre folle di guerre, aggrediva, sterminava chiunque si trovasse nel suo raggio d’azione. Quando, rapinatore a mano armata dei veleni usciti dai laboratori dei suoi scienziati pazzi, rubava terre, occupava spazi per sostituire alle piantagioni della vita quelle dell’odio e della prevaricazione. Quando, onnipresente in tutta la foresta, lanciava le sue spire di morte a uccidere chiunque non accettasse il suo dominio universale su terre, banche, borse, droga, media, spettacolo, servizi segreti, laboratori, terrorismi. E il bosco chinava le fronde al suo imperversare. Occultava, perlopiù annuiva.

Oggi il bosco che lo accoglieva e copriva è stato scosso dal terremoto provocato dall’ imperversare degli zoccoli del mostro sulle ossa frantumate di troppi. Troppo fracasso, troppi bagliori di ossa, troppo alitare di anime sfuggite ai corpi. E gran parte del bosco ha perso le foglie e l’orrido essere ha potuto, ha dovuto, essere guardato in tutto il suo abominio. E la visione ha incontrato la cecità di taluni, ma ha affilato la vista a tanti altri. Israele, già per noi spoglio e visibile in tutte la sua purulenza, è nudo anche per chi aveva sugli occhi lenti affumicate da complicità, o dai vapori tossici emananti da chi, mentre campava di sbranamenti, si poneva come vittima perenne, ontologica, escatologica. Mentre non era che lo scatologico prodotto finale di un colonialismo divenuto, da oppressivo e sfruttatore, genocida. Ma uniamo i puntini, vediamo come compone gli alberi il bosco del fascismo e dell’imperialismo, oggi in parte divelto dal popolo di navigatori, eroi e poeti. Veri.

Enumeriamoli questi alberi e connettiamoli come Montessori insegna. E come stavolta, come già in parte a Gaza, con Piombo fuso, il licantropo demente calcolava, fallendo, di riunirli sotto la cupola delle fronde amiche, a propria dissimulazione. Laceriamo la mimetica delle connessioni e delle connivenze. Cosa si riprometteva il licantropo con una carneficina in acque di tutti, ma ambite come personale piscina di sangue? Non solo una prova di forza da far passare, ancora una volta, come autodifesa. Sul piano morale, puntava sicuramente a rafforzare e diffondere la perversione in dittatura del male dei valori di umanità che ci avevano traghettato, tra venti buoni e bufere avverse, dalle caverne alla convivenza civile, fino al sogno della libertà e dell’uguaglianza. Ma, nella congiuntura in tempi recentissimi mutatasi da positiva in negativa, mirava anche a obiettivi geopolitici di immediata urgenza. A partire dal riemergere, grazie agli accanimenti carcerari di questo secondino planetario, dell’eroico Mordechai Vanunu, fino ai documenti desecretati sui traffici atomici con gli affini del Sudafrica, dello scandalo di 400 bombe termonucleari da minacciare l’universo mondo con un olocausto di fronte al quale il proprio diventa un tamponamento automobilistico. Alla lunga, troppo lunga, la pretesa di annichilire l’Iran, fino a prova contraria alla ricerca di centrali nucleari per scopi medici e, poi, energetici, avendo in spalla un fucile in grado di desertificare il pianeta di ogni forma di vita, stava trasformandosi nello spettacolo di un finto Davide munito di lanciafiamme contro un Golia di carta velina. Tanto più che un fronte nuovo di grandi paesi, Iran, Turchia, Russia, Siria, Brasile, con alle spalle quasi tutto il continente latinoamericano, aveva con infinita moderazione proposto una via d’uscita dalla questione del nucleare persiano: consegna a paese terzo dell’uranio da arricchire, sotto controllo dell’AIEA e nelle garanzie del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (rifiutati entrambi dall’entità sionista). Proposta generosa fino alla lesione della propria sovranità, proposta in contropiede perché rispondente a quanto gli Usa avevano preteso due anni prima, e confutabile solo dalla virulenza belluina della megera del Dipartimento di Stato, nel silenzio imbarazzato di un presidente finto “comandante in capo” e vero burattino appeso a fili manovrati nel buio del cielo. Buio, ma punteggiato di stelle d Davide.

La proposta di Iran, Turchia e Brasile e lo schieramento geostrategico che prefigurava avevano sparigliato ogni cosa del Grande Disegno. Avevano mutato a sfavore del mostro e del suo padrino-picciotto Usa (un po’ la relazione Berlusconi-Napolitano) un equilibrio mondiale già malfermo. Un equilibrio compromesso del tutto se si osservano le squadre in campo: USraele e UE a destra, Latinoamerica, Cina, Russia, la parte più viva del mondo islamico, resistenze irachene e afghano-pakistane a sinistra. E la campagna boicottaggio, disinvestimento, sanzioni che ogni giorni acquista nuovi militanti e fa pagare un prezzo crescente a un’economia di sussistenza rapinata al lavoro e alla terra dei superstiti della pulizia etnica e foraggiata dalle donazioni dei padrini-picciotti nel Nord del mondo. Si trattava di raddrizzare la barra, dandole un colpo di maglio a destra. Il giardino delle delizie statunitensi, il cortile di casa latinoamericano se ne andava a vele spiegate verso le terre della libertà, della sovranità, e di un modello socioeconomico che suona la campana a morte al neoliberismo. A dispetto di colpi di stato e recuperi pinochettisti. L’Iraq, auspicato piattaforma di lancio verso l’Asia centrale e benzinaio degli Usa, si spappola sotto i colpi di una resistenza, occultata ma viva, e nel dilaniarsi tra sciacalli prezzolati dagli Usa, ma obbedienti al rivale persiano. La Turchia, poderosa fortezza Bastiani della Nato, all’orlo del “cuore del mondo” centroasiatico, spalla di Israele, si è letteralmente rovesciata nel suo contrario: sfuggita all’addomesticamento nell’Unione Europea, spacca l’alleanza senza la quale gli Usa restano politicamente derelitti e militarmente zoppi e si fa motore della fuoruscita dal condizionamento sionista e imperialista.

Magari gli sconfitti cercheranno il ricambio, il golpe di recupero, ma ditelo al popolo turco, oggi portavoce di quelli islamici, liberi od oppressi. Nell’Iran, una realtà liquidabile solo con un’impensabile obliterazione atomica, è fallita, a dispetto di una minoranza di invasati integralisti eurocentrici, che di quel paese vedono solo l’artiglio posto sull’Iraq e non la contraddizione strategica con l’imperialismo, la sempre più logora e trasparente manovra di destabilizzazione chiamata “rivoluzione colorata”. Patetica la risposta della solita sceneggiata vecchia dei decenni da Pearl Harbour e dal Golfo del Tonchino, e degli anni dalle Torri Gemelle: l’affondamento di una nave sudcoreana da parte dei branditori di missili atomici nordcoreani. Uno spettacolino talmente goffo, da farci rimpiangere quell’Adriano Sofri che, contro ogni prova Onu in contrario, trasformava in serbi gli obici stragisti bosniaci sul mercato di Sarajevo. L’esplosivo del siluro, esibito dall’inchiesta Usa-Sudcoreana (di chi se no?) curiosamente integro dopo l’impatto con le corazze della nave da guerra, conteneva esplosivo Nato di fabbricazione tedesca. E il siluramento sarebbe avvenuto in zona strettamente controllata dalle flotte di Usa e Seul impegnate in manovre.
Zona nella quale la marina Usa, preveggente, aveva collocato sul fondo mine ad emersione… Pericolo atomico finto nordcoreano a copertura delle minacce atomiche vere di USraele. Copione scadente. Poco tempo prima, un altro colossale tonfo del fiore all’occhiello del mostro. Un esercito di superagenti Mossad, quelli più bravi di tutti ad ammazzare e sparire, avvelena e soffoca un singolo palestinese di Hamas a Dubai, ma, come un ubriaco al lampione, va a sbattere contro l’apparato di sicurezza dell’emirato. Vengono identificati ben 30 superkiller israeliani e i dati dei loro passaporti. Sono passaporti sottratti a cittadini di paesi amici. Roba che neanche la Banda della Magliana. Inglesi, francesi, irlandesi, francesi, tedeschi e australiani si incazzano come babbuini e cacciano a pedate i capistazione dell’intelligence israeliana. Immunità incrinata. Dopo gli allori sanguinosi di Monaco e di Entebbe, una camionata di guano in testa al “migliore servizio segreto del mondo”.

Così il mostro (non fatemi dire “bestia”, come tanti, ignari dell’offesa che arrecano ai più innocenti dei viventi) e i suoi padrini-picciotti hanno reagito come dettato d’impulso da una psicopatologia alimentata dalla quasi secolare immunità-impunità. Passando il segno una volta di più. E stavolta, si auspica, in misura definitiva. Se addirittura il regime saprofita del satrapo egiziano, costretto dal rumoreggiare di tuono di masse arabe in rinnovato fermento, ha dovuto aprire il suo valico per Gaza, i giorni del licantropo, certo ancora lunghi e sanguinosi, certo ancora travisati da settori di bosco sollecitati dalla comune bulimia di corpi di terra e corpi di carne, sono contati.

E se addirittura un corifeo di USraele e delle “Grandi Democrazie Anglosassoni” come “Il Fatto Quotidiano”, per quanto inquinato da sicofanti come Saviano o Colombo, se ne è uscito con cronache dignitose, come quella di una collega, Pavone, sull’assalto dei morti viventi alla flottiglia dei vivi di Free Gaza, poco importa se uno squallido apologeta, correligionario della ghiandola tossica del mostro, Netaniahu, si contorce in un demenziale tentativo di raddrizzare il timone del vascello pirata. Furio Colombo, campione di schizofrenia, in lotta contro il fascismo di casa sua e trombettiere delle armate SS in Palestina, ha disonorato quel foglio con un editoriale che ci raffigura il pasto sanguinolento del mostro come la disperata risposta a quella che non era un flotta di pace, a pacifisti che non sono pacifisti, ma fanatici militanti della causa palestinese, dunque terroristi, da parte di un Israele (cittadini e soldati) che vive nella paura continua della guerra, un Israele che appare debole e vulnerabile per i veri e bene armati nemici. Carino, vero? Lo stupratore è una fanciulla indifesa che vive nel terrore di essere stuprata. Si tratta di un Israele che da 70 anni conduce una guerra di sterminio al popolo autoctono titolare di quella terra, che ha lanciato sette guerre d’aggressione ai suoi vicini, che opera subdole campagne di assassinii, liquidazioni, diffamazioni, contro chiunque (vero Fiamma –Mossad-Nirenstein?) si azzardi a raggrinzare la fronte alla vista di un paese-apocalisse come non se ne sono mai visti in tutta la storia umana. Di un pogrom madre di tutti pogrom. Di un agglomerato abnorme che, con la sua ideologia e i suoi metodi, preconizza la fine della specie.

Colombo, nei confronti di coloro che hanno riscattato la dignità umana e volevano riscattare la vita di Gaza, ha fatto meglio di Creonte quando ha infierito su Antigone, sacrificatasi per la dignità del fratello ucciso. Questo illusionista di una stampa dell’inversione della realtà, si è permesso di negare la qualifica e l’onore di pacifisti e difensori dei diritti umani agli uccisi, ai feriti, ai terrorizzati della flottiglia, compresa l'incarcerata Angela Lano dell’ agenzia Infopal e compresi tutti i sequestrati da questi subumani dediti al brigantaggio (Il Frattini vetrina Standa: “Non sono detenuti”, punto e basta, quando mezzo mondo civile richiama gli ambasciatori). Ossessivamente li ha qualificati del contrario. E si parla di militanti dei diritti umani veri che, a rischio della pelle, rasentavano il mostro per portare cibo, farmaci, mattoni, carrozzelle, ai morituri nella Auschwitz di Palestina. La Auschwitz tedesca fu aperta dopo tre anni. Gaza no. Gaza mai. Iraq, dove gli squadroni della morte del mostro praticano l’eliminazione, una per una, delle teste pensanti della nazione, neanche dopo sette anni. Iraq mai.

Fuga in avanti
Il razzismo e il serialkilleraggio sublimati in Stato hanno dunque tentato di bloccare subito l’onda anomala, che arrivava da tutte le parti e da coste turche non più adiacenti e compiacenti, con l’unico mezzo concepibile per questa società “impaurita dalle guerre”: lo scatenamento del Golem. Una società che al 92% sostiene il massacro all’arma di fuoco, biologica e chimica, di Gaza, al 58% degli studenti vuole tutti gli arabi fuori dalle palle, al 58% propone di mettere fuorilegge le organizzazioni israeliane dei diritti umani o che denunciano i crimini di Tsahal, al 73% vuole punire i giornalisti che criticano l’esercito o il Mossad, al 64% chiede di proibire ai media di pubblicare notizie negative, al 42% vuole impedire che si pubblichino notizie di fonte palestinese sulle nefandezze di coloni e soldati. Al quasi 100% snocciola in trance orgasmatica i grani del rosario di morte che il Mossad intreccia nei cinque continenti. E’ il paradiso come lo sognano Berlusconi, Cicchitto, Alfano, Belpietro, Gasparri, La Russa, tutta la compagnia di giro mafiofascista cui abbiamo lasciato in mano il paese. Senza neanche tentare quello che i compagni di Grecia hanno tentato. O quelli di Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador. Inorridendo al pensiero che un giorno ci toccherà di studiare da Taliban. Troppo PCI in questo paese. Troppa Chiesa.

Un governo abietto di emuli del primatista mondiale del terrore lascia marcire in carcere con i suoi compagni, che si rifiutano di lisciare il pelo al licantropo chiedendo scusa per essere stati massacrati, Angela Lano, la migliore comunicatrice sulla Palestina in un circuito di settari, saccenti, schifiltosi. “Non sono detenuti”, ciancia il manichino Standa e lucida di smalto gli artigli del mostro. Nessun sindaco dei tanti di merda che hanno imbrattato e devastato Roma ha appeso sul Campidoglio la foto di Angela. Nessuna unità di crisi si arrabatta per sottrarre ai sequestratori l’agnello sacrificale della ragion di Stato. E’ che non sono islamici quei sequestratori. E ricordate il furibondo putiferio allestito dalla “comunità internazionale” quando dei perdenti agonizzanti, ma indomati, in acque internazionali salirono sulla nave “Achille Lauro” e mandarono in acqua Leon Klinghoffer. Per Yussef Al Molky (27 anni di carcere) e Abu Abbas, caro Colombo, avresti potuto trasformare in verità le tue mistificazioni, parlando di “cittadini e soldati viventi nella paura continua della guerra”, anzi della cancellazione dalla faccia della Terra. Ma non si trattava di esponenti della élite assassina della “comunità internazionale”.

Finisco con un barbaglio che mi si è acceso a rileggere il “corpo del reato” (vedi omonimo post nel blog) , l’articolo su Cuba per il quale fui censurato, cacciato e ora condannato a dare 110mila euro, 30 denari dati non da, ma a Giuda. Dopo aver scherzicchiato sulla metempsicosi di terroristi cubani, mercenari dell’aggressore Usa, in “intellettuali democratici dissidenti”, il pezzo si concludeva così: E allora dilemma: come la mettiamo con quest’isola? Mi soccorre il TG: “In Israele roadmap di pace e governo anti-Intifada di Abu Mazen inaugurati con una strage di palestinesi a Gaza. I marines sparano sulla folla a Falluja, Bassora, Mosul, Baghdad” e superano i 30 milioni di esecuzioni extragiudiziarie di dissidenti dal 1945 a oggi. Questa è serietà professionale in democrazia.

Che Bertinotti abbia voluto sbattermi in mezzo a una strada non solo e non tanto per i miei motteggi su quella metempsicosi da mercenari in dissidenti, quanto per un’impertinente sarcasmo sui terrorismi di Stato USraeliani? Dopottutto, non stava già a primi pioli della scala verso il coronamento di una carriera di acrobazie revisioniste con la nomina a Terza Carica dello Stato? Guai a segarglieli, quei pioli.

Vedete cosa succede a unire i puntini, a mettere in fila gli alberi del bosco?

lunedì 31 maggio 2010

UN TERREMOTO DI COLLERA, UNO TSUNAMI DI LOTTA. NELLA SECONDA GIORNATA SOTTO LIBERAZIONE, SOMMERSI DALLA PALESTINA




Aggiornamento della protesta contro Liberazione e il PRC.


Oggi però pensiamo soprattutto a tornare a combattere con maggiore vigore il mostro nazisionista, le SS da mare, gli emuli di Marzabotto, i rinnovatori di Auschwitz, quelli talmente fascisti e corrotti che se la sanno prendere ormai solo con gente inerme e appena hanno di fronte ccombattenti se la danno a gambe. Vedi Hezbollah. E stiamo con i palestinesi che lottano. Al diavolo quelli che tradiscono, rinnegano, collaborano, vendono se stessi e il loro popolo. Al diavolo i cerchiobottisti all'acqua santa che ancora li sostengono in Italia. Da Morgantini in giù. Comunque, coraggio, stavolta hanno davvero pisciato alla grande fuori dal vaso, pazzi di rabbia per la perdita della loro immunità-impunità nascosta dietro a un olocausto orribilmente strumentalizzato, e per il sorgere di un altro quadro geopolitico, dove l'asse Iran-Turchia-Siria-paesi antimperialisti latinoamericani sta cambiando tutto. In meglio. Oggi si deve stare con chi si oppone, in qualunque modo ritenga opportuno, ai sadici serialkiller planetari. Il Sud ci salverà. Anche dalle miserie dei bulimici opportunisti di Liberazione.
Anche dai parrucconi tanto eurodogmatici quanto provincialotti che vivono contemplandosi l'ombelico avvolto nelle vecchie carte e non si ricordano di Maria Montessori che ci insegnava come non contassero tanto i fatti, ma le relazioni che li collegano, dalle quali, come dai puntini dei giochini della Settimana Enigmistica, sorge il quadro complessivo senza il quale non si capisce nulla, si gira a vuoto e si fa dell'onanismo. Fedayin di tutto il mondo unitevi!
E poi questi infingardi, utili idioti, intimano di non bruciare le bandiere di questo stato canaglia. Non c'è fuoco migliore.

IL GIORNALISTA FULVIO GRIMALDI INCATENATO SOTTO “LIBERAZIONE” E LA DIREZIONE NAZIONALE DEL PRC

Lunedì, 31 maggio.
Il giornalista ex-Rai-Tg3 e poi inviato di Liberazione, ha completato il primo giorno di protesta in catene sotto la sede di quello che fu il suo giornale. La protesta riprenderà domani, 1 giugno, e proseguirà fino a un incontro con il segretario nazionale del PRC, Paolo Ferrero e a una soluzione equa. Grimaldi protesta contro la legge bavaglio che sta per essere varata dalla maggioranza di governo e, in questo quadro, contro il licenziamento subito a suo tempo per la pubblicazione di un articolo su Cuba, non gradito all’allora segretario Fausto Bertinotti. Vinta la causa contro Liberazione per ingiusta interruzione del rapporto di collaborazione e la negazione della libertà d’espressione, in secondo grado, rovesciando il primo giudizio, il giudice ha condannato il giornalista a restituire a Liberazione la somma di 100.000 euro percepita come risarcimento del danno. Una sentenza che Grimaldi giudica iniqua e in violazione dell’articolo 21 della Costituzione e delle norme che regolano i rapporti di lavoro. Nonostante l’attuale direzione del partito abbia modificato la linea di Bertinotti, assumendo quella per la quale Grimaldi fu estromesso, essa insiste sulla pretesa della restituzione, pena l’esecuzione forzata sui beni del giornalista.
Dopo alcune ore si è presentato il direttore amministrativo del giornale, Mauro Belisario, e ha offerto a Grimaldi la seguente transazione: restituzione al giornale di metà della somma stabilita, ma prosecuzione della vertenza in Cassazione, al fine di poi ottenere la totalità della somma in caso di vittoria del giornale. Liberazione rasenta il fallimento. Se questo dovesse verificarsi, in caso di vittoria, Grimaldi non otterrebbe nulla dai liquidatori fallimentari, non essendoci probabilmente residui da liquidare ai creditori. In caso di sconfitta di Grimaldi, i liquidatori esigerebbero da lui i restanti 50.000 euro. Il giornalista considera l’offerta una trappola e ha insistito per la cessazione totale della vertenza, una volta che Liberazione abbia ricevuto metà della somma, anche alla luce del fatto che si tratterebbe comunque di una misura punitiva nei confronti di un giornalista che si è limitato a sostenere il diritto alla propria libertà d’espressione. LA PROTESTA DI GRIMALDI INCATENATO PROSEGUE DUNQUE FINO ALL’INCONTRO CON FERRERO E UNA SOLUZIONE SODDISFACENTE.







SEGUIRANNO AGGIORNAMENTI PERIODICI

Lunedì 31maggio: IN CATENE SOTTO LIBERAZIONE

lunedì 31 maggio ore 11,00






SEGUIRANNO AGGIORNAMENTI PERIODICI


sabato 29 maggio 2010

DA GAZA A VIALE DEL POLICLINICO


No le tenemos miedo de la muerte. Hemos aprendido de vivir con la vida y con la muerte. Si acà tenemos que caer com un martir por defender la democracia, el libre pensamiento y la libertad de expresiòn, tendremos que hacerlo para defender a este pueblo y que este pueblo tenga voz y pueda tener voto.
Hay muchos mercenarios de comunicacion. Venden las noticias, son serviles a sus amos y su patron. Ellos son mercenarios por que permanentemente le mienten y mienten al pueblo diciéndolo solo lo que les conviene a su patron. Pero no dicen la verdad. Por que tienen miedo y son cobardes y son dispuestos de renunciar un trabajo recibiendo dinero esangrentado de sus jefes. Hay que ser independiente y defender el pueblo y no dedicarse a agachar (abbassare) la cabeza y someterse al Patron... Podran asesinarnos pero no tendran nuestra obediéncia, no tendran nuestras convicciones.
(Luis Galdames, direttore del programma "Dietro la verità" di Radio Globo. Honduras)



Sta navigando verso l'epitome di tutti gli orrori, di tutti i dolori e di tutti gli onori del conflitto tra una elite di cavernicoli e il resto dell'umanità. Sta navigando verso Gaza la flottiglia di otto navi da cinque paesi europei, con 800 persone a bordo, tra cui - togliamoci il cappello - Angela Lano, direttrice del sito Infopal, Fernando Rossi, unico in parlamento con Turigliatto a trafiggere con il voto contro la guerra le vergogne dei sinistri. Sta navigando con aiuti a chi è vittima di un mostro che in sè riunisce tutto il male mai fatto o concepito: dallo stupro all'infanticidio, dal razzismo alla tortura, dal fanatismo teocratico alla pulizia etnica, dalla menzogna ontologica al genocidio striscante. Non naviga solo verso Gaza la flottiglia del Free Gaza Movement. Naviga verso il mondo. Scaturisce da un Nord che, metaforicamente e neanche tanto, è tutto come è oggi il Golfo del Messico: un'immensa palude fangosa che, come la crisi prima causata e subita e immediatamente trasformata in arma letale contro gli ultimi sopravvissuti al trentennale sterminio capitalista, si alimenta di rigurgiti occulti, capitati o costruiti, per proclamare emergenze da governo mondiale totalitario. Bertolaso ne è la caricatura locale.

Il mostro, non sapendo come sostenere uno tsunami del bene che si sta abbattendo sulle coste delle sue vittime e, con ancora maggiore forza, su quelle della coscienza umana universale, va minacciando sfracelli, blocchi, affondamenti, arresti, incarcerazioni, in continuità con quella pratica di fuorilegge che lo Stato ebraico va perseguendo dalla sua nascita dal ventre tossico della terza dottrina di sopraffazione e morte del '900: dopo fascismo e nazismo, sionismo.

Qui sotto metto una lista di indirizzi israeliani da mitragliare di messaggi di sostegno e solidarietà a quegli 800 da Irlanda, Grecia, Turchia, Spagna, Algeria, Cipro, che, con la loro navigazione, comunque vada tra le fauci del mostro, hanno riscattato complicità, ignavie, codardie, omertà, cerchiobottismi, panciafichismi, che tutti hanno contribuito ad affilare le zanne del mostro.
In prima linea quelli che hanno taciuto e tacciono sulle quotidiane nefandezze inflitte a un popolo reso in gran parte inerme dagli squallidi epigoni della sua dirigenza e traditori della sua epica resistenza. Non datemi dell'immodesto se mi ritengo idealmente un mozzo a bordo di quelle navi.
Ha mille braccia come Shiva la lotta contro le fetecchie che guardano da altre parti, magari all'Isola dei Famosi - vero Sansonetti?- o raddrizzano i quadri quando il terremoto sta per far crollare la casa. O quando Gaza, la Palestina, l'Iraq, vengono nascosti dietro le lapidi dell'altro olocausto. O quando un ciclone di mefitici venti della diffamazione cerca di far sprofondare Cuba negli abissi dell'oblio e dell'abbandono. Ha mille e mille braccia e se i naviganti coraggiosi dei mari di Afrodite e Odisseo ne sono l'arto con la cornucopia di ogni bene, io, incatenato qui sotto le finestre di "Liberazione", organo comunista che, per essere dalla parte di Cuba, Palestina, Iraq e Serbia, le catene del silenzio vorrebbe impormi, con tutti voi che mi avete dato il conforto della vostra condivisone, ne sono un'unghia.

Il tempo stringe e vi evita le mie inondazioni verbali. Perciò vi accludo, in fondo, un paio di significativi contributi di saggi osservatori. E, prima, qualcosa che ho scritto, adolescenziamente perdonate, quando i capi della Palestina permettevano a quel popolo di stare in piedi. Olimpiadi '72 e con i fedayin sulle rive del Giordano.



Monaco '72
Olimpiadi, fratellanza, in Germania, coesistenza / pace, marchi e gioventù.
Noi non siamo più nazisti / guerra sol di concorrenza / per il resto coesistenza / è lo sport degli affaristi / ci s'intende lì per lì. / Democratiche bandiere / per fascisti e colonelli / oggi anch'essi sono belli / squadre bianche, gialle e nere / Indonesia e Paraguay.
Uno sbirro a ogni porta / raggi X e infrarossi / elettronici occhi mossi / da spioni d'ogni sorta / che non scordano mai più. / Uno stadio futurista / mille braccia e schiene rotte / da fatica e poliziotti / immigrato fuor di lista / t'ho pagato, testa in giù.
Noi veniamo dalla guerra / stadi e campi ci hanno tolto / ci hanno cancellato il volto / dalla storia e dalla Terra: / Palestina, fedayin.
C'è rimasta un po' di vita / dietro a quel reticolato / la fiducia, il cuore, il fiato / per gridar "non è finita" / Palestina, fedayin. / Pace, marchi e coesistenza / voi ci avete massacrato / ma gli oppressi han capito / che vittoria è Resistenza / Palestina si sarà.

Valle del Giordano, aprile 1970
Abbiamo messi i piedi borghesi / molli di marcia / in un'acqua veloce / e abbiamo guardato i monti / viola e vicini / pieni di bocche feroci. / Stanotte vogliamo andare / a chiuderne una / o due. / Con me, coi piedi nell'acqua / c'è George / dagli occhi affilati / che fa il capo ridendo / un contadino palestinese / che ha fatto anni di galera / e mostra i segni dell'odio / come un bimbetto mostra le biglie. / Gli furono spente / cicche sul corpo / gli apersero il cranio / a colpi di ferro / gli spinsero in gola i denti. / E con noi c'è Abu Suleiman / che ha il sangue palestinese / e l'anima marxista e leninista / e tutta la famiglia nel Fronte / (un fratello è caduto) / e mi mostra le gente nei campi: / "Buoni proletari, buoni proletari" / e dice che Mao è il meglio. / E c'è Abu Khaled il vecchio / sceicco di cuoio / guida guerrigliera / che ha lasciato la terra sicura / e i giorni sereni / e offre il suo sangue ogni notte / sulle piste minate / e nei boschi di fuoco. / Nelle ore del sole / Abu Khaled si piega alla Mecca / e gli altri fan conto di niente / e dicono "Khaled / brav'uomo".
E ora si va oltre il fiume / dove c'è un ufficio di cambio / dove paghi ogni cosa /

che hai racattata / e ti danno valuta senza corso legale / ma che il mio amore potrà spendere ovunque. / Io vado, amore / a guadagnarci la vita / e mi sembra di andare / a giocare a pallone / con George, Suleiman e Abu Khaled / e la gente nei campi / scintilla di forti colori / e saluta ridendo: / buoni proletari, buoni proletari. / Non è difficile amore / guadagnarci la vita / tra quei monti di cenere e viola / la terra è promessa / andiamo sicuri. / Vi voglio portare dal fiume / una cosa che vi faccia felici.
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Ma che crisi!
Cari compagni,

mi preme sottolineare un aspetto riguardante l'economia che è indispensabile
chiarire
in questo momento di gravissimo attacco alle condizioni di vita dei popoli
europei

Anche la CGIL ha accettato l'assunto che c'è una tormenta speculativa sui
mercati europei
e che sotto attacco sono proprio gli Stati, a causa dell'elevata esposizione
del loro debito pubblico
e che quindi i sacrifici sono necessari per fermare il pericolo di
bancarotta degli stessi Stati.
Poi magari fanno finta di azzuffarsi su chi deve pagare un po' di più o un
po' di meno.

Ma è proprio la premessa che è sbagliata!

Limitiamoci al caso Italia, il paese che ha il più svantaggioso rapporto tra
debito pubblico e PIL.

Nessuno può credere che il debito italiano debba essere pagato, nè ora né
mai.
Nessun paese al mondo è privo di debito pubblico.
Il problema è che esso stia in equilibrio, ossia che ogni volta si possa
rifinanziare il debito
in scadenza e pagare gli interessi correnti che su tale debito insorgono.
Naturalmente sarebbe stato auspicabile che tale debito fosse stato investito
in modo produttivo.
Ma non è questo oggi il problema.

L'Italia ogni trimestre emette titoli del debito pubblico che servono a
coprire i debiti in scadenza e
pagare gli interessi.
Negli anni scorsi il sistema è stato portato in equilibrio, nel senso che
riusciamo a pagare gli interessi
senza far aumentare la massa del debito.
Con questo governo abbiamo un po' sforato, ma non in modo disastroso.

GLI INTERESSI CHE LO STATO ITALIANO PAGA SU QUESTA 'ENORME' MASSA DI DEBITO
SONO QUASI NULLI
I TASSI IN TERMINI REALI SONO ADDIRITTURA NEGATIVI!

Questo perché l'Italia ha un risparmio privato che è molto superiore al
debito pubblico e quindi,
se i risparmiatori hanno fiducia nello Stato, hanno ben di che coprire
questo debito.
In realtà questi tassi così bassi dipendono dal fatto che la gente non sa
proprio come investire
i soldi a causa delle sberle prese negli anni precedenti con borsa, bond,
edge fund, fondi ...
e quindi si accontentano di investirli in qualcosa di sicuro che almeno
metta al riparo parzialmente
dall'inflazione, come i Buoni del Tesoro Italiano.
Il fatto che il rendmento di quelli tedeschi sia ancora più basso, vuol dire
solo che in Germania
il problema è ancora meno rilevante - e quindi completamente inventato -
rispetto all'Italia.

Gli speculatori internazionali potrebbero far saltare il banco di un Paese,
solo se non esistesse altra
possibilità di racimolare capitali per coprire le scadenze del debito, ma
non è affatto così.

Lo stesso Prodi ha dichiarato che il problema greco (un Paese che
rappresenta il 2,3% del PIL europeo)
si poteva risolvere in una battuta, impegnando i Paesi europei a coprire il
suo 'enorme' (per quel Paese
ma non per l'insieme dell'Europa) debito. La speculazione sarebbe cessata
immediatamente.
Il prezzo di qualcosa può salire solo se c'è qualcuno che gioca al rialzo,
ma se qualcun altro dice 'a quel prezzo lo compro io', la speculazione si
ferma immediatamente

Quindi smascheriamo questa solenne bugia della crisi!
La crisi finanziaria semplicemente non c'è
E' solo la scusa per stornare ancora maggiori profitti REALI spremuti
dall'economia reale ai lavoratori europei
verso la fornace insaziabile degli speculatori internazionali, di cui i
nostri governanti sono servi ubbidienti.

Un caro saluto a pugno chiuso

Alberto (Università di Palermo)
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Video sull'8 per mille alla Chiesa cattolica
http://www.youtube.com/watch?v=o44loprfxKA&feature=player_embedded

giovedì 27 maggio 2010

VI ASPETTO A VIA DEL POLICLINICO 131, ROMA




PER COLORO CHE AVESSERO LA VOGLIA, LA GENEROSITA', LA SOLIDARIETA', IL TEMPO, L'ODIO DEI CENSORI DELLA LIBERTA' D'ESPRESSIONE, PER VENIRE A TROVARMI INCATENATO A ROMA, SOTTO LIBERAZIONE, VIALE DEL POLICLINICO 131, DA LUNEDI' 31, ORE 11.00, NON SAREBBE MALE PORTARE CARTELLI, FISCHIETTI, CASSERUOLE, MEGAFONI.


Vedi post precedente

mercoledì 26 maggio 2010

DA LUNEDI' 31 MAGGIO IN CATENE SOTTO LIBERAZIONE




Cari amici e compagni, il dado è tratto. Ho ascoltato il suggerimento della maggioranza di voi, che consiglia l'incatenamento piuttosto che lo sciopero della fame, per ora, e mi troverò in catene sotto Liberazione, Viale del Policlinico 131, Roma, il 31 maggio dalle ore 11.00. Chi vorrà venirmi a trovare è grandemente il benvenuto. Qui in calce c'è la lettera che ho mandato ai direttori e alle agenzie che hanno firmato l'appello della FNSI contro la legge-bavaglio. Vi aspetto!



AI DIRETTORI DEI GIORNALI E DELLE AGENZIE CHE HANNO FIRMATO L’APPELLO DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE DELLA STAMPA CONTRO LA “LEGGE BAVAGLIO”


LIBERTA’ D’ESPRESSIONE: DAL 31 MAGGIO, ORE 11, IL GIORNALISTA FULVIO GRIMALDI SI INCATENA SOTTO LA SEDE DI “LIBERAZIONE” , ROMA, VIALE DEL POLICLINICO 131,



Cari Direttori,

siete impegnati in questi giorni contro la famigerata legge sulle intercettazioni, detta “legge-bavaglio”, che intende inibire ai mezzi d’informazione di svolgere il loro diritto di cronaca e che così pone un limite anticostituzionale alla libertà d’espressione e di stampa.

Vi potrà interessare, in questo contesto, che il quotidiano del PRC “Liberazione” ha anticipato nel 2003 questa legga liberticida e persiste tuttora nel medesimo atteggiamento, nonostante il conclamato cambio di linea politica successivo alla fine della segretaria Bertinotti.



Giornalista professionista dal 1970, nel maggio 2003, collaboratore a contratto dal 1999 di Liberazione con una rubrica fissa, “Mondocane” e con reportages sulle situazioni di conflitto in varie parti del mondo, venni licenziato su due piedi, con interruzione immediata del rapporto contrattuale, comunicatami unicamente con una telefonata dell’amministratore Belisario, per aver pubblicato un articolo su Cuba che risultava non gradito all’allora segretario Bertinotti. Alla mia richiesta di una comunicazione ufficiale scritta, con le motivazioni del provvedimento, non venne data risposta. Alle proteste di migliaia di lettori, iscritti e dirigenti del partito, la direzione del giornale e lo stesso Bertinotti risposero con giustificazioni assolutamente false: non mi sarei attenuto al tema ambientalista affidatomi. Un assurdo, alla luce di cinque anni di articoli che di tutto trattavano, oltreché di ambiente, dalla guerra nei Balcani, ai conflitti in Palestina e in Iraq.



Mi rivolsi alla magistratura del lavoro e ottenni che in primo grado il giornale venisse condannato a pagarmi le retribuzioni dovute e a risarcirmi il danno morale, di immagine, professionale ed economico, con 100.000 euro. In appello, con Bertinotti presidente della Camera, tale sentenza venne contro ogni consuetudine giurisprudenziale rovesciata nel suo contrario e “Liberazione” pretende ora il pagamento di quella somma, di cui non dispongo, e mi ha già fatto pervenire il precetto esecutivo, pena il pignoramento dei miei beni. Tutto questo porta al soffocamento di una voce che da oltre mezzo secolo ha potuto esprimersi liberamente su testate come la BBC, Paese Sera, Giorni Vie Nuove, Il manifesto, Nouvel Observateur, The Middle East, L’Espresso, La Repubblica, il Tg1 e il Tg3. In questi ultimi due telegiornali ricorderete forse che svolsi un lavoro, risultato assai popolare, di giornalista ambientalista e inviato di guerra.



Il PRC e “Liberazione” allora sostenevano la lotta in difesa dell’Art.18 e oggi sono impegnati in prima linea nella difesa della libertà di stampa e di espressione minacciati dal provvedimento legislativo attualmente in discussione in Parlamento. E’ paradossale che, su questo sfondo, il partito e il giornale insistano nell’imporre a un collega, di nulla colpevole, ma vittima di un inequivocabile abuso, una sentenza e un’ inaccettabile punizione finanziaria che concretizzano proprio quella censura che oggi si combatte. Dov’è la coerenza? Vi sarei grato per un’attenzione a questa vicenda nelle vostre pubblicazioni. Da lunedì 31 maggio, ore 11, intendo incatenarmi sotto la sede di Liberazione.



Fulvio Grimaldi

visionando@virgilio.it

lunedì 24 maggio 2010

LA LEGGE BAVAGLIO DI LIBERAZIONE DIVENTA ESECUTIVA

Sinnedoche: la parte per il tutto, ovvero i licenziamenti di Liberazione e la legge sulle intercettazioni. Una misera vicenda mia che riflette, con grande anticipo, quello che il regime repressivo e poliziesco di Berlusconi-Alfano sta infliggendo a quanto ci resta di democrazia: l'assalto finale alla libertà d'espressione attraverso una normativa punitiva nei confronti di giornalisti ed editori. Un assalto al quale la sinistra, il PRC e Liberazione, hanno dichiarato di voler resistere con tutte le forze. Tranne con quella che onorerebbe il debito di giustizia e libertà che Liberazione ha nei mie confronti.
Oggi mi è arrivato il precetto esecutivo per il pagamento a Liberazione di 110.000 euro, come determinato dalla sentenza d'appello. Se non pago avviene l'esecuzione forzata, pignoramento.

Nonostante le tante firme sotto l'appello che chiedeva a Liberazione e al PRC di rinunciare a un provvedimento scandalosamente iniquo, come il pagamento di quella somma per me inarrivabile, per essere stato cacciato su due piedi da Liberazione nel 2003 per un articolo su Cuba, con motivazioni false, nonostante le pressioni esercitate da tanti compagni su partito e giornale, questi non desistono.

Alla faccia della libertà d'espressione e della libertà di stampa, palesemente violati in anticipo perfino sul provvedimento berlusconiano che oggi sta suscitando tante reazioni, con il brutale licenziamento per un articolo (sul cui contenuto oggi il PRC sostanzialmente concorda) che si opponeva alla propaganda di menzogne e diffamazioni su Cuba, Liberazione e il PRC mandano avanti una procedura che per me significa la fine dell'agibilità in quanto documentarista. Infatti i miei documentari di controinformazione sono basati sulla mera militanza, senza alcuna componente commerciale, sono autoprodotti e autofinanziati. Quello che il giudice di prima istanza mi aveva concesso per risarcimento dei danni subiti sul piano dell'immagine, della professione ed economici, si può ritrovare nei lavori che ho fatto in giro per il mondo per diffondere un po' di verità in un ambiente intossicato dalle falsità e mistificazioni.

Grazie alla pervicacia e alla grettezza del comportamento di chi si presenta come "combattenti contro ogni censura e ogni negazione del diritto alla libertà d'espressione", queste verità io non potrò cercarle e diffonderle più.
Vorrei che voi, che in tanti vi siete espressi in solidarietà, scrivendo a Liberazione, al PRC e firmando il mio appello, mi diceste la vostra opinione circa l'ipotesi di un mio sciopero della fame ad oltranza sotto la sede di Liberazione. Ne terrò conto nella decisione. Nel frattempo conto sull'attivazione anche del mio sindacato, la Federazione Nazionale della Stampa che, consapevole del significato della sineddoche, nella sua encomiabile battaglia contro i provvedimenti liberticidi del governo non può non vederne la connessione a questo episodio, singolo, personale, ma di significato generale.
Grazie a tutti.


P.S. Chi volesse firmare l'appello segnalato qui nel blog, lo faccia per favore due volte. Spesso la prima non viene registrata.

sabato 22 maggio 2010

IL CARDINALE GOLPISTA CONTESTATO A ROMA


A seguito della campagna di informazione e mobilitazione che, con i compagni honduregni, abbiamo lanciato da questo sito per smascherare l'infame operazione di propaganda golpista allestita dalla Comunità S.Egidio in Italia, con la promozione del peggiore arnese clericofascista manifestatosi in Honduras in occasione del Colpo di Stato, condotto da Obama in complicità con squadroni della morte israelo-colombiani sotto il comando dell'oligarchia e dei militari honduregni, è successo quanto segue.


Il 20 maggio, all'Istituto Italo-Latinoamericano di Roma Annalisa Melandri ha contestato con grande efficacia la scandalosa presenza e l'inaccettabile intervento del cardinale Rodriguez Madariaga, arcivescovo di Tegucigalpa, presidente della Caritas Internazionale, cocco di Ratzinger, sostenitore del colpo di Stato yankee, del regime fascista e della sua repressione assassina, indecentemente accolto dagli affini della Comunità di S. Egidio nello stesso momento in cui in Honduras il regime, disconosciuto dalla maggioranza degli Stati latinoamericani, proseguiva con l'eliminazione dei quadri della resistenza democratica. Plauso, grazie e onore ad Annalisa! Grazie anche a Geraldina Colotti che, sul "manifesto", ha dato conto di questa vergogna e della coraggiosa risposta di Annalisa.
Ci chiediamo al tempo stesso dove erano, in occasione di questa scadenza cruciale, tutti gli antimperialisti, i sinistri, le associazioni solidali con l'America Latina.
Fulvio.





Il Cardinale durante la conferenza - Foto di Lauretta Pilozzi

COMUNICATO DI ANNALISA MELANDRI
Questo è il testo (più o meno) che avevo preparato per il mio intervento all'IILA e che ho letto dopo aver ascoltato per più di un'ora la conferenza del Cardinale Maradiaga sul tema: "Oltre la violenza e la povertà. Proposte di cambiamento per l'America Latina". E' di oggi la notizia dell'omicidio da parte di alcuni sicari di Olayo Hernández Sorto, membro del COPINH e del FNRP. Aveva moglie e 5 figli il cui sostentamento dipendeva dal suo lavoro.

Si è parlato qui di Diritti Umani e di povertà. Quindi volevo condividere una riflessione con voi.

Per quanto riguarda i Diritti Umani io credo che si debba aver ben chiara in mente una cosa, e cioè che rispetto alle violazioni dei Diritti Umani esistono sempre due attori: chi commette la violazione e chi la subisce. Generalmente commettono violazioni dei Diritti Umani lo Stato e i suoi apparati (esercito, polizia, magistratura…). Se io sequestro una persona e la torturo verrò incriminata e condannata presumibilmente per sequestro di persona, violenza privata o tentato omicidio. Uno Stato che sequestra, tortura o uccide persone viene condannato dagli organismi internazionali preposti, ammesso che ciò accada, per tortura, sparizione forzata o per esecuzioni extragiudiziali che sono reati permanenti e imprescrittibili proprio perché rientrano nell’ambito delle violazioni dei Diritti Umani e vengono considerati crimini contro l’umanità.

A questi due attori ne va aggiuno un terzo e cioè chi legittima le violazioni dei diritti umani, chi le benedice e legittimandole si rende complice dell’IMPUNITA’ dei criminali.

Ora parlando invece di violazioni dei diritti umani rispetto alla povertà spero sia sufficientemente chiaro a tutti in questa sala, che gli Stati commettono violazioni dei diritti umani per mantenere dei privilegi a danno delle masse popolari e quindi ci sembra particolarmente strano e paradossale l’invito che è stato rivolto al Cardinale Maradiaga che come è noto ha benedetto fin dal primo momento il colpo di Stato in Honduras. … (rumori in sala) …Posso ora presentarmi, sono Annalisa Melandri, collaboratrice della Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani e sento di poter dire che sono qui a parlare anche a nome di alcuni settori della società civile italiana informati sui fatti che accadono e sono accaduti in Honduras e a nome di tanti amici indignati come me per questo invito. Il colpo di Stato in Honduras è stato portato avanti per mantenere i privilegi economici di quell’oligarchia che temeva di perdere il suo potere grazie alle proposte progressiste del presidente legittimo Manuel Zelaya.

Manuel Zelaya con la proposta di installare una Quarta Urna e di formare un’Assemblea Costituente stava cercando di restituire un po’ di dignità ad un paese che è uno dei più poveri del mondo, con un tasso di mortalità infantile del 48% entro il 5° anno di età, con una disparità tra classi ricche e povere tra le più alte del mondo.

Lei, Monsignore prima parlava del “20% della popolazione nel mondo che gestisce l’80% del PIL mondiale”. In Honduras vige un sistema sociale in cui 10 famiglie possiedono la totalità della ricchezza e del potere, controllano le istituzioni e in combutta con le gerarchie cattoliche ed ecclesiastiche, amministrano ogni aspetto della vita sociale ed economica. Il golpe è stato realizzato per difendere questo sistema sociale e il cardinale Maradiaga ha benedetto questo sistema sociale e tutte le violazioni dei diritti umani che sono servite a mantenerlo. (Richiesta di formulare la domanda da parte del Presidente dell’ILA. Non ci sono domande gli ho detto, volevo solo leggere un comunicato e proseguo…)

Ricordiamo che soltanto nei giorni immediatamente successivi alla cacciata di Zelaya si sono registrati 50 morti, 500 feriti e un migliaio di arresti e detenzioni arbitrarie mentre oggi c'è uno stillicidio continuo di omicidi di leader comunitari, membri del Fronte di Resistenza, militanti e attivisti.

La consideriamo pertanto complice dei crimini commessi durante e dopo il colpo di Stato (ooohhh generale) e la dichiariamo pertanto persona non gradita nel nostro paese.

(un po’ di confusione generale…)


Annalisa Melandri
www.annalisamelandri.it

http://boicottaisraele.wordpress.com

La rivoluzione è un fiore che non muore
La revolución es una flor que no muere

L'uomo è nato libero ed è ovunque in catene
J.J. Rousseau

mercoledì 19 maggio 2010

S.EGIDIO: UMANITARISMI, GOLPISTI CLERICOFASCISTI, SGOMBERI







E' qui che si dividono le vie degli uomini: se desideri impegnarti per la pace dello spirito e per il piacere, allora credi; se vuoi essere devoto alla verità, allora indaga.
(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

Ardisco, non ordisco.
Gabriele D'Annunzio

La fiducia dell'innocente è lo strumento più prezioso del bugiardo.
(Stephen King)

Alleanza: in politica internazionale l'unione di due ladri che hanno le mani così profondamente infilate nelle tasche l'uno dell'altro da non potere sacheggiare disuniti un terzo.
(Ambrose Bierce)

Ciao a tutti.
Sempre sull'onda di fango che nelle prossime ore, con la venuta a Roma del CardiMale honduregno, arcivescovo golpista di Tegucigalpa e presidente della Caritas Internazionale ((sic!), Oscar Rodriguez Madariaga, invitato dal corpo diplomatico parallelo di Chiesa e Imperialismo, Comunità d S.Egidio, e mandato con entusiasmo dai falloni sanguinari che ora tiranneggiano l'Honduras in resistenza, propongo tre contributi che in proposito mi sono arrivati da occhiuti compagni . Ci illustrano come la sacra congrega da "operazioni speciali", S. Egidio, si muove sia sul territorio nazionale, sia a livello di collateralismo con golpisti fascisti installati dalla Cia e dal Mossad. Coerenza piena, purchè a essere colpiti, repressi, cacciati o ammazzati siano i poveri, i "selvaggi" interni ed esteri e i diversi.

Permettetemi di inserire, fuoritema ma mica tanto, un'annotazione di mia diretta pertinenza e che potrà far sorridere i tanti solidali che mi hanno accompagnato nella lotta per i miei diritti contro il diktat bulgaro di Bertinotti-Curzi-Liberazione.

Il governo-canaglia del guitto mannaro sta per calare un'ennesima mannaia sui diritti dei lavoratori con una legge che consente ai padroni di licenziare " a parole". Tipo "E ora fuori dai coglioni!" Senza neanche una riga scritta, come impone la legge in vigore dagli anni '60. Va ammirato il ruolo di preveggente e antipatrice avanguardia assunta da Liberazione e Bertinotti e Curzi nel 2003 quando la mia cacciata mi fu comunicata con un colpetto di telefono dell'amministratore Mauro Belisario. Più o meno così: "Pronto, sono Mauro, ciao. Ti devo dare una brutta notizia, viene dall'alto: da oggi è finito il tuo rapporto con il giornale, mi dispiace, va via anche la rubrica..." Non erano passate 24 ore dall'uscita sul giornale del mio articolo intolato "Cuba" e che trovate nel post "Il corpo del reato". Mai avuto la dovuta comunicazione-motivazione dal direttore, nè orale, nè, come imponeva la legge ai dipendenti e per traslato anche ai titolari di contratto di collaborazione fissa, per iscritto. Quando si dice che la "sinistra" prepara il terreno alla destra..

E ora, le cose serie, che però tutte rientrano nella dimensione "verità e libertà". Quando scompare la prima, muore la seconda.
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Sant'Egidio story. Il grande bluff .
Fanno i demiurghi della pace. Sono candidati al Nobel. Sono nelle grazie del papa. Sono i cattolici italiani più celebrati al mondo. Ma sono strutturati come una monarchia assoluta. Storia non autorizzata di una comunità tutta speciale

di Sandro Magister

[Da "L'Espresso" del 9 aprile 1998]



ROMA - Hanno la loro cittadella a Roma Trastevere, in piazza Sant'Egidio, in un ex convento di monache carmelitane con la chiesa. Ma non tengono nessuna targa sul portoncino. Lì a fianco c'è una caffetteria snob, "Pane amore e fantasia", con l'insegna tipo pellicola da cinema e la foto di Gina Lollobrigida, ma non c'è scritto che è della comunità. Anche la loro messa del sabato sera è da qualche tempo clandestina. La dicono a porte chiuse dentro la vicina basilica di Santa Maria, che raggiungono attraverso un labirinto di locali e cortili interni. Perché ormai sia la basilica, sia quasi tutti gli edifici attigui sono loro dominio, compresi i due palazzi antichi sulla piazza grande. In uno c'è un mercatino di cose vecchie e curiose, "La soffitta". Anche di questo non c'è scritto che è della comunità.

Sant'Egidio si vede e non si vede. Si sa che servono minestre calde ai barboni e aiutano i vecchi rimasti soli. Si sa che in Mozambico hanno messo d'accordo governo e guerriglieri e che nel Kosovo fanno la spola tra il despota serbo Slobodan Milosevic e gli albanesi maltrattati. La segretaria di Stato americana Madeleine Albright, quando all'inizio di marzo è passata da Roma, ha speso più tempo da loro che dal papa. E uscendo li ha beatificati: "Wonderful people", meravigliosi. Sono candidati al Nobel per la pace. Hanno un efficientissimo servizio di pubbliche relazioni e tutti ne dicono un gran bene.


TRA OPUS DEI E DALAI LAMA


Ma per il resto sono come la leggendaria Opus Dei. Impenetrabili. Nemmeno in Vaticano sanno bene che cosa fanno quando sono tra loro. Neanche il papa lo sa, nonostante sia loro amico. Se sapesse che quelli di Sant'Egidio hanno praticamente abolito il sacramento della penitenza sostituendolo con i mea culpa pubblici nelle assemblee di gruppo, li redarguirebbe severo. Se conoscesse le loro stranezze in materia di matrimonio e procreazione, sobbalzerebbe sulla cattedra. Se sapesse che nelle loro messe l'omelia la tiene sempre Andrea Riccardi, il fondatore e capo, che prete non è e quindi non dovrebbe predicare (divieto assoluto ribadito di fresco da un'istruzione vaticana), li richiamerebbe subito all'obbedienza.

Questioni interne di Chiesa? Sì e no. Perché quella che oggi è detta "l'Onu di Trastevere" non è un'organizzazione laica tipo "Médecins sans frontières", ma è nata come comunità cattolica integrale. E tuttora si presenta così: come cittadella di Dio in un mondo invaso dai barbari. È in forza di questa identità e della benedizione papale che Sant'Egidio si offre ´urbi et orbi´ come peacemaker sui fronti di guerra. Oltre che come ponte di dialogo tra le religioni.

Sono stati quelli di Sant'Egidio a organizzare il meeting interreligioso del 1986 ad Assisi, con il papa in preghiera fianco a fianco col Dalai Lama, con metropoliti ortodossi, pastori protestanti, monaci buddisti, rabbini ebrei, muftì musulmani, guru e sciamani d'ogni credo. Da allora, Sant'Egidio replica il modello di Assisi ogni anno: l'ultima volta a Padova e Venezia, altre volte a Roma, Firenze, Milano, Bari, Varsavia, Bruxelles, Malta, Gerusalemme. Con un crescendo di coreografie spettacolari. Con cerimonie ritrasmesse in mondovisione. Con un roteare di ospiti insigni, chiamati dai cinque continenti, spesati, coccolati. Minimo mezzo milione di dollari per meeting, coperti da sovvenzioni governative e private.

Con questi precedenti, Sant'Egidio non avrà rivali per il prossimo Giubileo. Sua sarà la regia dell'Assisi bis, questa volta di nuovo col papa, già annunciata dal Vaticano.


IN PRINCIPIO FU CL


Eppure, nonostante queste credenziali e le sue suggestive liturgie, il profilo cattolico della comunità di Sant'Egidio resta sfuggente. I suoi percorsi tortuosi. La sua data di nascita ufficiale è il 7 febbraio 1968. Ma a quella data non succede proprio niente di nuovo. I futuri membri di Sant'Egidio fanno semplicemente parte di un raggio, di una cellula di Gs nel liceo Virgilio di Roma. Gs è la sigla di Gioventù Studentesca, l'organizzazione fondata da don Luigi Giussani che più tardi, passata la bufera del Sessantotto, prenderà il nome di Comunione e Liberazione. Riccardi vi si era avvicinato negli anni di ginnasio, a Rimini. Dopo di che, tornato a Roma, aveva legato con i ´giessini´ del Virgilio, del Dante, del Mamiani. Tra quei compagni di liceo c'è già il nocciolo duro di Sant'Egidio d'oggi. Ma con loro ci sono anche Rocco Buttiglione e la sua futura moglie Maria Pia Corbò, che rimarranno con don Giussani. Se il gruppone si disfà, tre, quattro anni dopo, è perché se ne va via il prete che l'aveva tenuto assieme, Luigi Iannaccone. È solo a quel punto, inizio 1972, che Riccardi e i suoi si mettono in proprio. Con astio nei confronti dei fratelli separati di Cl, che infatti spariranno per sempre, anche in memoria, dalle storie autorizzate di Sant'Egidio.


MONACI DEL NUOVO MILLENNIO


Manca ancora una sede. E per un poco Riccardi e compagni, tutti di famiglia bene, meditano di traslocare in baracche di periferia. Ma poi per i poveri scelgono solo di lavorare, senza conviverci. Nel settembre del 1973 fissano finalmente il loro quartier generale a Sant'Egidio, a Roma Trastevere. Sparite le ultime monache, l'edificio era rimasto vuoto. È di proprietà del ministero degli Interni, che lo cede a loro in cambio d'un affitto di poche lire. Chiavi in mano compreso il restauro, eseguito prontamente a spese del ministero.

Segue la fase monastica. Con una spruzzata d'orientalismo. In vacanza, quelli di Sant'Egidio vanno in Belgio, a Chevetogne, un monastero che celebra raffinate liturgie bizantine, e se ne innamorano. Di ritorno a Roma, arricchiscono le loro liturgie con tocchi orientali e alla loro vita comune danno un'impronta monastica. Anche per via della giovane età, nessuno di loro è sposato. E allora s'immaginano "celibi per il Regno dei cieli" e "monaci nel deserto della città". Danno ai loro capi i nomi di priore e priora, con i rispettivi vice. Abitano in piccoli gruppi divisi per sesso. Vestono tutti in modo austero, riconoscibile: gonne ampie e lunghe, maglioni abbondanti e colori castigati le donne; giaccone blu scuro i maschi; borsa di pelle a tracolla per tutti, modello Tolfa. Le giornate sono all'insegna dell'"ora et labora", dove il "labora" sono il pasto ai poveri, le pulizie ai vecchi, il doposcuola ai monelli di periferia.


LA SCOPERTA DEL SESSO


Ma anche la fase monastica si spegne presto. Nell'estate del 1978, in un ritiro collettivo nelle Marche, nell'eremo di Macereto, un po' tutti svuotano il sacco. E confessano di condurre tra loro una vita sessuale sin troppo movimentata. Da lì in poi cade il silenzio sul "nuovo monachesimo" e prendono il via i primi matrimoni. Resta l'obbedienza assoluta a quello che era di fatto l'abate indiscusso, Riccardi.

Il quale, intanto, s'è laureato in legge, ma si è subito dopo tuffato, da autodidatta, negli studi di storia, in particolare di storia della Chiesa, fino ad aggiudicarsi rapidamente una cattedra in università. Come per incanto, si danno agli studi di storia anche gli altri membri importanti della comunità, maschi. Ma quello che li distingue è che la storia non vogliono solo studiarla, ma farla. Specie la storia presente della Chiesa. Il 1978 è l'anno dei tre papi: muore Paolo VI e dopo l'interregno di papa Albino Luciani sale al trono Giovanni Paolo II. Nei due preconclavi, specie nel secondo, Sant'Egidio è tutto un via vai di cardinali d'ogni continente, di conciliaboli, di manovre elettorali.

La comunità fa campagna per il cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti. Ma il conclave li delude. A vincere è il polacco Karol Wojtyla, per loro uno sconosciuto. Bastano poche settimane per ribaltare la sconfitta. Quelli di Sant'Egidio studiano a puntino la mappa della prima uscita del nuovo papa, alla parrocchia romana della Garbatella. Sul tragitto c'è una scuola materna, con un'aula che dà proprio sulla strada. Per una settimana occupano quell'aula e insegnano ai bambini canti in polacco. Li tengono lì dentro a cantare anche la domenica, col papa che arriva. Finché il papa passa, sente, si ferma, entra, vuol sapere. L'idillio tra Giovanni Paolo II e Sant'Egidio sboccia così. L'innamoramento è l'estate dopo a Castelgandolfo, una sera di luglio, in giardino, con le lucciole. Cantano e ballano con lui. Fanno ´serpentone´ tra le aiuole. Non si lasceranno più.


ALLA CONQUISTA DELLA CHIESA


Gli anni Ottanta sono la fase della conquista della Chiesa, posizione dopo posizione, fino ai più alti gradi. Il riconoscimento canonico Sant'Egidio l'ottiene nel 1986. Ma più importanti sono i legami diretti stabiliti con alcuni personaggi chiave del Vaticano.

Tre di questi sono tuttora i più grossi sostenitori della comunità. Uno è il segretario personale di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, onnipotente factotum. Un altro è il cardinale Roger Etchegaray, ambasciatore volante del papa sui fronti caldi del globo. Il terzo è il cardinale Achille Silvestrini, curiale di prima grandezza. Anche le parentele pesano. Una nipote di Silvestrini, Angela, è dentro la comunità. Mentre altri due membri di spicco di Sant'Egidio, don Matteo Zuppi e Francesco Dante, sono a loro volta nipoti di due porporati defunti: rispettivamente dei cardinali Carlo Confalonieri ed Enrico Dante. Quanto a Riccardi, il suo albero di famiglia è ancor più dotato: ha come zio non un cardinale ma un beato "che fu maestro del futuro cardinale Ildefonso Schuster", un monaco di San Paolo fuori le Mura di nome Placido, elevato agli altari nel 1954. Ed è già lui stesso un santo in terra, per i suoi fan.


MARTINI FOLGORATO


Altro cardinale protettore di Sant'Egidio è Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano. Martini lo dicono addirittura loro membro onorario, perché nel 1975, quando era a Roma come rettore del Pontificio istituto biblico, li incontrò, ne restò folgorato e per quattro anni fece la sua parte nella comunità: accudiva a un vecchietto di Trastevere e andava a dir messa in un locale della borgata Alessandrina. Ad accompagnare Martini passo passo era stata incaricata una giovane della comunità, Gina Schilirò. Un'altra, Maura De Bernart, aveva a sua volta conquistato alla causa pochi anni prima un sacerdote, Vincenzo Paglia, che oggi è assistente ecclesiastico ufficiale di Sant'Egidio e aspirante vescovo. Sfortunatamente, sia Schilirò che De Bernart hanno poi avuto storie tormentate. La prima è uscita dalla comunità e poi rientrata con la cenere sul capo. La seconda, che all'inizio era leader di spicco, finì presto retrocessa con l'etichetta di donna traviata. "La nostra Maria Maddalena", la definivano i suoi censori.


IN GUERRA PER LA PACE


C'è forte contrasto, in Sant'Egidio, tra il proscenio e il retroscena, tra le attività ´ad extra´ e la comunità ´ad intra´. Prendiamo le iniziative di pace, quelle degli anni Novanta, la fase geopolitica della storia della comunità. Sulla ribalta del mondo, Sant'Egidio si batte indiscutibilmente per la pace e la democrazia. Se una critica le viene fatta, è che sceglie i suoi teatri con fin troppa cura di sé. Sì in Burundi, in Algeria, in Sudan, anche a costo di contrariare le Chiese del luogo. No a Timor Est e nel Chiapas. Questione di concorrenza. Il Nobel per la pace assegnato nel 1996 al vescovo di Timor, Carlos Filipe Ximenes Belo, è stato per Sant'Egidio una doccia gelata. Quanto al Chiapas, tra i candidati rivali al Nobel c'è anche lì un vescovo star, quello di San Cristóbal de las Casas, Samuel Ruiz García.

Ma la democrazia vale per quelli di fuori. Dentro la comunità non ce n'è ombra. "Perché anche la Chiesa dev'essere così, non democratica", teorizza con i suoi discepoli Riccardi. La gerarchia interna è rigidissima e in trent'anni di vita della comunità lui solo è sempre stato al comando. Ma rigide sono anche le divisioni per sesso: ai maschi la diplomazia, la geopolitica, il pulpito, la cattedra, l'altare; alle femmine il sociale, le mense, gli anziani, i bambini. E così le divisioni per generazione e per classe.

La struttura della comunità di Sant'Egidio ha al culmine il gruppo dei fondatori, oggi tra i 40 e i 50 anni. Sono 120 circa, ma è come se fossero i dodici apostoli: un ´unicum´ cui nessuno può aggiungersi. Poi, in subordine, viene la seconda generazione. Che è a sua volta divisa in due rami: da una parte la Pentecoste, i borghesi, quelli che hanno fatto gli studi; dall'altra la Resurrezione, il popolino, quelli di borgata. Il reclutamento dei giovanissimi è anch'esso separato: per la Pentecoste nei licei, per la Resurrezione nelle scuole professionali di periferia.


LE SACRE GERARCHIE


La messa del sabato sera, quella del top della comunità, è da sempre una fotografia perfetta delle gerarchie interne. Sull'altare c´è il gruppo dei fondatori, da una parte le donne, dall'altra i maschi, ciascuno al suo posto prefissato. Nella navata ci sono una rappresentanza scelta della Pentecoste più qualche elemento della Resurrezione e gli ospiti di riguardo. Riccardi è alla regia: non solo tiene la predica, ma comandi anche le luci da una piccola consolle. E chi nella comunità cade in disgrazia perde sia il suo ruolo nella messa che il suo posto in chiesa: Claudio Cottatellucci, uno dei capi della prima ora, che per anni aveva avuto l'onore di leggere dall'ambone l'Antico Testamento, si ritrovò di punto in bianco cacciato giù nella navata. La processione d'uscita al termine della messa è anch'essa un rito gerarchico. Tornati i preti in sacrestia, il primo ad alzarsi è Riccardi, seguito in fila indiana dagli altri maschi dell'altare, in ordine d'autorità. Poi ecco Cristina Marazzi, la numero uno delle donne, con le altre dietro in fila. Infine il rompete le righe per quelli della navata.


QUINTA COLONNA AL "CORRIERE DELLA SERA"


Il terremoto più grosso, al vertice di Sant'Egidio, risale a sei anni fa. Riccardi annunciò che avrebbe lasciato a un altro la presidenza per dedicarsi con più libertà alla cura spirituale della comunità. Ma quando si arrivò al voto nel comitato centrale, la sua indicazione non cadde su Andrea Bartoli, che da sempre era stato il numero due e in gioventù era stato di Riccardi l'amico intimo, ma su Alessandro Zuccari.

Di norma l'indicazione di Riccardi è legge. Non si discute, si esegue. Ma quella volta accadde l'inaudito: l'unanimità fu infranta. Zuccari fu eletto, ma anche Bartoli ebbe dei voti. E i suoi sostenitori uscirono allo scoperto: Agostino Giovagnoli, l'intellettuale fine del gruppo, quello a cui spettava tenere le omelie ogni volta che Riccardi era assente; sua moglie Milena Santerini, numero due delle donne; Paola Piscitelli, futura compagna dello stesso Bartoli; Roberto Zuccolini, giornalista al "Corriere della Sera", il primo quotidiano italiano.

Questa fronda non chiedeva maggior democrazia dentro la comunità: perché quanto a dispotismo, Bartoli aveva fama di terribile maestro dei novizi. Il dissenso era di strategia. Bartoli e i suoi contestavano un chiodo fisso di Riccardi: l'idea che la comunità di Sant'Egidio dovesse restare marcatamente papalina e romana, anche nelle sue filiali estere d'Europa, d'Africa, d'Asia e d'America. Volevano più autonomia per le periferie della comunità. Mentre Riccardi era ed è un accentratore estremo.


LA GUERRA DEI DUE ANDREA


La guerra tra i due Andrea durò per tutto il 1992, con i fautori di Riccardi che tenevano i loro conciliaboli al Caffè Settimiano, a Trastevere. E alla fine il gruppo antipartito fu sgominato. Bartoli fu spedito in esilio a New York, dove è tuttora. Suo fratello, Marco, fu cacciato dalla filiale di Napoli, di cui era il primo responsabile. Altre filiali a Genova e in Germania, che erano pro Bartoli, furono commissariate. A Giovagnoli furono tolti il pulpito e la cura delle relazioni con l'Asia. Zuccolini invece lo recuperarono: al "Corriere della Sera" era troppo prezioso e il partito di Riccardi ci teneva ad averlo dalla sua.

Salirono così di grado, assieme a Zuccari, solo i fedelissimi del fondatore. Sono gli stessi che oggi compongono il gruppo dirigente, ciascuno con le sue mansioni: Marco Impagliazzo, Mario Giro e don Vittorio Ianari si occupano di Islam e mondo arabo, dall'Algeria al Sudan; Roberto Morozzo Della Rocca e don Paglia dei Balcani; don Marco Gnavi e Adriano Roccucci dell'Oriente ortodosso, dalla Serbia alla Russia; don Zuppi dell'Africa; Valeria Martano, moglie di Zuccolini, di Istanbul e dell'Asia; don Ambrogio Spreafico, che è anche diventato rettore della Pontificia Università Urbaniana, degli ebrei; Alberto Quattrucci e Claudio Betti degli annuali meeting interreligiosi sul modello del papa ad Assisi; Gianni La Bella di sponsor e sovvenzioni; Cristina Marazzi, intramontabile numero uno delle donne, di assistenza; Mario Marazziti, suo marito, di pubbliche relazioni.

E i preti? Sant'Egidio ne ha oggi una dozzina. Tolti Paglia e Spreafico, venuti da fuori, gli altri sono cresciuti tutti in casa, senza passare per i seminari diocesani. A decidere chi deve diventare prete è la comunità, ossia Riccardi. E a consacrarli basta un vescovo amico, nell'attesa che vescovo lo diventi uno di loro. Paglia è il candidato. Fermo al palo da anni. Se in Vaticano esitano a dare il via libera alla sua ordinazione è perché c'è finora un solo, troppo discusso precedente di comunità con un suo vescovo speciale: l'Opus Dei. Il timore è che Sant'Egidio diventi un'altra Chiesa nella Chiesa.

Ma la spunteranno. Quelli di Sant'Egidio sono pochi di numero. Faticano a reclutare nuovi seguaci e subiscono molti abbandoni. Ma si definiscono "la formica capace di imprese grandi con piccoli mezzi". Sono una lobby potente. Condizioneranno il conclave che eleggerà il prossimo papa. Nessun magnate di Chiesa li vuole avere nemici. Riccardi lo dice spesso ai suoi: "Dobbiamo apparire più di quello che siamo. È il nostro miracolo. Il grande bluff".


Sgomberata a Ostia anche la "Chiesetta". Dietro ai manganelli, gli appettiti del S. Egidio
Comunicato arrivatomi da un compagno.

Leggendo questo fatto della comunità S.Egidio, fatto gravissimo, penso pure a
cosa sta facendo in questi giorni nel territorio romano proprio tale comunità
dispensatrice di "solidarietà" umana. Una breve premessa. Ad Ostia, c'era
un'occupazione della "chiesetta" che sta nella ex colonia Vittorio Emanuele
Dico c'era perché sono stati sgomberati proprio ieri mattina, con
un dispiegamento di forze pazzesco (camionette dei carabinieri a profusione e
150 unità antisommossa), chiudendo un pezzo del lungo mare per tutto il giorno
e la notte seguente (questa mattina non so se siano ancora lì), militarizzando
di fatto il territorio con una violenza simboleggiata preoccupante, perché
siamo consapevoli che possa essere prodotta in concreto. Il presidente del
municipio XIII è tal Vizzani, uomo ex An (un fascista che si definisce
democratico) e che durante un diverbio con gli occupanti che si sono
precipitati subito al municipio dopo lo sgombero (municipio che aveva intorno a
sé un dispiegamento di forze dell'ordine altrettanto incredibile) ha fatto il
gesto classico del "vi romperò il culo". La comunità di S.Egidio ha avuto in
assegnazione la "chiesetta" (che tra l'altro verrà riadibita a luogo di culto
nonostante ad Ostia non manchino chiese). Questo il motivo che ha portato loro
ad esercitare pressioni affinché uno spazio occupato di questo tipo fosse
sgomberato. Ma il motivo più grande di queste "piccole" vicende, sono i poteri
forti che si stanno muovendo, e che prevedono su tutto il litorale romano (da
fiumicino ad ostia) una speculazione edilizia selvaggia senza precedenti: porti
turistici a profusione, raddoppio dello scalo dell'aeroporto fco, atolli
artificiali, casinò e quant'altro. Un centro sociale nel cuore di un progetto
del genere ho come idea che avrebbe stonato ...

Tornando a noi, la Comunità S. Egidio ha addirittura presenziato allo sgombero, gioendo assieme alle forze del "disordine sociale", e portato fuori quanto non fosse di loro gradimento
all'interno (gli occupanti hanno dovuto trattare per portarsi via le loro cose
.. visto che l'altra volta gliele hanno letteralmente rubate). La questione
della proprietà non la conosco bene, per cui evito approfondimenti di tale
cosa. So che il parroco responsabile della diocesi si è sempre rifiutato di
fare la guerra a questi giovani per sgomberarli (visto che ha condotto
battaglie assieme a loro), e dunque pare sia stato superato dal vicariato il
quale ha messo un suo uomo a comandare l'intera operazione esautorandolo dalle
competenze previste (ma io di queste cose non m'intendo e dunque non so con
precisione). Ho avuto modo di conoscere questi giovani ragazzi in precedenza,
da un paio d'anni anche se l'occupazione è ripartita dall'estate scorsa. Devo
dire che sono, a mio modesto parere, dei bravi giovani compagni, che hanno
ripreso quest'occupazione (erano già stati sgomberati in passato e hanno
rioccupato) dopo un lungo periodo di degrado del luogo che era diventato più
che altro uno spazio di emarginazione sociale. Loro invece con molto coraggio
hanno riavviato lo spazio occupato rendendolo realmente un luogo sociale,
restituendolo dunque alla popolazione, in particolar modo ai giovani che hanno
ripreso a frequentarlo.

riccardo filesi
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Appello cittadino contro gli sgomberi:
I NOSTRI DIRITTI NON SI PIEGHERANNO AI VOSTRI MANGANELLI
Dopo le famiglie dell'Idroscalo, arriva lo sgombero del collettivo L'Officina
dalla chiesetta dell'ex colonia Vittorio Emanuele. Un enorme spiegamento di
agenti in tenuta antisommossa, ha nuovamente occupato le strade di Ostia,
trasformando il territorio in una caserma a cielo aperto.
La giunta Alemanno inaugura così la stagione post elettorale degli sgomberi,
iniziando da uno spazio di socialità punto di riferimento per il litorale
romano. Una stagione di repressione che non sembra sia destinata a finire.
Stanno uccidendo Roma e hanno iniziato a colpirla dal suo litorale, sempre di
più destinato a rappresentare il luna park estivo della capitale: attrezzato di
porto turistico, isolette artificiali e casinò, secondo i progetti della giunta
comunale . Ma dietro la riqualificazione, si nasconde la cancellazione di un
tessuto territoriale che ha bisogno di risposte a fronte di una crisi
tutt'altro che superata.
In un contesto generale di attacco ai movimenti per il diritto all'abitare e a
tutte quelle realtà che provano a dare una risposta ai problemi dell'esistente,
crediamo sia importante rilanciare un percorso di confronto cittadino sulla
difesa dei diritti e degli spazi di socialità. Invitiamo tutte le realtà
romane ad una assemblea cittadina per dare una risposta all'ondata di sgomberi
che sta per cadere sulla città.
Invitiamo tutti e tutte a costruire insieme la manifestazione di Domenica 23
Maggio, per dare una risposta all'sgombero dell'ex chiesetta di Ostia.

ASSEMBLEA CITTADINA - GIOVEDI 20 MAGGIO ORE 19.00 VOLTURNO OCCUPATO
"STOP KILLING OSTIA"
MANIFESTAZIONE OSTIA - DOMENICA 23 MAGGIO ORE 14.30 P.ZZA ANCO MARZIO

Collettivo L'Officina, Comitato "Riapriamo il Teatro del Lido",