martedì 6 luglio 2010

L'ETERNO NAZI. Dalla Reichskanzlei al Knesset.

La sanità mentale sarà pure pazzia, ma la pazzia più pazza di tutte è vedere la vita com'è e non come dovrebbe essere.
(Don Chisciotte)

La più brillante tecnica di propaganda non avrà successo se non si tiene a mente costantemente un principio fondamentale: deve limitarsi ad alcuni punti e ripeterli all'infinito.
(Joseph Goebbels)

La stampa è tanto potente nel creare immagini da poter far apparire vittima il criminale e far sembrare un criminale la vittima... Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono.
(Malcolm X)

La grande maggioranza dell'umanità si accontenta di apparenze, come se fossero realtà ed è spesso influenzata più dalle cose che sembrano che da quelle che sono.
(Niccolò Machiavelli)

Si tratta di immagini, qui sotto, che fanno valere il vecchio detto: le chiacchiere stanno a zero. Non perchè non valgano mai niente. Anzi. Ma perchè queste immagini stanno a mille. E le parole sono pleonastiche.
A mio parere questo parallelismo, questa e/involuzione è, insieme alla biblica menzogna dell'11 settembre, la chiave per capire e combattere il nostro mondo. La matrice è una e quando l'avremo riconosciuta avremo iniziato il cammino verso la vittoria. Vi lascio con questo post, che basta per i prossimi dieci giorni. Buon tutto a tutti.

































sabato 3 luglio 2010

LETTERA A ERNESTO CHE GUEVARA. E A TUTTI VOI.

Caro Che,
scrivo a te per scrivere a tutti coloro che mi hanno accompagnato durante questa traversata di territori che tu conosci bene. Sono i territori in cui i lupi mannari, per mangiarti, si travestono da nonne e dove poi, se non gli apri la pancia a forza, non ne esci vivo. Un territorio lungo sette anni, Che e amici miei, dal 9 maggio del 2003 al 19 giugno 2010. Inizia con il segretario di un partito che si dice comunista e finisce con un altro segretario del partito che si dice comunista. Entrambi, chi più chi meno, hanno marciato con gli anfibi sul corpo di un altro comunista, che sarei io, e un po’ se lo sono masticato, senza alla fine riuscire a mandarlo giù. Non c’è dubbio che basta il tuo bel naso greco, Che, per percepire quanti comunisti ci sono tra questi tre.


Ti scrivo all’ indirizzo de La Higuera, quello dell’escuelita tra i picchi battuti dal vento e dal gelo, nella quale un soldato ha dovuto essere ubriacato per avere la forza di guardarti negli occhi e spararti. I tuoi compagni cubani gli hanno ridato i suoi, di occhi, quando gli si erano spenti, forse perché quel tuo ultimo sguardo non erano più riusciti, nel tempo della memoria implacabile, a sostenerlo. Glieli ha passati, quarant’anni dopo, la rivoluzione. E’ come se gli avessi passato i tuoi. Spedisco a La Higuera e non a Santa Clara, dove nel monumentale mausoleo brulicano le migliaia che dal mondo, commossi e rapidi, ti vengono a visitare. Piuttosto che all’eroe consacrato, al mito, preferisco rivolgermi al combattente lacero, tradito, sconfitto, irriducibile, il cui sangue lì sparso non solo continua a nutrire arbusti che, come scogli nel mare, vivono a dispetto dell’accanimento degli elementi che assediano quel picco, ma ha nutrito un popolo intero, fino alla vittoria di oggi.

Sia detto senza spocchia per i pellegrini in pullman di Santa Chiara, ma coloro che si arrampicano a trovarti lassù, tra quelle quattro casupole sbrecciate da pioggia e bufera, per tratturi che si proiettano verso le vette delle Ande e rasentano gli abissi già abitati dalla tua utopia del reale possibile, credo che il Che se lo ritrovino inciso nei muscoli stremati, nel respiro mozzato, nel tambureggiare del cuore. E dunque più dentro per sempre. Lo hanno incontrato là dove, trascinato ferito, ingiuriato inerme da giustizieri accecati dalla vergogna, assassinato per viltà e terrore di una nemesi sentita inevitabile, la sua vita si è sublimata nel massimo del dolore ed è diventata cammino del genere umano.

Scrivo a te è come scrivere a Francesco, Annalisa, Fabrizio, Antonio, Italo, Lidia, Sandra, Ivano, Walter, Maurizio…. i tantissimi (pensa alla fine erano più di 2000, li avessi avuti con te, altro che i rinnegati del Partito Comunista che ti consegnarono al boia, lasciandoti senza rifornimenti, senza rinforzi, senza informazioni) che hanno lottato con me perché al lupo mannaro non riuscisse quel pasto. Faccio prima a scrivere a te, anche perché qualcosa mi dice che quei compagni in te si riconoscono e a La Higuera preferirebbero ritrovarti, che è luogo irriducibile ai compromessi, alle astuzie, agli opportunismi. Per coloro che praticano questi percorsi ci vuole una viabilità meno ardua, più comoda. Venire con me alla battaglia con Liberazione, “Giornale del Partito della Rifondazione Comunista”, propriamente la difesa da una rapina più che di denaro, di onestà, è stato un po’ come salire a La Higuera tutti insieme. A quella nuda e brulla cima dove infingimenti, travisamenti, formule insincere, crediti indebiti, ipocrisie, insegne bugiarde, paccottiglia rituale, architetture ideologiche inscheletrite, tutto l’armamentario dell’autoconservazione nella finzione di qualcosa che è diventata altro, pettinando l’esistente e non più strappandolo al futuro. Diventando la frode dell’era, una circonvenzione di incapaci.

L’altra sera, caro Che, cari tutti, avrei voluto vedere anche le vostre reazioni davanti al deturpare lo schermo televisivo di un volto grifagno, la voce alterata dal rancore da invidia di uno finito fuorisquadra. Era Antonello Trombadori, chiassoso vessillifero della combriccola di sepolcri imbiancati revisionisti che hanno allevato i Fassino, D’Alema, Veltroni, Bersani, Occhetto, tutta la genìa di chi occulta dietro alla repulsa del socialismo, come era andato corrompendosi nel reale, la propria fregola di rifiuto del socialismo tout court e di partecipazione al banchetto, qualunque fossero coloro che apparecchiassero e con quali cibi, a chi sottratti. Trasmissione dei primi anni’70 con un protagonista in senile disarmo che lanciava smorfie di rabbia e vituperi contro chi in quel decennio aveva risollevato il vessillo dei partigiani e tentato di forare le ruote al carro da morto che, prevalendo soprattutto grazie alla spinta sua e dei suoi, ci avrebbe trascinato all’oggi della disfatta. Era un reperto piccista, di quelli che ancora non avevano ammesso di irritarsi a essere chiamati “compagni”. Stellarmente lontano dalla Higuera, da te, Ernesto Guevara. L’esibizione sconcia di questo catafalco annerito dallo smog delle emissioni tossiche di un partito delatore e sodale della repressione del giusto e del bello, della poesia dell’avvenire, mi fa venire in mente la ferocia dei tanti traditori che, accomodandosi nella complicità con i tiranni e le oligarchie dello stupro yankee dell’America Latina, si sono avventati alle spalle tue e dei mille e mille fiori di sangue e bellezza, portati al mattatoio dell’operazione Condor. Mi hanno ricordato il tuo rifiuto di una pratica che, nel paese accettato guida, era diventata burocrazia, sclerosi, supponenza, estraniamento dalle premesse di liberazione nel protagonismo delle masse, non delle gerarchie, rigor mortis. La tua fuga da una sorte che ritenevi destinata alla sconfitta nelle sue compatibilità con l’uomo vecchio. La tua nuova corsa alla rivoluzione, all’uomo nuovo.

Siamo alle solite, mio Che. Come i tuoi compagni nella foresta boliviana, e perdona l’azzardo della similitudine in sedicesimo, quelli che nella rete, nei gruppi di solidarietà, nelle strigliate e invettive al giornale e al partito, mi hanno sostenuto contro gli epigoni di Trombadori e della sua foia, qui ormai disperata, di potere e guadagno, hanno ripreso il discorso del Granma, del Moncada, della Sierra Maestra. Con, sul fronte opposto, despoti e chi alla loro ombra si accuccia. Veniamo ai fatti. Una vicenda, che sta alla tua, caro Che, come il polipetto sta alla piovra, ma che condivide i tuoi nemici, quale che ti arpiona, quale che ti cattura nella rete, tutti che ti tolgono l’acqua.

Nel 2003, dopo cinque anni di lavoro per Liberazione, fui cacciato su due piedi da un piccolo capo, per disposizione del grande capo. Scrivendo degli attacchi alla tua rivoluzione e delle sue conquiste, avevo messo un granello nel grande ingranaggio della strategia di rientro nell’esistente, guidata da chi di quell’esistente, per quanto negazione assoluta dei valori vantati, si vedeva già protagonista di primo piano, terza carica dello Stato, onori, splendori, auto blù e buvette. Uno dei passaggi sotto le forche caudine di velluto riservate ai pentiti e rientranti, Che, era la propria voce nel coro della diffamazione della tua patria rivoluzionaria: terroristi fatti passare per dissidenti, mercenariato del nemico addobbato da anelito di democrazia. Accanto al direttore Sandro Curzi, uno che sapeva sottrarsi ai bagliori della vergogna rifugiandosi nell’oscurità dell’ignavia, apristrada belluina della regressiva avanzata di Bertinotti era la vicedirettrice, Rina Gagliardi, già corifea del’indomito reazionario D’Alema, testè deceduta e debitamente glorificata da tutto quanto il mondo dell’informazione, “il manifesto”, suo debutto giornalistico, in testa. Usa così con morti, nel mio paese, fosse anche Vittorio Mangano, capo-mandamento di Arcore. Vantata come riferimento ideologico una sbigottita Rosa Luxemburg e postasi sotto la luce politica di D’Alema e Bertinotti, ha accompagnato con fanfare degne del miglior picchetto presidenziale la discesa di costoro agli inferi morali e la loro ascesa ai campi elisi del libero mercato politico. Fino alla liquidazione di ogni identità con l’indistinto
risciacquo degli ultimi panni puliti nell’acqua sporca di formazioni politiche dalla radici recise e dal futuro da bancarella, o di giornali, “Il Riformista”, “L’altro-Gli altri”, quelli del boss del malaffare Angelucci con i suoi cavalli di razza Polito e Sansonetti. Campionessa della coerenza, del coraggio e del rigore come tu, caro Che, nei hai ben conosciuti, a partire da quel Mario Monje, segretario del Partito Comunista Boliviano che, con Stalin, preferiva il tuo paese sotto lo stivale del generale René Barrientos. Coronò la sua vicenda umana in Senato, Rina Gagliardi, pronube il Grande Vecchio dell’anticomunismo, votando perché il suo paese sventrasse il popolo afghano. Quello col quale tu, non v’è alcun dubbio, oggi saresti in armi, come in Congo, come in Angola.

Buttatomi fuori dal giornale con una telefonata dell’amministratore, impeditomi di far valere le mie ragioni, negatomi i modesti compensi dovuti, questa corifea del revisionismo utilitarista insultò le migliaia di compagni che firmarono proteste alla direzione, pubblicando menzogne, ingiuriose sul piano professionale, a giustificazione della mia estromissione. Motivi non ritenuti validi dal giudice del lavoro, che mi assegnò un risarcimento di danni morali, materiali, di immagine, credibilità, di 100mila euro. Liberazione proseguì nella sua evoluzione e passò a Piero Sansonetti, altro cantore dell’imperialismo svaporato, della nonviolenza, del subcomandante Marcos e, soprattutto, di Vladimir Luxuria. Dalla rivoluzione d’ottobre ai trionfi dell’Isola dei

Famosi. Con Bertinotti ormai presidente della Camera, si era creato l’ambiente ideale per un ricorso in appello. Ambiente ideale per la vittoria, stavolta, per chi mi aveva accusato di aver deviato, magari anche quando raccontavo guerre e infamie da Belgrado, Gerusalemme, Baghdad, o Arcore, dal tema assegnatomi dal giornale: l’ambiente (visto come aiuole, panda e spiagge pulite). Un giudice creativo, però, di questo non tenne alcun conto e addusse una formula inedita e originale: avevo deviato dalla linea del partito. Dovevo restituire con gli interessi quanto i lottatori pro-articolo 18 e pro-libertà d’opinione-espressione mi avevano dovuto dare per aver represso queste due cose, pur sancite, oltreché dalla Costituzione, dallo Statuto del partito. Ma cos’è una costituzione, cos’è uno statuto, davanti a un sindacalista proiettato nell'empireo dei padroni e alla sua corte?

Quei soldi, caro Che, non c’erano più. Fiducioso nella giustizia che fa di qualsiasi presidente un pari di qualsiasi cittadino, li avevo sparsi qua e là nei mondi dove quella giustizia è un anelito, il cuore di un conflitto, o una realtà sostanziale. Se li erano mangiati telecamere, cassette, montaggi, dvd. Qualche spicciolo era rimasto anche dalle parti tue, delle tue vittorie e del tuo martirio. A Liberazione, nel PRC, grandi cambiamenti erano avvenuti. Se n’erano andati, per la tangente del quieto vivere nel brodo primordiale del capitalismo, le zavorre varie appese ai “diritti umani”, alla nonviolenza, alla centralità GLBTQ, alla falce e martello mai, allo strapuntino del PD certo, all’UDC di Cuffaro forse. Sarebbero rimasti, con qualche elemento spurio, i bravi, quelli veri, corretti, irriducibili, di lotta e di classe. Inimmaginabile che, fatta dichiarazione formale di sostegno a Cuba a smentita dell’ukase bertinottista, postisi in prima fila contro la barbarie controriformista del regime del guitto mannaro e le sue leggi-bavaglio, rivendicata una sacrosanta libertà d’espressione, di stampa, d’opinione, di sberleffo, la nuova Rifondazione, la nuova Liberazione insistessero a riavere il bentolto, traendo frutto sia dagli abusi di un monarca assoluto che aveva disintegrato i diritti degli iscritti, sia dalla cultura della censura propagata dal satrapo vituperato. E invece no. Qualcosa di fondamentale non era cambiato. Me lo fece capire con evidenza solare colui che, pure, ai tempi di altre convenienze, aveva fatto fuoco e fiamme contro gli abusi del tirannello domestico: Claudio Grassi, ex-leader dell’opposizione “marxista-leninista”, un duro e puro contro il revisionismo. Vistomi incatenato sotto le finestre di Liberazione e del partito, mi era danzicchiato via ghignando: “Li hai presi i soldi, e ora ce li ridai tutti!” Non fosse emiliano, avrebbe esultato: “Cornuto e mazziato”.

Non so cosa avresti fatto tu, caro Che, se, naturalmente per assurdo, Fidel ti avesse chiesto di parlar bene del PCUS, mummificatosi dietro le mura del Cremlino e ringhioso guardiano, nel nome di una coesistenza stronca-rivoluzioni, del condominio bipolare “Mondo” messo su a Yalta. Proprio come, all’inverso, il compagno-segretario Bertinotti aveva voluto che i suoi, me compreso, parlassero male di Cuba (e poi di Milosevic, di Saddam, dei violenti, di tutte le zanzare che punzecchiano il mezzo condominio assegnato) e di parlar bene solo di Marcos e dei GLBTQ, a consolidamento della propria sistemazione in quella parte del condominio in cui Yalta aveva rinchiuso gli “anticapitalisti” occidentali. Avresti assaltato di nuovo il Moncada, cosa che sarebbe parsa brutta per la rivoluzione vittoriosa, avresti polemizzato, avresti evidenziato i pericoli che potevano derivare da una dipendenza da Stati-guida dediti esclusivamente ai propri interessi? O, semplicemente, te ne saresti andato in Africa, o in Bolivia, a buttare per aria un po’ di coesistenza?

Qui da noi parlare di Moncada a proposito del ridotto di Viale Policlinico sarebbe come chiamare bue la famosa rana. Escluso quindi l’assalto, anche perché quelle bertinocchiane siringate di nonviolenza avevano ormai provocato il disarmo unilaterale non solo rispetto all’armamentario supergalattico del padrone, ma anche a quello pacifisticamente militarizzato del capo “nonviolento”. Polemizzare con chi, in vista di scranni d’oro, rovesciava la verità in un contrario gradito agli affittuari di quegli scranni? Bè, le polemiche le abbiamo fatte, a migliaia, compagni, lettori, dirigenti del partito. Su Liberazione è piovuta una gragnuola di improperi e disdoro, a difesa di Cuba, della verità, della libertà d’espressione, del diritto di critica sancito proprio in quello che dovrebbe essere l’arnese più caro al burocrate, lo statuto. Niente, muro di gomma, muro di bugie e calunnie, eravamo da clinica psichiatra, secondo il più vituperato (formalmente), ma anche il più seguito (nei suoi aspetti deteriori) dei modelli. L’uragano di lettere, facebook, ricorsi, appelli da firmare, puntò nuovamente su Viale del Policlinico. Riuscì appena a lambire le mura esterne di un fortino Bastiani che, proprio perché andava sgretolandosi, puntava a tappare le crepe con la malta sottratta anche alla baracca di Grimaldi. Il fortino è quello, Che, dove stavano, assediati da una malasorte autocostruita con il perfezionismo di un genio del Lego, i detriti di chi aveva preteso di riportare te, Che, e quel comunismo, tra le ipotesi possibili di un presente fluente nel futuro, e invece aveva finito col proporre un miscione di Brezhnev, Cernienko, Flavio Lotti e Vladimir Luxuria.”
Non so se tu, Che, avresti approvato. Forse ti sarebbe parso un gesto individualista. Ma, se le masse non c’erano? Se stavano tutte nel web? In ogni modo, mi conforta il consenso di costoro che, tutti, tengono da qualche parte un pezzetto di Che, anche se inconsapevole, nel cuore. Così mi misi in catene e mi incatenai accanto al portone del fortino. Nel raggelarsi degli anni e nella desertificazione del mio paese, vidi tramutarsi quattro corsie superstradali, battute da un’ininterrotta, demenziale carica di macchine tanto rumorose quanto mute, tanto scintillanti quanto mortifere, in un rigoglioso giardino di colori, profumi, voci. Sarà leziosa, ma permettetemi questa similitudine. Se non posso vedere dei fiori in coloro che mi stettero accanto su quel marciapiede gretto e bollente, che vennero a portare acqua e vettovaglie al milituzzo che si voleva ignoto, se non posso udire per canti quelle voci che chiamavano dal computer, allora, si parva licet, neanche Guido Guinizzelli può dire Al cor gentil reimpara sempre amore.

Meno topastro da cascami di rigattiere, con qualche increspatura nella sicumera di uomo di sinistra-che-più-a-sinistra-non-c’è-nulla, meno cattolico e più evangelico, al settimo giorno di catene e sole in testa, scende il nuovo segretario nazionale, Paolo Ferrero. Scese e mi guardò con occhi blù. Evangelici, non cattolici, devo ammettere. Provò a rifilarmi le ragioni del busillis giudiziario – abbiamo vinto l’appello, è la legge - ma penso di aver capito che attribuiva quel ragionamento più ai colleghi voraci di pezze al culo che a se stesso. Gli opposi il paradosso di chi insiste a volersi valere di quanto, prima della conclamata redenzione, il malaffare aveva rubato. Risolse di voler far passare una nostra Yalta: metà ciascuno. Metà di un risarcimento da violazione di verità, legge e giustizia, che così si ritrova mutato nei trenta denari fatti pagati dal sinedrio per il tradimento di Giuda.

C’è Brunella che mi ha scritto “Venceremos, già solo per averli smerdati”. Altri mi hanno intimato: “Guai se molli di un solo euro, sporcheresti tutta la tua storia”. Ho calcolato che vendendo qualcosa di famiglia, usufruendo di qualche elargizione, tagliando sui propositi di informazione intercontinentale, ce l’avrei potuta fare. Ho pensato alle responsabilità che ho ne confronti di compagna e figli a due e a quattro gambe, al pignoramento, alle vendita all’asta della casa. Ho pensato che, in questo modo, avrei comunque potuto continuare, su scala ridotta, ad andare per un po’ di mondo a vedere e raccontare ciò che tu, Che, vedevi e raccontavi, coi fatti e con le parole. E ho mollato. Se questo significa aver sporcato una vicenda umana, ditelo voi. Io mi attacco alla sentenza di Brunella, sperando e confidando che sia anche la tua, Che, la vostra. Se lo fosse, mi farebbe un gran baffo tutto il resto.

Resta una considerazione che tratta di lealtà, solidarietà, coraggio, coerenza. E, per converso, di accidia, viltà, opportunismo, ipocrisia. Sono di voi a cui scrivo, le qualità. Sono di altri, sebbene più deputati di voi alle responsabilità, le malformazioni. E si torna a La Higuera. A chi, Comandante, mentre a La Paz tuonava contro i reprobi del dominio e dello sfruttamento, lì a La Higuera, con il suo abbandono e tradimento, ti ci ha fatto arrivare e morire.

Penso di aver difeso Cuba e la verità. Allora e centomila altre volte. E dunque da Cuba, dagli amici laggiù, dall’ambasciata cubana, dall’Associazione cui appartengo, ho avuto la pretesa di aspettarmi un segno, che so, un incoraggiamento, un apprezzamento, un saluto, un amichevole suggerimento ai compagni usurai. Ma comprendo il silenzio. I primi come potevano sottrarre un attimo del loro appassionato, diuturno, irriducibile e totalizzante impegno per cinque grandi compagni sequestrati da aguzzini Usa per aver difeso giustizia e verità (anche loro)? Ubi major, minor cessat. Quanto agli altri, quale arroganza sarebbe mai stata quella di attendersi un’attenzione da chi impiega tutte le sue preziosissime ore ed energie ad appuntarsi o farsi appuntare sul petto le medaglie della solidarietà con Cuba “senza se e senza ma” (la mia è senza se, ma con qualche ma)? Sarebbe arrogante anche solo tenergli il muso.

Ma non c’era anche forse il mio sindacato, la valorosa Federazione Nazionale della Stampa, pronta a rintuzzare qualsiasi abuso o offesa arrecata ai suoi iscritti? Pronta a raccogliere masse sterminate e scendere in piazza, a farsi definire dal “manifesto” “partigiani del terzo millennio”, nientemeno, per combattere, all’arma bianca e all’ultimo respiro di Roberto Natale e Beppe Giulietti, con tutta la loro fanfara di trombettieri della libertà, contro gli assalti agli ultimi brandelli dell’ articolo 21: libertà d’opinione, d’espressione, di stampa. Per tutti! O no? No, il mio sindacato non c’era, E, se c’era, dormiva, verrebbe da dire. Ma sarebbe ingiusto. Non dormiva, tutt’altro. Scioperava, dibatteva, denunciava, proclamava. Con a fianco i valori supremi espressi dalla resistenza, Roberto Saviano, Reporters sans Frontieres (quelli, sì, veri amici di Cuba, alla faccia dei 100mila dollari regolarmente passati dalla Cia), lo spirito “Liberty” di Anna Politovskaja. Chissà perché non avevano richiamato da Gerusalemme il vindice delle verità mediorientali, Claudio Pagliara… Come poteva, la FNSI, in tanta foresta in fiamme, avvedersi del rovo semincenerito sotto il palazzo del PRC? O forse, facendo di tutta l’erba un fascio, aveva voluto includere anche questo filo di gramigna? Sarà stato questo discreto universalismo a convincere Ferrero e i suoi? Tu che dici, Che? Dici che per fare arrivare a Viale del Policlinico, ancora più penetrante e convincente, il richiamo da Piazza Navona, avresti fatto saltare il palco con sopra Saviano e i Reporters? Ma, e la nonviolenza?
A presto, Che. A presto, compagni. E hasta la victoria siempre

mercoledì 30 giugno 2010

MALA PIANTA DA MALO SEME. GUERRA IN VISTA? Ovvero la naturale evoluzione del nazifascismo, più il Saviano disvelato





A Fiorenzo Capriotti che combatté nella gloriosa Unità di avanguardia
“la Decima Flottiglia Mas” della Marina Italiana nella seconda guerra mondiale; Che ci fu di grande aiuto per fondare e addestrare l’unità di Comando della nostra marina, durante la Guerra d’Indipendenza, identificandosi completamente, con devozione e spirito di sacrificio, a suo rischio e pericolo.
In cambio di questo contributo alla rinascita dello Stato d’Israele gli porgiamo come omaggio il titolo: COMANDANTE AD HONOREM DELLA TREDICESIMA FLOTTIGLIA.
Il sottoscritto Ammiraglio Ami Ayalon, Comandante in capo della Marina Israeliana.
(Pergamena nell’Achivio-museo dell’Immigrazione clandestina e della Marina – Haifa. Ne potete trovare la copia esatta in Eric Salerno: "Mossad base Italia". La trovate anche in rete)

(Cari amici, questo pezzo è spropositatamente lungo. Leggetelo, se volete, negli intervalli delle vostre più interessanti attività. Prometto che, dopo un prossimo post di saluto a coloro che mi hanno affettuosamente accompagnato nello scontro con Liberazione e il PRC, mi taccerò per un po’.)

Non richiede spiegazioni quanto sopra. E’ il documento che esalta il ruolo avuto dalla punta di diamante nazimafiosa del fascismo repubblichino, la banda criminale X Mas di Junio Valerio Borghese, nel tenere a battesimo e addestrare il militarismo neonazista israeliano. E’ l’avvio, già preparato dall’intesa tra Bund ebraico e regime hitleriano sulle deportazioni a fini di colonizzazione della Palestina, di una sinergia basate sull'affinità ideologica e operativa tra questo Stato, fuorilegge in tutti i suoi aspetti, i fascismi e le estreme destre mondiali, o al potere, o cospiratori contro poteri democratici. E anche l’avvio di una collaborazione tra Mossad ed eversione antidemocratica italiana che vanta punte alte come il sequestro dell’eroico smascheratore di Israele nucleare, Mordechai Vanunu, o l’eliminazione di Aldo Moro. E neanche lo scritto del finto anti-mafia e vero sicofante mossadiano Roberto Saviano, che aggiungo in calce al post, merita commenti. Se c’era chi ancora si abbarbicava all’icona costruita dall’unanimità destra-sinistra, ora dovrebbe essere servito. Non c’è bisogno di confutare lo spurgo tossico di questo trombettiere dell’imperialismo-sionismo e dei suoi metodi mafio-terroristici. Bastano le foto sulla contiguità tra gli orrori hitleriani e quelli della dinastia terroristico-militarista che va da Ben Gurion a Netaniahu. E basta la constatazione di come il modello della pulizia etnica e sociale sionista sia ora lo strumento unitariamente adottato dalle “democrazie” occidentali per perpetuare la dittatura interna e realizzare la riconquista colonialista planetaria. Il nazifascismo razzista e teocratico israeliano, mascherato nei suoi connotati ideologici e nei suoi arnesi pratici dalla complicità mediatica universale, è stato assunto come modello dai governi della “comunità internazionale”.


Nulla da dire in proposito, caro sindacato dei giornalisti che a Piazza Navona, il 1. luglio, ti vesti di prosopopea legalitaria, strabicamente protestando contro i bavagli del guitto mannaro e ignorando gli autobavagli che ti imponi sulle architravi della menzogna capitalista mondiale: terrorismo islamico, 11 settembre, Balcani e Milosevic, Iraq, Saddam, una strategia della “crisi” finalizzata al restauro del rapporto padroni-schiavi durato tanti bei secoli? Nulla da dire sulla singolarità di un giornalismo anti-bavaglio che tra veli ginofobi, fondamentalismo islamico, clericalismo, diritti civili, pari opportunità, in cui si compiace di sciacquare i panni della sua libera espressione, non trova da inserire un trafiletto su 150mila trogloditi ashkenaziti d’Israele, polacchi, russi, lituani, caucasici, mai stati semiti, che l’altro giorno, europeamente razzisti, hanno urlato contro la convivenza in scuola tra i loro figli e quelli dei sefarditi, minoranza araba, semita, convertitasi nei tempi all’ebraismo? E che hanno imposto, nell’unica democrazia del Medioriente, settori separati negli autobus tra donne e uomini. Roba da far morire di gelosia un emulo becero come il leghista Salvini. Dove è finita Giuliana Sgrena, l’irriducibile pasionaria delle donne svelate, dall’Algeria a Gaza, da Tehran a Kabul? Nulla da dire, soprattutto, sulle gigantesche montature e i megainganni, le bufale grossolane, le truffe cosmiche diffuse dagli apparati del dominio e della guerra, che la “libera stampa” in tutti i suoi componenti ha passivamente, se non gioiosamente recepito e propagandato. Hanno mai solleticato, non dico la censura, la condanna, ma anche solo l’attenzione dell’Ordine dei Giornalisti (guai, comunque, ad abolirlo come vorrebbe Pannella per far posto ad ancor più velinari e corifei), custodi della deontologia, o della Federazione della Stampa, che dice di sorvegliare correttezza e veridicità dei suoi iscritti? E di un Claudio Pagliara, TG1, che fornisce notizie della stessa qualità del fosforo bianco defecato dai suoi padrini su Gaza, nulla da rilevare? Emilio Fede può continuare a sputtanare la sua, la nostra categoria, come nemmeno l’Appelius del Duce, e Vittorio Feltri e Bruno Vespa possono continuare a dimostrare raffinate competenze di provocatori e pali del regime e nessuna di natura professionale, senza che Roberto Natale, presidente FNSI, fluente e tonitruante sul palco dell’anti-bavaglio di Piazza Navona contro cancellazione e manipolazioni del diritto alla verità, neppure arricci il naso?

Israele e i suoi necrofori non sono solo attivi ovunque si tratti di condurre operazioni sporche per eliminare contrasti all’avanzata dei lanzichenecchi imperiali e dei loro fantocci locali, dall’America Latina tutta al Kurdistan, dal Pakistan all’Asia Centrale, dall’Italia da sempre centrale europea del Mossad (vedi Brigate Rosse), a qualsiasi area di crisi dove occorrano alla fascistizzazione provocazioni terroristiche, attentati, infiltrazioni, squadroni della morte assassinii mirati, falsi oppositori, opposti estremismi, stragi. Il modello culturale, psicologico, comportamentale, di questo carcinoma dell’umanità muove anche gli squadristi di Pacifici che assaltano chi, sotto l’effige dell’occupante killer Shalit appesa al Campidoglio dall’omologo sindaco fascista (i suoi camerati Fini e Gasparri, intanto, si crogiolano nell’ospitalità nazisionista a Gerusalemme), osa ricordare gli 11mila esclusi dalla libertà, dal diritto, dalla salute, dall’incolumità, che marciscono nelle carceri della tortura israeliane. C’è il veleno del cobra israeliano nei rastrellamenti, nei sequestri di persona, nelle mazzate e nei gas tossici che gli energumeni in divisa da sbirro infliggono a inermi cittadini in marcia contro l’olocausto umano e ambientale che la genìa dei licantropi capitalisti vuole allestire per quattro quinti degli esseri viventi, da Genova a Toronto, da Derry ad Atene, da Scanzano a qualsiasi capannello di operai, studenti o pensionati, da Cucchi ad Aldovrandi, dal sovraffollamento delle carceri contenuto a forza di botte e alleggerito dai suicidi, alla liquidazione di qualsiasi soggetto irregolare. Irregolare rispetto alla regola di chi costruisce un mondo immerso nell’oscurità per abbeverarsi di sangue prima che torni la luce.

Il cannibale si nutre di sangue e dove non riesce a succhiarlo a forza di usura bancaria, macelleria sociale, randellate poliziesche, rapina di risorse, Fondo Monetario, Banca Mondiale, ONU, Organizzazione Mondiale della Sanità (o delle epidemia da laboratorio), immunità dei predoni e criminalizzazione dei depredati, si lancia in guerre di sterminio. E indovinate chi è di nuovo il capofila, lo stratega, l’incendiario, il più bulimico di morte? Finora avevo evitato di inserirmi nello tsunami dei vaticinatori di un’imminente aggressione all’Iran. Consideravo la complicità tra occupanti Usa dell’Iraq e colonizzatori persiani troppo preziosa per il mostro bicefalo USraele da rischiarne la rottura a favore di un Iran che in Iraq vanta una quinta colonna ben più efficace dei detestati marines e dei controllori israeliani dei due capibanda kurdi. Ma ora sono entrati in gioco fattori nuovi che potrebbero, in aggiunta alla psicopatologia bellica di quasi tutta la società che ha invaso e occupa la Palestina, far saltare quell’equilibrio di collisione-collusione che è costato agli iracheni dall ‘80 al 2010, dall’aggressione iraniana su mandato USraeliano al settimo anno di occupazione, quattro milioni e mezzo di morti e quattro milioni di erranti.

Di fronte all’appannamento, sotto i colpi del proprio agire criminale, dello status internazionale di Israele, al di là della storica intesa colonialista e guerrafondaia con gli Usa, all’entità sionista è rimasto poco più della complicità dello Zio Tom palestinese dell’ANP che, peraltro, continua a superare asticelle sempre più alte della vergogna e del disonore. Prima, bloccando l’accettazione della Commissione ONU di Goldstone sulle efferatezze di Piombo Fuso, poi sollecitando il Fuehrer sionista a non allentare l’embargo sui propri fratelli a Gaza, infine cercando di impedire che al Consiglio ONU dei Diritti Umani passasse la richiesta turca di un’inchiesta indipendente sui lanzichenecchi all’attacco della flottiglia “Free Gaza”. E c’è un Valentino Parlato che rimbrotta coloro che al decaduto, ma non dimissionario, presidente Abu Mazen riservano la qualifica di “quisling”. Vada, Valentino, a dare un’occhiata al sito electronicintifada.net/v2/article11350.shtml e al documento autentico inviato dal governo di Abu Mazen al suo rappresentante a Ginevra Ibrahim Khraishi perché stoppasse la sacrosanta richiesta turca.

A Israele non sono serviti gli squallidi servitorelli del suo fantoccio ANP. Nè per la commissione Goldstone, che è diventato patrimonio di ogni coscienza non contaminata, né per l’inchiesta sul massacro della flottiglia, che è stata approvata, alla faccia da manichino Upim di Frattini. Sta a mezz’asta la bandiera con la stella di Davide, lacerata dall’irriducibilità di una resistenza di popolo e dalla crescente solidarietà che a essa arriva, infangata dagli schizzi delle infamità commesse. Il contesto geopolitico e d’immagine è tale da richiedere, nella mentalità forsennata di chi pensa di prevalere costi quel che costi, un’ulteriore e più forte cataclisma. Ha sempre campato, il neonazismo sionista, sulla presenza, vera o inventata, di un nemico mortale. Quello palestinese era predeterminato dalle parole dell’ideologo Vladimir Jabotinsky nel 1937, più tardi supportate dalle grandi potenze cristiane: Il popolo palestinese ha ogni diritto e tutte le ragioni, come tutti i popoli colonizzati, di battersi contro l’invasione e la costituzione di una maggioranza alloctona Non ci darà mai il suo consenso, salvo con una piccola cricca di corrotti e venduti. Perciò è necessario costringerlo ed eliminarlo. Questa deve essere l’unica nostra politica araba. Vada a leggersi i pronunciamenti democratici di questo padre fondatore, il lottatore anti-crimine Saviano. Ma ad irrobustire una colonizzazione genocida, fatta passare per avanzata della civiltà e della democrazia, ci voleva una cornice più vasta e di perenne utilizzo: l’antisemitismo. Concetto fondato su una falsità storica (il semitismo di un popolo indoeuropeo venuto dall’Asia centrale) e su un episodio storico (la Shoah), ma collocato sullo sfondo cosmico di un’ideologia onnipervasiva e non sradicabile, tanto da poter essere fatta riemergere all’occorrenza, specie quando Israele fa il suo passo di licantropo più lungo della gamba, come nel massacro di Gaza, o l’assalto alla flottiglia, o gli assassinii del Mossad in giro per il mondo, o quando gli infanticidi di Re Erode diventano troppo famelici..

Oggi il nemico, rinchiuso Hamas nella sua striscia e reclutato l’ANP tra i suoi domestici, reso sbrindellato e sempre più discutibile, anche tra i suoi storici come Ilan Pappé e Shlomo Sand, il paradigma dell’eterna vittima, del ritorno alla terra dei padri, dell’identità semitica perseguitata a prescindere, doveva essere uno davvero grosso. Uno che ti costringe a giocarti il tutto per il tutto. Lo richiede una collettività nazionale tenuta insieme esclusivamente da un isterico sciovinismo determinato da paure indotte, che però inizia a dare segni di lacerazione e conflittualità interna. Lo rende necessario la già descritta caduta d’immagine, come ribadita da un crescendo internazionale di critiche e, quanto meno, di abbandono di una tolleranza senza limiti. C’è perfino nella conclamata “comunità internazionale” chi rabbrividisce di fronte a uno Stato, sempre più evidente nella sua arbitrarietà (anche qui, grazie ai “nuovi storici” soprattutto israeliani), che nel suo delirio di impunità, immunità e onnipotenza, rischia di mandare a ramengo ogni equilibrio mondiale, i suoi meccanismi economici, sociali, propagandistici, politici, con conseguenze di una portata catastrofica come l’umanità non se l’era neppure mai immaginate. Infine, un nemico che ancora una volta sappia far accodare dietro ai nazisionisti il colto e l’inclita, le destre e le sinistre, è diventato di urgenza estrema di fronte alle nuove configurazioni geopolitiche e geostrategiche che stanno emergendo.

Dopo il fronte dei paesi latinoamericani, che hanno strappato quasi un intero continente alla disponibilità di Usa e alleati, l’asse del tutto inaspettato tra Iran, Siria e Turchia, nuovi protagonisti della regione, legati alla realtà emancipata latinoamericana e con alle spalle, a dispetto delle sanzioni opportunisticamente votate contro l’Iran in cambio di contingenti concessioni, i due grandi poli planetari Cina e Russia. Un asse a baricentro islamico che potrà procurare ansie alla satrapie sunnite in Egitto e Arabia Saudita, ma che esercita sicuramente fascino e stimolo alla mobilitazione tra le masse arabe in potenziale rivolta contro governi parassitari, oppressivi e sfruttatori, riconosciuti come rinnegati rispetto sia alla comunità araba, sia all’umma islamica.

Potrà aver sorpreso solo i soliti naives, pronti a incoronare il primo pagliaccio magniloquente alla Obama, il fatto che la grande armada passata per Suez e ora davanti alle coste persiane, a congiunzione con la più vasta concentrazione bellica mai vista da quelle parti, includesse accanto ai sommergibili nucleari dei dementi di Tel Aviv, anche portaerei e altre navi da guerra statunitensi. Ma come, non aveva Obama fatto quel bel discorso del Cairo di apertura all’Islam? Ma come, non aveva ripetuto che con le sanzioni e le ri-sanzioni ci si sarebbe acquietati in vista di un accomodamento con gli ayatollah? Ma come, non era già sufficientemente impelagato in Afghanistan e aveva promesso di uscirne entro il 2011? A parte il fatto che l’uomo è una totale mistificazione, come doveva bastare a convincercene la burla della riforma sanitaria, la svolta a U sulla politica ambientale, la rinuncia a qualsiasi pur lieve mordacchia alle sanguisughe della finanza, l’estensione della sua “politica di pace con le bombe” a Pakistan, Yemen, Somalia, è profondamente cambiata la configurazione di una scacchiera su cui pareva che l’unica superpotenza rimasta avesse dato scacco matto al resto. Dall’Afghanistan, che registra per gli invasori la più alta mortalità dal 2001, ormai una decina di mercenari al giorno, e una totale adesione della popolazione alla pluralistica coalizione di resistenza, trovano pretesti per fuggire alla disfatta generaloni che fino a ieri si atteggiavano a Rommel. L’intero paese è sotto controllo delle forze di liberazione, salvo qualche enclave disperatamente difesa per garantire la sopravvivenza dei briganti collaborazionisti e del loro traffico di eroina, indispensabile fondo di garanzia per le speculazioni di Wall Street e affini, e si è dovuto ricorrere al solito Petraeus perché, come in Iraq, intorbidasse un po’ le acque di una crisi senza scampo, comprando a suon di miliardi qualche capotribù. Si sa come è andata a finire l’operazione “Consigli del Risveglio”, o “Figli dell’Iraq”, con cui si era cercato di formare una milizia di venduti sunniti da controbilanciare i tagliagole sciti e da usare contro la Resistenza, in cambio di soldo e protezione dall’epurazione confessionale scito-iraniana.

Il soldo è finito, gli Usa hanno ritirato ogni sostegno e il regime scita ha ripreso indisturbato a fare pulizia confessionale. In compenso, nonostante che Tehran abbia imposto alle varie fazioni di ex-fuorusciti sciti di unificarsi per esprimere un regime cliente con cui perpetuare la liquidazione dei nazionalisti sunniti, a quattro mesi dalle cosiddette elezioni quella combriccola di fetecchie corrotte non è ancora riuscita a mettere in piedi una parvenza di governo. Caos e probabile nuova guerra civile, assolutamente inopportuni per gli avvoltoi Usa del petrolio e per una strategia che doveva fare dell’Iraq un retroterra per gli assalti all’Iran e all’Asia centrale. C’è da ridere a pensare come i proconsoli sciti dell’Iran reagiranno all’eventuale guerra USrealiana al loro padrino.

C’è però chi a Washington considera che un attacco all’Iran potrebbe rimettere in questione l’egemonia perduta in Iraq. I gaglioffi messi in sella a Baghdad, pur di non soccombere a una collera nazionale sempre pronta a riesplodere e, del resto, di nuovo in evoluzione armata negli ultimi sei mesi, annichilito il mandante e garante persiano, non dovrebbero – si spera - avere troppi scrupoli a riaccucciarsi sotto il tacco a stelle e strisce. Ecco perché la flotta congiunta israelo-statunitense nel Golfo, ecco perché non si notano più quelle increspature nell’unità sacra con Israele, quei tentennamenti di settori anche militari, in particolare Petraeus, davanti a ogni virulenza aggressiva in cui venivano trascinati gli Usa dal socio di maggioranza. Maggioranza parlamentare, mediatica e criminale. Uno, la guerra in Afghanistan è perduta e, perduta quella, non si verrà più a capo neanche della colonizzazione del Pakistan. Non basta raccontare ai quattro venti che l’ISI, il servizio segreto pakistano, è in combutta con i Taliban, anzi li dirige. Non pare che questa denuncia abbia raccolto attorno alle mire Usa (e indiane) sul Pakistan nucleare una nuova “coalizione dei volenterosi”. Insisteranno ancora con le “operazioni speciali”, con le stragi dei droni Cia nei villaggi, con le incursioni dei delinquenti Blackwater tra una popolazione renitente al richiamo del colonizzatore. Ma dell’insieme Afghanistan-Pakistan non ne verranno a capo. Non in questo modo, non con questi mezzi.

A Obama e alla conventicola di furfanti spiritati che lo fa ballare dai fili non basta mascherare e diluire nel tempo una sconfitta epocale (che comunque ha fruttato ai suoi burattinai nel Pentagono e nelle multinazionali, qualcosa come 400 miliardi di dollari sottratti ai cittadini). A questi, come a Israele, occorre una nuova guerra. Obama non ne vedrà l’esito, come non vedrà quello afghano, pakistan, iracheno, come neanche Bush l’ha visto. Fra due anni è fuori. Forse per allora l’Iran non si sarà rivelato un’altra catastrofe totale (anzi, ai saprofiti dell’economia di guerra avrà colmato nuovi forzieri). Ma di sicuro Obama non potrà andare alla rielezione puntandosi sul petto almeno il nastrino di una vittoria, quella vittoria. La perseguirà, magari in termini nucleari, un suo successore alla Sarah Palin. Intanto, calcolano a Washington e a Tel Aviv, la crociata delle democrazie e della civiltà contro gli oscurantisti fanatici col turbante (“turbanti” li chiamano, umanisticamente rispettosi, gli inviati “Lettera 22” del “manifesto”), promossi con qualche attentato ben firmato a nuova fucina del terrorismo internazionale, avrà cementato una volta di più complici, vassalli e opinioni pubbliche mobilitate dal terrore.

Il capo dell’agenzia Usa addetta alla soppressione di persone, Stati e verità, Leon Panetta, sistemata la Colombia con l’insediamento alla presidenza colombiana dell’amico inventore dei locali squadroni della morte, Manuel Santos, ha detto due cose complementari. La prima è che da dieci anni non si hanno più notizie di Osama Bin Laden (e nessuno ha rilevato che con ciò ha ridicolizzato e annichilito una montagna di video e audio che ce lo rifilavano a sparare cazzate utili a Bush e Obama nei momenti di stanca del sostegno popolare). E ce lo sapevamo, come tutti gli addetti alla questione. Salvo i giornalisti anti-bavaglio e i loro sindacalisti. Lo spaventapasseri Cia era morto di diabete nel dicembre del 2001. La seconda: l’Iran è a due anni dall’approntamento della bomba atomica. Il significato dell’uscita doppia e simultanea è trasparente: molliamo l’Afghanistan, dato che quelli di “Al Qaida sono ormai appena una sessantina” (McChrystal) e non hanno più nemmeno Satana per loro capo, ma blocchiamo i preti con la bomba. Ne esce un Obama pacifista tra le macerie e le ecatombi di Iraq e Afghanistan, difensore dei lumi e dell’umanità di fronte a musulmani ottenebrati, in preda a delirio di riconquista moresca. E’ un deja vu ? Che fa. Ci si ricasca sempre, anche perché una bella spinta la danno le solite “sinistre”. Tant’è vero che sono da contare su un dito indice i giornalisti, di solito invisi al sindacato perché ne evidenziano i deragliamenti dalla libertà di stampa, che hanno sottolineato la clamorosa contraddizione di questo fuffarolo al cianuro, tra quanto afferma su una bomba persiana tra due anni e quanto la sua agenzia, poco tempo fa, sancì in un documentato rapporto: che cioè l’Iran aveva dismesso fin dal 2003 ogni progetto nucleare militare. Ma questo era prima che Israele e Usa tornassero ad artigli sottobraccio.

Ma c’è anche un Obama che deve sciogliere con un lavacro all’uranio e al fosforo la crosta di greggio che gli si è rovesciata addosso, spurgata dal buco che i suoi mallevadori hanno fatto nel fondo del Golfo del Messico. Il sangue della Terra va lavato col sangue degli uomini. Per eliminare dalla scena la più grande e significativa catastrofe ecologica, quella dalle conseguenze irrimediabili – e già il Grand Guignol della Crisi, i tagli alle condizioni di vita dei popoli, i mondiali di calcio, hanno fatto un bel lavoro in questo senso – ci vuole qualcosa di più impressionante ancora. Qualcosa che quanto meno terrorizzi e superi ogni altra preoccupazione.

Se non la guerra, la minaccia della guerra imminente, inesorabilmente nucleare. Una guerra che potrebbe, in modo più diretto delle cosiddette misure di austerità e di quelle di polizia che le accompagnano, porre davvero fine alla convivenza e alla sopravvivenza come ancora le conosciamo, o piuttosto come dobbiamo incominciare a ricordarle. Nel Golfo del Messico è successo qualcosa che potrebbe abbattere un Abraham Lincoln. Per mesi hanno occultato fatti, misfatti, colpe. Fiducioso nei suoi sponsor petroliferi, BP del complice britannico in testa, al punto di una totale obnubilazione, Obama la prima settimana di quest’emergenza, non solo degli Stati sud dell’Unione, ma del mondo, l’ha passata in vacanza alle Hawai. Fidava nelle bugie che gli spin-doctors, i manipolatori mediatici suoi e della BP, facevano circolare e nella militarizzazione del territorio con i gorilla delle solite compagnie private che impedivano a giornalisti e investigatori di avvicinarsi all’area. E’ stata una foto satellitare del National Geographic a rivelare la dimensione e la portata dell’emorragia: almeno 100mila barili al giorno, fatti passare finchè si è potuto, per 5mila. Poi si è passati agli “interventi”, bruciando nel processo altre due vite di operai, oltre alle 9 già disintegrate nello scoppio di un condotto per la cui valvola di sicurezza la BP non aveva voluto spendere un centesimo di quanto dà in dividendi oggi. Una pagliacciata dopo l’altra: campane, perforazioni laterali, bome, solventi tossici, roghi… Obama sa, la BP sa, sa l’uomo della BP, Ken Salazar, che fa il ministro degli interni e dirige il più corrotto ente statale Usa, quello delle attività minerarie, zeppo di lobbisti ed ex-dirigenti delle petrolifere. Sanno che a quell’emorragia dalla pancia della Terra non c’è rimedio tecnologico. Che quella ferita scavata dalla demenziale voracità degli avvelenatori del pianeta continuerà a sanguinare per anni, che, uccisi l’economia e gli ecosistemi del mare e costieri, la macchia lunga quanto non si potrà più calcolare e alta più di un chilometro seguirà le correnti e azzannerà la vita di continente in continente. La corrente del Golfo che determina le condizioni climatiche e quindi di vita dell’Atlantico lungo l’Europa fino all’Artico, trascinerà fin lì, fin qui, alle porte del Mediterraneo e oltre, l’infernale misciotto di greggio e di solventi chimici. In buona sostanza, si sta uccidendo il mare, con il mare tutto ciò che il mare tocca, la terra, l’aria. Un’aria nella quale si leveranno vapori mefitici che ne muteranno la composizione e il comportamento e che ricadranno su di noi. Insomma, è partito un effetto a catena che non si ha la minima possibilità, oggi, di fermare, ma che di sicuro cambierà molte cose. Tutte in termini di catastrofe.

Ecco perché l’Iran, ecco perché alla frenesia di stragi israeliana gli sta andando bene con gli Usa. Sempre che prima non capiti sottomano qualcuno dalla vittoria meno improbabile, che so, un Chavez, un Castro, un Morales, un Mugabe. Anche se la posta in gioco, credo, meriti un Iran. Intanto cosa fa il duo Scajola-Prestigiacomo, quello che si è affannato a negare ogni presenza di nave dei veleni nel mare calabrese, prima ancora che l’apposita nave attrezzata iniziasse la sua ricerca e dopo che un po’ di gente, che le aveva scoperte e denunciate, scomparisse, probabilmente nel calcestruzzo? Che fa? Prosegue con coerenza nella cura appassionata del mare e di chi ci vive dentro e attorno: 95 nuove concessioni di trivellazione per petrolio, 24 nel Mediterraneo, per un’estensione vasta come l’intero Abruzzo. Non ci facciamo mancare niente. Obama docet.
E ora leggetevi, a consolazione, Roberto Saviano, eroe.



Roberto Saviano 11 giugno alle ore 18.02 Segnala


sostenere che Israele "è pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero" per me non sarebbe illegittimo. Se così stessero le cose. Invece, guarda un po', è una cazzata: Ghilad Shalit è stato rapito il 25 giugno 2006 e l'embargo è stato varato dopo che Israele ha dichiarato Gaza "entità nemica" dopo che Hamas ha preso il potere a Gaza espellendo Fatah nel giugno 2007. Nello stesso momento l'embargo è statao annunciato anche dall'Egitto.

Ciò significa anche che l'embargo non è stato applicato nemmeno dopo la vittoria di Hamas alle elezioni nel gennaio 2006 (altra cazzata che si legge). Tutto questo come politica della mano tesa di Israele verso Abu Mazen e nonostante Hamas non abbia rinunciato alla sua carta fondativa.

L'islam radicale è marcio. non può essere che estirpato. Gaza è assediata dagli arabi semmai. L'Egitto ha edificato un muro per difendersi dagli estremisti di Hamas. Al fatah (il partito di Arafat corrotto sin nel midollo ma con un principio democratico) è stato espulso da Gaza.

Nel merito: appunto, a Gaza non c'è crisi umanitaria, chi lo sostiene non conosce i dati e ignora il fatto che a) Israele fa passare aiuti tramite i valichi di terra, b) Hamas si impossessa degli aiuti come denunciato da Ong, c) l'Egitto, la grande sorella araba, fino al 1 giugno non faceva passare nessun aiuto e sta costruendo un muro al confine con Rafah. Ora hanno aperto momentaneamente perché hanno paura, giustamente, di essere identificati con il nemico israeliano. Non solo, ma l'altro ieri gli egizi hanno bloccato un convoglio "umanitario" dei fratelli mussulmani diretto a Gaza dopo l'apertura del valico, chissà come mai.

Sul punto che sollevi riguardo all'efficacia dell'embargo (non "assedio" attento alla terminologia dio), ti rimando a questa cosa sotto che ho scritto proprio su questo tema in uno dei tanti dibattiti di questi giorni. Il punto è che sono tutti buoni a fare questa critica, ma tra quelli che l'hanno posta, non ce n'è uno che abbia proposto una soluzione alternativa. Il dramma è veramente grande, Israele non ha nessun interesse nella striscia di Gaza, e quindi il fatto stesso di doversene occupare è una tragedia.

Cerca di essere aperta. la roba che gira nei siti di sinistra è vergognosa, come le balle che raccontavano sull'est comunista. I comunisti non cambiano mai.
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A Saviano, ma anche alle organizzazioni dei giornalisti che tanto clamoreggiano contro bavagli, censure e disinformazione, presentiamo questo biglietto da visita dello Stato d’Israele:

- vanta il primato mondiale dei centri abitati distrutti ed etnicamente puliti (550)
- vanta il primato mondiale degli alloggi demoliti (oltre 6000)
- vanta il primato mondiale delle condanne ONU (oltre 500) e dei veto Usa in sua difesa (100 e passa)
- Israele ha ucciso più civili innocenti in proporzione al totale della popolazione di qualsiasi altro paese (più di 50.000)
- Israele ha sequestrato e imprigionato più civili in proporzione alla popolazione di qualsiasi altro paese (più di 400.000)
- Israele ha reso invalidi più civili, in proporzione alla popolazione, di qualsiasi altro paese
(oltre 50.000)
- Israele ha ferito più civili innocenti in proporzione alla popolazione globale di qualsiasi altro paese (oltre 200.000)
- Israele è il solo paese al mondo che nega il diritto al ritorno dei profughi
- Israele è l’unico paese al mondo che occupa un paese intero e parti di altri paesi
- Israele è l’unico paese al mondo che ruba tutta l’acqua ai suoi vicini
- Israele è l’unico paese al mondo che sradica alberi e distrugge case a titolo di punizione collettiva
- Israele è l’unico paese al mondo che ha legalizzato l’assassinio
- Israele è l’unico paese che costruisce colonie su territori occupati
- Secondo il Guinness, Israele ha dichiarato il più alto numero di coprifuoco della storia e ha installato il più alto numero di posti di blocco del mondo
- Insieme agli Usa, Israele è il solo paese ad aver costruito un muro di segregazione
- Insieme al Sudafrica del passato, Israele è il solo paese a praticare l’apartheid
- Israele è l’unico paese i cui partiti perseguono apertamente la pulizia etnica della popolazione autoctona
- Israele è l’unico paese al mondo che imprigiona bambini per motivi politici
- Israele………

Alla Sapienza, il 17 giugno scorso, hanno appassionatamente conversato di ideologia neofascista di ritorno e di razzismo, protagonisti della comunità ebraica italiana come Tullia Zevi, Gad Lerner, Luciano Eusebi. C’era pure il vecchio amico di Israele e di ogni causa ambigua ma di poco rischio, Pietro Ingrao. Hanno invitato con forza la politica a misurarsi con questi problemi. Quali? Gli immigrati in Italia e… l’antisemitismo.

giovedì 24 giugno 2010

HONDURAS E MONDO UN ANNO DOPO



Non illuderti che la tua avanzata possa riuscire schiacciando gli altri.
(Marco Tullio Cicerone)

Siamo la razza dominante nel mondo… Non rinunceremo alla missione della nostra razza, fiduciaria per volere di Dio, della civilizzazione del mondo. Ci ha scelto come suo popolo eletto… Ci ha resi capaci di governare e di gestire il governo di popoli selvaggi e senili.
(Senatore Usa Alfred Beveridge)

Michael Jackson un anno dopo: servizi su tutte le televisioni del mondo, veglie nelle grandi città, raduni, celebrazioni di associazioni di fan, paginoni di giornali e riviste, concerti a profusione dai borghi alle metropoli, fiere di gadget e souvenir. L'uomo, ottimo ballerino e musicista originale, è un' icona buona per tutti: ha dato vita alla perversa e affannosa ricerca dell'eterna giovinezza, espressione di un' immaturità funzionale agli interessi di governanti e mercanti, e ha umiliato e offeso la sua identità di nero pervertendosi in finto e orrido biancastro, chirurgicamente ricostruito a immagine e somiglianza dei padroni. Un razzista all'incontrario amato dal potere e dai suoi utili idioti. Da celebrare.

Gilat Shalit, quattro anni dopo: vigilie e fiaccolate da destra a sinistra, il sindaco Alemanno, la governatrice Polverini e il ministro Ronchi, tutti post- e neo-fascisti, spengono le luci del Colosseo. Il soldato israeliano delle forze di occupazione e distruzione dello Stato neonazista è
stato fatto prigioniero - "sequestrato" per utili idioti ("manifesto") e amici del giaguaro - dai combattenti della sopravvivenza palestinese. Va onorato perchè simbolo della sopraffazione, del razzismo, della pulizia etnica, della determinazione a eliminare dalla faccia della terra deboli, disturbatori e liberi; perchè esalta il principio berlusconide, cattolico, massonico e obamiano, della giustizia capitalista a due pesi e due misure.


Così elimina dalla scena e dalla coscienza 11mila cittadini palestinesi, resistenti armati o civili, donne e bambini rastrellati a casaccio dalla Gestapo sionista, sequestrati, questi sì, nella loro terra rubata, tenuti in catene senza processo, sistematicamente torturati, insomma destinati alla cura che gli aguzzini d'Occidente, dai cavernicoli di Genova-G8, agli assassini di Cucchi e Aldovrandi, all'Obama del Patriot Act, dei droni, dei generali peggio di Himmler e di Guantanamo, vogliono impartire all'umanità intera.

Honduras, un anno dopo. Honduras che? Silenzio di tomba dall'estrema destra all' "estrema sinistra". Tomba della propria vergogna e del loro valore.


Siamo al primo anniversario del colpo di Stato organizzato dall' (ex?)icona della sinistra, Obama, in Honduras e attuato da una minuscola cricca composta dall'oligarchia delle famigerate dodici famiglie e dall'esercito di gorilla addestrato nella Scuola delle Americhe. E non ne parla più nessuno, semmai qualcuno, al di là di poche voci non omologate, ne abbia mai parlato. In Honduras siamo ai circa 500 assassinati o spariti, a 9 giornalisti ammazzati solo nel 2010. In Colombia s è scoperta una fossa comune con 2000 vittime dei paramilitari e narcotrafficanti che esprimono il regime di Uribe e, adesso, del suo clone Santos. Oltre duemila sono i sindacalisti uccisi dai medesimi criminali, ogni giorno si scopre un contadino sventrato e poi travestito da guerrigliero. Nella Guantanamo obamiana ancora 200 sequestrati sono privati di avvocati, processi, perfino imputazioni, ma non gli si fa mancare la tortura quotidiana. I sequestrati obamiani di Bagram, Afghanistan, rappresentano una Guantanamo all'ennesima potenza. E continuano, per licenza di Obama, i rapimenti e le extraordinary renditions verso le capitali delle sevizie. Perchè la presunta mente dell'11 settembre, Khaled Sheikh Mohammed, si addossasse un attentato Mossad-Cia-Pentagono lo si è sottoposto a 183 waterboarding. Facile il risultato, no? In Canada prosegue e si incrementa il genocidio dei popoli autoctoni per far posto a miniere, petrolieri e disboscatori. Eppure qui tutti, anime belle dei diritti umani comprese, non fanno che strapparsi le vesti sul primo suicidio in carcere dal 1959 di un delinquente cubano condannato per reati comuni. Da noi i detenuti suicidi da gennaio sono una trentina. Amnesty International denuncia 59 detenuti politici a Cuba, però processati rigorosamente a termini di legge internazionale, vezzeggiati come dissidenti e intellettuali dalle solite animelle che trasvolano leggere su quanto è aggiunto in fondo al rapporto, in caratteri piccoli, che, già, si tratta di gente che prendeva stipendi e istruzioni dal nemico mortale per buttare all'aria il proprio paese.

La tragedia del popolo honduregno, nei secoli materasso di ogni nequizia colonialista, terrorista e bellica statunitense, nonchè la sua inedita, inattesa, fenomenale resistenza di massa, sono state archiviate negli scaffali dell'opportunismo e della complicità delle cosiddette democrazie occidentali, supportate dall'ideologia delle compatibilità delle sinistre planetarie. Perfino l'alleanza progressista e rivoluzionaria ALBA dell'America Latina non ha saputo andare molto oltre le condanne rituali e il non-riconoscimento del regime fascistizzante di Pepe Lobo scaturito da elezioni-farsa in perfetta continuità con il colpo di Stato. L'Honduras, le nefandezze del regime, la combattività del suo popolo, pagata con uno stillicidio ininterrotto di assassinii sotto la direzione dei collaudati arnesi del terrorismo yankee e mafiocubano come John Negroponte, Otto Reich, Jimmy Joya, con la liquidazione di ogni libertà d'espressione, con l'attacco ai contadini spodestati e senza terra, con la cancellazione di tutte le misure di emancipazione, sovranità, giustizia sociale, adottate dal presidente spodestato, Manuel Zelaya, è stato sommerso da altri clamori, più condivisibili dalle sinistre e più funzionali all'affermazione del terrorismo degli Stati imperialisti: campagne di diffamazione contro ogni ostacolo al progetto capitalista di dittatura mondiale, Cuba, Venezuela, le FARC colombiane, Iran, Myanmar, il mondo islamico in toto, lo Zimbabwe non piegato dalle sanzioni genocide (care al propagandista Mossad nel Manifesto, Marina Forti), le resistenze irachena e afghano-pakistana etichettate con il logo Cia "Al Qaida"...


Qui sotto trovate un appello del Fronte Nazionale della Resistenza Popolare, trodotto da una compagna italiana che con quella resistenza ha condiviso, fin dal primo giorno, la repressione, i lutti, la lotta. Parla, questo appello, di come i popoli del mondo si sarebbero schierati accanto alla Resistenza e ne auspica la partecipazione anche in questo che è forse il momento più difficile, vista la ferocia crescente della repressione e la mancanza di prospettive immediate di rovesciamento dei rapporti di forza. Il fatto è che l'opposizione al fascismo interno e all'espansionismo imperialista yankee e la solidarietà con la Resistenza honduregna sono più pii auspici che realtà effettive. Si dovrebbe piuttosto denunciare la viltà e l'indifferenza che hanno contrassegnato sia la conclamata opinione democratica ed antifascista, sia il localismo provinciale e autoreferenziale di chi, dicendosi di sinistra, insiste a curare il proprio ombelico, a fissarsi sull'albero più vicino, senza percepirne l'essenza di arto di un organismo unico che si chiama foresta. Prezzo pagato da fasulle avanguardie al tradimento dell'internazionalismo, proprio nell'epoca in cui il capitale si globalizza e fa di tutta l'erba proletaria un fascio da bruciare negli ultimi fuochi della sua feroce agonia.

E' il segno della perdita di una visione strategica che nessun arrabattarsi attorno alla difesa di capisaldi locali riesce a recuperare. Si prova a sollevarsi tardivamente contro la liquidazione di ogni diritto alla dignità e alla vita operata da una cosca che, quella sì, sa muoversi localmente all'interno di una prassi globale di sociocidio che, qui, si articola nella riduzione biopolitica in schiavitù della forza lavoro e, là, rade al suolo paesi e popoli. E seppure qualcuno, vedi Guido Viale sul "manifesto", prova ad allargare il discorso in controffensiva generale sul come e cosa produrre, proponendo una strategia complessiva di riconversione delle produzioni ottusamente obsolete e devastanti, come l'auto o le armi, poi riconduce tutto alla cosidetta "green economy" dell'astuto Al Gore, che cambierebbe, sì, il cosa, ma per niente il come: verniciata verde allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sulla natura.

Non ci si precipita a unirsi agli operai Fiat polacchi, impiccati quanto quelli italiani o serbi a un tira e molla del cappio che, stretto o largo, resta avvolto al collo. La vicenda dei lavoratori della mente costretti in un destino di foglie secche al vento, senza rinascita mai, che a malapena per numero di vittime, differisce da quello dei coltivatori di cotone in Alabama, non viene unita a quella dei contadini honduregni, servi della gleba, condannati a raspare la gomma dalle monoculture delle stesse multinazionali, o a bruciarsi il fegato nelle fogne tossiche della Monsanto o della Chiquita.

E, per dirla tutta, ci si spende, sicuramente benemeriti e a denuncia di uno Stato nazisionista ormai del tutto nudo e dunque fortemente indebolito, a portare soccorsi ai morituri di Gaza, rischiando alla fine di fare il lavoro della Caritas per poveri, derelitti, incarcerati. Perchè nel contempo molti restano muti, ciechi e sordi agli orrori analoghi di tutta una Palestina espropriata e massacrata da un nazismo che non ha proprio più nulla da invidiare a quello che, a supporto dei nostri strabismi antifascisti, ci viene riproposto a strafottere dagli storici Rai. Ignorando ormai definitivamente anche quella Gaza da 25 milioni (meno cinque ammazzati o dispersi) che è l'Iraq, culla di ogni civiltà, già punta avanzata nel Sud del mondo di conquiste e resistenze umane, oggi espressione massima della nequizia delle buone famiglie bianche, cristiane, democratiche: un olocausto che dura da sette anni e batte per qualità e quantità quello del quale ogni genocida in atto si fa scudo. A monte della Auschwitz di Gaza c'è qualcosa di primario che è la negazione di statualità sulla propria terra, dei diritti politici, civili, umani, di tutto un popolo, criminalmente soffocato in ogni suo anelito di vita e di futuro con il sostegno di una dirigenza corrotta e venduta, repressiva quanto e più dell'occupante israeliano e che troppi ancora degnano del ruolo di interlocutore per un superamento della tragedia palestinese. A monte c'è l'Everest di menzogne e inganni per il quale lo Stato dell'aggressione e del genocidio si fa vittima e occulta la colossale aberrazione del diritto che rappresenta la sua costituzione in Stato, nascosta sotto il parere consultivo di una commissione ONU e poi ribadita dall'Assemblea Generale, ma mai dal Consiglio di Sicurezza e perciò priva di ogni base legale. All'atto della partizione fuorilegge, gli arabi di Palestina possedevano il 92% della terra contro l'8% ebraico ed erano la maggioranza dei due terzi. Ricevettero il 22% del loro paese. Non metterlo in evidenza a ogni passo che si muove verso Gaza, significa anche rassodare la spaccatura in due entità incomunicanti del popolo palestinese, fomentata da Israele e coltivata per abietti interessi di bottega dai collaborazionisti del'ANP.

Al popolo honduregno mi pare sia stata fatta perdere, da una direzione pur indomita ed evoluta, la grande occasione che invece ho visto cogliere dai boliviani, venezuelani, ecuadoriani. La rivolta di massa contro il potere abusivo, il suo assedio a tempo indeterminato, oltrettuto nel momento della sua massima debolezza determinata da un isolamento internazionale più o meno sincero, ma grande opportunità per uno sciopero generale che bloccasse capitale e paese e non facesse più funzionare l'apparato economico e politico dei golpisti. Sarebbe costato molti più morti, probabilmente, perchè il fascismo con alle spalle gli strateghi e le multinazionali Usa, dà colpi di coda spaventosi quando minacciato di fallimento. E un pacifismo d'importazione, non innocente all'origine, non voleva accettare vittime, nè proprie, nè altrui. La prime sono venute comunque, senza però che il nemico pagasse alcun prezzo. Ma quella rivolta, tra l'altro propugnata dagli studenti e da altri settori, avrebbe anche impedito alla cosidetta "comunità internazionale" di voltare le spalle e attendere che un'elezione, pur tenuta sotto le baionette e pur disertata dal 70% della popolazione, rimettesse le cose al suo posto "democratico".

Chi sono io per suggerire linee d'azione? Assolutamente nessuno. Ma così hanno fatto e vinto i popoli latinoamericani che si sono voluti dare una prospettiva di rottura rivoluzionaria. La stessa che si pone in termini specifici la dirigenza del Fronte Nazionale della Resistenza Popolare con il rifiuto di accettare lo status quo e la sua lotta per la nuova Costituente. Se la pone però con un obiettivo di medio termine: arrivare, organizzando, mobilitando e crescendo in tutto il paese, alla scadenza elettorale del 2013. E' da vedere se una repressione scientificamente organizzata dai più esperti della materia del mondo, gli israeliani, con il suo stillicidio di assassinii, provocazioni, intimidazioni, eliminazione delle voci mediatiche disobbedienti, consenta di mantenere quel potenziale di vittoria che, al momento del golpe, vedeva l'80% della popolazione schierata contro i gorilla. E ancora di più è da vedere se sotto un regime di licantropi al guinzaglio dei poteri imperiali siano ancora possibili elezioni regolari. Messico, Colombia, Afghanistan, Iraq, gli stessi Usa del doppio Bush, dicono di no. Resta vero quanto altri, secoli fa, constatavano: il potere dei pochi non rinuncia pacificamente.

La caduta dell'Honduras, che nello spazio caraibico-centroamericano, si affiancava agli avamposti di un'America Latina liberata, Cuba, Nicaragua, le forze progressiste di Salvador e Guatemala, è stato più di un segnale d'avvertimento lanciato dal capitalismo revanscista del Nord del mondo. E' stata l'esplicito inizio di una controffensiva degli Usa di Obama tesa a recuperare, destabilizzando e stroncando, prima mediaticamente, poi militarmente e con "rivoluzioni colorate", l'enorme spazio sottratto da nuove, grandi masse. Masse politicamente tanto possenti e ideologicamente mature da esprimere governi che, quale più, quale meno socialmente adeguato, hanno tutti saputo rispondere all'imperativo primo dei nuovi tempi: l'antimperialismo, la riappropriazione delle risorse nazionali, la riconquista della sovranità, la configurazione di nuovi fronti planetari di contrasto all'occidente imperialista. Non è poco, è tantissimo per l'intera umanità fuori da quell'8% che si autoproclama "comunità internazionale". Ne deriva una necessità politica, un obbligo morale, un'opportuntà strategica, per restare accanto all'Honduras. Non solo per non accettare che quei 6 milioni di eterni oppressi e sfruttati, ora insorti, tornino a essere sudditi delle Repubbliche delle banane, spunto di irrisione e filmetti del "venerando maestro" di stronzate manhattiane, Woody Allen. Ma per impedire che la miccia accesa dai congiurati statunitensi e locali in Honduras si allunghi e arrivi a incenerire il grande giardino della forza e della speranza fiorito nel continente del futuro. Per il Nicaragua, per Cuba, per i popoli nativi, per il Messico, la Bolivia, l'Argentina, il Perù, i resistenti della Colombia, si sono costituite organizzazioni che hanno operato negli anni per rompere il silenzio in cui manovrano gli operatori degli Stati Canaglia e i loro scagnozzi locali, per denunciarne i delitti, per contrastare campagne di menzogna e calunnia, per offrire solidarietà materiale, culturale, politica. Possibile che anche tra costoro regni una miope monotematicità che non fa percepire e affrontare quelle regioni nella loro unità geopolitica, sostanziale e ideale? Unità perfettamente presente alle strategie imperialiste.

In Polonia, Romania, Serbia, in tutta l'area riconquistata alle mafie ufficiali e ufficiose del capitalismo, i predoni ce l'hanno fatta. Grazie alla fame nera guadagnata con la democrazia di mercato dagli operai polacchi, si possono permettere di ridurre in schiavitù gli operai italiani, già coccolati e tosto traditi dal "più grande partito comunista d'Occidente" e dai naturali epigoni della sua logica delle compatibilità. Lasciate fare agli Usa, ai vampiracci locali, in Honduras, tappatevi le orecchie al calpestìo degli stivali della nuova Wehrmacht in avanzata su suolo latinoamericano, e presto avrete altro che operai polacchi o rumeni pronti a essere utilizzati da Marchionne e predatori affini per tirare il collo a Pomigliano. Quanti milioni sono stati frantumati dalle miniere latinoamericane quando a tenere in mano la frusta erano i bianchi cristiani? Quelle miniere sono servite come modello alle filande di Manchester e alla Fiat di Valletta. Con quelle ossa hanno costruito il capitalismo. Finchè nel 1917 qualcuno non ci ha messo una zeppa. Ora ci riprovano. E noi vogliamo chiuderci a Pomigliano, mettendo ghirlande sul capo degli ultimi dei mohicani, quando nel mondo di mohicani ce ne sono milioni. A partire da quelli honduregni.



Appello Internazionale

Ad una settimana dal 1° Anniversario della Resistenza, uniamoci al

Cammino della Rifondazione dell’Honduras

Il Fronte Nazionale di Resistenza Popolare (FNRP) rappresenta gli interessi di tutto un popolo, che persiste nella lotta contro l'attuale regime repressivo mascherato da democrazia. La Resistenza cresce quotidianamente e si estende attraverso tutto il territorio nazionale, coordinando le diverse agende politiche e sociali in un solo progetto unitario, col quale si è cominciato ad erigere i pilastri su cui si costruirà una nuova società in Honduras.

Dopo colpo di stato del 28 giugno 2009 è crollato il già indebolito Stato di Diritto, ed il piccolo gruppo imprenditoriale che aveva sequestrato il legittimo presidente delle e degli honduregni si è mantenuto al potere grazie alla violenza delle forze repressive (Polizia Nazionale e Forze Armate dell’Honduras), assassinando, pestando, catturando, violentando ed obbligando all'esilio centinaia di honduregni ed honduregne. I “golpisti” che destituirono Manuel Zelaya Rosales, sono gli stessi che ora esibiscono Porfirio Lobo, come fantoccio, per continuare a consolidare il loro regime di violenza.

Ciò che i criminali non s’aspettavano è l'enorme coraggio del popolo honduregno, che ora è deciso a lottare fino alla fine. La Resistenza si fonda sulla costruzione del Potere Popolare dalla base e sulla partecipazione diretta di tutti i settori, alla costruzione di una proposta politica che dia risposte alla grave crisi che vive il paese.

Andiamo verso la Costituente per creare l’ambito legale che ci permetta, come popolo organizzato, di riprendere il destino della nostra patria e strapparla dalle mani meschine del piccolo gruppo che mantiene il governo in stato di sequestro.

I popoli del mondo hanno seguito da vicino la nascita della resistenza ed il suo consolidamento. Ora siamo ad una nuova dimostrazione di forza con la presentazione di oltre un milione di Dichiarazioni Sovrane, con cui, come cittadine e cittadini, ignoriamo questo governo illegale e privo di legittimità ed invitiamo la popolazione a convocare una nuova Assemblea Nazionale Costituente.

Questo 28 giugno compiamo il nostro primo anniversario come Fronte Nazionale di Resistenza Popolare (FNRP), ma non lo facciamo ricordando l'assalto alla democrazia da parte dei golpisti, al contrario celebreremo la nascita della vera democrazia popolare, che ha iniziato il suo percorso verso la rifondazione dello Stato e la costruzione di un futuro giusto, paritariamente, per tutti e tutte.

La Resistenza honduregna invita tutti i popoli del mondo a prender parte a questo progetto rifondatore e rivoluzionario, a seguirlo da vicino e ad unirsi alla celebrazione del primo anno di cammino verso la vittoria

V’invitiamo a visitare la nostra pagina ufficiale: www.resistenciahonduras.net per conoscere da vicino le distinte attività che si svolgeranno, scaricare i vari documenti ufficiali e informativi, fare voi stessi una convocazione in questa data di resistenza, che non è solo nostra, ma di tutti i popoli del mondo in lotta.

Il Fronte Nazionale di Resistenza invita tutte le persone, organizzazioni o gruppi di compagni e compagne solidali col popolo dell’Honduras, ad accompagnarci con attività politiche di pressione contro il regime.

Questo 28 giugno nessuna voce rimarrà inascoltata ed ogni presidio, corteo, comunicato, forum o riunione a sostegno di noi honduregni ed honduregne, che invaderemo in massa le strade, si sommerà alla forza che oggi sta costruendo nel nostro territorio il vero Potere Popolare.

Ringraziamo in anticipo per tutte le azioni che svolgerete, e vi offriamo i nostri contatti per stringere legami e permettere a tutto il popolo honduregno di sapere che non siamo soli né sole, che tutto il mondo lotta con l’Honduras in questa trincea di giustizia e dignità.

Un abbraccio solidale in Resistenza, Compagne e Compagni internazionalisti.

Commissione Internazionale (CI) - Fronte Nazionale di Resistenza Popolare

ci_coordinacion@resistenciahonduras.net

Honduras, Centro America

Contatti:

Betty Matamoros, Coordinatrice CI: bmflores2009@yahoo.com

Dirian Pereira: dirianbeatrizpereira@yahoo.com

Gerardo Torres: unita1984@hotmail.com




lunedì 21 giugno 2010

VIVA MARADONA E I SUOI ! Ma occhio ai nazisionisti.

Essere ignoranti di quanto è accaduto prima di nascere significa vivere per sempre una vita da bambino.
(Marco Tuttlio Cicerone)

La libertà è stata perseguitata in tutto il mondo; la ragione è stata considerata una ribellione; e la schiavitù della paura ha reso gli uomini timorosi di pensare. Ma tale è l'irresistibile natura della verità che tutto ciò che chiede, tutto ciò che vuole è la libertà di apparire.
(Thomas Paine "I Diritti dell'uomo", 1791)

Come si può vedere da questa fotografia, pubblicata da nessun giornale al mondo, non sono uscito matto e sprofondato, al pari di tanti connazionali proni alla turlupinatura, in quella cloaca di truffe, pastette, stronzaggini, esibizionismi insulsi, personaggi al di sotto di ogni decenza, addirittura di ogni vera competenza nel più bello sport del mondo, che sono i mondiali di quel tanto disgraziato quanto mistificato paese che è il Sudafrica.


Sapete citarmi un'altra immagine che, come questa del gesto coraggioso dei giocatori argentini, indubbiamente formatisi alla scuola dell' irregolare Diego, amico di Fidel e Hugo e fan del Che, sollevi il livello dei mondiali africani da quota sotto i talloni perfino dei paguri a quello delle corna della giraffa? Un livello che simboleggi quello che dovrebbe essere un confronto mondiale di sportivi, uomini, persone, popoli, secondo le regole dell'onestà, del rispetto, dell'amicizia, della competizione solidale?


Diversamente da quasi tutti gli altri, i calciatori di Maradona, volendo innalzare al massimo della visibilità planetaria, peraltro subito sabotata da tutti i media, la proposta del Nobel della pace finalmente a un candidato degno come le immarcescibili Madres de Plaza de Mayo (un'alternativa tonante agli obbrobri Kissinger, Begin, Sadat, Aung San Suu Kyi, Dalai Lama, Obama su tutti, o alle toppate alla Rigoberta Manchu), hanno fatto fiorire una giunchiglia nella maleodorante palude di questa manifestazione. Hanno ripetuto il gesto di Tommy Smith e John Carlos alle Olimpiadi nello Stato Canaglia del Messico. Stato-mafia, non dissimile da quello del fascismo postmoderno del nostro guitto mannaro, che aveva appena finito di massacrare migliaia di studenti in Piazza delle Tre Culture al fine di blindare, in un paese incandescente di rabbia e rivolta, la tirannia di un'oligarchia bulimica, venduta alle altrettanto fameliche multinazionali Usa. Chi si ricorda più, tranne tra i microcefali della stampa sportiva, degli esiti e dei protagonisti di quella kermesse rubata, in chiave di mercato, lucro e aggiotaggio, come tutte le altre nel lupanare capitalista, agli uomini-dei e agli dei-uomini dell'Olimpo? Rimangono indelebili, invece, i due pugni neri sopra le teste nere, in onore e a conferma di una rivolta di nere e meno nere pantere, che gli scagnozzi dell'Impero del Male seppero, sì, a forza di assassinii e montature, affogare nel sangue e seppellire dietro le sbarre, ma che basta uno striscione per le madres a far rimbalzare tra le sinapsi addette alla memoria e trasformare il giallo di vecchie foto nel rosso del tutto è ancora possibile.


I pugni del Messico e lo striscione di Maradona ci parlano di segni immortali. Segni dell' essere umano come dovrebbe e potrebbe essere, come davvero è e come vincerà sul modello bifronte del bruto al comando e dello schiavo a servizio, che questo putrefatto capitalismo vorrebbe imporre tra Pomigliano, Abu Ghraib e Gerusalemme. Rivincite della memoria, condizione e promessa di vittorie possibili, in un presente dove la memoria è una bancarella dell'usato, da svendere fino a esaurimento.


Mi viene in mente, a caso, ma so io perchè, Goffredo Mameli, ectoplasma che nessuno conosce, ma che secondo frettolosi paragrafetti dei manuali delle medie parrebbe l'autore di quanto mercenari mutandati, ignari e ottusi, sbraitano con la mano massonicamente sul cuore. Sbraitano in vista di un compenso da calci e scalciate per il quale uno di Pomigliano dovrebbe farsi sodomizzare da un coglione zannuto come Marchionne per tredicimila turni senza domeniche e senza malattia. L'abisso tracciato tra uomini e mercenari da quello striscione argentino! E' l'abisso che si estende sconfinato tra attiva consapevolezza e inerte inconsapevolezza. Se al posto di quel ominicchio dalla stupida spocchia dalemiana, da anni con le mani nella marmellata, che recita la parte dell'allenatore della nazionale italiana, ci fosse Diego Maradona, forse quegli undici ciangiottanti che friniscono l'inno saprebbero cosa dicono, chi glie lo ha fatto dire e perchè.


Aveva vent'anni, Mameli, e aveva già scritto di libertà, uguaglianza, repubblica, fine dei feudi e baroni e fuori lo straniero, più di quanto uno di noi scriva di comunismo in una vita. Cadde, sapendolo benissimo, nella difesa della Repubblica Romana contro il Male Assoluto della Chiesa, lo straniero colonialista, il pecoraio puttaniere sabaudo, le putrescenti parrucche borboniche.Una cosa da leccarsi i baffi se si pensa che la Comune, avendo dietro Marx e Engels, venne vent'anni dopo. Nel nostro tempo, Mameli sarebbe stato un partigiano, un sessantottino, un combattente contro la Nato, uno davanti ai cancelli di Pomigliano. Niente, lo abbiamo offerto gratis, come Garibaldi, Mazzini, Morosini, i fratelli Bandiera, quelli che ci hanno filiato tutti, ai fascisti e al loro uso di patrioti da commedia degli equivoci e di autentici servi di ogni padrone.


Ma, in quell'ambiente, Maradona e i suoi ci hanno fatto allungare il pensiero a territori più vasti, oltre il mercimonio dei gabbamondo alla Blatter, Abete, Carraro, Platini, Lippi... Le Madri di Plaza de Mayo hanno dipanato un filo che, dai tempi dei carnefici a quelli dei vendipatria alla Menem, ha avvolto, imprigionato e alla fine strozzato gli assassini dei loro figli e oggi continua ad attorcigliarsi intorno allo stivale di chi insiste a calpestare la carne e lo spirito degli umani. Il grido che si esprime in quel voto per un Nobel alle combattenti per la giustizia, straccia anche i veli rosati sotto cui l'arma mediatica di distrazione di massa ha voluto nascondere la realtà di una promessa tradita. La fine dell'apartheid. Fine un bel cazzo! A dispetto dell'icona dai perenni sorrisi obnubilanti di un Nelson Mandela (cosa avrà mai da ridere?), che per il Sudafrica ha fatto ciò che Ghandi ha fatto per l'India: il rilancio aggiornato, travestito da pacifismo, del discrimine di razza, di casta e di classe, uno strapuntino alla megatavola del mercato capitalista. Il caravanserraglio dei ciarlatani mediatici, fatto un fugace excursus di colore umanitario, quando non c'era più niente da spremere dalle esternazioni di Buffon, su qualche piccola risacca dell'oceano nero di miseria, disperazione, ingiustizia, collera, razzismo bianco tuttora al potere in combine con quattro satrapi neri di stampo Karzai o Al Maliki, ha allontanato ogni rischio di constatazione della realtà effettiva. Ci ha inchiodato a uno spettacolo grandiosamente squallido, degno delle competizioni di "Amici", da trasformare in trance collettiva, anche con l'aiuto di quella colossale rottura di timpani e coglioni che sono i wuwuzele.

Wuwuzele e bagole di cronisti pallonari che, tra le altre molte cose, ci hanno assordato anche rispetto ai rombi delle 11 navi da guerra USraeliane, portaerei lanciamissili atomici compresa, che hanno attraversato Suez in direzione Golfo Persico per il compito fallito dalla "rivoluzione verde" e al fragore dei droni che continuano a sterminare bambini e donne dall'Afghanistan al Pakistan, dalla Somalia allo Yemen. A volte basta un'immagine, quella della squadra argentina, come già detto, o anche due immagini, per farci capire come va il mondo dei delinquenti e quello dei giusti: una nuva flottiglia, iraniana, di donne libanesi, di ebrei tedeschi, in rotta per Gaza, piena di cose d'amore e di vita; una flotta di energumeni israeliani e statunitensi con la bava del cane idrofobo alla bocca, in rotta verso l'Iran, zeppa di odio e di morte.

E allora lanciare nel mondo l'urlo di verità che si sprigiona dallo striscione argentino, ulteriore conferma che quanto di vita s'infiltra in questa notte dei morti viventi ci viene dall'America Latina, dovrebbe aiutarci anche a infrangere la muraglia dell'ottenebrazione, acusticamente simboleggiata dai wuwuzele, che ci sfonda di ansie, esaltazioni e sconforti per la miseria morale, politica e culturale di quei campionati immiseriti dai nostri vecchi ciabattoni e non per quello che, oggi formicolante negli slums, si raggrumerà inesorabilmente in futura rivolta e, se il cielo vuole, rivoluzione. Wuwuzele utili a rintronare un popolo tradito e beffato. Wuwuzele che non ti fanno neanche sentire lo schiocco del piede sul pallone, che è l'unica cosa autentica di tutto l'ambaradan.


Ciò detto, che la Coppa del Mondo vada all'Argentina. E a nessun altro.

Attenzione. il pezzo è frutto di un trappolone forse inconsapevolmente allestito da chi ha fatto circolare la foto qui sotto, della nazionale argentina con lo striscione per il Nobel alle Madri di Plaza de Mayo, senza ulteriore specifica, tanto da far credere a chiunque, compreso questo peracottaio, che, visto il casino pallonaro mondiale in cui siamo inseriti, di partita della Coppa del Mondo si trattasse.
E' invece la foto risale a un mese fa, quando in vista dei mondiali, l'Argentina si incontrava con il Canada. Errati dunque i miei riferimenti temporali, ma non quelli politici. Pezzo buono o cattivo che sia, la sostanza non cambia.