sabato 28 agosto 2010

CORIBANTI, CORIFEI, CORIMBI, CORNACCHIE...(Cuba, Obama, Wikileaks...)

CORIBANTI*, CORIFEI**, CORIMBI***, CORNACCHIE****
(Cuba, Obama, Wikileaks…)

* Celebratori di divinità con danze orgiastiche
** Promotori di cori
*** Inflorescenze parallele con i peduncoli fissati sull’asse principale
*** Uccelli gracchianti lo stesso verso monotonamente

E' scoraggiante pensare quanta gente è scioccata dall'onestà e quanta poca dall'inganno
(Noel Coward, commediografo britannico)

Chi inganna troverà sempre coloro che permettono di essere ingannati
(Nicolò machiavelli)

Il pericolo maggiore per i popoli è quando gli strumenti per demolire i loro diritti stanno nelle mani di coloro nei confronti dei quali nutrono meno sospetti
(Alexander Hamilton, 1757-1804)




Insomma quelli del titolo sono tutti soggetti che al culto dell’intelligenza, della critica, dell’autonomia preferiscono il culto di qualcuno e gracchiano anatemi contro chi si riserva la libertà di dubitare, valutare, dissentire. In questo paese, merito probabile di una nostra Chiesa paolina e contoriformista, mai sfiorata dai Lumi del libero arbitrio e della libera ragione, ne abbiamo il primato qualitativo e quantitativo. Saranno costoro i protagonisti di questo articolo, scritto in fretta per comunicarvi che, a dispetto di speranze, auspici, e voti, sono ancora vivo e relativamente cosciente, in transito tra una vacanza nel Nord e una missione nel Sud del mondo, dalla quale ci si augura si possa riemergere sani e salvi alla fine di settembre. Ma prima di svolazzare di fiore in fiore, meglio, di saio in saio, tra gli incensi di dogmi e devozioni, consentitemi la libertà di ricordare, sottolineare, incidere nel marmo della storia, alcune delle rare buone notizie che arrivano nella, o escono dalla, gabbia di polli nella quale andiamo starnazzando.
La migliore. La dipartita dai coglioni rotti e nauseati di molti milioni di italiani di quello che, insieme ad Andreotti e prima dell’avvento del guitto mannaro, è stato il massimo delinquente a sodomizzare il popolo di questo paese. Miserabile ascaro dell’Impero, ha assassinato, massacrato, castrato, con il classico cinismo gioioso e psicopatico del serial killer. Lo accoglieranno degnamente dall’altra parte le armate delle sue vittime, Giorgiana Masi e Aldo Moro in testa. Ributtante escremento dell’italiota e cattolica attitudine all’horror di terza classe, questo sottopanza di mano è stato ricompensato dai pupari interni ed esteri, Vaticano, massoneria, mafia e Usa, con un’ascesa fino al vertice dello Stato, ininterrottamente lubrificata dal sangue. Transeat per i soliti minchioni tra i lettori del “manifesto” che belano nel gregge di quelli che “i morti si lasciano riposare in pace”, anche se la tomba è costruita con le ossa degli spogliati di civiltà, libertà, vita. Ma il peggio del peggio l’ha espresso, non innaturalmente, Adriana Feranda nella sua eulogia su “Il Fatto” , dicendosi “unita a lui per la percezione limpida del dolore che si portava dentro, così diverso e così simile al mio”. L’omaggio di un sicario al capobanda.

La seconda. In Iraq, in simultanea con il finto ritiro di Obama, la Resistenza (strumentalmente insignita da destra a manca del logo del dipartimento CIA “Al Qaida”), ha dimostrato in queste settimane di non aver perso assolutamente nulla della sua forza, efficienza, partecipazione popolare, facendo saltare per aria, da Basra a Mosul, le strutture di dominio allestite dall’invasore con la bassa forza dei suoi sicofanti locali. Gli attacchi degli ultimi 12 mesi, una volta 15 in 24 ore, ai fantocci nelle caserme, pattuglie, stazioni di polizia, ai collaborazionisti di ogni specie, ai miliziani iraniani e ai marines, culminato con la splendida operazione coordinata del 17 agosto ai centri di reclutamento di mercenari in tutto il paese (96 militari o reclute uccisi, oltre 300 messi fuori combattimento, tutti prima ancora dagli occupanti consegnati al loro destino di disperati senzalavoro), ha riportato questo glorioso e indomabile paese ai fasti degli anni 2004-2008, quelli della liquidazione degli occupanti che ha costretto il magniloquente gabbamondo, successore dell’idiota autore, l’11/9, del più scalcinato e trasparente autoattentato della storia, a far finta di abbandonare la partita. Obama come il mentecatto Bush sulla portaerei: Missione compiuta. In entrambi i casi una vanteria e una stronzata. Oltre a un numero doppio di tagliagole privati, l’Obama nero (quello bianco, Vendola, intanto si fa i suoi giri di valzer ideologico-sanitari con Comunione e Liberazione e con Don Verzè, ben conscio di quanto gli fruttò la privatizzazione dell’acqua pugliese nel primo mandato), lascia tra ossa e macerie irachene 50mila killerincaricati, meramente, di addestrare gli ascari e di compiere operazioni “antiterrorismo”. E che sarebbero queste operazioni se non altre stragi, catture, lagerizzazioni, torture? 50mila non bastano per vincere, ma a questa bisogna bastano. Senza contare le anticipazioni profetiche del capo Gestapo Usa in Iraq e dei suoi generaloni felloni locali che assicurano come quel ritiro definitivo del 2011 stia proprio in grembo a Giove e dipenda dalle "condizioni di sicurezza". Vogliamo scommettere che non se ne andranno finchè non verranno cacciati come in Vietnam? L’Iraq rimesso in piedi? Si, attorno a qualche centinaio di lestofanti che si azzannano tra di loro per le briciole del bottino Usa-iraniano e dopo cinque mesi dal voto non riescano a mettere in piedi neanche un governo di rapinatori in seconda. In piedi, in questo paese affollato da tre milioni di morti ammazzati dal 1991, di cinque milioni di profughi e sradicati, della totale depredazione economica, culturale, professionale, archeologica, delle carneficine civili innescate da fuori, senz’acqua, senza elettricità, con i fiumi diventati fogne tossiche, con il 50% di disoccupati e sottoccupati, con le donne liquidate meglio che a Ciudad Juarez, in piedi in questa mission accomplished degli assassini seriali planetari ci sta soltanto la resistenza del popolo iracheno, guidata dal Baath. Soldatessa israeliana sbertuccia prigionieri palestinesi nel "momento più bello della mia vita"

La terza. Hassan Nasrallah, comandante della forza di popolo che ha ridicolizzato il quarto esercito del mondo, ha fatto a pezzi il complotto politico, mediatico, giuridico, con il quale Israele, sostenuto dalla “comunità internazionale” e dai suoi arnesi giuridici chiamati corti o tribunali penali internazionali, ha voluto spostare la propria responsabilità dell’assassinio nel 2005 del premier Rafiq Hariri, su Siria e Hezbollah. Il 10 agosto ha presentato le prove, corredate da sicari pentiti, della responsabilità del Mossad, massimo specialista di stragi e assassini extragiudiziali, chiara da sempre per chi non avesse gli occhi foderati dall’unanimismo coloniale destra-sinistra. Il tribunale dei giudici venduti all’imperialismo insisterà nelle sue immaginifiche facezie, come Obama sulla “guerra al terrore”, ma ora la partita resta aperta (e qui va un elogio al corrispondente del “manifesto” da quell’area, Michele Giorgio, degno emulo dell’indimenticato Stefano Chiarini, astro giornalistico nella notte nera di velinari e lobbisti). La quarta. Sfidando i fucilatori nazisionisti che, per impedire lo stormo di navi amiche che si susseguono alla volta dell’Auschwitz Gaza, aveva massacrato 9 attivisti del contrattacco internazionale e della giustizia, la “Liberty” e la “Free Gaza” hanno saputo raggiungere le sponde di Gaza. 46 campioni della solidarietà e dello sputtanamento dello Stato del Terrore sono stati accolti nel porto di Gaza, sgretolato dalle bombe e con sul fondo le salme delle decine di pescatori ammazzati dall’”esercito più morale del mondo”, da migliaia di palestinesi in giubilo, con in testa Ismail Haniyeh, capo di Hamas e tuttora legittimo primo ministro di Palestina. Le zanne dei nazisionisti sono rimaste nel fodero, rinchiusevi dalla rivolta politico-morale e dall’indignazione di un pezzo di mondo che ha cessato di farsi imbonire e intimidire dalla tracotanza dei falsari di un’entità senza legittimità. Il valore non solo simbolico di questa vittoria è incommensurabile. Ad majora! Il mostro è ferito.

La quinta. E’ lo sgretolamento della campagna di Julian Assange (quello di Wikileaks, a volte biondo, a volte canuto) “santo subito”, portata avanti dai salmodianti chierici di ogni truffa messa in campo dall’imperialismo. Io, notando come al cuore dell’operazione Wikileaks ci fosse la demonizzazione del Pakistan e dell’Iran, presunti gestori e armatori della rivolta dei Taliban, avevo detto che questa mi puzzava. Sono soddisfatto che ora lo stesso concetto, “qualcosa puzza nella pubblicazione dei documenti ‘segreti’ di Wikileaks”, viene adoperato da William Engdhal, uno dei saggisti e analisti più autorevoli dello schieramento antimperialista. Confortando la logica con le dichiarazioni di Hamid Gul, l’ex-capo del servizio segreto pachistano. SIS, defenestrato perché sgradito agli Usa per la sua opposizione ai macelli in Afghanistan finalizzati al petrolio, agli oleodotti, all’accerchiamento di Asia centrale e Cina e all’oppio, Engdhal constata come attorno all’osso del filmato in cui elicotteristi Usa uccidono giornalisti e civili in Iraq e dei documenti che ci ricordano risapute nefandezze degli aggressori, ci sia la ciccia dell’incriminazione del Pakistan, nucleare ahiloro, e soprattutto del SIS, come vero motore della “ribellione” dei “terroristi islamici” afghani. La delazione Wikileaks di presunti collaboratori indigeni della Cia, legati però ai servizi pachistani, è calcolata disinformazione a beneficio dell’intelligence indiana, israeliana e statunitense nel loro accerchiamento del Pakistan, realizzato dalla Cia con innumerevoli stragi da droni e attentati dinamitardi di manipolati “estremisti islamici. In più, i documenti di Assange coltivano due dei paradigmi fondamentali della “guerra al terrore” di Bush, allargata da Obama: Osama Bin Laden, dimostrato morto ripetutamente nel dicembre del 2001, è vivo e lotta insieme ai “ribelli” afghani; l’attentato dell’11 settembre è ovviamente opera di 19 sbalestrati “terroristi islamici”, capaci di funambolismi aerei da svergognare tutti gli assi della storia aeronautica, nonostante abbiano fallito i corsi di pilotaggio per apparecchietti Piper. E nonostante che Washington spenda 50 miliardi di dollari all’anno per le sue 11 agenzie di intelligence, senza che ore dopo l’attentato si fosse ancora levato in volo unsolo intercettore dell’ Air Force. Risultato voluto? Se la campagna di sterminio del popolo afghano va male è colpa di quei rinnegati “alleati” pachistani. I fantocci insediati dagli Usa a Islamabad, osceni complici nello squartamento imperialista del proprio paese, non sono stati capaci di bloccare la collera antiamericana del proprio popolo e neanche di tappare la bocca a un Hamid Gul che insiste a denunciare e documentare fatti, imprese e personaggi del traffico Usa di eroina dall’Afghanistan. Bisognava accelerare, Obama ha attaccato il Pakistan e Wikileaks è giunto a proposito.




Pensierino: ma è mai possibile che le recente catastrofi ambientali, le inondazioni che hanno sommerso un quarto del Pakistan, gli incendi che hanno incenerito mezza Russia e buona parte della Bolivia, alluvioni e frane in Cina, ora terremoti in Iran, siano andate tutte a colpire paesi invisi all’imperialismo e oggetti delle sue attenzioni destabilizzatrici? Che si tratti di guerra meteorologica, come quella sperimentata dai laboratori ionosferici in Alaska, o di scossoni di un ecosistema mandato in malora da produzioni-consumi-devastazioni dell’Occidente capitalista, l’imputato rimane sempre lui, l’Occidente. Ma né della guerra meteorologica, né delle falsi fondamenta per la moltiplicazione delle guerre infinite di Obama, né dei crimini dei nazisionisti, recordmen mondiali di delinquenza politica e morale, a Wikileaks gliene cale. Gliene cale invece, per concludere, di assalire, tramite una consociata in Tailandia, “Wikicong”, il governo tailandese che è appena riuscito a sventare una “rivoluzione colorata” portata avanti da bande in maglietta rossa agli ordini del locale berlusconide Thakson Shinawatra e di un efferato signore della guerra caduto nella rivolta. Pezzo forte dell’operazione, lo sputtanamento dell’erede al trono, Vajiralongkorn, più vicino al settore progressista, tramite un video sulla sua vita privata.
Vorrei concludere c on un'osservazione: In Pakistan, paese islamico e dunque rejetto al punto che nessuno scuce un decimo di quanto offerto ad Haiti, è come se fosse esplosa qualche bomba atomica. Un paese quasi per intero sott'acqua e demolito per decenni, venti milioni in affanno e fuga, cinque milioni senza tetto, bimbetti che crepano di fame e colera, una roba che neanche 70 cavalieri dell'Apocalisse, un detrito umano e ambientale da finalmente ridurre a quella ragione che droni e bombe false flag erano riusckiti ad imporre solo a un reistretta cerchia di notabili assoldati. Avete visto comer il giornale comunista, umanitarista per definizione, tratta questa epocale tragedia? Trafiletti. L'addetta all'area, Marina Forti, con il supporto dei compatibili di Lettera 22, ha avuto modo di stirare chili di piombo su inverecondi paginoni collaborazionisti quando in Afghanistan o Pakistan si trattava di evidenziare le efferatezze degli "estremisti islamici" o quando si trattava di singhiozzare sull'atroce destino di false mutilate e di inesistenti lapidate, o semplicemente di oscurate dal velo. Sulla distesa oceanica di vittime del malaffare militare o ambientale occidentale in Pakistan, trafiletti. Del resto non aveva diramato la Cia pochi giorni fà l'invito a chi ne riceve le disposizioni di "insistere sulla questione delle donne in Afghanistan e Pakistan"? Sulle famiglie decimate in casa e sul paese perduto al 90 per cento, zitti e mosca.



CORIBANTI….CORNACCHIE
Dopo il mio recente post su Cuba, che gettava lo sguardo su insuperate contraddizioni, carenze, ritardi, delle istituzioni isolane e su apparenti divergenze tra un Raul Castro “aperturista” e “riformista” e un Fidel radicale, divergenze che con ogni evidenza alimentano anche la discussione politica all’interno della rivoluzione, l’arcipelago della solidarietà a Cuba e gli stessi rappresentanti cubani se ne sono rimasti in, spero pensoso, silenzio. Solo quattro gatti si sono scatenati e mi hanno lanciato due Cruise. Il primo è questo (non mi si nomina, ma il destinatario è implicito) e si commenta da solo. Lo stile è quello dell’anatema contro chi ha commesso lesa maestà. Il secondo è il documento che segue.



Ai confusi, agli incerti e...ai supercomunisti!
13 agosto 2010
A chi s'affanna tanto a darci le sue opinioni come verità consolidate, a chi pensa d'aver capito tutto ..fidando sulla propria immane intelligenza ...senza neanche uno sforzo di umiltà per prima leggere, domandare, pensare e studiare, a chi scrive grossolane falsità totalmente lontane dalla realtà cubana senza mai darci fonti dirette perché noi poveri lettori si abbia gli strumenti per autonomamente capire.... diamo uno strumento di conoscenza.
Ma soprattutto lo vogliamo fornire a chi veramente vuol capire e conoscere in onestà.
E' molto importante. Speriamo abbiate interesse e pazienza per leggerlo.
E' uno scritto lungo, perché il tema dell'agire della Rivoluzione cubana è tema complesso.
Complessa è la costruzione del socialismo, ancora più complessa quando va fatta in lotta contro le aggressioni, esterne ed interne, dei nemici e degli "amici".
Agli amici pessimisti, confusi in questa mortale società di morti in cui viviamo, diciamo di aver fiducia nell'intelligenza umana, di aver fiducia in se stessi e nell'unità dei popoli, di cercare in sé la forza e la coerenza per praticare i sogni....
Direttivo AsiCubaUmbria

Se vi prendete la briga di riandare al mio articolo su Cuba “Fratelli Coltelli?”, noterete che nè i coribanti polemisti, nè il saggio attribuito a un “cittadino cubano” che odora lontano un Caribe di funzionario del sistema (e che troverete nel sito di Asicubaumbria) si curano minimamente di entrare in uno dei numerosi argomenti sollevati dal mio pezzo, come anche dal vivace dibattito in corso nella sinistra latinoamericana. Trattasi di dichiarazione di fede. Padre Pio per gli uni, il piccolo padre, il presidente nero, il capo rivoluzionario, per gli altri. In perfetta buona fede, ovviamente, e in altrettanta rinuncia a quelle facoltà del raziocinio che ci preservano da bischerate logiche, politiche, storiche e da ottusità. Quanto al contributo del signore cubano, beh raramente mi è capitato, se non incontrando quei tromboni burocratici cubani che mi fanno sempre correre a ritrovare i bravi medici, gli appassionati studenti, gli onesti contadini, gli intellettuali liberi, la gente di strada a Cuba, una trombonata più vuota, retorica, demogagica e sprezzante di questo scritto. E mi chiedo se questo urlatore rivoluzionario abbia mai letto, capendone qualcosa, i saggi di Fidel, così densi di fatti, valutazioni, problematiche, oggettività, sostanza. Lo schemino è meccanico ed è sempre quello dei nefasti burocrati che vorrebbero mangiarsi l’isola con dogmi e ruberie: si parte riconoscendo “giuste preoccupazioni per le difficoltà e i pericoli che sta affrontando il processo rivoluzionario cubano... deficienze, errori...” . Segue una bella rimozione di queste deficienze, pericoli, errori, del resto mai specificati, attribuendoli eminentemente al blocco Usa, alla storia passata, alla prostituzione che imperversa nel mondo. Un discorso di tutta genericità, di proclami apodittici, di un’incredibile arroganza che bacchetta coloro i quali osano dall’esterno a intervenire su cose che loro, gli autoctoni, sanno sempre e comunque meglio di chiunque. Per la verità qualche accenno al concreto c’è: si parla di “ambienti di marginalità, delinquenza, anomia, consumismo, disuguaglianza e privilegi...”
Ma subito, in carattere più grosso e neretto si sancisce: “Colpevolizzare la Rivoluzione per queste escrescenze più che un atto di ingiustizia è una suprema miopia politica”. Ah no? E chi vogliamo “colpevolizzare”, Batista? O quei fetentoni congeniti di fanuelloni cubani? Il bello è che poi l’autore rimprovera gli esterni di dar corpo a qualche responsabilità per quei difettucci che, se non invochiamo forze demoniache, ci sarà pure: “la burocrazia, i dirigenti inetti, la doppia morale, la corruzione, le politiche economiche” (fallimentari). Solo che per lui la denuncia di queste cose, incontrovertibili per chiunque guardi a Cuba con occhi di rivoluzionario e di solidarietà col suo popolo, è solo la “moda di una certa letteratura di sinistra... sempre con uno sguardo esterno". Per dar compiuto sfogo al suo livore contro chi osi menzionare quelle cose e magari parlare di una prostituzione anche minorile mai debellata, delle aspettative sociali di tanta parte del popolo disattese, delle ville dei burocrati e della fatiscenza di Habana Centro, delle privatizzazioni e deregolamentazioni nella scala salariale, della deprimente storia dei detenuti rilasciati per merito della Chiesa, il “cittadino cubano” passa alle vie di fatto, sempre in neretto: “Sarà solo per modestia che certi super-rivoluzionari di casa, non fanno mai riferimento a quello che hanno fatto prima o dopo, a quello che fanno nel proprio quartiere, nel loro luogo di lavoro, nel seno della società civile cubana”. E qui siamo alla denigrazione del critico che, per definizione, è un malnato e farabutto. Ricordo, da giornalista e da comunista, qualcuno che la sapeva assai più lunga e che ci raccomandava che al potere vanno fatte le pulci sempre e ovunque. Pare sentire Berlusconi. Io so’ io e voi nun siete ‘n cazzo. Ce ne sarebbe ancora da citare delle rampogne di questo classico esempio dell’intolleranza e protervia burocratica, ma per il bene di Cuba soprassediamo. Quella Cuba della resistenza al degrado, del rilancio rivoluzionario, della denuncia dei parassiti, della voce di Silvio Rodriguez e di tanti come lui che un personaggio come il sedicente “cittadino cubano” lo prenderebbero per le orecchie eSe libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alle persone ciò che non vogliono sentire lo terrebbe a bagno in un qualche stagno della Sierra Maestra fino a quando non tornasse a udire gli spari che fecero fuori altri come lui, seppure diversamente inquadrati. Lusingare è facile, paga, ed è irresponsabile. George Orwell diceva invece: “Se libertà significa qualcosa, significa il dititto di dire alle persone ciò che non vogliono sentire". E questo lo metto in neretto anch’io.

Intanto arrivano in Spagna, per fila inquadrate, altri detenuti “politici” rilsciati dall’Avana per intervento di Chiesa Cattolica e UE. E subito si mettono all’opera, interrotta nel 2003, quando furono impediti dal continuare a fare i vendipatria e i terroristi al soldo del nemico mortale: munificati di cellulari, microfoni, telecamere e taccuini non emanano respiro che non sia accompagnato da contumelie, diffamazioni, queste sì, e inviti a “liberare” Cuba.
Ultimo, tale Omar Ruiz Hernandez che prendeva la paga mensile dall’Ufficio d’interessi Usa per restituire la sua gente a miseria, ignoranza, roulette e bordelli del patronato Usa.
Questi delinquenti si sono addirittura lamentati di non essere stati trattati con la dovuta pompa e fastosità dalle autorità spagnole. Dice il Ruiz: “Se sono libero lo devo unicamente al cardinale che ha sfidato la dittatura” e i suoi rigurgiti sono stati subito onorati di titoloni e articolesse dall’intera stampa europea. Bel risultato. per la sovranità rivoluzionaria. Altro che gli infami che “criticano dall’esterno”.

CORIMBI
C’è qualcosa che unisce, pensate un po’, Fidel Castro al “manifesto”. Ed è Obama. Un Obama da salvare a tutti i costi. Con giudizio, Fidel. Del tutto sbracata, Ida Dominijanni, che del soggetto si occupa da anni con irriducibile libidine. Fidel, dopo aver plaudito all’Obama Premio Nobel, augurandosi che questo virgulto di Wall Street e del Pentagono, il riconoscimento se lo andasse a meritare, ora scrive che Obama rischia di essere ucciso “come Martin Luther King". Paragone sconcertante, lo ammetterete. E lo invita a proteggersi, quando quattro quinti del mondo, su cui Obama lascia le improntedei suoi artigli, vorrebbero vederlo appeso all’albero più vicino a casa. Dice Fidel: “Sono ottimista, perchè Obama non è cinico come Nixon, non è un imbecille pazzo come Bush, non è un ipocrita come il padre di Bush... non è neanche come Roosevelt o Carter, ma è meglio di loro due”, perchè nero. Santa generosità. Ma insomma, Fidel, tu che fai delle analisi storiche e geopolitiche talmente argomentate e precise e più di qualsiasi leader ci avverti giorno per giorno dei pericoli mortali che l’imperialismo capitalista fa incombere sull’umanità! Ma come si fa!.



Con la Dominjianni, portavoce del “manifesto” nei salotti televisivi, non siamo all’inciampo, siamo al delirio. Questa signora, dai maturi bollori per il taumaturgo di Chicago, ancora getta al terminator mondiale di classi subalterne e popoli, allevato fin dall’università nella scuola Cia e Wall Street dello stupro di verità e diritti umani, ciambelle di salvataggio. Nel suo inno del 17 agosto, Obama diventa eroe da guerre stellari che sfida ogni bruttura del mondo: Al Qaida (lei scrive, con perizi poliglotta, Al Quaeda), il centro moderato Usa, oppositori e sostenitori, i fanatici dello scontro di civiltà, gli umori delle masse, la pancia del paese. Obama, scintillante guerriero del bene, per gli americani "troppo europeo, troppo socialdemocratico, difensore del diritto in punta di principio, che si affida alla razionalità politica, che non demorde dall’obiettivo strategico di archiviare il discorso dello scontro di civiltà, che cerca l’interdipendenza del mondo globale, soluzioni condivise, il multiculturalismo, senza restare prigioniero delle ferite del passato, puntando a un nuovo inizio, all’uscita dalla guerra dell’Iraq e dell’Afghanistan, alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, ai rapporti con l’Iran, ai diritti fondamentali, le libertà femminili, il dialogo interreligioso, l’investimento nell’istruzione e nello sviluppo... Insomma, l’arcangelo Gabriele è una pippa al confronto.

C’è nei due corifei di Obama il seme comune del culto della personalità, del capo,
alla quale, dimentichi della lezione di Marx, dalla sinistra staliniana vengono attribuiti facoltà, poteri e volontà autonome e indipendenti dal conflitto di classe e dal controllo –invece assoluto – delle forze che dominano economia, armi, droga, lavoro. Il discorso del Cairo è l’alba di un’era di armonia e convivenza tra Islam e Occidente, subito seguito dall’incondizionato appoggio al genocidio sionista e dalla definitiva archiviazione dei diritti palestinesi tramite colloqui diretti tra chi ogni minuti spazza via un palestinese e una sua casa o terra e chi ha intascato i trenta denari per cancellare vita e dignità del proprio popolo. Il discorso dulla moschea a 300m metri da Ground Zero è la fine degli orrori dello scontro di civiltà, subito seguito, come d’uso, da un ripensamento alla Berlusconi: “Non intendevo pronunciarmi sull’opportunità di costruire lì quella moschea”. Insomma fuffa. Il classico demagogo imbonitore che annebbia il gonzo alla Dominjianni con denti smaglianti, toni appassionati, catarsi in arrivo, vuoto pneumatico di impegni e fatti, il tutto immediatamente concretizzato in incursioni stragiste in Somalia e Yemen, in rilancio della “guerra al terrorismo” ( che per definizione è islamico, appunto “di civiltà”), elargizioni ai banditi bancari amici e sottrazione di lavoro e sopravvivenza a milioni di lavoratori statunitensi, nulla osta alle forze speciali della Cia di andare in giro ad assassinare cittadini Usa e stranieri”sospettati di terrorismo”, processi militari a Guantanamo – sempre aperta – a ragazzini “terroristi” a 15 anni... insomma ce n’è da tirare avanti fino alle calende greche. E io devo partire.
Ma chi ci salverà da coribanti e corimbi?



Hasta luego.

martedì 3 agosto 2010

DALLA ZATTERA (con una premessa cubana)


Ma non fia per questoche da codardo io cada: periremo,ma glioriosi, e alle future gentiqualche bel fatto porterà il mio nome.(Iliade XXII, 304-305)

E tu onore di pianto, Ettore, avrai, ove fia santo e lagrimato il sangue per la patria versato, e finchè il sole risplenderà su le sciagure umane.
(Ugo Foscolo, “I sepolcri”)

Premessa cubana. Non sarà sfuggito ai raziocinanti non bigotti quanto fosse accorato il mio precedente post su Cuba e sulle clamorose contraddizioni che vi si sono aperte. Tanto da dare nuova dignità ad assonanze screditate e logorate dai poetastri e canzonettisti che infestano questo paese: amore, dolore, cuore. Erano queste le corde dello strumento che ha suonato la mia canzone su Cuba, queste, ma anche quella che non può non vibrare in ogni espressione di chi si vuole giornalista. Si chiama ragione. Sennò è meglio che si imiti Guido da Verona. Quell’articolo, “Fratelli coltelli”, riprendeva e cercava di analizzare e spiegare quanto va agitando da qualche tempo, da destra a sinistra, tutto il mondo di chi osserva l’isola della rivoluzione. Ma anche gran parte dei suoi cittadini posti di fronte a novità inusitate, attese, sperate, temute, che hanno portato per la prima volta alla luce del sole, cubano ma non solo, divergenze di fondo su come portare avanti il processo che ha fatto di Cuba l’ispirazione di un intero continente e oltre. Ebbene alte si sono levate le grida, nei commenti sul blog e fuori. Chi approvava, chi disapprovava da destra per non avere il pezzo sotterrato Cuba, per quanto da qualcuno avviata al riformismo, sotto una tempesta di improperi. Chi disapprovava da sinistra, perché si è osato mettere in dubbio la saldezza di una specie di trinità liturgica, per definizione impeccabilmente rivoluzionaria: Fidel, Raul, il popolo, incrinatura del resto trasparsa a chiunque non avesse sugli occhi fette di fede assoluta, ma che cuore e amore, appunto sine ratione, escludevano dal reame del possibile. Tra i compagni a me più cari c’è stato addirittura chi ha equiparato il mio a testi “provenienti da schieramenti opposti ai nostri”, denigrando uno spirito di legittimo e indispensabile internazionalismo rivoluzionario, del quale ogni comunista è sacrosanto attore, in “ingerenze”, “azzardate analisi”, “controproducenti e pericolose”. Il vizio dell’obbedienza cieca e assoluta, innestatoci dal carcinoma apparentemente inestinguibile della fede monoteista, che vede ogni contributo fuori dal catechismo di chi in quel momento detta la linea una pugnalata alle spalle, non cessa di fare vittime. Vittime di quella verità che, da giornalista, prima ancora che da rivoluzionario, ho il dovere di non occultare dietro ai fumi anche dei più sacri dei turiboli. Compagni di Cuba, contro tutti e chiunque, militanti della rivoluzione, ma ascari di nessuno.

Cari interlocutori, il lancio di macigni da questo blog, così pesanti di quantità e aspri di spigoli, che in questi mesi hanno rubato alla vostra generosa disponibilità tempo e forse pazienza, viene ora sospeso per ben due mesi. Prima di inoltrarmi oltre le colonne d’Ercole che, da un lato, ci rinserrano nella prigione del nostro euro-provincialismo
a-internazionalista, ma dall’altro ci spalancano gli orizzonti luminosi di altra vita oltre i nostri stagni, andremo per un po’, novelli Filomene e Bauci, condotti per zampa dal bassottarello Nando, a riossigenarci dai fetori italioti, rovistando nelle foreste germaniche a me care.



Sarà l’occasione anche per dare la caccia, certamente non ad alcun essere vivente non umano, ma a quegli umanoidi di ascendenze naziste che, sotto forma di elfi, gnomi, goblin, gremlin, maghi, gollum, hanno ingarbugliato i neuroni dell’adolescenza bianca, cristiana, occidentale. Tanto da trasformare la perdita della cultura del limite, della finitezza, della fragilità, del rispetto, in una specie di isola felice e narcotica, paese dei balocchi, kindergarten con i nanetti. Temo, però, che la spingarda resterà silente, data la consistenza fallacemente esoterica e dunque inconsistente, dei soggetti in questione. Rimedieranno ampiamente alla loro assenza felci, mirtilli, ciclamini, muschio, tigli e quelle querce sotto le quali comunità antiche si riunivano per dialogare con fauni e ninfe, amorose creature che ci sorridevano e ispiravano all’ombra di dei benevoli con i giusti. Questi, diversamente da quelli, non schierati in armate contrapposte che, nei romanzi di Tolkien (signori degli anelli e delle guerre) come nei film di Hollywood, intendevano reclutarci nella battaglia universale tra “bene” nostro e “male” altrui. In quella seria, delle battaglie tra il bene nostro e il male altrui, mi caccerò ancora una volta più in là, andando a cercare angeli e demoni in uno dei buchi più neri del pianeta e dell’umanità. Spero di riportarvene la “narrazione” (orrendo termine vendoliano, subito ripreso e rilanciato dalla penna e gola di chi per propria vocazione ha scelto quella del corifeo. Lo uso per sbertucciarlo).

Dal meraviglioso quadro di Gericault, che vedete in apertura, naufraghi disperati levano grida e braccia alla vista della terra, per quanto lontana e incerta. Ci racconta, la zattera, quelli che siamo e dove insistiamo a volerci dirigere. Il messaggio è un augurio a tutti voi, a tutti noi. La terra è promessa. Da chi non è decrepito come il corrusco e bugiardo Jehova, ma da chi, giovane di contemporaneità e di futuro, nel 1848 e seguenti, lacerò definitivamente il telo millennario dell’ignoranza e della rassegnazione che religioni e poteri utilizzarono per avvolgere e mummificare l’umanità.




Ancora Wikileaks
Tuttavia non vi risparmio, dopo questo roboante e pretenzioso finalino, ancora una chiosa polemica, a saluto di quei miei cortesi e vivaci corrispondenti che continuano a fulminarmi per aver messo in dubbio, quando non in dileggio, il paracadute di un’ostinata fiducia in qualunque fenomeno di giornata che prometta, a pari dei falsi miraggi che ai marinai paiono salvezza dal naufragio, di sollevarci dalle nostre responsabilità e affidarci a qualche superman. Si tratti di Vendola o di Saviano, di Obama o del guru Raineesh, di Padre Zanotelli o del Dalai Lama, di Mandela o di… Wikileaks. Senza più entrare nel dettaglio, avendo ormai constatato, con lo strumento della ragione più che della fede e della speranza, a chi le rivelazioni di Wikileaks siano convenute, quali vantaggi ne abbiano tratto coloro che da nuove criminalizzazioni traggono giustificazione per nuove e peggiori aggressioni e quali strumenti ne siano venuti, invece, a chi delle “rivelate” malefatte già tutto avrebbe potuto sapere solo che si fosse informato dalla parte giusta.

La fonte primaria degli scoop di Wikileaks era l’analista dell’ intelligence Usa, Bradley Manning. Ora arrestato. E l’arresto potrebbe, ma non dovrebbe, dargli qualche credito. Gira per il mondo e non è (ancora?) stato arrestato il biancochiomato titolare del sito, Julian Assange che, invece, compete con il noto Saviano per presenze sugli schermi del caleidoscopo mediatico mondiale. Di curioso c’è questo. Che il buon Manning ha rivelato a un collega di aver trasmesso ad Assange un file ben più corposo di quelli fin qui pubblicati, contenente mezzo milione di eventi, soprattutto sulla guerra all’Iraq dal 2004 al 2009. Assange, Wikileaks, non hanno mai detto nulla in proposito e nemmeno di aver ricevuto quel Cache. Di più, Manning si è anche chiesto che fine abbiano fatto un secondo video (dopo quello degli ammazzamenti dall’elicottero) spedito ad Assange, nel quale si vedono militari Usa sterminare, non la decina di iracheni presto archiviati (Abu Ghraib era peggio e chi ne parla più), ma cento civili nel villaggio afghano di Garani. Come sarebbero scomparsi 260.000 dispacci del Dipartimento di Stato, pure inoltrati.

E questo è un messaggio arrivatomi da un amico, conoscitore dell’Afghanistan per esserci stato durante questi anni, che pare rinnovare i sospetti sul clou , ampiamenti pubblicizzato, delle rivelazioni di Wikileaks: il rifornimento ai Taliban di missili terra-aria, ovviamente SAM. Perché SAM? Ma perché quelli che chiamiamo SAM sono inevitabilmente di produzione “nemica”, un tempo sovietica e ora solo o cinese, o nordcoreana, magari trasferiti da quell' ISI, infido servizio segreto pakistano, inviso a Usa e India, ai compari terroristi Taliban. Il bersaglio è centrato. Certo, “rivelare” che i missili terra-aria, magari Stinger statunitensi, in Afghanistan ci sono da quando gli Usa si diedero a fare a pezzi questo paese, non avrebbe avuto lo stesso effetto.

Caro Fulvio,

dalla mia esperienza in Afganistan nel 2005 con Emergency ricordo bene la questione dei famosi missili terra-aria stinger.
I missili stinger furono dati dagli USA al generale Massud per combattere i sovietici e i talebani.
Se la notizia (da fonte Wikileaks) sarà confermata significa che i tazgichi, unica etnia fino a ieri non ostile agli USA (Alleanza del Nord) si è schierata con gli eterni nemici pashtun (del sud), a maggioranza talebana.
L'alleanza del Nord ha sempre tenuto i missili in custodia in Panshir, a scopo deterrente e non fidandosi degli USA, malgrado il Pentagono ne abbia chiesto la restituzione dopo l'invasione nel 2001 e ciò ha creato tensioni a più riprese tra tazgichi e americani.
L'unione tra nord e sud (se si sta verificando) cambierà radicalmente lo scenario bellico (nessuno è mai riuscito a invadere il Panshir) e l'intervento degli stinger in appoggio alla resistenza offrirà un appoggio tecnologico inedito.
Buon lavoro e un buon agosto
.

Bene, potrei chiudere qui. Ma voglio aggiungere qualcosa che risponde a chi, che si tratti di Wikileaks, o di coloro che, dandomi del dietrologo, evidentemente al limite della paranoia, mi rimprovera di “vedere la Cia dappertutto”. Quanto a Wikileaks, mi coprirò di cenere per aver sbagliato tutto (cosa sempre possibile) il giorno in cui le bombe informative di quel sito scoppieranno anche su Israele, dandoci conto, alla mano di fatti (che magari noi già conoscevamo, come quelli dei 90mila documenti, ma che abbiano lo stesso impatto sui media), dell’incommensurabile carattere criminale di ogni aspetto dello Stato nazisionista. In attesa posso continuare a sospettare, da buon dietrologo, che quella di Wikileaks possa anche essere uno scherzetto israeliano, diciamo un avvertimento mafioso, fatto ai soci di minoranza statunitensi per strappargli le ultime remore controTehran delenda est. C’è un asse Usa-UE-Israele-India, contro il Terzo Mondo e contro Russia e Cina e c’è, di fronte, un’asse Pakistan-Iran-Turchia-Siria-Latinoamerica. Mi pare che l’ordigno Wikileaks sia deflagrato in questo secondo campo.

Quanto all’ossessione di chi “vede la Cia dappertutto” (me la stigmatizzò anche Salvatore Cannavò, caporedattore di “Liberazione”, quando gli documentai che Otpor lavorava per la Cia. Ora tace), basta questa breve lista di organizzazioni a disposizione della Cia, tratta da una di centinaia di voci raccolte e analizzate dal più prestigioso sito di controinformazione latinoamericana www.resumenlatinoamericano.org ? Potete buttare tutto quello che è uscito sul mio blog, ma non questo bignamino di una sconfinata enciclopedia. E neppure il quadro di Gericault.
Buone, stimolanti, allegre vacanze!


SOCIETA’, AGENZIE, ORGANIZZAZIONI CHE LAVORANO CON LA CIA
American Federation of Labor (AFL/CIO), USAID, American Geographic Society, Associazione dei giornali USA, Associazione degli editori USA, Croce Rossa USA, ANSA,
ARAMCO, Associazione degli amici del Venezuela (e analoghe del Myanmar, dell’Iran, del Tibet, dello Xinjang, del Darfur, dell’Eritrea, di Israele… ), Associazione Berlinese per l’assistenza all’istruzione nei paesi in via di sviluppo, Boeing, Boy Scout USA, Girl Scout USA, Comitato cittadino tedesco per la politica estera, CARE, Fondazione Cattolica del Lavoro USA, Organizzazione cattolica universitaria USA, Televisione CBS, Televisione Fox, Trasporto Civile Usa, Università Columbia, Lega delle Cooperative Usa, Liberi Sindacati dell’Ecuador, Unione Nazionale degli Studenti Usa, Council of Foreign Relations, Council on Economic and Cultural Affairs (due autorevolissimi think tank Usa), Consiglio Rivoluzionario Cubano, Confederazione sindacale dell’Uruguay, Confederazione sindacale del Messico, Lega Tedesca degli artisti, Sindacato Usa dei lavoratori dello Spettacolo, First National Bank, First National City Bank, Guide di viaggio Fodor’s, Associazione della Stampa Estera (Usa), Fondazione Ford, Divisione Stampa Free Europe, Radio Free Europe, Radio Liberty (quelle per cui lavorava la Politovskaja), Freie Universitaet (Libera Università), General Electric, General Motors, Gulf Oil Corporation, Harvard University, Federazione Internazionale dei Giornalisti, Federazione Internazionale della Gioventù Cattolica, Commissione Internazionale dei Giuristi, Confederazione Internazionale dei Sindacat Liberi, Federazione Internazionale degli Editori, Accademia Internazionale della Polizia, ITT, Lega Internazionale dei Liberi Giornalisti, Reporters Sans Frontieres, Federazione Sindacale del Kenya, Comitato Tedesco per le Relazioni Internazionali, Comitato Tedesco per l’Indipendenza del Caucaso, Comitato Tedesco per l’Autodeterminazione, MIT, McCann-Erickson, Mobil, Associazione Nazionale per l’Avanzamanto della Gente di Colore (NACCP, Usa), NASA, Associazioni studentesche in tutti i paesi del Sud, Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Peace Corps, RCA, Rand, Fondazione Rockefeller, Shell, Standard Oil, J. Walter Thompson (pubblicità), Time, Chiesa dell’Unificazione, Chiesa Metodista, US News and World Report, le università di California, Chicago, Cincinnati, Houston, Illinois, Kentucky, Maryland, Miami, Michigan, Oklahoma, Pennsylvania, Utah, Vermont, Washington, Wisconsin, Yale, YMCA, YWCA,
Watch Tower Movement (Testimoni di Jehova)….

Per il resto vedi www.resumenlatinoamericano.org, e Tribuna Popular (Venezuela).
Dei paesi europei hanno elencato purtroppo solo la Germania. Forse per l’Italia mancava lo spazio.

sabato 31 luglio 2010

CUBA, FRATELLI COLTELLI? UNA RIVOLUZIONE AL BIVIO (e buone notizie dall'Iraq)

Se, cubanofili o cubanofobi, vi prende la fregola di sapere subito
quanto di straordinario e inedito sta accadendo nell’isola, andate più sotto.


Dove il potere è padrone, la giustizia è serva
(Proverbio)
Meglio morire in piedi che sopravvivere in ginocchio
(Dolores Ibarruri)
Talvolta il nemico marcia alla nostra testa
(Bertold Brecht)

Ai cubani, per quanto bravi in genere, non piacciono molto le critiche.
Ma di questo e di quelli che sembrano dei veri e propri sconvolgimenti politici in atto nell’isola della cinquantennale rivoluzione, parliamo tra un attimo. Prima un paio di aggiornamenti .

Chi non muore, Iraq!
Ricordate i reportages dall’Iraq sulle, ormai lontane di cinque mesi, elezioni generali?
Tutti embedded, dalla Sgrena del “manifesto” a qualsiasi velinaro della dependance imperiale; “Tutto va bene, madama la marchesa “ era l’inno sciolto da questi corifei dell’impero alla presunta normalizzazione e democratizzazione all’ombra di 120mila soldati Usa, di esercito e polizia del regime fantoccio, il più corrotto del mondo insieme agli altri messi su dalle Grandi Democrazie, delle milizie assassine scite filo-iraniane. Stando così le cose, i sinistri, già anti-guerra, potevano riposarsi sugli allori del voto pro-intervento in Afghanistan e di un movimento per la pace che ormai ha altre pippe da farsi.


E invece col cazzo! Per darvi un bagliore di verità sugli ultimi 18 mesi di fortissima ripresa della resistenza armata e civile, ovviamente da Sgrena ed embedded vari diffamata in “Al Qaida”, mi limito a citarvi il bollettino della guerriglia diffuso dall’Associated Press il 29 luglio scorso. Definendo tale guerriglia ovviamente “Al Qaida”, per inserirla nel quadro del “terrorismo islamico”, una costernata Associated Press è costretta ad ammettere, alla luce degli eventi di sole 48 ore, che gli “insorti” sono all’offensiva, che ogni illusione di pacificazione va riesaminata a fondo, che la promessa del vicepresidente Joe Biden, di pochi giorni prima, per cui non vi sarebbe stata più una ripresa della “violenza”, che la resistenza ha riguadagnato forza in uomini, armi, operatività e retroterra. Ne gioiamo. Ed ecco il bollettino:


"16 ufficiali delle forze di sicurezza fantoccio sono stati uccisi da un’azione coordinata di 20 attaccanti ad Azimiyah, Baghdad, e sul quartiere sventola la bandiera nazionale dell’Iraq di Saddam (descritta come di “Al Qaida”), nessun attaccante è stato colpito o catturato; in altre parti del paese la guerriglia ha ucciso 23 tra militari e forze di sicurezza varie; giorni prima gli insorti hanno attaccato e svuotato con un comando, in pieno giorno, la Banca Centrale irachena; a Tikrit, città natale di Saddam, un minibus telecomandato è stato lanciato contro una base dell’esercito, provocando almeno 4 morti; a Fallujah, due ordigni esplosivi (IED, Improvised Explosive Device) hanno ucciso due soldati e un numero imprecisato di poliziotti e funzionari; a Mosul, altra roccaforte degli insorti, una bomba fissata su un blindato della polizia ha ucciso un agente e ne ha feriti altri due; a Baghdad gli insorti hanno fatto saltare per aria la sede della televisione araba “Al Arabiya”, nota per la sua posizione pro-occupanti e definita dalla resistenza “canale corotto e traditore”, uccidendo sei addetti; da un capo all’altro del paese si sono succeduti attacchi alla mina, all’autobomba e al cecchino. Poche settimane prima, erano stati fatti saltare ben tre ministeri nella protettissima "Zona Verde", peraltro ripetitamente colpita da mortai e razzi.
Quanto a noi, tutto questo si direbbe un buon viatico per l’Iraq e per nostre vacanze di soddisfazione.

Wikileaks e chi ci crede
Se occorreva qualche ulteriore indizio, oltre alle certezze che derivano dall’invariabile e stereotipato modus operandi e dagli interessi strategici degli Usa, che la bomba dei 90mila documenti segreti rivelati dai giornali dell’Impero su imbeccata di Wikileaks, avesse come obiettivo, oltre a quello di gonfiare a bue rane che già tutti conoscevano, il rilancio dell’aggressione USraeliana a Iran, Afghanistan e Pakistan, ecco due conferme. La prima, a firma della capo-lobby ebraica del “manifesto”, Marina Forti, che, accorrendo alla bisogna, stila un pezzo in cui si ammette che la “vera notizia è una sola”. Quale? “Che per la prima volta emerge che i Taliban hanno acquistato missili terra-aria”. E ci mancherebbe: era questa la notizia che occorreva per far venire l’acquolina in bocca al noto macellaio Petraeus, che ora può potenziare senza limiti le regole d’ingaggio; per giustificare gli ulteriori 30mila soldati Usa votati dal Congresso su sollecitazione dell’Obama Nero (quello Bianco, in Puglia, plaude al padrino), nonché l’aumento dei militari italiani che, di nascosto dal parlamento, prima Prodi e poi Berlusconi hanno concordato con il sovrano. Ma non è, per Forti, la sola “rivelazione” significativa e gravida di conseguenze. “Non è davvero una novità la rivelazione dei contatti organici tra l’ISI (servizi pakistani) e i Taliban afghani". A ulteriore criminalizzazione del Pakistan, che ha portato già allo sterminio con droni e squadre speciali di migliaia di civili nel Nord, ma che deve lubrificare la definitiva distruzione del paese musulmano, Forti aggiunge che fu quell’ISI infame ad aiutare la nascita dei Taliban negli anni ’90. Strano, finora l’universo mondo sapeva che quei Taliban erano stati lanciati contro i sovietici e i comunisti locali dai servizi statunitensi. Cosa non si fa contro quel demone di Pakistan, “paese che ha fatto del terrorismo uno strumento della sua politica”. Parrebbe che qui si parli degli Usa, o di Israele. Macchè, Forti parla del Pakistan in corso di sbranamento. E conclude con un soffietto finale alle mire obamiane su quel paese, inconsultamente nucleare: “Visto che SIS e leader ribelli si incontrano ogni mese a Quetta, per promuovere buoni rapporti e azioni comuni, risultano confermati tutti i sospetti Usa verso il loro alleato”. E come ciliegina sulla torta di cacca imbanditaci da Wikileaks (almeno stavolta), ecco una notiziola, ovviamente nascosta da tutti: prima di pubblicare quanto l'eroico blogger aveva fatto circolare, il giornale più integralista ebraico e imperialista di tutti, il New York Times, ne aveva chiesto il permesso al Pentagono. Che l’ha dato istantaneamente, ringraziando. Se Wikileaks fosse quel vindice della controinformazione sui crimini di guerra e contro l’umanità USraeliani, pensate che al suo responsabile rimarrebbe un’ora di vita o di libertà? Sono migliaia i killer Cia che s’aggirano per ogni dove. Sono centinaia le prigioni segrete Usa dove si scompare senza lasciare traccia. Sono quasi 200 i giornalisti veri ammazzati dagli Usa in Iraq e 17 quelli trucidati dai loro ascari in Honduras. Comunque sia, manteniamo aperta una finestrella: se attraverso questa, Wikileaks ci passa qualche notizia-bomba sulle trame assassine e di guerra degli Usa contro il Venezuela, siamo disposti a riflettere.

Per trascuratezza, forse determinata dalla fretta di rilanciare i fini veri delle “rivelazioni”, Forti si dimentica dell’altro proiettile sparato da quel cannone dell'"informazione libera", stavolta contro l’Iran: l’accusa di sostenere e armare i Taliban. Non bastava che l’Iran gli avesse fregato trequarti di Iraq, che si erano fatti passare studi nucleari a scopo civile e medico da fabbricazione di bombe atomiche, che si accompagnassero colazione, pranzo e cena con avvertimenti a tamburo che Iran, Hezbollah e Hamas stavano per innescare guerre dal Medioriente all’America Latina. Ora, con questa "rivelazione", la misura è colma. L’intervento umanitario contro il terrorismo congiunto iraniano-afghano-pakistano, nell’ammutolimento delle sinistre farlocche, trova piena giustificazione.



?Que linda es Cuba?Ai cubani le critiche piacciono poco. Forse perché sanno di essere i migliori. Ma anche in paradiso a volte c’è qualcosa da ridire. Specie se non facciamo i chierichetti del governo cubano, ma gli amici del suo popolo. Ricordo quel responsabile della gioventù comunista, a Caimito, venuto a trovare la nostra brigata di lavoro, cui chiesi ragione dei fedeli che affollavano le chiese millenariste evangeliche, dai Testimoni di Jehova agli Avventisti del Settimo Giorno, alla Chiesa di Dio, ai battisti, in una Cuba che soleva impartire ai suoi giovani la più rigorosa e felice istruzione rivoluzionaria. Cosa cercava quella gente, tanta, nei templi di queste astute avanguardie della corruzione ideologica e dell’infiltrazione di valori reazionari? Un po’ infastidito, il giovanotto mi rispose con uno slogan: “A Cuba c’è libertà di religione”. Problema risolto.

Eppure a Cuba il diritto di critica, specie tra i giovani e gli studenti, è praticato e accettato alla grande. Sono innumerevoli le occasioni in cui negli ultimi anni si sono levate voci, anche di protagonisti della società e della cultura cubane, che hanno denunciato pecche e rallentamenti, squilibri e carenze. Pensate ai grandi film come "Fragola e Cioccolato", o "Lista d'attesa", formidabili atti d'accusa a certi ottusi quadri della rivoluzione. Vorremmo che anche noi, da sempre sostenitori di Cuba, anche a duro prezzo, fossimo messi sullo stesso piano e ascoltati un poco. A parole te lo concedono, ma nei fatti molto meno. Ne so qualcosa personalmente. Dai cubani a Cuba, dalla loro ambasciata e neppure dell’associazione italiana di amicizia, per i quali da anni ci diamo da fare al meglio delle nostre possibilità, abbiamo avuto il benché minimo appoggio nella vertenza con “Liberazione”, il giornale che mi voleva fare pagare un prezzo spietato per aver difeso Cuba contro calunnie e falsità.

Chi libera, la rivoluzione o i preti?Molta libertà religiosa c’è, in effetti, a Cuba, tanto che la Chiesa cattolica, nella persona del cardinale dell’Avana, Jaime Ortega, ha potuto strappare al governo e al partito l’iniziativa tattica. Speriamo che l’iniziativa da tattica non diventi strategica. Ed è da lì che pare essersi aperta nella società e nella rivoluzione una contraddizione senza precedenti. Con sulla scena due schieramenti ben distinti. La sinistra latinoamericana e molte voci cubane, a quanto pare capeggiate dal redivivo Fidel, non sembrano aver gradito il ruolo attribuito alla Chiesa nella liberazione dei 52 prigionieri. Fino all’aprile scorso, Raul li definiva “terroristi” e “mercenari dell’impero” (“Davanti al ricatto di Usa e UE, Cuba non cederà, succeda quel che succeda”); oggi accetta l’accordo dettatogli da un imperversante emissario di Ratzinger. Accordo che avalla la descrizione, fatta da costui e da tutta la banda dirittoumanista mondiale, Amnesty e Human Rights Watch in testa, di quei detenuti come “prigionieri politici”, “prigionieri di coscienza”. Rappresentanti dello stesso Ratzinger hanno sostenuto il colpo di Stato fascista in Honduras, i complotti antirivoluzionari e il sodalizio con le dittature e oligarchie di destra in tutta l’America Latina. Non parrebbe il migliore dei biglietti da visita di un negoziatore con dirigenti comunisti.

Allo spazio aperto alle sette evangeliche, missionarie del Dipartimento di Stato, si affianca ora il vasto spazio politico e morale offerto al Vaticano. 52 persone, delle quali nel 2003 era stata dimostrata, al di là di ogni dubbio, la complicità con le politiche di destabilizzazione Usa, che avevano dirottato armi alla mano battelli carichi di famiglie, che stavano preparando una nuova ondata di terrorismo sul tipo di quelle che avevano seminato oltre tremila morti a Cuba, compresa quella di Fabio Di Celmo, che erano stati filmati mentre intascavano il soldo nell’ufficio d’affari Usa, sono diventate grazie a un po’ di acqua santa “prigionieri di coscienza”. Mercenari di uno Stato nemico aggressore, avevano scontato 7 anni di galera, ben nutriti e ben curati (altro che Guantanamo, o un nostro Cie), laddove in qualsiasi paesi sarebbero stati passibili della pena prevista per alto tradimento, la massima. La ricaduta? Che Obama, reduce da invasione del Costarica, occupazione militare di Haiti, golpe honduregno, basi d’attacco tutt’intorno al Venezuela, trame in tutti i paesi progressisti, IV Flotta riattivata doppo 60 anni a minacciare le coste latinoamericane, il più vasto narcotraffico del mondo e i più feroci squadroni della morte USraeliani, allentasse un pochino il cinquantennale embargo? Che facesse affluire milioni di turisti Usa? Che l’UE sospendesse la sua scandalosa “Posizione Comune” contro Cuba, voluta dal fascista Aznar? La coerenza politica sacrificata sull’altare della captatio benevolentiae nei confronti di chi da cinquant’anni diffama, aggredisce, affama, terrorizza il popolo cubano? Economisti marxisti hanno calcolato che, per le dimensioni delle sue difficoltà economiche, a Cuba occorrerebbero dieci miliardi di dollari. Possibile che tra un Venezuela da sempre ultrageneroso con Cuba (ma meno in questa fase), la Cina, la Russia, il dinamicissimo neoliberista ma “comunista” Vietnam, non si possa mettere insieme questa somma per ristrutturare l’economia del paese, anche mista alla Raul, senza dover pagare prezzi politici e ideologici così alti?
Volete sapere quale è stata nell’immediato la risposta Usa alle “disponibilità” di Raul? Il 21 luglio, negli stessi giorni in cui venivano liberati - e implicitamente riabilitati - i terroristi cubani, Gerardo Hernandez Nordelo, uno dei cinque cubani sequestrati innocenti da 12 anni nelle carceri statunitensi, è stato per la terza volta rinchiuso nella “buca”. La “buca” è un orrendo spazio senza finestre di 2,5 x 1,20 metri, del tipo in cui i giapponesi costringevano ieri e gli israeliani oggi (ho visto la “buca” israeliana a Kiam, in Libano) i prigionieri “indisciplinati”. Gerardo vi è stato rinchiuso insieme a un altro detenuto. Non per qualche infrazione. Come nelle altre occasioni, solo per aver inoltrato un appello al tribunale, o per sbertucciare il liberatore degli scagnozzi USA a Cuba. Insomma, a Cuba gli Usa, che si volevano ammorbidire, rispondono con una picconata sui denti. Ottima strategia diplomatica.

Obiettivi comprensibili, quelli della sospensione del blocco e delle angherie collegate, nel paese in preda a una crisi economica e sociale gravissima, in massima parte dovuta all’embargo, ma anche a inefficienze e corruttele proprie dello Stato che non ha più saputo gestire e motivare i suoi apparati pubblici: un’agricoltura a ramengo, lo zucchero importato, sacche di povertà in crescita, l’industria di base mai decollata, un decimo della popolazione senza lavoro, l’assurda doppia valuta, per poveri e per ricchi, l’emergere, in una società che si voleva senza classi, di un ceto parassita arrampicato sul turismo. Roba contro cui in passato, finchè poteva, Fidel aveva tuonato e rituonato. Ma poi erano arrivati la malattia e il fratello giovinetto Raul. E si sono allargate le maglie: la libreta, che garantiva l’essenziale per la sopravvivenza alimentare, in corso di smantellamento, l’omogeneità dei salari all’interno di una scala ristrettissima abolita, il ritorno progressivo alla proprietà privata, una generazione nuova di dirigenti annichilita e sostituita dai militari del giro di Raul.
Esempio che ancora oggi sconcerta: la cacciata su due piedi, con motivazioni tardive e tanto infamanti quanto risibili, di due massimi dirigenti, universalmente amati e rispettati, individuati come successori al vertice: il miglior ministro degli esteri mai spuntato in Latinoamerica, Felipe Perez Roque, per vent’anni segretario di Fidel, e il vicepresidenfe Carlos Lage, che aveva salvato il paese dalla catastrofe del periodo especial. Si arrivò a dire che i due in disgrazia avevano firmato una lettera di autoaccusa. Era un falso. Sembrava essere tornati alle famigerate purghe degli anni’30 in Urss. Di quell’URSS così incombente a Cuba fino al 1989 e per la quale il Che nutriva comprensibili diffidenze. E poi, uno dopo l’altro, altri ministri tirati via, come le ciliege. Hugo Chavez, che di Perez Roque aveva una stima sconfinata, ne rimase sbigottito – questo lo so da fonte diretta - e i frequenti e affettuosi incontri con Fidel non furono sostituiti da quelli con il nuovo presidente. La prova che quell’autoaccusa non era mai stata firmata la conserva il presidente venezuelano.

Qualche stranezza nella coerenza rivoluzionaria dello stesso Fidel, forse per assecondare la successione senza contraccolpi del fratello, le sinistre rivoluzionarie latinoamericane l’avevano già percepita. Quando, intervenendo senza titoli, biasimò le FARC colombiane per la lotta armata e, incredibilmente, per non cedere i loro prigionieri, arnesi militari e politici del narcofascista Uribe, senza pretendere la liberazione dei 500 combattenti nelle carceri della tortura di Bogotà. Oppure quando elogiò la scelta, che definire paradossale è un eufemismo, di dare all'assassini di massa Obama, impegnato ad allargare il terrorismo di Stato a sempre nuovi paesi, il Premio Nobel della pace. O, ancora, quando avallò la liquidazione dei dirigenti Perez Roque e Lage, imputandola a loro intesa col nemico, mentre invece molti sospettarono che il dissenso di costoro era verso la politica aperturista e liberista del neopresidente. Ma poi sembrerebbe che per Fidel, rimessosi, si sia fatto da parte del fratello il passo più lungo della gamba. E nel giro di pochi giorni il comandante – e nessuno a Cuba mette in dubbio che, segretario generale del PC, sia ancora tale, al di là delle investiture formali – si presentò al suo popolo sei clamorose e significative volte di seguito. Compresa la più recente quando, rompendo una tradizione di mezzo secolo, festeggiò il 26 luglio, anniversario dell’assalto al Moncada del 1956, inizio della rivoluzione, separato dal fratello: Fidel nella capitale, Raul a Santa Clara. Tutti e due silenziosi. Non era mai successo. Gioco delle parti? Difficile.

Si potrebbe pensare che quella liberazione di detenuti, così gravata da benevoli, quanto indebiti ripensamenti circa il loro ruolo di mercenari provocatori e così prodiga di prestigio e autorevolezza per la Chiesa e per tutti gli avvoltoi che di quei soggetti avevano rivendicato la probità dissidente, sia stata la classica goccia. La rivoluzione, i suoi organi di difesa, il suo apparato di giustizia, la sua valutazione degli interessi giusti o predatori, avevano permesso che qualcun altro, la totalmente infida Chiesa Cattolica e i suoi fiancheggiatori umanitari, vi si sostituisse. E mentre la controparte cubana della nostra Associazione di Amicizia e la stessa ambasciata non perdono occasione per stimolarci alle campagne per i cinque cubani imprigionati da 12 anni negli Usa per aver denunciato i propositi terroristici della mafia cubana, campagne che da anni facciamo con accanimento, s’impone una domanda drammatica: come è possibile che, alla luce di questa, che da anni risulta un’assoluta priorità della politica estera cubana, Raul Castro non abbia chiesto agli sponsor dei falsi “prigionieri di coscienza” in cambio – pubblicamente ! - la liberazione dei veri prigionieri politici cubani negli Usa? Magari lo ha fatto sottobanco, ma allora sono dignità nazionale e politica del popolo che vanno a farsi fottere. Al punto che Obama ha chiuso Gerardo nella "buca".

Ricordiamo. Il problema dei detenuti a Cuba non è mai stata questione di diritti umani, bensì di manovre imperialiste per distruggere la rivoluzione. Coloro che hanno alzato il vessillo della loro promozione a “prigionieri di coscienza” e della loro liberazione sono il cardinale Ortega, il ministro degli esteri spagnolo, Moratinos, la destra del parlamento europeo, i provocatori delle ong dirittoumaniste, con il direttore tecnico seduto nella Sala Ovale. Hanno vinto e, per la prima volta dai giorni della conquista del potere, la rivoluzione ha ceduto a pressioni dall’esterno. Non sono stati il Partito Comunista o il governo cubano, in piena autonomia, a liberare i detenuti. Il credito pubblico mondiale dell’operazione ricade su altri protagonisti, sicuramente non ben intenzionati. La Chiesa Cattolica, fomentatrice di restaurazioni reazionarie in tutto il continente, si presenta alle luci della ribalta come il soggetto del cambio progressista.

Se non si tratta di un astuto gioco delle parti, quella che si è aperta con fracasso a Cuba è una divergenza strategica. E io penso che tutti gli amici del popolo cubano, il quale più di tanti ha saputo manifestare la sua capacità e volontà di resistenza all’imperialismo e di difesa e rilancio della rivoluzione, debbano prenderne atto, con pieno diritto di dire la loro. Ogni altro atteggiamento veleggerebbe tra blindatura stalinista e compatibilità togliattiane e, soprattutto, irrobustirebbe quella che è la maggiore debolezza di Cuba, la sclerosi burocratica con i connessi e connaturati fenomeni di privilegio, nepotismo e corruzione. La prima cosa che occorre a Cuba per la continuità e la rivitalizzazione della sua rivoluzione è trasparenza e, dunque, una voce più potente della sua gente. Dal basso.

La reazione del Venezuela, ogni giorno di più a rischio di aggressione da Colombia e Usa, è eloquente. Negli stessi giorni in cui Chiesa e presidente concludevano l’accordo sui detenuti, Hugo Chavez ribadiva con forza il “Chi è” del terrorismo, arrestando a Caracas e poi estradando a Cuba, sui piedi di Raul, Francisco Chavez Abarca, un vecchio delinquente dell’industria terroristica anticubana. Abarca, braccio destro di Luis Posada Carriles, dal 1960 massimo operativo del terrorismo Cia in America Latina, pluri-attentatore a Fidel, aveva messo nel 1997 quelle bombe nei ritrovi pubblici di Cuba che costarono la vita anche al nostro Fabio Di Celmo. Arrestarlo e consegnarlo alle vittime dei suoi attentati, nel momento in cui suoi compari venivano ribattezzati “di coscienza” e spediti all’estero per prolungare, liberi, la campagna di odio e violenza contro Cuba, non poteva non avere, insieme alle rivelazioni sulla campagna di terrore di cui gli Usa avevano incaricato Abarca in Venezuela, il significato di un chiaro messaggio di Hugo a Raul: tu liberi e implicitamente riscatti la stessa risma di terroristi che, dopo aver colpito il tuo paese, vuole distruggere il mio. Ora ti consegno uno di questi, responsabile di sangue e distruzione nel tuo paese. Libererai anche lui in quanto promosso dal Vaticano e affini a “prigioniero politico e di coscienza”?

Ci sono poi state le fragorose uscite in serie di un Fidel 84enne, convalescente, ma ben rimpannucciato, del tutto analoghe a quelle di Chavez e in implicita dissonanza con gli accomodamenti perseguiti dal nuovo gruppo dirigente. Questi si sono inventati il termine evolucion. Fidel insiste: revolucion. In ogni intervento i due leader rivoluzionari latinoamericani hanno riproposto i contenuti e le ragioni dello scontro mortale con l’imperialismo, sia che Fidel denunciasse in termini sconvolgenti la galoppante distruzione del pianeta ad opera del cannibalismo capitalista, sia che entrambi alzassero al livello rosso l’allarme di nuove imminenti guerre imperialiste contro Iran, Libano, Pakistan, Yemen, Somalia, Venezuela. Tutti fenomeni al cui servizio militavano, prezzolati, gli sporchi congiurati liberati all’Avana, o quello catturato ed estradato in Venezuela. E per coronare questa robusta conferma di chi è nemico e chi va combattuto, pena la disfatta, ecco che Fidel annuncia la tempestiva pubblicazione di una sua “piccola biografia” , intitolata “La vittoria strategica”, che copre la fase rivoluzionaria della guerriglia sulla Sierra Maestra. Un altro messaggio, neanche tanto obliquo, per contrapporre a un temuto cedimento, per incerti ritorni, un ritorno alla forza vincente della lotta per sovranità e giustizia in tutte le sue forme? Una lotta che la rivoluzione la rinnova, ma che non ne farà mai una evolucion. Quello è concetto borghese e riformista. Porta malissimo.

Se qualche cubano, o filocubano doc, ora si risente di quanto qui ho scritto, se non capisce se queste righe siano di amore per il popolo cubano e la sua rivoluzione, o di malevola e magari equivoca polemica anticubana, ebbene mi rassegnerò. Non è di questi cubani che noi o Cuba abbiamo bisogno. Ne conosco di migliori.

mercoledì 28 luglio 2010

SPIGOLATURE DI FIORE IN FIORE, DI CLOACA IN CLOACA. E un documento della Resistenza honduregna.

L'ultima mia proposta è questa: se volete trovarvi, perdetevi nella foresta.
(Giorgio Caproni)
Ai ladri e assassini / libertà provvisoria oggi è concessa. / E', per legge stessa, / provvisoria la vita ai cittadini.
(Francesco Proto)


Veterani di guerra Usa in corteo con il movimento anti-guerra


Di corsa, e per scongiurare che la lunghezza dei miei interventi vi spaventi fino all’allontanamento, ecco un rapido florilegio d’attualità, da selezionare secondo i tempi opportuni, con inseriti due documenti inoltratimi e che rilancio. Wikileaks90.000 documenti segreti del Pentagono pubblicati da Wikileaks. Accanto a rivelazioni scioccanti e punitive per gli Usa, ma che chi appena appena s’informa da tempo conosceva (squadroni della morte dei reparti speciali Usa, guerra afghana perduta, massacri di civili), ce ne sono tre che sono da un pezzo i cavalli di battaglia di Cia e Mossad: il servizio segreto pakistano, SIS, che collabora o addirittura dirige la Resistenza afghana e il sostegno ai Taliban (sunniti) da parte degli ammazza-sunniti di Tehran. Due bocconi velenosi che, in complicità con l’India, lubrificano, uno, l’assalto e lo squartamento, peraltro già in atto a forza di droni, squadroni Cia della morte e ascari locali, dell’infido Pakistan nucleare, amico della Cina a dispetto dei fantocci Usa che lo governano e, a livello di massa, fortemente antiamericano e, secondo, l’attacco USraeliano all’Iran. Un terzo carico da 90, poi, le rivelazioni di Wikileaks lo mettono a disposizione del matamoro Petraeus, comandante alleato, affermando che ormai “i Taliban sono imbottiti di missili terra-aria” (probabilmente nordcoreani). Quale migliore pretesto offerto a Petraeus e al reggicoda La Russa, per modificare verso il nulla osta totale regole d’ingaggio che impediscano a questi selvaggi di usare tecnologie patrimonio esclusivo della civiltà occidentale? Persa l’egemonia politica in Iraq a vantaggio dell’Iran e dei suoi agenti sciti di Baghdad e del Kurdistan, persa la guerra in Afghanistan, il mostro bicefalo USraeliano, per ricuperare, si scaglia contro Pakistan e Iran. Hai visto mai che, accerchiati, anche i patrioti afghani possono essere liquidati? E poi, senza ulteriori guerre, come fa la locomotiva militare Usa a rimediare alla catastrofe economica? Questo leak di Wikileaks mi pare che puzzi.

Non puzza per niente al solito mattinale indigeno del Dalai Bama e del Dalai Vendola, i cui tre cavalli di razza allogena, Giuliana Sgrena, Giuliano Battiston e Emanuele Giordana, al pari di tutti i media imperiali, reggono esultanti lo strascico ai tre “giornali blasonati”, New York Times, Guardian e Spiegel, che hanno pubblicato quei documenti. Il peana, titolato a caratteri monumentali “Senza bavaglio”, rimbomba in crescendo dalla prima alla terza pagina: “Wikileaks rappresenta un riscatto dell’informazione che potrebbe segnare l’inizio della fine della guerra in Afghanistan (occhio, non all’Afghanistan, ma in Afghanistan)… la nuova frontiera dell’informazione indipendente… nuova ecologia dell’informazione". Più riservato il collateralista Giordana, di Lettera 22, forse perché rispetto a quelli sulle mattanze Usa di civili i suoi dati avevano sempre privilegiato i (falsi) massacri compiuti dai Taliban ai quali, in una scomposta foga collaborazionista, era riuscito ad attribuire oltre metà delle vittime civili (ultimissima: 52 civili massacrati dalla Nato in Helmand, Afghanistan; 30 civili ammazzati da droni Cia in Pakistan; 8-10 invasori al giorno e zero civili uccisi dai Taliban. Sfugge a questi sicofanti degli interventi umanitari che pubblicare “rivelazioni” su due giornali oltranzisti della guerra imperialista come il New York Times e lo Spiegel, incastrandoci in mezzo il cerotto liberal Guardian, è collaudata tattica da imbonitori. Mentre non dovrebbe sfuggire ai senza-bavaglio il bersaglio grosso a cui mirano questi cecchini di riserva dell’impero quando, rimasticando le cianfrusaglie propagandistiche dei feldmarescialli Usa (il macellaio McChrystal buono e il macellaio Petraeus meno buono) fanno del popolo afghano la vittima chiusa nella tenaglia di chi lo bombarda e di chi lo difende. Trascurando l’inezia per cui se la massima potenza mondiale viene fatta a pezzi in Afghanistan, ciò è possibile solo perché la Resistenza ha dietro di sé proprio l’intero popolo. Scrive, tra dabbenaggine e connivenza, il quotidiano: “A rimetterci di più sono gli afghani: non quelli con turbante nero, kalashnikov, corano in tasca e una virulenta determinazione contro gli ‘invasori infedeli’, ma i poveri disgraziati che, stretti nella morsa tra i taleban e le truppe americane e della Nato, cercano di barcamenarsi come possono”. Qui non è questione di bavaglio. Qui è questione di fraudolento e colonialista cerchiobottismo.
Myanmar
Il Myanmar (per i colonialisti Birmania) nucleare! Bel colpo. Dopo Iran e Corea del Nord, aggressive e incontrollabili potenze nucleari grazie a qualche grammo di uranio arricchito, entra nella compagnia di coloro che minacciano i detentori di 20.000 testate nucleari, sparse tra le case della gente di tutto il mondo, anche il Myanmar della santa-subito Aung San Suu Kyi con quartier generale a un tiro di schioppo dalla Casa Bianca. Questa “rivelazione” arriva dal portavoce della destra militarista britannica, Daily Telegraph: “La Birmania sta lavorando a un programma di armi nucleari. Lo affermano esperti dopo aver visto fotografie segrete”. Le foto sono state contrabbandate fuori dal paese e consegnate agli “esperti dei servizi occidentali” dalla “Voce Democratica della Birmania”, formazione, cara a radicali, che sostiene la Kyi e auspica il libero mercato “all’americana”. Le considera prova del riarmo nucleare tale Robert Kelley, già ispettore statunitense dell’Aiea (poi cacciato) al tempo delle foto irachene di tubi e camion che “dimostravano” la presenza di armi di distruzione di massa di Saddam. Se ne deduce che “è stata creato una rete clandestina nucleare che unisce Corea del Nord, Iran, Pakistan e Siria”. Mancano al momento foto venezuelane, cubane, boliviane, nicaraguensi, yemenite, somale. Ma arriveranno. Qui il fetore è quello di tutte le puzzole americane attivate contemporaneamente.

Torturatori di Obama e torturatori di Al MalikiGli Usa, messi alle strette da una resistenza irachena che da 18 mesi è tanto attiva, soprattutto contro le forze collaborazioniste, quanto occultata dagli imbarazzati media di destra e sinistra, hanno messo in atto un’operazione di feroce intimidazione. Chiudendo Camp Copper nella finzione obamiana dell’imminente ritiro dall’Iraq (lasciandosi però dietro 50mila marines, squadroni della morte chiamate “truppe speciali” e 120mila mercenari privati), gli Usa hanno consegnato ai fantocci iracheni i primi 26 di circa 300 prigionieri, tra i quali dirigenti del Baath non ancora impiccati. Le carceri del democratico regime iracheno stanno a Guantanamo, come Auschwitz sta a Buchenwald. Il Comando iracheno del Partito Baath, fulcro della Resistenza, consapevole per esperienza diretta di cosa accade a Khadimiya, prigione dei tagliagole sciti, hanno rivolto a chiunque si preoccupi della difesa di diritti umani autentici un appello perché si impedisca che a questi patrioti sequestrati dall’aggressore venga riservata l’orrenda sorte inflitta dagli aguzzini e seviziatori traditori a tutti coloro su cui hanno potuto mettere le mani. Tra loro anche Tariq Aziz, l’ormai anziano e malatissimo vice-premier di Saddam, condannato a 16 anni per aver con dignità, onore, coraggio, mostrato al mondo, inascoltato dalla sinistra, di che pasta fosse fatto l’eroico popolo iracheno, la verità sul suo governo e sulle trame bugiarde dell’imperialismo. Quando gli Usa gli promisero la libertà in cambio di una sua testimonianza contro Saddam, rifiutò. Tariq Aziz, che ho avuto la gioia di conoscere e di apprezzarne la nobiltà di spirito, la cultura, l’intelligenza, mentre era nelle mani dei carcerieri di Bush e Obama ha subito pestaggi, privazioni, è stato confinato in pochi metri quadrati all’aperto, costretto a scavarsi il proprio pozzo nero, ha subito due infarti e un ictus. Parla e si trascina a fatica. Al momento della consegna ai torturatori fantocci, gli sono stati negati i 30 farmaci indispensabili per sopravvivere. Alla Croce Rossa, che peraltro nicchia, il premier fantoccio ha rifiutato l’accesso alla prigione.
Intanto, accanto alle azioni mirate della Resistenza, per spostare il conflitto su solito piano della guerra civile, le “forze speciali” USraeliane hanno ripreso alla grande gli attentati confessionali, vuoi contro gli sciti, vuoi contro i sunniti. Attentati attribuiti a chi? Ma è una domanda da farsi? Ce lo ha confermato anche Giuliana Sgrena sul “manifesto”: ad Al Qaida, of course. E per non farsi mancare proprio niente, dopo cinque mesi dalle elezioni che hanno visto la vittoria della formazione collaborazionista sunnita (antiraniana), non si è ancora riusciti a formare un “governo” e i conti si vanno regolando a forza di bombe stragiste tra l’una e l’altra fazione della cosca al potere.
I terroristi sequestrano, noialtri catturiamo
“Il manifesto” non ci priva mai della dolce musica dei suoi violini di terza fila agli ordini del direttore d’orchestra imperiale. Proseguendo, con i soliti musicanti di nota formazione, una lunga sinfonia di assonanze con i media rispetto ai quali si dice “alternativo”, il giornale comunista, internazionalista e antimperialista ci informa di “due soldati Usa sequestrati in Afghanistan”. Nel breve pezzo le parole “sequestro”, “sequestrati”, “rapimento”, “ostaggio” si moltiplicano e aggrovigliano come un trillo di Paganini. Anche i quattro militari nazisionisti che penetrarono in Libano nel 2006, agnelli sacrificali di Israele (che non ha scrupoli, come le Torri Gemelle ricordano) per accusare Hezbollah di provocazione e trarne la giustificazione all’aggressione, erano stati sequestrati. Anche l’incursore nazisionista Shalit a Gaza venne sequestrato. I nostri fanno prigionieri. Loro sequestrano, rapiscono, prendono ostaggi. Il pensiero deve correre ai banditi sardi, ai macellai del generale Videla, ai pirati mori, ai terroristi che ovviamente non praticano le leggi di guerra, le convenzioni di Ginevra e il diritto internazionale. E’ nel dettaglio che sta il diavolo, vero “manifesto”?


Climax e anticlimax
Restando sullo stesso “quotidiano comunista”, non c’è santo giorno che ci si risparmino l’orgasmatico baccanale delle ginocrate femministe e i loro uterini spasmi (se fossero androcrati direi “testicolari”) per questo o quest’altro idolo dello spettacolo dell’effimero e del fuffarolo. Ida Dominijanni transita ora dai coiti politici nell’alcova obamiana, dai cuscini di pelle islamica triturata, a quelli nella “fabbrica” del putto neopiddino Vendola, incurante dell’alleanza con il “sinistro per Israele” e devastatore di Roma e della probità politica, Walter Veltroni, alla cui “Scuola di politica” questo gemello morale di Saviano si va istruendo. E con buone ragioni: non si avanza forse dal Tavoliere, nel tripudio di fanfare d’ogni banda, il lungamente atteso messia della sinistra di pace con tutti? Appropriatamente celebrato – e autocelebrato - con rami d’ulivo e tappeti di verginali rose, come “l’Obama bianco”? A ogni messia la sua vestale. Ma una vestale meno comica e più irritante è quella generalessa del truppone delle donne al testosterone che si chiama Luisa Muraro. Avete presente Ipazia d’Alessandria, la filosofa scienziata, rigoglio estremo della civiltà pagana, maciullata dai cristiani fattisi impero? Fu perseguitata e alla fine scuoiata viva nel 415, nel rogo della più grande biblioteca dell’antichità, dagli assassini in tonaca (altro che “turbante”) del santo vescovo Cirillo, Padre della Chiesa. Con lei, ultima face di un’era della ragione, della bellezza, di psyche, della libertà di pensiero e di ricerca, i sanguinari ottenebrati scaturiti dalle circonvenzioni d’incapace di S. Paolo vollero cancellare dalla faccia della Terra tutto quello che sfuggiva alla dittatura dei loro dogmi della menzogna e dell’ignoranza, finalizzati a un potere assoluto su corpi, cuori e menti. Cosa direbbe l’incommensurabile essere umano Ipazia, donna al di là di donna o uomo, a vedersi rinserrata dalla monomaniacale monotematica Muraro nelle vesti di "martire del femminismo", punto e basta? “Non fu uccisa per le sue idee, come si è detto, ma per quello che lei era, una donna indipendente e pura (sic!)”. Come ridurre la galassia a una stella.
A proposito del profeta pugliese ricevo e riproduco:
Contro il Piano sanitario pugliese del Governo Vendola. Diciamo no!
Categoria:
Organizzazioni - Organizzazioni politiche
Descrizione:
Il Governo Vendola (PD-SEL-IDV-PRC/PCI) in ossequio ai dettami del Governo Berlusconi, vara un Piano sanitario pugliese che taglia 19 ospedali pubblici, 2200 posti letto, una trentina di consultori pubblici e mette il ticket di un euro sulle ricette. Nel frattempo, costruisce ospedali pubblici da regalare ai privati, come il San Raffaele a Taranto per don Verzè, braccio destro di Berlusconi!
Michele Rizzi e Alternativa comunista avevano denunciato tutto questo in campagna elettorale per le regionali!
Adesso proseguiamo la lotta con tutti i compagni, indipendentemente dalla loro collocazione, che ci stanno per dire no al Piano di tagli!! (visualizza meno contenuto))
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Suicidi
Grande spazio dei media all’ufficiale italiano suicidatosi a Kabul. Poveretto, cosa glie lo ha fatto fare? Ma è chiaro: “La vita quasi da reclusi, in compound separati dalla popolazione (cui si spara addosso), sempre in bilico fra la tentazione di rilassarsi e la necessità di stare all’erta, con scarse possibilità di sfogo e poco ottimismo sulle prospettive della missione…” E neanche un cinema, una coscia da adocchiare per strada, un vero riso alla milanese, una paga, sì, decupla rispetto ai colleghi a casa, ma vuoi mettere con quel clima tra gelo e canicola e i Taliban dallo zoccolo di capra? Certo, sarebbe indecoroso e assolutamente poco edificante sospettare che l’infelice si sia voluto tirare fuori una volta per sempre, vuoi dalla merda di una situazione in cui ce la si fa sotto da mane a sera, vuoi magari da atrocità criminali che ti vedono partecipe dell’affondamento nel sangue di un popolo che non ti ha fatto niente. Quanto ai colleghi Usa, la proporzione è quella derivata dal maggiore impegno: 32 suicidi al mese. Altri rientrano a casa e segano in due la moglie, o mitragliano una scuola. Per un’opinione diversa, è gente che ha risparmiato un po’ di lavoro alla Resistenza.

Chi vivrà…Irlanda!
Nei primi anni ’70 infuriava la lotta di liberazione del popolo nordirlandese per la libertà dal colonialismo e per la riunificazione nazionale. Cronistaccio di Lotta Continua, ovviamente dalle tasche desertiche, ero ospitato nel quartiere belfastiano di Ardoyne dalla vedova di un caduto della Resistenza con due piccoli figli. Si chiamava Rose e lo era. Ed era anche una protagonista di quel retroterra civile della lotta contro i militari britannici e i loro ascari unionisti che ha saputo sostenere l’Ira durante i suoi trent’anni di insurrezione. Di giorno, la comunità si organizzava per il supporto logistico, di sera si riuniva per spettacoli, canti e balli della tradizione e della resistenza (ci sono venuti pure “I Bassotti”). Di notte ci allestivamo per le incursioni di energumeni britannici che irrompevano, sfasciavano, incendiavano, sequestravano, ammazzavano. Ma a terrorizzare non li ho visti riuscire mai, che si trattasse di vegliardi buttati giù dal letto, o di ragazzini trascinati a schiaffi per strada. Intanto, mentre le donne imperversavano con urla e lanci, dagli astuti passaggi segreti, aperti tra casa e casa e vicolo e vicolo, i combattenti se la squagliavano e rispondevano. Poi sono venuti gli accordi del Venerdì Santo e il disarmo di una guerriglia che aveva portato Londra a due passi dal ritiro. Gli orangisti, invece, non disarmarono manco per niente.
La burletta di un governo di riconciliazione nazionale, fittiziamente autonomo dalla metropoli coloniale, reminiscente della letale truffa di Oslo per la Palestina, trovò consenzienti i dirigenti nazionalisti e anticapitalisti del Sinn Fein, ex-comandanti dell’Ira ravvedutisi nella nonviolenza, e i fascistoni massonici e ultracapitalisti dei partiti unionisti-protestanti e dello loro squadracce armate. Di superamento della lacerazione inflitta dal colonialismo all’Irlanda, con la spaccatura tra Nord e Sud negli anni ’20 del secolo scorso, non si sarebbe parlato più a tempo indeterminato. Alla minoranza (quasi del 50% e in crescita) furono concessi il vice premierato (Martin McGuinness, già comandante Ira a Derry) sotto la ferula del premier unionista Robinson, uomo di paglia di Londra e del supremo pretone fascista, cacciatore di teste repubblicane, Ian Paisley. Ci potevano stare irlandesi che da tre secoli e passa sostenevano l’urto della loro civiltà di pace e di uguali contro il cannibalismo imperiale britannico? Da come li ho conosciuti, non potevano. A tanto sono valsi gli accordi tra colonizzatori e colonizzati che quest’anno i fascisti Orange in bombetta vollero celebrare la loro vittoria del Boyle (1690) marciando per la prima volta anche attraverso Ardoyne, fortino proletario resistente, assediato da quartieri unionisti, che già due anni fa si volle provocare picchiandone i bambini che, per andare a scuola, dovevano attraversare strade presidiate dagli squadristi protestanti. Tutta Ardoyne è esplosa. Sembravano i bei tempi della libera Comune di Belfast e di Derry. Tre giorni e tre notti di rivolta di massa, pietre, barricate, molotov, mazzate dall’una e dall’altra parte. 90 sbirri feriti. E i tamburi funebri degli organgisti rimasero fuori da Ardoyne. Ce n’est que un debut? Il mio amico e compagno Martin McGuinness, colui che nottetempo, sfuggendo ai rastrellamenti britannici, mi sbolognò fuori da Derry e nella Repubblica per farvi arrivare la documentazione della strage del Bloody Sunday, ha commentato: “La nostra esperienza dimostra che il modo per affrontare qualsiasi disputa o contrasto sono il dialogo e l’accordo”. Pareva di ascoltare Abu Mazen.
Sansonetti? Requiescat in pace
Alla lunga neanche il bitume riesce a mascherare la calvizie. E’ già assodato per il guitto mannaro. Varrà per Vendola come è valso per Bertinotti e come sta valendo per il suo trombettiere preferito. Quel Piero Sansonetti che, da direttore di “Liberazione”, affossò sotto il monumento a Luxuria ogni residua traccia di opposizione all’esistente di merda. Incidentalmente, anche colui che si scatenò contro di me in tribunale per riavere quanto la giustizia mi aveva dato a risarcimento della cacciata con due calci dal giornale per aver scritto un paio di verità su Cuba, sgradite all’eco in cachmere dell’anticastrismo e del filozapatismo. Eliminato dal giornale – bella nemesi - grazie alla felice dipartita di Svendola, Sansonetti, mentre veniva incessantemente apparecchiato da Vespa sulla mensa per bulimici di fandonie di regime, degradò verso un giornaletto chiamato inoffensivamente “Gli altri”, rimasto sotto gli scaffali delle edicole per pochi mesi e poi cancellato da un’inanità che lo rendeva inutile anche agli occhi dei suoi padrini. Cui pure aveva assicurato ogni appoggio al passaggio della “democratica e civile legge contro le intercettazioni”. Oggi Sansonetti è sceso ancora più in basso. E non perché si tratti della Bassa Italia. A Cosenza lo hanno chiamato, a dirigere il loro paragiornale “Calabria ora”, due limpidissimi esempi dell’informazione che si batte alla morte per la legge sulle intercettazioni: Pietro Citrigno e Fausto Aquino, imprenditori ex-craxisti con grandi interessi nell’edilizia e nella sanità privata. Che, in Calabria, si sa a chi devono far capo. Citrigno è stato condannato per usura a 4 anni e 8 mesi. Aquino, ancora indenne, è nella giunta della Confindustria Calabria e si occupa di petrolio. Che si sa a chi fa capo. Com’è che si è liberato il posto? Il precedente direttore, Paolo Pollichieri, è stato costretto alle dimissioni, insieme al caporedattore, due vice, due capiservizio, il capocronista politico e due cronisti minacciati dalle cosche, dopo una serie di articoli in cui denunciava le collusioni tra il noto governatore PDL Scopelliti, e alcuni boss della ‘ndrangheta. Chi poteva colmare appieno tanti e tali vuoti aperti da questi nuovi Angelucci di Calabria, se non una garanzia per ogni stagione? Non poteva che essere Sionetti l’uomo per la bisogna.Tutto torna quando si vedano i percorsi dei virgulti di Bertinotti.

Zastava. Non amo che le rose che non colsi / non amo che le cose che potevano essere e non sono state. (Guido Gozzano)
Era l’ottobre 2001 e io ero a Belgrado per “Liberazione”. Una plebaglia prezzolata e armata dagli Usa e guidata dagli agenti della prima “rivoluzione colorata”, osannata dalle nostre sinistre radicali, aveva incendiato il parlamento e le schede elettorali che provavano la vittoria dei partiti di sinistra, sostenitori del presidente della resistenza antimperialista ed antiliberista, Slobodan Milosevic. Dopodichè si erano dati alla caccia all’uomo nelle sedi dei sindacati, della stampa e delle forze di sinistra, bastonando, devastando, distruggendo, uccidendo. Si compiva il colpo di Stato contro un presidente e un governo patriottici e autenticamente democratici (20 partiti, con quelli di destra al governo nelle maggiori città) che dieci anni di assalti alla Jugoslavia e al suo cuore serbo non erano riusciti ad abbattere. Il paese era stato ridotto in macerie e in miseria dalle solite sanzioni democratiche e dal solito intervento bombarolo umanitario, con il caporale ascaro D’Alema che sparava a più non posso.

Prima del loro pogrom, i dirigenti di Otpor, formazione al soldo della Cia mimetizzata dal logo con il pugno chiuso, erano stati addestrati a Budapest, nel giugno 2000, dal colonello Usa Robert Helvey ed erano stati finanziati dal National Endowment for Democracy, da USAID e dall’International Republican Institute (solo da questo 1,2 milioni di dollari solo nel 2000). Salvatore Cannavò, allora vicedirettore di “Liberazione” e oggi leader di “Sinistra Critica”, invitò Otpor alle kermesse no global chiamandolo “una costola del movimento”. Naturalmente cestinò tutti i miei articoli da Belgrado che svergognavano questa idiozia. Come la mia intervista con il capo di Otpor, Ivan Marovic, un trucido energumeno, mezzo bruto squadrista e mezzo fighetto berlusconide. Assicurava, il manutengolo Cia, poi attivo nelle “rivoluzioni di velluto” in Georgia, Ucraina, Venezuela, Libano, che una volta liquidati Milosevic (lo avvelenarono in prigione all’Aja, visto che non riuscivano a dimostrane alcuna colpa) e il governo socialista, la Serbia sarebbe diventata “il paradiso degli investitori stranieri, dato che aveva una classe operaia altamente qualificata ed estremamente parsimoniosa, l’ideale per un libero mercato che l’avrebbe fatta finita con i prezzi e i salari controllati, lo statalismo nell’economia, nell’istruzione e nella sanità, i lacci e lacciuoli ai capitali esteri”. Alla mia domanda sull’accusa che Milosevic faceva a Otpor di essere uno strumento della Cia, la risposta fu: “Noi siamo orgogliosi di essere sostenuti dal servizio di intelligence della più grande democrazia del mondo”. Testuale.

Prima ero stato alla mitica fabbrica d’automobili Zastava, a Kragujevac, cuore operaio di tutta la regione. C’ero stato nell’aprile del 1999, mentre i missili piovevano sugli stabilimenti e li polverizzavano tutti, compresi alcuni degli operai che, in massa, avevano fatto gli scudi umani davanti al loro stabilimento. C’ero stato nel 2000, d’estate, quando una classe operaia come nel resto d’Europa ormai ce la sognavamo, con l’aiuto del governo di Milosevic aveva rimesso in piedi ben due linee di montaggio, non potendo ricorrere per la ricostruzione ad altro che alle macerie uranizzate dai missili. E infine c’ero tornato nel 2001 quando il nuovo regime di quisling Nato, consegnato Milosevic al boia per trenta denari, aveva cacciato dalla fabbrica tre quarti della forza lavoro. Privati di qualsiasi sostegno dal nuovo governo, devoto al libero mercato delle multinazionali, migliaia di operai erano andati ad affiancarsi alle baracche dei profughi del Kosovo, della Krajina croatizzata, della Bosnia. Le loro baracche e quelle dei profughi, insieme agli iracheni i più dimenticati del mondo, stanno ancora lì. Con dentro ancora le stesse persone. E’ il prezzo del libero mercato e, con la consegna ai boia dell’Aja degli eroi della resistenza anti-Nato ed antisciovinista, il prezzo dell’ingresso in quest’Europa del cazzo. Come non poteva non arrivarci il vecchio socio della Zastava statale, la Fiat, che durante tutto il tracollo se n’era rimasta zitta e complice, E arrivò. E, subito dietro, altri “capitani coraggiosi”, l’OMSA, le cinque banche più mafiose, nordestini vari… Sulla carrozza d’oro trainata dai milioni di dollari di contributi del nuovo regime profetizzato da Otpor, dall’esenzione dalle tasse, dai salari di fame, 350 euro al mese, e dall’abolizione di scioperi, malattie, diritti universali. Quei diritti che avevano fatto dell’operaio Zastava, con Milosevic, la trincea avanzata, dopo il crollo dell’Est, della resistenza agli stragisti Nato e, poi, agli sciacalli che rovistano tra ossa e sangue. Tipo Marchionne.
I chierichetti della CGIL nel “manifesto”, ormai desueti a ogni concetto di lotta transnazionale, praticata invece alla grande dai globalizzatori, avevano inneggiato alla “vittoria operaia” ottenuta con la conferma della Panda – in culo agli operai polacchi - in una Pomigliano convertita in campo di punizione. Ora si stracciano le vesti perché quella conferma era il prezzo della riduzione in schiavitù, peggio dei polacchi, di tutta la classe operaia italiana (dopo quella del lavoro intellettuale). Ora le orrende monovolume Fiat lasciano Mirafiori e se ne vanno nella Kragujevac liberata da Otpor. Forse, se in Italia si costruirà ancora un prodotto obsoleto e pernicioso come l’auto, torneranno a Torino una volta che anche lì si sia capito che il futuro porta la data delle giornate di Bava Beccaris. Nulla da dire, Salvatore Cannavò?

Lo Zocalo di Città del Messico a una manifestazione per Obrador
Marcos svapora, Obrador risorge
A volte la storia fa giustizia. Quattro anni fa la contesa elettorale, al termine del mandato del burattino yankee Fox, era tra un suo clone in peggio, Felipe Calderon, e l’espressione di tutti i diseredati e oppressi di questo paese “così lontano da dio, così vicino agli Stati Uniti”, Andrés Manuel Lopez Obrador, detto Amlo. Amlo era il candidato del Partito della Rivoluzione Democratica, già nettamente socialdemocratico, epperò in graduale scivolata verso l’omologazione con una classe politica (Partito Rivoluzionario Istituzionale e Partito dell’Azione Nazionale) corrotta, poltronara, repressiva, proconsolare di Washington. Però ne rivendicava un’autonomia già collaudata quando era stato il più popolare ed ecologista sindaco di tutta la storia della capitale e ora ribadita con la rottura e la creazione di una formazione politica pulita, nettamente di sinistra. Lo scontro con Calderon fu vinto alla grande ma, come succede ormai inesorabilmente in tutti i paesi governati da destre al servizio degli Usa, venne rovesciato nell’esito contrario dal trasferimento di un milione di voti da Obrador al sicario del mandante imperiale. Uno scandalo colossale che, per un po’, animò le pagine di qualche giornale. Uno scandalo su cui nulla ebbe da dichiarare il mitico subcomandante Marcos, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, una sigla che sta alla realtà come Berlusconi sta alla legalità. Anzi, il mitico para-Zorro, icona di adolescenti italiani dai pruriti di iconoclastia moderata e compatibile, al rischio zero della nonviolenza e del non-presa del potere, girovagando in campagna elettorale per il Messico, pericolo pubblico autoproclamato ma indisturbato, in passamontagna, motocicletta, cavallo, o pullmino, non aveva perso occasione per far sapere al colto e all’inclita, cioè all’elettore di sinistra, che Obrador faceva schifo come e più degli altri. Guai a votarlo. Come facevano abbastanza schifo anche la rivoluzione cubana, quella bolivariana, i governanti progressisti dell’America Latina, cornutoni che insistevano a occuparsi del potere anziché di una “rivoluzione interiore”… Calderon ancora pone fiori ogni mattina davanti all’immagine dell’illusionista del Chiapas. Mentre il Messico perse l’occasione di staccarsi di qualche misura dal patibolo-postribolo Usa e inserirsi nel grande movimento di emancipazione latinoamericano. In Honduras c’è voluto un golpe sanguinario, in Messico sono bastati un Calderon e un Marcos.

Dal 2006 questa nobilissimo patria-matria della più bella rivoluzione del primo Novecento e delle perduranti resistenze alla sconfitta di quella prospettiva, è diventato il buco nero del continente. Del mondo, se non ci fossero l’Iraq, la Palestina, l’Afghanistan. Preda ormai totale del narcotraffico, le cui bande, divise tra sostenute e avversate dal governo e dagli Usa, hanno fatto del paese di Cielito Lindo ed Emiliano Zapata un mattatoio senza uguali sulla Terra. 25mila ammazzati negli ultimi due anni, tra i quali le 500 donne dei feminicidi di Ciudad Juarez. Tra Nafta e Plan Merida, i due strumenti del colonialismo yankee che hanno ridotto l’intero Messico a livelli di sussistenza haitiani, si è inserita, con il pretesto del narcotraffico, una militarizzazione, finalizzata alla repressione politica e sociale e al dominio dei narcos, da far impallidire il ricordo di Pinochet. Da questo mare di fango e di sangue si è ancora una volta sollevato un pezzo di popolo messicano, quale nella resistenza armata, quale in quella civile, e ha deciso di ritentare la carta capace nell’immediato di far uscire il paese dalla tenaglia narcos-fascisti che lo sta uccidendo: Lopez Obrador, nuovamente candidato alle presidenziali 2012. Tra i temi della sua campagna: la democratizzazione antimonopolio dei mezzi di comunicazione, priorità assoluta per ogni democrazia, una riforma fiscale che ridistribuisca la ricchezza, la precedenza all’industria nazionale contro la manomorta delle multinazionali, la riforma e riattivazione agraria, il rafforzamento di programmi sociali oggi abbandonati, una rivoluzione morale del paese. Risorge, con Amlo, una speranza, mentre subcomandanti vari, desertificate le lotte, si incontrano nell’immondezzaio della storia. Di Marcos, tranne "Carta" e Casarini, non parla più nessuno.
Lopez Obrador
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CAMPAGNA URGENTE PER IL POPOLO HONDUREGNO

A tutti i popoli fratelli del mondo, alle loro organizzazioni sociali e politiche, che condividono l'ideale di un mondo libero da ingiustizie e disparità che mutilano i sogni delle nostre società, chiediamo di unirsi alla grande CAMPAGNA PER IL POPOLO DELL’ HONDURAS.
Il giorno 30 luglio l'Assemblea Generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OEA), terrà una riunione straordinaria per trattare il “caso Honduras”. Sappiamo che la lobby del dipartimento di Stato USA ha esercitato pressioni su molti paesi, affinché votino a favore della riammissione dell’Honduras, a prescindere dalle condizioni del nostro popolo, che si trova ad affrontare la più brutale repressione e violazione dei diritti umani.
Fino ad ora, l'estorsione dell'impero è riuscita a piegare i rappresentanti di 22 paesi, mentre 9 si oppongono. Resta in sospeso il voto del Cile che, possiamo anticipare, servirà per forzare la riammissione. Insulza è giunto ad un accordo criminale, che implica infrangere il principio del consenso, ed ha creato lobby a favore della maggioranza, che ormai ha ottenuto.
È una vergogna che i governi di molti paesi abbiano la sfacciataggine di vendere il nostro popolo eroico per qualche briciola in più, in molti casi neanche per quello.
La nostra campagna chiede che tutti i cittadini del mondo, che nutrono un sentimento solidale e si oppongono alle ingiustizie, alle trame imperiali contro i popoli, a coloro che godono dell'impunità nell'esercizio della violenza brutale contro le loro popolazioni, inviino messaggi di posta elettronica alla lista d’indirizzi e-mail qui acclusa. E’ la lista dei contatti con tutti e ciascuno degli ambasciatori alla Commissione Permanente dell'OEA.
Esprimete la vostra condanna nella forma preferita, ognuno scelga, ma tutti quanti inviamo messaggi a questi indirizzi, dobbiamo essere in migliaia ad esprimere il nostro ripudio al premio che stanno per consegnare ai golpisti assassini.
Due giorni fa, rilasciando dichiarazioni ad un mezzo d’informazione, Enrique Ortez Colindres, Cancelliere del Colpo di Stato, Consulente delle Forze Armate Honduregne, ha affermato “... i militari installarono Micheletti ed estromisero Zelaya...” Una massima dice “... a confessioni di parti in causa, ecco le prove...” Non ci sono verità da cercare: si è trattato di colpo di stato militare; c'è piuttosto giustizia da impartire, al riguardo, per le vittime assassinate dal regime Micheletti-Lobo-Sosa, per il presidente Zelaya, per gli espatriati, per i perseguitati e per tutto il popolo dell’Honduras.
Contiamo sulla vostra solidarietà. Ricordate: oggi difendiamo in Honduras ciò che, con le azioni ignobili dell'OEA, potrebbe succedere domani in altri paesi.
Fino alla vittoria, sempre!