Difficile combattere un nemico che ha teste di ponte nel tuo cervello. (Sally Kempton)
Che mortificazione… chiedere a chi ha il potere di riformare il potere. Che ingenuità.(Giordano Bruno)
Egli (Obama) risulterà in termini di libertà civili il presidente più disastroso della nostra storia. (Jonathan Turley, giurista della George Washington University)
Tocca alla Siria? Tocca alla Siria! Potete immaginare che le belve necrofore del Finanzkapital perdano l’occasione, ora che hanno messo la sordina all’apocalisse libica, di distrarre le proprie popolazioni vampirizzate e finalmente in rivolta in mezzo Occidente (tra cui un migliaio di città e cittadine Usa) con una nuova campagna per la “salvezza dei diritti umani e l’avanzamento della democrazia” in Siria”? No, non potete. Anche perché, se non vi fossero bastati i mattatoi allestiti dalle élites Nato, con l’aiutante di campo Obama, in Afghanistan, Iraq, Yemen e Somalia, a strapparvi dagli occhi le fette di prosciutto marcio delle “verità” diffuse dagli embedded di destra, centro e sinistra, dovrebbe essere stato sufficiente il martirio della Libia libera, giusta e invincibile. Un martirio tuttora in atto e i cui responsabili sono stati smascherati in tutta la loro nefandezza da una resistenza di popolo che ha del sovrumano: 8 mesi di tempeste di morte Nato, di terrorismo sanguinario del brigantaggio assoldato tra Al Qaida, satrapi del Golfo e vendipatria bulimici di ladrocinio, settimane di assedio alle città resistenti Sirte, Beni Walid e a tutto il Sud, con taglio genocidio dei rifornimenti vitali, linciaggi di massa… e qual è l’esito? Che le forze coalizzate di 27 paesi tra i più potenti del mondo, con sul terreno i migliori squadroni della morte Nato (“Forze speciali”), a guidare marmaglie capaci solo di esercitare il loro sadismo necrofago sugli inermi, “controllano” alcune città in cui continuano a erompere ribellioni e spuntare bandiere verdi, si frantumano e azzannano tra di loro per il bottino, constatano davanti a sé una nazione che li costringerà, come l’Afghanistan, come l’Iraq, come lo Yemen, come la Somalia, a svenarsi per anni in una partita invincibile. Mentre il costo dei loro macelli si abbatte sui propri popoli, sempre più deprivati e sempre più incazzati, che accendono focolai sotto i loro banchetti da un continente all’altro, addirittura nella pancia del mostro.
Occorreva urgentemente un diversivo. L’attacco quasi in contemporanea a Libia e Siria avrebbe dovuto nel giro di un paio di settimane, come dicevano gli Stati Maggiori, completare la normalizzazione della colonia “Grande Medio Oriente” dall’Atlantico al Golfo Persico, consentendo poi di ripulire, ricorrendo al pretesto dei soliti reparti coperti Al Qaida, gli uranici e petroliferi Algeria e Sahel, Corno e Controcorno strategici tra Somalia e Yemen, e di stroncare definitivamente una “primavera araba”, che si conta già sterilizzata altrove. Una primavera araba, peraltro, che aveva radici profonde nelle rivoluzioni laiche, antimperialiste, socialiste, di Libia e Siria, sopravvissute e vittoriose fin da lontani decenni del secolo scorso. Dopo si sarebbe pensato a sistemare l’Iran, ultimo contrafforte islamico sovrano tra Usa e Cina. E invece, ecco che ovunque li troviamo impantanati nella melma di un mercenariato imbelle e inaffidabile, aggrediti da masse non violente ma incontenibili, mentre inciampano a ogni passo nelle imboscate di popoli armati e hanno la credibilità planetaria fatta a pezzi dalla rozza iattanza delle loro bugie. Bugie chiare, se non agli intossicati sospesi nel nulla culturale della “comunità internazionale”, 7% scarso dell’umanità, al restante 93% latinoamericano, africano, asiatico. Urgente era dunque spostare lo sguardo dei renitenti nelle Piazze Tahrir, fiorite in mezzo mondo, sul solito nemico esterno. Non da noi, dove il tessuto delle menzogne ha imbavagliato e mummificato le “sinistre” di ogni risma, e l’occhio, che doveva guardare agli oceani di sangue e alle vette di eroismo di là dal breve mare, se lo sono pugnalati da tempo, ma ovunque, pur accendendo fuochi nelle piazze dell’Impero, si insistesse a recitare novene ai “diritti umani” e si alimentassero ceri sotto il simulacro “Democrazia”.
Il nemico esterno Siria, speranzosamente affidato alla solita compagnia della bella morte Fratelli Musulmani, carta di ricambio Usa, invasata di furori religiosi e bulimica di soldo e di burka, fornita dai quartieri generali in Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Qatar, destra libanese e dall’arlecchino turco, non dava segni di collasso. Ci si era illusi che sarebbe bastata qualche strage perpetrata dagli infiltrati armati, qualche eccessiva reazione di Bashar El Assad, per far sgomberare il campo al Baath e poi collocare nei palazzi di Damasco quelli dell’ennesimo Consiglio Nazionale Rivoluzionario, i pitbull ben addestrati al morso e all’obbedienza nei lunghi anni alla greppia di Londra e Washington. Non ha funzionato niente e la Siria libera è più in piedi che mai. Fin dai primi giorni di marzo ha dovuto vedersela con gruppi armati, prima nelle roccaforti islamiste di Deraa, Homs e Hama, poi altrove, ma sempre in aree contigue alle basi estere di rifornimento, che sparavano su manifestanti di ogni indirizzo e sulle forze dell’ordine. A ottobre saranno 500 i militari e poliziotti uccisi e oltre 1000 i civili. Il popolo siriano ha reagito con adunate oceaniche a supporto del proprio Stato e governo, Assad ha offerto dialogo, revisioni costituzionali, elezioni, richieste fatte dalla stessa opposizione e, come in Libia, sistematicamente ridicolizzate e rifiutate su ordine di servizio Nato. A ribellione armata di terroristi eterodiretti ha risposto con repressione armata. Arricciate il naso? Mettiamo che in un’Italia antifascista liberata dai partigiani, la Germania nazista spedisca a far casino arnesi mercenari del neofascismo internazionale. Cosa dovrebbe fare lo Stato? Avesse voluto il cielo, o chi per lui, che Gheddafi avesse risposto così ai quattro scalzacani di Bengasi, anziché ordinare alle guarnigioni e alla polizia di non aprire il fuoco sugli attaccanti! Sarebbe finita prima che un soloTornado venisse tirato fuori dall’hangar di Sigonella. Soffriva di corruzione l’amministrazione siriana? C’erano familismo, privilegi di casta, prevaricazioni? E chissenefrega. Nel senso che chi siamo, noi nella latrina, per lanciare merda? C’è un popolo, degli ininterrottamente aggrediti, che stia meglio dopo l’arrivo dei liberatori occidentali? Che non stia spaventosamente peggio? Chi ha più sangue sulle mani, Assad e Gheddafi, o Obama, Bush, Cameron, Blair, Sarkozy, Prodi-Berlusconi con i loro quasi 40 concittadini morti in Afghanistan appresso alle migliaia da loro ammazzati, con il quarto posto conquistato nella classifica dei boia della Libia?

Alla televisione siriana appaiono arsenali di armi sequestrate ai “ribelli”, tra esse un carico di mitragliatrici e bombe a mano provenienti dall’esercito israeliano e sequestrate a Homs, riprese di cecchini che tirano sulle manifestazioni, i doganieri libanesi che bloccano decine di trasporti di armi per i mercenari. Fucilatori catturati video- e audio-rivelano i loro mandanti e la loro missione. Tra i mandanti eccelle Saad Hariri, ex-premier filoisraeliano e filo-saudita del Libano, detronizzato dall’opposizione nazionale, figlio di Rafiq. Ma, come è risaputo, la “voce dell’altro” non si ascolta, è per definizione indegnamente falsa. Non è stato così con Milosevic e la voce dei serbi, con Saddam e la voce degli iracheni, con i Taliban e la voce degli afghani? Sono ominicchi, scarsamente umani. E questo da un mondo dove madonnine di gesso lacrimano sangue e genocidi vengono definiti “interventi umanitari”. Date un’occhiata a http://www.youtube.com/watch?v=13xy37BulPI&feature=share e ascoltate le confessioni di un oppositore sulle matrici e i trombettieri del tentativo di destabilizzazione della Siria.
Tutto iniziò con l’uccisione a Beirut, nel febbraio 2005, di Rafiq Hariri, politico, trafficone, speculatore edilizio,fiduciario dei wahabiti sauditi, della Francia e di Israele. Un’operazione-provocazione di chiarissima marca Mossad. Ma da quelle parti non si guarda mai. Un giudice tedesco corrotto, e perciò installato dall’ONU alla testa della Commissione d’Inchiesta, finì nell’onta e nel ridicolo quando la Siria esibì testimoni che giurarono di aver mosso false accuse su suggerimento della commissione e quattro generali libanesi “complici” dovettero essere rilasciati perché del tutto estranei. Arrivò a presiedere il tribunale Antonio Cassese, già distintosi all’Aja per aver presieduto la mostruosità giuridica atlantica contro i serbi e Milosevic. Istruito per la bisogna, Cassese cambiò bersaglio e, nel 2009, fantasioso come sempre, incolpò dell’attentato Hezbollah. Hezbollah non solo aveva, un paio di anni prima, gettato nell’onta e nel ridicolo il quarto esercito più potente del mondo, cacciandolo Tsahal dal Libano e riconducendolo nel suo ambito di fucilatore di bambini con sassi, ma ora era arrivata a essere la forza condizionante nella nuova coalizione di governo. Che, infatti, insiste a votare contro ogni ulteriore vessazione ONU alla Siria. Colpire Hezbollah significa togliere una spina dal fianco di Israele, spina che parte da una pianta con forti radici in Siria. E poi anche Hezbollah è primavera araba, che lo sappia o no.

Non potevano mancare le associazioni umanitarie nella nuova fase della campagna di Siria, le stesse che avevano spalancato ai missili il cielo della Libia. Nuova fase sollecitata non solo dalla necessità di piazzare una vittoria grossa sulla bilancia dei tanti fallimenti e delle tante turbolenze interne, ma anche dal ristagno della “rivolta”, dalla progressiva pacificazione, dalla crescente irrisione riservata da opinioni pubbliche non decerebrate ai grossolani photoshop di Al Jazira e media al traino. Manipolazioni che moltiplicavano per cento i manifestanti barbuti, dalle dimostrazioni pro-Assad facevano sparire cartelli, foto, striscioni, per attribuirle all’opposizione, e altri trucchetti di chi prende per allocchi proprio tutti. Human Rights Watch, quella dello speculatore sionista George Soros, e Amnesty International, quella del Gheddafi che bombarda la sua gente e a Bengasi tutti i neri vengono riveriti con collane di fiori e alimentati a cannoli, subito in prima linea: Assad deve andarsene (in perfetto sincronismo con Hillary e Obama), fosse comuni, diserzioni di massa, violenze inaudite, carri armati che schiacciano i ribelli. Per ora mancano gli stupri, ma ovviamente non le torture ai carcerati. Sulle chilometriche sequenze televisive di terroristi che sparano su folla e polizia, sulle ammissioni del proprio mercenariato dei prigionieri, sulle ripetute manifestazioni di massa contro la Nato e per Assad, sugli ambasciatori dei capifila Nato Francia e Usa che vanno a sostenere e indirizzare i terroristi a Hama, silenzio di tomba. La “voce dell’altro” deve essere soppressa.

Al Jazira
Si ripropongono, con ripetitività stucchevole ma valorata dai media embedded, balle sesquipedali con, al solito, i protagonisti più convincenti, donne e bambini, alla Neda, alla Sakineh, alle due Simone. Bambini ammazzati, donne mutilate e decapitate. C’è voluta la statunitense Associated Press per far precipitare la macchina propagandistica nella voragine del grottesco. Della 18enne Zeinab Al Hosni s’era cercato di fare una nuova Neda (quella finta ammazzata nell’eversione della rivoluzione colorata in Iran)l. Il Campidoglio e altre vetrine umanitarie stavano già allestendo gigantografie della vittima da appendere sul muso dei dubbiosi, nelle articolesse delle ginocrate e sui vessilli Nato. La povera Zeinab, pasionaria della “rivoluzione”, “Fiore della Siria”, secondo le inconfutabili fonti di “attivisti” (sempre loro) e di Amnesty, era stata incarcerata a luglio da agenti della sicurezza di Damasco, poi brutalizzata, mutilata e, infine, le avevano tagliato la testa. Sua madre l’avrebbe riconosciuta nell’orbitorio e l’avrebbe trovata seviziata e decapitata. Infame operazione finalizzata a ricattare suo fratello oppositore. Pistola fumante, segno di una decimazione di famiglie di insorti da punire con le sevizie di qualche innocente ? Magari, non fosse che, mercoledì 5 ottobre, una furibonda Zeinab compare alla tv di Stato, nega tutto, si scaglia contro i media falsi e bugiardi e racconta che era fuggita di casa perché abusata dal fratello. Con tale Miriam Giannantina a Damasco, corrispondente del “manifesto” che, dall’inizio delle manifestazioni, percorre la palude di menzogne in cui sguazzava a Bengasi e a Misurata il collega Liberti, dello stesso quotidiano “comunista”. Come dubitare delle sue denunce degli orrori di regime appresi tutti esclusivamente da “attivisti”, “comitati dei diritti umani”, pensatori dell’opposizione?

Consiglio Nazionale Siriano a Istanbul

L’operazione “Fiore della Siria” dovrebbe mutarsi in gramigna, non fosse per la complicità o la dabbenaggine della maggioranza dei main stream media. Lo sputtanamento della pistola fumante non arriva che a pochi occhiuti in internet. La voce dell’altro non esiste.Tocca comunque rimediare, incalzare. E’ così pochi giorni fa, si spara a Mashaal Temmo e se ne ferisce gravemente il figlio. Assassino ignoto, ma bersaglio dall’alto valore aggiunto: moderato e pacifico critico del governo e portavoce di “Futuro Curdo”, organizzazione del milione della minoranza curda, e, soprattutto, inflessibile oppositore di ogni ingerenza straniera, politica o militare, nel processo di cambiamento. Aveva boicottato i vari congressi di fuorusciti siriani che, sotto gli occhi carezzevoli degli ambasciatori Usa e francese, inventavano in Turchia, finanziati da Qatar, Arabia Saudita e Usa, successivi “consigli nazionali”, in rissa tra di loro e con le forze all’interno, ma tutti ansiosi di essere riconosciuti dai futuri padroni coloniali come “governi provvisori”. Lo stesso copione del mescione di mercenari islamici, laici, liberisti, razzisti, rigurgitato a Bengasi e di cui assistiamo ora, a Tripoli, alla conta a fucilate. Le finalità sono le stesse dell’eliminazione di Hariri in Libano: addossare l’omicidio alle autorità siriane e, per sovrappiù, eliminare dalla scena un’imbarazzante uomo politico curdo disposto al dialogo, suscitando nel contempo la sollevazione della minoranza curda contro Damasco. Collaudata tattica della sedizione e della frantumazione etnica e religiosa. L’emittente guerrafondaia degli Emirati, Al Arabiya, pregusta il bottino pubblicando mappe di una Siria divisa in piccoli stati confessionali (altre mappe aeree, con indicati i siti militari e industriali in Siria da una manina misteriosa, ovviamente destinate ai comandi Nato, sono state fatte circolare in Internet). Siria come le schegge di bantustan palestinesi, fatte passare per Stato all’ONU dal quisling Abu Mazen. Non sembra funzionare: Omar Aussi, leader dell’Iniziativa Nazionale Curda in Siria, non ci mette niente a denunciare il complotto contro la Siria eseguito con mercenari armati.
Ma per meglio conoscere coloro cui l’Occidente assegna il lavoro del regime change nel proprio paese (vedi foto sopra), ecco qua qualche capobastone del Consiglio sbocciato all’ombra di Erdogan (“nemico” di Israele, ma anche nemico del nemico di Israele): Bassma Kodmani, fuoruscita in Francia, collegata alla Fondazione Ford, specialista del sostegno a insorti filoccidentali, di cui ha diretto il settore Medioriente e Nordafrica, consigliera per la cooperazione internazionale al Consiglio Nazionale Francese delle Ricerche, organizza progetti israelo-palestinesi; Mohamad Abu Ramadan, dell’Istituto Aspen (cupola del Finanzkapital), Gruppo per la Strategia Mediorientale (nel quale convivono politici e uomini d’affari Usa, israeliani e palestinesi), diretto da Kissinger e Madeleine Albright; Abdulbaset Seida, docente all’ Hudson Institute, l’ente che raccoglie l’estrema destra sionista neocon. Come si vede, gente che ai colonialisti sui blocchi di partenza offre le migliori garanzie per arrivare a tagliare il nastro. Tutta gente che per i siriani conta quanto per i napoletani la discarica di Chiaiano.
Già, i soliti mercenari armati che non glie la fanno perché hanno contro la stragrande maggioranza di una popolazione che non ne vuol sapere della globalizzazione alla Wall Street e di un regime atlantista che svenda il paese, rinunci al Golan e riconosca lo “Stato degli ebrei”, disperdendo nei consigli d’amministrazione della BP e della BCE la propria sovranità e, nel deserto, mezzo milione di profughi palestinesi e un milione di rifugiati iracheni. E allora, visto che ormai la favoletta dei “manifestanti non violenti”, tipo Primavera araba risulta assai stazzonata, ecco che si passa alle “diserzioni in massa dall’esercito”, si inalbera un generale siriano fellone e gaglioffo a Istanbul, Riad al Asaad (attento a non fare la fine dello sprovveduto generale libico Abdelfatah Yunis, fatto fuori dai Fratelli!) e si crea, contro l’ennesimo “mostro sanguinario”, Assad, la Free Syrian Army. Con un esercito “regolare” di liberazione al posto dell’ineffettuale soldataglia islamista, e con magari con il culo in un borgo di “Siria liberata”, ci si può far chiedere l’inesorabile intervento umanitario per salvare i civili sterminati dal Rais. Siamo a questo punto. E guardate che l’universo mondo rilancia la bufala di una “Syrian Free Army” costituita dalle migliaia di militari che avrebbero disertato, il che ne farebbe un esercito regolare, quello siriano “vero”, democratico, patriottico, facile da riconoscere e far riconoscere da ONU e Nato. Per poi rispondere, senza scrupoli legalitari, alla sua invocazione di “aiuti umanitari occidentali per salvare i civili dalle brutalità di Assad”. In effetti si tratta semplicemente del brigantaggio mercenario raccattato tra insoddisfatti integralisti o ultraliberist interni e tra i miliziani di pronto intervento dei Fratelli musulmani, salafiti, wahabiti, ascari della Nato e delle dittature plutocratiche del Golfo stanziati in Medio Oriente e dovunque la Cia collochi unità di Al Qaida. Mentre, secondo l’intelligence israeliana, al Quartier Generale della Nato si stanno allestendo piani per i primi passi militari in Siria e vi si inizia a riversare grandi quantità di armi con cui affrontare carri armati ed elicotteri, a Bruxelles e ad Ankara si lancia una campagna per assoldare migliaia di volontari islamisti da tutto il mondo musulmano. All’esercito turco il compito di fornirgli le basi e di addestrarli.
Russia e Cina, ammaestrati e spaventati dalla lezione che la loro ignavia gli ha inflitto in Libia, ora cancello spalancato sull’Africa con cui scambiavano a reciproco vantaggio, hanno posto il veto a una risoluzione del CdS Onu per nuove sanzioni con licenza di invadere, essendosi finalmente resi conto delle implicazioni geostrategiche e geopolitiche, sia della soppressione delle primavere arabe autentiche, come da tempo consolidate in Siria e Libia, sia della loro progressiva esclusione da un’area centrale per i loro investimenti, i loro rifornimenti energetici, l’equilibrio economico e militare planetario. Per noi, e oggettivamente, questa decisione assume anche un valore etico, la resistenza alla devastazione culturale, ambientale, umana; politico, massi gettati tra gli stivali in marcia dell’imperialismo; sociale, il rafforzamento di centri di resistenza ai predatori del Finanzkapital e del liberismo ultrà; “militare”, nel senso della sinergia con le forze popolari lapidotate, in rivolta contro questo Finanzkapital e le sue guerre interne ed esterne. Comunque, non facciamoci troppe illusioni. Come in precedenti occasioni, Jugoslavia e Iraq, la Francia in Libia, ai mazzieri Nato non gliene calerà molto del Consiglio di Sicurezza. Se non riusciranno, con modi vari, a trascinare Russia e Cina al voto, risponderanno con mezzi collaudati: qualche grossa provocazione dei Fratelli musulmani a Damasco o al Cairo, strage da attribuire ad Assad, un aereo civile sacrificabile, anzi, sacrificando come quello dei Navy Seals, prodi assassini di un Osama bin Laden defunto di diabete 10 anni prima, esploso per mano siriana, magari sopra Lockerbie (sono ripetitivi, mancano di immaginazione, ci voleva uno Steve Jobs, o un Kissinger). L’intervento umanitario avrà lo stesso consenso di centro-destra-sinistra che si ebbe grazie ai neonati strappati dagli iracheni dalle incubatrici del Kuwait, alla strage di civili fatta da Milosevic a Racak nel Kosovo,ai cecchini dell’Ira sui tetti della Domenica di Sangue a Derry, alla US Navy attaccata dai vietnamiti nel Golfo del Tonchino, ai polacchi che sparavano sul popolo di Hitler, a Pearl Harbour, alle stesse Torri Gemelle. Tutta roba, tranne la patacca di Hitler, fatta o manipolata in casa dai gemelli Cia-Mossad.

Ma chi è questa Siria su cui si apprestano a calare i barbari della “civiltà superiore”? Il cuore del Medioriente, l’elemento di contagio progressista verso i feudi reazionari della regione, la spina dorsale di una resistenza palestinese non corrotta dai ladroni dell’ANP, il retroterra strategico e politico del Libano (tutte aree già della Grande Siria, prima degli spezzettamenti coloniali). Decapitarla vorrebbe dire togliere all’Iran da distruggere il vallo di difesa meridionale, omogeneizzare un Mediterraneo Nato da un capo all’altro, avvalersi del 60% delle risorse energetiche mondiali, estromettere i rivali e futuri nemici russi e cinesi da un pezzo del loro raccordo anulare esterno. Ma la Siria è anche un paese bellissimo, con genti evolute, gentili, solidali e ospitali, ricco di patrimoni archeologici e culturali antichi di millenni, moderatamente benestante grazie a un’amministrazione pubblica dei beni strategici, petrolio, acqua, territorio e a una distribuzione della ricchezza che, se anche fosse minata da fenomeni di corruzione, sta a quella dei paesi vicini filoccidentali come un tappeto del Beluchistan sta a una stuoia di canapa.. Mantiene aspetti di autoritarismo nel quale, accanto al Baath laico e socialista, fondato dall’anticolonialista a forte influsso marxista, Michel Aflaq, liberamente scelto dalla maggioranza della popolazione (quella le cui manifestazioni Al Jazira trasforma in proteste contro il regime), sono tollerati partiti, come il comunista, o il nasseriano, che non contraddicano l’ideologia di fondo dell’antimperialismo, dell’antisionismo e di un’accettabile giustizia sociale. Giustizia sociale resa tanto più ardua dall’aver accettato e nutrito, accanto ai 450mila palestinesi (che ci si augura non assumino la posizione scellerata e opportunistica contro Gheddafi di quasi tutte le organizzazioni palestinesi dell’interno), oltre un milione di rifugiati dall’Iraq stuprato. E’. l’autoritarismo, imposto, come nell’Iraq di Saddam, da un assedio nemico che dura ininterrottamente dal giorno dell’indipendenza nazionale dalla Francia(1946) e, in escalation, da quando il Baath ha preso il potere nel 1963. Tentativi di strangolamento economico, aggressioni e furti di territorio israeliani, terrorismo israeliano contro installazioni industriali e omicidi mirati, proliferazione di agenti, spie, destabilizzatori “colorati”, demonizzazioni mediatiche, complotti eseguiti da rinnegati come il narcotrafficante Rifaat Assad, esiliato all’estero, o come Abdel Halim Khaddam, già vicepresidente, divenuto a Parigi, dove vive in una villa regalatagli da Hariri, una delle carte di ricambio del colonialismo. E’ il solito discorso, valido per Cuba, per l’Iraq di Saddam, per la Libia, per lo Zimbabwe, per tutti gli Stati nel mirino del predatore imperialista: meglio lasciare, in omaggio alle celebrate “libertà individuali”, che corpi tumorali manovrati da fuori si innestino nel corpo della società, o meglio guardarsene al fine di portare avanti un discorso che concorra al benessere e alla sovranità di tutto un popolo? Detto al netto della realtà assolutamente virtuale delle nostre “libertà individuali”, della nostra democrazia: meglio tirare su muri di Berlino.
Non sarà, l’assetto siriano, democratico nel senso di come abbiamo ereditato (e poi svuotato) la democrazia dalla rivoluzione francese, o degli Stati Uniti del Patriot Act, con il più alto numero di detenuti e di poveri del mondo avanzato, o dell’Italia di Bersanisconi e dei diktat della BCE. Ma è sicuramente più democratico di tutti i paesi della regione, a partire dalle satrapie del Golfo che tengono il loro popolo per personale di servizio, e più socialista, più antisionista, più antimperialista di tutta la Lega Araba. E’ più che sufficiente per schierarsi.


Il Wall Street Journal , organo della cupola criminale capitalfinanziaria bellica, prevede: “Il successo dei libici influenza la potenzialmente più importante ribellione in Siria… Già ci sono i segni che la Libia offre ispirazione ai ribelli che tentano di rovesciare Assad”. Le sanzioni inflitte alla Siria, unilateralmente o tramite istituzioni come l’ONU e la UE, lo tsunami in crescita della propaganda e delle bugie sono impressionantemente simili a ciò che prepararò l’assalto alla Libia e, prima, a Serbia, Afghanistan e Iraq. Ma il Wall Street Journal farebbe bene a guardarsi dall’incendio scoppiatogli sotto il culo e che sta bruciando ragioni capitalimperialiste un po’ dappertutto negli Usa e in Occidente. E Bruxelles e il Pentagono si dovrebbero chiedere fino a quando il sangue succhiato ai loro anemici sudditi per affogare nel sangue popoli riluttanti non farà apparire un’armata planetaria di zombie che, a forza di numeri e di pietre, sbaraglino i necrofori del dollaro, dell’euro e degli F16. L’idolatrato Steve Jobs, che ha sostituito i rapporti umani con l’atomizzazione sociale e i vuoti fisici, ha consigliato ai giovani “abbiate fame e siate dementi”. Non ha ancora raggiunto il successo totale. Siamo tutti zombie, non ci va la fame, i dementi siete voi e vogliamo mangiare carne imperialista. Viva la Siria!
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http://www.youtube.com/watch?v=UJ387MFKRyg
Video pericoloso:
In questo video ci sono degli slogan scanditi dai manifestanti di evidente sfondo confessionale nel quale traspare l’odio verso gli alawiti e richiami alla violenza. Si sentono slogano pro-sceicco Aroor1, noto sunnita anti Assad che ha incitato attraverso appelli e sermoni televisivi rilanciati anche in Siria, a «fare a pezzi, a tritare e a dare in pasto ai cani» la carne di tutti coloro che appaiono come sostenitori dell'attuale regime.
1
La traduzione degli slogan:
1.30: Homs (Bab Amr): Pacifica Pacifica fino allo sterminio degli alawiti
1.43: Homs: Parliamo apertamente , non vogliamo più vedere gli alawiti
1.59: Ma a chi sono fedeli queste persone? Ad un uomo solo….
2.05: Homs (al-Khalidiya) : Il popolo vuole Adnan al-Aroor
2.20: Idlib (Jabal Ez-Zawieh) : Aroor gioisci gioisci la nostra rivoluzione va al meglio
2.50: Jableh: Aroor , non preoccuparti, ti appoggiano uomini che bevono il sangue
3.03: Hama : Viva viva al-Arror, viva viva al-Qardawi
3.30: Homs (al-Khalidiya): Il popolo vuole Adnan al-Aroor
3.37: Hama: Dite agli Shabiha che gli uomini di Hama sono trucidatori
3.50: Daraa: Aroor gioisci, tutta la Daraa sarà in rivolta
http://www.youtube.com/watch?v=IudHehraL9k&feature=channel_video_title
Slogan contro i cristiani in una manifestazione a Homs, 11.09.2011.
0:43: La fede di Maometto è la gloria, la fede di Gesù è una puttanata
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UNA VITTIMA DELLA CIVILTA’ SUPERIORE
Troy Davis’ Last Words Before He Was Put To Death
By Bossip Staff
September 22, 2011 "Bossip" -- As he lay dying in a Georgia prison, Troy Davis had a few words to say to his alleged victim’s family.
Strapped to the lethal-injection gurney, Davis lifted his head and looked at the MacPhail family, and said, “The incident that night was not my fault, I did not have a gun. … I did not personally kill your son, father and brother. I am innocent.”
He then said for “those about to take my life, may God have mercy on your souls, may God bless your souls.”
When Davis addressed members of the MacPhail family who witnessed the execution, they said nothing, but did not look away.
SMH. While he remained hopeful that those protesting on his behalf yesterday might be successful in convincing the state of Georgia to spare his life, Troy Davis revealed to his supporters that he had made peace with his fate.
Troy’s final letter to his supporters.
To All:
I want to thank all of you for your efforts and dedication to Human Rights and Human Kindness, in the past year I have experienced such emotion, joy, sadness and never ending faith. It is because of all of you that I am alive today, as I look at my sister Martina I am marveled by the love she has for me and of course I worry about her and her health, but as she tells me she is the eldest and she will not back down from this fight to save my life and prove to the world that I am innocent of this terrible crime.
As I look at my mail from across the globe, from places I have never ever dreamed I would know about and people speaking languages and expressing cultures and religions I could only hope to one day see first hand. I am humbled by the emotion that fills my heart with overwhelming, overflowing Joy. I can’t even explain the insurgence of emotion I feel when I try to express the strength I draw from you all, it compounds my faith and it shows me yet again that this is not a case about the death penalty, this is not a case about Troy Davis, this is a case about Justice and the Human Spirit to see Justice prevail.
I cannot answer all of your letters but I do read them all, I cannot see you all but I can imagine your faces, I cannot hear you speak but your letters take me to the far reaches of the world, I cannot touch you physically but I feel your warmth everyday I exist.
So Thank you and remember I am in a place where execution can only destroy your physical form but because of my faith in God, my family and all of you I have been spiritually free for some time and no matter what happens in the days, weeks to come, this Movement to end the death penalty, to seek true justice, to expose a system that fails to protect the innocent must be accelerated. There are so many more Troy Davis’. This fight to end the death penalty is not won or lost through me but through our strength to move forward and save every innocent person in captivity around the globe. We need to dismantle this Unjust system city by city, state by state and country by country.
I can’t wait to Stand with you, no matter if that is in physical or spiritual form, I will one day be announcing,
“I AM TROY DAVIS, and I AM FREE!”
Never Stop Fighting for Justice and We will Win!
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PER I VIVENTI
A chi si ribella
– A chi sa che fra un po' dentro la scatola dei diritti non ci sarà più niente,
– a chi paga tasse che non bastano mai, perché gli evasori sono troppi e se
la ridono,
– a chi è salito sui tetti, perché per terra non lo cagava più nessuno,
– a chi si oppone ai marchionni, casual di fuori e gerarchi dentro, che
pretendono servi muti e striscianti,
– a chi non vuole più altre "grandi opere" perché gli bastano quelle già
fatte: grandi solo di corruzione, scempio e debiti che lasciano a chi
verrà,
– a chi ha osato alzare la testa contro una dirigenza arrogante protetta da
divise e lacrimogeni,
– a chi pretende un orizzonte certo e invece la Gelmini gli propone solo
un precariato surrogato,
– a chi è stanco di raccogliere pomodori al prezzo degli schiavi,
– a chi vuol smettere di stare in dieci in una casa per due,
– a chi non sopporta più di aver paura di camorristi, polizia e ronde, a chi
inoltre è anche donna e quindi per lei tutto è anche peggio,
– a chi non accetta di far carriera come ruffiano o troia, o le due insieme
che è ancora meglio,
– a chi è incazzato perché ogni giorno gli rubano un po' di vita e quindi,
volendo, dovrebbe poter capire noi: quelli a cui negano tutto.
Con la complicità passiva di una massa narcotizzata dalla TV e che non
ammette di trovarsi già con un piede nel mattatoio dei vinti, vi state
avvicinando alla nostra normale condizione di vita.
Il secondino ogni giorno vi accorcia la catena, riducendo la lunghezza
che aveva ieri.
Di questo siamo esperti: a noi i diritti li hanno negati migliaia di anni fa
e non ce li hanno mai più restituiti.
Da allora, complici le religioni, ripetono che non li abbiamo mai avuti,
che siamo a completa disposizione del genere umano.
Da allora viviamo sopraffatti, bastonati dai ricchi e dai poveri, dai
generali e dai soldati. Rappresentiamo l'allenamento umano alla
repressione, la forma primitiva di sfruttamento resa poi "normale" da secoli
di ripetizione.
Per migliaia di anni l'uomo ci ha massacrato per farsi la guerra, ci ha
frustato affinché trainassimo il suo progresso fasullo e ora continua a
pagare il conto ammazzandoci.
Mentre giustamente urlate contro chi recinta il vostro futuro col filo
spinato, pensate ai miliardi di noi, bestie internate, che urlano e nessuno le
vuol sentire. Allo sfruttamento assoluto dei più deboli di tutti.
Non dimenticatevi dei senza tutto, senza voce, senza sindacati, senza
bandiere, fecondati a forza, costretti a nascere, a crescere orfani, castrati,
sbeccati, ingabbiati, munti, spiumati, incatenati, venduti ed infine spellati e
fatti a pezzi.
Per voi la prigione arriva dopo un processo, magari un processo che fa
schifo, ma per noi l'ergastolo arriva subito, senza appello, appena nati.
Per voi la pena di morte non c'è, nemmeno per chi brucia operai o fotte
bambini e poi li sotterra: per noi esiste in tutti i paesi, anche nei più
civili.
Per voi l'aspettativa di vita è tale da mettere in discussione le pensioni:
per noi la vita normalmente è ridotta a un decimo e per come ci trattano
gli allevatori è meglio così.
Su di voi le terapie si accaniscono anche quando siete ridotti a larve: a
noi ci ammazzano giovanissimi e in piena salute.
Per voi lavorare può essere anche pericoloso: per noi è sempre fatale.
Per voi le morti sul lavoro sono una vergognosa percentuale che deve
essere ridotta: a noi ci ammazzano tutti: per noi il lavoro è morire.
Quando urlate a chi vi rinchiude o vi bastona "non siamo animali, non
potete trattarci così" implicitamente ammettete che possano farlo a noi,
consci che sfruttamento e prigione sono esercizi esclusivamente umani.
Nessuna bestia pianifica la nascita, la reclusione e la morte di un'altra
specie.
E tutto ciò avviene non per questione di vita o di morte, di chi ci mangia
o ci strappa la pelliccia, ma per il lucro cospicuo di chi alleva e commercia,
e per il gusto o la vanità di chi compra. E, paradossalmente, tutto avviene
anche col contributo di quegli oppressi che, preoccupati esclusivamente
della propria difesa, contestano gli oppressori continuando, tranquilli e con
cieca incoerenza, a divorare altri oppressi ridotti in polpette. Siamo
condannati a morte per il disinteresse globale di padroni e servi e per
soddisfare lucro e palato. E per ingrassare l'attitudine al non pensare.
Forse non ve ne rendete conto, ma noi, da sempre, vi siamo molto vicini.
Se aprite il vostro frigorifero noi siamo lì, nell'unico posto in cui troviamo
pace.
(Testo di Walter Giordano)
C'è anche un intervento di Mussa Ibrahim, portavoce di Gheddafi
Basta scoprire fino a che punto la gente è disposta a sottomettersi e si è trovato la precisa misura di quanta ingiustizia e di quanti abusi gli si potrà imporre. E questi rimarranno fino a quando non vi si resista, o con parole, o con colpi, o con entrambi. I limiti dei tiranni sono definiti dalla sopportazione degli oppressi. (Frederick Douglass, schiavo fuggito. scrittore, giornalista, 1818-1895)
Dopo i recenti “ratti, bisce e aquile”, rondini. I volatili ci indicano la via.
I classici e romantici tedeschi, a cominciare da Goethe, facevano il Grand Tour in Italia. Viaggio di iniziazione alle origini della civiltà classica (alla larga dal Vaticano) che, da allora, improntò per due secoli lo Zeitgeist germanico e anche europeo. Riportarono indietro una visione del mondo e dell’uomo che avrebbe voluto contrastare, almeno riequilibrare, il furore produttivistico e mercificatore e l’ossessione tecnologica del nascente capitalismo, gli eccessi positivistici e deterministi che allora prendevano l’avvio devastando e costruendo. Con la sintesi di due concezioni diverse di civiltà e umanità e con il suo superamento, trattone il meglio, fa un enorme balzo in avanti Carl Marx, sulla scia dei Kant, Hegel, Feuerbach. Allora anche noi trovammo ispirazione in Socrate, nei tribuni della plebe, in Spartaco, Dante, Giordano Bruno. E furono Garibaldi, Mazzini e il Risorgimento. E poi Gramsci. Da lì siamo arrivati a Bersani e Vendola. Noi, quelli del nostro Grand Tour in Italia, quando si cercava l’abbrivio per cambiare il mondo.

Ho colto un’occasione, regalatami da Gheddafi e dal mio popolo libico, per fare il viaggio all’incontrario, il Grand Tour in Deutschland. Tre presentazioni-dibattito del docufilm “Maledetta Primavera” in altrettante città tedesche, anche fortunatamente dell’Est, già rispettabilissima e diffamatissima DDR. Ne seguiranno a ottobre altre otto. Merito di tedeschi che la sanno e la fanno spesso più lunga degli equivalenti italiani. La mia frequentazione è antica. Durante la guerra (non la prima, la seconda), con madre e sorella, fummo confinati in una piccola cittadina bavarese sul Meno e ci feci le medie inferiori e ci dovetti fare lo Hitlerjugend, cosa che aveva il vantaggio di tirarmi fuori dall’esclusione dell’italiano traditore “badogliano” e di farmi inoltrare, a forza di escursioni, nell’immensa, antica, silvestre, magica, natura tedesca. Quella gente, i compaesani, ci tennero in vita, condividendo quel poco che gli restava durante la Grande Fame 1944-45 e le grandi bombe alleate, con le mitragliatici che dal cielo miravano a noi che uscivamo da scuola. Gli stragisti di allora li ho visti ripetersi cento volte, fino a Tripoli. Tra le gioie di quell’infanzia vispa e movimentata c’era l’incontro con il primo bassotto, Lumpi. Avete visto la serie cinematografica “Heimat”? Era così. Ci sono tornato tante volte, per tutta la vita, ci ho studiato Germanistica con – e me ne vanto – Thomas Mann, ci vado in vacanza a ritrovare i Fratelli Grimm: tutta la Germania è percorribile da nord a sud e da est a ovest, senza mai uscire dai boschi, pensate un po’. E vi trovo sempre, al di là dell’assetto politico, al di là delle mazzate che lì vengono inferte alle classi subalterne, un gradino più alto di civiltà. Di convivenza civile. Se civiltà è rispetto. Per e tra gli umani, gli animali e i loro habitat.
Forse per questo, forse per affettività passate, forse perché non contaminato dallo stereotipo in cui si usa “tedeschi” per “nazista” e in ogni film di guerra i tedeschi non parlano, ma abbaiano, ci sono sempre rimasto male quando, da decenni, i compagni tengono nazista per sinonimo di tedesco. Vorrei vedere questi altezzosi compagni se lo facessero a noi. Ne so qualcosa da quando, dopo l’8 settembre, i ragazzetti tedeschi mi davano la caccia urlandomi “Badoglio!”, o da quando, al liceo in Italia, i compagni sfottevano il mio accento tedesco, acquisito in quegli anni, dandomi del “Mankesten” (che non significa nulla, ma suona da colonello delle SS).

Scusate l’excursus autobiografico, mi sono lasciato trasportare dai sentimenti. Dove eravamo ? Al Grand Tour in Deutschland. Dove, essendoci un’antica cultura ecologica (niente a che fare con quei puzzoni di “Verdi”, sconci fasulloni neoliberisti e guerrafondai), ci sono pale eoliche, su immense distese di prati e foreste, che non turbano affatto il mio senso estetico, anzi, e poi sono certo più belle e utili delle centrali elettriche, atomiche, petrolifere. Sembrano oche selvatiche in volo. Il bello è che non turbano per niente neanche le rondini che, essendo intelligenti, uno, hanno imparato a evitarle e, due, preferiscono da sempre frequentare tetti, grondaie, granai e persone. E se in Italia è ormai difficile trovare un solo passero solitario che d’in su la vetta della torre antica cantando (cose giuste e vere) va finché non muore il giorno, sulla terra di Hoelderlin e Brecht, insistono a volare stormi di rondini. Una rondine non farà primavera, ma tante così fanno un bel cielo di Germania. Come è noto, queste saettanti creature comunitarie divorano insetti e puliscono il cielo, cosa che noi ora ci hanno ridotto a fare con chimica tossica. Su insetti che pungono e fanno bolle nel cervello si sono avventate le rondini che mi hanno invitato a raccontare, con immagini e parole trovate in Libia, una storia che nei loro alti e rapinosi voli avevano già saputo intravvedere.

Nella Germania del “culone berlusconianamente inchiavabile”, di Bundesbank e BCE, dello stupro della DDR e delle sue diffuse garanzie sociali, dei partiti tutti uniformemente atlantici, delle associazioni para-Bundesnachrichtendienst (il servizio segreto alemanno-atlantico) che pannellianamente lavorano ai fianchi, col terrorismo strisciante, Stati e popoli disobbedienti, c’è più resistenza e lucidità e coraggio, mi pare, che nel paese che vantava il “più grande partito comunista dell’Occidente”. Non che quella Germania dei gerarchi nazisti riabilitati in Stato e Intelligence non si sia data da fare. In coincidenza, magari fortuita, con il mio Grand Tour su arabi e loro carnefici, a Berlino, due arabi, un palestinese e un libanese, studenti di medicina, entrambi cittadini tedeschi e da decenni nel paese, sono stati arrestati e buttati in carcere con l’accusa di programmare attentati terroristici. Se ne è parlato fino a quando il tour, ripreso da stampa e tv, non è finito. Poi la storia è svaporata. Si basava su bicarbonato e lisciva trovati nelle abitazioni: “sostanze atte a costruire ordigni esplosiivi”. Intanto, la Merkel ne ha approfittato per rilanciare un drammatico appello alla “vigilanza contro il terrorismo”. Altro giro di vite per spremerci il costo della “crisi”. Infame e patetico, e noi, qui, ne sappiamo qualcosa.
Come sappiamo qualcosa dei piani di sterilizzazione e repressione per internet. Tutto il tam tam, che ha poi fatto scaturire alle iniziative centinaia di persone, era ovviamente stato fatto dai miei ospitanti via internet, face book, twitter e altre diavolerie. Che quando scatenano rivoluzioni colorate da Ahmadinejad o Lukashenko, in Venezuela o Libano, vanno benissimo. Quando convocano a muoversi contro la Nato e per i popoli aggrediti, vanno malissimo. Così, anche in Deutschland, l’equipollente del matamoros Maroni ha convocato Facebook per intimargli di farla finita con l’autoregolamentazione e di farsi dettare dalla legge misure di eliminazione e punizione degli intemperanti di rete. A Pfaffenhofen (Monaco) un comitato di amici della Serbia, a Karlsruhe (Baden Wuerttemberg) e a Dresda un gruppo di antimperialisti e anticlericali riuniti intorno a una casa editrice eterodossa, hanno messo in piedi tre eventi con il docufilm che levati! Nelle future Berlino, Monaco, Augusta, Norimberga, Heidelberg, Francoforte e Colonia, saranno associazioni e comitati locali a organizzare la presentazione di “Verfluchter Fruehling” (Maledetta Primavera).

In nessuna delle occasioni già passate c’erano meno di cento persone, a Dresda 220. E, pensate, paganti! Tre euro e mezzo. Non a me, ovviamente, al cinema o al teatro che ci ospitava. Ceteris paribus, in Germania, come anticonformismo e antimperialismo senza se e senza ma, senza spappagallata degli anatemi Nato contro “regimi” da abbattere, stanno meglio di noi.
Dresda. Io, da piccolo, una Dresda minore l’ho vissuto in diretta. Dalla finestra dell’albergo a Magonza (mia madre non ci voleva nei rifugi) ho visto uccellacci di ferro a centinaia sganciare ordigni di fuoco che radessero al suolo una città storica, preziosa all’umanità. Come nella Dresda delle 200mila vittime di Churchill, a Wehrmacht disfatta e assente. Come lì, una grigia distesa di scheletri di mattoni e cemento con, nel vuoto, le ceneri dei civili incendiati. Camminando poi, tra polveri e fiamme, mi ricordo cavalli squarciati al lato della strada. Dresda, massimo gioiello barocco e neoclassico d’Europa, l’hanno ricostruita perfetta, un po’ la DDR, un po’ la BRD. Allora ai sassoni di Dresda ho ricordato Widukind, re dei sassoni. Fu l’ultimo ridotto pagano, dopo una resistenza disperata e una strage di sassoni passata alla storia, a essere sottomesso al sanguinario imperialismo cristiano di San Carlo Magno. Ne lessi un libro da bambino,”Widukind der Sachsenkoenig”, e ne fui tanto impressionato come, dopo, solo dal Diario del Che Guevara.
Non che nei miei incontri italiani, o in rete, non siano spuntate voci sapienti e libere, senza peraltro alle spalle niente di organizzato. Ma alla verità “altra” su primavere e non-primavere, su Siria, Libia, Gheddafi e i “giovani rivoluzionari” di Rossanda-Liberti-MInzolini, il nostro pubblico risponde perlopiù con perplessità, curiosità, disponibilità, a volte con adesione liberatrice. Segno che la “grigia massa”, si è fatta guardinga grazie ai precedenti (Milosevic, Saddam, Fidel, Chavez satanizzati, bufale scoppiate), sfiduciata nei confronti dei rintronati, o collusi epigoni della sinistra, e ha saputo coltivare la pianta medicinale del dubbio. E non è poco. Ma tra quei partecipanti tedeschi è sgorgata a ripetizione, in decine di interventi nel dibattito, la già acquisita indipendenza dello spirito e, quindi, la sua lucidità. Che preparazione, ragazzi! Da lasciarmi a volte spiazzato. Chi portava la mole di informazioni corretta, sagacemente reperita in internet, chi traeva paralleli tra la colonizzazione della Germania Est e quella della Libia, dell’Europa e dell’Africa, chi andava a rovistare con competenza nel covo di quelle poche decine di “famiglie” finanziarie che, agitando burattini politici in lotta contro la “crisi”, governano i trasferimenti di ricchezza da classi e popoli, dal 99% dell’umanità, alla cima della piramide da loro occupata. Chi, nei gradoni a scendere della piramide, individuava crepe da far tremare l’intera costruzione, crepe da allargare e come allargarle fino a farne rivoluzione. Uniti, noi derelitti della metropoli benestante, e loro, genocidati di tutti i Sud, nella stessa barca, anzi, trincea. Si chiama internazionalismo, è il piede di porco per lo scardinamento del sistema. Noi lo praticavamo al tempo dell’Abissinia, della Spagna, dell’Algeria e del Vietnam. Poi vennero Berlinguer e Bertinotti. Ma, a loro grande dispetto, anche Lotta Continua, con la nostra battaglia comune con vietcong, palestinesi, irlandesi, portoghesi, cileni, che fu strozzata nella culla dalla madre infanticida.

Scontri per il G8 a Rostok
Quando facciamo i grilli parlanti dalla parete scalcinata, ché ci arrivi un martello tedesco. Magari non addosso, vicino, da darci la sveglia. Che ne sappiamo di quelli? Abbiamo mai appreso che un milione di tedeschi, tra comunisti, socialisti, antifascisti, sono periti nella resistenza al nazionalsocialismo? Ci siamo mai cercati, visti, confrontati? Forse ne potremmo trarre giovamento.
Sarò più preciso dopo la seconda tappa del Grand Tour in Germania.
Passiamo alle notizie.
Smascherato dal contrastato lavorìo di informatori non assoldati, ad Al Jazira (Al Jazeera per gli anglofoni) è successo il patatrac. La rete all news del satrapo del Qatar, custode della Quinta Flotta Usa, quella che, universalmente copiata, ci aveva taroccato storia su storia, immagine su immagine, dell’aggressione Nato-mercenari alla Libia; quella che aveva regalato un canale alla marmaglia dei golpisti e li aveva riforniti di carburante, armi, soldi e truppe speciali; quella che contava così di acchiappare un po’ di greggio light libico, magari da un neoinsediato collega monarca, figlio del famigerato tiranno londraprono Idris; sì, quella che ha precipitata nel girone della Giudecca l’informazione mondiale. Svergognata nel suo massimo dirigente per le fantastiche costruzioni di inganni e frodi e calunnie erette durante la guerra alla Libia, deontologicamente è finita al livello delle emittenti con fattucchiere e sbrindellate sciacquette al telefono erotico. Waddah Khanfar, direttore generale e capobastone delle mazzate mediatiche, ha dovuto dimettersi. Subito, al Khalifa, il signorotto proprietario dello Stato su concessione USA, ha rimediato. Ha chiuso l’ufficio del Cairo e ha cacciato il suo direttore, Aiman Jaballah, perché trovati troppo empaticamente coinvolti nella rivoluzione egiziana. La Clinton ha annunciato un affettuoso téte à téte con questo suo campione di democrazia. Si celebrerà il completamento della metempsicosi della celebrata rete all news qatariota: Haim Saba, imprenditore israeliano negli Stati Uniti sta acquistando dal sovrano, vassallo degli Usa e sicario dei sauditi, il 50% dell’emittente. Finalmente avremo la fusione, anche mediatica, tra fantocci reazionari arabi e nazisionisti. Se i palestinesi chiedono lo Stato, quelli si preparano a fargli la relativa festa.
In Libia siamo al settimo mese del “regime crollato”, del “Gheddafi fuggito”, e anche dell’incapacità di costringere alla resa il popolo libico, vuoi radendone al suolo città e abitanti (350 vittime in un attacco della RAF a 32 obiettivi “militari” a Sirte, gas e missili all’uranio su Beni Walid) con la potenza dei 27 paesi più armati del mondo, vuoi spingendo affannosamente in avanti le bande di lanzichenecchi cagasotto. Buoni solo, come gli israeliani, a infierire sadicamente e necrofilisticamente, su soggetti inermi, è dal 22 agosto che se la devono dare a gambe, uggiolando “Nato, Nato!”, davanti alle offensive della Resistenza. Dunque, visto che la bulimìa di menzogne ha finito con lo spappolare le viscere del suo ingordo principale, visto che satelliti spia fanno delle marionette del CNT i padroni malfermi su frammenti di territorio politicamente sismico e che il 75% del paese sta sotto i lealisti, visto che Gheddafi non lo acchiappano per metterlo nel solito buco, scavato dopo la cattura di Saddam in uno scontro a fuoco, ecco che, mentre si proclama la vittoria, si va per altri tre mesi di “no-fly-zone” Onu e di terrorismo Nato-mercenari. Pare l’Iraq, l’Afghanistan, pare Bush che sbarca sulla portaerei, carnevalato da pilota, per annunciare “mission acomplished”, per poi prenderle nel culo, o farle prenderle ai paesi alleati, per anni a seguire.

Ma saliamo sulla giostra e facciamo un giro d’orizzonte su quello che stanno combinando qua e là primavere vere, primavere false e gli esportatori di democrazia e diritti umani. Notizie che non vi danno.
- I liberatori della Libia, dopo aver maciullato neri e fette di popolo libico, ora indirizzano le loro cure alle decine di migliaia di famiglie fuggite dagli orrori dei mercenari da Bengasi, Misurata, e altre città. Gli è stato intimato di non tornare. Se ci provano, incappano in posti di blocco con la bandiera di Idris che li sequestrano e gli assicurano il trattamento cui erano sfuggiti. Questo nel nome della “pacificazione senza vendette” perorata dall’ONU e blaterata dal CNT.
- Sebha, Sirte, Kufra, Beni Walid, e tutto il territorio di Tripolitania e Fezzan, sotto bombardamento continuo della Nato, resistono e ricacciano indietro i ratti. Hanno catturato 17 teste di cuoio Nato francesi e britanniche. Secondo il mercenariato Nato, Sebha e Jufra sarebbero state però parzialmente prese. Per i crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati e in corso, guerra d’aggressione, sterminio di civili, infanticidio, armi proibite, Sarkozy è stato denunciato ai tribunali francesi e alla Corte Penale Internazionale, dove l’accusa sarà sostenuta da Roland Dumas, ex-ministro degli esteri. Di Obama alcuni congressisti hanno chiesto l’impeachment per lo stesso motivo. C’è qualche magistrato o avvocato in Italia che voglia occuparsi di Napolitano?
- Le primavere vere e non domate sono oggetto di attacchi combinati, con armi da fuoco, di Usa-sauditi in Bahrein e Yemen. Ma la protesta di masse inermi continua da otto mesi in entrambi i paesi, al costo di centinaia di assassinati dalla repressione. A Sanaa, una manifestazione di centinaia di migliaia contro il regime post-Ali Saleh, rafforzata da truppe passate alla rivolta, è stata attaccata a fucilate con 70 vittime nel fine settimana. In Yemen sono entrati in azione truppe speciali saudite e droni statunitensi. Ban KI-Moon, e neppure i marciatori di Assisi, hanno chiesto un intervento contro i despoti in difesa della popolazione civile. Droni Usa continuano a bombardare in Somalia aree controllate dai patrioti Shebaab e affette da carestia. 17 partigiani uccisi nel weekend insieme al solito numero imprecisato di civili (stavano morendo di fame, qui l’eutanasia è accetta)
- .Il Ministero dell’Offesa tedesco ha inviato in Libia diverse unità di paracadutisti allenati per operazioni speciali “undercover”. Dopo aver evacuato a Creta da Al Nafura alcuni cittadini europei, i parà sono tornati in Libia. Secondo i servizi israeliani, dalla nave britannica “Cumberland”, sono sbarcati a Bengasi militari francesi, britannici e statunitensi, avanguardia di uno sbarco di forze militari cui pare associato l’Egitto dei generali. Segno di quanto la Libia sia stata “liberata” di gheddafiani. Ma segno anche della forza della promessa di ONU e di tutti i capobastone Nato, quando spergiuravano: No boots on the ground, mai militari Nato in Libia.
- Una delegazione di parlamentari russi in Siria ha denunciato il reclutamento da parte della Nato di jihadisti Al Qaida stranieri, utilizzati nel golpismo armato contro Damasco. Hanno dichiarato di avere informazioni secondo cui il quartier generale Nato a Bruxelles e l’Alto Comando Turco stanno completando piani per un intervento armato in Siria, qualora i mercenari non ottenessero da soli il rovesciamento del governo. Questo provocherebbe il coinvolgimento di Israele, del Libano e perfino dell’Iran. Nel frattempo, padrini del Gande Medio Oriente lasciano il lavoro agli appena formalmente e pubblicamente costituiti “battaglioni armati” degli insorti. Armati come lo erano i mercenari e infiltrati fin dal primo giorno. Alla faccia di quel CNT siriano, copia del bengasiano, costituito a Istanbul nella doppiogiochista-Nato Turchia, che assicurava ai quattro venti: "Opposizione sempre non violenta, nessun intervento di potenze straniere". Divisione del lavoro.

Massacri democratici a Tripoli
- I 50mila morti, poi scesi a 30mila, imputati a Gheddafi dal fellone Jibril, si stanno traducendo nei dati meno grotteschi, ma più barbaricamente veritieri, degli ospedali e obitori libici. Né le autorità mercenarie insediate a Tripoli, né le famigerate Ong della “democratizzazione”, forniscono dati documentati. Da quegli istituti statali, invece, esce la cifra di circa duemila morti civili individuati. Quanto alle fosse comuni che, nel classico stereotipo delle demonizzazioni imperialiste, dilagherebbero, in nessuna si sono trovati più corpi di quanti ne conti una mano, mentre la Croce Rossa, per quanto inaffidabile, riferisce di almeno mille uccisi, tra cui molti migranti, di 125 civili morti trovati in 13 siti sulle montagne di Nafusa, desertificate dagli ascari berberi (ascar,i come lo sono dei francesi in Algeria) e di 53 abbandonati in un hangar all’aeroporto di Tripoli dopo la presa. Un patologo forense, calcolate le vittime in tutto il paese denunciate dai congiunti in area gheddafiana, parla di 20mila vittime tra uccisi e scomparsi. Vedrete che alla fine, come i due milioni di iracheni, saranno un po’ di più. I millantatori Cia-Mossad di Human Rights Watch, intimiditi dalle smentite alle loro farneticazioni, trattengono la valutazione sul numero delle vittime, ma insistono ad inventare desaparecidos trattenuti da Gheddafi e 30mila prigionieri “politici” irreperibili. E’ per questo che li paga George Soros.
- Da Beni Walid esce un appello alla Croce Rossa Internazionale, alla Croce Rossa larussiana italiana, alla Croce Rossa svizzera, per un intervento immediato contro l’assedio genocida delle città libiche libere, che consenta la sopravvivenza di bambini e donne con aiuti umanitari. Alla maniera di Gengis Khan e di Goffredo da Buglione, i necrofori hanno avvelenato o tagliato l’acqua, contaminato l’ambiente con armi chimiche, bloccato rifornimenti di cibo e medicinali. Salvare i civili.
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Flavio Lotti e Luisa Morgantini: USraele e la Nato ringraziano
Sull’ipocrisia dei pacifinti, che oggi strombazzano la loro onanistica Marcia della Pace al sommo della violenza sociocida e genocida esercitata contro genti e Stati, dando una mano con il disarmo unilaterale della non-violenza, questo manifesto colpisce nel segno. Hanno gettato la Palestina in un tritacarne e il macinato che ne è uscito chiede di essere riconosciuto come pseudostato dall’Onu. Alla festante compagnia di giro che inneggia alla soluzione della questione palestinese, si sono aggiunti i fiancheggiatori principi del pacifismo e della non-violenza, Tavola della pace e Morgantini. Date un’occhiata alla mappa della Palestina, qua sotto, dalla prima erosione del 1948, in violazione di un’ONU che non glie ne è mai fregato niente dell’inosservanza delle sue risoluzioni quando a favore di USraele e poi Nato, passate all’ultima parte, quella attuale, e voglio vedere chi ha il coraggio di dire che quella roba lì può diventare ciò che comunemente si definisce Stato.
Si sono innestati due tumori nel corpo di chi si oppone alla guerra e rivendica giustizia. Dove pensate che si manifestino? Ovviamente dove possono creare più metastasi, negli organi suppostamente di sinistra, tipo “manifesto” e Tg3. Lì troviamo Flavio Lotti, Tavola della Pace, organizzatore, alla faccia del povero Capitini, dell’imminente 14ma operazione collateralista mimetizzata da “Marcia della Pace Perugia-Assisi”. Alle nebbie tossiche di questo Flavio Lotti, caro, ovviamente, alle centrali della mistificazione, il benevolo “manifesto” concede la prima pagina, più due colonne intere, per sciorinare una serie di edificanti blà-blà su globalizzazione, sui rimpianti di un’ ONU illuminata (vista solo da lui, mai dai vietnamiti, iracheni, palestinesi, libici, serbi, costadavoriani, cubani, honduregni, quasi tutti i popoli del mondo), sull’acqua calda di povertà, diseguaglianze, società civile e scontatezze varie. Non ne manca una. In compenso queste lacrimevoli geremiadi sono ampiamente bilanciate da leccatine a un FMI “che ha moderato la sua ortodossia liberista” (ne sanno qualcosa i greci col “vendesi” sul Partenone), allo stesso FMI del falco Lagarde, subentrata alla “colomba” StraussKahn in virtù di quella “moderazione”, nonché per UE e Merkel, macellai di Europa e dintorni, per aver finalmente “ammesso la fattibilità della Tobin Tax”, cioè di quel quaquaraquacchio che al deposito di Paperone farebbe pagare un affitto equivalente a una cuccia per cani. Nell’articolessa sul “manifesto” non ci si perita di accennare al sangue che ci cola addosso da tutte le parti. Se ne avrebbero a male Rossanda, Stefano Liberti, Marina Forti e tutta la lobby USraeliana. Nel documento per quella pippa della marcia, invece, sì, che ci si inalbera leoninamente contro i criminali di guerra: tre parole che genericamente appellano contro le guerre, ma ovviamente anche “contro la violenza” (così Obama e La Russa si placano), che dice tutto e niente, ma punta l’arma su chi osa difendersi. Si ripete il biasimo al “commercio delle armi” e si perora la “fine della guerra in Libia, in Afghanistan”.

Vigliacco, se da questo campione del disarmo unilaterale fosse uscita una parola sull’aggressione, sistematica, strategica, genocida, delle potenze colonial-imperialiste, sul loro connubio nazistoide con i satrapi arabi, che tengono i propri popoli in catene nelle segrete, vigliacco se avesse fatto un solo nome degli assassini di massa, vigliacco se si fosse fatto vedere anche solo alla finestra durante la mattanza libica, magari agitando il ditino all’indirizzo dei più orrendi criminali di guerra di tutti i tempi. Sulla popolazione libica, recalcitrante a un destino da Iraq, o Palestina, o repubblica delle banane centroamericana, in difesa della più alta civiltà sociale e culturale di tutta l’Africa e della sua funzionante democrazia partecipativa, si sono abbattute 30mila incursioni e si è scatenata la barbarie di zombie assoldati. Dov’erano i pacifisti, dov’era Flavio Lotti? Piuttosto che pronunciare una condanna sullo sterminio di persone e cose, si sarebbero mangiati il loro passi per il Circolo della Caccia. Quello della caccia alla verità e alla giustizia. E in corso una spaventosa macelleria di gente innocente e di eroici resistenti in Libia. Sirte, Sebha, Beni Walid, Kufra, sono già altrettante Falluja. E cosa rigurgita il lepido gargarozzo di questi amici del giaguaro? Un unico attacco netto: quello alla Siria che, contro le locuste Nato del regime change e il suo personale di servizio alqaidista, oppone sacrosanta resistenza, insieme a proprio quelle riforme chieste dai rivoltosi (e sistematicamente respinte e, pour cause, visto che, quelli, altro che democrazia ed elezioni vogliono, piuttosto emirati, sharìa e privatizzazioni). Ci potrebbe essere migliore servitorame sionista-atlantico? Sconci difensori dei diritti umani ma sordi a quelli violati, ipocriti sudditi di dittatoriali “democrazie” che fustigano i “dittatori” di paesi altri, storie altre, culture altre, paesi che tutti stavano infinitamente meglio prima di essere divorati dalla civiltà occidentale.
Della stessa risma è questa ingombrante, in tutti i sensi, Luisa Morgantini, monarca assoluto da cent’anni dell’Associazione per la Pace (anche Assopace). Arena privilegiata, ahiloro!, delle sue intemerate nonviolente è, per sua sfiga, la Palestina. Sono anni che allestisce innocue e caduche marcette della pace di moderati israeliani e qualche boccalone palestinese. In Occidente la adorano per questo. L’hanno fatta addirittura europarlamentare per la sua bella espressione di disgusto quando, davanti alle intifade, volta il faccione dall’altra parte. Sotto la firma di Associazione per la Pace, sul solito “manifesto” Eni-supportato, si mena il can per l’aia e la gente per il naso vaticinando che il riconoscimentello Onu della Palestina sancirebbe “la legittimazione globale delle realizzazioni dei diritti e aspirazioni del popolo palestinese”. Bum! E ancora: “Potrebbe rappresentare un passo avanti importante che mette la comunità internazionale di fronte alle proprie responsabilità e dà forza al popolo palestinese”. Questa signora viaggia da decenni sottobraccio al peggio del peggio del disfattismo, della moderazione, della resa, della nonviolenza dunque, palestinese, fino a non aver mai uggiolato una parolina su Abu Mazen e la sua complicità politico-economico-militare con i terminator del proprio popolo e i suoi dipendenti a Washington. Dicesi in cima e in neretto “Associazione per la Pace”, ma neanche con la lente d’ingrandimento troveresti un accenno alla pace stuprata in Libia sotto i nostro occhi. E neppure una fugace menzione dei 6 milioni di rifugiati palestinesi svenduti nel “riconoscimento”. E neanche con la lampada di Diogene troveresti una donna.
Poteva, il documento, non finire con un appello alla marcia Marcia Perugia-Assisi? No, non poteva. Luisa ci va con Ovadia, ma scommetto che ci saranno anche Saviano, Cammusso, Bolini, Vendola… Davanti a tutti, Massimo D’Alema, come, invitato da Lotti, al tempo dei suoi gloriosi bombardamenti di pace sulla Serbia e su un Kosovo da consegnare quanto prima al traffico internazionale di narcotici, organi, umani. Non è paese tutto il mondo? Tra la lezioncina di Morgantini e la costa della pagina, con curiosa sapienza giornalistica, il quotidiano ha schiacciato un trafiletto, rapidamente intitolato “Contrario il Movimento Giovanile Palestinese”.
Sarebbe questa la vera notizia, non le melense doppiezze dell’Assopace, portatrice d’acqua al coro mondiale pro-riconoscimento-morte della Palestina. La notizia è questa, che la forza politica di maggioranza in Palestina, quella che largamente vinse le ultime elezioni e i cui dirigenti oggi languono nelle carceri di Netaniahu e Abu Mazen, insieme alla gioventù palestinese trasversalmente organizzata (PYM) sono contro la burletta Onu, preludio al definitivo affossamento di una Palestina che diritto e storia hanno definito una, dal Giordano al Mediterraneo. I confini del 1967, illegittimi come quelli del 1947 e, del resto, già ampiamenti violati, rimuovono la questione dal suo contesto storico, cancellano la maggioranza dei palestinesi, in esilio, e quelli rinchiusi in Israele. Non cambiano una jota rispetto al colonialismo nazisionista, alla castrazione di sovranità, alla rapina delle risorse, al rapporto di forze. Qualcuno si ricorderà – la Morgantini con raccapriccio – che fu la prima Intifada non-nonviolenta a imporre a Israele e alla “comunità internazionale” (del crimine organizzato) prima Madrid e poi Oslo. Vittoria palestinese mandata al macero da chi l’ha estenuata con i raggiri dei negoziati e da chi non l’ha saputa difendere e allargare. E che fu la seconda Intifada, ancora meno nonviolenta, a provocare in Israele la prima recessione dagli anni ’50, la fuga dei capitali, una povertà dilagante, la reversione dei flussi immigrati-emigrati a favore della fuga, le prime crepe nello Stato etnico-confessionale nazisionista.

Lasciamo perdere la deriva del tardo e cadente Arafat, come quella definitiva del rinnegato ladrone Mahmud Abbas e della sua cosca. La richiesta ultimativa, rimedio concreto alla necessità storica e umana della Palestina unita, dovrebbe essere un’altra, secondo gli interessati autentici e la comunità internazionale dei giusti: perché, porco diavolaccio, i confini del 1967, imposti con ferocia colonialista, e non quelli definiti dall’ONU nel 1947? Sono passati 29 anni da Sabra e Shatila, bazzicavo da quelle parti. E da allora, di quella strage se ne sa ogni anno di più. Oggi anche che le truppe speciali del macellaio Sharon erano alla guida degli squadristi della Falange nello sbudellamento delle donne, nelle baionettate in pancia ai bambini, nelle decapitazioni degli uomini, erano quelli che illuminavano il campo, che nascosero le cifre e con i bulldozer sotterrarono in fosse comuni tremila corpi e più. E’ grazie alla ricerca ostacolata e lunghissima, tra famigliari e riesumati, che una compagna dell’OLP seppe mettere insieme quel primo urlo numerico e accompagnarci a una fossa comune immensa che era diventata la discarica di Shatila. Su cui, in una delle spedizioni con l’indimenticabile Stefano Chiarini, facemmo pulizia e piantammo ulivi. E ai responsabili di quel crimine, efferato quanto tanti altri in 64 anni, che si va a chiedere un brandello di giustizia?
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Intervento di Mussa Ibrahim, portavoce di Gheddafi, il 18 settembre 2011, alla tv siriana.
“La NATO è il nemico numero uno di tutti noi paesi arabi ed Europei, siamo qui e stiamo aspettando l’ora santa per la vittoria, noi non lasceremo che gli Imperialisti abbiano da cantare vittoria nella nostra terra e nemmeno in altri stati Arabi, sappiamo che hanno cominciato la colonizzazione di tutta l’Africa, gli stati imperialisti come la Francia che si è assicurata il 35% delle nostre risorse petrolifere già ancora prima che cominciassero le ostilità e gli altri paesi appartenenti alla NATO che avranno anche la loro parte dissanguando il popolo Libico, tutto questo è stato patteggiato con quelli che loro chiamano Ribelli/CNT contro il popolo Libico.
La pace sia con voi cari lettori e spettatori, innanzi tutto voglio scusarmi con voi tutti per la prolungata assenza da parte nostra nel darvi notizie su come stanno realmente le cose in Libia e per il popolo Libico, come sapete stiamo combattendo una guerra contro la NATO e non solo contro i suoi alleati che sono i “ribelli”, non abbiamo avuto molto tempo a disposizione dato che stiamo preparando la difesa in ogni piccolo paese, nelle borgate delle città cadute in mano ai ribelli grazie alla NATO, per questo non abbiamo avuto il tempo di comunicare tramite i Media, anche perchè quelli che noi abbiamo considerato che fossero giornalisti, in verità erano spie camuffate che lavoravano per gli Imperialisti, stiamo combattendo per ogni casa, in ogni piazza e palazzi, non stiamo combattendo solamente contro dei comuni ribelli armati, stiamo combattendo contro la NATO, una delle più forti organizzazioni Militare che ci sia, nonostante il loro potenziale di armi è giù come morale perchè sappiamo che i cittadini Europei sono contro questa aggressione fatta contro il popolo Libico, sappiamo che stanno usando disinformazione per non far sapere gli avvenimenti e la barbarie che stanno commettendo, nonostante ciò la nostra consapevolezza è sveglia, i nostri cuori battono a ritmo e con orgoglio, la luce della nostra resistenza scaturisce da dentro il nostro corpo, dal credo nella nostra religione perchè crediamo in lei, abbiamo deciso di combattere fino alla fine, o vinciamo o moriremo come Martiri, coraggiosi come i nostri fratelli, le nostre donne e i nostri figli, continueremo questa battaglia fino alla vittoria se Dio lo vorrà.
Per quanto riguarda la situazione a SABHA, SIRTE e BANI WALID, voglio dire al grande popolo Libico “restate forti, non lasciatevi intimorire dalla propaganda e la speculazione/bugie dei Media, siete stati sempre forti e lo siete ancora, lo so.. il complotto contro di noi è molto forte, ma anche noi siamo ancora forti e orgogliosi, siamo ancora in grado di far voltare pagina alla situazione contro questi traditori/infami e ai loro padroni della NATO, molte città libiche sono ancora nelle mani del grande popolo libico, la striscia che và da BREGA fino a NEU-HISHA (600 Km) è totalmente liberata, un’altra posizione strategica che parte dal mare fino al confine con il Niger e Tschad che passa da Sokna-Hon e Murzuq (1.600 Km) è totalmente liberata, anche una parte strategica tra Sirte e Bani Walid che passa da alcuni paesi è stata liberata, anche nelle zone circostanti che fanno parte di Al-Ejilat e Jenan ci sono ancora sacche di resistenza, voglio ringraziare i nostri valorosi uomini che si trovano nelle zone libere come Wershefana-Al- Asabaa- Al-Gwalish e Mizda come gli altri milioni di uomini leali che stanno combattendo ancora contro questi traditori e infami, nei territori dove la NATO ha consentito ai ribelli di prenderne possesso la resistenza è ancora molta attiva, nelle settimane scorse hanno preso Tripoli, ma ancora oggi non sono in grado di tenerla sotto controllo, non riescono a mettere piede saldo perchè sono fuori controllo, la resistenza non è solamente in questi posti cruciali come Abu Sleem e Al-Hadba ma anche Siyahya e Soug Al Jumaa, Tajoura, Bab Ben Gheshir e Dreiby, a causa della loro paura i ribelli hanno abbandonato i posti di blocco e si sono rifugiati nelle scuole e nelle caserme occupate, escono solo la notte dopo che la NATO ha bombardato loro la via libera evitano di combattere di giorno per che sanno che ormai sono diventati un bersaglio legittimato da tutti i liberi Libici, le famiglie Tribali di Werfella e Bani Walid hanno tenuto la loro posizione con coraggio nonostante i massicci bombardamenti della NATO… No.. non lasceremo che la Libia cada in mano agli Imperialisti… libereremo non solo Tripoli ma anche tutta la Libia, anche le famiglie Tribali di Sirte e il numeroso contingente dei valorosi soldati dei Fezzan sono ancora rimasti leali alla loro terra che è la Libia.
Siamo tristi che Tripoli sia caduta in mano ai ribelli, ma stiamo molto attenti che la NATO non riesca ad individuare il grosso del nostro esercito, perche è la NATO il nostro nemico numero uno, questi traditori e infami non hanno alcun valore, non sanno combattere, solo grazie alla NATO sono riusciti a conquistare Misurata e Tripoli, non sono uomini, adesso c’è solo voglia di salvare il nostro esercito per l’ora finale e per liberare la Libia dagli invasori imperialisti, in questo momento voglio dire a tutti i coraggiosi Libici e Arabi di non permettere alla Francia e ai suoi alleati di occupare i paesi arabi, se ciò accadrebbe sarebbe la nostra schiavitù a vita e per le nostre generazioni a venire, ho seguito tutta la fase del conflitto sin dall’inizio e ho constatato che la guerra contro la Libia, per la Francia è un solido investimento, se la Francia ha chiesto e ottenuto dai ribelli il 35% delle nostre riserve petrolifere, quanto tocca all’Italia, all’Inghilterra e all’America? Non dimenticate che hanno distrutto le nostre case, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre infrastrutture essenziali, hanno massacrato il nostro popolo, volete che succeda anche con voi fratelli arabi? Gli estremisti hanno preso per il momento il controllo delle principali città libiche, questi estremisti erano nella lista dei terroristi ricercati e adesso vanno a braccetto con chi fino a ieri ha ucciso i loro soldati in Afganistan, Iraq e altrove nel mondo, come si può avere fiducia con questi criminali? Basta citare chi hanno ingaggiato per fare il loro sporco lavoro, Abdelhakim-Belhadj già arrestato dalla CIA e poi addestrato da loro stessi per commettere atti terroristici dove ce ne fosse di bisogno.” (Moussa Ibrahim, Libyan Government Spokesman)
Traduzione a cura di Corrado Belli (Mentereale)