lunedì 20 marzo 2017

AFRICA-ERITREA: menzogne e verità, guerre in atto e guerre programmate. A BIELLA VENERDI'



A Biella, il 24 marzo, alle 21, presso ARCI strada alla Fornace 8.

Il continente più ricco, il continente più povero. La decolonizzazione ricolonizzata. La preda e i predatori. E in mezzo uno degli ultimi paesi del Continente e del mondo che non si fa dettare come vivere, organizzarsi, produrre, relazionarsi. Che non accetta militari Usa e finanzieri FMI. E perciò viene aggredito, diffamato, ostracizzato e sanzionato.Che era la nostra più antica colonia. Con cui abbiamo condiviso mezzo secolo di vita, nel bene che abbiamo ricevuto e nel male che abbiamo inflitto. . Oggi staremmo meglio se fosse l'Eritrea a colonizzare noi. Sul piano umano. 

Con le immagini e parole del docufilm di Fulvio Grimaldi ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL'AFRICA. Presenta l'autore. Organizza A.N.P.I.



venerdì 17 marzo 2017

SIRIAQ, GRANDE E' IL DISORDINE SOTTO IL CIELO. Qualche domanda a Putin.

 

Siriani, russi, statunitensi
I più gravi mali che l’uomo ha inflitto all’uomo sono dovuti al fatto che la gente si è sentita certa di qualcosa che, invece, era falsa”. (Bertrand Russell)

Siamo sprofondati a una tale bassezza che riaffermare l’ovvio  è diventato il primo dovere di uomini intelligenti”. (George Orwell)

Ultim’ora: Venerdì 17, Missili siriani terra-aria S-200 hanno abbattuto un caccia israeliano, parte di uno stormo che, per l’ennesima volta, attaccava obiettivi militari siriani. I jet israeliani avevano cercato di colpire concentrazioni di truppe siriane all’inseguimento di forze jihadiste dell’Isis a est di Palmira. Ulteriore prova del sostegno fornito ai terroristi da Israele, oltreché da Usa, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Stavolta i siriani hanno reagito. Complimenti.

Pisapia, Bersani, Fratoianni, Tsiprasiani, vendoliani… E la guerra?
Mi accingo a scrivere due cose sugli ultimi contradditori e confondenti sviluppi in Siria e Iraq.Trattasi di guerra e di una guerra che sul Medioriente imperversa da 26 anni, da quando Bush Primo ha lanciato il suo paese e relativi clienti, vassalli e sguatteri all’assalto del resto dell’umanità, a partire dagli arabi (non dai musulmani!). La premessa è: quale delle molteplici monadi sinistre che ballonzolano nel vuoto italico, Pisapia, Bersani, Fratoianni, Tsipras e chi più ne ha più ne metta, quelle che come orizzonte politico supremo hanno l’applicazione di cerotti  alle necrosi del sistema vigente, si occupa, sfiora soltanto, gli passa per la mente, la guerra? La Nato? Le basi Nato e Usa che butterano il belpaese? Le 70-90 atomiche in corso di ammodernamento qui installate? Insomma quanto gliene frega a questi scissi dell’atomo che i nostri governi ci rendono da decenni partecipi e complici di eccidi di massa,  con conseguenti spopolamenti e alluvioni migratorie? La risposta la sapete. Kermesse, convegni, conferenze di fondazione, nuovo soggetto di sinistra… e avete mai sentito un solo borborigmo di riferimento a tutto questo? E noi dovremmo votare per questi brutti e infingardi nanerottoli da giardino che non ambiscono ad altro che ad accucciarsi ai piedi dell’inciucio golpista, ossequioso alla Nato, “ForzaPD”?

martedì 14 marzo 2017

WHO'S WHO NEL CORNO D'AFRICA E IN MEDIORIENTE - Il manifesto e il Fatto Quotidiano fuori dal seminato




Pensate, a fare chiarezza sul chi è chi nel Corno d’Africa e in Medioriente, due delle regioni più turbolente, strategicamente rilevanti e contese e, dal punto di vista dell’informazione, più divisive del mondo, sono stati, il 14 marzo corrente giorno, mese e anno, due organi di stampa da cui tutto ci saremmo aspettati fuorchè un decisivo apporto alla verità su questi due scacchieri internazionali: “il Fatto Quotidiano” e “il manifesto”. Quotidiani Nato, ma di opposizione finchè, per il primo, ci si fermi agli spietati e incontestabili editoriali del direttoreTravaglio e alle eccellenti firme che denunciano e commentano i crimini del nostro mafio-massonico regime; e, per il secondo, ci si accontenti dei pallini ad aria compressa sparati contro gli abusi perpetrati a lavoratori, donne, migranti e diversi di genere (in concomitanza, però, con le fusa fatte a qualsiasi nanerottolo deforme di passaggio che si definisca di sinistra e perfino di centrosinistra (ultimamente al Pisapia di fama Expo, che si precipita a sostituire la gamba sinistra amputatasi dal PD. E mal gliene sta incogliendo, visto l’ultimo sondaggio che allo sfigato duo da balcone veronese, Pisapia-Boldrini, riserva  l’1,0%, mentre i vegliardi al viagra bersanian-dalemiani viaggiano già al 4,3%).

Per il resto trattasi di due house organ dell’atlantismo che, anziché in uniforme e bombe a mano, qui si presenta in giacca e cravatta, ma pur sempre con la menzogna al gas nervino nel cavo della mano. Per attenuare questa sperticata militanza lo scaltro “il Fatto”, che si vanta sacerdote dell’imparzialità, arriva a pubblicare, molto occasionalmente, articoli antimperialisti e perfino antiamericani e addirittura filopalestinesi, nel vano tentativo di bilanciare la foia talmudista e russofoba degli spudorati falsari  che, nelle sue pagine estere, fanno sistematicamente strame della realtà.


Foglie di fico sulle vergogne
Allo scopo di occultare l’identità cripto-Nato del sedicente “quotidiano comunista” (almeno “il Fatto” non ha tale inaudita pretesa), alle sue virulente campagne, griffate Cia-Soros, contro chiunque intralci i carri armati, le architetture istituzionali e le multinazionali dell’Impero, detti “valori dell’Occidente”, il “manifesto” accompagna interventi condivisibili su realtà lontane. Così la passione incontenibile per la Fratellanza Musulmana, a dispetto degli attentati e dei burka che semina qua e là, e il corrispondente odio amerikano spurgato sull’Egitto laico e non più atlantico (Cruciani, Acconcia, Calderon),  trova parziale contrappeso nell’attivismo chavista pro Venezuela e pro altri latinoamericani non conformi (Colotti). Mentre il tappeto afghano, steso sotto gli scarponi con cui l’Occidente impedisce ai Taliban di ingolfare di stoffa le donne, ma anche di liberare il paese dai monopolisti Usa di oppio-eroina (Battiston, Giordana), vorrebbe essere reso meno osceno da qualche rubrichetta dispersa in basso e in fondo, in cui si spiega come siano assai più gli americani che non i russi a rischiare di far saltare il mondo (Dinucci). Davvero maldestro e fallimentare, poi, il tentativo di bilanciare con Pisapia, Orlando, o Fratoianni (Preziosi), l’impura fregola per Hillary, la donna che per stragi di innocenti ha messo in ombra tutti i precedenti fino a Messalina (Moltedo, Celada, Catucci, D’Agnolo Vallan).

Datemi del moralista, ma, a mio avviso, il fatto che validi esponenti dell’integrità politica e professionale della mia categoria, che vantano altre, più decorose e anche più diffuse occasioni di esprimersi, senza doversi imbrattare acciaccando quanto depositato nelle pagine contigue, se la sentano di farsi foglie di fico e dare copertura a un giornale che strategicamente persegue obiettivi opposti ai loro, continua a costituire scandalo e segno di una mancanza di coerenza, perfino di scrupoli. Vada per Geraldina Colotti, purchè si attenga al tema, rispettata nella sua autodeterminazione, anche perché il giornale sa bene che, se mantiene un minimo di credibilità e di lettori, è grazie anche all’esclusività che, grazie a Colotti, vanta nell’informazione sul continente latinoamericano e a Giorgio sulla Palestina (purchè non traligni nel manifesto-pensiero quando si occupa di altro).


Veniamo al dunque. Il grande strappo di oggi riguarda l’eccellente intervista data da Bashar Al Assad, presidente siriano, a Stefano Feltri del “Fatto”. Sebbene sovrastata dal solito titolo che cerca di falsare il contenuto facendo passare Assad per il conclamato tiranno (“Per la Siria i diritti umani ora sono un lusso”), a dispetto di una trafiletto Unicef che parla di bambini uccisi o arruolati in Siria, senza precisare da chi, l’intervista si estende su due pagine, le prime, che si possono ben definire storiche. I box contigui, con i soliti stereotipi sul padre di Bashar e sulla presunta “guerra civile” nata dalla “repressione di pacifici dimostranti”, non riescono a cancellare la forza delle argomentazioni, dei dati, della sincerità, della ragionevolezza, dell’intervistato. Neanche le domandine tendenziose, basate sulle stranote fandonie e che vorrebbero far ammettere a Bashar quanto i calunniatori asseriscono ( I russi colonizzano la Siria? Con l’Iran è bloccato ogni processo di pace? Come responsabile per l’ONU di 400mila morti, lei è disposto a lasciare il potere? Ci sarà una Siria federale, che protegge i diritti umani e controlla esercito e servizi di sicurezza?) riescono a inquinare la forza dei fatti e la competenza e dignità con cui Bashar li espone.

Bisogna dare atto al “Fatto” di non avere, a quanto pare, tagliato o manipolato alcunché, almeno di essenziale e valido, di un’intervista da cui il presidente siriano esce alla grande, assolutamente convincente, con un di più di ammirazione per la sua forza d’animo e di consapevolezza su cosa è in ballo in quella regione. Consiglio a tutti di ricuperare in rete questo documento.

Parla Milosevic? Censura a sinistra!
Nel 2011 tornai da una Belgrado in preda alle convulsioni della prima vera rivoluzione colorata lanciata dalle centrali Usa della destabilizzazione, finanziata e organizzata da Soros e operata in piazza dai sicari di Otopor (poi adoperati per altri regime change). Il mio arrivo a Roma coincise con l’arresto di Slobodan Milosevic, estremo difensore della Jugoslavia e della Serbia, unico protagonista, tra fascisti croati, jihadisti bosniaci, terroristi kosovari UCK e pellegrini fiancheggiatori a Sarajevo, portatore di diritti umani, democrazia, sovranità. Non per nulla accusato di ogni efferatezza, di pulizie etniche  e stragi praticate invece dai nemici del paese, che anni di processi a conduzione Usa non riuscirono a provare e perciò assassinato nella sua cella all’Aja.


Ero stato l’ultimo a intervistarlo, insieme alla moglie, nella sua residenza di Belgrado. Lavoravo a Liberazione, per quanto osteggiato dai bertinottiani in redazione, ansiosi di non urtare suscettibilità che avrebbero potuto ostacolare l’arrampicata del leader e frenare “l’evoluzione”  del partito. Abbastanza contento dello scoop, nell’amarezza per la sorte di un uomo che aveva fatto del suo meglio, me lo vidi respingere dalla vicedirettrice, Rina Gagliardi,  e dal caporedattore Cannavò, ovviamente trotzkista (oggi al “Fatto”) con l’altamente qualificante osservazione: “Non possiamo appiattirci su Milosevic”, intendendo “l’orrendo dittatore”. Fosse anche, ma se ti capita di intervistare Gengis Khan non pubblichi? La stessa concezione alla Starace della professione mi venne poi ribadita al “manifesto”, cui mi ero rivolto nell’affannato sforzo di non disperdere, a sinistra, le parole di un protagonista, tragico ed eroico, della storia contemporanea. Alla fine, il Corriere della Sera, di più solida sostanza professionale e con meno grilli inibitori per il capo, pubblicò l’intervista. Riconosco oggi la stessa caratura editoriale a “il Fatto”.

Eritrea delenda est

Difendendo il solco tracciato da Dipartimento di Stato, Cia, Pentagono, FMI e, in subordine, UE, il “manifesto” non perde occasione per picchiare sull’Eritrea, unico Stato africano che rifiuta sia l’FMI, sia la Cia, il Pentagono e il Dipartimento di Stato, negando a questi stupratori di nazioni e popoli basi militari, economiche e Ong. Per gli argomenti, mai di sua diretta conoscenza,  al “manifesto” bastano gli input delle solite vivandiere umanitarie dei lanzichenecchi Nato: Amnesty International, Human Rights Watch, USAID, Obama, Laura Boldrini e quello squinternato di Pippo Civati che, forse non sapendo nemmeno dove si trova l’Eritrea, s’è voluto guadagnare un buffetto della Commissione dei diritti umani dell’ONU importunando il parlamento con una sua mozioncella all’acido solforico contro quel paese. Paese al quale, a partire da noi colonizzatori, britannici, statunitensi,e  russi e cubani che si schierarono con il suo aggressore e occupante, non avrebbero che da chiedere scusa.

L’Etiopia è il gigante del Corno d’Africa. A sud s’è mangiata, su commissione Usa, un bel pezzo di Somalia, contribuendo con la “comunità internazionale” a sfasciare totalmente quel paese (altra nostra colonia, saccheggiata e poi avvelenata a morte con i rifiuti nucleari e tossici di cui Ilaria Alpi). A nord continua a occupare terre eritree. Ora quella “comunità”, tramite sicari africani riuniti nella spedizione “Afrisom” e raid Usa su villaggi, scuole, funerali e matrimoni, insiste a tenere il paese in condizioni di Stato fallito e popolo morente. Resistono, dopo la decimazione di altre resistenze, la formazioni islamiche degli Al Shabaab, presenti con operazioni militari in tutto il paese e contro le centrali estere dell’aggressione. Resistenza opportunamente satanizzata.

Quanto a satanizzazioni, l’Eritrea non ha nulla da invidiare alla Somalia. Ma nessuno è ancora risuscito a metterle le mani addosso. E neanche gli scarponi. Segno evidente di una forte coesione e convinzione nazionale. Alle criminalizzazioni e punizioni collettive sfugge invece l’Etiopia. Lasciata dall’Italia di Mussolini, Badoglio e Graziani in un oceano di sangue, quel popolo, in cui un paio di etnie, Amhara e Tigrini, spadroneggiano da sempre sulle altre, valendosi del sostegno neocolonialista delle potenze, è tanto governato da una successione di despoti sanguinari, da Haile Selassiè a Menghistu a Meles Zenawi all’attuale Dessalegn, quanto è amato, coccolato, armato e incitato al mercenariato contro i paesi vicini, dalla solita “comunità internazionale, Usa, Ue e Israele in testa.

Etiopia pasto nudo
Frequentatori e cicisbei abituali anche i nostri. Di casa sono Mattarella, Renzi, Pittella (quello della Commissione UE), Ong varie. Partecipano  al banchetto offerto dal regime agli amici. Le pietanze, in questo caso, sono le proprie popolazioni e il loro habitat. Quelle escluse, Oromo in testa. Escluse anche dai territori ancestrali dai rapinatori di terre (indiani, cinesi, sauditi), costruttori di dighe (Impregilo-Salini), coltivatori di monoculture alla Monsanto, forze armate straniere con le loro basi. Il regime etiopico ricompensa tanta grazia, assaltando ogni tanto, su suggerimento Usa, qualche vicino. Dallo sceiccato ai suoi piedi, Gibuti, colonia e presidio militare francese e ora anche Nato, arrivano armi e ordini di servizio.

Dell’Etiopia, però, nessuno parla male. Neanche i missionari comboniani, un po’ perché hanno le mani piene del sabotaggio perenne del Sudan, e un po’ perché gli etiopi, essendo in maggioranza copti, offrono poco ascolto. E, venendo allo strappo operato oggi dal “manifesto”, dell’Etiopia invece parla male, come vorrebbe la ragione sociale che vanta, il “quotidiano comunista”. Merito della sciagura costruita con grande impegno dalle autorità di Addis Abeba (“Nuovo fiore”) per rimuovere dalla faccia del paese la presenza ingombrante, oltre a quella dei villaggi da bruciare per far posto ai bacini dell’Impregilo, dei morti di fame accalcati in capanne di cartone alla base di Koshe (sporcizia), la più grande discarica del paese, forse dell’Africa. E’ crollata mentre ci volevano costruire sopra un “perfezionamento” ulteriore dell’ambiente, un inceneritore. Al momento hanno estratto 65 morti di fame. Altri ne usciranno, dalla Koshe.


E “il manifesto”, con Marco Boccitto, questa tragedia, questo crimine, li ha scritti. E non nel solito trafiletto, o nella solita  rubrichetta  vedo e non vedo. E non ha perso l’occasione per aggiungere altre sciagure e altre nefandezze di uno dei regimi più chiavica del continente. Chapeau. Purchè non provi ora a riequilibrare a favore di Renzi, Mattarella, Pittella, Impregilo, Usa e Onu, tornando alla sua maniera sul tema Eritrea. Senza dubbio gli sponsor del giornalino povero diventato ricco e patinato, glielo chiederanno.

lunedì 13 marzo 2017

Cosa si racconta di ritorno dall'Eritrea



ERITREALIVE intervista FULVIO GRIMALDI, ritornato dal viaggio in Eritrea
Posted by Marilena Dolce



https://www.youtube.com/watch?v=d_CRAHrdsb0,

A Milano, la presentazione del film “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa” è l’occasione per intervistare l’autore, Fulvio Grimaldi, ritornato dal viaggio in Eritrea dello scorso anno.
Una conversazione per ripercorrere con lui la storia dell’Eritrea, dalla guerriglia degli anni Settanta all’attuale ostracismo internazionale.
Una storia che l’Italia ha accantonato archiviando, insieme all’esperienza coloniale, la ricchezza della terra e l’orgoglio della gente eritrea. Oggi la battaglia e l’impegno dell’Eritrea è per lo sviluppo e la crescita del paese, ma anche di questo in Italia si sa poco. E il film di Grimaldi ce lo racconta.


“L’Africa è una preda irrinunciabile” per il neocolonialismo, così dici nel film. L’Eritrea, sottraendosi a questa morsa nel 1991, con l’indipendenza, ne sta ancora pagando il prezzo?


Sì l’Eritrea sta pagando un pesante prezzo per essersi sottratta alla nuova colonizzazione che sta toccando e coinvolgendo la quasi totalità dei paesi africani dove sono presenti, salvo pochissime eccezioni, presidi, basi americane o altre forme di collaborazione, addestramento dei militare locali o della polizia. Un apparato per un nuovo colonialismo, per lo sfruttamento dell’Africa, continente ricchissimo di risorse.

L’Eritrea si è sottratta al colonialismo con la sua incredibile lotta lunga trent’anni. Non le viene perdonato di resistere a qualsiasi tipo di condizionamento, finanziario, commerciale, culturale, militare. Questo il motivo per cui è aggredita, subendo una demonizzazione di cui tutti siamo consapevoli, una valanga di menzogne, bugie e diffamazioni che si abbattono sul paese e sul suo governo, accompagnando e giustificando le sanzioni che gli sono state imposte.

Nel 1971 vai in Eritrea per raccontare, come dici, “una guerra dimenticata” che si combatteva già da 10 anni. Tornando in Eritrea l’anno scorso, quante delle speranze di allora hai visto realizzate?

Nel 1971, nella mia prima visita, ho camminato con i guerriglieri attraverso l’Eritrea, dribblando le bombe e le imboscate etiopiche. Allora avevo la consapevolezza che ci fosse un popolo che appoggiava la sua guerriglia, un popolo in lotta per la sua libertà.
Un’idea maggiore dei contenuti e della prospettiva che si voleva creare per questo paese l’ho avuta però nel 1977-‘78, quando sono tornato. Allora esisteva già, nelle zone liberate dalla guerriglia, l’idea di Stato. C’erano scuole, la sanità, le organizzazioni di massa e delle donne. Si prefigurava uno Stato a fortissima partecipazione popolare, a democrazia diretta.

L’Eritrea che oggi ho ritrovato credo sia l’espressione, in grande misura riuscita, di quelle premesse, di quelle prospettive, di quell’impegno, anche se le condizioni difficilissime che le sono state create intorno, le guerre continue, le aggressioni, le sanzioni, l’ostracismo internazionale, le rendono il compito molto difficile.



Negli anni dopo l’indipendenza, fino al 2000, fino al nuovo attacco etiopico (ndr 1998-2000, guerra Eritrea-Etiopia) e poi alle sanzioni (ndr Risoluzione Onu 1907 del 2009), l’Eritrea ha fatto progressi enormi, rapidi, poi rallentati dal fatto che la comunità internazionale, come si autodefinisce, le sta rendendo la vita difficile, impedendole gli scambi, le relazioni con altri paesi. L’impegno, però, e la direzione presa allora è stata in gran parte mantenuta.

Tra le promesse mantenute ci sono scuole e sanità? Hai visto come vivono le persone, c’è gente che muore di fame per le strade?

Gente che muore di fame per strada l’ho vista in Somalia e, soprattutto, in Etiopia, dove la situazione è drammatica rispetto alle ricchezze di cui dispone il paese, ricchezze rapinate dalle multinazionali. Là c’è un’incredibile povertà. Una povertà che in Eritrea non si vede, come non si vede ciò che è solito nei paesi del sud del mondo, cioè una diseguaglianza abissale tra ricchissimi e poverissimi, situazione indotta dal modello economico e sociale occidentale.

Erigendo in tutto il paese e bacini per la raccolta dell’acqua piovana, l’Eritrea, diversamente dagli altri paesi dell’area, riesce anche a far fronte alle siccità ricorrenti, risparmiando alla popolazione le carestie che decimano altri popoli.

In Eritrea hai la sensazione che esista una via di mezzo, episodi limitati di povertà urbana, sempre meno che in Occidente, e una sostanziale uguaglianza, senza agi ma neppure miseria.



Hai intervistato il primario dell’Orotta, il Policlinico di Asmara, dr Habteab Mehari e il Ministro della Sanità, Amina Nurhusien, che cosa pensi della sanità eritrea?

L’Eritrea è tra i rarissimi paesi nel sud del mondo, e l’unico tra i paesi africani dopo il crollo della Libia, a garantire ai suoi cittadini l’assistenza sanitaria praticamente gratuita e l’istruzione, a partire dall’asilo fino all’università, spesso con perfezionamenti e master all’estero, sempre completamente gratuiti. Presidi sanitari, prima scarsi e tutti distrutti dalla guerra, sono presenti ovunque, a portata dei villaggi più sperduti.

Quindi, se si parla di diritti umani, vessillo che l’Occidente sventola per giustificare critiche e aggressioni, io penso che il diritto umano alla salute, all’istruzione, all’educazione, al proprio perfezionamento, alla alfabetizzazione, il diritto umano alla casa e alla dignità, siano diritti umani che in Eritrea vengono effettivamente rispettati e coltivati.

Nelle interviste che hai fatto a molti giovani che vivono in Eritrea, uno di loro dice che “difendere il paese è un dovere,” un altro che stanno combattendo per un futuro migliore, allora è Ginevra che non ha creduto a testimonianze come queste, portate a migliaia dall’Eritrea davanti al Palazzo delle Nazioni Unite lo scorso giugno? Come mai secondo te?

Il Palazzo delle Nazioni Unite, la sua organizzazione e i suoi vari e successivi segretari generali sono, alla luce del percorso storico degli ultimi decenni, portavoce degli interessi degli Stati Uniti.
Non c’è nessuna affidabilità. Gli atteggiamenti assunti dalle Nazioni Unite riguardo alle guerre nettamente di aggressione (Iraq, Balcani, Libia, Somalia, Yemen, Afghanistan), ne squalificano la credibilità.

Credo che chiunque vada in Eritrea, si muova nel Paese, si ponga a contatto con la popolazione, veda come vive, si muove, si esprime, possa smentire quanto ha detto quella Commissione d’Inchiesta (ndr, Rapporto COI, Commission of Inquiry, 2016).

Quando il ragazzo che hai citato dice “difendere il paese è un dovere”, tocca un tasto molto sfruttato da chi ha interesse a dare dell’Eritrea un’immagine negativa.


È il discorso di un presunto servizio militare eterno al quale non si sfugge se non alla fine della propria vita. Questa è un’enorme invenzione. Innanzitutto si confonde chi fa il mestiere di militare, come da noi, con chi fa la leva che ha un periodo determinato e preciso d’impegno militare, per lo più non superiore a 6 o 12 mesi. Poi diventa servizio nazionale civile.

In questo caso si è impegnati a dare un contributo alla società nei termini che si addicono alle proprie capacità, preferenze, e competenze. Per esempio aiutare una comunità nelle opere di bonifica, lavorare in una biblioteca, assistere disabili e altre attività simili. Tantissimi di questi giovani, se dovessero fare il militare per l’eternità, come potrebbero andare ad Amsterdam o a Londra per fare un master, cosa che invece succede a molti studenti eritrei?

Tu hai conosciuto i guerriglieri, la generazione dei padri dei ragazzi nati nel 1992, dopo l’indipendenza. Che rapporto c’è, secondo te, tra loro che hanno combattuto e sofferto e i figli, più sani e scolarizzati, che però sognano una vita come pensano si viva in Occidente, disposti per questo a compiere viaggi pericolosissimi?

La storia dell’immigrazione dei giovani è in gran parte esagerata e manipolata, come riscontrato dai mediatori. Basti pensare che molti di loro non sono neanche eritrei ma etiopi o altro. Si fanno passare per eritrei grazie alla somiglianza etnica. Questo perché agli eritrei è garantito automaticamente il diritto d’asilo.

Un po’ come si era fatto per far scappare i cubani, garantendogli asilo politico negli Stati Uniti. Il risultato era avere una forza anticubana che riceveva in cambio la cittadinanza americana. Un trucco infame per svuotare il paese dalle sue energie migliori, quelle giovanili e per avere un mercenariato cui far dire cose contro il paese. Così sta avvenendo per l’Eritrea.

È chiaro che quando uno esce dal suo paese lascia alle spalle le difficoltà che le sanzioni impediscono di superare e viene a cercarsi un destino migliore. Una persona in queste condizioni, per avere l’asilo, dirà tutto quello che il suo ospite si aspetta che dica. E lo scopo è potenziare la campagna contro il paese.

Quindi i giovani che escono dall’Eritrea emigrano dalla povertà, come hanno sempre fatto la gran parte dei migranti, noi italiani compresi?

Si, ma dall’Eritrea non emigrano per drammatiche condizioni economiche perché, come sa chi ha visitato il paese, non si muore di fame. Certo davanti alla prospettiva, come l’hanno sognata gli albanesi, del bengodi occidentale, ci si può anche illudere…

Vorrei aggiungere un fatto che è molto significativo. Nessuno calcola che l’emigrazione che si svolge in queste condizioni difficili, per cui si devono attraversare un paese dopo l’altro, Sudan, deserto, Libia infine Mar Mediterraneo, è fatto di tappe sottoposte a tariffe. Sommando quello che si dice costino l’attraversamento del Sudan, le mazzette ai doganieri, l’attraversamento del Sahel, il passaggio in Libia, i carcerieri libici, gli scafisti, e chissà che altro ancora, si calcola che servano dai 5.000 ai 10 mila euro. Com’è possibile, se i giovani hanno a disposizione quella somma, che debbano spostarsi, quando con quei soldi, nel loro paese, avrebbero concrete possibilità di autoaffermazione, anche imprenditoriale.

Allora viene fuori una notizia, ormai facilmente documentabile, di chi ha un interesse a incrementare attraverso finanziamenti e attraverso Ong complici, questo esodo. Fughe finanziate dall’esterno. C’è una figura che aleggia su queste entità e si chiama George Soros. È lui il referente di quasi tutte le grandi Ong che promuovono e sollecitano migrazioni e espatri, finanziandoli.

Passando ad altro argomento. Un lascito coloniale positivo: la fondazione di molte città tra le quali la capitale Asmara, probabile sito Unesco. Se verrà approvata la sua candidatura presentata lo scorso anno questo potrebbe essere per l’Italia il modo per rinsaldare il rapporto che Yemane Ghebreab, Political Advisor del Presidente, da te intervistato, definisce “non soddisfacente”?
Tocchi un tasto molto importante. L’Italia, come madrina della sua più antica colonia, nella quale si sono impegnati, nel bene e nel male, decine di migliaia di italiani, ha completamente abbandonato questo suo paese, anche a proprio discapito.

Non si tratta solamente di essere benefattori della colonia, che in buona misura si è sfruttata, ma si tratta anche di approfittare delle enormi opportunità che un paese come l’Eritrea, in quelle condizioni, con quelle potenzialità, in quella posizione strategica, con quelle risorse, può offrire agli italiani.

Gli italiani lì hanno lasciato un grandissimo patrimonio che è quello urbanistico. Le piccole industrie leggere, meccaniche, i latifondi, le aziende agricole sono state recuperate. L’elemento più importante però è stata l’esplosione urbanistica che ha fatto delle città eritree le più belle città dell’Africa, di una modernità ancora oggi all’avanguardia, stupenda, dove si sono impegnati alcuni tra i migliori architetti e urbanisti italiani.

Questo dato è un patrimonio italiano che gli eritrei sono stati bravissimi a conservare e salvaguardare. Il fatto che l’Italia abbia abbandonato questo suo retaggio, è gravissimo e stolto. Noi ora abbiamo lanciato un appello, in vista del fatto che l’Unesco potrà proclamare Asmara patrimonio dell’umanità. Un appello rivolto ai migliori e più noti architetti e urbanisti italiani, iniziando da Renzo Piano, perché si facciano attori e motori di un intervento sul governo italiano che collabori con il governo eritreo per manutenzione, restauro e salvaguardia di questo patrimonio comune. Chiediamo che studi di architettura e urbanistica si attivino con progetti d’intervento e restauro, che gli studi italiani siano parte nel recupero di questo nostro patrimonio comune, dell’umanità, ma soprattutto italo-eritreo. Una possibilità simbolica, molto significativa, per il rafforzamento dei legami tra Italia e Eritrea.

Dicevi “noi”, in che senso?
Noi abbiamo già mandato in giro una petizione, io e mia moglie coautrice del film. La nostra è un’iniziativa italiana e che deve restare italiana, tuttavia ne è al corrente il responsabile media della comunità eritrea.

Torniamo alla guerra di liberazione, quale è stato allora e quale è oggi, per come l’hai potuto vedere nel recente viaggio, il ruolo della donna in Eritrea?

Le premesse dell’attuale situazione delle donne sono, come molti altri aspetti, nate negli anni della lotta di liberazione. Questa è la particolare ricchezza di quella lotta. Non è stata soltanto militare ma ha gettato le basi per la società giusta del futuro. Qui le donne che, come in tutti i paesi del sud del mondo, e non solo del Sud, erano subalterne, con un patriarcato imperante e tradizioni nefaste nei confronti della loro integrità fisica, come le mutilazioni genitali femminili, si sono riscattate.

Io allora ho incontrato parecchie donne che combattevano a fianco dei maschi e già imponevano un trattamento assolutamente paritario. In più mantenevano un ruolo di cura e assistenza, come infermiere e insegnanti.

Tutto questo è stato uno stimolo perché dopo, nella società liberata, il loro fosse un modello per le altre, per le giovani donne, per costruire una società di donne emancipate.
Ci sono ancora delle sacche di resistenza e loro lo sanno. Penso alle mutilazioni genitali che, nonostante una legge (ndr 2007) le abbia proibite, nelle aree più remote, in cui è più difficile penetrare nelle tradizioni, sopravvivono. Sono le donne dell’Unione delle Donne Eritree che vanno nei villaggi, per cercare di reprimere queste usanze e avviare l’emancipazione. Non dimentichiamo poi che la componente femminile, a livello governativo, è pari a 28 per cento.




La stampa nazionale, però, ignora sforzi e progressi dell’Eritrea schierandosi quasi sempre, con titoli apocalittici, contro il paese…

Noi abbiamo una stampa cui va fatta la guerra, iniziando da quelli che dettano la linea, cioè dagli Usa. I giornali non hanno quasi più editori puri, che avrebbero interesse a coltivare un’informazione corretta, ma fanno capo a interessi economici.

In Italia abbiamo il gruppo editoriale dell’Espresso che fa capo a De Benedetti, che ha interessi nelle banche, nell’industria, poi La Stampa che fa capo agli Agnelli, Il Messaggero che fa capo a Caltagirone, il più grande costruttore italiano. Sono aggregati economici che utilizzano i media per i propri interessi. E, in questo momento, ritengono che tali interessi coincidano con quelli della grande stampa internazionale che esprime una linea, in virtù di chi la possiede, neocolonialista, di rapina, di conquista.

È un atteggiamento ottuso perché, come dicevamo prima, l’Eritrea e l’Africa in genere, avvicinata in termini di eguaglianza, di rispetto, di solidarietà, di cooperazione, offrono molte più possibilità che non gli interventi aggressivi, che poi, nel caso dell’Eritrea, sono sempre stati neutralizzati, fortunatamente. Le menzogne e la demonizzazione sono il frutto di questa subordinazione alla stampa internazionale occidentale, una stampa imperialista che trascura il fatto che noi potremmo, nel caso dell’Eritrea, con un atteggiamento onesto, reportage indipendenti, ricavarne grandi vantaggi.

Bisogna dire un’altra cosa, purtroppo, che c’è anche un settore della chiesa che aderisce alla criminalizzazione, penso a Nigrizia, mensile cattolico molto ostile nei confronti dell’Eritrea. In questo caso si va addirittura contro la comunità cattolica in Eritrea. Una comunità che convive e prospera felice con le altre confessioni, in perfetta armonia, tanto da rappresentare un modello in un mondo dove le solite forze neocoloniali istigano le nazioni a sbranarsi tra etnie e confessioni diverse.
Perché allora i comboniani ce l’hanno con loro? Forse perché anche loro, storicamente, sono state avanguardie della colonizzazione… Tutto questo deve essere superato nel segno della collaborazione e della comprensione reciproca. E anche all’insegna del debito che il nostro paese ha nei confronti dell’Eritrea. Da cui, peraltro, oggi ha molto da imparare.

Bene. A chi vuole saperne di più, non resta che vedere il film…

Marilena Dolce













@EritreaLive

venerdì 10 marzo 2017

FOGNA OCCIDENTE, PREDA AFRICA, LUCE ERITREA

Fogna Occidente, Preda Africa, Luce Eritrea

https://youtu.be/TGeFkn_nPJs  link dell’incontro con la Comunità eritrea di Milano in occasione della presentazione del docufilm “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa

Mollare tutto?

Qualche volta mi è capitato di pensare all’espatrio. Via da questo rottame di paese che, dopo i guizzi di Rinascimento, Risorgimento, Resistenza anti-nazifascista e ‘68, brevi sussulti di vita nella morta gora del conformismo, opportunismo, servilismo, trasformismo, familismo, clientelismo, il tutto avvolto e protetto dal clericalismo, che dalla caduta di Roma, anzi, da Giuliano l’Apostata in poi, ci ha fatto attori unicamente di servo encomio e codardo oltraggio. Ma poi inciampavo in qualche verso di Alighieri o Montale, in qualche operetta morale di Leopardi, in un inno di Manzoni, in una lettera di Gramsci, in una pagina di Fenoglio o Calvino, in una cronaca  della Repubblica Romana, nel monumento dei bersaglieri a Porta Pia che celebra la disintegrazione del potere temporale della Chiesa, in una foto di Mario Lupo (uno dei tanti martiri di Lotta Continua di cui sono stato compagno e amico), dei compagni sardi che ogni giorno si rompono le corna di muflone contro le basi Nato, di chi soffoca tra trivelle e si dà da fare per estirparle… e mi vergognavo di quel pensiero di fuga. E così sono rimasto. Anche se quel pensiero torna ad insinuarsi tutte le volte in cui collera e disgusto arrivano al diapason e si uniscono in un groppo che fa sempre più fatica ad andar giù.

mercoledì 8 marzo 2017

8 Marzo postscriptum: SEBBEN CHE SIAMO DONNE




   


A partire da quello davvero acuto e stimolante di Sergio Martella, riporto qui sotto alcuni interventi sulla guerra di genere di cui le varie marce e manifestazioni delle donne, da quella contro Trump allo sciopero di oggi, sono espressione voluta, non tanto da chi vi partecipa, quanto da chi queste iniziative promuove, sponsorizza, finanzia. Rimpiangendo le eroiche suffragette di inizio secolo e inchinandoci davanti a compagne, come l’honduregna Berta Caceres, che, soprattutto nel Terzo Mondo, hanno sfidato colonialismo, imperialismo, capitalismo, tutti strutturalmente transgender, possiamo immaginare oggi alla testa di questi cortei, invisibile ma emblematica presenza, un bello squadrone a passo dell’oca: Hillary Clinton, Madeleine Albright, Golda Meir, Margaret Thatcher, Condoleezza Rice, Samantha Power, Victoria Nuland (“Fanculo Europa”), Suzanne Nossel (ex-direttore di Amnesty International), Angela Merkel, più qualche velina vernacolare, tipo Federica Mogherini, Roberta Pinotti, Maria Elena Boschi, Elsa Fornero, Marianna Madia e l’impareggiabile sgovernante della Camera, imparziale ghigliottinatrice renzista di oppositori, Laura Boldrini. Tutte oggi in prima fila nel denunciare come, in quanto donne, abbiano subito violenza ed emarginazione. Passati questi stivali con tacchi a spillo ci rimane il deserto. Di macerie, sangue, ossa, morte. Perlopiù di donne.


Di questa rappresentazione dello stato di cose presenti un esempio calzante lo fornisce l’edizione odierna del “manifesto”, storico house-organ del femminismo inteso come strumento per il superamento di qualsiasi conflittualità che non fosse quella tra maschi e femmine. Il numero dell’8 marzo lo esemplifica nella gerarchia delle notizie. Sei pagine alle donne in piazza in 40 paesi, nelle quali si incontrano titoli come “Libere tutte”, “Un nuovo popolo internazionale guidato dalle donne”, “I politici abbiano il coraggio di dirsi femministi” (Laura Boldrini), “Il femminismo, una chiave di volta globale”. Dove la donna in quanto tale, non quella più brava e giusta, diventa categoria politica indefettibile. Non dimenticando in quale contesto questo primato femminista il “manifesto” è chiamato a collocare, la prima pagina si apre e un paginone interno si dedica alla più recente delle operazioni Cia per distruggere la Siria, donne comprese: il rapporto di “Save the children” (2011: “Gheddafi riempie di Viagra i suoi soldati perché stuprino anche i bambini”. 2013: “Ah no, scusate, falsa informazione”) sulla malasorte dei bambini in Siria. Sulla base delle solite interviste anonime si sparano dati a cazzo sui milioni di bambini siriani morti, mutilati, traumatizzati, affamati, depressi, orfani, insonni, suicidi, privi di casa, scuola, salute.

Naturalmente il problema c’è, ma la grottesca esagerazione del dato e l’attribuzione della colpa, ossessivamente ripetuta, esclusivamente a bombe e bombardamenti , per definizione “di Assad”, insudicia la finta preoccupazione umanitaria. Esce allo scoperto lo scopo, avallato con entusiasmo dal “manifesto”: annientare ogni riferimento a chi questa tragedia ha causato, iniziato, condotto fino a oggi con la sua aggressione e i suoi subumani mercenari, occultare gli immani sforzi che il governo di Damasco compie e, con successo, per assicurare vita e fabbisogno sociale ovunque le sue eroiche truppe riescono a strappare pezzi di Siria al carnefice. E chi, per il “manifesto”, ha “ucciso l’infanzia dei bambini siriani”? Una roba astratta: “lo stress tossico”. Come quando si parla di spirito santo per l’inseminazione di Maria. Non li puoi mica catturare e processare, lo spirito santo e lo stress tossico. Aggressori genocidi come Obama e Hillary, magari sì. Ma di loro non si parla.




Come non se ne parla nel modestissimo colonnino che il “quotidiano comunista” dedica alla bomba mondiale del giorno, al più grosso scandalo politico della congiuntura, sul quale tutti, perfino i media più atlantico-talmudisti della marca italiota aprono con spazi ed enfasi da evento epocale. Eppure è di stretta pertinenza dei dioscuri del “manifesto”, Barack e Hillary, la CIA. Tanto che oggi, in nome e per mandato loro, si avventa sul successore cercando nei modi più sporchi di farlo fuori. Prima Trump scopre che, commettendo una fellonia da alto tradimento, Obama lo ha fatto spiare in casa durante la campagna elettorale. Poi, altro che la ridicola bufala degli hacker di Putin, l’impareggiabile Julian Assange, terzo in una serie di eroi-martiri della verità, dopo Chelsea Manning e Edward Snowden, annega per sempre il maggior serialkiller della lista dei presidenti Usa e la sua immeritata fama, sotto un oceano di crimini contro l’umanità ordinati alla CIA e agli altri servizi segreti, anche esteri, perpetrati con la distruzione tecnologica di ogni identità, libertà, riservatezza di milioni di persone. Schermi e attrezzi elettronici che ti ascoltano, guardano, registrano, seguono, perseguitano, violano. Sapere tutto di tutti per la sorveglianza, il controllo, il ricatto, il dominio totali. Lo dobbiamo a Obama e a chi gli ha fornito gli strumenti: gli scienziati pazzi, ma lucidi, di Silicon Valley da cui, poco fa, l’App Renzi è andato a farsi risettare.

Tutto questo è demagogia, lo riconosco, e dice poco sul tema, nel quale primeggia, al di là delle fregole di potere di un movimento delle donne che pratica l’androfobia per gli stessi nobili fini per cui i famelici di guerre si sfondano di russofobia, la condizione storica della donna. Quella che arriva da noi ridotta in condizioni effettivamente pietose se riportata all’evo del primato matriarcale pre-ellenico. Età in cui le donne, scoperta l’agricoltura e sottratta l’alimentazione ai barbuti cacciatori, avevano inventato la Grande Dea, monopolizzato il potere e se azzardavi una corteo maschilista, finivi , sgozzato dalla regina, a spargere seme e sangue sui solchi da fertilizzare. Ne rimase qualche eco nel mito delle Amazzoni. Ma da Zeus in poi la condizione si fece iniqua, altamente discriminatoria sul piano economico e politico, non necessariamente su quello umano o famigliare, dove la custode del focolare e dei procreati conservava il mestolo del comando. Per uscirne c’è voluta una lotta di donne che, per intelligenza, coraggio e sincerità, stanno alle marciatrici di oggi come una parmigiana sta a un hamburger di McDonald’s. Ma chi se le ricorda le suffragette?




La spiegazione è stata vista, da un femminismo che si confronta col maschilismo in termini speculari, in un patriarcato che, scisso da condizioni economiche, ambientali e dai rapporti di produzione, trae la sua origine unicamente dalla natura violenta e prevaricatrice del maschio. Violenza che, considerando l’esiguità di muscoli e struttura ossea, non farebbe parte di un’identità femminile, interamente dedita alla vita, alla cura, agli affetti . Si annebbia l’idea che la persona, donna o uomo che sia, possa essere brava o stronza, violenta o nonviolenta, indipendentemente dal genere. E se eccezioni negative appaiono tra le donne, è solo perché in loro si è verificato un processo di mascolinizzazione. Concetto privo di base scientifica e clamorosamente smentito dall’osservazione della realtà, ma utilissimo ai processi gemelli di vittimizzazione delle une e colpevolizzazione degli altri. Processi, come Israele esemplifica meglio di qualunque altro fenomeno, utili al perseguimento del dominio.

Io sono uno che ha maltrattato alcune donne. Ma io sono anche uno, dei tanti, che da alcune donne, con ruolo particolarmente vigoroso della mamma che mi ha riempito di botte e cultura, è stato maltrattato. Loro portano le ferite che gli ho inflitto. Io porto i traumi venutimi da loro. Non è difficile individuare se sia venuto prima l’uovo o la gallina. Ma la catena ancora non si è rotta e la guerra che continua, continua a distoglierci dalle guerre che si dovrebbero combattere insieme. Succede agli arabi quando siano sciti e sunniti e agli uni è fatto credere di essere più giusti degli altri. Forse però un equilibrio si stabilirebbe, se il colto e l’inclita, infrangendo il muro del frastuono delle femministe anti-maschio (e mai anti-Nato e, dunque, anti-fine del mondo per grazia capitalista), facessero mente locale alla mamma, che è sempre la mamma, di cui ce ne una sola e tutte le altre sono puttane, che a forza di unicità, dimensione divina, ricatto affettivo, il maschio se lo ricaccia metaforicamente nell’utero, diventandone inizio e fine. Di androfaghe non è la sola.Un po’ come pretende la Chiesa, che non per nulla si dice madre.



Ciò che non mi torna è che, a fronte di un gigantesco apparato di mobilitazione femminile contro l’altro genere, la piattaforma della manifestazione pervicacemente ignora ciò che i due generi uniti in operativa simbiosi, tipo Hillary-Barack, Condoleezza-Bush, Pinotti-Renzi, combinano, specificamente alle donne, con le bombe sui loro padri, figli, mariti, case, campi, con gli stupri delle soldataglie proprie o surrogate, con lo sradicamento e la dispersione nel vento a forza di ordigni economici e climatici, con lo stritolamento sociale che impone doppi e tripli lavori casa-fuori casa, con figli/e che non trovano né asili, né scuole sostenibili, né lavoro. Esempio di mia fresca esperienza: Eritrea sotto sanzioni Onu-Usa-UE volute specificamente dalla donna Clinton che allora era segretaria di Stato del solito Obama. Sanzioni come sempre in prima linea contro le donne, architrave di ogni società, specialmente quando condizioni di penuria le caricano di oneri superiori. Una donna che nell’ultima contesa elettorale le femministe (e il “manifesto”) invitavano a votare. Una donna che si avventava su donne che avevano combattuto per la liberazione e, in simultanea, avevano potuto emanciparsi agli occhi di se stesse, prima ancora che agli occhi dei maschi. Donne che non si sono scordate di se stesse e del loro specifico genetico e storico, ma che frequentano, accanto al Kalachnikov, lo stetoscopio, la benda, l’ago e la sutura, il mestolo e il fuoco, la cattedra e i banchi.
Domanda finale: ma una marcetta, un piccolo presidio, uno sciopericchio, una raccoltina di firme, contro quelli che vi hanno fregato, più di qualsiasi maschilista sciovinista paternalista patriarcale, nei secoli dei secoli, contro i preti mai?


A seguire gli altri interventi.


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Sergio Martella ha aggiunto 3 nuove foto — con Fulvio Grimaldi e altre 27 persone.


"SCIOPERO DELL'8 MARZO"


UN GRANDE MOVIMENTO REAZIONARIO COSTRUITO PER LE DONNE (che ci stanno) E PER FOMENTARE L'ODIO DI GENERE.
Le sole motivazioni sono il conflitto tra i sessi e lo spostamento delle reali tematiche di lotta e di diritti di emancipazione sociale su posizioni reazionarie e sessiste.
Non si parla di diritto all'aborto assistito, di diritto e tutela sul lavoro, di maternità consapevole e protetta, di potenziamento dei servizi pubblici, di diritto alla salute, scuola e asili nido. Nulla di tutto questo .

La violenza è l'unico slogan che cancella la pianificazione oppressiva del potere come causa comune del disagio e dell'illegalità diffusa ed offre all'ignoranza acefala di chi ci vuole credere un unico capro espiatorio: il maschio in quanto tale.

Tutto è riscritto solo e soltanto al femminile come se oppressione e sfruttamento fossero temi da subordinare ad un discorso sessista e criminale che accusa il "maschio" come causa di violenza. Non esiste la violenza delle donne contro le donne, contro gli uomini e contro i figli? Siamo proprio sicuro che non esista?

Questo approccio e fascista e razzista. La violenza non ha genere ma genera dalla maleducazione familiare, dall'ingiustizia, dall'educazione religiosa e da tanta tanta ignoranza come questa messa in campo a livello di massa.

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Sergio Martella. Infatti ma il grave è che la campagna mediatica è orchestrata al pari di altre tematiche obbligate e dirette (bullismo, gender, meningite, terrorismo mediatico e finanziario...). Fa appello ad istanze falsamente progressiste in realtà reazionarie ed evita appunto di focalizzare il saccheggio di servizi, dignità e diritti sociali.

Sergio Martella
Fulvio Grimaldi vero è che la violenza della donna sul mondo maschile sui figli è proporzionale al potere affettivo del suo ruolo ma è anche proporzionale alla sua alienazione e alla oggettiva sofferenza di una fisiologia in continua contiguità con il dolore e con il sangue. I misteri eleusini del dionisiaco erano sanguinari come tutti i riti matriarcali, proprio per la natura proiettiva della percezione esistenziale e fisiologia della sua condizione connessa a doglie, dolori mestruali, parto, menopausa, setticemia e sessualità violenta. Oggi è molto diverso, il corpo della donna ha ben maggiori tutele. Molto però resta da fare. Soprattutto nella mancanza di rispetto che ancora la madre ha per la figlia vissuta come concorrente. L' ambivalenza in questo campo è deleteria, genera ancora troppo conflitto e mancanza di autostima nelle giovani donne. Lo scarico sul maschile e contro il maschio ne è la conseguenza. Infine bisogna precisare che non esiste un "patriarcato" come alternativa al matriarcato: siamo mammiferi, non "babbiferi". L'alternativa alla violenza del matriarcato non è un inesistente patriarcato (oggi meno che mai!9 ma la civiltà sociale, la Polis! I rapporti sociali che sopravanzano quelli del privato egoistico famigliare. In questi Bacofen, Neumann ed altri autori sono concordi.


Fabrizio Marchi Sergio Martella ovviamente...l'altra faccia della tragedia, dal mio punto di vista, è che tutta la sinistra, anche quella comunista, abbia aderito e aderisca pedissequamente a questa campagna di criminalizzazione sessta, sia pur camuffata di "progressista e di sinistra". Una forma di cecità che ormai da tempo non esito a definire patologica...figlia di un dogmatismo e di un'ottusità purtroppo duri a morire...


Fabrizio Marchi Artemisia Mazzotta appunto, c'è una sorta di celebrazione del femminile in corso da molto tempo che avviene contestualmente ad un atteggiamento di passiva e supina accettazione da parte dei maschi, ormai per lo più psicologicamente spappolati dopo decenni di colpevolizzazione. E' ovvio poi che la capacità del femminismo di occupare la psiche dei maschi è dovuta ad una fragilità intrinseca di questi ultimi dovuta al condizionamento materno. Ma ovviamente su questo cala il sipario perchè se si dovesse ammettere che in realtà le donne e soprattutto le madri esercitano un potere enorme sui figli e sulle figlie il femminismo si squaglierebbe come neve al sole...

Monica Lisi

Essendo donna trovo assurdo che nella giornata internazionale della Donna non vengano trattati i temi per noi più importanti. Il diritto all'aborto, politiche che ci tutelino come madri nei luoghi di


La violenza non è mai di genere,ma è un sintomo di problematiche profonde e affonda le radici nella famiglia e nella società. Penso che una lotta tra i sessi e il concetto di violenza di genere non fanno altro che dividerci e questa divisione giochi a favore del potere politico ed economico. C'è bisogno di un nuovo femminismo che a differenza del vecchio femminismo che insieme alle giuste lotte che hanno portato all'ottenimento di tanti diritti ( che oggi ci stanno togliendo), non faccia l'errore nel vedere anche nel genere maschile la fonte del proprio malessere. Dovremmo vederci, uomini e donne, incontrarci per dibattiti e riflessioni su questi e altri temi. Metto a disposizione la sede della mia associazione ( Viva.Io) se necessario


martedì 7 marzo 2017

LA FALSE FLAG AMMAINATA





http://www.imolaoggi.it/2016/03/06/regeni-007-ucciso-dagli-inglesi-in-vista-della-guerra-in-libia/
(In calce un commento dalla Lista No Nato)

Condivido le osservazioni di Enzo sul link sopra indicato, ma non credo a un Regeni "ingenuo", neanche tra virgolette. Il suo ruolo di destabilizzazione del governo di Al Sisi è chiaro dal contesto. L'Egitto, liberatosi a forza di collera popolare (l'ingresso dei militari arriva dopo) del despota bruciachiese Mohammed Morsi, Fratello Musulmano, insediato dagli elementi inquinati della primavera araba (e da un'elezione manipolata, boicottata dal popolo e partecipata dal 17% degli elettori), aveva sottratto il più importante paesi del Maghreb-Medioriente ai proconsoli coloniali dell'Occidente. Aveva assunto una politica estera "creativa", addirittura di avvicinamento a Mosca e Damasco, svolgeva un ruolo determinante in una Libia che invece si doveva rendere stazione di rifornimento per le sette sorelle, aveva dato prova di efficienza con il raddoppio in pochissimo tempo del Canale di Suez. Grazie alla collaborazione col più debole tra gli attori della scena petrolifera, l'ENI, aveva irritato geopolitici e geopetrolieri; nel giorno del ritrovamento di Regeni, stava concludendo affari miliardari con Roma, in particolare sul giacimento gigante di gas al largo della costa (pensiamo a Enrico Mattei); era diventato un protagonista energetico scombussolando equilibri favorevoli a Isis, Exxon, Shell e Israele; era laico, teneva testa al terrorismo che i Fratelli musulmani avevano condotto contro Mubaraq in prima persona e ora affidato ai cugini dell'Isis.

L'Egitto non era crollato nè con l'islamizzazione forzata di Morsi, nè con i ripetuti colpi di maglio del terrorismo a firma occidentale-islamista: le stragi di Sharm el Sheik, l'abbattimento di aerei di linea, le bombe dal Sinai a Luxor, la campagna di satanizzazione, totalmente prive di prove e dati verificati, condotta dallo schieramento neocon-talmudista-liberal-radicalchic e di cui Regeni doveva essere l'apice. E, dunque, un colpo fatale al turismo, seconda voce del bilancio.


Aggiungiamo i dati del giovane. Iniziazione formativa negli ambienti dell'intelligence in Usa, lavoro alle dipendenze di una nerissima impresa di spionaggio e provocazione, Oxford Analytica, diretta da pendagli da forca come l'ex-capo del Mi6 (tempi degli attentati falsi di Londra!), McColl, il pregiudicato e carcerato cospiratore del Watergate, Young, il principe di tutti gli squadroni della morte, uomo della droga e dei Contras e devastatore di Iraq e Centroamerica, John Negroponte.


Basterebbero e avanzerebbero alla grande un simile impiego, questi datori di lavoro, tali mandanti. In più i riservatissimi e imbarazzati referenti accademici, poco insistentemente curati dagli inquirenti italiani e pour cause, con la misteriosa cassaforte britannica da cui dovevano fluire le grosse somme di denaro che il giovanotto prometteva al suo interlocutore egiziano per un certo progetto in cambio di informazioni. Solo che, per sfrucugliare gli ambienti suscettibili di essere attivati per destabilizzare quell'Egitto, Regeni era incappato nell'interlocutore sbagliato. Uno che, appena si era sentito offrire soldi, non umanitari per lui e la famiglia in difficoltà, bensì per il "progetto" commissionato da Londra, reso possibile da "certe informazioni", correttamente aveva riferito alle autorità del suo paese. 

Era la campana a morto per le grandi manovre regeniane contro l'Egitto. Ora non rimane da noi che l'ultimo giapponese che crede che la guerra non sia finita. E' il capo di Amnesty International Italia, Khoury, che dalla sua trincea sbrindellata dai dati di fatto, invoca ancora guerra, almeno diplomatica, ad Al Sisi. Crede che ci sia ancora una bella bomba sotto la poltrona dell'odiato presidente e tenta in tutti i modi di innescarla. Ma la miccia su cui agita le sue fiammelle è bagnata.



Tutti gli altri, francesi, britannici, tedeschi, se ne fottono e stanno già al banchetto brindando con Al Sisi ai grandi affari futuri di cui, se va bene, l'Italia regenizzata raccoglierà qualche briciola. Ma non è detto, se insiste con Regeni. E' sempre la stessa storia: quella dell'Italia che gli stessi dirigenti italiani svendono allo straniero fino a ridurla allo stato di detrito spiaggiato in cui si trova in questo finecorsa. Tutto inizia nel 1992: navigano sul Royal Britannia passeggeri con in mano i nostri beni comuni: Draghi, Andreatta, City di Londra, Soros. Il complotto per la riduzione a nullità della quinta potenza industriale del mondo e beneficiare i concorrenti in ambasce tedesco e francese viene eseguito dai sicari dell'azzeramento del potenziale industriale nazionale, dall'Iri all'euro e al Fiscal Compact: gli agenti immobiliari Dini, Amato, Prodi, Berlusconi, D'Alema, Bersani, giù giù fino all'ultimo nanerottolo da giardino, il testè decapitato mezzotoscano, che doveva, anche con l'operazione Regeni anti-Eni, contribuire al compimento dell'opera.

I chierichietti mediatici e politici dell'operazione che tanto hanno latrato sulle contraddizioni, reticenze, deficienze, degli investigatori egiziani, com'è che su un punto assolutamente cruciale, forse decisivo, dell'indagine, su un elemento giudiziario imprescindibile, non abbiano sollevato né questione, né ciglio? Trattasi del computer di Regeni, sequestrato e rapito dai famigliari dall'abitazione del Cairo e per sempre sottratto agli inquirenti egiziani. Che stanno zitti o tergiversano per carità di patria, della nostra patria e della patria mondiale dell'imperialismo dal quale sortiscono certi scorpioni, ma con cui tocca pur lavorare. Mentre i regeniani nostrani stanno zitti, dal primo giorno, nonostante glielo avessimo gridato in tutte le salse, su chi fosse Regeni e da dove venisse. Mancheranno altre prove. Non quella della malafede.

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From: brandienzo@libero.it


Come ho già scritto in altra mail, non ho elementi per dare un


giudizio sulle rivelazioni del giornalista Gregoretti riprese da Imola Oggi, che però non mi sembrano del tutto campate in aria.


Si sa che Regeni lavorava per un'agenzia di "informazioni": la Oxford Analytica, i cui dirigenti erano noti spioni, come John Negroponte, già agente della CIA ed organizzatore degli "squadroni della morte" assassini in America Centrale, e come vari ex-dirigenti della molto spregiudicata agenzia di spionaggio britannica M16, tra cui un certo McColl (e non solo!).


Si sa (e risulta anche dall'audio registrato diffuso da Repubblica del colloquio tra Regeni ed il capo del sindacato dei venditori ambulanti egiziani) che il ragazzo offriva ingenti somme di denaro (10000 dollari in Egitto sono una somma notevole!) in cambio di "informazioni" che sarebbero state propedeutiche per un fantomatico "progetto" sui sindacati egiziani. Alla fine Regeni nega la somma al suo interlocutore quando molto probabilmente si è reso conto che lo stava incastrando e "bruciando".


Siamo tutti addolorati per la morte di un giovane che aveva tutta la vita davanti; ma non facciamolo passare per un angioletto. Forse era un "ingenuo" nel senso che forse non si è reso conto in che razza di pasticcio stava andando a cacciarsi. Anche io ho fatto il ricercatore, ma nessuno mi ha mai affidato ingenti somme per raccogliere "informazioni", Vincenzo Brandi

venerdì 3 marzo 2017

AMNESTY E LE PARCHE FACILITATRICI


(Con un intervento in calce di Enzo Brandi e Stefania Russo)

Andiamo indietro almeno fino alla guerra contro la Jugoslavia e vedremo come ogni crimine di guerra, ogni crimine contro l’umanità, ogni crimine di aggressione economica, sanzioni, embargo, blocco, diretti contro paesi sovrani, indipendenti, liberi, che si difendono contro i tentacoli della piovra imperialista, essenzialmente Usa, Israele, UE e Nato, vengano preceduti e, dunque, facilitati dall’intervento di Amnesty International, Human Rights Watch (quella di Soros) e Save the Children, le tre sedicenti organizzazioni per i diritti umani di matrice angloamericana. Sono loro le tre Parche, o, per i Greci, Moire, figlie depravate di Zeus e Temi, che pretendono di governare vita, destino e morte degli umani. Al loro seguito formicolano altre entità minori con il compito di rafforzare, a livello tecnico e di categoria, l’impatto delle operazioni propagandistiche delle tre sorelle del crimine umanitario organizzato, tipo Avaaz, Medici Senza Frontiere, Reporter Senza Frontiere.
Alle origini e al vertice hanno tutti gente che una persona perbene non toccherebbe con una pertica. Il Kouchner di MSF, sodale del filosofo sguattero  Henry Levy e agitprop della guerra dei briganti UCK contro la Serbia; il Robert Ménard di RSF, che sostiene la tortura, lavora con il terrorista anticastrista Otto Reich, viene pagato dalla Cia e si permette di dare la classifica delle libertà di stampa; Tom Perricello, deputato democratico e fautore dell’attacco all’Afghanistan e Tom Pravda, consulente del Dipartimento di Stato, più una spruzzatina di Wall Street, a capo dell’agenzia di raccolte firme e schedatura dei farlocconi Avaaz, fondata da MoveOn, la piattaforma di ogni perfidia imperialista.

mercoledì 1 marzo 2017

GIULIETTO E I GIOVANI


Vi inoltro il link a un intervento di Giulietto Chiesa sulla sua Pandora TV, arrivatomi da un sagace interlocutore sul mio blog, corredato a un certo punto di un suo sorprendente tributo alla campagna anti-rete in atto in tutto l'Occidente, sui main stream media in ansia che la rete possa rivelare la dimensione del loro menzognificio, da noi portata avanti dalla più scrausa categoria giornalistica del Continente e tradotta in iniziativa parlamentare contro i criminogeni Fake News della rete dalla coppia di vestali del potere Boldrini-Gambaro.

 Giulietto Chiesa e Michael Gorbaciov, il salvatore del mondo dall'URSS. Giulietto è copresidente della Fondazione intitolata al venditore di pizze perestroikate. Pizza e fichi, per dire.

Il saggio parlato di Giulietto sui giovani di oggi, tout court, è segno della formidabile eccellenza delle facoltà analitiche dell'illustre personaggio, che, come insegnano ricerche e sondaggi del più alto livello, pratica quella che è la classica generalizzazione da bar da parte di avventori, anche un po' alterati dai consumi, sullo stato delle cose del nostro mondo, passando dagli arbitri cornuti alle donne tutte puttane tranne mamma e sorella, alla signora mia non ci sono più le mezze stagioni. Il bersaglio su cui si esercita la tormentata e desolata oratoria dell'illustrissimo giornalista de L'Unità, La Stampa, Radio Liberty e Rand Corporation, sono i giovani di oggi, carnefici e vittime, vuoti, vuoti, vuoti (tre volte vuoti), una disastro biologico, una catastrofe genetica, un'apocalisse morale, uno sprofondo culturale. 

Suggerimento: visto come stanno queste cose, le speranze di un riscatto sono affidate a cherubini, serafini e troni. A noi non resta che spararci, o, se dotati di responsabilità sociale, piuttosto sparare all'intera generazione di bamboccioni farlocchi, vuoti, vuoti, vuoti.

Due salvatori del mondo dall'URSS

Ma poi Giulietto non è che fa affermazioni apodittiche, basate sul nulla, o al massimo su una velina Usa come quelle che attribuiscono il crollo delle Torri Gemelle e il buco nel Pentagono a 19 piloti dirottatori sauditi che, dalle scuole di volo per deltaplani, ultraleggeri e Piper, sono scaturiti  eccelsi virtuosi del pilotaggio acrobatico di Boeing 747. Macchè, Giulietto ci fornisce la prova provata di tanta sciagura generazionale. Si tratta di un dato universale e inconfutabile, degno di Medical Science, Lancet, Nature e affini vertici della letteratura scientifica internazionale. Nientemeno che la similcopia social di uno dei più approfonditi reportage della nota trasmissione antropologica "Le Iene". Quella in cui una para-iena, ottimamente corredata di strumenti di ricerca, analisi e calcolo, intervista un campione di giovani, in un luogo deputato a rappresentarli tutti, che più rappresentativo del mondo adolescenziale contemporaneo proprio non si può.
Come Giulietto guarda ai giovani
Vedere per credere. Vi renderete anche conto della perizia e lungimiranza con cui il nostro maestro della comprensione di natura e problematiche giovanili è capace di attirare i giovani a entusiasmarsi a Pandora TV.
E poi non dite che non promuovo i frutti del lavoro intro- ed extraspettivo del grande giornalista.


Fulvio