lunedì 9 aprile 2018

O LA TROIKA O LA VITA - Non si uccidono così anche i paesi



In diversi mi avete chiesto quando ci sarebbe stata una presentazione del mio docufilm “O LA TROIKA O LA VITA – EPICENTRO SUD” a Roma.
Organizzata dalla rivista “Indipendenza” , venerdì 13 aprile alle 20.30 presenterò il film al Circolo ARCI della Garbatella, Via Pullino 1, Metro Garbatella.




Sarà l’occasione per scambiarci notizie e riflessioni su quelli che sono i temi del lungometraggio: l’aggressione dei poteri transnazionali, europei e mondiali, al Sud del mondo e dell’Europa, a partire dalla Grecia e a finire con l’Italia, sullo sfondo delle grandi problematiche che imperialismo e mondialismo hanno suscitato in termini di guerre, terrorismo, nazionicidi, devastazioni di ambiente e comunità.
Fulvio

venerdì 6 aprile 2018

PCI, INTERNAZIONALISMO, IRLANDA DEL NORD, URSS E CORNO D’AFRICA, IDEOLOGIA IMMIGRAZIONISTA E NAZIONICIDI, LIBERAZIONE SESSUALE E TEORIE GENDER Intervista a Fulvio Grimaldi a cura di Stefano Zecchinelli (L’Interferenza.info


http://www.linterferenza.info/

A questo sito si trova un'intervista fattami da Stefano Zecchinelli che ha anche recensito con profondità, lucidità e competenza il mio ultimo libro "Un Sessantotto lungo una vita". Parliamo di temi di rilievo attuale e anche storico.



(1)  Il tuo libro, Un sessantotto lungo una vita, contiene una forte critica marxista al Partito comunista italiano i quali burocrati ‘’facevano da cani da guardia al capitale’’. L’opportunismo interno del PCI quali ripercussioni ha avuto nei confronti dell’internazionalismo rivoluzionario? Mi spiego meglio: come si poneva il PCI nei confronti delle lotte di liberazione nazionale da te seguite in prima persona? In che modo si poneva il Partito comunista italiano nei confronti della Resistenza palestinese?

Parto da un’esperienza personale. Nel giugno del  1967, mentre ero alla BBC e corrispondente di Paese Sera a Londra, il quotidiano romano vicino al PCI (suo editore) mi spedisce alla guerra dei Sei Giorni in Palestina. In linea con il partito e con Mosca, fautori della creazione di Israele, il giornale diretto dall’ebreo (per quanto questo non debba necessariamente significare niente) Fausto Coen sosteneva il diritto del ritorno degli ebrei “nella loro terra storica” e la costituzione di un loro Stato secondo i deliberati per  la spartizione dell’ONU nel 1948. Alla vista di quanto succedeva nel corso della guerra e subito dopo, l’assalto oltreché a Gaza tenuta dall’Egitto, ma l’avanzata nei territori palestinesi, iniquamente ridotti rispetto alla già diseguale suddivisione dell’ONU, con la brutale cacciata degli abitanti, la distruzione di città e villaggi, l’occupazione illegittima di Golan e Sinai, il trattamento durissimo dei prigionieri arabi, l’oppressione feroce degli abitanti nelle zone occupate, i miei reportage, per quanto “ripuliti” dalla censura militare, andavano in netta contrapposizione con la linea fino allora seguita da partito e giornale. Ma furono pubblicati e indussero un profondo ripensamento che arrivò addirittura al cambio di direttore, dal recalcitrante Coen al disponibile Giorgio Cingoli (pure lui ebreo).

Chiaramente il ripensamento, che portò poi il PCI a barcamenarsi faticosamente tra “diritto di Israele a esistere” e diritto dei palestinesi a resistere, non poteva essere solo frutto dei miei servizi (che, tra l’altro, mi costarono l’espulsione dall’”unica democrazia del Medioriente”), ma fu determinato da un forte dibattito ai vertici e soprattutto alla base del partito e, inevitabilmente, alla luce del rapporto con Mosca a quei tempi, dalla scelta sovietica di sostenere il movimento nazionale panarabo, a sua volta a fianco della resistenza palestinese.

In ogni modo l’internazionalismo del PCI è continuato a dipendere sia dagli equilibri interni, con la componente “migliorista” di Amendola e Napolitano pencolante verso Occidente e Israele, sia dalle giravolte del PCUS nel quadro degli equilibri tra la spartizione delle sfere d’influenza di Yalta e la necessità di garantirsi posizioni di forza geopolitiche. Ne derivava una linea flessuosa, tra appoggi decisi come nelle guerre di Indocina e arretramenti, tipo il cedimento sui missili a Cuba. Mentre sulla Palestina ci si baloccava con l’auspicio di negoziati di pace (poi Oslo) e nella speranza che una resistenza palestinese non violenta convincesse Israele ad accettare i famigerati due Stati.

(2)  Nel libro viene descritta la Domenica di sangue, un feroce massacro per mano dei paramilitari inglesi nei confronti di pacifici dimostranti irlandesi. Sulla base della tua esperienza e delle molteplici documentazioni che hai raccolto, cosa resta, oggigiorno, della Resistenza antimperialistica dell’Ira? Intravedi alcuni parallelismi fra i fasulli Accordi di pace, stipulati dall’Ira col governo inglese nel 1998, e l’ambigua pacificazione colombiana?

A mio parere, in entrambi i casi si tratta di accordi a perdere che non hanno dato soddisfazione alle istanze di liberazione e giustizia e hanno avviato le vicende sul binario morto di una finta normalizzazione, di soddisfazione per i vertici di entrambe le parti. Difficile dire cosa rimanga oggi della resistenza anticolonialista e antimperialista dell’IRA. Gli accordi di pace del Venerdì Santo firmati da Gerry Adams e Martin McGuinness, entrambi ai vertici dell’Ira negli anni ‘70 e ’80, hanno imposto il disarmo dell’IRA, realizzato,  come non lo fu quello delle formazioni unioniste, lasciando nella popolazione repubblicana, ormai non più minoranza nelle Sei contee, ma vicino al 50%, fortemente provata da trent’anni di lotte, perdite e devastazioni, stanchezza, delusione, ma anche rassegnazione.



Mie recenti visite in Nordirlanda, per testimoniare alle varie inchieste sulla strage di Bloody Sunday, confermano sia questa situazione di arretramento, ma anche la perdurante aggressività degli unionisti, con continue incursioni tra la popolazione repubblicana. Rimane intatto  il divario ideologico e politico e la totale incomunicabilità tra le due comunità. Il governo provinciale di unità nazionale, imposto da Londra dopo gli accordi, con la paradossale coabitazione tra l’estrema destra unionista di Paisley e lo Sinn Fein di Adams, non ha portato che un marginale riscatto economico-sociale alla da sempre discriminata comunità repubblicana cattolica. Alla resa dell’IRA hanno reagito alcune componenti dell’organizzazione, Real IRA, Continuity IRA, con sporadiche operazioni contro esponenti dell’amministrazione della sicurezza, ma è difficile rilevarne la consistenza in termini di adesione popolare.

In questa luce i parallelismi con la soluzione del conflitto colombiano e l’analoga rinuncia alla lotta armata di popolo in Colombia risultano abbastanza chiari. Se da questi processi, in ultima analisi governati dalle forze della normalizzazione reazionaria e finiti a loro vantaggio, basti vedere la debacle elettorali delle FARC nelle condizioni impossibili date, possano venire cambiamenti in direzione emancipatrice resta altamente dubbio. La Storia direbbe il contrario.

(3)  Tu hai documentato, con grande rigore metodologico, la liberazione dell’Eritrea, ex colonia italiana, dalla morsa dell’imperialismo occidentale. Nel libro fai giustamente riferimento al – vergognoso – sostegno sovietico nei confronti del colonialismo etiopico. Secondo te, per quale ragione l’Unione Sovietica ha sovrapposto gli interessi nazionali alla solidarietà antimperialistica tanto cara Lenin, Fidel Castro e molti altri rivoluzionari? La politica dei Partiti comunisti europei in che misura è stata condizionata dal ‘’revisionismo’’ sovietico?

Oltre a non avere di solito favorito secessionismi, dei quali poteva temere il contagio nell’Unione, l’URSS ha visto nella defenestrazione del fantoccio occidentale Haile Selassie un’occasione senza precedenti per allargare la sua influenza in Africa, oltre Tanzania, Angola, Algeria, Libia ed Egitto. Troppo appetitosa era la prospettiva di mettere piede in una delle zone geopoliticamente più strategiche del mondo, il Corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb, il Mar Rosso, il Golfo Persico, l’Oceano Indiano, da dove passano gran parte degli scambi mondiali, in particolare di petrolio, tra Est e Ovest e Nord e Sud. Le forze rivoluzionarie si sono a lungo illuse che nella politica estera dell’URSS potessero prevalere ragioni etiche e ideali. Nella realtà ha sempre prevalso, non del tutto irragionevolmente, il pragmatismo della realpolitik.

Eritrea 1971, con combattenti del FLE


Quanto ai partiti comunisti europei, raramente si potevano notare divergenze da quanto indicava la casa madre. Al più veniva lasciato qualche spazio a una pubblicistica non direttamente emanazione dei partiti, fiancheggiatrice. Ne fu un esempio in Italia il bel settimanale “Giorni-Vie Nuove”, una specie di Espresso rosso, nel quale a me era consentito pubblicare i reportage sulla lotte di liberazione eritrea, palestinese, nordirlandese.

(4)  Tu ha hai giustamente definito ‘’sociocida’’ e ‘’nazionicida’’ l’’’operazione migranti’’ la quale è stata pianificata dalle fazioni ‘’liberal’’, ben analizzate nei tuoi articoli, dell’imperialismo USA. Pensi che l’ideologia immigrazionista debba essere inquadrata come l’altra faccia del colonialismo occidentale? Secondo te, quale rapporto intercorre fra l’’’operazione migranti’’ e la fine delle lotte di liberazione nazionale, la decolonizzazione radicale che per noi è l’unico antirazzismo reale?

Permettimi qui di rispondere con un brano dalla seconda edizione del mio libro “Un Sessantotto lungo una vita”. Tre sono le grandi operazioni con cui la cupola finanzcapitalista persegue nel terzo millennio il dominio totalitario politico, militare, economico e culturale sull’umanità. Lo Stato unico della sorveglianza e del controllo senza spiragli o crepe. Hanno tutte origine nel cosiddetto riflusso degli anni ’80 del Novecento, risposta all’onda insurrezionale del decennio precedente e prodromo dell’offensiva scatenata vent’anni dopo, a partire dalla “normalizzazione-passivizzazione” delle coscienze e dei saperi con gli strumenti hi-tech degli apprendisti stregoni di Silicon Valley. La diffusione della droga per la guerra alla droga; la diffusione del terrorismo per la guerra al terrorismo; la migrazione di massa finalizzata a un unico superstato che persegue la distruzione di ogni statualità attraverso la creazione di masse, estratte dal proprio contesto storico, omologate dall’abbandono, dalla disperazione, dalla perdita di anima e nome collettivi e da un destino di subalternità irrimediabile.

Strategia di distruzione dei diritti umani (intesi come libertà, riservatezza, lavoro, autonomia, rapporti sociali), se va bene sostituiti da diritti detti civili (perlopiù intesi come superamento di quelli biologici) e dal diritto di muovere guerra e distruzione a chi si pretende di accusare di violazione dei diritti umani. In ogni caso gli effetti collaterali, ovviamente voluti, sono spopolamento, impoverimento generale, rafforzamento di un élite finanziaria sovranazionale, familistica, eminentemente anglosassone. Attraverso l’accumulo di ricchezze, impensabili nel quadro della vecchia  lotta di classe e con gli strumenti tecnologici di cui mantiene il monopolio, si assicura una concentrazione di potere senza precedenti nella storia della vita su questo pianeta.

Che questo processo abbia potuto avanzare senza incontrare grandi ostacoli, almeno nello spazio occidentale, è dovuto anche al supporto, fino alla complicità esplicita, di soggetti, formazioni, giornali che si qualificano di sinistra. Un fiancheggiamento in parte pienamente consapevole, in parte inconsapevole, dovuto alla sclerotizzazione della propria visione dei rapporti di classe, alla mancata comprensione dei mutamenti radicali avvenuti, alla decerebrazione indotta dalla propaganda dei dominanti. Molto ci è rivelato da come le varie parti in commedia hanno affrontato il fenomeno delle migrazioni, senza mai indagarne l’origine e la strategia colonialista che le innesca e che punta a privare paesi dalle risorse predabili delle energie giovanili che ne garantissero il controllo e lo sviluppo e, al tempo stesso, con il dumping sociale nei paesi d’arrivo, abbassassero condizioni e pretese degli autoctoni, promuovendo ulteriori trasferimenti di ricchezza dal basso verso l’alto.

5)    Nel libro dai un giudizio positivo sulle lotte riguardanti l’emancipazione sessuale, un sacrosanto movimento di protesta contro il conformismo cattolico del padronato democristiano. Come mai quelle legittime rivendicazioni, decenni dopo, sono state strumentalizzate e stravolte dalle lobby lgbt? La (falsa)sinistra, tanto nella ‘’operazione migranti’’ quanto nell’avvallare le lobby pro-‘’gay americanizzati’’, in che misura s’è resa complice del lobbismo atlantico?


Mi sembra che sia proprio la questione del cosiddetto “gender” o “transgender” a rivelare l’estensione e la profondità della complicità tra quanto si pretende di sinistra e quanto esprime strategia ed obiettivi dell’élite restauratrice mondialista. L’operazione di valorizzazione LGBT, a implicito discapito dell’eterosessualità e della famiglia come basilare unità sociale e produttrice di vita, dovrebbe essere vista accanto all’altra campagna martellante in cui agiscono di conserva forze dell’establishment finanzcapitalista e sedicenti sinistre nel nome dei cosiddetti “diritti civili”, quella dell’esaltazione delle donne, “a prescindere” e della demonizzazione del maschio, a prescindere. Come effetto, collaterale, ma di notevole portata, l’enfasi sui diritti civili – matrimoni gay, famiglie unisex, stepchild adoption, anche jus soli – relega nell’ombra i diritti sociali e il principio di eguaglianza. Quello che era un segno del progresso umano, la conquista di diritti per i subordinati e sottoprivilegiati, uniti nella lotta oltre le differenze di genere, etniche, confessionali, nazionali, viene sostituito dalla palingenesi attribuita alle donne in posizione di potere, lasciando intatta la struttura di tale potere e il suo rapporto con la società. L’ossessivo slogan di “una donna primo presidente degli Stati Uniti”, che era la linea di forza della candidatura di Hiillary Clinton, una donna peraltro agghiacciante, ne erano l’esemplificazione.


Nel tempo del più brutale assalto della minoranza elitista al resto dell’umanità, del più feroce trasferimento di ricchezza dal 99% all’1%, della catastrofe ecologica perseguita con crescente accanimento e incoscienza, l’innesco di una guerra tra uomini e donne realizza una formidabile arma di distrazione di massa e il principale, tra i tanti, soprattutto hi-tech, strumento di frantumazione della coesione sociale. Premessa per la dispersione di ogni opzione di alternativa e opposizione. Non solo, l’intesa felice che tra donne e uomini aveva realizzato la liberazione sessuale, annichilendo millenni di repressione e contrapposizione imposti tramite ipocrisia, tabù, sensi di colpa, finzione, menzogna, aveva già iniziato a corrodersi e intossicarsi di sospetti con la mega-operazione dell’Aids. Una malattia negata da un numero di Premi Nobel della medicina e che ha prodotto il picco della mortalità a causa di un farmaco distruttore delle difese immunitarie, l’AZT con cui sono stati trattati 300 milioni di pazienti e che ha portato nelle casse della Glaxo-Wellcome 3000 miliardi di lire l’anno, Visto che quasi tutti i trattati con questo farmaco morivano, dal 1996, dopo 15 anni di utilizzo su vasta scala, è stato ritirato, avendo ormai causato un efficace sfoltimento umano e un’ efficace paranoia nei rapporti tra i sessi.


Ma temo che l’obiettivo centrale abbia una terrificante connotazione maltusiana ed eugenetica. Guerra tra i sessi, rendere di tendenza e centrale nei temi di comunicazione, spettacolo, arti e letteratura  comportamenti  e strutture associative che abbiano come esito la sterilità della specie non corrisponde a un intento di ridurre drasticamente la dimensione della presenza umana sul pianeta, di sbarazzarsi di popolazioni giudicate parassitarie e in eccesso? Si ritiene forse che la via a un potere totalitario dei pochissimi, a un’economia che non debba più tener conto di elevati numeri di deboli e bisognosi, a un ambiente in cui la riduzione dei consumi, limitata a quelli di lusso, rimetta in carreggiata l’ecosistema, venga spianata dall’eliminazione di popolazioni con tali metodi, oltreché con guerre, terrorismi, droga, farmacopea, fame, sete?


mercoledì 4 aprile 2018

Israele, UK, Usa, UE; gas nervini e partite di caccia: Stati canaglia all’assalto COLPI DI CODA O OFFENSIVA FINALE?



Che il mostro sia ferito è indubbio, che abbia la forza per menare colpi di coda, o allestire una soluzione finale è da vedere. La resa dei conti, in ogni caso, ha per obiettivo Putin e la sua Russia, nonché i popoli europei a metà strada tra est e ovest. Quella Russia che, sottratta al magliaro Eltsin e agli avvoltoi interni ed esterni che lo sbronzone aveva invitato alla tavola apparecchiata con le membra mozzate dei popoli sovietici, rimessasi in piedi e in cammino, ha dato l’altolà al processo della mondializzazione imperialista, ha asserito e concretizzato il suo diritto ad avere una parola in merito a se stessa e al pianeta, si è mossa in sostegno di tale diritto e a difesa di chi dalla mondializzazione imperialista doveva essere spianato.

Siamo alle provocazioni che dovrebbero avvicinare quel confronto risolutivo da cui soltanto degli invasati mentecatti, manovrati al potere dalla storica cupola finanzcapitalista, possono aspettarsi una sistemazione dell’ordine mondiale che mantenga in vita l’umanità. Ci stiamo avvicinando a quel confronto, inevitabilmente nucleare, o vi siamo già dentro? That is the question. Vediamo.

Il Quarto Reich
La palma degli affossatori di ogni diritto, decenza, morale, umanità, spetta a Israele, ai superatori dei nazisti che dirigono il paese e proclamano il “più morale del mondo” un esercito che va alla partita di caccia contro donne uomini e bambini inermi e, dispiace dirlo, caccia condivisa dall’incirca 80% della sua popolazione che con tale banda di licantropi si schiera nell’occasione di ogni bagno di sangue, da 70 anni a questa parte. Per farsi sparare come uccelli di passo da energumeni i cui cervelli grondano sangue e cinismo, i palestinesi di Gaza, in trentamila e mani nude alle soglie delle terre loro rubate, hanno preteso di ricordare il diritto al ritorno a dove erano stati spossessati. Un diritto decretato innumerevoli volte dalla comunità internazionale, l’ONU, quella ufficiale, vagamente più titolata di un’altra sedicente “comunità internazionale” che pretende di prevalere su quella che comprende 193 nazioni, mentre non è che il decimo NATO dell’umanità. Titoli dell’ONU manomessi nel tempo dalla protervia degli Usa e che un segretario sguattero ha definitivamente sotterrato con la sua patetica equiparazione tra assassini seriali e di massa e loro vittime.


Io quelli del ritorno li ho visti, conosciuti, frequentati. Ci ho vissuto insieme nei campi, da Tel Al Zataar in Libano a Dheisheh sotto Betlemme. Ho visto dare loro la caccia, seconda ondata di profughi, nella guerra dei Sei Giorni, 1967, su per la Galilea e sopra al Golan, villaggi bruciati, gente in fuga con le masserizie caricate su carri e asini, i carri con la Stella di Davide appresso, con i cingoli e le cannonate.

La “Grande Marcia del Ritorno” è stata fatta nella ricorrenza della Giornata della Terra, quella di un altro 30 marzo, 1976. I morti ammazzati dall’esercito “più morale”del mondo” erano stati sei, i feriti un centinaio. E una buona parte di mondo civile ha protestato, manifestato, detto ai killer quello che gli era dovuto. Il vittimismo che Israele e buona parte della comunità ebrea internazionale utilizzano come arma-fine-del mondo per asfaltare chiunque osi alzare sopraccigli sulle nefandezze dello Stato etnico-confessionale sionista, ne rimase incrinato per un po’. Stavolta la mattanza è di 17 morti (finora) e di 2000 feriti e la stampa ciancia di “reazione sproporzionata” alle “minacce di Hamas”. Il New York Times, standard aureo del giornalismo per la nostra comunità di presstitute, nasconde i laghi di sangue e i campi della morte e delle mutilazioni sotto l’insegna “Il diritto di Israele di difendersi”.  Niente di sorprendente: è l’house organ degli antrpofagi di tutte le guerre, di tutte le rapine, di tutte le devastazioni.

Israeliani contro la strage di Gaza

Ma qui non dovremmo esimerci dal tributare riconoscenza e onore a quei pochi ebrei che hanno manifestato contro il massacro dei propri moralissimi carnefici. Basterebbe uno solo di questi manifestanti coraggiosi, o un solo Pappè, un solo Finkelstein, un solo Atzomon, per impedirci di generalizzare.

Come per i migranti, tutti “rifugiati”, nessuno parte mai dal primo anello della catena, l’espulsione coatta o necessitata da interventi occidentali – bombe, multinazionali, Ong - nel quadro dell’appropriazione di terre e risorse, così sono bastati pochi lustri perché l’opinione pubblica, quella vigile e agguerrita, si adagiasse nella comoda sdraio dell’oblio. Oblio del primo anello, il crimine, vero male assoluto, contro un popolo titolare millenario della sua terra, invaso, espropriato, sradicato, massacrato, tenuto in ceppi. Un rigurgito del più feroce colonialismo dei secoli precedenti, salutato come bastione di civiltà e unica democrazia in un Medioriente popolato da selvaggi.


Quanto i cari rifugiati stanno sulle palle
A tale bastione di civiltà e diritti umani accorrono ora coloro che, ove incorsi nella rete criminale di trafficanti e Ong nel Mediterraneo sono profughi da accogliere senza se e senza ma, da Israele vengono messi davanti all’alternativa: o il carcere, o l’espulsione verso Ruanda e altri paesi (che non li vogliono). Sono quei circa 30mila cui è riuscito di penetrare in Israele sfuggendo alle fucilate delle guardie di frontiera nel Sinai. Si urla sulle terribili condizioni in cui i migranti sono tenuti nei campi libici e, alla luce di racconti non strumentali si esagera alla grande al solito scopo di incrementare il traffico, lo sradicamento, l’operazione di spostamento di popolazioni. Andassero a vedere come sono trattati quelli che finiscono nei campi israeliani in mezzo al deserto del Negev. Con una sfrontatezza degna di coloro che a certi fondatori dello Stato canaglia dissero “O Auschwitz, o la Palestina”, il plurindagato per ladrocinio e corruzione Netaniahu concorda con i gaglioffi dell’ONU di scaricare sull’Italia parte dei primi 16mila da cacciare. Avete udito anche solo un flebile fiato di sconcerto e riprovazione da parte di quella lobby, israelita per buona parte, con a capo gli umanitaristi da Nobel Erri De Luca e Furio Colombo, che si sdilinquisce h24 sulla disperazione dei migranti, la nobiltà dei soccorritori, l’infamia di chi ne denuncia e indaga il malaffare e gli occulti  mandanti?

Botta ai serbi, che Mosca non s’illuda….
Kosovo: uno Stato canaglia che non è neanche il caso di definire Stato e a cui la qualifica di canaglia va stretta, dato che si tratta semplicemente di una gigantesca base Usa circondata da pretoriani selezionati accuratamente tra tagliagole UCK, trafficanti di organi e di stupefacenti e messi a capo, a Pristina, di un sedicente governo. Nel quadro strategico delle botte da dare a destra e manca,  in una dimostrazione di muscoli che ricomponga un equilibrio largamente alterato dalle vittorie siriane, irachene e russe in Mediorente (vittorie con retrogusto amaro, se la liberazione di Ghouta comporta la ricollocazione degli sgherri Nato, sauditi e turchi a Idlib e Afrin, area definitivamente sottratta dai turchi), sono state mosse anche le pedine criminali kosovare.

Un manipolo di sbirri albanesi è stato spedito nell’enclave rimasta ai serbi dopo la pulizia etnica di 300mila dei titolari di questa terra. A Mitrovica, la città sull’Ibar divisa tra le due nazionalità, nella parte serba era riunita la delegazione, con rappresentante di Belgrado, incaricata delle trattative con Pristina sul futuro della regione. Era il 27 marzo ed erano passati due mesi da quando un killer senza volto, ma con mandante certo, ha ucciso con sette pallottole, sparate da un auto in corsa, il lader storico della minoranza serba, Oliver Ivanovic. La soldataglia del premier narcos, Hashim Thaci, è penetrata nella sede della riunione, ha sparato e picchiato, ferito 32 persone, arrestato il rappresentante del governo di Belgrado, Marko Djuric, e ha sfasciato tutto. Nessun intervento, né prima, né dopo, delle forze dell’ONU. Compiaciuto silenzio delle cancellerie e dei media che si sono inventate questo aborto di entità. Lezione alla Serbia che tentenna su UE e Nato e, per proprietà transitiva, alla Russia che, diversamente dal traditore della Serbia Eltsin, con Putin è tornata a occuparsi di questa nazione sorella.

 Profughi serbi

“Sinistra” di complemento per genocidi
Sullo sfondo del destino della Jugoslavia e della Serbia distrutte e devastate c’è, ricordiamocelo, la sciagurata ed efferata “sinistra” chic, radicale, o comunque la si voglia chiamare, in ogni caso collaborazionista, che, col “manifesto”, centri sociali, pezzi di Rifondazione, slinguazzava i mentitori imperiali che distorcevano le figure apicali dei paesi da obliterare in dittatori sanguinari intenti a massacrare i propri popoli e minacciare l’Occidente. Così, satanizzando Milosevic, lastricarono la via all’aggressione, alla restaurazione reazionaria, quando non fascista, nelle varie repubbliche, all’amputazione dell’Europa. Truppe di complemento dei genocidi, non si sono mai fermate; ovunque il maglio imperialista volesse abbattersi, allestivano il terreno con il loro glifosato. Peste li colga.

Morto un Russiagate se ne fa un altro: i gas nervini di  Londra
Il Russiagate, arma farlocca che spara a salve, ma di notevole potenza deflagrante mediatica, era stato messo quasi fuori gioco dalle rivelazioni del Senato sul dossier confezionato da spie britanniche in accordo con il campo di Hillary Clinton (già in grave difficoltà per lo scandalo delle mail riservate scambiate su indirizzi privati) e inteso a inventarsi ogni sorta di porcata di Trump, compresi i connubi con Mosca e Putin. Polveri bagnate da asciugare ed è uscito l’avvelenamento del russo, spia britannica, Sergei Skipral e della figlia Julia. Non è stata esibita la minima prova, non è stata aperta un indagine, non è stato individuato un avvelenatore. E’ bastata la parola di Theresa May, come ogni premier britannico del dopoguerra velina o paggio dell’inquilino della Casa Bianca, per determinare la responsabilità dei russi, anzi di Putin. Presunta patria del diritto e della democrazia moderni, tali diritto e democrazia ha intossicato peggio di chi ha avvelenato Skipral con il famigerato agente nervino Novichok.

Un ludibrio di cui Londra si era già coperta quando addossò a Gheddafi l’esplosione in volo su Lockerbie in Scozia, a Natale 1988, di un aereo Pan Am con 268 persone a bordo. Il giudice della sentenza conclusiva, a Edimburgo, definì la sentenza che aveva incolpato la Libia un “travestimento della giustizia”.

Novichok, chi ce l’ha e a chi conviene usarlo
Del Novichok si sanno per certe alcune cose, del tutto ignorate dal coro di più o meno riluttanti domestici obbedienti che alle espulsioni di diplomatici russi hanno aggiunto le loro, per un totale di 150, riuscendo a infliggersi il danno del peggiore deterioramento di rapporti con un partner prezioso come la Russia dai tempi della crisi dei missili a Cuba. La sostanza chiamata Novichok era stata sviluppata in URSS negli anni ’70, ma fu distrutta nel 1997, insieme all’intero arsenale chimico russo, sotto la sorveglianza dell’Organizzazione Internazionale per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW). Uno scienziato russo coinvolto in quella ricerca, Vil Mirzayanov, oggi alloggiato in una villa milionaria a Princeton, New Jersey, nel 1996 se ne fuggì negli Usa dove illustrò agli interessantissimi colleghi del Pentagono ogni dettaglio della sostanza, di cui con ogni probabilità portò qualche campione con sè, visto che già ne aveva venduto dosi a boss mafiosi degli Stati baltici. Scrisse tutto in un libro “Segreti di Stato. Il racconto di chi ha partecipato al programma russo delle armi chimiche”. Hillary Clinton ordinò di farlo sparire e che non se ne facesse parola.

Agenti anti-Novichok in mezzo a gente e poliziotti senza protezioni.

 Non è dunque vero, come affermano gli accusatori, che solo i russi sapevano di Novichok. E’ invece vero che coloro che per la Clinton confezionarono il falso dossiere Russiagate, i vecchi spioni del britannico Mi6 Christopher Steele e Pablo Miller, in questa storia c’entrano e parecchio. Fu Miller  l’agente dei servizi britannici a reclutare Skipral. Fu Skipral, con ogni probabilità, a fornire a Miller e Steele materiale per il Russiagate. Skipral e figlia furono avvelenati a Salisbury. Miller vive a Salisbury ed era in rapporti di amicizia con l’ex-agente russo. A poche miglia da Salisbury, a Porton Down, si trovano i più grandi laboratori per armi chimiche del Regno Unito. E’ proprio  un azzardo da complottisti in delirio pensare che se agli americani è arrivato il Novichok, questi non l’abbiano condiviso con gli azionisti di minoranza britannici?  E ora una notizia dell’ultima ora, subito soppressa dai giornaloni e schermoni, ci rivela che da Porton Down viene dichiarato di non poter produrre prova che quel Novichok sia di provenienza russa. Forse la  bufala della May e del suo ministro degli esteri, il caratterista Johnson, è talmente surreale che qualche testa responsabile tra gli scienziati ci ha messo una zeppa.

Cui prodest?
E non abbiamo neanche fatto ricorso alla logica che polverizza qualsiasi teoria: a chi è convenuto accusare la Russia di aver condotto un attacco chimico (quello che, grazie agli occhiuti russi, non si è riuscito a combinare a Ghouta, in Siria) contro la popolazione su suolo britannico?

Siamo vicini a mezzanotte o già lì?
Gli scienziati che sorvegliano le condizioni per le quali ci stiamo avvicinando o allontanando dall’ora X nucleare, hanno spostato l’orologio dell’apocalisse a due minuti da mezzanotte. Ciò su cui è lecito argomentare è se l’offensiva Usa-UK-Israele-Nato sia una virulenta risposta ai contraccolpi arrivati dalla Siria, alla recentissima firma tedesca dell’accordo con i russi per la costruzione del secondo oleodotto attraverso il Baltico (Nord Stream 2) e, addirittura, all’affermarsi in Italia di forze politiche poco in linea con  l’UE e con le sanzioni alla Russia. Per la verità non è più la Russia con i suoi hacker ad aver fatto vincere Trump, Brexit e, si parva licet… Di Maio e Salvini. Ora i ruoli si sono invertiti e pare che questi esiti nefasti li abbiano sulla coscienza FB e Cambridge Analytica. Ma vedrai che ci troveranno una manina russa in qualche modo. Ma quali milioni impoveriti dalle guerre di Obama/Clinton! Ma quali lavoratori e disoccupati inglesi stufi di sputare sangue per l’austerity di Draghi e Juncker! ma quale un italiano su cinque sotto o attorno alla soglia di povertà e nauseato da un regime di grassatori e da una sinistra che ne regge lo strascico…!

Per cui, in vista di uno scontro decisivo con il grande antagonista in costante crescita, con il suo ostico presidente confermato nel voto in misura come nessun governante occidentale si sognerebbe, è necessario inventarsi continuamente nuovi motivi per distrarre l’Europa dalle sue inclinazioni/tentazioni  verso il proprio spazio economico naturale, che non sta a ovest, ma a est. Armeggiando e costringendo ad armeggiare intorno ai confini dell’Orso, tagliandosi gli attributi per fargli male.

Nell’ipotesi peggiore siamo già alla vigilia di quello scontro decisivo, del redde rationem, dell’armageddon contro coloro, Russia e Cina, che oggi come oggi costituiscono per i forsennati del governo mondiale unipolare dei ricchi un ostacolo insormontabile . Ricordiamoci che a Washington sono pazzi e che a tutti gli altri intorno a noi in Uccidente sono appassite le gonadi.


venerdì 23 marzo 2018

UN SESSANTOTTO LUNGO UNA VITA - recensioni

Livio Partiti 10 marzo 2018 Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi
“Un sessantotto lungo una vita”
prefazione di Vladimiro Giacché
Zambon Editore
http://zambon.net





Il decennio ’68-’77 è quello che considero il periodo più significativo nella storia recente del nostro paese. Un decennio di cui non si dovrebbe perdere la memoria e di cui si devono contrastare le analisi strumentali, quelle fatte con il facile senno di poi, spesso denigratorie, o mettendo al centro le scelte opportuniste e il degrado politico e morale di alcuni personaggi allora molto in vista. Si tratta anche di una mia esperienza personale di grandissima intensità e che alle radici molto lontane nel tempo aggiunge un retaggio che non muore.
Fulvio Grimaldi ci spiega nelle ultime righe del suo libro, “io continuo a fare il giornalista”. E cioè a intervenire “ovunque ci sia bisogno di buttare sabbia negli ingranaggi e verità in faccia di coloro che noialtri, meglio di molti, avevamo individuato e colpito molti anni fa”. A 50 anni di distanza, è difficile sintetizzare meglio il perdurante significato del “Sessantotto”. (Vladimiro Giacché)
Fulvio Grimaldi nasce a Firenze, vive parte della Seconda guerra mondiale in Germania, studia a Genova, poi a Monaco, Colonia, Londra.

Lavora come giornalista professionista per la BBC a Londra, dal 1962 al 1967. Inviato di guerra per “Paese Sera” alla Guerra dei Sei Giorni in Palestina. Per “Paese Sera” e il settimanale “Giorni – Vie Nuove” è inviato in Africa, Europa, Vietnam, Medio Oriente, Irlanda. Direttore del quotidiano “Lotta Continua” dal 1972 al 1975. Ripara a Londra per cumulo di processi per reati di stampa. Dal 1977 al 1979 corrispondente dallo Yemen per una catena di riviste terzomondiste britanniche. Firma anche reportage dall’estero su “La Repubblica”, “L’Espresso”, “il manifesto”. Dal 1984 in Rai, prima al TG1 e poi al TG3. Lascia la Rai nel 1999 per dissensi sulla linea adottata sulla guerra alla Jugoslavia (“intervento umanitario”).

Dal 1999, da autore indipendente, realizza documentari di guerra: Iraq, Balcani, Palestina, Libia, Siria e documentari sull’Iran e sui rivolgimenti politici e sociali in America Latina: Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Honduras, Messico, Argentina, Brasile.

Tiene un blog, www.fulviogrimaldicontroblog.info, di politica nazionale e internazionale. Ha realizzato nel 2014 il suo primo docufilm su tematiche italiane: “Fronte Italia – Partigiani del 2000, dai No Tav ai No Muos, tutti i No della resistenza”. Seguono altri due docufilm di soggetto nazionale: “L’Italia al tempo della peste – Grandi Opere, Grandi Basi, Grandi Crimini”, e “O la Troika o la vita – Epicentro Sud”, sempre fuori e contro il perimetro dell’informazione ufficiale.
È stato insignito dal presidente della Serbia della “Medaglia d’Oro” per meriti giornalistici.

domenica 18 marzo 2018

UN ’68 LUNGO UNA VITA - Un libro nel cinquantenario di un'eccellenza italiana e nel quarantenario di un'operazione USraeliana travestita da BR






Non fosse che sui due eventi, il ’68 e l’uccisione di Moro, che hanno cambiato l’Italia più di ogni altro, dal dopoguerra ad oggi, a dispetto dei tentativi messi in atto nei successivi 50 e 40 anni dall’establishment, sempre quello, di offuscarli, deformarli, seppellirli nelle menzogne, stanno sbracando in maniera indecente tutti, me ne sarei rimasto zitto. Consapevole che la mia singola e debolissima voce, per quanto testimonianza diretta del tempo, diversamente da quella dei tanti figuranti, comparse, millantatori, epigoni, scopertisi protagonisti ex post, non avrebbe neanche inciso una lieve stonatura nel coro delle rievocazioni di regime.

Berlino apre al ’68. Vero.
Poi però è successo che la Germania, Stato oligarchico, plutocratico, capitalista quanto e peggio di altri, quello contro il quale cadde Rudi Dutschke, mi abbia dato l’occasione di scoprire che lo Stato borghese, quando si sente forte e sicuro, ha anche l’intelligenza di riservare qualche spazio all’altro, magari diverso, magari antagonista, senza boldrineggiare con la caccia a Fake News, estremisti, nazifascismi cartonati da sciogliere nell’acido. Avvertito della mia modesta e vetusta esistenza antimperialista e “sovversiva” grazie ad alcune apparizioni sugli schermi e nelle onde radio di un bravo giornalista contro, Ken Jebsen, copia in bella del Beppe Grillo d’un tempo, questo Stato decise di irrobustire la mia voce in misura tale da potersi udire anche in mezzo al rumoreggiare dei rievocatori di servizio.

A conferma di quanto ho appena detto sullo Stato tedesco e i suoi angoletti di democrazia, vi esiste e lavora una Centrale Federale per l’Educazione Politica (Bundeszentrale für politische Bildung) che dalla ricorrenza del ’68 ha tratto lo spunto per una grande mostra internazionale che si apre al Ludwig Forum di Aquisgrana il 19 aprile 2018. Porta il titolo niente male di “LAMPI DEL FUTURO – L’arte dei sessantottini, ovvero il potere degli impotenti” ed esporrà opere, scritte o figurative, di alcune decine di attori, testimoni, artisti, descrittori e analisti di quell’epoca e del suo Zeitgeist. Ancora mi chiedo perché, per l’Italia, anziché esponenti notori, come Oreste Scalzone, famigerati come Sofri o Mario Moretti, o storici come Bobbio o Mieli, ci sia io, semplice militante, mai leader di niente, semmai divulgatore del nostro ’68-’77, ma anche di quelli vissuti altrove. Forse qualcuno aveva scoperto che il mio ’68, in senso escatologico, nasce nel 1945, proprio in Germania, tra camicie brune e bombe angloamericane, alle elementari e poi alle università di Monaco e Colonia con l’Erasmus di allora, per riapparire alla Sapienza di Roma. E non è ancora finito.

Insomma, gentili e molto empatiche funzionarie di questa Centrale di “coscientizzazione” politica (il termine “Bildung” è più che “educazione”) mi chiedono un contributo al catalogo della mostra del ’68 sotto forma di scritto che racconti la mia esperienza in quel contesto. Liberamente. Il catalogo, di ben 600 pagine, e i suoi autori, soprattutto tedeschi, ma anche latinoamericani, francesi, britannici e altri) verranno presentati il 19 aprile, in occasione dell’apertura della mostra. Concomitante con il catalogo della Bundeszentrale, esce ora, per i tipi dell’editore Zambon, onorato da una prefazione di Vladimiro Giacchè e curato nella redazione e grafica da Fabio Biasio, un mio libro con quel testo in italiano e un altro con lo stesso, ma nell’originale tedesco: “Un ’68 lungo una vita”, ora alla Fiera del LIbro di Milano. (In Italia lo si può acquistare o ordinare nelle librerie, o rivolgersi a www.zambon.net . In calce elenco altri miei libri).




Parte da lontano ogni ‘68
Dubito che questo mio breve cammino narrativo, lungo un filo rosso che congiunge tempi e fatti che potrebbero sembrare incongrui, rivesta un particolare valore letterario o storico. Forse riesce a mostrare come quanto s’intende per ’68, nella sua specificità, non è limitato a quel decennio, ma che la messa in discussione dell’esistente, più o meno radicale, serpeggia, può serpeggiare, dovrebbe serpeggiare, sempre, in contesti apparentemente lontani e diversi. Cosa dice Totò nel magistrale monologo di “Siamo uomini o caporali”? Caporali si nasce, non si diventa: a qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso: hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi, pensano tutti alla stessa maniera. Degli uomini, “trattati come bestie”, Totò fa la denuncia, non esprime la rivolta. Erano i tempi. Valletta schiaffava gli operai nei reparti punitivi, lo Stato sparava impunemente contro i braccianti ad Avola. Ma non ci sarebbe stata, pochi anni dopo, Valle Giulia, senza quei prodromi. Prologhi, antefatti, ouvertures del melodramma.

Uomini che diventano caporali
Del ’68 molti degli “uomini”, che per Totò tali nascono, come i “caporali”, “caporali” sono invece diventati. Un po’ la metamorfosi di Kafka, da uomo a scarafaggio. Ciò che irrita sommamente e indigna e forse giustifica il mio libretto, è che molti di questi non si sono accontentati di diventare caporali, con le conseguenti gratificazioni concesse dalla categoria, ma non si sono peritati addirittura di rappresentare gli “uomini” di allora. Il primo a balzare sul tema è stato Flores D’Arcais con numeri speciali e convegni di Micromega. Vi imperversavano degne persone, dalle sagge rappresentazioni e considerazioni, ma che sinceramente io non avevo mai incrociato, né in piazza, né nelle università, né negli intergruppi, né nelle redazioni, né ai cancelli delle fabbriche, né nell’occupazione di case a Via Tibaldi, né in carcere. Gente del calibro di Camilleri, Renzo Piano, Carlo Verdone, Massimo Cacciari, Alberto Moravia… Magari ero distratto, o hanno fatto tutto mentre i processi al quotidiano “Lotta Continua”, di cui ero direttore responsabile, mi avevano costretto all’esilio: Londra, Bruxelles, Yemen.

Uno, portato in palmo da Flores D’Arcais, è Paolo Mieli, lo storico da schermo, onnipresente e onnisciente dove si parli di vicende tra il 1922 e il 1945, o il tuttologo dove si dicano parole definitive sui massimi sistemi politici, economici, sociali. o dietetico-cosmetici. Un padre della patria al cui confronto cambiacavallo e autoriciclati come Adriano Sofri, Lucia Annunziata, Paolo Liguori, Mario Tronti, Massimiliano Fuksas, Galli Della Loggia, pur ampiamente compensati per il passaggio di classe, fanno la figura delle vallette.

Le grandi metempsicosi, o darwinismo all’incontrario.
Non ricordo quale mese del ’69 fu, stavo ancora a Paese Sera ma ero già in Lotta Continua, che c’incontrammo per creare a Roma il primo giornale del movimento, “La Classe”. Quelli di cui ricordo la partecipazione alle riunioni “di redazione” erano Paolo Mieli, appunto, Oreste Scalzone, Stefano Lepri, Gianmaria Volontè, Lorenzo Magnolia (con i quali due ultimi avevo fatto “teatro di strada” sui temi che allora fiorivano rigogliosi: operai e padroni, divorzio, sessualità, Vietnam, colonialismo, e poi il film Oscar “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, il più forte film italiano sul Potere mai passato sugli schermi). Da quel giornaletto ultrà marxista-leninista, venni cacciato da Mieli perché, ancora infettato dalla “swinging London”, dove avevo passato gli anni dal 1962 al 1967, avevo contaminato il progetto suggerendo di inserirvi degradanti e borghesi fenomeni di costume come il rock, i nuovi rapporti sessuali, i fumetti, l’animalismo, l’avanguardia artistica. De “La Classe” uscirono tre numeri. Mieli è assurto all’empireo del Sistema, uomo-establishment a tutto tondo, Gianmaria Volontè ci ha lasciato gemme di grandezza umana. Io sto qua. Con una cervicale mi buca l’occipite.


Binocoli rovesciati
Dalla polvere di ignoranza, falsificazione, strumentalizzazione sotto cui il revanscismo postfascista democristiano, con la fattiva complicità del già marcescente PCI, ha sepolto quel decennio che aveva reso credibile l’alternativa totale, ora si lasciano riemergere voci inoffensive. Quale sciropposa e nostalgica, come si trattasse di un giardino dell’Arcadia in cui ci avevano lasciato giocare tra ninfe e pastorelli; quale impegnata a irridere e ridurre il tutto allo sfogo di adolescenti borghesucci, insoddisfatti della propria medietà sociale; quale rivendicatrice del proprio ruolo rivoluzionario senza averne i titoli. Mentre le prime di queste voci perlopiù non c’erano, se non col ciucciotto in bocca, non hanno capito niente e parlano per puntellare la catastrofe, o l’indecenza, della propria condizione attuale, altre c’erano e rivendicano, o senza averne i titoli, o bluffando, o millantando. Siamo al terzo mese del cinquantesimo e quelli seri non si sono ancora fatti avanti.

Molto si dà da fare “il manifesto”, che insiste a titolarsi “quotidiano comunista” contro ogni evidenza della sua identità reale e del ruolo assegnatogli. Primeggiano sul proscenio le due “signore del 900”, Rossana Rossanda, che vive la sua agiata senescenza all’ombra delle Tuleries, e Luciana Castellina, il superego oggi vessillifero, accanto ai simili Boldrini e D’Alema, dei propositi rivoluzionari di Liberi e Uguali. Di cui lei, ancora una volta, è l’anima, il cuore, i garretti, l’io. Il “manifesto”, da noi militanti con le bocce e la pizza a taglio, era visto come il calmiere delle istanze e pratiche del movimento. Signore e signori già allora inesorabilmente “radical chic”, fauna da salotti. Vi albergavano e ne venivano lanciati verso destini altamente remunerati e di prestigio sistemico i vari Riotta, Annunziata, Maiolo, Barenghi, Ruotolo, Menichini….

 Rossana e Luciana, mai un passo falso
Accanto a questi, va concesso, si sono espresse firme più coerenti e, dunque, pesantemente contrastate dai capi. Penso al grande inviato di guerra, mio amico indimenticabile, Stefano Chiarini, e alla grama vita riservata in direzione al suo eccellente lavoro in Medioriente. Colleghi inconsapevolmente ma sostanzialmente fuori linea rispetto all’orizzonte strategico del giornale. Quest’ultimo riconoscibile anche dal salvifico contributo disinvoltamente ottenuto da grandi inserzionisti dei poteri forti ENI, ENEL, COOP, Telecom, lobby della caccia e delle relative armi. Di Soros si mormora, ma non si dimostra, se non per induzione, seguendo le campagne disgregatrici sostenute dall’ufficiale pagatore del mondialismo neoliberista: Obama, Hillary, minaccia neonazista, molestie, migranti, russofobia, LGBT, diritti umani… . Ecco come la sinistra del “manifesto” si batte per l’ecosistema di tutti i viventi (vedi pubblicità "Caccia").

Pubblicità sul manifesto


Campagne che potremmo dire ben definite dalle polene sulla prua della nave, Rossanda e Castellina, rappresentanti di quella lobby che è sempre stata preponderante nel giornale e oggi lo ha quasi militarizzato, specie nei suoi inserti, a partire dal raffinatamente proletario “Alias”, Una delle ultime sferzate per raddrizzare una linea che, sulla Libia, con l’inviato Matteuzzi, era scivolata in critiche all’assalto Nato e jihadista, la diede Rossanda prima di ritirarsi nei Boulevard. “Contro Gheddafi, sanguinario dittatore, e accanto ai rivoluzionari di Bengasi, vanno richiamate in servizio le Brigate Internazionali di Spagna”, tuonò. La perspicacia e lungimiranza dell’altra, prima di farsi incoronare da D’Alema e Bersani dama di compagnia della Boldrini nei LeU, aveva dato luminosa prova di sè nella creazione della lista “Un’altra Europa con Tsipras”. Meravigliosa la “Brigata Kalimera”, di cui era capogita ad Atene, appena qualche ora prima che il nuovo alfiere della rivoluzione socialista non pugnalasse il suo popolo alle spalle rinnegando l’esito anti-Troika del referendum e sottoponendo la Grecia alla triturazione dei memorandum. Con l’ovvio corollario dell’eterna fedeltà alla Nato e dell’alleanza con Israele.

Il "quarantenario" delle voci del padrone, BR in testa
Rimane da dire che al cinquantenario si accompagna, altrettanto malamente, il quarantenario. Quello dove finiamo noi e incominciano gli anni di piombo dei padroni. Quello del rapimento Moro e dell’esecuzione della sua guardia del corpo. Ricercatori, indagatori, analisti coscienziosi come Flamigni, i Cipriani, Imposimato, esperti stranieri di vaglio, su questa operazione Gladio-Nato-Cia-Mossad-‘ndrangheta, hanno rivelato l’(in)credibile tessuto imperialista. “Il manifesto”, in complice sintonia con gli eredi di coloro che in questo modo consolidarono lo Stato delle stragi, lo Stato colonia degli Usa e succube di Israele, venne lanciato dalla solita Rossanda sulla pista dell’autenticità delle BR e viene su questa confermato oggi. Erano veri, uscivano dall’Albo di Famiglia del PCI. Come sono vere le interferenze di Putin nella vittoria di Trump, come è vero che i russi spargono gas nervino nelle città inglesi, come è vero che Assad, Gheddafi e Saddam minacciavano di invadere l’Occidente, come è vero che Hillary ci avrebbe salvato e i 5 Stelle sono tutti fascisti e le Ong tutte sante. Nessun infiltrato nessuno manipolato, figurati, Nemmeno tra quelli che fulminarono in pochi secondi, con precisione da Berretti Verdi, 5 guardie e nessun altro, senza aver mai sparato più di mezzo caricatore.. E che ancora oggi hanno la spudoratezza di coprire la verità.

A dispetto delle infinite bugie, degli omertosi silenzi di brigatisti a cui, sicuri fino alla tracotanza, si permette ancora oggi di pontificare in tv e di tacere sulle borse e sui memoriali di Moro trafugati, sugli ambienti vaticani e dei servizi segreti all’interno dei quali l’operazione si svolse e venne protetta, su tutto il resto. Su un’operazione con cui gli Usa e i loro sguatteri vollero tenere l’Italia nell’orbita mortale che ci ha portato fino all’oggi e, al tempo stesso, militarizzare e criminalizzare un’opposizione civile di massa che aveva fatto scorrere brividi lungo la schiena della demo-dittature uscite dalla guerra anti-nazifascista. Di tutte le maleodoranti voragini spalancate sulla vulgata di regime cronisti d’ordine, come Purgatori, Ezio Mauro, Gotor, sicari reduci come Gallinari, Morucci, Moretti, Balzarani, Fiore, e cantori nel coro come “il manifesto”, si limitano a parlare di zone d’ombra”. Punto. Sono, non siamo, tutti coinvolti.


E il mio libro racconta un’altra storia. Molto personale. Ma perlomeno vera. E neanche pagata, dato che gli introiti vanno all’ottimo editore Zambon, combattente di una straordinaria controinformazione (vedi catalogo).
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SPOT. Astenersi i disinteressati.

Da Zambon ho pubblicato anche un altro libro “L’Occidente all’ultima crociata”, mentre “Mondocane – Serbi, bassotti, Saddam e Bertinotti” l’ho pubblicato con KAOS, “Mamma ho perso la Sinistra! – Convergenze, connivenze, obbedienze di una Sinistra ex” , “Di resistenza si vince – Il futuro di Palestina e Medioriente, la riscossa araba, la crisi di Israele”, e “Delitto e castigo in Medioriente – Gaza, Baghdad, Beirut” sono tutti usciti presso Malatempora, casa editrice che nel frattempo è defunta. Ai miei bassotti è dedicato “Rambo, Nando e io”, edito da Il Salvagente. Di questi libri ho a disposizione alcune copie.