venerdì 23 novembre 2018

A Dublino il primo convegno della campagna globale contro le basi Usa/Nato---- CONFERENZA COL BUCO



https://www.youtube.com/watch?v=XF4TXgsRYb8&fbclid=IwAR1SJQ8GrHY3pvUN5Vhk-iQmyS3orEBsdCJTnXqff7N5bTtftoipPqwNYo0 (link allo streaming della prima giornata di lavori della Conferenza internazionale di Dublino. Il mio intervento, che indico solo perché me ne è stato chiesto verbale che non ho, va da 1.39’05 a 1.52’13)

Questo non un “report”, come quelli smart chiamano una relazione, un rendiconto, un rapporto, un ragguaglio. Questo cerca di essere un racconto, oggi si direbbe una narrazione, un po’ impressionistico, di quanto si è svolto a Dublino, nei giorni 15-18 novembre, alla “Conferenza internazionale contro le basi militari USA/NATO”. Per motivo di voli prenotati, mi sono perso la seconda metà dell’ultimo giorno, quando hanno parlato altri delegati italiani. Ne lascio in calce il riassunto che ci ha trasmesso Marinella Correggia.


Mezzo secolo di passi
Per tre giorni mi sono aggirato nelle sale della prima conferenza della Campagna Globale contro le basi Usa/Nato e, negli intervalli, tra i palazzi neoclassici irlandesi che hanno visto la gloriosa insurrezione di Pasqua del 1916, prodromo alla liberazione dal colonialismo britannico, con appesa al collo la targhetta-passi che diceva “International Conference against US/NATO military bases”. A casa, poi, l’ho appesa al braccio di una lampada, a fianco di un’altra dozzina di targhette simili che riportano a eventi non dissimili, alcuni lontanissimi nel tempo: Congresso del Popolo a Sabha, Libia, Convegno in Difesa dell’Umanità a Caracas, L’Avana tante volte contro l’imperialismo, Belgrado, Hanoi, Kyoto, Gerusalemme, Khartum, Asmara, Baghdad, Algeri per uno dei famosi Incontri Mondiali della Gioventù e degli Studenti… Se rifletti su cosa ne è venuto allora, su come si stava a fianco dei vari paesi in lotta, Vietnam, Iraq, Venezuela, Cuba, Palestina, Serbia, qualunque ne fosse il governo, e a come siamo finiti oggi, meticolosamente attenti a non comprometterci con chi risulterebbe non politicamente, democraticamente, corretto, ti viene il magone. Ha vinto il né-né nato tra Sarajevo e Porto Alegre, i celebrati Forum Sociali che schizzavano Hugo Chavez. E dato che passi ha il significato sia di lasciapassare che di passo al plurale, ecco che il passi di questa conferenza potrebbe anche alludere ai passi fatti in questi anni. Tanti, perlopiù sul posto.


Irlanda, una storia contro
Non so, nell’Europa di Bruxelles (sede UE e, dunque, Nato), quale altro paese avrebbe ospitato, con concorso di parlamentari, ministri e autorità dell’intelletto, un incontro come questo, vigorosamente contro le potenze dell’imperialismo, compresa quella accanto all’Isola di Smeraldo, contro la loro dependance militare (non solo) UE, contro l’enorme menzognificio con il quale queste forze della guerra e del dominio intossicano l’universo mondo. Trecento delegati di oltre 35 paesi, dai più diversi angoli del mondo, e abbiamo battezzato l’impresa proprio nel segno della rivoluzione irlandese (ahinoi non compiuta, con il Nord tuttora ostaggio del colonialismo), in presidio davanti al General Post Office, dove il patriota Tom Wolfe e il marxista James Connolly, nel 1916, accesero la miccia della liberazione. Oggi davanti a questo monumento della libertà, al posto della statua dell’ammiraglio Nelson, eretta dai britannici e fatta saltare dall’IRA, si erge e penetra nel cielo un’infinita cuspide d’acciaio, una specie di balzo della volontà  verso l’impossibile…
 


Sussurri e grida
Al netto degli inevitabili, sempre generosissimi, tipi un po’ particolari, logorati dall’impegno di decenni per la Causa, vano ma irriducibile, degli immancabili lanciatori di slogan desueti e di rabbiosissima foga retorica, a spese di dati e contenuti, la conferenza ha registrato interessanti contributi, inedita informazione, promettenti punti tematici da sviluppare tutti insieme. Molteplici le partecipazioni di peso, individuali e di organizzazioni. Ne cito quelle che mi sono sembrate le più significative: Consiglio Mondiale della Pace, Alleanza per la pace e la neutralità (Irlanda), Coalizione contro le basi militari Usa all’estero (USA), Codepink (USA), Congresso Canadese per la Pace, International Action Center (USA), Okinawa Peace Action Center (Giappone), Veterani per la Pace (USA), Comitato per la Pace (Turchia), Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza (Palestina), WILFT, Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, oltre a decine di altre realtà. Dell’impegnativa ed eccellente organizzazione va dato merito a Bahman Azad, iraniano, rappresentante del Consiglio Mondiale della Pace presso l’ONU, sobbarcatosi con esili forze in una’impresa che, con tutti i chiaroscuri, resterà incisa nella storia dei movimenti contro la guerra.

Della trentina di interventi programmati, trascurando quelli, spesso anche più stimolanti, dalla platea nelle sessioni plenarie per domande e risposte, cerco di trarre i contenuti più significativi e condivisi. I nostri ospiti, parlamentari e militanti irlandesi come Roger Cole, coordinatore dell’Alleanza per la Pace e la Neutralità, e la  giovanissima deputata Clare Daly, esponenti di un popolo che ha alle spalle una resistenza di 300 anni, ancora non vittoriosa per sei delle sue contee, con una misura di sofferenze e atrocità delle peggiori inflitte al mondo dal colonialismo-imperialismo anglosassone, hanno saputo trasmettere un’idea e un sentimento di lotta che non cede al tempo e alle sconfitte. L’apertura degli interventi è stata di Aleida Guevara. La figlia del Che ha riproposto un messaggio antimperialista e internazionalista di una Cuba che a molti, oggi, sembra più iconica che attuale. Gli irlandesi hanno insistito sull’occupazione colonialista del Nord e su quella imperialista di Shannon, fuoco delle loro lotte, aeroporto diventato negli anni un’enorme base di transito Usa, dalla quale passano le migliaia di soldati e i rifornimenti per le truppe di stanza in Europa.


Mi sono parsi di particolare significato gli interventi del greco Tsavaridis, impegnato sul meccanismo della UE quale strumento economico-giuridico di promozione della Nato che oggi, in una Grecia resa inoffensiva dalla Troika, vanta più basi Nato e israeliane in rapporto agli abitanti di qualunque altro paese; quelli dei vari relatori latinoamericani, tutti concordi nel denunciare la controffensiva continentale delle presidenze Obama e Trump all’avanzata dei movimenti e Stati emancipatori. Controffensiva reazionaria attuata tramite strangolamenti economici, colpi di Stato, minacce d’invasione e la massiccia penetrazione delle Chiese evangeliche, missionari del colonialismo come lo furono quelli cattolici nei secoli passati. Non poteva essere trascurata Guantanamo, da 115 anni base Usa e carcere della tortura per presunti terroristi nel corpo vivo di Cuba. Da lì, come dalla Colombia delle 7 basi Usa nei confronti del Venezuela, molti temono possa presto partire un’invasione.

Mal d’Africa

A partire da un rappresentante del Congo, gli africani hanno illustrato il ruolo di AFRICOM, il nuovo comando Usa che vanta sue presenze militari in ben 52 paesi sui 53 del continente. Rivelatrice l’informazione dataci sul genocidio del Ruanda negli anni ‘90, passatoci come eliminazione dell’aristocrazia Tutsi per mano degli Hutu, quando la verità dell’operazione, istigata dagli Usa, ci dice il contrario. I Tutsi hanno poi invaso il Congo dando vita a una delle più lunghe e spaventose guerre “civili” del continente, mirate a tenere il paese in ginocchio a vantaggio delle multinazionali dei minerali, in ispecie del Coltan, grazie al quale l’industria elettronica statunitense si è garantita ricchezze e dominio senza precedenti.
Curiosamente il sudafricano Matlhako, apprezzando come positiva la riconciliazione tra Etiopia, paese infestato da basi Usa e israeliane, ed Eritrea, fino a ieri unico paese del continente senza presidi militari stranieri, ha trascurato la recente installazione ad Assab, città portuale eritrea, di una grande base degli Emirati Arabi dalla quale parte l’aggressione allo Yemen, rendendo un paese, già avamposto dell’antimperialismo, complice del genocidio yemenita di Usa-UK-Francia-Arabia Saudita-UAE. 

Del resto, uno si sarebbe aspettato qualcosa di più anche sull’incandescente focolaio di tensioni e appetiti che è l’intera regione del Corno d’Africa, con al centro, sullo stretto di Bab el Mandeb, dal quale passano 25mila navi all’anno e il 40% del petrolio mondiale, le basi militari di sette paesi, compresa l’Italia, addensate nel minuscolo Gibuti. La Somalia in rivolta dei Shabaab contro il regime fantoccio di Formajo, malamente garantito dalle forze mercenarie dell’Unisom e dai bombardamenti, essenzialmente sui civili, degli Usa; l’operazione Ocean Shields che, col pretesto della lotta ai pirati, assicura alla Nato il controllo delle coste africane e dell’Oceano Indiano, con relativi diritti di pesca ai danni dei locali; e la drammatica questione delle acque del Nilo, disputate tra Etiopia, che ne detiene il rubinetto grazie alle dighe dell’Impregilo, Sudan ed Egitto.


E’ il Corno, dopo la Siria e l’Afghanistan devastati dalle guerre imperiali, l’area che fornisce il maggior numero di migranti diretti in Europa. Fenomeno naturale o gigantesca operazione imperialista, con il concorso delle Ong, mirata a privare il continente più ricco di risorse delle generazioni che dovrebbero costruirlo e garantirne l’autodeterminazione, per far posto alle predazioni multinazionali neoliberiste? Argomento nemmeno sfiorato.

La Libia? Roba passata
Al delegato africano, Marinella Correggia di NO War e del sito “sibialiria”, ha posto la questione, assurdamente trascurata, della guerra e della distruzione della Libia. Nella risposta è stato perlomeno riconosciuto come le menzogne con cui si è giustificata l’aggressione oscuravano la necessità, per i colonialisti, di impedire la valuta unica, fuori dal dollaro e dal CFA francese, programmata da Gheddafi per l’Africa, nonché una guerra condotta tramite mercenari reclutati dal terrorismo jihadista. Pochi accenni. Comunque, alla Libia e a Marinella è andata meglio che alla Siria e a me, come vedremo.

L’armata della Diarchia Merkel-Macron
Visto che la spesa di 6 trilioni di dollari con la quale gli Usa, con i serventi al pezzo Nato, hanno alimentato le guerre bushiane, obamiane e trumpiane, grazie al pretesto dell’11 settembre 2001, e hanno sostenuto un’economia fondata sul complesso militar-industriale, non offre sufficienti margini di profitto agli europei, ecco che l’euro-biarchia Merkel-Macron ha lanciato la proposta di una forza armata tutta europea, separata dalla Nato, ma, dati i rapporti di forza per i prossimi decenni, a essa inevitabilmente subordinata. Il tema è stato affrontato da molti relatori, al punto da diventare centrale per le mobilitazioni programmate, in particolare quella di Ramstein, la più grande base Usa in Germania, per il 2019. Nello stesso anno, il 4 aprile, 70 anni dalla fondazione della Nato, si conta di allestire una grande manifestazione internazionale a Washington, auspicabilmente con ricadute anche nei singoli paesi e al quartiere generale Nato di Bruxelles.
E’ stato notato come si debba con urgenza aprire un altro fronte, quello contro l’abbandono da parte di Washington del trattato INF. Accordo sul bando dei missili nucleari a medio raggio contro i quali a suo tempo ci facemmo rompere le teste dalla polizia quando li cacciammo da Comiso e che Trump vorrebbe installare nuovamente in Europa, come sempre “contro la minaccia russa”, ma anche per ribadire, di fronte alle tentazioni autonomiste di Merkel e Macron, che il dito sul grilletto resta quello a stelle e strisce.
Ho avuto due occasioni per intervenire. L’una, programmata, dal palco, la seconda dalla platea dopo gli interventi sulla Palestina, la terza negata dalla moderatrice afroamericana che non aveva gradito la mia precedente contestazione ai dimentichini relatori sulla Palestina. Avrebbe dovuto occuparsi dell’Africa, della Libia taciuta. Ci ha pensato Marinella.


E l’Italia…Itachè?
Ho titolato questo pezzo “conferenza col buco”. Un buco e alcune voragini, per la verità. Il buco era, nella giusta attenzione al riarmo e all’avanzata del militarismo in Europa, Africa, America Latina, la totale disattenzione al Mediterraneo dove un’Italia, dal ruolo strategico incredibilmente sottovalutato, ospita, per ragioni di colossale portata strategica, un decimo delle circa mille basi Usa sparse sul globo. Il mio tentativo di rimediare, in circa 13 minuti, a questa svista condivisa da tutti, in tutti ha infatti suscitato stupore e interesse all’approfondimento. Nulla sapevano delle quasi 100 basi Usa/Nato, alcune segrete perfino al parlamento, tra Aviano e Sigonella, passando per Ghedi, le 60-90 bombe atomiche B61, Vicenza Dal Molin, Camp Darby, i comandi Usa e alleati di Napoli, la 6. Flotta a Gaeta, la Sardegna martoriata dai poligoni utilizzati per esercitazioni a fuoco e esperimenti  delle industrie di esplosivi di tutti i paesi Nato e Israele. Nulla parevano ricordare di come queste basi fossero state decisive per lo smantellamento della Jugoslavia, la distruzione della Serbia, i bombardamenti di Libia e Siria, la proiezione militare da Sigonella con droni e forze speciali in Africa e Medioriente. Nulla sapevano del MUOS a Niscemi che, con altre tre stazioni satellitari, controlla, coordina e muove la forze Usa in tutto il mondo. E neanche sapevano delle straordinarie lotte condotte, nell’isolamento nazionale quasi totale, dai siciliani, dai sardi e dai vicentini, contro questa manomissione dei loro territori e l’uso che se ne fa per obiettivi di devastazione e morte.

Tanto meno avevano cognizione della filiazione Nato “Stay Behind”, da noi “Gladio”, garante del ruolo sussidiario dell’Italia anche nel suo ruolo di laboratorio del terrorismo e delle relative stragi ogni qual volta la rotta della “portaerei” ancorata nel Mediterraneo minacciava di deviare dal corso assegnato, sia per instabilità interne, sia per sbilanciamenti di governo (vedi Aldo Moro).

Le voragini cognitive, appresso a quelle che hanno inghiottito Russia e Cina, nazioni che pure dovrebbero essere oggettivi e inevitabili referenti della campagna, che si vuole globale,nel contrasto ai guerrafondai e alle basi che questi paesi accerchiano, riguardano la cronica e apparentemente insuperabile questione dei diritti umani e della democrazia nella formulazione con la quale ce li vendono coloro che ne sono i massimi violatori e che è tragicamente condivisa da una sinistra pacifista tale solo nelle intenzioni. Immaginiamo una cittadella medievale. In alto la fortezza cui spetta ospitare i difensori della comunità, tutt’intorno le case dei cittadini. Arriva l’esercito nemico e attacca la fortezza che custodisce le ricchezze della comunità. I difensori si affannano a creare ostacoli all’avanzata nemica, trincee e fossi davanti alle mura, spingarde e olio bollente sugli spalti, ponti levatoi sollevati, porte rinforzate. Chiedono agli abitanti delle case di accorrere in aiuto, per propria difesa e per rafforzare la resistenza. Ma questi indugiano, restano alle loro finestre, da dove lanciano rimproveri, riprovazioni, deplorazioni, reprimende, fin anatemi contro l’esercito attaccante. Cui non gliene cale per nulla. E le porte della fortezza stanno per cedere.


Siria, non aprite quella porta
Sessione sul Medioriente che finisce con l’essere sessione sulla sola Palestina. Dopo una serie di lunghi interventi sulla tragedia palestinese, iniziati con il “focolare ebreo” di Balfour in Palestina e arrivati agli accordi  fasulli di Oslo e stragi e sevizie odierne, tema ormai del tutto sdoganato in tutti i settori e, dunque, per quanto da sostenere sempre, universalmente condiviso, se si prescinde dallo “Stato degli ebrei” e relativa lobby, ho potuto chiedere ai relatori, un irlandese, Medea Benjamin di Codepink, una parlamentare del Knesset e un emigrato palestinese, cosa ci potessero dire della guerra alla Siria, all’Iraq, delle minacce di guerra all’Iran. Alla domanda è seguito uno sparuto applauso. La risposta si è dipanata tra espressioni di pietra, attimi di sospensione e imbarazzo, con i due palestinesi che si guardavano tra loro con aria interrogativa , la già effervescente Medea della fervida solidarietà agli oppressi palestinesi (ma anche reduce da cantonate su Aleppo ed Elmetti Bianchi) come rintanata in se stessa. Finalmente l’irlandese acciuffa il silenzio per la coda e prorompe in un inno ai diritti umani, alla democrazia, alla società civile, con sonoro sottinteso che di tali valori non è certamente portatore il presidente siriano Assad e, per la proprietà transitiva, neanche Milosevic, Chavez, Saddam e Gheddafi: “Noi stiamo con i movimenti di massa, non con leader autoritari”…conclude a petto in fuori, trascurando che alle ultime elezioni, accreditate corrette dagli osservatori Onu, l’80% dei siriani aveva votato per Bashar el Assad. Inezie.

Ormai privato del microfono, gli grido “Gli israeliani, di cui denunciavi le atrocità su Gaza, bombardano pure la Siria un giorno sì e l’altro pure e Nato/Usa ne occupano un terzo! Perché non ne parli? Non è Medioriente? Non è guerra imperialista?”. L’espressione dell’irlandese è implicita nel colorito carminio e nello sguardo a dardi: “Sciò, via, come ti permetti?”. Ma sul palco già si parla d’altro, mentre nell’aria aleggia il ricordo di una vecchia sciagura: “Ne con la Nato, né con Milosevic”. E s’è visto come è andata.

Egemonia e paralisi

Più tardi l’iraniano del Consiglio Mondiale della Pace, l’ottimo Bahman,  e il greco Hiraklis mi offrono comprensione e sofferte attenuanti: “Se si apre quella porta, succede il finimondo e l’unità va in pezzi”. L’egemonia ce l’hanno ancora i né-né e il rischio di mandare tutto, quel poco che c’è,  in frantumi la rafforza. Una combattente di antica data contro le guerre, Gina Nellatempo, ha lamentato in un suo scritto la dissoluzione di ogni vera, forte, mobilitazione contro la guerra. Tra le cause  che ha dimenticato di elencare credo sia prominente la nostra incapacità di sostituire, a quella del né-né, l’egemonia dello schieramento, chiara e inequivocabile, dalla parte dell’aggredito, chiunque esso sia, non pretendendo, una po’ razzisticamente, di imporre moduli di società da noi pretesi superiori. Il carnefice essendo sempre quello. Il peggiore di tutti. Aleida Guevara ha avuto l’astuta improntitudine di chiedere alla platea chi avesse meno di trent’anni. Si levarono quattro mani. I detentori di quelle mani vennero da Marinella e me, nell’intervallo, a dirci che su Siria e Libia stavano con noi e che sorvolare su Siria, Libia e altri paesi, prima ancora che di opportunismo, di ottusità eurocentrica e perciò inconsapevolmente colonialista, è segno di nebbia morale.

Il comunicato finale della Conferenza dice tra l’altro: “Consideriamo che le circa 1000 basi USA/NATO dislocate nel mondo e che costituiscono i pilastri del dominio imperialista globale di Usa, Nato e UE e la principale minaccia alla pace e all’umanità, debbano essere tutte chiuse. Le basi Nato sono l’espressione militare degli interventi nelle vite di paesi sovrani, al servizio degli interessi finanziari, politici ed economici dominanti e in chiara violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”.

E’ stata una buona conferenza, a dispetto di certi “buchi”. La voce contro la macchina di distruzione e morte è stata levata forte e chiarissima. Le scadenze future dovrebbero vederci crescere. Ed è stato per molti di noi un vero e proprio sollievo, dopo tanto agitar di femminismo, populismo, razzismo, xenofobia, LGBTQ, patriarcato, violenza maschile, diritti umani, matrimoni e adozioni gay e altri depistaggi, muoverci in un vento che portava parole antiche e giovani come non mai: imperialismo, basi, Nato, militarismo, resistenza, lotta, crimini di guerra, multinazionali, capitalismo, sovranità, internazionalismo, popoli, élites, plutocrazia, ricchi e poveri, dominanti e dominati. Perfino rivoluzione.

Da Marinella Correggia
1) intervento di Fulvio sulle basi militari, 
2) la delegazione del Comitato No guerra No Nato ha proiettato il video sempre sulle basi militari e sul ruolo vergognoso dell'Italia a codazzo Usa, ed è intervenuta in plenaria
3) la Wilfp con Giovanna Pagani ha insistito nella riunione fra gli europei sulla necessità di coinvolgere gli ambientalisti stabilendo il netto ecopax (e sono d'accordissimo dal...1991, soprattutto quanto alla faccenda clima e guerre) 
4) Presente in rappresentanza del Comitato contro la guerra di Milano, Giampiero Tartabini  ha lanciato a titolo personale l'idea che, come a Okinawa, la presenza delle basi sia sottoposta a referendum
5) Giovanna Vitrano che ora vive a Dublino ma ha lavorato con i No Muos ha parlato appunto della lotta in Sicilia e anche dei vari arresti e vessazioni che ha subito
6) la sottoscritta ha ricordato brevemente (fingendo di fare una domanda... era il momento delle questions&answers, non ce n'erano altri!) il punto di svolta della guerra Nato alla Libia, e durante i sette mesi di  bombe il silenzio del movimento per la pace (compresi credo la grande maggioranza dei 300 presenti, salvo negli Usa) e il ruolo egregio dei paesi dell'Alba, un vero riferimento. 

Questo solo sulla presenza italiana
Ovviamente chi era presente potrà dire meglio di me

lunedì 19 novembre 2018

Wikileaks. Per FNSI: “Wikichè?” ----- LIBERTA’ DI STAMPA E LIBERTA’ DI PAROLA.

Riecco l'articolo sparito


“Tre cose non possono essere nascoste a lungo: la Luna, il Sole e la Verità”. (Wikileaks)
Fulvio e Julian: si parva licet componere magnis
Il personale è politico, si diceva qualche lustro fa e tanto lo hanno preso sul serio quelli contro cui il concetto era diretto da aver ridotto il nostro personale, ora detto privacy, a setaccio per il quale precipita nel raccoglitore CIA, NSA, piattaforme digitali e nostri servizi, ogni bruscolino della nostra vita. Parto comunque da quel meme per compiere il passaggio da una mia esperienza privata a quella di portata generale, internazionale, planetaria ed epocale di Julian Assange, il detenuto da sei anni in quell’isola di Montecristo che è l’ambasciata dell’Ecuador a Londra.
Loro erano stati i segretari dell’Usigrai, sindacato di sinistra dei giornalisti RAI e poi sono stati e sono segretari della Federazione Nazionale della Stampa, il nostro sindacato. Loro sono Roberto Natale e Beppe Giulietti. Loro raccontavano di essersi dati molto da fare per farmi assumere al TG. Io credo che a favorire il mio passaggio da occasionale interprete simultaneo in Rai, nei tempi del mio ostracismo professionale dovuto alla direzione di Lotta Continua (senza pentimenti alla Sofri), a giornalista dell’azienda, sia stato Piero Badaloni, conduttore di Italiasera e poi di Uno Mattina, ottimo alla macchina, meno in video, che aveva apprezzato i miei trascorsi professionali e ignorato quelli politici.
Comunque, ai tempi in cui ricorsi al sindacato per ottenerne protezione dei miei diritti conculcati da Fausto Bertinotti mediante cacciata su due piedi da “Liberazione”, c’era Roberto Natale, poi opportunamente transitato a portavoce di Laura Boldrini presidente della Camera. Lui era il comandante della guardia pretoriana del giornalismo italiano, io ero men che niente, inviato di un giornaletto fastidioso, ma sotto l’egida di un colosso dei salotti. Da questo rapporto di forze venne che Natale mi ascoltò compunto, prese appunti su tutte le violazioni di legge e contratto attribuibili al gestore di quella vescica che era diventata RC, e mi congedò: “Vediamo cosa si può fare”. Cioè niente, una cippa, come si vide poi. Neanche poi una telefonata per dire: “Fulvio, mi dispiace…”


La remontada dei signori
Tutto questa sproloquiale e solipsista premessa per arrivare, lungo una linea di sequitur logici e coerenti, a Julian Assange. Ma prima di Assange tocca occuparci della libertà di stampa come da noi concepita, percepita, rivendicata. Negli ultimi giorni l’Italia è stata percorsa da un brivido. I giornaloni e le televisionone hanno intravvisto il sol dell’avvenire (quello loro), l’aurora della decenza che ritorna, il crepuscolo dello sbandamento barbarico. A Torino per il TAV e contro l’Appendino, a Roma contro la Raggi, per strada contro i razzisti di regime, era tornata a farsi sentire la voce dei buoni e giusti. Una voce interclassista: la madamina torinese con la badante filippina, la gentildonna pariolina con il suo dogsitter, la crème de la crème sorosiana insieme al profugo siriano con la bandiera della Siria quando era marca dell’impero francese. Poi, spruzzata di prezzemolo politico, ma rigorosamente apartitico: Fassino, Gelmini, Orfini, tutti e 13 i radicali (testè scornati dal flop della privatizzazione Atac), tanta Confindustria, tanta Coop rossa, un bel po’ di Lega, Zanotelli, le Ong, Pappappap…Insomma, la vera bella gente. “Una spallata al governo”, “Una sfida per la modernità”, “Roma dice basta”, “Torino dice basta”, così la Grande Stampa, tutta quanta, anche quella piccina tipo “il manifesto”, o “il Foglio”, uniti dalla causa, da Soros e da Sofri Adriano.

Intorno all’ideale progressista delle Grandi Opere, in piazza del Campidoglio a Roma e in piazza Castello a Torino, come per l’export della guerra in Siria, delle sanzioni in Iran e dei migranti dai loro paesi, è rinata finalmente “l’Alternativa”. E, grazie alla componente meno ostica, anzi forse addirittura amica, del governo, insieme al TAV potremo celebrare la resurrezione di tutto il resto: Terzo Valico, Gronda, Pedemontana, Mose, Nuova E45, Nuova Aurelia, aeroporto e tunnel di Firenze, F35 e, hai visto mai, magari anche l’indimenticato Ponte sullo Stretto. Roba che costa il doppio di quanto necessario per affrontare il dissesto idrogeologico, le frane, le alluvioni, il crollo dei ponti, i morti, ma ci collega all’Europa, vuoi mettere. Incontenibile euforia, a dispetto dell’infame taglio delle pensioni d’oro e dei furti alla rendita dei pochi a favore del reddito dei tanti, all’orizzonte del Frejus e delle bocche di porto tornano a luccicare i talleri.
C’è stato qualche contraccolpo. La sindaca Raggi assolta dall’ennesima accusa tirata per i capelli dell’instancabile Procura di Roma e il tonitruante flop del tentativo dei radicali di consegnare i trasporti romani a gente che gli sembrava non fosse stata sufficientemente beneficiata dalle precedenti amministrazioni. Per la privatizzazione dell’ATAC avrebbe dovuto votare almeno il 33% degli aventi diritto. Ha votato meno della metà. A dispetto della ventina di autobus mandati al rogo e del superattivismo della Procura. I radicali, e dietro di loro i Parnasi, Caltagirone, Buzzi, il Rotary, che avevano schiamazzato sotto Marc’Aurelio, non avevano capito che i romani avevano capito cosa trent’anni di privatizzazioni prodiane avevano inflitto al paese e alla legalità.

Libertà come sei cambiata
Quasi quasi penso che non eri tu
(Stefano Rosso “Libertà”)


Torniamo al filo conduttore, la libertà di stampa così ferocemente conculcata dalle ricorrenti grandinate di (cinque) stelle. A cosa avevano fatto riferimento, Di Maio e Di Battista quando, meditando sui nostri giornalisti, hanno parlato di sciacalli e meretrici? Stabilito che nei main stream media, quasi tutti editi da imprenditori che li utilizzano come insegne dei propri diversi negozi, non si muove foglia che l’editore non voglia, i dioscuri pentastellati avevano tratto il loro giudizio da un semplice raffronto. Quello tra l’assoluzione della Raggi e la sobria obiettività con cui le sue vicende giudiziarie erano state trattate da chi nella presunzione d’innocenza crede come alla lacrime della madonnina di gesso di Civitavecchia.
Ci soccorre ancora una volta il mirabolante archivio di Marco Travaglio, alla rinfusa da Repubblica, La Stampa, Corriere, Libero e Messaggero.
“Il bivio della Raggi, ammettere la bugia o rischiare il posto… Virginia Raggi si avvicina al suo abisso…Mutande verdi di Virginia…Patata bollente… La fatina e la menzogna, il deja vu di Mani Pulite, Inseguita dallo schianto dell’ennesimo, miserabile segreto… per garantirsi un serbatoio di voti a destra…spunta la pista dei fondi elettorali, della compravendita dei voti, dei finanziamenti occulti…La sua storia riguarda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine… nel Campidoglio il piacere dell’omertà…Il malgoverno da cancellare…”. Come contrappasso c’è, nello stesso giornale e nello stesso numero, la pagina vignettara con gli inguardabili sgorbi di Stefano Disegni, che riserva lo stesso rispettoso trattamento a ben tre bersagli del suo “hate cartoon”: Virginia, Bonafede, Di Maio. Per costui è un’ossessione, lo fa ogni settimana con la stessa monocorde passione, stavolta per iscritto, del fratello Furio Colombo. Collaboravo a una rivistina diretta da questo Disegni ( mai nomen fu meno omen). Me ne cacciò quando da Belgrado scrivevo “meglio serbi che servi”.Tout se tien.

Raggi, non solo
Insomma, per come questa stampa paludata (nel senso di palude) ha massacrato la Raggi per due anni, attribuendole più nefandezze che a Messalina e, andando sul generale, per come questa nostra grande stampa (piccola, “manifesto”, compresa) secerne un ininterrotto flusso di odio (già, i famigerati hate speech!) e diffamazione per chiunque non stia ai desiderata e alle maniere dei di lei padroni, vicini e lontani, quanto hanno detto Di Maio e Di Battista è poco più di una tiratina d’orecchi. Agli scapaccioni dovrebbe pensare l’Ordine dei giornalisti, o la Federazione della Stampa, o Ong del buon giornalismo come Articolo 21. E vedremo più avanti come e a chi li impartiscono.
Vi ho fatto perdere tempo e ho sprecato spazio. Torniamo al quid. Che è Assange, la Federazione della Stampa e la libertà di stampa per la quale si battono a petto nudo, contro il ritorno del fascismo, le migliori e più acuminate penne della nobilissima professione.


Julian Assange è un giornalista australiano di cui sapete che ha fondato WikiLeaks nel 2006 e da allora lo dirige insieme a un gruppo di collaboratori in tutto il mondo. Wikipedia lo descrive così:
Wikileaks (dall'inglese leak «perdita», «fuga [di notizie]») è un'organizzazione internazionale senza scopo di lucro che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (di Stato, militare, industriale, bancario) e poi li carica sul proprio sito web. WikiLeaks riceve, in genere, documenti di carattere governativo o aziendale da fonti coperte dall'anonimato e da whistleblower.[2]
Il sito è curato da giornalisti, attivisti, scienziati. Comunque i cittadini di ogni parte del mondo possono inviare (sono anzi invitati a farlo) materiale «che porti alla luce comportamenti non etici di governi e aziende» tenuti nascosti.
Senza Assange, buio pesto
Ad Assange il mondo deve alcune delle più rivelatrici verità su complotti, intrighi, crimini, inganni, menzogne dei governi delle maggiori potenze occidentali. In particolare, i documenti da lui diffusi hanno rivelato quali criminali motivazioni hanno innescato le guerre, a partire da quelle all’Iraq. Se l’opinione pubblica ha potuto sfuggire in parte al gigantesco menzognificio con cui il Potere e i suoi agenti mediatici conducono la loro politica di dominio, rapina, guerra, repressione, lo deve all’incredibile coraggio e alla fenomenale abilità di Assange e della sua organizzazione. Come lui, negli Usa Chelsea Manning, ex-soldato che s’è fatta 6 anni di prigione per aver rivelato pubblicato i documenti di Wikileaks e rivelato le nefandezze compiute in Iraq; e Edward Snowden, la gola profonda (whistleblower) dello spionaggio planetario NSA, fortunatamente rifugiato a Mosca. Nel 2010 Wikileaks pubblica 251mila documenti confidenziali o segreti del Dipartimento di Stato Usa. Come mai prima, il re è nudo.
Parte un processo per spionaggio e la richiesta di estradizione
Inseguito dalla montatura di un magistrato svedese con un’accusa di stupro, poi rivelatasi falsa e ritirata, Assange è dal 2010 a Londra dove lo costringono agli arresti domiciliari alla luce dell’accusa svedese e in attesa di estradarlo negli Usa. Nel 2012, nell’imminenza dell’arresto, si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador, paese che sotto il presidente Rafel Correa è entrato a far parte dell’alleanza bolivariana antimperialista dei popoli latinoamericani messa in piedi da Hugo Chavez, Daniel Ortega, Evo Morales e Fidel Castro. Vi aderirà nel 2009 anche l’Honduras del presidente Zelaya, poco dopo rovesciato da un sanguinoso colpo di Stato allestito dalla coppia Obama-Hillary Clinton.
A fare il giornalista, il giornalista, la paghi


Julian in quell’ambasciata da 6 anni è ospite e, oggi, recluso come fosse al 41 bis. A Correa è succeduto Lenin Mancuso, che ha riportato l’Ecuador nell’alveo delle repubbliche delle banane ligie a Washington, al Pentagono e alle multinazionali. Ha addirittura sbattuto in un carcere verso la fine del mondo il vicepresidente di Correa e suo che pora è al 22° giorno di sciopero della fame. Via via la vita di Julian si è fatta più intollerabile. A partire dal divieto di ogni contatto esterno che non sia con i suoi legali, al taglio dei collegamenti telefonici e internet, alla cancellazione per fino di quei momenti “d’aria” in cui poteva affacciarsi alla finestra o al balcone a vedere stralci di vita, un pezzo di cielo, il sole. La sua salute psicofisica ne risulta menomata, mentre gli viene addirittura negata l’assistenza medica.

Certi giornalisti vanno torturati
Ultimamente, grazie a un personale sistema d’allarme, è riuscito a sventare un’irruzione dall’esterno, probabilmente finalizzata a un tentativo di sequestro da parte dell’autorità britanniche che, ripetutamente, gli hanno promesso l’arresto e, agli statunitensi, l’estradizione. Nel giorno dell’irruzione, l’ambasciata gli aveva bloccato le visite dei legali e di sua madre. Quel giorno è saltata anche la videotestimonianza sulle sue condizioni di sepolto vivo, che Julian avrebbe dovuto dare a un tribunale di Quito. Angherie senza fine. Vera e proprio tortura. Nel processo per spionaggio rischia una scelta tra ergastolo e pena di morte. Il tentativo d’irruzione da parte di ignoti è stato preceduto dall’allestimento di ponteggi sulla facciata dell’edificio diplomatico. Sui tubi sono stati poi applicati apparecchi di sorveglianza puntati, però, non verso l’esterno, ma verso l’interno e le finestre. Se ne deduce che la vita di Assange, oltre a essere compromessa dalle feroci condizioni in cui la si costringe, è in pericolo 24 ore su 24. L’unico contatto lasciatogli con il mondo è un gatto, cosa sulla quale ironizzano i suoi colleghi di professione. Nessuno fa più le polizie della sua stanza, neanche per asportare le deiezioni del gatto.

Il primo ministro australiano, Scott Morrison, un altro di quei governanti che hanno messo i destini del proprio paese nelle mani degli arbitri e degli arbitrii di Washington e Wall Street, ha respinto le ripetute richieste degli avvocati e famigliari di Julian di garantirgli i diritti e la protezione che spettano a ogni cittadino australiano.
Wikileaks e Assange hanno fatto più di qualsiasi altro individuo o organizzazione per garantire ai cittadini il diritto di conoscere la realtà, in particolare quella delle macchinazioni e dei delitti dell’Impero: dai crimini commessi dai militari ai retroscena della campagna elettorale di Hillary Clinton e ai milioni di dollari pagati dai sauditi a Hillary in cambio dell’autorizzazione alla vendita di armi per 80 miliardi; dai sistemi di spionaggio e di hackeraggio della Cia e dell’NSA ai nuovi programmi di sorveglianza e alle interferenze degli Usa nei processi elettorali di altri paesi, fino ai complotti di deputati laburisti contro il segretario del partito Jeremy Corbyn. Ha salvato Snowden da un carcere a vita, se non peggio, aiutandolo a fuggire a Hong Kong e poi a Mosca. Da Wikileaks abbiamo saputo che per un suo discorso, Goldman Sachs ha pagato alla Clinton 675.000 dollari, cifra che non può che essere considerata una tangente.
Presstitutes
Con eccezionale abilità e coraggio fino alla temerarietà, visto il mondo in cui opera, Assange ha fatto ciò che ogni giornalista dovrebbe ambire di fare. E’ per questo che coloro che oggi si stracciano le vesti per la definizioni date da Di Battista e Di Maio di quella parte della categoria che vede il suo compito nel dare soddisfazione al proprio editore impuro e “multi task”, non si sono mai lontanamente avvicinati all’enormità di questa offesa, persecuzione, repressione della libertà di stampa. Assistiamo a ridicoli flashmob di un sindacato di giornalisti e associazioni di supporto contro il poco e l’inadeguato che questi due politici hanno espresso sulla categoria la cui qualità la stessa, imperiale organizzazione Reporters Sans Frontieres, ha dovuto classificare al 46° posto nel mondo. Flashmob, ma neppure pigolii, mai verificatisi, per esempio, alla falcidie che ikn queste settimane le piattaforme di Silicon Valley vanno facendo delle voci non intonate.

I flashmob di Giulietti e amici

Ma non c’è un giornale, un tg, una trasmissione radio e tv che abbia speso una sola parola in difesa di Assange e di questo assalto all’arma bianca contro un simbolo della dignità e della necessità del giornalismo in quanto tale. E’ questa omissione, più ancora che la parossistica ipocrisia con la quale vengono satanizzate le sacrosante – e, ripeto, insufficienti - accuse di Di Battista e Di Maio (negli Stati Uniti è da anni che si parla di “presstitute”, prostitute della stampa), a dare la misura di come sia ridotta la professione in Italia. Con poche eccezioni, perché oltre al codardo oltraggio, funziona il servo encomio, funziona un rapporto di lavoro impostato sul precariato, lo sfruttamento, la sottomissione. Aspettiamo il braccialetto elettronico.
Nel corso di una lunghissima carriera mi è capitato di pubblicare su media main stream, come su organi antagonisti. In Italia, Regno Unito, Francia, Germania, paesi arabi e latinoamericani. Sono dovuto arrivare a respirare lo Zeitgeist di una gestione della mia categoria che strepita contro chi ne denuncia l’innegabile degrado in occasione di un episodio lampante come quello del bombardamento di infamie sulla Raggi e mi ritrovo frustrato perché manca ancora chi solleva il velo sulla distorsione ontologica della realtà su tutto quanto riguarda la nostra esistenza: dalle guerre ai popoli, alle guerre sociali, alle guerre a comunità e ambiente. E manca chi riesca ad affermare che il sindacato sta lì per difendere il più debole dei suoi associati, non il più forte di questi e dei suoi editori. E’ qui che si ricongiunge al grandissimo Assange la mia modesta persona, di cui all’inizio.
Forse almeno provare a riavvicinare i giornalisti all’ ubi consistam di chi vuole raccontare le cose alla gente, con una legge sul conflitto d’interesse tra pagina stampata e complesso edilizio, tra talk show e trafficanti di carne umana e con la cancellazione di sussidi a organi parassiti, come previsto dal governo, potrebbe essere un inizio.
Intanto grazie ad Alessandro Di Battista per avermi citato tra i giornalisti liberi. Qualcuno, riferendosi a quelli non menzionati da Dibba, li ha considerati da lui iscritti tutti in una lista di proscrizione. Non scherziamo, quella la fanno coloro che usano la difesa della libertà di stampa per negare la libertà di parola.


sabato 10 novembre 2018

Tifare destra fingendosi sinistra ---- LA LA LAND USA, DOVE IL BANCO VINCE. SEMPRE.



  
 “In America abbiamo realizzato la profezia di Orwell. Un popolo schiavizzato è stato programmato ad amare i propri ceppi, mentre guardano sullo schermo fiabe e finzioni di libertà. Non sono i corpi a essere imprigionati, ma le menti. I desideri delle persone sono programmati, i gusti manipolati, i valori stabiliti da altri" (
Gerry Spence, From Freedom to Slavery)  

Dopo Saragat, Rossanda & Co?
Quando ti appioppano, come fosse una sberla, la qualifica di complottista, puoi essere certo che chi te la tira è un complottista. Come tante cose, quasi tutte, del nostro inverno dello scontento, il termine e il suo uso con intento di dileggio e irrisione ci arrivano dagli Usa: conspiracy theorist. Lì una classe dirigente al potere dai tempi della fondazione, dovendo imporre le sue ragioni dei pochi sulle ragioni e i bisogni dei più, è costretta di conseguenza a costantemente tramare nell’ombra: far passare per vero il falso, per giusto l’ingiusto, per bello il brutto, per morale l’immorale, per Valpreda Gladio. Regola del resto imprescindibile per qualunque minoranza che volesse mantenersi al comando a spese e a danno della maggioranza. Solo che nel cuore dell’Impero questo classico trucco del bue che dà del cornuto all’asino si è dato forma e potenza di uragano che travolga chiunque tenti di aprire uno spiraglio nelle quinte del teatrino e dare una sbirciatina di là.

Questa premessa a onore e difesa dei complottisti, intesi come disvelatori di complotti e, dunque, difensori della verità, mi serve per avanzare un azzardo che mi è balenato tanto tempo fa nel seguire le involuzioni verso destra, e anche estrema destra sul piano geopolitico, di certa “sinistra” italiana che si riconosce nel “manifesto”.  “Sinistra” e “manifesto”  che, nelle temperie delle recenti elezioni di midterm statunitensi, mi sono sembrati dare definitiva credibilità all’originale dubbio. Ricordate Saragat, la scissione socialdemocratica del suo PSLI, poi PDSI, dal PSI di Nenni nel 1947, notoriamente innescata dagli Usa e facilitata dai denari della Cia? Tolse ai socialisti, uniti al PCI nel Fronte Popolare, una cinquantina di parlamentari, contribuì alla sconfitta del 1948 e rappresentò per la DC il ruotino di scorta di consolidamento capitalista e atlanticista. Si rafforzò lo schieramento anti-operaio e antisovietico.

 
Moro, Saragat, Nenni, il generale Usa


A pensar male…
A pensar male, diceva uno che la sapeva lunga sul male, ci si azzecca. Ma è proprio pensar male vedere un parallelo tra quella spaccatura del fronte delle sinistre  e la dipartita dal PCI di quelli del “manifesto” nel 1969? Rossanda, Pintor, Magri, Parlato, incoraggiati e poi abbandonati dall’eternamente traccheggiante Ingrao, rifacendosi al revisionismo di Kruscev  e alle nefandezze attribuite a Mosca, a partire dall’Ungheria del 1956, fecero di tutto per farsi cacciare da un PCI che, privato di queste teste d’uovo, ci rimise in fatto di  egemonia culturale e anche un bel po’ di consenso.. Nel 1947 si trattò di fare arrivare alle elezioni decisive del ’48 una sinistra indebolita. Nel 1969 ci si trovava in piena guerra fredda (e caldissima in Vietnam e nelle decolonizzazioni appoggiate dall’URSS)  e quindi, di nuovo, nell’urgenza di infliggere un’altra mazzata al campo socialista. Inserendosi nell’ondata rivoluzionaria  del ’68 e seguenti, peraltro sempre da robusto calmiere rispetto alle altrui istanze rivoluzionarie, il “manifesto” ebbe modo di rendere credibile e anche di sinistra l’accodarsi alla guerra fredda e a una campagna anti-URSS sempre più virulenta.

Oggi quella campagna è diventata anti-russa , dopo la perdita di punti di riferimento come Gorbaciov e Eltsin e il “manifesto”, da piccino che è, le fa da mosca cocchiera, in piena adesione a operazioni subgiornalistiche e di intelligence come il Russiagate, le rivoluzioni colorate, le scelleratezze di Pechino, e nella piena condivisione di ogni singola iniziativa geopolitica dell’Impero neoliberista, in Cina come in Siria, in Libia come in Nicaragua, nell’immigrazione da sradicamento coatto come nel sostegno allo sgorbio europeo, come nel dirottamento dell’antagonismo sociale verso l’innocua battaglia per diritti civili, conflitti di genere e di minoranze. Per chi non fosse stato ottuso (part.pass. di ottundere) da testatine fuorvianti e nobili firme, i campanelli d’allarme sarebbero stati molti.

 
Hillary e Rossana, unite in Libia

Ma uno, addirittura una sirena d’allarme di quelle dei bombardamenti, non potrebbe non averlo percepito chi ha visto l’augusta Rossana Rossanda, madre nobile di tutta l’impresa, affiancarsi alla ghignante Hillary Clinton nel proporre, perorare, nel caso dell’americana anche condurre, la guerra contro la Libia, con esito finale di morte e orrore per il suo leader e il suo popolo. L’escalation è continuata e ha raggiunto vertici un tempo inimmaginabili sul Nicaragua, quando il pogrom sorosiano contro il governo sandinista è stato interpretato dal “manifesto”, al di là di ogni freno e pudore, con la stessa foga mistificatoria con cui tratta l’altra operazione del finanzcapitalismo totalitario, le migrazioni.
 
Non per nulla sono le immagini apologetiche di Emma Bonino che con frequenza adornano il quotidiano. Se ne dovrebbe dedurre che il filo rosso che ha tracciato l’itinerario di questa comunella, protetto dall’autotitolazione di “comunista”, era ieri ed è oggi l’opposizione alla Russia in sintonia con lo Stato profondo statunitense e con le forze che lo muovono. Il che non poteva non accompagnarsi , sempre in sintonia con i radicali, a una drastica revisione dell’idea di rivoluzione: da insurrezione proletaria, presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, Lunga Marcia, la Comune, lavoratori comunque al potere, alla guerra al velo, ai matrimoni e alle filiazioni gay.. A essere cattivi si parlerebbe di una Stay behind intellettuale.

Tutto questo ha portato a un rinsaldarsi sulle grandi questioni di un’unanimità di giudizio e di analisi tra tutti i media del paese, con il “manifesto” che vi figura irrisorio sul piano quantitativo, ma qualitativamente di grande interesse per il contributo a un antagonismo politico e sociale appariscente, ma innocuo. Una meringa di panna montata rosa. Ne è stato dimostrazione eclatante lo scomposto tifo con cui il giornale ha affrontato le elezioni di rinnovamento di Senato e Camera negli Stati Uniti. Nella sola giornata della vigilia sono stati ben 11 gli articoli, per 10 pagine su 16, e il fatto giornalisticamente grottesco che quasi tutte queste espressioni di forsennato tifo anti-Trump e pro-Partito Democratico, replica dell’appassionata campagna manifestista per la Clinton, dicano le stesse identiche cose. Un impegno spasmodico, su modestissimi soggetti e con concetti propagandistici uccisi dalla stereotipia, ma che il giornale dichiara decisivi per le sorti del mondo. Manco fossimo al 18 aprile, o al referendum su monarchia o repubblica.

E ci stupiamo che, in odio ai 5Stelle perché fanno cose che dovrebbero fare loro, questi del “manifesto” a casa nostra tifino addirittura Lagarde, Draghi, Moscovici?

Much ado about nothing, molto rumore per nulla
Fa suo, il “manifesto”, l’appello al voto costi quel che costi, rilanciato da quella bella schiera di progressisti liberal, perlopiù mercatisti accademici, sinergici con certe industrie, e trash hollywoodiano, che si sentono orfani di Obama e defraudati della Clinton, contro il Golem fascista che avanza dalle nere montagne di Mordor. E che da noi ha la faccia di Salvini, e ci sta, ma anche un po’ di Di Maio, anche un po’ di Melenchon, anche un po’ di Sahra Wagenknecht e perfino del poro Fassina, tutta pessima sinistra sovranista. Gente per la quale il cappio di Trump al collo dell’Iran e del Venezuela, la sua clava su Siria, Yemen e un sacco di altri posti, le crisi epilettiche guerrafondaie di Pompeo e Bolton, contano poco rispetto a quanto di progressista ci ha lasciato l’accoppiata nero-donna.

Tre colpi di Stato, Honduras, Paraguay, Ucraina, le stesse sette guerre di Bush, assassini seriali tramite droni, la militarizzazione della polizia con l’assegnazione di materiale bellico, primato di neri ammazzati da una polizia sempre più impunita, prigioni segrete della tortura e extraordinary rendition di sgraditi, forze speciali-squadroni della morte in 130 paesi, infrastrutture nazionali fatiscenti in un’economia allo sfascio e la delocalizzazione della produzione all’estero con conseguente impennata della disoccupazione, senzatetto a milioni in tendopoli e baracche, sorveglianza e spionaggio di ogni attimo di vita a raggio mondiale, il più alto numero di immigrati mai espulso dagli Usa, un Obamacare che ha messo la salute dei cittadini poveri tra le zanne delle assicurazioni…. Potrei andare avanti per altre dieci pagine. E si definiscono progressisti.

Anticlimax, quando l’orgasmo non arriva

A risultati elettorali acquisiti, l’organo  della sezione italiana dell’Asinello (simbolo del Partito Democratico per chi non  lo sapesse, quello dei Repubblicani essendo l’elefante), si è vagamente ricomposto. Il trionfo dei succedanei di Obama e Hillary non si è verificato, il Leviatano Trump ha tenuto botta e Senato, contrariamente a quanto è sempre capitato ai presidenti nelle mid term. Ha perso la Camera, ma i suoi governatori sono 25 contro i 23 dei Democratici. Con il Senato in mano, l’impeachment vagheggiato dai servizi segreti, Wall Street, Pentagono, e “manifesto” è diventato chimera. “L’onda rossa” (rossa?) si è arenata, a dispetto di sondaggi e appassionati vaticinii di tutto il main stream, “manifesto” in testa. E si è dissolta anche la fantastica architettura del Russiagate, le interferenze di Mosca, entusiasticamente condivise dal “manifesto” (mirabolanti rispetto a un paese come gli Usa che mette soldi, sicari e media in ogni benedetta elezione del mondo), che avrebbero fatto vincere Trump nel 2016: Al ministro della Giustizia Sessions, colluso con il procuratore Mueller, che non è riuscito in due anni a tirare fuori uno straccio di prova, è stato sostituito Matthew Whitaker, che da sempre qualifica di bufala l’operazione.

Donne, si cambia pagina
Il che non ha impedito al “quotidiano comunista” dell’obam-hillarismo nostrano di celebrare un’”America che volta pagina”. Anzi, addirittura di ricuperare le esultanze annichilite dal flop dei sedicenti progressisti, concentrandole sul gran numero di donne elette: per una Hillary trombata, 107 “giovani e di varie etnie” e, a questo punto, chissenefrega se sono xenofobe trumpiste, o benevole liberal-hillariane. A’ la guerre comme à la guerre e lì ci vanno tutte. Pure le comparielle, tutte donne, di Amnesty International e Human Rights Watch. Sulle 19 donne afroamericane il “manifesto” va in solluchero e titola “Abbiamo le Black Girl Magic”. Sono le nuove categorie politiche del “quotidiano comunista”: basta essere nera, o donna, o, meglio, nera e donna, o, perfetto, nera, donna e gay.

Al “manifesto”  questo fa sangue e ne siamo contenti anche noi, nella misura in cui abbiamo visto come basti essere donna e pure nera, per vedere il mondo colorarsi di amore, giustizia e pace: Madeleine Albright , Hillary Clinton, Condoleezza Rice, Samantha Power, Nikky Haley, Victoria Nuland, Susan Rice, Nancy Pelosi, Christine Lagarde E, si parva licet, Gelmini, Bernini, Pinotti, Santachè, Fedeli, Boschi, Madia… Una presenza femminile che ha fatto la differenza, soprattutto in politica estera. Le sono debitori tanti paesi, tanti popoli: Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Honduras, Iran, Nordcorea, Yemen, Somalia, mezza Africa…Però,  vuoi mettere, tra i CEO delle multinazionali ci sono sempre più donne.
O no?

Alle voci del padrone, “manifesto” compreso, non importa nulla che, nella contesa elettorale, da nessuno dei contendenti, nemmeno da Bernie Sanders, finto socialista e autentico sostenitore delle guerre e di Israele, si sia andati oltre le questioni dei migranti, delle libere armi e delle donne. E nemmeno che l’asse attorno al quale tutto doveva girare, il Russiagate, era sparito dal dibattito per manifesta minchiata. Nulla cale del fatto che gli Usa siano coinvolti tuttora nelle sette guerre di Obama, tra cui quella dell’Afghanistan, la più lunga  della storia americana, che stia aiutando a cancellare lo Yemen dalla faccia della Terra, che stia assediando la Russia con eserciti alle sue frontiere minacciando guerre globali e nucleari, che il bilancio militare Usa sia più grande di quello di tutti gli altri messi insieme, a evidente vantaggio degli armaioli e detrimento del benessere planetario,  che Washington sostiene e glorifica, insieme all’obbrobrio saudita e a tutto il terrorismo jihadista, tutti i regimi dittatoriali e reazionari del mondo, che è in corso, tra sorveglianza parossistica e militarizzazione della società, un processo di dittatura plutocratica senza precedenti nella Storia….

Tutto questo bel panorama interno e geopolitico è sostenuto con uguale impegno dai due partitoni. La fallacia, con la quale si cerca di coglionare il volgo e  l’inclita, è che si confrontino uno buono e uno cattivo, l’uno del tutto alternativo all’altro. Mentre quello che succede sotto i nostri occhi e del tutto simile allo scontro finto, ma ben recitato, tra due lottatori di Catch che fingono di spezzarsi le ossa e strapparsi i muscoli. Solo che gli spettatori del wrestling sanno che si tratta di una messinscena. Quelli che negli Usa votano e che commentano il voto, no.


E' solo catch
Portando al parossismo l’avallo della farsa su colui che comunque resta, volente (Obama) e nolente (Trump) un sicario della Cupola, promosso ”uomo più potente del mondo”,  in cui si sono impegnati i media di regime, il “manifesto” ha dato il suo contributo pestando l’acqua nel mortaio per dieci pagine alla vigilia e per cinque giorni dopo. Acqua marcia se si pensa a come si articola il sistema elettorale statunitense. A cominciare dai 50 milioni di cittadini esclusi dal voto perché non registrati (diversamente da tutti gli altri paesi, qui ci si deve registrare prima). Non registrati perché poveri, analfabeti, indifferenti, emarginati, senzatetto, sfiduciati. A continuare con la scelta del giorno lavorativo per il voto, tale da impedirlo a milioni di lavoratori e l’esclusione dal voto di 6,1 milioni di cittadini perché imputati di qualche reato, di cui uno su cinque afroamericano.

Poi il  gerrymandering, la definizione delle circoscrizioni elettorali tale da falsare completamente il rapporto tra votanti ed eletti: il piccolo Wyoming, 582mila abitanti, fornisce due senatori, quanti ne eleggono i 38,8 milioni della California.  La manipolazione del voto elettronico affidata a imprese vicine ai democratici, denunciata più volte. Una contesa presidenziale, Bush-Gore, decisa da un paio di giudici della Corte suprema, a dispetto del responso popolare. E, soprattutto, da cima a fondo, con raramente qualcuno che riesce a sgaiattolarne fuori, un sistema totalmente e da sempre manovrato dalla plutocrazia. Una gara riservata, l’ultima volta, al miliardario dell’immobiliare e a una parvenu arrampicatasi su una montagna d’oro erettale dai compari sauditi e delle multinazionali più necrofore. Montagna sotto la quale dovevano restare sepolti i trascorsi della erinni da segretaria di Stato.

E’ un gioco di ricchi,  arbitrato dai ricchi, giocato dai ricchi per i ricchi, sul quale agli altri è consentito di divertirsi scommettendo. E su tutto questo veglia il potere supremo, potere della moneta delegato dal pinnacolo della piramide alla Federal Reserve. Quella dei dollari, quanti ne servono. Il colpo di Stato strisciante che ha dissolto quel poco che c’era di democrazia americana ha portato a un regime in cui nulla si muoverà mai che non sia di profitto ai Rothschild, ai Bill Gates, Warren Buffett, Rockefeller, Bezos, Adelson, fratelli Koch e alle conventicole che si riuniscono attorno a questi nelle varie Trilateral, Bilderberg, Aspen Institute.

Dove il più pulito ha la rogna
Il “manifesto” si dia una calmata. Che ci siano gli amati Democratici, dalla pelle curata e dal cianuro col sorriso, o i detestati Repubblicani, dalla faccia truce e i modi sguaiati, tutto continuerà senza le scosse che non siano quelle che al popolino danno la soddisfazione di stare con l’uno o con l’altro clown del wrestling. Le mille basi Usa nel mondo, di cui un centinaio da noi, una guerra dopo l’altra per rimuovere ostacoli, installare tiranni amici o il caos, economie vampire, multinazionali ed eserciti che spostano di qua e di là popolazioni, chiamate profughi, sanzioni che strangolano popoli governati da chi non ci piace, nostrani paggetti che a Washington vanno per farsi investire delegati proconsolari, il travaso verso l’alto di quanto resta alle moltitudini in basso, detto neoliberismo. E il probabile figlio freak di questo: il pianeta arrosto. E’ “TINA”, There Is No Alternative, un pensiero unico che deve portarci da Gesù Cristo alla fine della Storia, facendoci tifare per l’uno o per l’altro tra brigante e brigante e mezzo. In compenso le coppie gay potranno far inseminare prestatrici di corpo e adottare bambini nell’universo tutto loro. Per la gioia del “manifesto”.