domenica 20 gennaio 2019

Sovranisti, populisti e pure rossobruni----- FAI IL BRAVO, O TI VIENE A PRENDERE ORBAN



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Manco fosse Messina Denaro. Prima un inciso fuori tema. La cattura ed estradizione di Cesare Battisti dalla Bolivia equivale a un rapimento. E’ totalmente illegittima. Nessuna opposizione all’estradizione è stata concessa in un paese che, del resto, non può estradare condannati all’ergastolo, dato che rifiuta l’ergastolo. Battisti non mi è simpatico, come ho forti dubbi , se non certezze documentate, non tanto su lui, quanto su buona parte dei lottatori armati dei fine ’70 e ’80, a partire dagli infiltrati e manipolati BR di seconda generazione. Quelli che al sistema vanno benissimo quando, liberi dopo poco, pontificano in televisione e continuano a occultare la verità sul terrorismo di Stato. Che permise la “normalizzazione” dopo un decennio di lotte di massa insurrezionali. Ma quello di Battisti è stato un processo anomalo, in contumacia, senza la parola dell’imputato, nel clima del teorema Calogero. Meriterebbe di essere rifatto. Ma il trionfalismo vendicativo di questa classe dirigente e dei suoi accoliti e passeurs, eredi diretti dei protagonisti del terrorismo da Piazza Fontana a Via Amelio cospiratori  in vista di un totalitarismo 2.0, fa venire la nausea. Rovesciando insulti su un uomo inerme e augurandogli di marcire in carcere, quando la Costituzione impone la rieducazione dei detenuti, ha distrutto la dignità, più che di Battisti, di coloro che l’hanno esibito e celebrato come un trofeo di caccia.


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Sovranisti e populisti, orbaniani e rossobruni
La prenderanno per una provocazione, anche se è una semplice constatazione di fatti, quella del mio discorso sul premier ungherese Victor Orban sul quale tutti, proprio tutti, senza essersi magari mai documentati, o averci buttato gambe e occhio, condividono con entusiasmo il parossismo demonizzatore della vulgata UE- sinistri-centrosinistri-centrodestri-destri. Il solito unanimismo dal “manifesto” al “Foglio”. Con Soros che se la ride.
Premetto che gli stessi unanimisti sono accompagnati da vivandiere e riserve di complemento che, pur ritenendosi diversissimi, in alto a sinistra, duri e puri, lanciano gli stessi identici anatemi: Orban e, subito dopo, i rossobruni. Basta non essere pronti a gettare nei forni l’intero governo giallo-verde, che ti sparano addosso valanghe di nequizie, fallimenti, cedimenti, dei Cinque Stelle. Che pure ci sono. Ma non solo. Di solito Salvini finisce in secondo piano. Dagli uni, quelli duri e puri, perché è scontata la sua nefandezza, dagli altri, gli ipocriti di sistema, perché in fondo è uno dei loro, dei sovranisti a chiacchiere e degli effettivi globalisti neoliberisti, grandoperisti, sviluppisti, cementificatori, inceneritoristi. Come sì è visto l’altro giorno con effetti abbaglianti, nel ricongiungimento appaltizio a Torino sul TAV. E, prima, sulla trivelle, sulla Gronda, sulla pedemontana, vedrai che ricupererà anche il Ponte sullo Stretto. E, su tutto, al momento orgasmatico della fusione con Israele, che vuol dire anti-Hezbollah, che vuol dire anti-Siria, che vuol dire pro-Saudi, che vuol dire pro-Nato, che vuol dire atlantismo, che vuol dire globalizzazione.

I miracolisti

Da bravi razionalisti e materialisti storici, dai 5 Stelle si aspettavano e pretendevano il miracolo. L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e distribuzione, o quasi. Ai duri e puri che con passione degna di miglior causa, mi elencano i misfatti dei 5 Stelle, mi limito a rispondere mettendoci il bicchiere mezzo pieno delle cose buone pur fatte e mai viste prima, da Andreotti a D’Alema, da Prodi a Gentiloni. Ora, però, vorrei dargli una risposta complessiva e definitiva. I 5 Stelle sono andati al governo con il 33% del voto, assieme agli unici disponibili a superare la morta gora delle larghe intese, al 17%. Le vele erano gonfie, ma a strozzare qualsiasi  minima folata ci hanno pensato l’union sacrée dei media, i sondaggi che rovesciavano il rapporto di forze uscito dalle urne, le prevaricazioni demagogiche ed effettive del lumbard, tacitamente o manifestamente sostenute da tutto il cucuzzaro dei regimi precedenti.

I 5 Stelle sono entrati in campo per fare da argine alla deriva reazionaria del partner bifolco, atlantista e confindustrialista. Qualcosa hanno arginato, altro no. Si poteva fare di più? Certamente, forse no, la risposta sta in grembo a Giove. Ma quale alternativa? Restare, invecchiare e sfiancarsi  all’opposizione e lasciare che la Grande Armada delle cannoniere mediatiche pro-inciucio di tutti escluso il M5S, con i fronzoli di LeU e FdI, tutti assicurati presso UE, Nato, BCE, FMI, Bilderberg, con le star Lilli Gruber, Formigli e Zoro e il lifting zingarettiano applicato alla flaccida pelle del “manifesto”, li radesse al suolo con strumenti repressivi potenziati dal 5G? 5G spazzagente a onde elettromagnetiche, neo strumento maltusiano contro le fette di umanità costrette a stare assiepate sotto le antenne della comunicazione ultraveloce.

Addio argine, per quanto modesto. Mi fa pensare a New Orleans sotto Katrina. Non ve l’hanno detto, ma fu documentato che qualcuno fece saltare alcuni argini e l’uragano spazzò via la città dei poveri e della musica. Ora poveri e musica non ci sono più. E New Orleans è diventata la città dei ricchi. Si chiama gentrificazione. Succede dappertutto, sempre facendo saltare gli argini.

L’Uomo Nero ungherese e l’uomo nerissimo di Mosca


 
Sul piano domestico il drago che San Giorgio, benedetto da San Pietro, deve uccidere sono i 5 Stelle per aver tentato una qualche diramazione verso i nullatenenti del flusso della ricchezza dal basso verso l’alto. Sul piano internazionale, al netto di Trump e Putin che pure qualche granello nei meccanismi del Nuovo Ordine Mondiale liberal-neocon l’hanno gettato e limitandoci all’Europa, l’uomo nero è notoriamente Victor Orban, premier ungherese da tempo davvero intollerabile, dal 2010. L’unanimismo sinistro-destro nella satanizzazione dell’uomo ha raggiunto il diapason di quei discorsi dell’odio e di quelle fake news che è sistemico attribuire ai “populisti”. E dei populisti e sovranisti questo foruncolo ungherese sulla bella faccia dell’UE è il campione supremo, l’esempio più aberrante. L’uomo nero che rapisce i bambini e forse se li mangia, come usavano i comunisti.

Lo è da quando ha preso il tè con Putin e ha schivato quello con gli gnomi di Bruxelles. Ma questo non lo si dice. Si dice che è razzista, xenofobo, per Furio Colombo perfino nazista puro, da quando ha messo davanti ai migranti, in arrivo a valanga, un muro di filo spinato. L’Europa importa dal Sud del mondo manodopera a bassissimo costo mediante traffici illegali che generano anch’essi plusvalore per miliardi, poi ripuliti nel nostro sistema finanziario. Dall’altro lato, l’Occidente esporta nel Sud, così svuotato, eserciti e multinazionali a caccia di materie prime e rotte strategiche. Forse Orban qualcosa aveva capito quando bloccò la fiumana che aveva sommerso la Grecia, contribuendo alla sua rovina. In quel momento, ce lo dice l’UNHCR, aveva in casa più migranti per cittadino di qualsiasi accogliente paese europeo.

Ma nell’Europa avviata dall’azionista di maggioranza dell’ordoliberismo e dai suoi proconsoli a una successione di crisi e di conseguente parossismo delle diseguaglianze, non era tanto il “razzista e xenofobo” che dava sui nervi, quanto quello che, destinato anch’esso al dominio franco-germanico, come i Balcani e tutto il sud mediterraneo, se ne sottraeva e ne fioriva in termini di consenso crescente e di boom economico-sociale. Fondamentali che dovevano essere seppelliti sotto la vulgata di un cumulo di orrori dispotici. Non c’è dubbio, invece, che in Ungheria ci sia maggiore articolazione di opinioni e opposizioni mediatiche di quante se ne sogna il nostro paese. Tant’è vero che i pitbull che azzannano quel governo, paradossalmente le citano leccandosi i baffi, per poi latrare accuse di uccisione della libertà di stampa.

Il nemico del mio nemico… e l’amico del mio nemico
 
 
Il fatto è che dall’Ungheria Orban ha cacciato George Soros, la sua fondazione, la sua università, i suoi mezzi di comunicazione. Cosa che i serbi non hanno fatto quando il predatore golpista planetario intossicò con gli stessi mezzi il Kosovo, affiancato da Madre Teresa di Calcutta che si adoperava per rendere monoetnica la sanità. E nemmeno quando spadroneggiava a Belgrado, venerato da Luca Casarini, sulla comunicazione televisiva.
Europlutocrati e rispettivi portavoce, tra i quali si accaniscono per il primato newsletter imperiali, sussidiate da governi complici, come il manifesto e il Foglio, con il primo che si diverte a proporsi come Dada surrealista definendosi “comunista”, hanno ora trovato un'altra colonna infame a cui inchiodare il premiere ungherese: la “Legge Schiavitù”, nientemeno!  Xenofobo, razzista, sovranista, populista, tiranno e anche schiavista, feroce oppressore e sfruttatore dei lavoratori, che il Fagin di Oliver Twist gli fa un baffo.

  La rivoluzioncina colorata di Budapest
 
 Budapest - Manifestazioni pro Soros degli studenti della sua università

Con una legge che propone ai lavoratori, dato il basso e quasi fisiologico tasso di disoccupazione (4%), l’aumento volontario, concordato con l’impresa, da 250 a 400 ore di straordinario all’anno, 33 al mese, da conteggiare sui 36 mesi, in Ungheria siamo alla “schiavitù”.  Ai campi di cotone, o di pomodoro, con dentro addirittura dei bianchi!  Contro questo abominio sociale, praticato da anni in Italia, il manifesto ha visto un’insurrezione di popolo. I comunisti ungheresi del Partito dei Lavoratori, all’opposizione del partito di Orban, Fidesz, confermato al governo l’anno scorso con una maggioranza dei due terzi e tuttora la forza politica più popolare, ci parlano invece di 6000 manifestanti, con tra loro in grande evidenza l’ultradestra di Jobbik.  E in Ungheria ci sono mille sindacati con complessivamente 450mila iscritti. E per mettere in piazza quei 6000 non è bastato il codice del lavoro riformato, ci sono volute le mobilitazioni sorosiane “contro la dittatura”. E per la libertà d’istruzione privata (l’università di Soros chiusa). Tanto è vero che non sono stati i sindacati, spesso fortemente critici del governo, a mobilitarli, bensì i partiti di destra, neoliberisti, come la Coalizione Democratica, una specie di PD, ora alleata di Jobbik, tipo PD e Forza Italia.

Si sperava, per dare fieno ai cavalli di razza della pubblicistica occidentale, in una reazione violenta della polizia. Non ce n’è stato bisogno, ma le accuse di repressione feroce sono piovute lo stesso, specie tra coloro che sulla terrificante brutalità dei gendarmi francesi contro i Gilet Gialli hanno mantenuto un rispettoso riserbo.
Come al solito dietro allo specchietto delle allodole dei diritti umani apparecchiato dai globalisti - migranti, libertà di stampa, valori europei, antifascismo – c’è qualche motivo più vero. Nel caso dell’Ungheria, in un’Europa mandata scientemente in crisi e verso la terza recessione per rilanciare il trasferimento della ricchezza dai ceti subalterni alle élites, sono i fondamentali di un’economia di cui pudicamente non si parla, ma che va in direzione ostinata e contraria da quando  ci sono Fidesz e Orban e da quando l’Ungheria è il paese della periferia che è uscito meglio dalla crisi.

Budapest ha chiuso il suo debito e ha cacciato il FMI, cresce da anni dal 4 al 4,8%, il debito pubblico, al 74% del PIL, è tra i più bassi del mondo, il deficit sta agevolmente nei parametri-boia di Bruxelles, ha tassato le multinazionali dell’hi-tech, ha nazionalizzato i fondi pensione e ha ridotto all’obbedienza le banche private. Dati a fine 2017 dicono che gli investimenti sono cresciuti del 17%, le esportazioni dell’8,1%, le importazioni dell’11,3%, i consumi delle famiglie del 4,5%. La disoccupazione è scesa sotto il 4% e l’occupazione è cresciuta dell’1,8%. Anticipazioni dicono che il trend è ulteriormente migliorato nel 2018. Il programma di sostegno per la casa, CSOK, finanziato dallo Stato, ha eliminato la piaga dei senzatetto e l’aumento dei salari ha ridotto un tasso di povertà che quattro anni fa era al 13%.

L’83% degli adulti tra i 25 e i 64 anni ha completato gli studi superiori, rispetto a una media OCSE del 74%. Solo il 3% dei lavoratori ha un orario di lavoro superiore alle 40 ore, 5% uomini, 1% donne, drasticamente inferiore alla media OCSE del 13%. Nessuno può affermare che ci troviamo in un paradiso sociale, ma in un processo in controtendenza rispetto al disastro europeo riguardante i paesi della periferia (e non solo) certamente sì. Che la virulenza degli attacchi a Orban da parte degli Juncker, Macron, Merkel e dei propugnatori dell’imperialismo neoliberista, che siano Dada, Realismo Magico, Metafisici, o apertamente Decadentisti, del finanzcapitalismo mondialista, abbia a che fare con questi dati impropri?

Dove vanno i tre milioni che lo Stato (gli italiani) regala al “manifesto”


Forse una chiave di interpretazione ce la dà il bollettino dell’Esercito della Salvezza imperiale. E’ la credibilità  degli anatemi contro il populista, sovranista, xenofobo e razzista che andrebbe verificata. Io, per non essere squartato dai buoni, non mi pronuncio, mi limito ai dati. Anzi, tra altre cose, non condivido per niente l’opposizione orbaniana all’Islam nel segno del cristianesimo e di certe sue aberranti tradizioni fatte passare per civiltà europea. Preferisco quella laica e politeista di Omero, Socrate e Ovidio. Ma i discorsi di certi buoni su Kim Jong Un, Gheddafi, Putin, Maduro, o Assad, mi mettono in guardia. Sentiamo cosa dice il manifesto del 19 gennaio 2019.

Prima pagina: titolone che accredita voluttuosamente il taglio della crescita profetizzato da Banca d’Italia (da sempre dedita agli oroscopi fasulli) che distragga dal primo provvedimento governativo pro-poveri e pro-pensionati dopo decenni di regimi predatori. Ridicolizzazione del reddito di cittadinanza e della Quota Cento, peggio che se fossero “Il Giornale”: “Le stime di crescita affossano il governo della propaganda”. Gioiosa descrizione del frontismo europeista di Calenda e della sua definizione del reddito di C. come “assistenzialismo e lavoro nero”. Altrettanto gioioso annuncio dello sciopero contro il governo di una confederazione sindacale che ha inghiottito tutti i bocconi tossici rifilati ai lavoratori da Berlusconi a Monti a Renzi. Condivisione dell’indignazione delle potenze coloniali Francia, Belgio, Conferenza Episcopale, sull’esito delle elezioni in Congo che ha visto la sconfitta del loro candidato: il fantoccio Usa, ex-Exxon, Martin Fayulu. Due paginoni di osceno sputtanamento del martire della libertà d'informazione Julian Assange (“La stella morale di Assange è tramontata”), prigioniero da 8 anni nell’ambasciata dell’Ecuador, sottoposto a isolamento totale e vessazioni di ogni genere, in vista della sua estradizione negli Usa dove il rivelatore dei crimini di guerra Usa, degli assassini seriali  di Obama con droni e degli intrighi della Clinton, rischia la condanna a morte. Qui, nel dare man forte al boia, il manifesto ha superato se stesso.



Altro, ennesimo, reportage sulla “rivoluzione democratica, ecologica, femminista, federativa dei curdi”, mercenari Usa e pulitori etnici di terre arabe siriane. Ininterrotto martellamento pietista sulle vittime del mare (“i mandanti sono i governi europei”) e sui salvataggi (leggi traghettamenti) delle Ong tedesche e olandesi (che non scaricano mai migranti in Olanda o Germania) finanziate da Soros e che con gli scafisti, i trafficanti, le Ong e i missionari nei luoghi di partenza, le multinazionali e gli eserciti che ne devastano i paesi, caporalati e grandi imprese nei luoghi d’arrivo, costituiscono la filiera colonialista della nuova tratta degli schiavi sostenuta dal “manifesto”. Ennesima esecrazione di Victor Orban, “contro cui riparte la protesta anche dei sindacati e insegnanti perché costretti a lavorare in un sistema educativo centralizzato” (anziché affidato alle singole regioni, come vorrebbe la Lega!). Articoletto minimizzante sull’atto 10 dei Gilet Gialli, “ormai in costante calo” (80milla dopo due mesi!). e “violenze sia da parte dei Gilet che della polizia”, quando i feriti tra i manifestanti sono oltre 2000, 12 i morti, 12 che hanno perso un occhio, altri una mano, uno in coma, tra cui molti giornalisti.

Basta così. Il resto è dello stesso segno. E anche tutti gli altri numeri. E anche tutti gli altri giornali e telegiornali. Dunque ora addosso al nazista Orban, che schiaccia nel sangue la società civile europeista. E, soprattutto, caccia fuori dai piedi Soros.







domenica 13 gennaio 2019

GLOBALIZZAZIONE: EPICENTRO SUD ----- "O la Troika o la vita" a Firenze, cinema Odeon


EVENTI SPECIALI
JANUARY 17: O LA TROIKA O LA VITA


Giovedi 17 Gennaio (ore 21) all’Odeon la prima nazionale del film documentario O LA TROIKA O LA VITA di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini. Sarà presente in sala il regista Fulvio Grimaldi e in videocollegamento (su Skype) il filosofo Diego Fusaro (tra gli intervistati nel film).

Il film illustra gli effetti sull’area mediterranea della globalizzazione neoliberista imposta da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. La Grecia distrutta nel corpo e nell’anima, il Medio Oriente e l’Africa devastati da guerre e saccheggi. Popolazioni sradicate per creare masse di manovra dello sfruttamento e delle destabilizzazioni. Un territorio nazionale già dissestato sul quale imperversano, nella complicità di una politica succube delle lobby, le multinazionali del fossile. Mancata prevenzione, speculazione edilizia e abbandono segnano il destino dei terremotati (una parte del film è dedicata al sisma del 2016 che ha colpito il Centro Italia). Crimini contro l’umanità in Grecia e e resistenza umana in Italia.

Tra gli intervistati spiccano, oltre al filosofo Diego Fusaro, l’economista Vladimiro Giacchè e il fisico teorico Francesco Silos Labini, ambedue editorialisti de “Il Fatto Quotidiano”.

Con l’approfondimento cinematografico Grimaldi scuote gli animi verso il cambiamento, ponendo l’accento su tutta una serie di problematiche misconosciute, dalla perdita di potere degli Stati nazionali ultimo baluardo della rappresentatività popolare, alla creazione di una dimensione transnazionale cinica, dominata dalle oligarchie finanziarie che speculano e ricattano quegli stessi Stati e i loro popoli perseguendo esclusivamente i propri interessi lobbistici. Così la tragedia sociale ed umanitaria della Grecia ridotta al fallimento dall’Europa che doveva essere il sogno di una casa solidale per tutti gli europei, ma si è invece rivelata l’incubo di una dittatura spietata della finanza e del capitale sugli esseri umani, si collega con quella del terremoto nei nostri territori dove la ricostruzione, a distanza di oltre un anno, non è neanche iniziata. Il dramma dei migranti e il problema del loro afflusso nei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo i quali entrano in crisi nella gestione “solitaria” di questo problema, si collega alle guerre, ai bombardamenti e allo sfruttamento economico e delle risorse naturali dei paesi di origine di queste masse di disperati che le oligarchie egemoniche conducono da sempre con il colonialismo prima e oggi con il neocolonialismo. Il documentario ci guida a una lettura di questi fenomeni all’interno di un contesto globale che viene nascosto dai mass media.

Fulvio Grimaldi, giornalista, inviato di guerra e di ambiente, firma della BBC, Rai e altre testate nazionali e internazionali, ha realizzato 24 documentari sui conflitti, tra chi pretende di dominare e chi resiste: Vietnam, America Latina, Medio Oriente, Africa.

Sandra Paganini, studiosa di storia e scienze umane, videoperatrice, storica collaboratrice di Grimaldi, è co-autrice di questo documentario.

O LA TROIKA O LA VITA (Italia, 90′) – Un film di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini

Versione italiana
Cinema Odeon Firenze


venerdì 11 gennaio 2019

NO TAV E GUAI A CHI SGARRA !




https://youtu.be/G929gKF0fyc  Storia lirica dei No TAV

Inoltro da comunicati No Tav

LA RIVELAZIONE: PER CHI LAVORA SALVINI?

https://www.youtube.com/watch?v=b9vmNb1zFrQ

Anche se è dimostrato che un'opera è inutile e l'analisi dei costi (certi) e dei benefici (eventuali) dà esito negativo, non importa si deve fare ugualmente, tanto paga pantalone e guadagnano i soliti noti.

Ultimamente alcuni hanno affermato che Cavour non fece nessuna analisi costi-benefici per il primo tunnel ferroviario del Frejus (si legge Freius) o peggio per il canale di Suez, bene questi ultimi sono intellettualmente disonesti (o cretini), l'analisi è sempre stata fatta eccome, solo che non si chiamava così, si faceva prima una valutazione di utilità, poi di fattibilità ed infine di convenienza (economica e politica), nessuno si sarebbe impegnato in opere non necessarie o non convenienti.

Toninelli: l'opera deve essere ridiscussa lo dice il Contratto di Governo.

Ma i TAVISTI insistono: referendum (magari in tutta Italia) e manifestazioni di piazza, allargata ai sindaci ed ai partiti.


Se sei notav rischi di perdere il lavoro: sosteniamo Pier Paolo



Abbiamo ormai capito che essere notav significa avere un occhio di riguardo in questo Paese. Ma non per quello che dovrebbe essere, cioè un riconoscimento all’impegno sociale di ciascuno di noi, che s’impegna con passione per altissime e collettive motivazioni.

L’occhio di riguardo è quello che pone la magistratura e quella grande e vasta lobby che vuole il Tav (o che fa parte di una cerchia di potere) e sopratutto vuole indebolire il movimento notav, colpendoci personalmente, uno per uno se potesse.

E questo avviene da tempo con corsie preferenziali al palazzo di giustizia, provvedimenti a dir poco creativi nell’interpretazione delle misure cautelari (fogli di via da alcuni paesi e confini di ogni tipo di fascista memoria) o come è capitato di recente ad uno di noi, vedersi ritirata la patente per mancanza di “requisiti morali”.

Potremmo citare molti episodi, come ad esempio quello dei pompieri segnalati dalla Cisl perchè partecipanti alla manifestazione dell’8 dicembre in divisa

Assurdità di ogni tipo, sproporzionate a qualsiasi azione commessa (estrapolata scientemente dai contesti), con uno zelo che non capita di vedere nel nostro Paese in quasi nessun’altra occasione. Un processo a un notav dura un decimo di quello che avviene comunemente.

Oggi è la volta di Pier Paolo, notav torinese, impiegato all’Università degli Studi di Torino come tecnico informatico e lavoratore dalle capacità riconosciute ed apprezzate da studenti, colleghi e docenti, che si è visto, prima di Natale, recapitarsi una sospensione dal lavoro perché condannato in primo grado per una manifestazione NoTav.

Ora bisogna comprendere che indagati e condannati tra le fila del movimento si contano a centinaia, perchè non abbiamo mai accettato nessuna imposizione e non ci siamo mai arresi a muri e fili spinati, quindi quello che è toccato a Pier Paolo, è accaduto o potrebbe accadere a molti noi, che siano studenti, disoccupati, lavoratori o pensionati.

Con una strana celerità e zelo l’amministrazione centrale ha sospeso Pier Paolo dal lavoro e ora rischia seriamente di perderlo in barba ad ogni forma di garantismo. Ci è capitato raramente di vedere provvedimenti del genere per condanne in primo grado (ma non si era innocenti fino al terzo grado di giudizio) e potremmo citare decine se non centinaia di casi in cui, ad esempio appartenenti alle forze dell’ordine condannati sono rimasti in servizio se non promossi, nè datori di lavoro né amministratori pubblici hanno applicato in questo modo il proprio potere.

Pier Paolo va valutato per il suo lavoro e non per le sue idee o per le manifestazioni a cui partecipa, del resto non è l’università il luogo della critica e della formazione non basata sulle semplici nozioni?

Non sarà che qualche dirigente con poco coraggio ha deciso di emettere un atto così drastico e punitivo (Pier potrebbe perdere il lavoro) magari imboccato da “qualcuno”?

Non lo sappiamo ma sicuramente vogliamo difendere Pier Paolo e chiediamo a tutti e tutte di fare lo stesso e partecipare alle iniziative che saranno indette in sua difesa e in suo sostegno.

Si parte e si torna insieme.

ps: E’ già iniziata una raccolta di firme da parte di studenti e colleghi indirizzata al Rettore per dire che “Pier Paolo ritorni al lavoro”, la trovate qui





martedì 8 gennaio 2019

Dal Niger al Sudan, l’Africa nella morsa dell’ipocrisia clericosinistra ----- DECRETI SICUREZZA E GRANDI IMBROGLI





Intanto un plauso di cuore e di mente a Luigi Di Maio per la solidarietà totale data ai Gilet Gialli di Francia , la più bella e forte risposta alla globalizzazione finanzcapitalista da molti anni a questa parte, augurandoci che tale riscatto dei 5 Stelle si estenda ad altre aree politiche, sociali, ambientali  che erano nell’anima del MoVimento alle origini.

Due settimane davanti a Malta. Sarebbero bastate per sbarcare a Calais, Dover o Amburgo
Grande dibattito e grande esplosione di hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia sociale (quelli che venivano attribuiti agli italiani che hanno votato questo governo) da parte dell’unanimismo politico-mediatico globalista e antisovranità, sul decreto sicurezza. Hate speech ulteriormente animati dalle due navi di Ong tedesche che girano per il Mediterraneo meridionale. Ong tedesche, vale a dire di quel paese e appoggiate da quel governo (oltreché da George Soros) che, dopo aver raso al suolo la culla della nostra civiltà (nuovamente barbari, alla faccia di Goethe, Bach, Duerer e Schopenhauer), si sono fatti giustizieri, insieme ai francesi e ai burattini di Bruxelles, del timido tentativo italiano di invertire il flusso della ricchezza perennemente dal basso verso l’alto.

Navi tedesche, mi viene da riflettere, che nel corso dei 18 giorni in cui andavano lacrimando su mari in tempesta e migranti, secondo l’immaginifico manifesto “in condizioni disperate” (benché rifornite da Malta di tutto il necessario…), tra Malta e Lampedusa, avrebbero potuto raggiungere, che so, New York, o magari Amburgo, visto che così tante città tedesche si erano dichiarate disposte ad ospitare i profughi. O Rotterdam, visto che è olandese la bandiera della Sea Eye. Non vi pare?
Posto che l’unica cosa buona fatta dal socio neoliberista e ultradestro della maggioranza di governo è stato mettere l’opinione pubblica di fronte al ricatto dell’Europa nei confronti dei paesi rivieraschi del Sud – o mangiate la minestra della destabilizzazione sociale ed economica di un’immigrazione incontrollata, o vi buttiamo dalla finestra -, posto che strumento di questo ricatto è la società anonima creata dal colonialismo tra multinazionali predatrici, trafficanti, Ong, santi peroratori dell’accoglienza senza se e senza ma, per sottrarsi a tale ricatto ritengo il decreto sicurezza del, per altri versi detestabile, fiduciario dei padroni, il minimo indispensabile per salvare una serie di paesi destinati al macero.



Razzista chi vuole rendere inappetibile l’Italia a migranti? Il contrario, antirazzista e anticolonialista
Pensate, un anticolonialista e antimperialista, uno che nel corso di quasi tutte le guerre e aggressioni di altro genere da parte degli antropofagi occidentali, ha vissuto, operato, scritto e filmato dalla parte delle vittime, con i rischi e le conseguenze connesse sul piano delle condizioni personali, che dice: il decreto sicurezza non basta! E che sarebbe giusto, umano, rispettoso dei diritti altrui, ostile a trafficanti e speculatori sulle pelli nere o brune, opposto alla tratta degli schiavi e agli eserciti industriali di riserva, evitare che vi possano essere motivi, perlopiù illusori, ma anche veri, per sollecitare lo spostamento di popolazioni. I famosi pull factor. Tutto ciò che rende appetibile per un africano abbandonare terra, patria, identità, cultura, fa torto e danno a lui e svuota e disarma il suo paese. Crudele, razzista? No, l’opposto. Il massimo del razzismo è quello degli eredi di coloro che sugli schiavi costruirono sviluppo, ricchezze, nazioni. Anche allora i civili facevano il bene dei selvaggi.

 Forse l’immenso divario che mi divide dai buonisti accoglitori di vecchio stampo, quelli che si mascheravano da sinistra (dal manifesto in su), come da quelli scopertisi tali dopo aver inflitto un massacro sociale e culturale ad autoctoni ed immigrati con pari entusiasmo, deriva in buona parte dal fatto che io dalle parti degli sradicati di oggi e accasati di ieri ci ho speso almeno metà della mia vita. E loro no. Dal che loro rivendicano il proprio diritto a stare, e bene, a casa propria, quella civile, moderna, democratica, ma anche il “diritto” degli altri a venirsene via da casa (chiamata “guerra, fame, dittatura”) e stabilirsi qui in un ghetto di cartone, in una stanza per dieci, in un campo di pomodori, in una cosca della mafia nigeriana, in una banlieu fuori dal mondo.. E io ho l’improntitudine xenofoba e razzista di mettere al primo posto il diritto di ognuno di restare a casa sua, di esservi trattato bene, di non essere oppresso e sfruttato.

Sinergie nella filiera dell’emigrazione
Non è segno di cecità, se non per gli irrimediabili utili idioti, ma di ipocrisia o di calcolo  non vedere la sinergia che esiste lungo la filiera che porta da Raqqa in Siria, o Herat in Afghanistan, o Dakar in Senegal, dove habitat ed economia sono stati occupati da necrofori armati o briganti economici dell’Impero e sue marche, all’organizzazione di trasporti in terra e traghettamenti da barca a barca (chiamati “salvataggi da naufragi”), fino alle cooperative delle creste sulla sopravvivenza, ai caporali, alla grande distribuzione dai prezzi discount, ai partner della criminalità organizzata.

Questo dello svuotamento di continenti e paesi da rapinare e della tracimazione di altri cui tagliare le gambe è la Grande Operazione globalista  per rilanciare il capitalismo dopo la crisi. Una trasparentissima strategia che ha il suo punto di forza nella cancellazione delle identità, particolarità, storia, nazionalità, culture, da Palmira e dalla Biblioteca Nazionale di Bagdad, fino alla cosiddetta integrazione del selvaggio nella società civile, il presunto meticciato e multiculturalismo, un amalgama senza faccia, senza anima e senza nome. E come con i barbari all’assalto di Roma, o con i colonialisti della depredazione e dei genocidi di Africa, Asia, America Latina e, oggi, con i neocolonialisti  di un mondialismo nel segno dell’élite finanzcapitalista e militarsecuritaria, unica identità da salvaguardare, con chi sta la Chiesa, tuttora potenza morale suprema a fianco dei manovratori? Ascoltate il papa.

Sudan, uno di quegli inverni che chiamano primavera araba



A proposito di Chiesa, sentivo stamane a Radio Uno sui tumulti in Sudan, oggi paese d’origine di gran parte dei migranti, l’immancabile frate missionario. E mi sono ricordato di quando, per una conferenza a Palermo, a un centro sociale che ospitava alcuni profughi dal Darfur, dovetti raccomandare di prendere cum granu salis i loro anatemi contro il governo di Khartum. Il frate, ovviamente comboniano, di quell’Ordine che in epoca pre-panarabista faceva il bello e il cattivo tempo in Sudan, con mano morta su tutto l’apparato scolastico e sanitario dell’immenso paese, sparava gli stessi anatemi sullo stesso governo, quello di Omar el Bashir. Così, grazie alla puntualissima Amnesty, i 12 morti ufficiali sono diventati 40 e la repressione, per quanto in nulla dissimile da quella fisiologicamente nostra, da Parigi, a Genova, Chicago, Atene, laggiù è ovviamente genocida. Come lo sarebbe al Bashir, secondo il Tribunale Penale dell’Aja, che non ha mai accusato chi non fosse di pelle nera. Nessuno dovrebbe negare che i manifestanti abbiano ottime ragioni, il pane, i prezzi, il carburante, ma non dire che questo accade in un paese che l’Occidente sottomette da decenni a sanzioni genocide e a mutilazioni che lo destabilizzano e lo privano delle proprie risorse, conferma ogni sospetto sulla nostra stampa.

Sono stato in Sudan o vi sono passato parecchie volte sulla strada per l’Eritrea o l’Etiopia.Oggi ne leggo i reportage da Khartum di una signora,  Antonella Napoli, il cui primo titolo, a mio avviso, non è tanto quello di giornalista della Repubblica, ma di fondatrice e presidente dell’Onlus “Italiani per il Darfur”. Basta e avanza per interpretare i suoi racconti.

Sud Sudan e Darfur: disfare il più grande e uno dei più ricchi paesi dell’Africa

Nasser, Nimeiri, Gheddafi

Già, il Darfur. Nel 1971 incontrai Gaafar Nimeiri, presidente del Sudan, e alcuni suoi ministri. Passammo una notte intera, in un villaggio del sud, a discorrere di storia, presente e futuro del paese e della rivoluzione araba. Sulla scia della rivoluzione anticoloniale di Gamal Nasser in Egitto e poi di Muammar Gheddafi in Libia, il colonello Nimeiri aveva preso il potere sostituendo il precedente governo di obbedienza britannica, storica potenza coloniale. Resosi di conseguenza ostico al sion-imperialismo, si vide innescare un’insurrezione separatista nella parte meridionale, cristiana, del paese. Protagonisti Israele, gli Usa, la Nato e il Vaticano, al quale il governo, nazionalizzando ogni cosa aveva sottratto il controllo dell’istruzione e degli ospedali. Li stavano i tre quarti dei ricchi giacimenti di idrocarburi del paese. Valse la pena per i cospiratori calare sul tavolo la carta di qualche centinaio di migliaia di morti. Neri. Quelli così cari ai loro prosecutori di oggi.

Nel 1986 il governo di Nimeiri, nel frattempo islamizzato, venne sostituito da quello di Sadiq el Mahdi, esponente dell’aristocrazia islamica, da tempo esule a Londra e strettamente collegato agli interessi di quella potenza. Più in nome dell’Umma, la comunità panislamica sostenuta dall’Occidente (vedi i Fratelli Musulmani), che del nazionalismo afro-arabo, ma sempre di segno contrario al neocolonialismo occidentale e favorevole all’Iraq di Saddam e all’URSS, fu il colpo di Stato che portò al potere, nel 1989, Omar al Bashir. L’ostilità revanscista dell’Occidente si manifestò presto e in vari modi. La rianimazione della rivolta cristiana nel Sud, il bombardamento di Clinton, nel 1997, della fabbrica farmaceutica di Al Shifa indispensabile per il Sudan e gran parte dell’Africa per i medicinali antimalarici. Rimasero sepolti 300 operai e si calcola che a seguito di quella distruzione morirono almeno 10mila sudanesi. Terza operazione, di lunga prospettiva e affine alla destabilizzazione del Sud, fu una specie di guerra civile nel Darfur, centro-ovest del paese, subito sostenuta da tutti gli arnesi delle rivoluzioni colorate, con in testa Soros e George Clooney. Il contributo di Roma sono i già menzionati “Italiani per il Darfur”.

La vera storia del Darfur


Con una validissimo ambasciatore italiano, innamorato del paese, a realizzare un reportage per il TG3, allora libero, andammo in Darfur e mi vennero spiegate le cose. Zona a gravissima desertificazione (dono del cambio climatico da noi inflitto a loro), tanto che la pista del nostro fuoristrada era seminata di carogne di ovini e bovini, subiva lo scontro per la pochissima acqua e le scarse terre fertili rimaste, cioè per la vita, tra tribù nomadi di allevatori e tribù stanziali di agricoltori. Il revanscismo colonialista, munito delle solite Ong, si gettò a pesce sull’occasione, inventandosi che il regime stava compiendo un genocidio, favorendo bande di briganti Janjawid (demoni a cavallo), che poi erano gli allevatori nomadi. E vai con vittime sudanesi raccolte nei campi e invitati poi a impinguire le colonne di rifugiati verso l’Europa, dove altre Ong si sarebbero occupate di loro.

Lo Stato più giovane del mondo muore subito. Nel sangue


Nel 2011, poi, sempre nel corso della collaudata strategia del divide et impera, il neocolonialismo riuscì a strappare a un Sudan indebolito da conflitti e dalle immancabili sanzioni, la sua parte meridionale, ricca di petrolio, di biodiversità, acqua, legname e altre ricchezze minerarie.  Non c’era solo il petrolio. C’era il Nilo con il quale, chiudendo il rubinetto, si potevano mettere in ginocchio, a valle, i riottosi Sudan ed Egitto. Un certo giro imperial-clericale festeggiò la nascita del più giovane Stato democratico del mondo e si tacque, da allora, sul bagno di sangue in cui questo artificio coloniale è sprofondato in seguito alla ferocissima lotta per i giacimenti tra due etnie opposte, i Nua e i Dinka, rappresentate rispettivamente da presidente e vicepresidente, con i loro immancabili sponsor. Una guerra civile con l’impiego di soldati bambini che nessuno denuncia. Un altro successo occidentale nell’Africa della “fuga da guerre, fame e persecuzioni”. Attendo ancora i comboniani “Nigrizia” e Zanotelli denunciare lo squartamento di un pacifico e acculturato paese africano, all’origine di una delle migrazioni più massicce.

Carcerieri per conto dell’Europa


Tutto questo non lo leggerete nei dispacci della fondatrice e presidente di “Italians for Darfour”, cronista invece della “primavera sudanese, repressa dal regime con tanto di lacrimogeni”,  né in altri reportages di quella nostra stampa libera e indipendente che, tanto per fare un esempio della sua linearità, coerenza e trasparenza, oggi si fa deprecatrice dei “tradimenti” dei 5 Stelle su Tap, Ilva, trivelle in mare, Terzo Valico, eccetera. Peraltro tutte questioni non definite e su cui sarà decisiva la scelta del ministro dell’Ambiente. Ma, stupefacentemente, tutte dispute in cui i deprecatori di oggi si trovavano ieri a deprecare chi ostacolava il progresso opponendosi a Tap, Ilva, Terzo Valico e altre loro remunerative devastazioni. Accanto a quei sindaci e governatori PD (con di mezzo un De Magistris che non capisce), oggi scopertisi umanitari benefattori, purchè di migranti. E al tempo stesso violatori di una legge votata dal parlamento e firmata dal venerato Capo dello Stato. Sono pubblici ufficiali e non possono farlo. Potrebbero farlo se si dimettessero. Ma perderebbero la poltrona. Del resto, conta il gesto, no?  Tocca farsi vedere antirazzisti.  E tocca contribuire a sfasciare quest’Italia ancora maledettamente unita e sovrana. Che giostra il mondo, ragazzi, tutta un “calcinculo”.

Appello ai buoni
Voglio fare un appello, vediamo che succede. Tra i migranti sudanesi si moltiplicano anche quelli del Niger. Tra sindaci, governatori e altre voces clamantes in moltitudine, ci siamo chiesti come potesse essere che sant’uomini come Zanotelli, Ciotti, Revelli, Noury, Bergoglio, Strada, non si fossero accorti che quel paese è stato rubato ai suoi abitanti. Eredi di antichissima civiltà, i nigerini si dissanguano nella resistenza a bande armate Nato, Usa, con la gigantesca base di droni, 500 italiani a fare da caporali di giornata, francesi in capo alla vecchia colonia, tedeschi, britannici, tutti a guardia di un colossale bidone zeppo di uranio, coltan , litio e altri beni utili alle bombe e all’elettronica delle democrazie occidentali. Ebbene, carissimi clericosinistri, non vogliamo allargare le nostre braccia, estendere le nostre grida, far tracimare le nostre lacrime anche sulle vittime e sui carnefici di questo episodietto della globalizzazione colonialista? Dai, su, facciamo in modo che possano restare a casa loro!

Ascolteranno l’appello i buoni? Accetto scommesse: il “SI” è dato a 97 a 1. Dovuto a una coda di paglia lunga da qui a Niamey.

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Vale davvero la pena.