mercoledì 26 giugno 2019

Re, principi, cortigiani e buffoni, tutti nudi----- QUANDO L’IMPUDICIZIA RIVELA LA ROGNA ------ O Dibba o morte (dei 5Stelle)



 “Dove l’eroe più valido / è traditor, spergiuro, / ivi perduto è il popolo / e l’aere stesso impuro, / ivi è impotente il Dio, / ivi codardo è il re” (“Attila”, Giuseppe Verdi, Francesco Maria Piave, Temistocle Solera)

Oltre la vergogna, oltre l’ipocrisia, la nudità esibita
Una volta ancora mi rifaccio alla magnifica fiaba di Andersen, in cui l’innocenza di un bambino rivela al mondo la nudità di un imperatore che pretendeva dai sudditi l’ammirazione per decori inesistenti. Nel caso del principe nostrano, inteso nel senso di quelli in vista che ce la menano e se la tirano, l’impudicizia del titolo, che si può anche sinonimezzare con spudoratezza, inverecondia, comporta un autodenudamento di assoluta sfrontatezza, senza neanche il bisogno del chiaroveggente bimbetto che gridi, alla vista di tanto vergognoso spettacolo con protervia esibito, “l’imperatore è nudo”. E ci ha pure la rogna.

Deve essere colpa dell’infatuazione del selfie, auto esibizione frenetica in tutta la propria nefandezza e imbecillità, istituzionalizzata in legge di comportamento degno di attenzione e ammirazione di massa, fin dai primi Grande Fratello dove godevi a essere osservato fin nel cesso. Il cellulare, altra mazzata inferta all’umanità dai moloch del digitale, ha reso ossessione compulsiva collettiva quella conferma di un sé, oscuramente percepito come insignificante, e oggettivamente inesistente quanto a capacità di cittadinanza. Il selfie come la disperata invocazione a chiunque capiti, di riconoscere il proprio esserci in cambio della reciprocità.

Spirito del tempo, quello del denudamento via selfie, che i filosofi, quasi tutti tedeschi, chiamavano Zeitgeist, dalla duplicità di Giano. Per un verso, nei dominati , masturbazione idolatrica, in totale assenza cibernetica di fisicità reale. Per l’altro, nei dominanti, protervia che si sente impunita e immune e pretende di imporsi mediante la violenza di un qualche potere concesso o acquisito.

Olimpiadi: delitto sempre, castigo mai


Negli ultimi tempi l’impudicizia è diventata  senza limiti e, così, la voluttà di esibire e imporre la propria rogna alla faccia di coloro cui fa senso. Passiamo subito agli esempi. Il più recente e di orrido gusto, è la scomposta esplosione di orgasmi da arrapatura monetaria degli ultrà – inquisiti e non - della devastazione cementizia olimpica, stavolta tra Milano e Cortina. Una classe dirigente che si esalta come una turba di lanzichenecchi al sacco di Roma. Ancora masticano, i predatori dell’Expo (1.5 miliardi di buco e retate di ladroni) e delle cattedrali nel deserto per le Invernali 2006 in Piemonte, Italia 90, Mondiali di Nuoto 2009, che, a dispetto delle devastazioni passate e in programma, perdono ogni contegno per la foia arraffatrice che i 5 Stelle avevano frenato a Roma. Foia a fauci spalancate che oggi si  alimenta della cresta del 257%, che è l’aumento medio del costo delle Olimpiadi degli ultimi 50 anni  rispetto al previsto. E a capo di questa greppia a due, PD-Lega, gli immarcescibili Malagò, Montezemolo, Carraro, Pescante.



Conduttori che Soros denuda
L’unica consolazione, in un altro esempio che mi viene a mente subito, dato che ne ho esperienza personale, è che la nuova (tras)missione di Gad Lerner, già infiltrato in Lotta Continua dalla combriccola dei malversatori in testa all’organizzazione, ha visto subito inabissarsi gli ascolti. Ed è successo appena Lerner si è peritato di lanciare l’ossimoro “Soros-filantropo”. C’è un’Italia non del tutto raggirabile, anche perchè certe facce corrispondono direttamente, nell’epoca del denudamento, non più solo al taciuto, ma all’arrogantemente espresso. Aveva rotto il ghiaccio della mala reputazione di Soros Lilli Bilderberg Gruber con ospite la Bonino, a “Otto e mezzo”, quando entrambe si sono sciolte in ditirambi festosi in onore del novantenne malvissuto, la cui montagna di miliardi è fatta di massi scavati da paesi ridotti a cave. L’ospite fissa del castello di Transilvania (questa volta a Montreux) aveva poi addirittura ecceduto, quando si era inviperita oltre ogni decenza professionale contro un  deputato di FI che le ricordava alcune innegabili imprese dello speculatore.

  

A pescare nel torbidissimo di quelle sue imprese, a me ne viene in mente subito quella della rovina della lira italiana, che ci costò 40mila miliardi di lire e deprezzamento e vendita del nostro patrimonio industriale. I primi caveau del triliardario li hanno riempiti i cittadini italiani. Altri paesi, tipo Francia e Regno Unito,  hanno alle spalle una storia analoga. Nel Kosovo, l’ebreo ungherese si è diviso il compito della spaccatura della Serbia con Teresa di Calcutta: a lei gli ospedali monoetnici, solo per albanesi, a lui gli istituti scolastici, rigorosamente per soli albanesi. Cornice culturale e cordone sanitario alla pulizia etnica anti-serba. Soros ci ha riprovato con l’università a Budapest, ma, grazie a Orban, mal gliene incolse.

Un sobillatore di famelici dagli appetiti neoliberisti, padrino di ogni sommossa filo-occidentale detta rivoluzione colorata. Un finanziatore di golpe, perfino nazisti, come quello di Kiev, e di migliaia di Ong che, come talpe, scavano sotto i piedi di cittadini in paesi da svuotare (Sud del mondo), ricuperare, o mandare in malora. Dove non poteva mancare la, pur da noi riccamente foraggiata, a dispetto che ci sta sui maroni, radio che da decenni ci ammorba con le sparate a salve anti-regime. Protagonista assoluto dello sradicamento di popoli,  trasferiti a far girare la macina nei paesi con cittadini dalle troppe pretese, dai trafficanti (un tempo “negrieri”) della tratta è effigiato in ogni cabina di comando.
 
Che ci sarà mai nella busta?


Non contento di  aver ridotto in briciole l’aplomb del giornalista  urlando, dal molto solidale Formigli (“Piazza Pulita”), “Viva Soros”, tra gli editoriali degli eletti della tribù di Debenedetti, “La Repubblica”, Lerner si disfa perfino della foglia di fico del sinistro. Avvolge Soros in un’ agiografia di tenerezze ed encomi che avrebbe commosso il creatore di Adamo. Quanto ai detrattori del magnifico filantropo,  si tratta inevitabilmente di “antisemiti, populisti, mascalzoni che rappresentano l’anticamera delle barbarie”. C’è da stupirsi se la sua (tras)missione su Rai 3, coerentemente fatta da un barcone spiaggiato, è andata come è andata? Naufragio vero, stavolta. Hai voglia ora a stracciarti le vesti sui disperati in gommone respinti dai barbari. Non ne hai più, di vesti.

Buone parole, pensieri reconditi, azioni cattive
 
Roberto Fico e Alex Zanotelli


Andiamo più veloci. Del frate missionario Zanotelli, uno che con l’altro, Ciotti, riprende i toni bombastici che tuonavano da certi pulpiti medievali a Firenze, mi ero occupato quando aveva invitato l’élite del giornalismo italiano, l’integerrimo cane da guardia della stampa libera e indipendente, a scatenarsi contro l’Eritrea dei tanti “fuggitivi dalla dittatura”? Sul tema, ora che quel paese si è riconciliato con Etiopia e nababbi del Golfo, cari a Israele e agli Usa, tace. Ma dato che il desiderio di schierarsi, costi quel che costi, a fianco di sfruttati e oppressi in lui  è fuoco sacro, ecco che il suo “abbiamo l’obbligo di reagire” stavolta lo fa precipitare sul Decreto Sicurezza bis. Il diavolo, amici, sta nel particolare… dimenticato. Sull’anatema zanotelliano contro multe e accuse di reato alle Ong che trafficano persone in mare, secondo alcuni si può anche discutere.

Personalmente credo che qualsiasi cosa renda appetibile al nativo di un paese, una comunità, una cultura, un ambiente, troncare radici e lasciare casa sua, dovrebbe essere impedito sotto il titolo di “circonvenzione di incapace”. Per il missionario, erede di tutti quelli che hanno aperto la strada al rullo compressore della civiltà occidentale sul resto del mondo, quel decreto “viola i principi fondamentali del diritto e dell’etica”. Del diritto, primo su tutti, di restare a casa propria, non un sospiro.

Esiste solo il diritto di emigrare e, poi, di farsi salvare in mare o dai lager libici ed essere sistemato tra campi e periferie dell’alienazione e dello smarrimento. Salvataggio coronato dal riscatto, se va bene, nelle mense Caritas o Sant’Egidio che, sennò, che farebbero. Il particolare dimenticato dal frate, invece, e che non merita alcun appello al “reagire”, è quello che. nel decreto, prevede a ragazzi, o pensionati, o pastori, o disoccupati, o affamati che manifestano, fino a quattro anni di carcere se solo osano proteggersi dai gas tossici, dalle note mazzate in testa, dai calci in faccia, o tentassero di spiegare al picchiatore anonimo in divisa che così si fa a sudditi, non a cittadini. Qui, per Zanotelli, il “principio fondamentale del diritto e dell’etica  non è più la “discesa nel baratro  del rifiuto dell’altro”. Frate disattento?

Landini? Nudo, ma rosso!


 
Maurizio Landini, ve lo ricordate, no? Era l’ennesimo fiore spuntato dal deserto della sinistra. S’è strappato di dosso, fieramente, la veste rossa anche lui. I nostri cuori avevano vibrato in sincrono con le sue tonitruanti intemerate a beneficio di telecamere, diventate poi addirittura scomuniche ed esecrazioni a ogni tentativo 5 Stelle di superare l’atarassia dei potenti nei confronti dei poveri, precari e impotenti, gente se possibile da moltiplicare. Succeduto al Cofferati finito negli elenchi degli euro favoriti di Soros, alla Camusso, copertasi di gloria per il paio d’ore di sciopero contro il Jobs Act, ha scatenato l’armageddon contro i gialloverdi. Più i gialli che i verdi, dato che sono loro a rubare il mestiere al sindacato arrogandosi decreti contro il precariato, provvedimenti per i poverissimi, salari minimi. Ma come, non esiste la contrattazione nazionale nella quale ci troviamo tutti in armonia e a tavola, sindacati grossi e padroni? Cos’è questa faccenda scandalosa ed esorbitante dei 9 euro /ora per i lavoratori decisa da un governo sopra le nostre teste? Difficile dire chi fosse più indignato tra Boccia e Landini.


Così a un sindacato sfibrato dalle lotte contro le organizzazioni di base, Landini ha iniettato nuova forza e nuove prospettive, accentuandone, insieme a Confindustria, il carattere rosso e appellando al voto congiunto per l’UE, quello stupendo organismo amico dei lavoratori e insopportabile alle oligarchie finanziarie. Per non farsi mancare niente, poi, ha lanciato gli operai dell’Ilva e i loro famigliari, uniti nella metastasi tarantina collettiva, contro l’abolizione, da parte di Di Maio, dello”scudo” che aveva garantito immunità ai dirigenti responsabili di quella metastasi. Fiore all’occhiello, l’immancabile consociativismo anche con quel ramo industrial-commerciale che allestisce catene di montaggio di uteri in affitto. In questo paese di nudisti, sicuramente, Maurizio è uno dei più nudi.

Più sono nudo, più faccio schifo, più me ne frego
Sapete benissimo che di nudità prorompenti in tutta la loro iattanza non si finirebbe mai di fare il conto. Dal minuscolo equivoco chiamato “il manifesto” , che si denuda appresso a ogni rivoluzione colorata con al timone NED, Cia, Otpor, Soros, ultimamente Algeria, Sudan e ora Repubblica Ceca, al mostruoso gigante Usa che, con un centinaio di aggressioni, militari, economiche, sanzionatorie, golpiste, tra le mani, va per il Golfo Persico sventolando cerini accesi contro l’Iran “terrorista”. Tutti questi si fanno i dispetti, ma sono pappa e ciccia. Alimenti scaduti, ma ancora sugli scaffali in bella mostra e la gente li compra. Faut de mieux.


La perdita della pudicizia e l’abbandono perfino della copertura costituita dall’ipocrisia è lo strumento di comunicazione base dell’omologazione, come definita da Pasolini per chi determina la fisionomia della nostra società. Ed è l’espressione del senso di totale impunità di tutti coloro che oggi si trovano uniti e fortissimi in quello che ho chiamato il monopolarismo globalizzato. Da noi, ne resta fuori il solo M5S e, pensando a Roberto Fico e a qualcun altro/a, neanche per intero. Una società non del tutto compromessa, per questo premiò quell’anomalia extra-monopolare col 33% nel 2018.

5 Stelle tra padelle e braci
Ora lo vede a braccetto di uno che non ha fatto niente da quando è lì, tranne mettere mattoni per uno Stato di polizia e cemento per un territorio da scuoiare, salvo pretendere di respingere migranti a meri fini elettorali, come dimostra il suo salivare sui tappeti rossi di Washington e Tel Aviv, massimi operatori del massacro delle identità tramite spostamenti  a fini predatori. Di fronte a questo obbrobrio, che si vuole necessitato, sei milioni di elettori 5 Stelle si sono accoccolati sull’Aventino. E, da lì, sentono chi rimpiange che il loro MoVimento non si sia accordato col PD. Ma da lì vedono anche che qui si tratta solo di padelle e braci perfettamente intercambiabili. E se li sfrondi dalle etichette, come sempre inaffidabili nei prodotti adulterati, dei centro-sinistra e centro-destra rimane soltanto l’ultimo termine dell’equazione. Due vecchi servitori del capital imperialismo, uno che biascica, l’altro che strepita, che presto o tardi ci mostreranno le pubblicazioni di matrimonio, tanta è l’intesa, tanta la complementarietà.


Tutti a pecoroni  con i Poteri Statali e finanziari che contano, tutti pro-Tav e affini, simboli del territorio visto come mangiatoia, tutti pro14 milioni nostri a una Radio Radicale, scherzosamente detta anti-regime, che in libera concorrenza durerebbe, come “il manifesto” degli equivoci, dall’apericena alla cena. Tutti pro-inceneritori, trivelle, gasdotti, Grandi Navi a Venezia, tutti zeppi di inquisiti, tutti con magistrati al guinzaglio. Ognuno con due regioni , Lombardia-Veneto, Emilia-Romagna-Piemonte, che sperano di buttare nel secchio l’Italia che ci sono voluti mille anni per farla (e qui, sulle scellerate autonomie, caro 5Stelle, si parrà davvero la tua nobilitade!). Tutti che vorrebbero bloccare le intercettazioni non penali, ma solo immorali, tutti contro i provvedimenti sociali dei 5 Stelle, tutti pro-F35, guerra all’Afghanistan, export di armi. Tutti col cialtrone golpista Guaidò e ostili alla Via della Seta…. Vado avanti? O pensate che quello del monopolarismo fosse uno scherzo?  E’ la democrazia del rinnovamento, nel paese degli ossimori e dei nudisti.

Politicamente scorretto


A questo punto appare uno che, se non si è denudato, qualcosina si è tolto. E quando ha sentito Alessandro Di Battista parlare di burocrati nei ministeri (che altro c’è, tolti Bonafede, Costa, Toninelli, forse Grillo?) e quando ha letto il suo libro, liberatoriamente intitolato, contro il peggiore malcostume dell’epoca, “Politicamente scorretto”, quando ha visto che dava addosso al so(r)cio verde e parlava dei valori originari del MoVimento, questo capo è esploso in un “Ognuno stia al suo posto”. Manco fosse Salvini. Che il buon Luigi è l’ultima cosa che avrebbe dovuto dire. Il confronto culturale, tra l'altro, non gli è favorevole. E la cultura, in un movimento di parecchi pressapochisti conta assai. Perché se qualcuno è rimasto al posto dove doveva stare e dove tutti volevano che restasse, nel senso non di mattonella, ma di idee e obiettivi, questo è il felicemente vagabondo Dibba, che di mondo ne sa qualche oncia più di molti. Sono altri che non sono rimasti al loro posto. O che occupano un posto che non gli conviene e che la gente non gli aveva assegnato. E il risultato s’è visto.

Io non so dire – ci vogliono altri numeri – se i  5Stelle debbano mollare l’energumeno monopolarista  e tornare all’opposizione, belli riorganizzati, o tener duro nell’incerto ruolo dell’”argine”. Ma una cosa so. Dibba ha ragione, che i neoletti timorosi di giocarsi il velluto sotto al culo lo condividano o no. O Dibba, o morte. Loro e nostra. E’ metafora, ma ci azzecca.

domenica 23 giugno 2019

Cosa hanno in comune Zeffirelli, Berlinguer, Morsi? ------ LESA MAESTA’--------- E er mejo Fico del bigoncio (non) risponde



 Possiamo facilmente perdonare a un bambino di aver paura del buio. La vera tragedia nella vita è quando gli uomini hanno paura della luce” (Platone)

Er mejo Fico del bigoncio (non) risponde
Una premessa. A proposito della mia “lettera aperta a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati”, molti si sono chiesti se mai Fico avrebbe replicato. I più si sono dati una risposta negativa. Hanno avuto ragione. Lettere che richiedono risposte argomentate che confermino o ribattano considerazioni, dati e fatti espressi possono essere ignorate, o perché imbarazzanti, o perché non si hanno quegli argomenti, o perché non ci si abbassa al rango del troppo poco meritevole corrispondente. Scegliete voi tra queste possibilità. Comunque una risposta, seppure indiretta, a noi tutti è arrivata dal cosiddetto “rosso” e “sinistro” del MoVimento. Ed è una conferma, se non della buonafede, che non potevo non attribuirgli in assenza di una sua ricevuta di guiderdone da George Soros, di tutti i motivi per cui Fico è gradito al consorzio monopolarista destro-sinistro, che ne intravvede l’uso come piede di porco tra posizioni divergenti nei 5 Stelle.



La risposta indiretta a chi gli spiegava quali fossero i retroscena geopolitici e propagandistici dell’assalto all’Egitto tramite Regeni e quale fosse il retroterra, diciamo, di “intelligence”, del collaboratore italiano dello squadronista della morte John Negroponte, è venuta da quanto Fico ha replicato a Mohamed Saafan, ministro del Lavoro egiziano che aveva osato affermare che quello di Giulio Regeni era “un omicidio ordinario che avrebbe potuto accadere a chiunque in qualunque Stato”. Ha alzato il ciuffo, il presidente della Camera, e ha reagito da par suo: “Queste parole sono un’offesa all’intelligenza e alla dignità dell’intero popolo italiano” (RF ha imparato da Renzusconi a rivendicare il diritto di parlare a nome di 60 milioni di italiani). “Sappiamo benissimo (lui!) che la rete degli apparati di sicurezza egiziani lo ha inghiottito. Giulio Regeni è stato ucciso già una, due, tre, quatto volte”. Roberto Fico, non solo terza carica dello Stato (ohibò!), ma anche inquirente, accusa, giuria e giudice. Difesa? Non se ne parla.

Non basterà, perché quando a Berlino si riuniranno le Commissioni Esteri e Comunitari UE, la delegazione italiana capeggiata da Fico, non mancherà di dare risalto internazionale, sia alla sentenza da lui pronunciata alla faccia di ogni divisione costituzionale dei poteri, da noi e in Egitto, sia alla battaglia perché sradicamento e accoglienza di manovalanze gestite da Ong private diventino immediatamente principio fondante della così avverantesi globalizzazione. Perseverare diabolicum.

Premessa lunghetta, ma la dovevo ai miei ottimi interlocutori.  Passiamo a quanto adombrato nel titolo. E se il meme “lesa maestà” è tra quei termini che fanno calare l’ostracismo di Google e Facebook, di tutto questo non leggerete una cippa.

Come combattere la ‘ndrangheta? Ma in processione, no?

Del Rio a Cutro


Il nuovo millennio è fausto per la ‘ndrangheta a Reggio Emilia. La provincia vanta una delle più alte densità mafiose d’Italia. Che vota compatta. La sua capitale è però ancora in Calabria, a Cutro, dove regna il clan Grande Aracri. Nel 2009 è sindaco a RE Graziano Del Rio. Afferma che la città è gemellata con Cutro per cui è giusto avventurarsi fin laggiù a prenderlo di petto quel clan. Come, partecipando alla cerimonia, messa e corteo, del Santissimo Crocifisso, annualmente celebrata in onore dei Grande Aracri. E perché mai non dovrebbe farlo? L’evento è in onore dei defunti e ai defunti non si nega nulla, tanto meno i massimi onori. Anche se quelli di Cutro, a cui Del Rio ha intitolato la più grande strada di Reggio Emilia, sono più vii che mai.

Ecco, in Italia siamo abituati così. Una celebrità muore e, che abbia fatto miracoli per l’umanità o solo per se stesso e, magari, a danno del resto, non importa: va celebrato, ingigantito, gonfiato, magnificato, pianto più che la mamma. Muori e la tua reputazione è salva, per quante tu ne abbia combinate. Non seguire questo benevolo, generoso, costume ti fa sotterrare dall’indignata accusa di lesa maestà.

Lesa Maestà: Franco Zeffirelli, regista dei santini


Prendiamo Franco Zeffirelli al quale mi uniscono tre cose e nient’altro. Uno:  siamo nati a Firenze e battezzati da Arno in Battistero; due: abbiamo vissuto sulle colline di Fiesole; tre: orgogliosamente e dolorosamente abbiamo tifato Fiorentina. Il “nient’altro” è tutto il resto di Zeffirelli, il maestro, il genio, quello che ha messo in scena opere epocali, girato film capolavoro. Santo subito. Visconti, che ne condivideva il barocchismo, ma col gusto selezionato da generazioni di lignaggio abituato al bello, che allo Zeffirelli faceva difetto, lo chiamava “arredatore”. E, per umana carità, non aggiungeva “di posticce chincaglierie”. Ma diciamolo, non è solo alla morte che uno che ha fatto regie di gigantesca fuffa, film di un kitsch inguardabile, deve tanta gloria postuma. Infatti, gli è stata tributata anche in vita. Segno che a volte la santificazione è merito non solo della scomparsa dalla scena, ma anche della degenerazione estetico-etica che contrassegna certi tempi all’americana. Eppoi, non serpeggia sotto tutto questo la speranziella che, se dico tanto bene degli altri, quando sarà il turno mio magari i posteri ricambieranno……

Lesa Maestà: Berlinguer


E’ ricorso l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer, il 35esimo. Avete sentito, percorrendo per intero ogni arco, costituzionale, extracostituzionale o arcobaleno che fosse, un pur timido, vago, pudico, accenno di critica a colui che ha fatto dei lavoratori, degli onesti, degli umiliati e sfruttati il più grande Partito Comunista d’Occidente, per poi farli arrivare in mano, via via, agli Occhetto, D’Alema, Veltroni, Bersani, Renzi, Zingaretti, ? No, non l’avete sentito, si sarebbe subito elevato l’urlo di lesa maestà. E pour cause. Come non potrebbero celebrare, esaltare, quel politico dietro alla cui altissima morale oggi possono nascondere, anzi giustificare, i propri arretramenti-tradimenti-sparimenti? Essendo lui la causa e loro gli effetti?

Perché è per la causa della liberazione dei popoli e dell’emancipazione del proletariato che Berlinguer, preso in mano il testimone di Togliatti (mentre quello di Gramsci si perdeva nella polvere) ha proseguito quella” lunga marcia attraverso le istituzioni” che ci avrebbe portato, inesorabilmente, non al lugubre e sanguinario esito della rivoluzione, bensì a quello sorridente, benevolo, inclusivo della socialdemocrazia. Quella contraffatta, però. L’arma sinistra del capitale. Con l’altosonante compromesso storico si sono stroncati decenni di lotta partigiana e civile per un assetto sociale rovesciato rispetto a tutti i capitalismi, fascisti e non. Ci si é messi d’accordo tra cervi reali ridotti a pecore e rettili cobra rimasti tali.

   
Lama cacciato e chi lo ha cacciato

E quando a questi ultimi sembrava venisse a mancare il fiato, glie lo abbiamo insufflato a forza di “austerità” e di “sacrifici” Erano gli anni ’70 e c’era chi, ancora una volta, come nel ’48 dell’800, nei ’20, nei ’40 del secolo successivo, per tutto il paese faceva riecheggiare il grido di ogni giustizia: “vogliamo tutto”. I padroni, alla vigilia di una nuova salto d’epoca, dall’industriale alla tecnologica, si trovavano in affanno di accumulazione. L’austerità  di quanti stavano sotto era quella che li avrebbe facilitati. Erano anche gli anni della delazione, della repressione a fianco dello Stato delle stragi e, coerentemente, con Pinochet, quelli del Berlinguer che ci trascina tutti verso l’ombrello sotto il quale si sentiva, lui, “più sicuro, la Nato”. Hai voglia poi ad andare ai cancelli della Fiat, a batterti per lo Statuto dei lavoratori. Atti di contrizione. Non ti avevano giocato, te l’eri giocata. Anzi, ci avevi giocati.
Anche se una mano, una sola, l’avevamo vinta a coronamento del migliore ‘68 e ancora mi ci ringalluzzisco: la meravigliosa cacciata del tuo emulo sindacale dall’Università. E c’è chi si meraviglia se oggi stiamo al Prodi, ai D’Alema, agli Orfini, ai Calenda, agli Zingaretti, alle Serracchiani, ai Marcuzzi, ai Lotti. E, dopo Lama i Cofferati, trovati sulle liste UE di Soros, le Camusso, i Landini,  in piazza assieme alla Confindustria e a quelle degli uteri in affitto. E poi c’è chi parla di dinastie a proposito della Corea del Nord. Era già stato tutto scritto. Da Palmiro, poi da Enrico. Con Gramsci in carcere.

 

Lesa Maestà. Una che farà particolarmente piacere a Fico.
Si chiamava Mohamed Morsi, ex.presidente d’Egitto tra il 2012 e il 2013, morto d’infarto durante un’udienza in tribunale, ma per Fico e tutti i media e politici che stanno compatti, unipolarmente, sotto l’ombrello caro a Berlinguer, “assassinato dal regime Al Sisi”. Come Giulio Regeni. Destino che in quel mattatoio incomberebbe anche sui 60mila detenuti nelle orrende carceri egiziane. Detenuti “politici”, è ovvio. Magari catturati nel Sinai, dove, come braccio armato Isis della Fratellanza Musulmana, con armi fornite da Qatar e Turchia, sotto il benevolo sguardo dei nostalgici Usa di Morsi, sgozzano infedeli, bruciano villaggi, scannano poliziotti, bazookano caserme. Oppure presi con le mani ancora impastate di tritolo dopo aver fatto saltare una dozzina di chiese copte. O, ancora, messi in prigione per aver assassinato alcune delle più alte cariche della magistratura. Insomma valorosi combattenti di una guerra civile alla libica o alla siriana, e dunque “prigionieri politici”. Lasciamo perdere, sono le cose di Amnesty International e Human Rights Watch.

Ma chi era Morsi? L’unico presidente eletto democraticamente in Egitto? Mica vero. Vedi Wikipedia. Eletto dal 17%degli aventi diritto, con per unico antagonista un detrito del vecchio regime di Mubaraq, dato che tutti gli altri avevano disertato le urne. E, appena un anno dopo, spazzato via da una rivolta di massa come non si era mai vista in quel paese e alla quale i suoi hanno reagito sparando sulla folla e ammazzando centinaia di persone.  Altre centinaia di oppositori li aveva fatti uccidere nelle proteste di novembre-dicembre 2012.Dopodichè il popolo ha preferito votare in massa per i militari anziché per lui. Che aveva modificato la costituzione per darsi pieni poteri sulla magistratura, per imporre la sharìa, la legge islamica che subordina e controlla ogni particella della vita umana; che aveva vietato gli scioperi, che aveva perseguitato i copti, che aveva convinto Hamas a Gaza di mettersi d’accordo con Israele. Un dittatore se ce ne’è uno. Ma caro al “manifesto”.

Morsi e Hillary Clinton

Morsi non poteva non essere salutato con entusiasmo da Obama e Clinton, visto che aveva la nazionalità statunitense, avendo lavorato negli Usa per la Nasa e godendo addirittura di un nullaosta di intelligence del Pentagono, cioè era una spia abilitata. Diventa presidente dopo che la commissione elettorale era stata minacciata di morte da suoi sostenitori armati se non lo avesse proclamato vincitore a dispetto di fantastici brogli e interventi manipolatori. Da presidente ha esaltato le imprese dei confratelli a Luxor, dove il 17 novembre 1997 furono massacrati, accoltellati, mutilati, 64 visitatori stranieri di un sito archeologico. Fece governatore di Luxor uno dei responsabili di quella strage. Ha ridotto in brandelli l’economia egiziana, ha provato a vendere al Qatar il Canale di Suez (che poi al Sisi in un anno ha raddoppiato).

Chi gli ha dedicato il necrologio più agiografico è una  vecchia conoscenza britannica dei miei giri in Medioriente, fin dal 1967, Guerra dei Sei Giorni. L’ultima volta l’ho incontrato a Baghdad, mentre si divertiva a irridere al nostro gruppo di “scudi umani” contro l’allora imminente attacco Usa. Passa per essere filopalestinese e competente sulle questioni arabe. Scrive per l’Independent ed è sicuramente in eccellenti rapporti con l’MI6, servizio segreto del Regno Unito per l’estero. Di cui, novello Lawrence d’Arabia, prova a rappresentare l’ala che cinguetta con i Fratelli musulmani e spara a palle incatenate contro i “dittatori arabi”. Quelli disobbedienti. Di Morsi ha celebrato, con la lacrima sul ciglio, l’eloquenza straordinaria, l’altissimo senso dell’onore. E, guardate, Fisk è molto anziano, ma per niente rincoglionito. Da noi ci sono tanti piccoli Robert Fisk in sedicesimo, per i quali la questione se stanno bene o male di testa non si pone nemmeno. Non c’è mezzo d’informazione italiano che non ne abbia esibito uno. Girano come tante figurine nella giostra del tirassegno. Basta vederci bene e le tiri giù.

Il vero problema nostro è che quando c’è da far strada allo straniero, tedesco, americano, Total, Exxon, BP, Shell, che sia, da noi non ce n’è per nessuno.

giovedì 20 giugno 2019

Iran: è guerra all’Eurasia ------- STRANAMORE, STRANAMMORATI, STRANAMORINI



 
Hannibal ante portas? Non è più procurato allarme.
Ne va della potenza egemonica, dell’eccezionalismo,  del “Destino manifesto”, della globalizzazione a direzione unica, del governo mondiale, della controffensiva colonialista fondata su migrazioni che svuotano di energie umane e professionali il Sud da predare. Il Golfo Persico è il pettine al quale questi nodi vengono. E quando gli scienziati nucleari mettono l’orologio dell’Apocalisse a due minuti da mezzanotte, più o meno dove stava nell’immediato post-Hiroshima e Nagasaki, c’è stavolta poco da parlare di procurato allarme.

Chi segue meticolosamente le uniche fonti di notizie e analisi affidabili, che ormai sono quasi solo in rete (finchè dura e Facebook chiude un occhio), legge e vede da almeno un paio di lustri l’annuncio dell’imminente terza e ultima guerra mondiale. Giulietto Chiesa, addirittura, annunciava l’imminenza del conflitto totale fin dai primi anni del nuovo millennio. Al punto che, ripetuta in conferenza su conferenza, intervista su intervista, la funesta certezza decadeva in giaculatoria a cui più nessuno dava peso. Una specie di al lupo al lupo che si inseriva inconsapevolmente in una strategia della paura, anzi del panico, che pian piano sfiancava e distraeva da ogni altro fronte di  lotta. Tipo il capitalismo. Un po’ come la questione climatica da GretaThunberg universalizzata in minaccia globale, peraltro priva di responsabilità identificate, che tutte le altre riassume (e annulla) in sé. Qualcuno ha parlato di nuovo oppio dei popoli, come quello, che mai si è cessato di fumare, della religione.

False Flag, la bandiera dell’Occidente


Tuttavia, a partire dalle micce posate nel Golfo Persico da chi conduce guerre e genocidi, e ne campa, da trecento anni a queste parti, il tema ha acquistato una pregnanza senza precedenti, anche perché si appoggia ad accadimenti analoghi che in molti casi alla guerra guerreggiata hanno portato. Parliamo di provocazioni, oggi dette “False Flag”, messe in atto onde vantare davanti all’opinione pubblica un buon, anzi un irrinunciabile, motivo per commettere qualche grossa efferatezza, altrimenti impossibile da giustificare. A molti verranno in mente le nostre stragi di Stato, da Piazza Fontana, attribuito ad anarchici, a Moro fatto far fuori alle BR, e agli attentati della “trattativa”, con manovalanza mafiosa e, a monte, Gladio, servizi nostri e atlantici, la cupola anti-Urss.

Storia scontata, storia fattaci dimenticare, circoscritta al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e come fronte orientale del “mondo libero”, Di più vasta portata le False Flag all’origine delle guerre del nostro tempo: Lusitania, nave britannica fatta passare per carica d’armi e perciò affondata dai tedeschi, trappola che innesca l’ingresso degli Usa nella Prima Guerra Mondiale; Maine, nave Usa alla fonda a Cuba, incendiata dagli stessi Usa, che ne traggono il pretesto per sottrarre alla Spagna Cuba e le Filippine; Operazione Northwoods che prevede l’abbattimento sopra Cuba di un aereo Usa pieno di studenti per incolparne Castro e far partire una nuova invasione (bloccata da Kennedy, che la pagò); Golfo del Tonkino, falso assalto a nave Usa  attribuito ai nordvietnamiti, da cui stragi bombarole su tutto il Nordvietnam; neonati strappati dai soldati iracheni alle incubatrici del Kuwait, panzana inventata dal Pentagono che lancia la prima guerra del Golfo; i bombardamenti di Gheddafi sulla popolazione di Tripoli, il viagra somministrato ai propri soldati perché stuprassero con più vigore; gli ospedali bombardati con barili esplosivi ad Aleppo; le armi chimiche di Duma, gli aiuti alimentari in fiamme sul ponte tra Colombia e Venezuela; le armi di distruzione di massa di Saddam; l’11 settembre….. Tutte False Flag fatte sventolare anche dalle più celebrate Ong dei diritti umani, con gli effetti sui diritti umani che si sono visti.

Proviamo con le petroliere



E oggi alcune petroliere colpite nel Golfo, di cui una giapponese mentre il premier giapponese Shinzo Abe discute a Tehran come circumnavigare l’embargo; un’altra di un armatore norvegese disposto a violare le sanzioni Usa contro l’Iran. Prove zero, incluso un grottesco video che vede un motoscafo togliere qualcosa dalla fiancata di una nave. Ma ecco, subito stranamore, stranammorati Nato e stranamorini dei media dire che sono stati gli iraniani, “maggiore potenza terrorista del mondo”, “massima minaccia alla pace”. E’ come se Cheney desse del terrorista a Danilo Dolci. La spesa militare di questa “minaccia” è di 15 miliardi di dollari, il 25% di quanto l’Iran spendeva sotto lo Shah. I suoi armamenti risalgono a quell’epoca e a qualche aereo iracheno spostato a Tehran al tempo della guerra del Golfo. La spesa Usa, paese che si assume il compito di contenere la “minaccia”, arriva complessivamente a oltre mille miliardi. Politicamente compattata dalle spaventose sanzioni, ma economicamente e socialmente ridotta a brandelli, la società iraniana ha dovuto ridurre la produzione di petrolio dalla media di 4 milioni di barili al giorno, al tempo delle sanzioni di Obama, a 2 milioni, di cui meno di 600mila riescono ancora a essere esportati. Perlopiù in Cina.

E’ il petrolio, bellezza!

Ci sono buoni motivi perche lo strumento dell’élite all’1% utilizzi il suo strumento fine-del-mondo Usa a partire dall’oceano di petrolio in cui galleggia il Golfo. La riserve accertate di idrocarburi iraniani ammontano a 160 miliardi di barili, subito dopo l’Arabia Saudita (266 miliardi) e il Venezuela (300 miliardi), il boccone più grosso, per ora accantonato visto l’immane fiasco del golpe amerikano di Guaidò. Dunque gas e petrolio, i minerali in continua espansione estrattiva, produttiva e di consumo, da cui esalano i veleni che soffocano il pianeta fino a strozzarlo entro pochi anni, sono quelli di cui si agitano per ogni dove Greta e i gretini e che sono l’impulso alle guerre di cui Greta e gretini non sembrano avere la minima nozione.

Con la prima Guerra del Golfo gli Usa, con al guinzaglio la Nato, dilagano armati su ogni satrapia araba del Golfo dove 50 milioni di cittadini, perlopiù manovalanza immigrata, sono governati, sfruttati, schiavizzati, ottenebrati da alcune migliaia di prìncipi gozzoviglianti , indispensabili amici e guardiani degli interessi e delle armi occidentali. Contro la “minaccia” iraniana. Che è quella di aver disturbato acque e deserti correndo in soccorso alla Siria azzannata, sostenendo la difesa del Libano e dello Yemen, la famigerata “mezzaluna scita” che ai popoli del lato occidentale del Golfo, chissà perché, odora di libertà, dignità, speranza.

Con la seconda e le “primavere” e guerre seguenti (Iraq, Egitto, Libia, Siria, Yemen) puntano alla frantumazione di ogni residua struttura statale sorretta da volontà e coesione nazionale autodeterminata, per delegare il controllo della regione al consorzio di entità arabe e non, famigliari o coloniali, segregazioniste, feudali e schiaviste. Il piano fallisce in Egitto, ma, con il ricorso al terrorismo jihadista, funziona, anche se non del tutto, negli altri paesi, comunque ridotti a brandelli. Il consorzio ha per massimo comune denominatore farla finita con l’anomalia Iran, obiettivo condiviso fin dal 1953, colpo di Stato contro il premier nazionalista Mossadeq, dallo Stato profondo Usa, terminale politico-militare della Cupola mondialista, oggi incorporato nei Neocon di ascendenza talmudista.

Si tende ad attribuire un ruolo eccessivo in questa temperie di guerra imminente a personaggi come John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale, e Mike Pompeo, Segretario di Stato, a causa del trucido bullismo con il quale sembrano trascinare Trump agli esiti più drammatici. E’ vero, c’è differenza metodica tra l’Obama che prova a minare paesi come Cuba e l’Iran dal di dentro, promuovendo col sorriso e con accordi la destabilizzazione interna (rivoluzioni colorate affidate a settori bulimici di mercato), e la clava dei due cavernicoli ereditati dal Bush minore. Ma sono opzioni di fase all’interno di una strategia che, da quando nelle vene del capitalimperialismo scorre petrolio, non muta che nelle forme.


La minaccia Iran
Togliamo di mezzo le fanfaluche che ai nostri media, destrosinistri ed eterodeterminati, dettano le centrali propagandistiche della globalizzazione tramite guerre. Il riarmo atomico di un Iran che non aveva mai arricchito il suo uranio oltre quel 20% che serve a usi energetici e medici. Arricchimento, poi, ridotto al ridicolo 3%, insieme alla chiusura di centri di ricerca altamente specializzati, dall’accordo sul nucleare concluso tra Obama è un tragicamente arrendevole presidente Rouhani, succeduto al ben più fermo e consapevole Ahmadinejad. Nè l’agenzia addetta ai controlli, AIEA, aveva mai rilevato una violazione degli accordi a perdere da parte di Tehran.

Ma abbondano da decenni le buone ragioni per fare del Golfo Persico il più gigantesco barile di esplosivo del mondo, a forza di portaerei, flotte aeree e navali, migliaia di soldati, attentati a petroliere da parte di provocatori, probabilmente addestrati in Albania dal MEK  (la setta terroristica attiva su mandato israeliano e statunitense in Iran da decenni, oggi dislocata da Washington in Albania). Il più immediato e dichiarato è il bisogno di Israele, da sempre impegnata a diventare “La Grande”, di togliersi di torno i terminali iraniani presenti nei paesi confinanti e difensori della sopravvivenza di questi, oltreché insidia politica e sociale per l’assetto oscurantista e reazionario degli alleati del Golfo.

Ma la strategia è trasparente, se mettiamo in fila quanto i vecchi colonialisti, francesi, britannici perseguono dai tempi dell’occupazione del Canale di Suez, 1956, e quanto del vecchio imperialismo è stato assunto in proprio dagli Usa, dal sostegno a Israele, attraverso guerre, colpi di Stato, o destabilizzazioni terroristiche in Iran, Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Corno d’Africa, fino al Venezuela. Per mandare avanti il suo sviluppo nei termini stabiliti, potenziare il suo impero, ricattare nemici e amici, accumulare profitto, nello scopo non dichiarato e neppure forse considerato di distruggere il vivente arrostendolo, il grumo onnipotente che manovra lo Stato più bellicoso della Storia deve disporre di ogni possibile risorsa petrolifera e controllare ogni possibile rotta per la quale questa sostanza genocida viene trasportata. E qui, per come incombe geograficamente e politicamente su tutto il Medioriente e sta in mezzo alle direzioni Nord-Sud ed Est-Ovest, di terra e di mare, l’Iran diventa imprescindibile.

Eurasia, il mondo al giro di boa?


Ma c’è una buona ragione forse ancora più urgente per quanto potrebbe venire scatenato nel Golfo. L’Iran sta proprio al centro dell’enigma euroasiatico, il “cuore del mondo”, come lo definì il competente Brzezinski, un cuore senza il battito del quale il capitalismo occidentale andrebbe alla deriva. Vi dice niente l’acronimo SCO? “Shanghai Cooperation Organization”. Nel cuore euroasiatico oggi c’è lo SCO, non la Nato, o l’FMI, o il WTO. Ne sono membri otto paesuccoli da poco come Russia, Cina, India e Pakistan, più i quattro “stan” dell’Asia centrale. Quasi tutti dotati di immense risorse, o energetiche, o altre. Ci sono poi quattro Stati osservatori, Afghanistan, Bielorussia, Mongola e Iran e sei partner del dialogo: Armenia, Azerebaijan, Cambogia, Nepal, Sri Lanka, Turchia. Entro il 2020 lo SCO crescerà a includere Iran e Turchia. Non tutti questi paesi hanno punti di vista omogenei, in particolare l’India si muove su piani geopolitici ambivalenti, con l’occhio anche a un’Alleanza Indo-Pacifico di marca Usa. Ma tutti sono gradevolmente coinvolti nel progetto cinese, ormai euroasiatico, della Road and Belt Initiative (RBI), la Via della Seta, con propaggini anche in Africa e, grazie a un nostro raro momento di intelligenza in politica estera, Europa.



Intorno al partneriato russo-cinese, coinvolgente la più vasta regione terrestre del globo e, tenendo conto degli altri SCO, il più numeroso agglomerato di popolazione, si vanno mobilitando interessi comuni per un futuro di sviluppo pacifico dalle enormi prospettive di scambio e progresso in chiave non tossica.  Anche tenendo conto che la Cina è già oggi il paese dal più diffuso e avanzato utilizzo di energie rinnovabili e che negli scambi tra questi paesi si vanno facendo strada valute alternative al dollaro, come il rublo e lo yuan. E abbiamo visto cosa è successo a Saddam e a Gheddafi quando hanno adombrato l’affossamento della moneta del dominio Usa, anche se solo a vantaggio del subalterno euro.

Rimane il ruolo assolutamente negativo della Cina, quanto quello degli Usa, nell’adozione e promozione urbi et orbi del 5G, la connessione di quinta generazione il cui inquinamento elettromagnetico è di una tale potenza e capillarità, con le sue antenne ogni 100 metri e i suoi letali 12mila satelliti nello spazio, da sostituire il cambiamento climatico al primo posto nelle minacce alla vita sul pianeta. Di questo s’è già detto in questo blog e se ne dirà.
Si vede, dunque, come gli Usa e, sopra di essi, la Cupola mondialista, abbiano di fronte qualcosa di inedito nella storia dell’imperialismo. Qualcosa  che in potenza fa impallidire la competizione che l’asse Germania, Italia. Giappone costituì per lo schieramento anglosassone che, pure, impiegò sei anni a debellarla e ci riuscì soltanto grazie al 
contributo determinante dell’URSS.

Ogni punto nero è una base Usa, senza contare le 90 italiane

Tutto questo spiega ad abundantiam i movimenti frenetici che nel Golfo la Cupola fa fare all’apparato militare Usa e l’assedio con cui cerca di serrare l’Iran in una morsa mortale. Spiega anche il grottesco inserimento dei Guardiani della Rivoluzione iraniani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’accusa di terrorismo, a partire da quello dell’11/9, è stato immancabilmente il preludio alla guerra. Non faccio il giuliettochiesa e non giuro che la guerra, quella guerra, ci sarà. Rimane una forte controindicazione: per quanto lo si possa bastonare, radendolo al suolo dall’aria, l’Iran può sempre bloccare il Golfo e quindi il 40% dei rifornimenti al mondo. Uno sconquasso planetario che a qualcuno potrebbe dare la sveglia.

Tutto questo non spiega, invece, perché Putin neghi a Iran e Siria, quest’ultima quotidianamente bombardata impunemente da Israele, l’invincibile difesa antiaerea S400. Che, però, concede a Turchia e Arabia Saudita. Misteri della geopolitica.